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Sparks Nicholas Ho Cercato Il Tuo Nome .pdf



Nome del file originale: Sparks-Nicholas-Ho-Cercato-Il-Tuo-Nome.pdf
Autore: Alex

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NICHOLAS SPARKS

HO CERCATO IL TUO NOME
Traduzione di Alessandra Petrelli

FRASSINELLI

Questo romanzo è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto
dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi riferimento a fatti o luoghi
reali o a persone realmente esistenti o esistite è puramente casuale.

The Lucky One
Copyright © 2009 by Nicholas Sparks © 2009 Sperling & Kupfer Editori S.p.A. Per Edizioni
Frassinelli
ISBN 978-88-88320-28-1 86-1-09

Da oltre dieci anni Nicholas Sparks incanta i suoi lettori con storie che esplorano i
profondi misteri del cuore, confermandosi come uno degli scrittori più cari al
pubblico. Ora, in questo nuovo romanzo, ci restituisce fiducia nel destino —
regalandoci il sorprendente racconto di un uomo scampato alla morte grazie a un
portafortuna: la foto di una donna sconosciuta, l’amore senza nome a cui è
predestinato.

Durante la sua terza missione in Iraq, Logan Thibault, soldato del corpo dei marines,
trova nella sabbia la foto di una giovane donna: una bionda sorridente con maliziosi
occhi verde giada. Il suo primo istinto è quello di gettarla via. Poi, immaginando che
qualcuno la stia cercando, decide di portarla al campo. Dopo alcuni giorni la
fotografia è ancora lì: seguendo l’istinto Logan la infila in tasca e da quel momento
non se ne separa più. Ben presto la fortuna bussa alla sua porta: dopo una
sorprendente vincita a poker, sopravvive miracolosamente a una granata che uccide
due dei suoi più cari compagni. Solo il suo migliore amico, Victor, sembra avere una
spiegazione per quell’improvvisa buona sorte: la fotografia è il suo amuleto.
Tornato in Colorado, Logan non può fare a meno di pensare alla misteriosa donna
ritratta nella foto. Convinto di avere con lei un debito, intraprende un lungo viaggio
attraverso gli Stati Uniti per rintracciarla. Non può certo immaginare che Elizabeth, la
donna forte ma vulnerabile che infine incontrerà a Hampton, nel North Carolina, sia
anche la persona che ha atteso per tutta l’esistenza. Travolto dall’attrazione che prova
per lei, Logan non fa alcun accenno al suo «portafortuna». Lui ed Elizabeth si
trovano coinvolti in un’appassionante storia d’amore, ma il segreto che li separa
minaccia di compromettere irrimediabilmente non solo il loro rapporto, ma anche le
loro vite. Pieno di sentimento e autentica suspense, Ho cercato il tuo nome è un
romanzo indimenticabile sul potere del destino, una storia d’amore toccante, intensa,
raccontata in modo magistrale.

NICHOLAS SPARKS è nato in Nebraska nel 1965 e ha studiato alla University of
Notre Dame. Ha scritto numerosi bestseller tradotti in più di quaranta lingue. Dai suoi
libri sono stati tratti film celebri come Le parole che non ti ho detto, I passi
dell’amore, Le pagine della nostra vita e Come un uragano. Per Frassinelli ha
pubblicato anche, con il fratello Micah, Tre settimane, un mondo, un’opera
autobiografica. Vive con la moglie e i cinque figli nel North Carolina. Www.
Nicholassparks.com e Newsletter: www.hachettebookgroupusa.com

A Jamie Raab e Dennis Dalrymple
Un anno da ricordare...
e un anno da dimenticare.
Vi sono spiritualmente vicino.

