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Banti Prima Guerra Mondiale .pdf



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Fonte: Appunti & Riassunti – Scienze e Lingue per la Comunicazione

Alberto Mario Banti L'età contemporanea
Dalla grande guerra oggi
ANTEPRIMA
1. La grande guerra
Pochi politici ed intellettuali capiscono che la guerra che ci si sta apprestando a
combattere sarà una catastrofe; molti invece se la immaginano breve - l'idea diffusa è che
questa guerra non sarà tanto peggiore di quella di Libia. L'estate del 1914 sembra quasi
una stagione di festa: a Londra, come a Berlino, folle festanti irrompono nelle strade. Cio è
dovuto al fatto che l'idea che ancora ci si fa della guerra è quella di uno scontro
cavalleresco, condotto con tecniche simili a quelle degli eserciti napoleonici - la cultura
ottocentesca aiuta a fantasticare la guerra in questo modo, attraverso letture che parlano
di coraggiosi cavalieri e battaglie. E poi ci sono gli imperativi nazional-patriottici: la difesa
della patria, l'onore della nazione.
Col passare dei mesi appare chiaro che l'idea di una guerra rapida (una guerra di
movimento) si rivela un tremendo errore di valutazione. Gli eserciti contrapposti si
equivalgono, quindi quasi nessuno riesce a sfondare le linee avversarie. I combattenti si
fronteggiano scavando trincee nel terreno, protette da nuove armi tecnologicamente
sofisticate. Quando lo spazio mediano tra le trincee è percorso, per tentare gli
sfondamenti, questa tecnica si rivela un inutile massacro: le nuove armi belliche (come
mitragliatrici, cannoni e granate a frammentazione) provocano centinaia di morti senza che
la situazione sostanzialmente cambi. Inoltre, in questo periodo, vengono sperimentati per
la prima volta i gas asfissianti (i primi ad utilizzarli sono i tedeschi ad Ypres, in Belgio, nel
1915). E poi ci sono i primi aerei da combattimento, che bombardano dall'alto le postazioni
nemiche. La nuova tecnologia bellica, insomma, fa sì che la guerra diventi un'infernale
carneficina. Nonostante questo, più la guerra diviene un terribile massacro, più la
propaganda esaspera i toni per motivare i combattenti: l'idea di combattere per la difesa
della propria patria, delle proprie donne e figli, unita al disprezzo per i nemici spinge in
migliaia ad arruolarsi volontari. Le aggressioni contro i civili, compiute da soldati stranieri,
sono innumerevoli e diventano oggetto di una clamorosa propaganda che dipinge i nemici
come esseri mostruosi e pericolosi che meritano di essere uccisi senza rimorso (la
degradazione dell'immagine del nemico è una delle tecniche più efficaci della propaganda
di guerra). Tutto ciò induce ad una bruttalizzazione della mentalità europea, cioè
all'assuefazione alla violenza come normalità. Un evento che spicca particolarmente a tal
proposito ha luogo in Anatolia.
L'impero ottomano entra in guerra nel 1914 a fianco di Germania e Austria-Ungheria; il
motivo principale è la storica ostilità nei confronti della Russia, con la speranza di
riconquistare terre nell'area caucasica. Nel 1915 il governo ottomano decide di trasferire le
popolazioni armene dalla zona del fronte, spostandole in Siria. La decisione è giustificata
dal timore che gli indipendentisti armeni possano aiutare le truppe russe, stringendo
l'esercito ottomano tra due fuochi. Le truppe a cui è affidata l'operazione le seguono con
violenza, massacrando brutalmente milioni di armeni - uomini, donne e bambini (alcuni
storici sostengono che si sia trattato di un vero e proprio genocidio).
Sono in pochi a schierarsi contro la brutalità della guerra: i pochi partiti socialisti che hanno
rifiutato la guerra indicono due conferenze in Svizzera, nel 1915. La conclusione principale
è un nuovo appello all'internazionalismo proletario: ilManifesto di Zimmerwald, redatto
nell'omonima città, si appella ai proletari affinché abbandonino le armi, finora utilizzate al

servizio delle classi possidenti per uccidersi scambievolmente e ad utilizzarle per una
rivoluzione sociale.
Contro la guerra si alza anche la voce di Papa Benedetto XV, il quale nel 1917 fa
pervenire ai capi degli Stati belligeranti una nota nella quale avanza proposte di pace;
tuttavia né gli inviti alla ribellione dei socialisti, né gli appelli alla pace del Papa hanno
alcun effetto.
