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Indice e Premessa .pdf



Nome del file originale: Indice e Premessa.pdf
Titolo: innovazione_b4_intro
Autore: xxxx xxxx

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Alessandro Mongili

Topologie postcoloniali
Innovazione e modernizzazione in Sardegna

Condaghes

Immagine di copertina di Antonio Martire.

Collana “Quaderni”

Alessandro Mongili
Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna
ISBN 978-88-7356-257-3
© 2015 Condaghes – Tutti i diritti riservati
Condaghes S.r.l. – via Sant’Eulalia, 52 – I-09124 Cagliari (CA)
telefono e fax: + 39 070 659 542 – e-mail: info@condaghes.it
www.condaghes.it

Indice
I PARTE – STS, Postcolonial Studies e Modernizzazione

pag. 9

Premessa

“ 11

1. Innovazione e dominio
1.1 Subalternità e quadri interpretativi subalterni
1.2 Indicibile è il sardo

“ 19
“ 19
“ 25

2. Gli STS. Un approccio laico allo studio della tecnoscienza
2.1 La svolta degli STS
2.2 L’ibrido sociotecnico e la separazione fra tecnica,
scienza e società
2.3 Gli STS e gli altri approcci
2.3.1 La tecnica, un fenomeno “autonomo”?
2.3.2 Storie tecniche
2.3.3 Società e tecnica, due mondi separati?
2.3.4 Economie dell’innovazione
2.3.5 L’azione con strumenti

“ 35
“ 35

3. Postcolonial Sardinia
3.1 Provincializzare la Terramanna. Il programma postcoloniale
nelle scienze sociali contemporanee
3.2 Sardegna come colonia?
3.3 Modernizzare e sviluppare, un progetto condiviso

“ 75

“ 48
“ 57
“ 57
“ 59
“ 60
“ 65
“ 70

“ 75
“ 86
“ 100

4. Sviluppo, innovazione e modernizzazione
4.1 Politiche della scienza e innovazione
4.2 Una genealogia: l’ideologia dello sviluppo
4.3 Il modello lineare dell’innovazione
4.4 Per una comprensione ecologica e simmetrica
del processo innovativo
4.5 Le asimmetrie della modernità
4.6 La modernizzazione

“ 103
“ 104
“ 109
“ 113

5. Mondi post, informatica ed esclusione
5.1 Spiegare l’esclusione

“ 145
“ 145

“ 119
“ 127
“ 132

5.2 La negazione della diversità linguistica e la creazione dei mostri
5.3 Il razzismo, un esito necessario
5.4 Che cos’è innovativo nel mondo digitale?
5.5 Mondi arretrati e expertise impropria

“ 151
“ 156
“ 162
“ 169

II PARTE – Innovare in Sardegna

“ 177

6. Sentirsi negate. Per finirla con il digital divide
6.1 Di fronte all’informatica
6.2 “Il lavoro passa per il computer”: le ambientazioni tecnologiche
delle attività ordinarie
6.3 L’apprendimento
6.4 Paura e altre emozioni
6.5 Non divario, ma emarginazione digitale

“ 179
“ 182
“ 189
“ 194
“ 208
“ 212

7. Il pane tradizionale rilaboratorizzato
7.1 Laboratori, pane, identità: innovazione e tradizione in Sardegna
7.2 La standardizzazione delle madrighes e la produzione dello starter
7.3 La vita del modditzosu fra i microbiologi
7.4 L’assenza dei panettieri
7.5 Laboratorizzazione, tipicità ricombinanti, gerarchie sociali

“ 215
“ 216
“ 218
“ 225
“ 230
“ 235

8. Lo conosco ma non lo parlo. La visibilità sociale
delle competenze linguistiche in Sardegna
8.1 Competenze molto diffuse
8.2 L’esclusione dallo spazio pubblico
8.3 Riconoscimento e identità

“ 241
“ 243
“ 253
“ 257

9. I problemi della standardizzazione del sardo
9.1 Un attore dimenticato: la lingua
9.2 Standardizzazione e movimento linguistico

“ 265
“ 272
“ 274

10. Modelli di innovazione e politiche dell’innovazione.
Il caso del Parco scientifico e tecnologico della Sardegna
10.1 Il modello lineare e le politiche
dell’innovazione tecnologica in Sardegna
10.2 Approcci non lineari allo studio
dell’innovazione e reti tecno-economiche