Ringraziamenti
Scrivere non è mai uno sforzo solitario e, come al solito, sono tanti quelli che devo
ringraziare per avermi dato l’energia e la capacità di portare a termine il romanzo. Ci
sono molte maniere per rendere omaggio al contributo di quelle persone, così ho
pensato di buttarmi sui diversi modi di dire grazie... almeno secondo Google, che ho
interpellato subito prima di buttare giù queste righe. (Senza andare a verificare, siete
in grado di riconoscere le varie lingue?)
In cima alla lista, naturalmente, c’è mia moglie Cathy. Soprattutto perché riesce a
tenermi in equilibrio e concentrato sulle cose davvero importanti nella vita. Ripeto
spesso ai miei figli che per loro sarebbe una fortuna se un giorno sposassero una
donna come lei. Thank you!
Al secondo posto vengono i ragazzi: Miles, Ryan, Landon, Lexie e Savannah, tutti
immortalati (in maniera molto, molto discreta) nei nomi di personaggi dei miei
romanzi precedenti. Ricevere i loro abbracci è il dono più grande che ci sia. JMuchas
gradasi
E poi? La mia agente letteraria, Theresa Park, con la quale ho un costante debito di
gratitudine. Il rapporto
agente-autore a volte può essere insidioso... o così ho sentito dire da altri agenti e
autori. In tutta sincerità, per me è stato sempre e soltanto fantastico e meraviglioso
collaborare con Theresa, fin dalla nostra prima telefonata nel 1995. È la migliore; non
solo intelligente e paziente, ma anche dotata di più buonsenso della maggior parte di
quelli che conosco. Danke schòn!
Denise DiNovi, amica e complice cinematografica, è un’altra delle benedizioni della
mia vita. Ha prodotto tre miei film – Come un uragano, Le parole che non ti ho detto
e I passi dell’amore – il che fa di me uno degli autori più fortunati del mondo. Merci
beaucoup!
David Young, il mitico amministratore delegato di Grand Central Publishing, mi ha
sempre dato il massimo sostegno e io sono onorato di lavorare con lui. Arigatò
gozaimasu!
Jennifer Romanello, amica e addetta stampa, negli ultimi tredici anni ha reso la
promozione dei libri un’esperienza assai interessante e gradevole. Grazie!
Edna Farley, amica telefonica, pianifica praticamente ogni cosa e affronta tutti i
problemi che spuntano durante i viaggi. Non è soltanto straordinaria, ma
inguaribilmente ottimista, una qualità che ho imparato ad apprezzare. Tapadh leibh!
Howie Sanders, agente cinematografico e amico, è un altro socio del club «Lavoro
con quell’autore da molto tempo». E la mia esistenza è migliore per questo. Toda
rabal
Keya Khayatian, anche lui agente cinematografico, è eccezionale e sempre
generosamente disponibile. Merci! O, se preferisci, Mamnoon!
Harvey-Jane Kowal e Sona Vogel, le mie redattrici, hanno una pazienza biblica,

considerato che io sono costantemente in ritardo sulle scadenze. Devono rimediare a
tutte le piccole sviste nei miei romanzi (ok, a volte anche a quelle più grandi) e,
purtroppo, non hanno quasi mai molto tempo. Quindi, se trovate un errore (e potrebbe
accadere) sappiate che non è colpa loro, ma mia. Loro sono fantastiche in ciò che
fanno. A entrambe: Spasìba!
Scott Schwimer, il mio legale, racconta barzellette sugli avvocati che lasciano di
stucco. È una brava persona e un ottimo amico. Liels paldies!
I miei ringraziamenti più sentiti anche a Marty Bowen, Courtenay Valenti, Abby
Koons, Sharon Krassney, Lynn Harris e Mark Johnson. Efharistò polì!
Alice Arthur, fotografa, è sempre pronta a rispondere alle mie chiamate e scatta
splendide foto, di cui le sono grato. Toa chieì O Xie xie!
Flag ha realizzato ancora una volta una magnifica copertina. Shukran gazilan! Tom
McLaughlin, preside della Epiphany School – una scuola che mia moglie e io
abbiamo aiutato a fondare -, ha reso la mia vita più ricca e più piena da quando
lavoriamo insieme. Obrigado! E per concludere, a David Simpson, collega allenatore
della squadra di corsa della New Bern High School, Mahalo nui loa! P.S. Le lingue
sono: inglese, spagnolo, tedesco, francese, giapponese, italiano, gaelico scozzese,
ebraico, farsi (persiano), russo, lettone, greco, cinese, arabo, portoghese e havvaiano.
Almeno stando alle indicazioni del sito che ho trovato su Internet.
Ma chi crede a tutto quello che c’è lì?