Nel periodo della guerra le industrie coinvolte nella produzione di materiale bellico hanno
una spinta notevolissima: i profitti degli imprenditori ed i salari degli operai sono in rapida
crescita. Nelle zone rurali, invece, la situazione è molto diversa: i prezzi dei prodotti
alimentari, infatti, non fanno che aumentare. Le ragioni sono proncipalmente tre:
a) la diminuzione della produzione (soprattutto durante il rigido inverno del 1916-17) fa
aumentare i prezzi;
b) l'offerta si mercati civili è scarsa perché in prima battuta gli acquisti vengono effettuati
dai governi per l'esercito a fronte;
c) le banche emettono cartamoneta in quantità superiore rispetto a quanto autorizzato
dalla propria riserva aurea, per garantire ai governi risorse necessarie a finanziare
l'esercito, ma ciò accresce l'inflazione.
Nel 1917 il peggioramento delle condizioni economiche fa sì che scoppino le prime rivolte
e scioperi, sia da parte dei civili che dei soldati: sul fronte italiano diventano frequentissimi
i casi di ammutinamento e di autolesionismo; in Francia interi reggimenti si ammutinano,
rifiutando di eseguire gli ordini. È il segno evidente di un disagio profondo. Per fare fronte
alle ribellioni si migliora il trattamento delle truppe, si fa appello alla difesa patriottica e si
puniscono severamente i ribelli. L'insieme di queste misure ha successo, ricompattando gli
eserciti per l'ultimo anno di guerra.
La guerra scoppiò nell'agosto del 1914 e pose le potenze dell'Intesa (Francia, Regno Unito
e Russia - alleate della Serbia) contro gli Imperi centrali (Germania, Austria-Ungheria e
Impero ottomano). Inizialmente tutti gli Stati nutrono la convinzione di riuscire a concludere
la guerra in poco tempo, eseguendo attacchi di profondità: a ovest l'iniziativa più
importante viene presa dei tedeschi che occupano il Belgio, Paese neutrale, per attaccare
la Francia: il senso della manovra sta nel fatto che i francesi, contando sulla neutralità
belga, non non avevano fortificato la frontiera con quel paese. L'esercito tedesco riesce
così ad arrivare fino a Parigi, ma la controffensiva francese riesce a bloccarlo. A novembre
1914 il fronte si stabilizza, restando così sin quasi la fine della guerra.
Sul fronte orientale i russi riescono inizialmente a sfondare le linee tedesche, ma nel
settembre 1914 l'esercito tedesco li blocca, spingendo il fronte di nuovo verso la Polonia.
Nell'autunno 1914 l'ipotesi di una guerra rapida svanisce: la guerra si trasforma da guerra
di movimento, di attacco, ad una guerra di posizione, di trincea, con i fronti stabilizzati per
lunghissimi periodi di tempo.
Allo scoppio della guerra, nonostante la Triplice Alleanza (il trattato difensivo stipulato
dall'Italia con Austria-Ungheria e Germania) sia ancora in vigore, il governo italiano,
presieduto da Antonio Salandra, opta per la neutralità. La ragione ufficiale è che la Triplice
Alleanza ha un carattere difensivo e non offensivo quindi, poiché è l'Austria-Ungheria ad
aver attaccato per prima la Serbia, il governo italiano non si sente in obbligo di intervenire.
I motivi sostanziali, in realtà, sono altri:
a) il governo non è sicuro di poter ottenere le terre irredente (Trento e Trieste) dall'AustriaUngheria come compenso per l'ingresso in guerra.
b) il governo ritiene che l'esercito non sia ancora pronto, essendo appena uscito dalla
guerra contro l'impero ottomano.
c) il governo si preoccupa delle conseguenze militari dell'ingresso in guerra al fianco

degli Imperi centrali: la conformazione geografica dell'Italia, con una lunga linea costiera,
la esporrebbe agli attacchi della Marina britannica, all'epoca la più potente al mondo.
Tedeschi ed austro-ungarici si sentono traditi da questa decisione. Nei mesi successivi
tuttavia l'alternativa tra neutralità ed intervento è largamente dibattuta dall'opinione
pubblica. Si definiscono così due schieramenti: i neutralisti e gli interventisti. Tra i
neutralisti vi sono:
-molti liberali (tra cui Giovanni Giolitti);
-i socialisti;
-i cattolici.
