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Titolo: 5_05_Fornaciari et al.p65
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PALEOPATOLOGIA DEL CIMITERO
SIGNORILE DEL CASTELLO
DI MONTE DI CROCE
(Ia FASE, XI SECOLO)
di
GINO FORNACIARI, SARA GIUSIANI, ANGELICA VITIELLO
Lo scavo archeologico del cimitero del castello di Monte
di Croce (Pontassieve, FI) è stato integrato da uno studio
antropologico e paleopatologico degli scheletri individuati
nelle tombe in muratura. Le ricerche sono state curate dal
Dipartimento di Oncologia – Sezione di Storia della Medicina e Paleopatologia dell’Università di Pisa.
METODOLOGIA DI STUDIO
La determinazione del sesso è stata effettuata secondo
le raccomandazioni di Ferembach, di Schwidetzky e di
Stloukal (1979).
L’età di morte è stata determinata in base allo stato di ossificazione della sinfisi pubica, in base all’usura dentaria, in base
al grado di sinostosi delle suture craniche e in base alla morfologia della superficie articolare sternale delle coste.
Riguardo ai bambini, per i quali non è possibile un’attendibile determinazione del sesso, l’età di morte è stata
stabilita in base alla maturazione dentaria (UBELAKER 1978),
al grado di ossificazione delle singole ossa e in base alla
lunghezza delle diafisi delle ossa lunghe (S TLOUKAL ,
HANAKOVA 1978).
I caratteri metrici e morfometrici del cranio sono stati rilevati secondo la metodologia di Martin e Saller (1956-1959).
La capacità cranica è stata calcolata seguendo la formula interrazziale di Lee-Pearson.
Per il rilevamento dei caratteri discreti relativi al cranio
è stata utilizzata la metodologia di Berry e Berry (1967).
Per i caratteri metrici e morfometrici del postcraniale è
stata seguita la metodologia di Martin e Saller (1956-1959),
mentre per i caratteri discreti e morfologici sono state utilizzate le metodologie di Olivier (1960) e di Brothwell (1981).
Per il rilievo dei caratteri ergonomici del postcraniale
sono stata seguite le metodologie di Dutour (1986), di
Blondiaux (1994), di Molleson e Blondiaux (1994), di
Kennedy (1989), di Mann e Murphy (1990), di Palfi (1992)
e di Palfi e Dutour (1996).
Per stabilire il grado di sviluppo dei marcatori scheletrici
di stress funzionali è stato utilizzato il lavoro di Robb (1994).
La statura in vita degli adulti è stata calcolata secondo
il metodo di Trotter e Gleser (1952, 1977).
Per la terminologia, la descrizione e la classificazione
delle patologie scheletriche sono stati seguiti gli Standards
for Data Collection from Human Skeletal Remains,
(AFTANDILIAN et al. 1997).
L’osservazione macroscopica dei resti scheletrici patologici è stata sempre integrata dall’esame radiologico e, in
un caso di particolare interesse, dalla TAC.
Per ulteriori approfondimenti si rimanda alla tesi di laurea di Sara Giusiani (2003).
TIPO DI SEPOLTURA, DISTRIBUZIONE E POSIZIONE DEGLI INUMATI
L’area cimiteriale del castello Monte di Croce comprendeva, per quanto riguarda la prima fase di inumazione
(XI secolo), sette tombe a cassa in muratura, due in fossa
terragna, uno strato di livellamento (us 40) con presenza di
reperti soprattutto infantili e un ossario (us 61) con numerosi resti di individui adulti.
Complessivamente sono presenti 71 individui, di cui 4
subadulti e 30 adulti.

Fig. 1 – Tomba in muratura di bambino (US 47).