Clayton e Thibault
Adesso che li vedeva da vicino, gli piacevano ancora meno. Sia lui sia il
cane. Il vicesceriffo Keith Clayton non amava i pastori tedeschi e questo,
sebbene se ne stesse tranquillo, gli ricordava Panther, il cane poliziotto
dell’agente Kenny Moore, quello addestrato ad attaccare all’inguine non
appena riceveva l’ordine. Clayton considerava il collega un idiota, ma era
l’essere più vicino a un amico che avesse al dipartimento e doveva
riconoscere che aveva un modo di raccontare gli assalti del cane alle parti
intime dei sospettati che lo faceva piegare in due dalle risate. E di sicuro
Moore avrebbe apprezzato il gruppetto di bagnanti nudiste che lui aveva
appena fatto sloggiare. C’erano un paio di studentesse che prendevano la
tintarella integrale giù al torrente. Era appostato da pochi minuti e aveva
scattato solo qualche foto, quando una terza ragazza era saltata fuori da
dietro le ortensie. Si era sbarazzato velocemente della macchina
fotografica gettandola nei cespugli alle sue spalle, era sbucato fuori dalla
macchia e un istante dopo si era trovato faccia a faccia con la tipa.
«Ma bene, che cosa combiniamo qui?» aveva detto con voce strascicata,
tanto per metterla sulla difensiva.
Non gli andava di essere stato beccato a spiare, né era contento della
propria battuta d’esordio. Di solito era più brillante. Molto più brillante.
Per fortuna la ragazza era troppo imbarazzata e rischiò addirittura di
inciampare indietreggiando. Balbettò qualche parola mentre cercava
disperatamente di coprirsi con le mani.
Clayton non si preoccupò di distogliere lo sguardo. Sorrise, invece,
fingendo di non notare il suo corpo, come se per lui fosse normale
imbattersi in donne nude nel bosco. Aveva già capito che non si era
accorta della macchina fotografica.
«Calmati, ora. Che cosa stavate facendo?» chiese.
Lo sapeva perfettamente. Succedeva tutte le estati, specialmente in agosto:
le studentesse universitarie, dirette al mare per un ultimo weekend di sole
prima dell’inizio del semestre autunnale, a volte facevano una deviazione
su una vecchia strada dissestata utilizzata dai boscaioli che si inoltrava per
un paio di chilometri nella foresta e approdava a una spiaggetta sassosa
diventata famosa come luogo di nudisti. Clayton ci faceva spesso un salto
nella vaga speranza di lustrarsi la vista. Due settimane fa aveva visto sei
bellezze; oggi ce n’erano tre, e quelle che prima erano sdraiate a prendere
il sole adesso stavano cercando di recuperare le magliette. Una di loro era

un po’ pienotta, ma le altre due – compresa la brunetta che gli stava di
fronte – avevano un corpo da far girare la testa ai ragazzi delle
confraternite. E anche ai poliziotti.
«Credevamo che non ci fosse nessuno! Pensavamo fosse un posto
tranquillo!» Il suo viso aveva un’aria così innocente che gli venne voglia
di dire: Chissà come sarebbe fiero il tuo paparino se sapesse che cosa stava
facendo la sua bambina. Lo divertiva immaginare la risposta di lei, ma
siccome era in uniforme doveva esprimersi in modo ufficiale. E poi sapeva
che stava sfidando la sorte; se si fosse sparsa la voce che l’ufficio dello
sceriffo pattugliava la zona, addio studentesse, e a questo non ci voleva
pensare.
«Andiamo a parlare con le tue amiche.»
La seguì verso la spiaggetta, scrutandola con gusto mentre lei tentava
invano di coprirsi. Una volta arrivati nella radura in riva al fiume, le sue
amiche si erano già infilate le magliette. La brunetta si mise a correre verso
le altre e afferrò un asciugamano, rovesciando un paio di lattine di birra.
Clayton indicò un albero lì vicino.
«Non avete letto il cartello?»
Al che, tutte e tre rivolsero lo sguardo da quella parte. Come le pecore,
sempre in attesa di eseguire qualche ordine, pensò lui. Il cartello, piccolo e
parzialmente coperto dai rami più bassi di una quercia, era stato apposto
per ordine del giudice Kendrick Clayton, che guarda caso era suo zio.
L’idea dei cartelli era stata proprio di Keith: sapeva che un esplicito
divieto avrebbe accresciuto l’attrattiva del luogo.
«Non l’abbiamo visto!» esclamò la brunetta voltandosi verso di lui. «Non
lo sapevamo. Ci hanno parlato di questo posto solo un paio di giorni fa.»
Mentre protestava, cercava di tener su l’asciugamano; le altre invece erano
troppo terrorizzate per fiatare.
Il suo tono lamentoso la faceva sembrare una ragazzina viziata. Il che
probabilmente era vero. Avevano tutte quell’aria.
«Non sapevate che in questa contea è vietato mostrarsi nudi in pubblico?»
Le vide impallidire ulteriormente, all’idea che quella piccola trasgressione
macchiasse la loro fedina penale. Era divertente stare lì a guardarle, ma poi
si rammentò che non doveva esagerare.
«Come ti chiami?»
«Amy», rispose la brunetta. «Amy White.»