“ 283
“ 286
“ 295

Ringraziamenti

“ 302

Bibliografia

“ 303

I PARTE

STS, POSTCOLONIAL STUDIES
E MODERNIZZAZIONE

Premessa

Lo “stato di eccezione” in cui viviamo è la regola.
Walter Benjamin
Il mio argomento... . che le metafisiche one-World siano catastrofiche nelle
relazioni post-coloniali. Riducono le differenze. Eliminano il reale dalle
realtà non-dominanti. Riducono gli altri mondi a credenze, mere credenze, di
gente che, invece, è più o meno come te, o me.
John Law
Bisogna ripeterle, invece, bisogna che lo sentiate fino alla nausea
Antonio Gramsci, Discorso sulla questione meridionale
alla Camera dei deputati, 16 maggio 1925
Studiare l’innovazione e i processi sociotecnici significa studiare fenomeni che
sono unici, sia per il loro compimento che per il contesto in cui si trovano e
per le risorse e gli elementi che mobilitano al loro interno, che trasformano, e
che performano. Studiare l’innovazione in Sardegna non è dunque diverso da
studiare l’innovazione in altri luoghi, sotto molti aspetti, ma è unico, perché
richiede uno sforzo particolare per comprendere fenomeni sì globali, ma locali
in ognuno dei loro punti, e dunque anche nei luoghi e nei tempi in cui un
sociologo è andato a studiarli. Si tratta di fenomeni situati.
Questo lavoro è nato proprio dalla ricerca di migliori spiegazioni per alcuni
casi di innovazione da me studiati in Sardegna negli ultimi anni, che qui ritematizzo, e affronto sotto nuovi punti di vista. Affrontati in un primo momento con
gli strumenti classici degli Science and Technology Studies (STS), tutti questi casi
si sono rivelati sfuggenti, in relazione soprattutto al problema del potere, della
disuguaglianza, dell’esclusione, della cornice politica, e ai problemi di legittimazione della competenza, cioè di chi può farsi portavoce dei fatti (Latour 1991).

12

Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

Da questa ricerca è nato l’incontro con altri approcci che potessero offrire
risorse interpretative, quadri analitici o semplicemente che potessero arricchire
le descrizioni e le analisi dei casi studiati. Cercavo risposte rispetto alla costante
presenza dell’esclusione di gruppi definiti arretrati, e alla loro assegnazione,
all’interno dei processi di innovazione, di ruoli subalterni che spesso venivano
fatti propri dagli esclusi e interpretati come parte della loro identità. Questo
mi ha portato a prestare attenzione sia alle dinamiche storiche proprie della
Sardegna, che all’esistenza di fenomeni simili altrove.
In modo particolare, il mio incontro con gli Studi culturali e, in seguito,
con i Postcolonial studies, ha influenzato questo lavoro. Sono arrivato ai Postcolonial soprattutto attraverso le analisi di Sandra Harding (2011) e di altri
studiosi e studiose che hanno lavorato al confine fra gli STS e questo tipo di
approcci, una letteratura che ha avuto scarsissimo rilievo in Italia, e quindi
in Sardegna, per ragioni comprensibili, ma per ora lontane dal mio interesse.
Per questa ragione in questo lavoro ho deciso di ripartire dai casi stessi, e di
utilizzare i riferimenti teorici in base alla presenza al loro interno della necessità
di ricorrervi. In particolare, l’utilità dei Postcolonial studies è stata grande nell’aiutarmi a riflettere su temi quali la subalternità, le politiche dell’innovazione
come esempio di processo di modernizzazione, e dunque la “modernità”, così
come vengono attualizzate nei processi di innovazione studiati.
Questa scelta si inscrive nel dibattito internazionale su questi temi, piuttosto che nel dibattito italiano. La mia generazione si è trovata di fronte all’adesione generale delle scienze sociali italiane alla teoria della modernizzazione,
a un funzionalismo spesso inespresso ma sempre presente nei suoi concetti
chiave, e al sostanziale disinteresse per la Sardegna, per il Sud e per le realtà
classificate come in ritardo, non sviluppate, dominate da atavismi o, genericamente, “arretrate”. È un approccio che non ho giudicato utile riproporre
perché, come mostrerò, è sterile o residuale nel fornire analisi e spesso anche
descrizioni. Gramsci, con il suo sguardo che parte da un vissuto preciso ma
ha il mondo intero come orizzonte, mi è stato di conforto in questa scelta,
nonostante l’immensa distanza fra questo contributo e la sua opera.
Questo lavoro è costruito intorno a due poli essenziali. La prima parte è
dedicata all’introduzione ragionata ai diversi approcci utilizzati e ai loro legami
con i casi di innovazione presentanti nella seconda parte, mentre la seconda
parte consiste in una serie di analisi di casi di studio relativi a processi etichettati
come “innovazione”. Nel primo capitolo si affronta il problema della subalternità e del dominio come caratteri decisivi nei processi sociotecnici in luoghi