Ogni tomba in muratura conteneva uno scheletro in connessione e resti disarticolati di altri individui. Solo la tomba
73 era bisoma, con gli scheletri in connessione di una giovane donna e di un bambino.
I bambini erano presenti sia nelle tombe (us 46 e 47)
che nelle fosse terragne.
Tutti gli scheletri, conservanti la connessione anatomica, si presentano in decubito dorsale con le braccia costantemente parallele alla cassa toracica e gli avambracci a volte flessi, a volte allungati lungo i fianchi. Gli arti inferiori
sono sempre distesi e paralleli tra loro.
È interessante notare la distribuzione topografica degli
inumati rispetto al sesso e all’età.
I 7 scheletri di individui adulti ritrovati in connessione nelle
tombe in muratura sono risultati tutti di sesso maschile, mentre l’unica femmina in connessione è un’adolescente.
Nell’ossario 61 sono presenti 13 adulti: 6 maschi, 5 femmine e 2 individui di sesso non determinabile. In conclusione, dei 15 adulti di cui è stato possibile determinare il
sesso, 9 sono maschi e 5 sono femmine. Il rapporto maschi/
femmine risulta di 2,6/1.
La netta predominanza degli individui di sesso maschile
non può riflettere la reale situazione biologica nella popolazione vivente. Si può supporre quindi l’esistenza di una selezione sessuale nell’inumazione, dettata verosimilmente da
ragioni “culturali”. È evidente perciò che l’area cimiteriale
era destinata prevalentemente alle sepolture maschili. L’unico scheletro femminile in connessione è stato rinvenuto in
una tomba bisoma, sepolto insieme ad un bambino.
Il rapporto maschi/femmine varia notevolmente a seconda che si considerino gli individui nelle tombe e quelli
presenti all’interno dell’ossario: il numero delle femmine
nell’ossario, pur continuando a prevalere il sesso maschile,
è risultato maggiore (1,8/1).
Concentrati in una stessa area, l’area cimiteriale est, sono
stati rinvenuti numerosi resti infantili e sepolture di bambini.
La maggior parte delle sepolture di adulti e i resti scheletrici dell’ossario 61, invece, sono situati nell’area cimiteriale ovest.

716

AREA

SEPOLTURA E US

Area
cimiteriale
ovest

tomba in muratura, US 67

Area
cimiteriale
est

fossa terragna, US 40

Sepolture
laterali alla
chiesa

tomba in muratura, US 73

tomba in muratura, US 57
tomba in muratura, US 59

NUMERO
SCHELETRO
Scheletro 14
Scheletro 20
Scheletro 21
Scheletro 2
Scheletro 4
Scheletro 13
Scheletro 13 bis
Scheletro 16
Scheletro 18
Scheletro 19

DIREZIONE

SESSO

Nord/sud
Est/ovest
Est/ovest
non documentato
non documentato
Sud/nord
Sud/nord
Est/ovest
Est/ovest
Est/ovest

maschio
femmina
non det.
non det.
non det.
maschio
maschio
maschio
maschio
maschio

ETÀ
(anni)
50 - 55
17 - 18
5-6
3-4
circa 3
45 - 50
circa 35
35 - 40
circa 50
40 - 45

ALTRI INDIVIDUI
3 individui (1 femmina, 1 maschio e 1 feto).
3 individui (1 bambino di 6 mesi, 1 giovane di 18-20 anni,
1 adulto maturo-senescente, superiore a 50 anni).
2 individui (1 neonato e 1 bambino sopra i 3 anni).
1 adulto e 5 bambini (2 neonati, 1 infans di 6-12 mesi, 1
bambino di circa 5 anni, 1 bambino di età non rilevabile).
3 individui (1 adulto, 2 bambini).

Tab. I – Tabella riassuntiva dei dati archeologici e antropologici relativi agli scheletri.

