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Primo capitolo .pdf



Nome del file originale: Primo capitolo.pdf
Autore: Benedetta Arpino

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CAPITOLO 1

“Perché deve essere tutto così complicato?!”
Il pensiero. Che cos’è il pensiero? Potrei stare qui ore e ore per citare un’infinità di persone che hanno
cercato di dare una risposta definitiva a questa domanda, che hanno cercato di capire e di far capire cosa
sia questa strana attività prodotta dalla nostra mente che ci rende così diversi dagli altri esseri viventi.
Non lo farò.
Non lo farò per un semplice motivo: questa domanda non ha una risposta… o meglio, ne ha una diversa per
ognuno di noi ed è impossibile dire quali siano giuste e quali sbagliate. Probabilmente sono tutte sia vere
che false.
Si potrebbe dire che il pensiero è semplicemente ciò che ci differenzia veramente e significativamente gli
uni dagli altri, né più né meno. Messo sotto questo punto di vista lo adoro, adoro che esista una cosa così
complessa e misteriosa da poter essere spiegata solo in modo personale, ma al tempo stesso lo odio.
La verità è che non si può mai smettere di pensare e per me questa è una condanna.
Perché? Non riesco a controllare i miei pensieri. Prendono il sopravvento su di me, sulle mie azioni,
condizionano la mia vita…. e questo non so spiegarmelo. È così. Sempre!
Solitamente le persone usano i propri pensieri per costruirsi una realtà interamente loro dove rifugiarsi nei
momenti difficili, io non riesco a farlo. Per gli altri la mente è una sorta di mondo nel quale poter fuggire,
per me è una vera e propria prigione.
Lo so che sono così, conosco il mio carattere e le mie debolezze, ma avere questa consapevolezza non mi
aiuta, non rende le cose migliori e non è facile, non è affatto facile sapere di essere in un certo senso
vittima di me stesso. L’unico lato positivo è che ci sono alcuni momenti della giornata in cui riesco non a
dominare, ma a distrarre i miei pensieri, però si sa che per alcune persone la felicità non è che un momento
di sollievo fra tanti di tristezza e infatti, puntuale come sempre, arriva il momento più difficile: la notte.
Si dice che la notte sia silenziosa e che nel suo silenzio si nascondano i sogni. Bene, per me questa frase è
completamente (o quasi) sbagliata. La notte avvolge tutto e tutti nel silenzio, un silenzio palpabile dove non
corrono soltanto i sogni, ma anche i timori, le incertezze e le paure della gente. Quando tutto tace sono i
pensieri a far rumore, un rumore più forte di quanto possiamo sopportare.
Restare immobile, nel letto, con quell’oscurità impenetrabile e quel silenzio così opprimente è davvero
straziante. Non ci riesco, non so rimanere fermo in un oblio di cui mi sento parte. Inizio ad agitarmi con una
strana sensazione che parte dalla bocca delle stomaco fino a riempire tutta la pancia e mi lascia la gola
completamente secca, vorrei alzarmi e iniziare a correre, correre senza mai fermarmi o voltarmi indietro,
correre per scappare da ogni cosa, per cercare di smettere di pensare.
Poi, quando finalmente sembra io stia per crollare vinto dalla stanchezza, ritornano tutte le insicurezze e le
preoccupazioni, sembra quasi prendano forma tra le ombre della mia stanza ed ecco, ricomincia
inarrestabile il flusso di pensieri che porta al mio problema più grande, la domanda che mi perseguita da
tempo ed è ormai un insopportabile chiodo fisso:
“Perché deve essere tutto così complicato?!”.
Alla fine il problema è tutto qui, non so rispondere a questo interrogativo. Per me sarebbe tutto semplice,
molto semplice, ma per gli altri pare non sia affatto così e di questo me ne accorgo osservando le persone
che mi stanno più vicino. I miei genitori, mia sorella, i miei amici, immaginano problemi dove non ci sono, si
preoccupano per le minime cose, complicano inutilmente le loro vite. Con questo comportamento non
fanno altro che distruggere le poche certezze che mi rimangono e allora ecco che compaiono nuove
domande nella mia mente. Forse sono io che vedo tutto troppo facile, forse non sono gli altri a crearsi
problemi, ma sono io che evito i miei… forse sono sbagliato.