«Di dove sei?»
«Chapel Hill, ma sono nata a Charlotte.»
«Noto che vi siete portate dietro degli alcolici. Siete grandi abbastanza?»
Per la prima volta anche le altre due aprirono bocca. «Sissignore.» «Bene,
Amy. Ti dirò quello che ho intenzione di fare. Mi fido della vostra
buonafede: non avete visto il cartello e poi avete l’età per bere, quindi
lascerò perdere. Fingerò di non essere mai stato qui. Basta che promettiate
di non raccontare al mio capo che vi ho lasciate andare.» Non potevano
crederci.
«Sul serio?»
«Sul serio», confermò lui. «Anch’io sono stato studente, un tempo.» Non
era vero, ma gli sembrava una cosa carina da dire. «E ora vi consiglio di
rivestirvi. Non si può mai sapere... potrebbe esserci qualche guardone in
giro.» Rivolse loro un sorriso smagliante. «E portate via tutte le lattine,
d’accordo?»
«Sissignore.»
«Bene.» Si voltò per andarsene.
«Tutto qui?»
Si girò verso di loro, sempre sorridendo. «Esatto. Mi raccomando, fate le
brave.» Clayton si addentrò tra i cespugli, schivando gli occasionali rami
bassi, e si allontanò compiaciuto per come aveva gestito la faccenda. Era
stato furbo. Amy gli aveva sorriso e, mentre si voltava, lui aveva
accarezzato per un attimo l’idea di tornare indietro per chiederle il numero
di telefono. Ma poi aveva preferito lasciare le cose come stavano. Molto
probabilmente avrebbero raccontato alle amiche che, pur essendo state
beccate dalla polizia, non avevano subito conseguenze. Così si sarebbe
sparsa la voce che gli agenti da quelle parti erano tolleranti. In ogni caso,
mentre camminava nel bosco, si augurava che le foto fossero venute bene.
Sarebbero state un’ottima aggiunta alla sua collezione. Tutto sommato era
stata una giornata positiva. Stava pensando di andare a recuperare la
macchina fotogrrafica, quando udì qualcuno fischiare. Girò gli occhi verso
la strada sterrata e spuntò all’improvviso lo sconosciuto con il pastore
tedesco che camminava piano... sembrrava un hippie anni sessanta. Non
era assieme alle ragazze, pensò Clayton. Troppo vecchio per essere uno
studente universitario. Aveva capelli lunghi e arruffati e portava sulla
schiena uno zaino da cui spuntava un sacco a pelo. Non si trattava di un