CARATTERI EPIGENETICI
Fra tutti i caratteri discontinui, sia cranici che
postcraniali, che è stato possibile rilevare, si è notata l’altissima frequenza delle ossa wormiane. Infatti i crani degli
individui in connessione, che conservano la sutura
lambdoidea, presentano tutti le ossa wormiane, mentre nell’ossario us 61, su 11 crani che hanno conservato la sutura
lambdoidea, ben 9 presentano le ossa wormiane.
Nelle popolazioni antiche si calcola che l’incidenza di
ossa wormiane sia stata del 20-25%: nel nostro campione è
invece del 90%.
Una frequenza così elevata di ossa wormiane appare
indicativa dell’esistenza di legami di parentela tra gli individui del campione in studio.
CARATTERI ERGONOMICI

Fig. 2 – Particolare della tibia dello scheletro 16 affetta da
neoplasia.

Questa distribuzione rafforza l’ipotesi di un uso differenziato delle aree di inumazione.
La situazione delle sepolture e degli individui è stata
sintetizzata nella Tab. 1.
NOTE DI PALEODEMOGRAFIA
Dei 71 individui che compongono il campione in esame,
55 (40 bambini e 15 adulti) hanno conservato quei distretti che
permettono la diagnosi dell’età di morte; per 7 adulti è stato
possibile l’inserimento nelle classi di età di Vallois; 9 invece
non hanno consentito alcuna diagnosi (8 adulti e 1 bambino).
Il 57,7% del campione è rappresentato da bambini e
adolescenti. L’82,5% dei bambini moriva nei primi cinque
anni di vita. È una percentuale elevatissima, che corrisponde comunque ai tassi di mortalità infantile ritenuti “fisiologici” in epoca pre-contemporanea.
Per quanto riguarda gli adulti, la classe di età a cui corrisponde il maggior numero di decessi è quella tra i 40 e i
59 anni. Sono presenti anche alcuni individui di età senile.
I dati demografici sono stati sintetizzati nella Tab. II.

Lo studio paleopatologico classico si è arricchito negli
ultimi due decenni di una nuova linea di ricerca che analizza l’impatto delle attività umane sullo scheletro. I
microtraumi, dovuti ad attività occupazionali intense e ripetute, sono responsabili di microlesioni dell’osso e delle
articolazioni che si presentano sotto forma di entesopatie
(alterazioni delle inserzioni muscolari), sindesmopatie (alterazioni delle inserzioni ligamentarie) e artrosi secondarie. Attraverso le patologie “professionali” si può risalire
allo stile di vita di una popolazione. L’ausilio del contesto
storico e archeologico è comunque fondamentale per l’interpretazione delle “tracce” di attività osservate sulle ossa.
L’osservazione delle aree di inserzione muscolare, secondo la metodologia di Robb, evidenzia un’intensa attività del
cinto scapolare. Le entesopatie sono presenti in tutte le scapole osservate a livello del tricipite e, nel 44% delle clavicole, a
livello del deltoide. Inoltre molto alta è la percentuale (54,5%)
di sindesmopatie a livello del legamento costo-clavicolare,
sindesmopatie che si presentano sia come aree di inserzione a
placca sollevata sia come fosse depresse con un centro poroso.
Molto marcate sono anche le inserzioni dei muscoli
grande pettorale e grande rotondo, attivi nell’adduzione del
braccio, che interessano il 50% degli omeri osservati. Questo indica che gli individui svolgevano attività pesanti che
comportavano l’uso abituale di questi muscoli in condizioni di sovraccarico.
Il 47,6% delle ulne presenta entesopatie a livello delle
aree di inserzione del muscolo brachiale anteriore, che è
flessore dell’avambraccio. Nell’eziologia di tali entesopatie
giocano un ruolo importante gli effetti di flessione forzata e
ripetuta del gomito.
Il 25% delle ulne presenta l’entesopatia della cresta del
supinatore. In questo caso il fattore di stress è la pronazione
e la supinazione dell’avambraccio con gomito in estensione.
Nel 50% dei femori osservati si rileva una tuberosità glutea molto sviluppata, espressione di una forte sollecitazione
del grande gluteo. Il grande gluteo, se prende il suo punto fisso
sul bacino, agisce sul femore estendendolo e ruotandolo lateralmente; se prende il punto fisso sul femore, estende il bacino
sui femori. Questo muscolo riveste un’importante funzione nel
mantenimento della posizione eretta e nella deambulazione.