Premessa

13

etichettati come “arretrati”. Nel secondo capitolo è presentato l’approccio STS
nei suoi caratteri principali e nei suoi rapporti con altri approcci utilizzati nello
studio dell’innovazione. In seguito, si introducono alcuni concetti fondamentali
e si introduce l’approccio degli studi postcoloniali, e si giustifica l’uso di queste
categorie per i casi analizzati. In particolare, si definisce il legame fra le politiche
dell’innovazione, il processo di modernizzazione e le politiche di sviluppo che
hanno avuto luogo in Sardegna. Il quarto capitolo è dedicato interamente a un
approfondimento del legame esistente fra innovazione, modernizzazione e sviluppo attraverso l’analisi delle politiche dell’innovazione e del loro riferimento
al modello lineare di innovazione, al dibattito in ambito STS e più generale al
concetto di modernità e ai processi e alle teorie della modernizzazione presenti
in ambito sociologico. Infine, nel quinto capitolo, vengono analizzati alcuni
esiti della modernizzazione e delle politiche di sviluppo e di innovazione, cioè
la creazione di orfani e di mostri, le esclusioni multiple e inoltre la crisi dell’expertise e i mutamenti condizionati dalla trasformazione della tecnoscienza a
seguito della rivoluzione digitale.
Nonostante questo interesse per il quadro generale, che è legato anche
all’uso didattico del libro, esso è costruito intorno al mio lavoro di ricerca. Il mio
interesse è che tutte le considerazioni generali siano fondate sul lavoro empirico
e da esso traggano forza e direzione. Questa non è una storia delle idee relative
alla modernizzazione e all’innovazione, né tantomeno si tratta di un intervento
legato alla storia della modernizzazione in Sardegna nel suo complesso. Si tratta
di un libro che vuole essere e restare un lavoro sociologico, nella convinzione
dell’importanza e della prevalenza di un approccio simile rispetto agli altri, e
della necessità e della forza del lavoro empirico, nonostante i limiti di ogni
ricerca sul campo. I casi di innovazione che sono riproposti nella seconda parte
comprendono quindi una serie di processi fra di loro diversi ma accomunati
dallo svolgersi in Sardegna, in un luogo etichettato come “arretrato”. Non tutti
i casi di innovazione da me studiati in Sardegna sono stati compresi in questo
libro. Alcuni casi di progettazione in informatica, pubblicati altrove (Mongili
2012; idem 2014), non richiedono risorse interpretative tratte dal postcolonial
per essere descritti e spiegati. Potrebbero svilupparsi in qualsiasi spazio e presentare, in via generale, percorsi analoghi. Per questa ragione, il titolo del libro
richiama topologie e non geografie di innovazione, in base a una suggestione
che mi proviene dal lavoro di Leigh Star e Geoffrey Bowker (1999, 191). Non
si sono accettate qui classificazioni e incardinamenti territoriali, che possano in
qualche modo suggerire spiegazioni riduttive o meccaniche a partire da meri