Essere sbagliato, che cosa triste da pensare di se stessi.
Non posso farci niente, basterebbe solo ragionare di meno per evitare questo, avrei bisogno di “staccare la
spina”, ma come ho già detto, per quanto mi impegni, non ci riesco. Spesso mi capita di passare intere notti

in bianco esattamente come questa, cercando continuamente di trovare una risposta sensata a quella
domanda. Alla fine l’unica cosa che arriva è il rumore della porta che si apre con un leggero scricchiolio,
seguito dalla voce di mia madre che mi sussurra affettuosamente all’orecchio <<Giacomo, vieni è ora,
sbrigati o farai tardi a scuola.>> ed esce dalla stanza per andare a prepararmi la colazione.
Finalmente! Levo le coperte e fuggo letteralmente dalla mia camera, non sarei riuscito a stare li dentro un
minuto di più. Mia madre è in cucina, mi aspetta con il solito bicchiere di succo all’ace e prepara le
monotone fette biscottate burro e marmellata. Ecco, lo sapevo, da oggi riparte la noiosa routine
scolastica.
Basta uscire tutto il giorno tutti i giorni, non si rientra più a che ora vogliamo, i genitori ricominciano con i
loro inutili discorsi sull’importanza dello studio… ma la cosa più odiosa è quando torni a casa dopo cinque
lunghissime ore di tortura e tuo padre esordisce con le solite, due, scontate, insopportabili domande:
“com’è andata oggi a scuola?”, “che avete fatto?”. Noi ovviamente rispondiamo con il consueto tono
esasperato “bene” e “niente”. Beh… che vi aspettate? Cosa vorreste sentirvi dire? Preferireste forse sapere
quello che pensiamo davvero di quel posto?! No, direi di no.
Non credo gradireste il resoconto completo di quanto sia noioso tutto quello che succede durante le ore
che siamo inchiodati a quei banchi, anche perché non lo so neanche io cosa facciamo di preciso. Per la
maggior parte del tempo me ne sto seduto, con la testa sulle braccia, cercando di raccogliere tutto quello
che posso dall’infinità di informazioni che quei poveracci senza vita sociale sparano quasi a caso e
trattenendomi dal gridare contro tutti loro di quanto stiano rendendo strazianti le mie mattine.
Eh si, perché in fondo la scuola questo è, un luogo triste e desolante, costruito per il puro scopo di rovinare
le giornate agli adolescenti e governato da persone crudeli che non vedono l’ora di giudicarti con un insulso
numero sul loro registro. Però, per quanto possa sembrare incredibile, una parte di me è in un certo senso
contenta per la fine delle vacanze invernali (chissà cosa direbbe Guido se lo sapesse). Mi mancano i miei
compagni di classe, loro sono davvero fantastici, riescono sempre a tirarmi su di morale; mi mancano le
risate, le battute stupide, le preghiere per non essere interrogato, le discussioni con i professori, le
conversazioni con i bidelli in corridoio… mi manca praticamente ogni cosa di quel posto eppure lo odio. Non
so, è una cosa un po’ strana da spiegare… come può mancarmi un luogo che credo di detestare così tanto?!
Finisco di mangiare e vado in bagno, i vestiti che avevo scelto ieri sera sono appoggiati su un mobile: jeans e
felpa, l’abbigliamento più azzeccato per questa triste mattina. Mi guardo allo specchio. La prima cosa che
noto sono gli occhi come sempre gonfi e rossi, credo sia più che normale visto che non sono riuscito a
dormire neanche stavolta. Mi preparo, saluto mia madre, inforco lo zaino ed ecco, sono pronto, è arrivato il
momento di tornare a studiare.
Anche se ho la bicicletta, il motorino, e ogni giorno qualche compagno di classe mi offre un passaggio, a
scuola vado a piedi. Tanto il mio è un paesino davvero piccolo, si può arrivare ovunque in poco tempo con
le proprie gambe e poi io adoro camminare, lo trovo davvero rilassante. È un semplice modo per essere in
contatto con un universo che possiamo percepire attraverso i nostri sensi.