Tra gli interventisti, invece, troviamo:
-i democratici (per i quali l'Italia deve lottare non al fianco degli alleati dellaTriplice
Alleanza, ma al fianco di Francia ed Inghilterra in difesa dei valori della democrazia contro
l'autoritarismo degli Imperi centrali);
-i rivoluzionari, che considerano la guerra un'occasione per cambiare le vecchie istituzioni
politiche e sociali;
-i nazionalisti, che fondono all'idea di guerra il patriottismo.
A far prendere la bilancia a favore dell'intervento operano due fattori: l'orientamento del
governo e l'attivismo della propaganda interventista. Sin dall'autunno del 1914 il
presidente del Consiglio Salandra e il ministro degli esteri Sonnino avviano trattative
segrete con i diplomatici di entrambi gli schieramenti: l'intento è vedere da chi si può
ricavare di più nel caso di un ingresso in guerra. Sono le potenze dell'Intesa a fare l'offerta
più allettante: in caso di intervento e vittoria l'Italia avrebbe, oltre alle terre irredente, anche
il Tirolo meridionale, l'Istria e la Dalmazia e altri privilegi. Queste promesse sono
formalizzate con un accordo segreto nel 1915 (Patto di Londra). Il 3 maggio il governo
notifica all'Austria la disdetta della Triplice Alleanza; pochi giorni dopo Sonnino informa il
Consiglio dei ministri della firma del patto di Londra, ma la maggioranza dei deputati vuole
mantenere l'Italia neutrale. Salandra a questo punto rassegna le dimissioni. Il dibattito
politico inizia ad assumere allora toni esaltati, dovuti soprattutto alla propaganda degli
interventisti, tra cui spicca Gabriele D'Annunzio, il quale inizia un tour patriottico nelle
maggiori città italiane. I discorsi di D'Annunzio e degli altri interventisti spingono a
numerosissime manifestazioni favorevoli all'intervento. Sulla spinta di questi eventi il re
conferma l'incarico di presidente del Consiglio a Salandra. La maggioranza dei liberali
Giolittiani, intimiditi dagli eventi, vota dunque a favore del conferimento dei pieni poteri al
governo in caso di guerra. I socialisti italiani confermano la loro neutralità, ma
esprimendola ambiguamente: mentre votano contro l'ingresso in guerra, invitano i propri
militanti a non sabotare l'azione bellica il nome del patriottismo. Dopo l'approvazione in
Parlamento, il governo presenta la dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria il 23
maggio 1915. Il comando dell'esercito italiano è affidato al generale Luigi Cadorna.
Nel 1915 le truppe italiane attaccano con ben quattro offensive, che costano centinaia di
morti ma nessun apprezzabile risultato. Nel 1916 gli austro-ungarici tentano una
controffensiva dal Trentino (la cosiddetta Strafexpedition, "spedizione punitiva", così
chiamata perché si vogliono punire gli italiani per non aver rispettato gli impegni presi con
la Triplice Alleanza). L'esercito italiano è costretto ad arretrare. Sul fronte orientale, invece,
nel 1915 i tedeschi riescono a sconfiggere i russi, occupando la Polonia mentre l'esercito
austro-ungarico occupa definitivamente la Serbia. Sul mare i tedeschi attaccano ovunque,
indebolendo le flotte belliche nemiche e disturbando pesantemente il traffico mercantile
che porta materie prime e beni alimentari ai porti britannici. Tuttavia, nei primi mesi del
1915, la Marina britannica si riorganizza, riuscendo ad affondare e neutralizzare gli
incrociatori tedeschi. Il governo inglese, inoltre, predispone il blocco navale nel Mare del
Nord, che impedisce alle navi mercantili tedesche di raggiungere i porti della Germania. Il
blocco ha tutta via due limiti: da un lato si sviluppa un fiorente traffico di contrabbando,
affidato alle navi dei Paesi neutrali; dall'altro i tedeschi iniziano ad utilizzare

indiscriminatamente i sottomarini contro le navi mercantili dirette in Gran Bretagna. Nel
maggio 1915 un sottomarino tedesco affonda il transatlantico Lusitania, in servizio tra New
York e Liverpool, con a bordo 128 cittadini statunitensi: l'azione suscita clamorose proteste
da parte del governo americano. Nonostante una breve interruzione della guerra
sottomarina da parte dell'Ammiragliato tedesco (a causa delle proteste degli Stati neutrali,