717

ARTROSI DELLE ARTICOLAZIONI
25

N. INDIVIDUI

20

15
11
10

8

7
5

5

MATURI

ADULTI

3
SENILI

0
0-5

6 -12

12 -20

21 -40

41 - 59

> 60

CLASSI DI ETA'

Tab. II – Distribuzione degli inumati in classi di età secondo Vallois.

Nel 46% dei casi si osserva lo schiacciamento del piccolo trocantere, accompagnato talora dalla presenza di osteofiti
in corrispondenza dell’inserzione del muscolo ileopsoas;
questo muscolo, se prende il punto fisso sulla colonna e sul
bacino, flette la coscia sul bacino, mentre, se prende il punto
fisso sul femore, flette il tronco sul bacino. Le entesopatie
dell’estremità prossimale del femore, come quelle osservate,
indicano che i muscoli estensori e rotatori erano fortemente
sollecitati.
Il 61,1% delle tibie presenta la linea obliqua nel punto
di inserzione del soleo in rilievo e, in diversi casi, con osteofiti, evidenziando un sovraccarico di questo muscolo. Il
soleo estende il piede sulla gamba ma è anche responsabile
della flessione plantare della caviglia, quando il ginocchio
è parzialmente flesso.
ARTROSI
L’età e la predisposizione genetica giocano un ruolo
importante nella comparsa dell’artrosi, anche se non è da
sottovalutare il ruolo patogenetico del sovraccarico funzionale in relazione a determinate attività fisiche e lavorative,
come dimostra l’incidenza dell’artrosi in determinati mestieri e tipi di attività.

Le lesioni a carico delle superfici articolari dimostrano
una sofferenza della cartilagine articolare sia con lesioni
erosive che con aspetti riparativi e metaplastici (neoformazioni ossee).
Il campione in studio non presenta casi di severa artrosi
con eburneizzazione e deformazione delle superfici articolari; tuttavia sono molte le articolazioni interessate da forme degenerative, soprattutto a livello dell’articolazione
acromio-clavicolare (63,6%), sterno-clavicolare (61,5%) e
coxo-femorale (60%).
L’alta percentuale di artrosi a livello delle articolazioni
che coinvolgono lo sterno, la clavicola e la scapola, e che
hanno interessato anche individui di età non avanzata, suggerisce uno scompenso articolare per sovraccarico funzionale, scompenso che viene confermato dalle impronte muscolari molto marcate che si rilevano sulle stesse ossa. Lo
svolgimento in vita di un’attività occupazionale intensa e
ripetitiva, che impegnava questo distretto, può spiegare l’alta
incidenza riscontrata e l’età, anche non avanzata, d’insorgenza. L’artrosi della spalla (46,1%) sembra, invece, essere
strettamente correlata all’età, confermando i risultati di numerosi studi che hanno dimostrato come questa patologia
progredisca con il suo avanzare (JURMAIN 1977).
La coxartrosi si manifesta nel nostro campione con lo
slargamento del fondo dell’acetabolo, sul quale si forma
una rete ossea trabecolare, con un orlo osteofitico lungo il
margine acetabolare. In alcuni casi sono presenti anche osteofiti intorno alla fovea del femore.
Si osserva, inoltre, un caso di coxartrosi secondaria ad
una deformità congenita: la sublussazione dell’anca, con
grave deformazione artrosica della cavità acetabolare e della
testa del femore (un individuo dell’us 61).
La presenza di alterazioni artrosiche del gomito (31,8%) e
del ginocchio (27,8%) dimostra che il movimento di estensione e flessione dell’articolazione era abituale e sovraccaricato.
Infatti, come è noto, gli agenti locali meccanici incidono più dell’età su queste articolazioni.
Le articolazioni meno colpite sono quelle del polso
(14,3%) e della caviglia (9,1%).