Camminare riduce l’immensità del mondo e della mente alle dimensioni del corpo.
Mi piace osservare chi mi sta attorno durante il tragitto e immaginare la loro storia, il loro carattere, i loro
pensieri, guardarli negli occhi mi fa capire che non sono solo.
E poi a farmi compagnia ho la musica, ah… la musica! quella si che è una cosa davvero meravigliosa.
Ha più o meno lo stesso concetto dei pensieri: la musica è personale. Ogni rumore, suono, ritmo o
componimento suscita sensazioni differenti in ognuno di noi. Non esiste melodia bella o brutta, esistono
solo le emozioni che essa è in grado di far provare a una persona.
La gente non piange per una canzone, ma per quello che essa ricorda.
A volte penso che la musica sia come una fotografia, ti fa ricordare dei momenti della vita che vuoi
mantenere indelebili.
Attraverso lei riesco ad esprimere tutto ciò che con le mie parole credo di non riuscire a fare, per me è un
po’ come una migliore amica, riesce a consolarmi quando sono triste, a darmi coraggio, a tirarmi su di
morale, c’è sempre quando ho bisogno di qualcuno e a seconda del mio stato d’animo ascolto generi
diversi. Per esempio, credo che per accompagnare il ritorno a scuola siano perfette canzoni esplosive in
grado di suonare una vera e propria sveglia nella mia testa.
Cuffiette nelle orecchie che sparano un bel rock melodico e mi incammino, il vento fresco e pungente
dell’inverno è un vero e proprio balsamo per i miei occhi stanchi, passo dopo passo la mia mente è sempre

più lucida. Quando finalmente giro l’ultimo angolo e ho la prima vista della mia destinazione sono
completamente sveglio. Appena arrivo davanti all’edificio bianco e grigio a quattro piani che mi è tanto
familiare metto la mia canzone preferita per darmi la forza di salire quei dannati scalini. Il brano è di un
genere completamente diverso rispetto a ciò che ho ascoltato finora, è un testo tranquillo e rilassante, l’ho
sentito per la prima volta parecchi anni fa e da allora non sono più riuscito a togliermelo dalla testa, mi
sono rimaste impresse soprattutto quattro parole, quattro parole che compongono la frase più bella che
abbia mai sentito: “don’t worry, be happy”.
Quanto vorrei possedere questo concetto… non avere pensieri, fregarsene di tutto e tutti, riuscire a non
preoccuparmi e essere felice… sarebbe davvero magnifico.
Arrivo in cima alle scale, Guido mi aspetta davanti all’entrata, ha la classica faccia della persona che
preferirebbe trovarsi in qualunque altro posto della terra. Mentre viene verso di me tolgo le cuffie, la
musica viene sostituita dai saluti, dalle grida e dalle chiacchiere di tutti gli altri studenti.
<<Hai un aspetto davvero orribile!>> è il saluto che mi riserva oggi.
<<Sicuro non può essere peggiore del tuo…>>
Sorridiamo entrambi, mentre gli batto il cinque ci scambiamo lo sguardo rassegnato di due amici che sanno
quello che li aspetta e insieme entriamo a scuola.
<<Allora…>> esordisce Guido <<Secondo te come la stanno prendendo gli altri?>>
Ovviamente si riferisce al resto del gruppo.
<<Massimo e Edoardo saranno sicuramente disperati almeno quanto noi e Diego… beh, sarà
semplicemente Diego, no?>>
Mi guarda in modo strano.
<<Certo, tu sì che sei sempre molto chiaro…>>
<<Dai che hai capito su!>>
<<Sì sì ho capito. Forza, andiamo in…>>
La sua frase viene interrotta dalla campanella.