14

Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

dati territoriali. Nelle scienze matematiche, per topologia e spazio topologico
si intende un approccio allo spazio in cui la vicinanza, la prossimità, è meno
importante delle forme che le relazioni fra le entità coinvolte assumono. Queste
ultime sono al centro della riflessione topologica, più che il loro appartenere
a un territorio, e quindi la loro distanza. La mia ipotesi è che la subalternità
sia un elemento topologicamente importante nelle relazioni, spesso deterritorializzate, che caratterizzano l’innovazione, e che lo siano in particolare in
luoghi detti arretrati. Nei casi qui illustrati, l’essere sardo non corrisponde a
un dato territoriale, ma al fatto che nei processi interessati l’elemento sardo sia
subalterno e attualizzato come tale all’interno delle relazioni. In questo senso,
credo che questa analisi possa avere un’utilità anche in processi localizzati in
altri luoghi, ma che presentino questo tipo di relazione e siano, in questo senso,
omeomorfi rispetto ai casi da me studiati in Sardegna.
Il primo caso riguarda una ricerca svolta fra il 2005 e il 2006 su gruppi
di donne della Sardegna settentrionale1. Si trattava di donne che avevano seguito
corsi di alfabetizzazione informatica standardizzati. Si tratta di un caso in cui
l’esclusione strutturale dai dispositivi digitali e informatici è stata messa in atto
in relazione diretta al genere di appartenenza ma anche in relazione al carattere
periferico e sardo, dunque “arretrato”, dei luoghi. Le competenze già possedute
sono state escluse dal processo di apprendimento standardizzato, che in qualche
misura dava per scontata l’arretratezza dei partecipanti e la loro impossibilità
a occupare posizioni non subalterne all’interno dei dispositivi. La ricerca è stata
condotta su diversi gruppi di donne: studentesse liceali, studentesse universitarie, impiegate provinciali e impiegate comunali. Sono state svolte interviste
e in ognuno dei casi un focus group. In questa ricerca sono apparsi elementi
importanti di interiorizzazione di immagine esterne di subalternità e di arretratezza, e di formazione e performatività di identità subalterne.
Il secondo caso riguarda una ricerca svolta a più fasi su un caso di innovazione nella produzione alimentare “tipica”. Si è trattato di seguire un gruppo di
microbiologi nelle loro sperimentazioni relative alla riproduzione in laboratorio
di lieviti-madre utili per la produzione industriale di pani tradizionali sardi.
L’ambito è quindi quello dell’innovazione della “tradizione”, sviluppata attraverso una rilaboratorizzazione dei lieviti madre. In questa ricerca la performance
dei saperi tradizionali come “arretrati”, “sbagliati” e nocivi all’innovazione è stata
1) Un report della ricerca è stato pubblicato da me assieme a C. Casula nel 2006 (Donne al
computer, Cagliari: CUEC).

Premessa

15

descritta a più riprese, così come l’esclusione dal processo dei portatori di quei
saperi, in particolare i panettieri e i detentori di paste acide tradizionali, usati
solo come materiale antropologico ma esclusi dal processo innovativo messo in
atto in base alle cornici previste dalle “politiche dell’innovazione” che regolano
l’accesso ai finanziamenti. Sul piano metodologico, la ricerca è stata condotta,
grazie anche alla collaborazione di Gabriele Pinna, utilizzando in modo diffuso
l’osservazione diretta di pratiche (scuole di panificazione, test e presentazioni
degli esiti delle ricerche) e con una serie di interviste non strutturate che hanno
raggiunto diversi attori di quel processo.
Il terzo caso riguarda un processo di innovazione sociale con un’elevata
densità tecnologica e in particolar modo informatica, cioè la standardizzazione
della lingua sarda, un processo per certi versi antichissimo2, ma che a partire da2) I primi documenti del sardo risalgono al X-XI secolo. Si tratta di atti ufficiali e di governo,
spesso scritti utilizzando i caratteri greci. Nel periodo giudicale, e in tutti i Regni giudicali, il
sardo fu la lingua d’uso ufficiale, e in questa lingua ci rimangono documenti (cartas bulladas)
cronache (condaghes), testi legislativi (fra cui gli Istatutos del Comune di Thàthari/Sassari e la
Carta de logu della giudicessa Alionori de Arbarée, rimasta in vigore sino all’introduzione del
Codice civile nel XIX secolo), epigrafi, e altri documenti scampati alla damnatio memoriae
imposta a seguito della guerra di conquista catalano-aragonese (1325-1410). Dal 1410, con la
perdita dell’indipendenza, il sardo, dopo quattro secoli di uso ufficiale (sostituito in questo dal
catalano e, con il regno di Filippo II, dal castigliano negli atti ufficiali e come lingua di insegnamento), è stato sempre relegato in una funzione subalterna, ma è rimasto la lingua parlata
dalla totalità o quasi degli abitanti, almeno sino alla scolarizzazione di massa del XX secolo, e
con l’esclusione di significative comunità alloglotte di espressione catalana, sardo-còrsa e, più
recentemente, italiana (ligure, veneto-giuliana e veneta). I maggiori tentativi di “illustrazione”
e di standardizzazione sono iniziati nel XVI nel circolo umanistico creatosi a Thàthari/Sassari
intorno a Giròmine Araolla, e sono proseguiti nel XVII nell’opera di Johan Mattheu Garipa.
Successivamente all’introduzione della lingua italiana per decreto (il Regio biglietto del 25
luglio 1760) vi furono tentativi concorrenti a suo favore, in ambiente gesuita e negli anni che
precedettero la Sarda rivoluzione (1794-1796). Nel periodo successivo alla Perfetta Fusione con
gli Stati di Terraferma (1847) comparvero le prime opere di sistematizzazione scientifica, che
culminarono nel riconoscimento accademico (1905) del sistema linguistico sardo come diverso
da quello italiano. Nella prima metà del XX secolo vi fu infine l’intervento della linguistica
storica tedesca e l’opera di Max Leopold Wagner, che diede una definitiva legittimazione al sardo
come lingua. Uno dei primi atti della Regione autonoma, istituita nel 1948, fu la creazione di
cattedre di linguistica sarda nelle due Università. Nel 1978 una Legge di iniziativa popolare
per il bilinguismo raccolse migliaia di firme ma non diede alcun esito politico, grazie anche
all’ostilità della sinistra “modernizzatrice”, in particolar modo del PCI. Nel 1997 la Regione
sarda approvò la prima Legge di tutela, cui seguì l’ambigua legge italiana n. 482 del 1999, in
applicazione minimale e in larga misura cerimoniale dell’art. 6 della Costituzione, a seguito
anche della spinta prodotta dall’approvazione della Carta europea delle lingue (1992). Una