gitante diretto alla spiaggia; quel tizio aveva l’aria di chi viaggia in
autostop e magari dorme all’addiaccio. Non c’era modo di sapere da
quanto tempo fosse in giro, ne che cosa avesse visto. Per esempio, un
agente che scattava foto? Assolutamente no. Era impossibile. Lui si era
appostato lontano dalla strada, inoltre la vegetazione era folta e avrebbe
sentito il rumore di qualcuno che si avvicinava. Giusto? Eppure era uno
strano posto per un autostoppista. Si trovava nel mezzo del nulla, e
l’ultima cosa che Clayton voleva era un branco di hippie che gli rovinasse
la spiaggia. A quel punto lo sconosciuto era passato oltre. Era arrivato
pressappoco all’altezza dell’auto di servizio e si dirigeva verso la jeep
delle ragazze. Clayton uscì sulla strada e si schiarì la gola. L’uomo e il
cane si voltarono.
Lui continuò a esaminarli da lontano. L’uomo non sembrava affatto
turbato dalla sua apparizione, al pari del cane, e qualcosa nello sguardo di
quello sconosciuto lo mise a disagio. Era come se si fosse aspettato di
vederlo sbucare fuori. E anche il pastore tedesco. Il cane aveva
un’espressione altera e guardinga nello stesso tempo -quasi intelligente –
proprio come Panther poco prima di essere lanciato. Clayton provò una
stretta allo stomaco. Fece uno sforzo per non pararsi le parti intime.
Continuarono a guardarsi per un po’. Clayton sapeva che la sua uniforme
intimidiva la maggior parte della gente. Chiunque, anche se innocente, si
innervosiva di fronte ai rappresentanti della legge. Era uno dei motivi per
cui gli piaceva essere un agente.
«Ce l’ha il guinzaglio per il cane?» chiese, con un tono autoritario.
«Nello zaino.»
Clayton non riconobbe nessun accento particolare. «Glielo metta.» «Stia
tranquillo, non si muoverà finché non glielo dirò io.» «Glielo metta lo
stesso.»
Lo sconosciuto si sfilò lo zaino e ci frugò dentro; Clayton allungò il collo,
nella speranza di scorgere qualcosa di proibito, tipo droga o armi. Un
attimo dopo il guinzaglio era agganciato al collare e l’uomo lo guardava
con un’aria di sfida, come a dire: E adesso?
«Che cosa ci fa qui?» domandò Clayton. «L’autostop.» «Certo che si porta
dietro un bel bagaglio per essere un autostoppista.» Lo sconosciuto non
rispose.
«Oppure si aggirava nella zona... in cerca di qualche spettacolo proibito?»

«È quello che fa la gente da queste parti?»
Clayton non apprezzò il tono, né l’allusione. «Vorrei vedere un suo
documento.» Lo sconosciuto si levò di nuovo lo zaino e tirò fuori il
passaporto. Mostrò il palmo aperto al cane, per ordinargli di stare fermo,
poi fece un passo verso l’agente e glielo porse.
«La patente non ce l’ha?»
«No.»
Clayton lesse il nome, muovendo impercettibilmente le labbra. «Logan
Thibault?» L’altro annuì.
«Da dove viene?»
«Colorado.
«Un lungo viaggio.»
Lo sconosciuto non disse niente.
«È diretto in qualche posto in particolare?»
«Arden.»
«E che cosa c’è ad Arden?»
«Non saprei. Non ci sono mai stato.»
Clayton rimase perplesso di fronte a quella risposta. Troppo astuta.
Troppo... arrogante? Troppo qualcosa. Qualunque cosa. All’improvviso
capì di non provare simpatia per quel tipo. «Aspetti qui», disse. «Le
dispiace se faccio un controllo?»
«Prego, si accomodi.»
Mentre si avvicinava alla macchina, Clayton si voltò e vide lo sconosciuto
tirare fuori dallo zaino una ciotola e riempirla d’acqua con una bottiglia.
Come se non avesse un pensiero al mondo.
Adesso scopriremo se è vero. Salito in auto, trasmise via radio il nome
sillabandolo e venne interrotto dalla centralinista.
«Si pronuncia Ti-bó’, non ‘Tài-bolt’. È francese.»
«E che cosa me ne importa di come si pronuncia?» «Volevo soltanto...»
«Lascia stare, Marge. Controlla e basta.»
«Ha l’aspetto di un francese?»
«Che diavolo ne so di che aspetto ha un francese!» «Sono curiosa. E sta’