<<Ecco.>> riprende lui <<Devo dire che questo suono non mi mancava per niente. Sbrighiamoci, non ho
voglia di ascoltare le lamentele della prof sui ritardi.>>
La classe si trova al primo piano, quando entriamo i nostri compagni sono già ai loro posti, parlano tutti di
come siano andate le loro vacanze. La professoressa è in piedi davanti alla cattedra che tenta senza il
minimo successo di fare l’appello. Mentre veniamo salutati e abbracciati da tutti, io e Guido ci dirigiamo ai
due banchi in fondo all’aula davanti al termosifone, lanciamo contemporaneamente gli zaini per terra e ci
scaraventiamo sulle sedie. Non è cambiato assolutamente nulla in queste due settimane di vacanza. Mi
guardo intorno, ma non noto niente di diverso. Le solite quattro pareti bianche sono particolarizzate dalle
scritte dei centinaia di studenti che si sono seduti in quest’aula prima di noi, non capisco bene perché, ma
quei muri emanano uno strano senso di prigionia. Contribuiscono a creare questa sensazione anche le
tapparelle rotte e piene di polvere, non possono essere abbassate quindi le finestre sono oscurate da dei
miseri giornali di parecchi anni fa attaccati con dello scotch. Le luci difettose, che quando sono spente
mandano ogni tanto lampi accompagnati da uno snervante ticchettio, di certo non migliorano questo
simpatico quadretto. Nonostante tutte queste deprimenti caratteristiche in questa classe si respira un’aria
diversa quando ci siamo io e i miei compagni, non triste e sconsolata, ma allegra e serena.
Il luogo non conta nulla quando sei in compagnia delle persone a cui vuoi bene.
La voce della professoressa che chiama il mio nome e una botta sul braccio da parte di Guido mi riportano
alla realtà.
<<Allora, quante volte devo ripetervelo?! Quando chiamo il vostro nome durante l’appello dovete alzare la
mano e dire “presente”, non mi sembra poi tanto difficile!>>
<<Lo so scusi, non mi ero accorto che la lezione era iniziata…>>
Primo errore della giornata. Perché sono stato così stupido da rispondere in questo modo?! Ora mi mette
davanti…
<<Vedo che sei sempre il solito Giacomo, vieni a scuola solo per dormire! Ora ci penso io, forza! vieni al
primo banco!>>
Neanche l’avessi detto, ormai il danno è fatto.
<<Prof, non è colpa mia! È la scuola che è perfetta per dormire!>>
Risata generale.

<<Lo vedo che secondo te è così grazie! Ma io lavoro sai, non vengo mica a perdere tempo! E ora vieni
subito qui, non vorrai prendere una nota appena tornato dalle vacanze.>> indica con una mano il banco di
fronte a lei e si mette a fissarmi.
Ecco, lo sapevo che arrivava questa minaccia, ormai è troppo scontata. Passare la prima ora con gli occhi
dell’insegnante puntati addosso e ascoltando una marea di inutili chiacchiere sul diritto è veramente il
modo peggiore di iniziare la giornata, ma d’altra parte non è che abbia molte scelte. Mi alzo, agguanto lo
zaino, e dopo una pacca sulla spalla di Guido prendo posto dove mi è stato indicato.
Inizia la lezione. La professoressa cammina avanti e indietro tra i banchi con il libro sottobraccio ripetendo
per l’ennesima volta un noiosissimo discorso. Piano piano i sorrisi sui volti dei miei compagni vengono
sostituiti dalle tipiche espressioni di noia che solo la scuola è in grado di provocare, c’è chi scarabocchia sul
quaderno, chi gioca con il tappino della penna e chi guarda costantemente il cellulare. I più volenterosi
fissano l’insegnate con sguardo vacuo e la testa appoggiata sul palmo della mano tentando di memorizzare
tutto quello che possono dalle sue parole. Sinceramente io non provo neanche più a fingere di stare
attento in classe, non capisco bene perché, ma quando entro in questo posto la mia capacità di
concentrazione è veramente nulla. Mi distraggo per le minime cose, spesso parlo con Guido, a volte gioco
con il telefonino oppure guardo tutto il tempo fuori dalla finestra. Nelle rare occasioni in cui tento davvero
di ascoltare una lezione mi stufo quasi subito, esattamente come sta succedendo oggi con questa
noiosissima ora di diritto.
Fisso letteralmente l’orologio, i minuti passano con lentezza esasperante, è impossibile che sia inchiodato al
primo banco soltanto da dieci… quindici… venti minuti. Scivolo sempre più in basso nella sedia, vorrei solo
appoggiare la testa sulle braccia e chiudere gli occhi. Inizio ad agitarmi e a muovere i piedi nelle scarpe, non
ne posso davvero più… ma tra quanto suona la campanella?!
