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Solitudine dell'uomo digitale moderno come patologia sociale alienante

La tecnologia incide profondamente sulla vita dei singoli e ciò include una
riconfigurazione dei processi psicologi e quindi sociali che si basano certo sui
meccanismi comunicativi di base sempre esistiti nel cablaggio neuronale dell'essere
umano, ma che per evidenti ragioni di sviluppo storico, si trovano ad operare ed
interagire in mutati contesti temporali. Questo porta a una diversificazione di risposte
dei singoli verso novità o comunque verso quegli elementi non comuni
dell'esperienza quotidiana. Ciò avviene in quantità ma non in qualità, o meglio da
parte di relativamente pochi e dispersi gruppi di persone all'interno di una
popolazione più o meno stratificata o comunque organizzata. Già, perché per i più, si
assiste ad una massificazione, che si traduce in standardizzazione delle risposte
comunicative verso i propri simili. Questo elemento si basa su un meccanismo di
emulazione selezionato filogeneticamente durante lo sviluppo evolutivo nel corso di
milioni di anni, che spinge all'apprendimento(specie per i mammiferi e in massimo
grado per gli esseri umani) in base a quello che vediamo e sentiamo.
Fin qui nulla di preoccupante.
Un'analisi etnologica dimostra chiaramente che i costumi degli uomini, i pensieri, le
credenze, le varie tipologie relazionali-comunicative sono tante quanto le singole
società che li adottano ( e creano) e che li hanno adottati.
Addentrandosi poi specificatamente in ognuna di queste civiltà, sebbene perlopiù
meno complesse della nostra, sia presenti che storiche, si possono annoverare tipi di
costumanze che per quantità e diversità e a volte complessità che farebbero
impallidire qualsiasi esperto di galateo. Non è un discorso universale questo, tuttavia
benché anche in questi casi si è in presenza di una uniformità degli usi e dei valori
socialmente condivisi, essi non sono sentiti come estranei o superflui o comunque
'scansabili' nella vita ordinaria.

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Al contrario questi sono al centro di obblighi relazionali istituzionalizzati ( in questo
senso inteso come protetti, regolamentati, sanzionati o premiati dall'istituzione, che
può essere tribale, del clan, religiosa e via di seguito) inquadrati in un contesto di
diritti e doveri verso sé stessi e verso i propri simili o verso gruppi sociali di
differente appartenenza.
Perciò le risposte comunicative o meglio, le varie interazioni tra soggetto e soggetto
risultano quantomeno ricche e complesse; queste riguarda specialmente i campi del
ballo, della poesia, della danza rituale o del rituale generico, dei tributi verso
individui che svolgono speciali funzioni o su quelli socialmente più deboli cioè
orfani, bisognosi, vedove e infine, come già detto, verso quelli con cui, si contrae per
motivi diversi, relazioni obbligazionarie di scambio e sostegno reciproco.
In società di questo tipo, sulle quai ho basato le considerazioni sopracitate, la
razionalità non è periferica nel quadro delle attività quotidiane, ma al contrario è
centrale e occupa la maggior parte del tempo e diventa essa stessa un valore da
preservare, curare e trasmettere alle generazioni venienti come elemento portante
dell'assetto sociale e come principale armonizzatore contro avversità, calamità e altro,
al pari degli ammortizzatori sociali devoluti dagli Stati moderni verso categorie
particolari di persone ( è da notare però che quelli devoluti dallo Stato sono molto
meno efficienti).
Inoltre la stessa comunicabilità, ovvero la capacità di comunicare, fare nuove
conoscenze, intrecciare nuove relazioni per fini commerciali, matrimoniali o di
sostegno, è guidata da un protocollo istituzionale, ovvero una prassi comunemente
accettata e convalidata che favorisce questo tipo di attività.
Questo risolve tutta una serie di problemi che al contrario noi abbiamo e che mi
accingerò a spiegare brevemente.
Come si è detto all'inizio, la tecnologia ha modificato, a volte in peggio, a volte in
meglio, aspetti della nostra vita. Li ha migliorati sotto l'aspetto puramente materiale,
considerato in fin dei conti l'unico importante. Questa sopravvalutazione del
materiale è dettata in prima istanza da ragioni storiche-economiche, in quanto ci
trasciniamo una pesante eredità passata, quando l'Europa, per secoli e secoli è stata
lacerata da estrema povertà, fame, malnutrizione e sotto nutrizione, guerre
violentissime, focolai di infezioni risultati essere devastanti, sporcizia, domestica e
urbana.
Perciò è vero che il male di ieri sopravvive nell'uomo di oggi, non in forma evidente
ma nella mente collettiva, nei valori, nelle prospettive, nei pensieri, nelle speranze
che la maggior parte delle persone accetta e persegue.
Tornando a noi, l'aspetto che invece è stato peggiorato, è stata la capacità di
comunicare. Sembrerebbe un paradosso nell'era dell'informazione ad alta velocità.
Infatti la tecnologia dovrebbe portare a un potenziamento di questa facoltà umana.
Invece è successo il contrario, l'uomo, in genere, ha perso qualcosa di fondamentale
ovvero la centralità di una vita sociale ricca come punto cardine per il
soddisfacimento dei suoi impulsi profondi, come valore da perseguire. Questa
attività è lasciata, specie nella vita da adulto, al tempo che trova, considerata più
come hobby del fine settimana. Invece essa è come la pietra angolare di una casa.

