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Spazi altri confine .pdf


Nome del file originale: Spazi altri- confine.pdf
Autore: Giaggiu

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Luoghi di confine – la spettacolarizzazione dell’arrivo
Il porto, il luogo di passaggio, partenza e arrivo per eccellenza, è negli ultimi tempi
diventato teatro di approdo di imbarcazioni e navi impegnate in operazioni di salvataggio e
assistenza di chi, come molti negli ultimi tempi, ha deciso di fuggire da condizioni estreme
di povertà o guerra per cercare un futuro – chissà - migliore. Eritrea, Siria, Guinea Bissau,
Ghana, sono solo alcuni dei Paesi di provenienza delle migliaia di migranti sbarcati al
porto di Cagliari nell’ultimo anno. Raccontati dalla stampa, ma decisamente in ombra
nell’opinione pubblica tanto da non destare particolari rumours o indiscrezioni nel centro
cittadino. Né tantomeno una grande mobilità solidale, portata effettivamente avanti da
volontari ed organizzazioni come la Caritas e, ovviamente, la ASL e la Marina Militare.
“Esistono luoghi dove il trattamento dei corpi dei migranti contribuisce alla produzione di
uno specifico immaginario che essenzializza la figura sociale del clandestino. Penso ad
esempio ad istituzioni totali come i centri i centri di detenzione amministrativa, dove le
pratiche di sottrazione allo sguardo esterno e di identificazione dei migranti sembrano
suggerire l’idea di un pericolo arginato, di una presa sicura che lo stato esercita su quelle
personalità indistinte che minacciano da fuori l’ordine sociale. Ma penso soprattutto ai
luoghi dov’è messo in scena quello che l’antropologo Statunitense De Genova chiama “lo
spettacolo del confine” (De Genova 2005). La naturalizzazione della clandestinità, che la
rappresentazione di un confine violato produce, finisce per incunearsi in una zona del
senso comune ben più profonda rispetto agli spazi di contrapposizione discorsiva dove si
confrontano posizioni pro o contro l’immigrazione.(…) Anche se la mancanza di documenti
non coincide con le modalità di ingresso, tantomeno via mare, la narrazione mediatica
della clandestinità, almeno in Europa ha a che fare con il Mediterraneo. In generale si
tratta di narrazioni appiattite di corpi che valicano i confini statuali (spesso in condizioni di
stremo pericolo) e sono intercettati dai dispositivi elaborati ad hoc con la missione di
combattere le “migrazioni illegali”. Come è noto, nel caso italiano lo “spettacolo del
confine” ha avuto il suo palcoscenico ventennale a Lampedusa” (Gatta 2013) . Come si è
potuto apprendere dai media, ma anche osservare con i nostri stessi occhi, anche la città di
Cagliari ha affrontato negli ultimi tempi la “situazione migranti”, cercando di far fronte ai
diversi sbarchi avvenuto in tutto il corso del 2015. Come per la totalità del fenomeno
migratorio, la consistenza numerica degli sbarchi è inferiore a quella riscontrata in altre
realtà italiane, ma sempre di rilievo e impatto, soprattutto per la popolazione sarda.
“Se ufficialmente le migrazioni non autorizzate sono invisibili, lo spettacolo del confine
rende visibili le pratiche clandestine. I clandestini è possibile scorgerli al momento dello
sbarco, piegati in due nelle campagne, seduti agli angoli delle piazze, finanche nelle nostre
case, ma scompaiono dagli spazi pubblici riconosciuti, dai luoghi di elaborazione delle
opinioni, del consenso e delle decisioni. Essi sono presenti nei discorsi quanto intangibili.
La condizione di clandestinità sottopone a un gioco sottile di visibilità/invisibilità i
migranti, che a loro volta esercitano creativamente e spesso drammaticamente la loro
capacità di agire. Visibili come figure sociali stereotipate, e spesso biasimate perché
eccessivamente presenti, le persone associate alla clandestinità diventano quindi invisibili
negli spazi dove si forma la sfera pubblica. (Gatta 2013)”

Come possiamo definire allora lo spazio della Fiera di Cagliari, che accoglie centinaia di
migranti in strutture improvvisate, per un lasso di tempo indefinito? E il porto, che per
poche ore si trasforma in primo approdo per donne, uomini e bambini che ce l’hanno
fatta? Il senso del luogo non può che essere strettamente legato al suo significato sociale,
momentaneo o duraturo, andando a determinare uno specifico uso –singolo o tra i tanti –
nella memoria collettiva. Uno spazio che viene a configurarsi come “momentaneo e di
passaggio”, come d’altronde, lo è la condizione di chi è migrante.


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