16

Topologie postcoloniali. Innovazione e modernizzazione in Sardegna

gli anni ’90 del secolo scorso ha assunto un’importanza rilevante e ha coinvolto
uno spettro amplissimo di attori sociali e di altre entità eterogenee, soprattutto
politiche, scientifiche e tecnologiche. L’interesse in questo contesto è rappresentato soprattutto dal fatto che si tratti di un processo estraneo alle politiche
dell’innovazione, che viene dal basso, soprattutto nella sua fase iniziale e nel
costituirsi di pratiche di standardizzazione e d’uso di questa lingua all’interno
del mondo digitale. Un caso di cambiamento sociale e tecnoscientifico che ha
messo in discussione i paradigmi della linguistica (e di altre scienze sociali)
praticata localmente e che ha usato e forgiato dispositivi tecnologici. Infatti,
in questo caso, l’informatica ha assunto un ruolo centrale per svilupparne
l’uso scritto, soprattutto a partire dallo sviluppo dei social network, e ha avuto
un ruolo esteso nella definizione di strumenti come i correttori ortografici e
dizionari o repertori online, che si configurano come instrastrutture dell’informazione rispetto alla pratica della lingua scritta online e di una lunga “guerra
di posizione” mossa da un insieme composito di attori verso la tradizione
linguistica che condannava questa lingua all’irrilevanza o alla morte, in nome
della “modernità”. Tuttavia, questo caso è stato da me indagato sinora in forme
incomplete sul profilo del suo carattere sociotecnico. Infatti, i testi qui compresi
riguardano un’analisi dei dati compresi nell’indagine sociolinguistica del 2006
e dei suoi esiti (Oppo 2013) e una riflessione sul processo di standardizzazione
in cui vengono posti i problemi legati al ruolo dell’informatica al suo interno,
sulla base della documentazione sinora disponibile.
Infine, l’ultimo studio riguarda la cornice politica in cui si fa innovazione
in Sardegna. Una cornice politica decisiva in quanto inscrive le politiche dell’innovazione in una lunga tradizione di politiche di sviluppo che risalgano alle
politiche di “rifiorimento” piemontesi del XVIII secolo, di matrice fisiocratica
(Sotgiu 1985). Il saggio non ha natura storica, ma parte dall’analisi del caso del
Parco scientifico e tecnologico della Sardegna, ed è stato condotto al termine
legge che non assicura alcun diritto di parità ai sardofoni e agli altri alloglotti d’Italia, con
l’esclusione dei gruppi privilegiati dalla tutela offerta loro da Trattati internazionali. Nel 1999
l’Università di Colonia lanciò la prima Lista di discussione in sardo (oggi residente presso la
Freie Universität di Berlino), la cosiddetta Lista di Colonia, che diede inizio alla vita digitale
del sardo e insieme a un’esplosione di pratiche e di discussioni in rete. Nel 2006 la Regione
adottò ufficialmente uno standard comune grafico in uscita (limba sarda comuna, LSC) e
commissionò la prima survey sociolinguistica, che evidenziò una larga diffusione del sardo
come competenza dei cittadini, ma anche una sua fortissima regressione, l’invisibilità pubblica
e una forte stigmatizzazione dei parlanti. Nel 2015 il social network Facebook ha riconosciuto il
sardo come lingua utilizzabile per la propria interfaccia (cfr. Bolognesi 2013; Corongiu 2013).