calmo. Ho un sacco da fare qui.» Come no, pensò Clayton. Sei molto
impegnata a mangiare ciambelle. Marge se ne sbafava una decina al
giorno. Doveva pesare almeno centocinquanta chili.
Dal finestrino vide lo sconosciuto accovacciarsi accanto al pastore tedesco
e mormorargli all’orecchio mentre quello lappava l’acqua. Che idea,
parlare con gli animali. Assurdo. Come se le bestie fossero in grado di
capire qualcosa al di là degli ordini basilari. Anche la sua ex moglie lo
faceva, e questo avrebbe dovuto metterlo sull’avviso fin da subito.
«Non riesco a trovare niente», annunciò Marge, parlando mentre
masticava qualcosa. «Nessuna denuncia pendente di alcun genere.»
«Ne sei sicura?»
«Sì. So fare il mio lavoro.»
Come se avesse ascoltato la conversazione, lo sconosciuto raccolse la
ciotola e la rimise nello zaino, poi se lo caricò un’altra volta in spalla.
«Avete ricevuto altre chiamate? Su gente che bighellonava in giro o cose
del genere?» «No, è stata una mattinata tranquilla. A proposito, tu dove
sei? Tuo padre ti cercava.» Il padre di Clayton era lo sceriffo della contea.
«Digli che torno in ufficio tra poco.»
«Sembra molto arrabbiato.»
«Digli che sono stato fuori di pattuglia, hai capito?» In questo modo
penserà che sto lavorando, aggiunse tra sé.
«D’accordo.»
Così va meglio. «Ora devo andare.»
Rimise a posto la ricetrasmittente e rimase seduto immobile, provando una
punta di delusione. Sarebbe stato divertente vedere come se la cavava in
prigione quel tizio, con la sua chioma femminile e tutto il resto. I fratelli
Landry se la sarebbero spassata con lui. Erano frequentatori regolari della
cella il sabato sera; ubriachi e molesti, disturbavano la quiete pubblica
azzuffandosi quasi sempre tra loro. Tranne quando erano dentro, allora se
la prendevano con qualcun altro.
Giocherellò con la maniglia della portiera. Che cosa aveva questa volta suo
padre? Certo che gli dava proprio sui nervi. Fa’ questo. Fa’ quello. Hai
compilato quelle carte? Perché sei in ritardo? Dove sei stato? Gli sarebbe
tanto piaciuto mandare il vecchio a quel paese. Era ancora convinto di
avere lui il controllo della situazione.

Che importa, si disse. Un giorno o l’altro si sarebbe accorto che non era
così. Adesso era ora di spedire via il vagabondo, prima che arrivassero
altre ragazze. Quello era considerato un posticino segreto, giusto? I
fricchettoni hippie potevano guastare l’atmosfera.
Scese dall’auto e si richiuse la portiera alle spalle. Il cane piegò il muso di
lato, fissandolo mentre lui si avvicinava e porgeva il passaporto allo
sconosciuto. «Mi scusi per il disturbo, signor...» stavolta sbagliò la
pronuncia di proposito. «Stavo solo facendo il mio dovere. A meno che lei
non abbia armi o droga nello zaino.»
«Non ne ho.»
«Mi permette di accertarmene personalmente?»
«Direi di no. Quarto Emendamento e tutto il resto.» «Vedo che ha un
sacco a pelo con sé. Dorme in campeggio?» «Ieri notte ero nella Burke
County.»
Clayton ci rifletté un momento.
«Non ci sono campeggi da queste parti», replicò.
Lo sconosciuto non disse niente.
Fu Clayton a distogliere per primo lo sguardo. «Le consiglio di tenere il
suo cane al guinzaglio.» «Non sapevo che in questa contea fosse in vigore
una legge in tal senso.» «Non c’è. Lo dico soltanto per il bene del cane. Il
traffico è molto intenso sulla statale.» «Lo terrò a mente.»
«Bene, allora.» Clayton fece per andarsene, poi si fermò di nuovo. «Le
spiace se le chiedo da quanto tempo è qui?»
«Ero appena arrivato a piedi. Perché, c’è qualche problema?» Il tono di
quella risposta lo mise in allarme, ma si ricordò che il tizio non poteva
sapere che cosa stava facendo lui. «No, niente.» «Posso andare?»
«Sì, vada.»
Clayton guardò l’uomo e il cane incamminarsi lungo la strada sterrata e
poi imboccare un sentiero in mezzo al bosco. Una volta scomparsi, tornò
sui propri passi per cercare la macchina fotografica. Frugò nei cespugli,
scalciò gli aghi di pino, rifece il percorso un paio di volte. Alla fine cadde
in ginocchio, assalito da un crescente senso di panico. L’apparecchio
apparteneva all’ufficio dello sceriffo. Lui l’aveva soltanto preso in prestito
per quelle «missioni speciali» e suo padre si sarebbe messo a fare un sacco
di domande se saltava fuori che era stato perso. O, peggio ancora, se