ARTROSI VERTEBRALE
Lo stato di conservazione delle colonne vertebrali non
ha permesso uno studio completo. Su otto scheletri in connessione (7 adulti e 1 giovane), soltanto tre presentavano la
colonna vertebrale completa. La giovane, come era prevedibile, data l’età, non mostrava alcun segno di artrosi, mentre gli individui 14 e 15 erano affetti da artrosi di grado
moderato. Lo scheletro 14 presentava artrosi soprattutto a
livello del tratto toracico e lombare, con ostefiti sui bordi
dei corpi, con alcune faccette articolari deformate e con alcuni speroni laminari; nello scheletro 15 si rilevano segni
lievi di artrosi solo su alcune vertebre toraciche e lombari
soprattutto con formazioni osteofitiche sui bordi dei corpi.
La conservazione delle altre colonne è molto precaria, tuttavia si possono rilevare segni di osteoporosi e formazioni
osteofitiche nella colonna dell’individuo 18 dell’us 59 e formazioni osteofitiche sui corpi di alcune vertebre toraciche
e lombari dello scheletro 13.
In conclusione nessuno degli individui esaminati presenta un’artrosi di grado elevato.
Gli individui in connessione presentano due sole ernie
di Schmorl esteriorizzate posteriormente (scheletri 15, 18).
Si tratta di aree del nucleo polposo del disco intervertebrale
che prolassano, erniandosi, nella spugnosa del corpo vertebrale. Le ernie possono essere dovute a scarsa resistenza
del disco intercartilagineo, forse di origine genetica, eventualmente associata all’esposizione della colonna a carichi
eccessivi in età giovanile o a deformazioni cifotiche della
colonna stessa.

MARCATORI MUSCOLO-SCHELETRICI DEI CAVALIERI
Essendo oggetto del nostro studio un gruppo sociale
gentilizio, di cui si può ipotizzare una pratica equestre abituale, si è voluto verificare se le ossa degli individui in connessione presentassero alterazioni morfologiche e patologiche collegate a questa attività.
Sono state seguite le indicazioni di diversi Autori
(PALFI 1992; BLONDIAUX 1994; MOLLESON, BLONDIAUX 1994)
che hanno cercato di individuare i marcatori muscolo-scheletrici dei cavalieri.
L’insieme di queste lesioni, che può essere definito come
“sindrome del cavaliere”, è stato rilevato su almeno 4 individui: 13, 16, 18 e 19 (Tab. III).
Gli individui che presentano i markers più numerosi sono
l’individuo 18 e 19 dell’us 59. In entrambi si riscontrano gli
osteofiti a livello della fovea femorale, le alterazioni morfologiche del piccolo trocantere, su cui si inserisce il muscolo
ileopsoas, l’ipertrofia della tuberosità glutea e del vasto laterale, gli entesofiti della linea aspra. L’individuo 19 presenta
anche l’ipertrofia del medio gluteo, che non è rilevabile nell’individuo 18 per assenza della parte ossea.
Tutte le entesopatie dell’estremità prossimale dei femori
indicano il forte impegno dei muscoli estensori e rotatori
che partecipano alla postura del cavaliere, inoltre l’ossificazione della linea aspra evidenzia la forte sollecitazione
degli adduttori. È interessante osservare anche l’ipertrofia

718


13
13 bis
14
15
16
18
19
20

SESSO
M
M
M
M
M
M
M
F

ETA’ (in anni)
45-50
Circa 35
50-55
35-40
35-40
Circa 50
40-45
17-18

STATURA (in cm)
178
178
167
165
177
180
180
167

CONCLUSIONI

PRATICA EQUESTRE
Molto probabile
Poco probabile
Probabile
Poco probabile
Molto probabile
Quasi sicura
Quasi sicura
Poco probabile

Tab. III – Tabella riassuntiva dei marcatori muscolo-scheletrici dei
cavalieri.