<<Di cosa stiamo parlando?>> la professoressa viene davanti a me con aria minacciosa <<Ragazzi, guardate
tutti come si fa a mettere una nota! Allora Giacomo, di cosa stiamo parlando?>>
Ma ora dico io, con tutta la classe che fa quello che gli pare proprio me doveva chiamare questa… non ti
ascolta nessuno quando spieghi, parli da sola, possibile che non te ne rendi conto?!
<<Di diritto prof!>>
Altra risata generale. Così rischio, ma almeno sono in un certo senso sicuro di non aver risposto male.
<<Ma bravo… adesso fai pure lo spiritoso. Rispondimi o ti butto fuori!>>
<<Okay, okay, stavo solo scherzando. Allora… ovviamente… stava spiegando…>> mentre parlo cerco di
guardare in che punto sia aperto il suo libro per vedere dove siamo arrivati, il titolo della pagina dice
“Pertinenze, università di mobili, frutti”. Sorrido, so rispondere, è ancora quell’inutile argomento, l’ha
spiegato talmente tante volte che ormai lo sanno ripetere anche i muri.
<<Delle pertinenze prof!>>
<<E senti… visto che sei così bravo da non prestare attenzione, saresti così gentile da spiegare agli altri cosa
siano queste pertinenze.>>
<<Certamente! Allora, le pertinenze…>> stavolta sono io che vengo interrotto dalla campanella. L’insegnate
mi guarda come a dire “per stavolta ti sei salvato” e torna alla cattedra per prendere la sua borsa. Senza
pensarci due volte afferro lo zaino e ritorno di corsa al mio posto, non ci resto davvero un’altra ora al primo
banco, non lo sopporterei.
<<Divertito lì davanti?>> Guido mi accoglie con questa domanda
<<Direi che non è stato il massimo per iniziare la giornata... meno male che ora c’è italiano, almeno ci
facciamo due risate.>>
Stefania Lorenzoni. È il nome della nostra professoressa. Lei è famosa in tutta la scuola per la sua incredibile
incoscienza nell’utilizzare la parola “diciamo”, ormai ogni lezione gli studenti contano quante volte la
pronuncia (il suo record è di 238 in un’ora. Memorabile la scena di quando utilizzò quel termine otto volte
all’interno di un singolo discorso).
<<Buongiorno ragazzi!>>
Eccola che entra in classe con i suoi soliti occhiali squadrati sulla punta del naso e i capelli castani raccolti in
una frettolosa crocchia, i miei compagni già sghignazzano mentre sistema il cappotto sopra la sedia.
L’intera lezione trascorre in una grande e continua risata collettiva. La parte più divertente di tutte è senza
dubbio quando, dopo quaranta minuti di ininterrotta confusione, l’insegnante batte un pugno al muro e

grida a pieni polmoni <<Se ora mi fermo e interrogo facciamo la strage dei disgraziati, non degli
innocenti!>>
Grazie alla nostra singolare professoressa la ricreazione arriva nel buonumore generale della classe. Anche
se sono passate solamente due ore non ne posso più di stare qua dentro, ho bisogno di prendere un po’
d’aria… di fare due passi… di perdere qualche minuto a ciondolare nei corridoi insieme al mio migliore
amico.
Appena sento il rintocco della campanella echeggiare nel corridoio non perdo tempo: incrocio lo sguardo di
Guido e indico con un piccolo movimento del viso la porta. Sorride, mi fa cenno di sì con la testa e insieme
usciamo dalla classe.
Per me e lui la ricreazione è sempre stata un momento un po’ particolare della mattinata… molti non
credono possa essere qualcosa di importante, ma per noi quei quindici minuti vogliono dire tantissimo.
Mentre percorriamo il corridoio vedo decine di studenti che escono lentamente dalle aule. Loro sprecano
questo prezioso quarto d’ora, non lo apprezzano, non ne capiscono il valore… questo non è semplicemente
un periodo per incontrare gli amici delle altre classi o per rilassarsi… no, non è assolutamente così… è un
piccolo arco di tempo interamente nostro all’interno di un luogo in cui la nostra attenzione appartiene ad
altre persone. Forse gli altri non ne usufruiscono nel modo giusto, o forse sono solamente io a credere
questo, d’altra parte in che modo sfruttare questi pochi istanti è una scelta loro, io posso solamente
trascorrerli come meglio credo.