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È il sostegno dell'individuo e allo stesso tempo il mezzo per esplicare sé stessi
secondo le proprie inclinazioni. Senza una società organizzata nessuno potrebbe
esercitare i propri talenti e specializzarsi nelle più svariate attività.
Per esempio, fino a pochi decenni fa le case non erano equipaggiate con i moderni e
diffusi sistemi per il divertimento e svago come computer, televisione,
videoriproduttori, lettori cd, dvd e via discorrendo.
Ciò vuol dire che sotto questo aspetto, per intrattenersi bisognava uscire di casa, fuori
dal proprio angolo angusto di vita privata, e recarsi verso luoghi aperti di libero
accesso dove aggregarsi e passare una buona parte del tempo libero.
Per gli uomini poteva essere il bar, un circolo di varia natura vicino a casa, una
polisportiva; per i ragazzi c'erano i giardini pubblici o semplicemente le strade che
all'occorrenza diventavano improbabili campi di calcio. Le donne, da sempre più
impegnate nell'attività domestiche, potevano trovare occasione di pettegolezzo ( del
resto poi, anche gli uomini lo facevano nei bar) nell'immediato vicinato abitativo, nel
rione, nel quartiere o mentre portavano a spasso i figli.
Il progresso tecnologico ha introdotto nelle case quelle comodità che hanno reso la
vita meno dura ma più isolata. La televisione dal bar, è passata in casa, il cinema ha
meno successo rispetto ad una volta per l'utilizzo massiccio dei
videoregistratori( anche se ormai quasi più utilizzati) e dei vari lettori.
Tornando ancora più indietro nel tempo, i lavatoi pubblici sono stati sostituiti dalle
lavatrici private.
Si sa che questi posti erano il centro nevralgico di socializzazione, specie per le
donne e forse anche per i figli piccoli e le figlie che le seguivano.
La stessa cosa la si può dire per il telefono.
Prima era localizzato nei bar, poi è passato nelle case, poi è subentrato il cellulare che
ha reso l'uomo collegabile con chiunque altro ovunque.
Tutte queste condizioni e situazioni favorivano la gregarietà e non la solitudine dei
singoli o delle famiglie nucleari all'interno di appartamenti sempre più pieni di
prodotti tecnologici e sempre più vuoti di persone.
Una volta alcune tecnologie erano comuni e si utilizzavano in contesti pubblici. Ora
le si possono ritrovare in ogni casa e non è più necessario recarsi dove c'è gente.
Per altri esempi basti pensare solo all'automobile. È difficile notare auto con più di
uno o due persone alla mattina. Questo fattore lo può notare chiunque scenda in
strada.
Il traffico di andata e ritorno dal lavoro è pressoché formato da automobilisti singoli.
Fino a non moltissimo tempo fa i mezzi pubblici erano molto più frequentati che non
ora. Questo in parte è da attribuire alle amministrazioni locali che, in molti casi, ben
poco hanno fatto per migliorare la rete dei trasporti pubblici rendendola più agile,
efficiente e relativamente economica.
In parte questo cambiamento è stato indotto da una massiccia campagna pubblicitaria
che ha esaltato l'automobile come primo status symbol, come un'emanazione di sé,
una specie di carta di identità.
È ovvio che i giovani, ma anche quelli meno giovani non adeguatamente consapevoli
dell'inganno di questa ed altre imposture, siano caduti in una trappola di una cultura

