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Siddharta.pdf


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durre il lettore al « più alto pinnacolo del pensiero filosofico nel sistema V,edanta,
si vale di questa metafora di pretto conio hegeliano. « Lo studioso ansima sullo
stretto sentiero del ragionamento per poter respirare nella sottile, rarefatta atmosfera di quelle eccelse cime e si sente pervadere tutto dalla rigida aria della montagna ». Che è bene il « salto nell'Assoluto », il mancamento di respiro che Hegel
preannunciava a chi lo volesse seguire dalla sfera del Verstand a quella della Vernunft, dal comune raziocinio del-l'intelletto pratico al dominio dei concetti puri.
Dopo Herder e Goethe, l'interesse per le dottrine indiane non venne più meno in
Germania. Le analogie tra il buddhismo e il pessimismo di Schopenhauer (che dichiarava la lettura delle Upanishad essere stato l'unico conforto della sua vita)
sono
state più d'una volta dottamente illustrate. Tanta, insomma, la simpatia della
cultura tedesca per il pensiero indiano, che si venne, come a tutti è noto, alla dottrina razziale della pretesa eredità esclusiva della razza tedesca dalla razza ariana. A proposito della quale dottrina il Prampolini osserva, dopo le debite riserve:
= una valutaziome obiettiva non può negare che i due popoli hanno comune una
spiccata tendenza alla contemplazione, alla speculazione astratta, al panteismo e
perciò al Weltshmerz, cioè a sentire il dolore cosmico
Siddharta di Hesse può a buon diritto considerarsi come un felice concretamento artistico di queste affinità spirituali tra i due popoli, maturate attraverso una riflessione culturale e storica ormai più che secolare. L'India di questo racconto è
un'India tutta metafisica e contemplativa, così diversa dall'India di Kipling, tutta
concreta, affaccendata' e brulicante d'umanità. O per lo meno è l'altra faccia, l'aspetto eterno ed extra temporale, di quel-la stessa India. Qui, in Siddharta, v'è
poco di caratteristicamente individuato e concreto, poco d'informazione geografica e antropologica tipo « libro di viaggi ». Il color locale è affidato quasi unicamente alla suggestione verbale dei nomi — Siddharta, Vasudeva, Govinda, Jetavana — alla frequente presenza, anche in occasionali metafore, dei grandi alberi
dell'India e dei loro frutti tropicali. E poi quella folla di monaci, mendicanti,
straccioni, fachiri, anacoreti, col loro saio giallo e la loro ciotola delle elemosine:
quella onnipresenza della religione, quei Brahmini dalle bianche tuniche, quel
senso continuo d'un popolo cui non è patria questa terra, ma è destino il cielo.
Ma, appunto, si tratta non d'un'India storica, così e così individuata, ma della India eterna, metafisica, astrale, popolata di cercatori dell'Assoluto, e non di agenti
del Secrer Service.
La trasfusione del consueto personaggio di Hesse (l'uomo che cerca se stesso)
in questo mondo così propizio avviene con naturale felicità. La stessa assenza di
compiacimenti descrittivi e pittoreschi contribuisce alla spontaneità, alla naturalezza della operazione con cui temi e motivi del pensiero occidentale vengono travasati nell'ambiente indiano. Ricorderemo, fra questi temi, alcuni che più sono fa-