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Siddharta.pdf


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della sapienza divina, unici intermediari fra l'uomo e Dio per mezzo del complicatissimo rituale dei sacrifici, delle formule magiche ch'essi soli conoscono, dei testi
sacri ch'essi soli capiscono (o dicono di capire), e come tali superiori anche alla
classe dei Ksciatrya, guerrieri e principi, usciti dalle braccia di Brahma (mentre i
Brahmini, i = nati due volte », erano usciti dalla testa); per non parlare dei Vaicya, contadini e mercanti, usciti dal ventre di Brahma, e dei Sudra, umili manovali, usciti dai piedi del Dio. Sotto a tutti, poi, stanno i Paria, che non sono una casta, non sono uomini, non sono nulla, non hanno nemmeno il diritto di esistere.
Pesava ormai il dispotismo sacerdotale dei Brahmini. Pesava sul terreno sociale e politico. Ma poi-ché era fondato su princìpi religiosi, fu sul terreno della religione che i Brahmini vennero attaccati. Quei libri sacri di cui essi non comprendevano più lo spirito, avendone ridotto la lettera a un formula-rio meccanico e insensato, divennero oggetto di meditazione e di studio ad uomini d'altre classi che i
Brahmini. In questa terra dell'India pare che gli uomini vengano al mondo con un
dono particolare per la speculazione metafisica e la ricerca delle cause ultime. La
sete dell'Assoluto, il disprezzo della vita terrena, con i suoi agi e i suoi obblighi,
sono comuni a turbe di Diogeni cenciosi, i quali trovano naturalissimo di farsi
mendicanti per occuparsi unicamente della ricerca dell'infinito e della soluzione
dei problemi supremi. Il sole ardente che sviluppa la vegetazione lussureggiante
della giungla pare vi alimenti anche l'incontenibile vigore della fantasia, che avvolge d'ogni parte il pensiero e quasi lo soffoca in una rete inestricabile d'immagini, di miti, di strane e pittoresche personificazioni.
Poco dopo che la predicazione di Vardhamana, soprannominato Mahavira
(grande eroe) o Jina (il vittorioso) aveva dato origine alla nuova religione del
giainismo, un nuovo caso si ebbe — e più clamoroso e destinato a immensa risonanza — d'un giovane d'illustre stirpe che, toccato da una rivelazione interiore,
abbandonò la casa, la famiglia, il lusso e gli agi della vita per dedicarsi in solitudine alle più dure penitenze e iniziare quindi, in povertà, la predicazione d'una
nuova dottrina. È appena il caso di ricordare al lettore italiano l'analogia con
casi a lui ben noti, come quelli di san Francesco d'Assisi, di Jacopone da Todi.
Se il Mahavira era figlio d'un cospicuo barone a nome Siddharta, uno tra i
membri più eminenti del senato nel suo paese, il nuovo profeta, chiamato a tanta
altezza, era addirittura l'erede d'un trono. Nato a Kapilavattu nel 563 a.C., si chiamava anche lui Siddharta, ed era figlio del re Suddhodana, della famiglia Gotama
(o Gautama) e della nobile stirpe dei sakya (onde il nome di Sakyamuni, il solitario, l'eremita dei Sakya, con cui è spesso designato). Aveva moglie e figlio, 'quando a trent'anni lo toccò, per mezzo di macabre visioni, la rivelazione della vanità
di questo nostro mondo. Abbandonò gli agi del proprio palazzo, fuggì dai suoi cari
e, cambiati i propri abiti con quelli d'un mendicante, si pose alla scuola di due
dotti Brahmini. Ma, insoddisfatto dell'insegnamento ufficiale, si diede a vita d'ana-