l’avessero ritrovato con dentro le foto delle ragazze nude. Lo sceriffo era
molto rigido sul protocollo e il senso di responsabilità.
Erano passati alcuni minuti. In lontananza, sentì il rombo di un motore che
veniva acceso. Immaginò fosse quello della jeep delle studentesse. Solo
per un istante si soffermò a riflettere su che cosa avrebbero pensato loro,
vedendo la sua auto ancora lì. Ma al momento aveva preoccupazioni più
gravi.
La macchina fotografica era scomparsa.
Non l’aveva persa. Era sparita. E di sicuro non poteva essersene andata da
lì con le sue gambe. Non era neppure possibile che l’avessero trovata le
ragazze, considerò. Ciò significava che Taibolt lo aveva preso in giro fin
dal principio. Tai-bolt. Prendere in giro. Lui. Incredibile. Aveva capito
subito che quel tizio aveva un atteggiamento sospetto, troppo sicuro di sé,
troppo sornione.
Ah, ma non l’avrebbe passata liscia, no di certo. Non era ancora nato
l’hippie lurido e fricchettone e che parlava con il cane in grado di fregare
Keith Clayton.
Scostando i rami bassi tornò sulla strada, con l’idea di raggiungere Logan
Thibault e scambiare due chiacchiere. Questo tanto per cominciare. Ma
non sarebbe finita lì; questo era sicuro. Il tizio credeva di poter giocare
sporco senza pagare le conseguenze? Niente affatto. Non in quella città,
quanto meno. E non gli importava niente neppure del cane. Il cane si
arrabbiava? Ciao, ciao, cane. Semplice. I pastori tedeschi erano armi...
nessun tribunale dello stato lo avrebbe mai smentito.
Una cosa alla volta, si disse. Trova Thibault. Riprenditi la macchina
fotografica. Poi pensa al passo successivo.
Solo in quel momento, mentre si avvicinava all’auto, si accorse che
entrambe le gomme posteriori erano a terra.
«Come hai detto che ti chiami?»
L’autostoppista si voltò sul sedile anteriore della jeep, parlando sopra il
frastuono dell’aria che entrava dai finestrini. «Logan Thibault.» Indicò il
retro della macchina. «E lui è Zeus.»
Il pastore tedesco era lì dietro, la lingua penzoloni, il naso sollevato verso
il vento mentre viaggiavano veloci in direzione dell’autostrada.
«Bellissimo cane. Io sono Amy. E loro sono Jennifer e Lori.» Thibault si
girò a guardarle. «Piacere.»

«Ciao.»
Sembravano turbate. Il che non lo sorprendeva, dopo quello che era
successo. «Grazie per il passaggio.»
«Figurati. Hai detto che devi andare a Hampton?»
«Se non è troppo distante.»
«È proprio sulla strada.»
Dopo essersi infilato nel bosco e aver sistemato un paio di cosette,
Thibault era tornato sulla sterrata mentre le ragazze stavano partendo.
Aveva sporto il pollice, grato di avere Zeus con sé, e loro si erano subito
fermate.
A volte le cose vanno proprio per il verso giusto.
Le aveva viste arrivare quel mattino presto – in realtà aveva dormito sulle
rocce che davano sulla spiaggetta -ma si era eclissato non appena avevano
cominciato a svestirsi. A suo parere quello che facevano rientrava nella
categoria «niente di male, niente di brutto» e, a parte lui, non c’era in giro
nessun altro. Non sarebbe certo rimasto lì a guardarle. Che importanza
aveva se si spogliavano oppure se si travestivano da galline? Non era affar
suo, ma a un certo punto aveva scorto una macchina della polizia della
Hampton County che risaliva la strada.
Dando una bella occhiata alla faccia dell’agente al volante si era accorto
che c’era qualcosa di sbagliato nella sua espressione. Senza rifletterci
aveva fatto un giro tagliando per il bosco ed era arrivato in tempo per
vedere il poliziotto che controllava la scheda di memoria della sua
macchina fotografica e poi scendeva dall’auto chiudendo la portiera senza
far rumore. Lo aveva seguito con lo sguardo mentre avanzava con cautela
verso il promontorio roccioso. Thibault sapeva perfettamente che
quell’uomo poteva essere lì per lavoro, ma aveva la stessa aria del suo
Zeus quando aspettava un ghiotto boccone di carne. Troppo esaltata per i
suoi gusti.
Così aveva ordinato al cane di restare immobile dov’era, si era tenuto a
distanza di sicurezza in modo che il poliziotto non si accorgesse di lui, e il
resto del piano era venuto fuori da solo.
Non poteva affrontarlo verbalmente: l’agente avrebbe dichiarato che stava
raccogliendo delle prove e le sue affermazioni avrebbero avuto più peso di
quelle di uno sconosciuto. Anche un confronto fisico era fuori discussione,
soprattutto perché avrebbe causato più problemi che altro, per quanto non