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che invita le persone a procurarsi qualcosa di nuovo in maniera pressoché
continuativa. È chiaro che in un sistema del genere, i desideri mai avranno fine. Una
società profondamente ingorda lo diventa nella misura in cui questo tratto
caratteristico si cristallizza nell'orientamento caratteriale sociale; cioè nella misura in
cui si instilla nel singolo.
Potrebbe mai essere un individuo del genere equilibrato?
Una persona del genere diventa squilibrata e distorta nella prospettiva di vita a causa
di una finalità degli obiettivi vitali indirizzata verso il consumo e l'accumulo.
Siccome, però, tutta la società o quasi è composta da individui del genere, non si può
evidenziare una stortura in tutto ciò, in quanto si è parte dell'ingranaggio e si è
condizionati dai medesimi valori. È chiaro il perché pochi riescano a capire e
modificare, se non esattamente le condizioni attorno a sé, le condizioni dentro di sé.
Chi finalizza sé stesso nella ricerca del materiale e, per esempio, compra prodotti
tecnologici per il divertimento e l'intrattenimento, generalmente occupa buona parte
del proprio tempo libero usandoli.
È chiaro che specie nei più giovani, ma non solo, ciò produce un'esperienza
adolescenziale diseducativa che porterà a consolidare un atteggiamento tendente a
preferire un'esperienza privata e ad una relazionalità più duratura e responsabile nei
confronti di amici ed eventualmente di un coniuge quando l'età determinerà
responsabilità da adulto e l'attività lavorativa assorbirà la maggior parte del tempo
giornaliero. Sono cose che si capiscono certamente meglio quando si possiedono anni
in più di esperienza.
Col passare del tempo, buona parte degli adulti oltre i trent'anni o trentacinque tende
ad adagiarsi e a preferire una vita pigra e improduttiva fra le mura domestiche,
trastullandosi nelle rimanenti ore serali con intrattenimenti passivi e sedanti. È
comprensibile fino a un certo punto, poiché momenti di riposo da dedicare solamente
alla propria intimità sono psicologicamente utili e necessari. Però questa è una prassi
che purtroppo diventa abitudine, difficile da eradicare e che nuoce alla comunicatività
di coppia, generazionale tra genitori e figli, e fra amici.
Più tempo si dedica al mediatico che è una forma di di percezione sensoriale passiva
e ipnotica, e meno si sviluppano quelle potenzialità che diventano, invece, percezione
sensoriale attiva.
In questo modo la socialità attraverso la comunicazione diviene marginale e anche da
ciò deriva uno stato di insoddisfazione e frustrazione del profondo, a volte evidente, a
volte strisciante, a volte violento e altre volte autodistruttivo. Si tenga presente che da
analisi e studi condotti su resoconti e materiale etnologico, le popolazioni storiche e
preistoriche del Nord America e del Pacifico ( ma anche tutte le altre a dire il vero)
dedicavano più tempo ai rapporti sociali, visite parentali e festività collettive che non
alla mera produzione alimentare.
Le considerazioni fatte nelle prime pagine riguardano proprio queste civiltà storiche
sicché è proprio fra le pieghe di un assetto comunicativo troppo spesso superficiale,
asettico, banale o estraneo ai nostri veri interessi che va ricercata la percezione , a
volte mal celata di essere soli in mezzo a migliaia se non a milioni di persone di cui
fra l'altro si ignora tutto. Addirittura fra vicini di casa è così.

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Perciò non c'è da stupirsi che assuefatti a un modello di vita che aliena poco alla
volta le persone e le rende, per una sorta di compensazione della percezione
attiva e della produttività mentale frustrata, fortemente consumatrici passive, ci
si arrende, nella maggior parte dei casi, a vivere in un limbo temporale, sempre
in attesa di qualcosa di nuovo o di qualche cambiamento. L'uomo in genere ha
bisogno di essere attivo produttivo per sé stesso e per gli altri. Se le condizioni
economiche e storiche non glie lo permettono, esso comunque sente la necessità
di attivare la sua attenzione e volontà verso qualcosa che compensi la sua
inattività, tentando di essere stimolato passivamente.
Il consumismo è la droga ideale per l'uomo tecnologicamente alienato da sé
stesso dalle sue invenzioni.
L'infinità dei bisogno creati ad hoc non fa sentire immediatamente questa
frattura interiore. Ovviamente questo discorso non tiene conto del fatto che in
effetti moltissime persone lavorano con questi prodotti moderni. Non è ad essi
che mi riferisco ovviamente. Ormai la modalità del nostro vivere ha ben
incorporato la tecnologia ed essa spazia nel divertimento, nell'affermazione
sociale di sé, nel lavoro, nelle comunicazioni. Nel bene e nel male la gestione
della tecnologia dovrebbe essere libera e non manipolata. Invece è evidente che
non è così. La pubblicità inganna, induce nuovi bisogni e questo porta ai
messaggi di successo, potere, forza e bellezza nei prodotto reclamizzati. Quindi,
chi non vorrebbe essere sempre essere alla moda nei vestiti, possedere l'ultimo
modello di automobile o avere quant'altro viene reclamizzato? (nulla da dire sul
possedere se questo non presuppone la centralità degli obiettivi come finalità
nella vita)
È chiaro che la potente leva psicologica dell'essere uguali agli altri e di non
essere esclusi per la propria diversità (e a ragione direi) è sempre valsa nelle
epoche passate come legante dei gruppi, cementandoli così da poter superare
insieme le più svariate difficoltà. Sotto questo aspetto, il desiderio di
uniformarsi ha avuto ed ha una funzione di sopravvivenza della specie umana in
genere. Ma attenzione, questo meccanismo mentale oggi è più che mai stato
usato come strumento di istupidimento, diventando l'obbiettivo primario da
raggiungere attraverso una ricerca della mentalità che in fin dei conti non porta
a nulla.
Per di più, devolvere le capacità mnemoniche ad una macchina non incentiva lo
sforzo della memorizzazione e quindi dello studio impegnato e approfondito. Si
pensi solo che gli allievi dei grandi maestri religiosi o di pensiero filosofico del
passato che spesso, l'insegnamento che ricevevano, dovevano serbarlo nella
loro mente e trasmetterlo a loro volta ad allievi che probabilmente avrebbero
fatto lo stesso con altri seguaci e solo successivamente, forse qualche secolo