che hanno visto affondare numerosi loro mercantili) nel 1917 il governo tedesco, data
l'estensione del blocco navale britannico, ricorre nuovamente alla guerra sottomarina
indiscriminata. In pochi mesi i tedeschi affondano una grande quantità di navi dirette verso
i porti nemici ma, poiché molte di queste portano la bandiera statunitense, ciò suscita la
reazione del governo americano che, ad aprile, dichiara guerra alla Germania e ai suoi
alleati. L'ingresso in guerra è sostenuto dal presidente Wilson. Tra le ragioni dell'intervento
americano, oltre all'insistenza sulla barbarie dell'esercito tedesco, vi sono anche motivi
economici: nei primi anni di guerra, infatti, le esportazioni statunitensi verso Regno Unito e
Francia sono quadruplicate; inoltre le banche nordamericane hanno concesso enormi
prestiti ai governi inglese e francese, un fenomeno importante, poiché ha invertito una
tendenza secolare (mentre, per tutto l'Ottocento, erano gli Stati Uniti ad essere in debito
con le banche europee adesso il rapporto si capovolge). Tuttavia le prime truppe
statunitensi arrivano in Europa solo nella primavera del 1918, in quanto hanno avuto
bisogno di tempo per essere addestrate e preparate. Intanto nel corso dell'inverno 191617 sui diversi fronti di battaglia si è diffusa una grande stanchezza, che porta a continui
scioperi ed ammutinamenti. La crisi più grave è quella che investe la Russia dove, a
conclusione di due rivoluzioni, viene proclamata la costituzione di una Repubblica
socialista e viene firmato un trattato di pace con la Germania, siglato a Brest-Litovsk il 3
marzo 1918.
Il crollo del fronte russo permette all'esercito tedesco di spostare una parte delle truppe
verso il fronte occidentale; al tempo stesso gli austro-ungarici, supportati dai tedeschi,
tentano un affondamento definitivo sul fronte italiano nei pressi di Caporetto: le truppe
italiane non reggono e gli austro-tedeschi avanzano per decine di chilometri, occupando
gran parte del Veneto, finché l'esercito italiano non riesce a riorganizzarsi sul fiume Piave
(24 ottobre 1917). Successivamente alla disfatta di Caporetto il generale Cadorna viene
sostituito dal generale Armando Diaz, il quale si occupa da subito di costruire un buon
sistema di propaganda e di migliorare le condizioni dei soldati al fronte. Intanto il governo
Boselli è sostituito dal nuovo governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando.
Nella primavera del 1918 gli austro-tedeschi cercano di chiudere la partita: l'esercito
tedesco mette in atto una grande offensiva contro il fronte francese, riuscendo a spingersi
quasi fino a Parigi; contemporaneamente le forze austro-tedesche tentano un'offensiva
contro la linea del Piave. Nonostante gli Imperi centrali siano ad un passo dalla vittoria, sia
il fronte italiano che quello francese reggono. Intanto stanno arrivando i soldati
statunitensi: è un aiuto decisivo, poiché permette un ricambio delle truppe, profondamente
logorate. E così, nell'agosto del 1918, le forze anglo-franco-statunitensi lanciano una
grande controffensiva sul fronte occidentale, che prevede l'impiego dei primi carrarmati: i
tedeschi sono costretti ad arretrare e, nel settembre del 1918, la Germania avvia le
trattative per l'armistizio. Poco più tardi anche l'esercito italiano fa partire un'offensiva che
travolge completamente gli austro-tedeschi, sconfitti nella battaglia di Vittorio Veneto (2430 ottobre 1918). Sbaragliato il fronte, i soldati italiani riescono ad avanzare spingendosi
ben oltre le linee precedenti alla disfatta di Caporetto. Di fronte al tracollo del proprio
esercito l'Austria decide di chiedere l'armistizio, che viene firmato il 3 novembre 1918.
Sul fronte occidentale le trattative per un armistizio si sono arenate, ma le notizie che
arrivano dagli altri fronti provocano una devastante crisi politica interna alla Germania: il 9
novembre 1918 scoppia Berlino una rivoluzione durante la quale l'imperatore Guglielmo II
è costretto a fuggire, mentre viene proclamata la Repubblica. L'11 novembre 1918 il nuovo
governo tedesco firma l'armistizio con le forze dell'Intesa. È la fine della guerra.


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