<<Sono già passati cinque minuti e non siamo ancora arrivati, hai intenzione di darti una mossa o no?>>
Senza parlare aumento il passo, poco dopo vedo la fine del corridoio dell’ultimo piano, ci siamo. Sorrido,
sono passati troppi giorni, ho bisogno di rivedere quel posto… quello è uno dei pochi luoghi in cui riesco
davvero, anche se solo per qualche istante, a smettere di pensare. Allungo il braccio, spingo la porta bianca
che si apre con un cigolio e il panorama mi si spalanca davanti.
Il promontorio sopra il quale è costruito il nostro paese viene dominato dall’imponenza della fortezza
spagnola, una rocca eretta dai coloni intorno agli inizi del XVII secolo. Ai suoi piedi si estendono le
numerose case, i cui variopinti tetti concorrono, insieme alla rigogliosa vegetazione, a formare uno
stupendo e confusionario collage di colori. Questo pittoresco paesaggio mediterraneo sembra quasi fare da
cornice alla cosa più bella che si possa vedere in questo posto: il mare.
Passerei delle ore qui, seduto a fissare questa incredibile massa d’acqua che avvolge interamente il
territorio, non so perché ma guardarlo mi fa sentire bene, mi fa quasi essere felice. Mi mette in pace, in
tranquillità con tutto e con tutti. Cristallino. Non ci sono altre parole per descriverlo. È puro, lucente, vero.
Mi sembra quasi di sentire il fragore delle sue onde che si abbattono sulla scogliera… chiudo gli occhi, cerco
di non pensare a niente, mi concentro esclusivamente sulla fantasia di quel suono. Il vento freddo e
pungente dell’inverno mi sfiora prepotentemente il viso, mi sento così bene…
<<Giacomo, non vorrei interromperti, ma la campanella sta per suonare, ci conviene iniziare a scendere.>>
Ha ragione, ma non ci riesco, non voglio andare via adesso da questo luogo così magico.
<<Senti Guido, sinceramente non mi va di rientrare già in classe, direi che è arrivato il momento di tornare
alle vecchie abitudini…>>
Apro gli occhi, mi giro verso di lui. Non mi sta guardando, fissa insistentemente per terra. Mi muovo in
avanti per toccargli il braccio…
<<Sono proprio d’accordo con te, stavolta vado io, aspetta qui.>> torna di corsa all’interno dell’edificio.
Da quando siamo alle scuole superiori, cioè da quasi quattro anni, ogni tanto noi due saltiamo un’ora di
lezione con qualche scusa e veniamo qui, su questa specie di terrazza in cima al tetto della scuola. Questo è
il posto dove possiamo starcene in pace, solo io e lui, lontani da ogni cosa, lontani dagli altri. Questo è il
nostro posto, dove parliamo di tutto quello che due buoni amici possono dirsi.
Guido è davvero importante per me. Lo considero, semplicemente, fondamentale. È uno dei miei migliori
amici, insieme a Massimo, Edoardo e Diego fa parte delle persone più significative della mia vita. Cosa
posso dire di loro, del nostro gruppo, di noi…
Ci conosciamo praticamente da sempre, non ho ricordo di un singolo giorno che io non abbia trascorso con
almeno uno di quei quattro. La mia memoria è tappezzata dai flashback delle nostre esilaranti “avventure”.
Quei favolosi momenti sono tutti ben impressi nella mia mente, permanenti ed indelebili, pronti per farmi
sorridere ancora una volta al loro pensiero.

Ne abbiamo passate talmente tante insieme che ormai il nostro rapporto di amicizia è diventato veramente
forte, faremmo qualsiasi cosa per aiutarci l’un l’altro nei momenti difficili, siamo come fratelli.
<<Tutto okay, possiamo restare.>> Guido si gira, chiude silenziosamente la porta da cui era appena entrato
e si mette a sedere sul bordo della terrazza.