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dopo, qualcuno avrebbe provveduto a mettere per iscritto gli insegnamenti. Si
considerino solamente i canestri buddisti(testi sacri). In essi, le innumerevoli
formule ripetute all'infinito, fissavano nella mente dell'adepto la conoscenza da
tramandare.
Ma oggi, una forma di comunicazione basata solo sulle immagini, non assolve
alla stessa funzione del saper ascoltare. Sui banchi di scuola, per le nuove
generazioni, questo si traduce in una minore capacità di concentrazione
prolungata e una minore capacità di organizzazione mentale relativa a compiti
di sviluppo e rielaborazione di informazione e di testi ed una inferiore capacità
comunicativa ricca, fluente anche scritta, non solo verbale, rispetto alle
generazioni passate( che avevano accesso all'istruzione, qui non si parla di
epoche storiche europee. Studi etnologici hanno confermato, però, che
popolazioni considerate primitive, lo erano o lo sono unicamente nell'accezione
tecnica e tecnologica, non nella vita sociale, nel linguaggio ricco nelle tradizioni
e nei miti).
Questo è risultato evidente parlando con professori che operano in istituti
scolastici. Non si tratta, quindi, di una mera teorizzazione.
Queste sono tutte condizioni che favoriscono la creazione di personalità
precostituite in certi tratti e caratteristiche. Grazie alla televisione e ai modelli
che propone, si esercita una manipolazione della volontà, dei valori e degli
obbiettivi.
Perciò si ha un isolamento dell'individuo nella sua essenza pensante ancorché
nella sua presenza fisica.
Vorrei citare uno scrittore di qualche tempo fa che, anche se scriveva a
proposito della società del suo tempo, non molto da allora è cambiato. Stiamo
parlando di Erich Fromm; nel suo libro PSICANALISI DELLA SOCIETA'
CONTEMPORANEA, a pag. 25 scrisse: “ Oggi ci incontriamo con persone
che agiscono e pensano come automi che non hanno mai avuto un'esperienza
vera e propria, che conoscono sé stessi non come sono nella realtà, ma come
gli altri si attendono che siano, il cui sorriso convenzionale ha sostituito la
risata genuina, le cui chiacchiere insignificanti hanno sostituito il colloquio
comunicativo, la cui opaca disperazione ha preso il posto di un'autentica
sofferenza.”
Quante volte è capitato (anche a me) di passare le serate con finte compagnie
capaci di discutere solo del nulla o di sciocchezze impensabili non riuscendo in
tal modo a penetrare nella mente di quello che si ha di fronte attraverso le
parole in modo da conoscerlo bene e da avere uno scambio reale di pensieri?
Nei lunghi infiniti e imbarazzanti silenzi, solo stupide domande possono venire
alla mente per poi dover tirare fuori il cellulare e ingegnarsi nella ricerca di un
qualche messaggio ricevuto o solo per consultare l'elenco delle chiamate
passate. Ciò, a volte, per non doversi guardare negli occhi ed ammettere che in

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effetti non si sa comunicare, non si sa cosa dire perché non si è abituati e come
tutte le capacità umane, anche questa va sviluppata ed esercitata.
Purtroppo prima che questo aspetto così spesso sottovalutato della nostra
esistenza venga portato alla luce e degnamente rivalutato, passerà molto tempo,
o forse non verrà mai valutato abbastanza. Per una questione di inerzia
culturale, riuscire a cambiare un modello di vita accettato da milioni di persone
non è pensabile in tempi medio-brevi. Forse neanche nel lungo periodo.
Per i pochi sensibili a questa problematiche, il problema non è solo cambiare sé
stessi, ma è anche non essere cambiati, assimilati dai fattori condizionanti
esterni non positivi.
24-01-2016, Modena
Sarah Farrel, ricercatrice indipendente in comunicazione e psicologia



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