della linea solea della tibia, sia a destra che a sinistra di
entrambi gli individui. Il muscolo soleo non solo è estensore del piede sulla gamba ma, a ginocchio parzialmente flesso, è responsabile della flessione plantare della caviglia;
quindi non è fortemente sollecitato soltanto nella deambulazione e nel salto, ma anche nella pratica equestre.
È interessante infine l’osservazione che i probabili cavalieri risultano anche gli individui con statura più elevata.
ALTRE PATOLOGIE
Per quanto riguarda le patologie scheletriche, esse sono
state distinte in: sindromi carenziali, anomalie congenite e
di sviluppo, patologie infettive e neoplastiche e lesioni traumatiche.
Per le sindromi carenziali, nel nostro campione sono
presenti solo 4 casi di cribra orbitalia (piccoli forellini sul
tetto delle orbite dovuti a quadri anemici cronici), 3 di grado lieve (1°-2°) e uno di grado moderato (3°), di cui tre
presenti nell’ossario us 61 e uno in una tomba di tipo privilegiato (scheletro 21).
Le anomalie congenite sono presenti in due individui:
una saldatura di una falangina con una falangetta (us 59
ind. A) e una sublussazione congenita dell’anca (us 61).
Sono stati osservati tre casi di grande interesse paleopatologico. Il primo consiste in una neoplasia ossea primitiva
nella tibia destra di un maschio dell’età di 35-40 anni, deposto in una tomba di tipo privilegiato (scheletro 16).
La diagnosi, confermata dall’esame radiografico e dalla TAC, ha permesso di ipotizzare un osteoblastoma o un
sarcoma osteogenico a basso grado di aggressività.
Il secondo caso riguarda un maschio di circa 35 anni,
affetto da una periostite diffusa in tutto il postcraniale
(scheletro 13 bis). Sono stati colpiti entrambi i radii, il primo metacarpale sinistro, entrambi i femori, la tibia destra,
la fibula sinistra, gli astragali e il calcagno sinistro.
La radiografia ha permesso di osservare l’assottigliamento della corticale e uno slargamento del canale midollare. Pertanto la periostite potrebbe essere correlata ad una
sindrome mieloproliferativa come, ad esempio, una leucemia. Occorrono però ulteriori indagini, tra cui lo studio istologico, per poter confermare o meno questa ipotesi diagnostica.
Il terzo caso consiste in una lesione da taglio localizzata
sull’osso dell’anca di destra in un maschio adulto, vigoroso,
di 35-40 anni (scheletro 15). La sede del trauma può far ipotizzare che sia stato reciso il legamento ischio-femorale.
La ferita permise all’individuo di sopravvivere per un certo tempo, probabilmente alcune settimane, in quanto l’esame
radiografico evidenzia un addensamento osseo intorno alla lesione, segno di un’intensa attività riparativa (Fig. 2).
Le altre lesioni che hanno interessato il nostro campione comprendono: una ferita cranica da fendente, verosimilmente di spada, con segni di lunga sopravvivenza, in un
maschio adulto di oltre 50 anni (scheletro 14); una deviazione laterale del coccige, associata a fusione, verosimilmente da parto, nell’adolescente di 17-18 anni (scheletro 20)
sepolta in una tomba di tipo privilegiato; una frattura della
cavità glenoidea di una scapola (us 61); una frattura del processo stiloideo di un’ulna (us 61); infine una frattura
sopramalleolare di una fibula (us 61).

Dallo studio paleopatologico dei resti scheletrici del cimitero signorile di Monte di Croce è emerso un gruppo patriarcale a carattere familiare, ben alimentato, vigoroso e
caratterizzato da intensa attività fisica, la cui componente
maschile esercitava estesamente la pratica dell’equitazione
ed era talora esposta a traumi bellici. Si tratta molto probabilmente della famiglia dei da Galiga, la cui presenza nel
castello è attestata tra l’XI e la prima metà del XII secolo.
Appare superfluo ribadire la rilevanza scientifica dello
studio in corso che, grazie anche all’applicazione di metodi
moderni su un materiale particolarmente pregevole, potrà
costituire un vero e proprio punto di riferimento per le ricerche future.
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