Premessa

17

degli anni Novanta, anche se in occasione di questa sua ripubblicazione è stato
riscritto. Si tratta di un lavoro che ha un forte legame con la riflessione contenuta in questo libro, in quanto l’analisi di questo caso conduce alla riflessione
sull’importanza dei modelli di innovazione adottati in Sardegna e nel mondo
dalle autorità politiche, sul loro legame con il modello lineare di innovazione del
quale qui si tratterà diffusamente, e sulla particolare direzione che l’applicazione di un modello politico di innovazione simile assume in luoghi e rispetto a
gruppi che sono definiti arretrati e spesso sono performati arretrati nel corso
di processi di innovazione troppo rigidamente incardinati nel modello lineare.
In questo libro ho cercato di analizzare l’innovazione tenendo a mente
l’indicazione metodologica di Charles Wright Mills sul vero compito dell’analisi sociologica, cioè “di andar oltre una mera enumerazione di tutti i fatti che
possono essere coinvolti, concepibilmente, e pesare ciascuno di essi in modo da
comprendere come si incastrino fra di loro, come formino un modello, e che
cosa si cerca di comprendere” (Wright Mills 1956, 245). Partendo proprio da
queste indicazioni ho ritenuto che l’esclusione e l’attualizzazione della subalternità costituiscano un punto nodale dei processi di “innovazione” analizzati.

1. Innovazione e dominio

1.1 Subalternità e quadri interpretativi della subalternità
Nelle idee di modernità e di modernizzazione (capp. 3-4, in questo volume) esiste un punto di appoggio importante che non si usa discutere. Questo
fondamento, su cui ogni teoria della modernizzazione è costruita, riguarda il
modo di osservare il legame fra la scienza e il progresso sociale, e ha origine
nell’Illuminismo (Harding 2011, 2). Il legame esiste, ma non è necessariamente causale o consecutivo, e non si propone sempre allo stesso modo in realtà
diverse. Insomma, la scienza si presenta come un fenomeno universale ma il
suo sviluppo, una volta che si è iniziato a studiarlo empiricamente, è apparso
condizionato da processi locali di negoziazione e inserito in relazioni istituzionali, infrastrutturali e materiali preesistenti (Timmermans e Berg 1997, 275;
Pellegrino 2014, 40). La scienza e la tecnoscienza sono apparsi come fenomeni
situati, locali. Tuttavia, queste acquisizioni empiriche sono spesso ignorate, e
nel discorso pubblico domina l’idea che la scienza e la tecnologia si sviluppino
ovunque in modo unitario e abbiano valenza, come si dice, universale. Questo
porta a considerare il mondo come una realtà unica, o tendenzialmente unica,
in cui le pratiche e i processi che producono unicità assorbono o oscurano quelle
che invece producono alterità e un mondo che rimane ancora oggi multiplo e
differenziato, e raramente integrato. La realtà dell’uniformizzazione di molte
pratiche, del loro omeomorfismo topologico, è generalizzata e scambiata per un
destino certo, che prima o poi assorbirà e renderà vana ogni diversità. Questo è
sostenuto dall’idea ricorrente che il mondo esista al di fuori delle persone e delle
cose che lo fanno vivere, un’idea che trova molte difficoltà a essere verificata
(Lin e Law 2013, 3-12; Law 2011, 1-4). Negli STS (Science and Technology
Studies, cfr. cap. 2, in questo volume) la molteplicità del mondo non sempre è
considerata in modo conseguente, nonostante si riconosca il fatto che la realtà
appaia solo nel corso dell’esperimento scientifico, che la stessa conoscenza
sia espressione di quelle pratiche, della negoziazione dei loro risultati e delle


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