<<Stavolta cosa gli hai raccontato?>> lo raggiungo e prendo posto accanto a lui.
<<La cosa più semplice, ho detto che ti sei sentito male, non ha neanche provato a protestare quando sono
uscito di nuovo dalla classe, si vede che anche i professori sono appena tornati dalle vacanze…>>
<<Meno male, solo la prossima volta scendo io a dirgli qualcosa eh, quando vai tu usi sempre la solita
scusa…>>
Mi giro verso di lui, ha di nuovo il volto rivolto verso il basso, pare stia fissando la strada sotto i nostri piedi,
ma il suo sguardo è vuoto, perso, come se la sua testa fosse completamente da un’altra parte, forse
neanche mi sta ascoltando.
<<Ah, prima che me ne dimentichi…>> Guido tira di scatto su la testa, si infila frettolosamente una mano
nella tasca sinistra e ne estrae una piccola macchinetta fotografica.
<<Ancora con questa stupida mania eh…>>
<<La mia non è una mania, è una passione!>>
È un po’ di tempo che Guido l’ha presa con questa cosa della fotografia…
<<Ah… ma che ne vuoi capire tu…>> aggiunge fissandomi.
In realtà lo capisco benissimo, ma semplicemente non credo che il suo sia un vero interesse. Lui è fatto così,
ogni tanto si fissa su una cosa, la porta avanti per un po’ di tempo e poi se ne stufa, se ne dimentica come
se niente fosse e questo secondo me è sbagliato. A tutti servirebbe avere qualcosa in grado di attirare la
loro attenzione, qualcosa che vorrebbero davvero fare nel futuro, qualcosa da persistere e da seguire,
qualcosa in cui credere.
Spero sul serio che stavolta il suo amore per questa nuova fissazione sia vero e che non sia solo un’altra
cosa da lasciare a metà, anche perché la fotografia, come probabilmente pensa Guido, non è un semplice
svago, ma esattamente come tutte le passioni è una cosa seria.
Una foto non è solamente una rappresentazione stampata su un pezzo di carta o una proiezione digitale su
una superficie elettronica… no… è molto più di questo, ha un significato profondo. Una semplice immagine
può far riaffiorare per un istante il passato delle persone, può suscitare dentro di noi dei ricordi, belli o
brutti che siano. Ha il potere di “intrappolare” il tempo, lo incide sulla carta e lo fa diventare eterno… una
delle più belle frasi che conosco su questo campo appartiene al fotografo Henri Cartier Bresson: “le
fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento”.
Colgono l’attimo per regalare un’emozione.
Forse mi sbaglio, ma non credo che Guido possieda un concetto simile sulla sua nuova fissazione,
nonostante ciò, mentre mi guarda con la macchinetta nella mano e quell’aria così allegra dipinta sul viso,
non posso far altro che sorridergli e avvicinarmi il più possibile a lui.
<<Sai, credo che verrebbe meglio se riuscissimo a far venire il mare sullo sfondo.>>
Volgo gli occhi al cielo con aria esasperata.
<<E non fare così dai!>> mi fissa con sguardo quasi supplichevole.
<<Sei davvero allucinante… forza, prima la facciamo, prima ti rimetti quella macchinetta nella tasca.>>
Ci giriamo insieme con le gambe non più a penzoloni nel vuoto, ma incrociate davanti a noi, Guido tende il
braccio e scatta.
<<Vediamo com’è venuta.>>
Non è una foto bellissima… anzi, a dir la verità non è proprio niente di speciale, eppure mi piace. La trovo
stupenda, ma non per lo sfondo o per la qualità, semplicemente per quello che racchiude. Siamo noi, niente
di più, niente di meno.
Alzo lo sguardo dalla macchinetta. Mi volto nuovamente verso il mare. Al mio fianco Guido continua a
osservare la foto e non riesce a smettere di sorridere. Stendo le braccia e appoggio i palmi delle mani dietro
la schiena, sento il freddo del cemento a contatto con la mia pelle.
Non c’è più bisogno di parlare, fissiamo insieme l’orizzonte, ciascuno immerso nei proprio pensieri.
Mi sento davvero bene.


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