gli sarebbe dispiaciuto arrivare a uno scontro diretto con quel tizio. Per
fortuna – o sfortunatamente, a seconda del punto di vista – era apparsa la
terza ragazza, l’uomo era stato preso dal panico e Thibault aveva visto
dov’era finita la macchina fotografica. Dopo averla raccolta da terra
avrebbe potuto accontentarsi, ma quel tizio si meritava una lezione. Niente
di drammatico, giusto un gesto che preservasse l’onore delle ragazze,
permettesse a lui di proseguire il viaggio e rovinasse la giornata al
poliziotto. Ecco perché aveva forato i pneumatici dell’auto di servizio.
«A proposito», disse Thibault. «Ho trovato la tua macchina fotografica tra
i cespugli.» «Non è mia. Lori, Jen, una di voi ha perso la macchina
fotografica?» Entrambe negarono.
«Tenetela pure», dichiarò Thibault posandola sul sedile. «Tanto io ne ho
già una. E grazie per il passaggio.»
«Sei sicuro? Ha l’aria costosa.»
«Non preoccuparti.»
«Grazie.»
Thibault guardò le ombre che giocavano sul viso di Amy, trovandola
attraente come una bellezza di città. Lineamenti scolpiti, pelle olivastra,
occhi castani con pagliuzze nocciola. Avrebbe potuto guardarla per ore
senza stancarsi.
«Senti... fai qualcosa questo fine settimana?» domandò lei. «Noi andremo
tutte insieme alla spiaggia.»
«Grazie per l’invito, ma non posso venire.»
«Scommetto che vai a trovare la tua ragazza, vero?» «Che cosa te lo fa
pensare?»
«Te lo leggo in faccia.»
Lui si impose di girare la testa dall’altra parte. «Qualcosa del genere.» 2
Thibault
Era strano pensare alle svolte impreviste nella vita di un uomo. Fino a un
anno prima Thibault avrebbe colto al volo l’occasione di passare un fine
settimana con Amy e le sue amiche. Probabilmente era proprio quello che
gli serviva, ma quando lo lasciarono alla periferia di Hampton in
quell’afoso pomeriggio di agosto, lui le salutò con la mano, provando un
senso di sollievo. Era stato terribilmente faticoso mantenere una facciata di
normalità.

Da quando aveva lasciato il Colorado – erano passati ormai cinque mesi –
non aveva mai trascorso volontariamente più di qualche ora con nessuno, a
eccezione di un vecchio contadino di Little Rock che lo aveva ospitato per
la notte sul soppalco della fattoria, dopo una cena in cui entrambi avevano
a stento spiccicato parola. Thibault aveva apprezzato il fatto che il vecchio
non sentisse il bisogno di interrogarlo su come fosse capitato lì. Nessuna
domanda, nessuna curiosità, nessuna velata allusione. Soltanto la semplice
accettazione del fatto che lui non aveva voglia di parlare. Per ricambiare,
Thibault si era fermato un paio di giorni aiutandolo a riparare il tetto della
stalla prima di tornare per strada, lo zaino in spalla, Zeus alle calcagna.
A parte il breve passaggio che gli avevano offerto le ragazze, era sempre
andato a piedi. Dopo aver lasciato le chiavi dell’appartamento al padrone
di casa nel marzo precedente, aveva consumato otto paia di scarpe, era
sopravvissuto alle lunghe e solitàrie trasferte a forza di barrette energetiche
e acqua e una volta, nel Tennessee, si era mangiato cinque interi pancake
di fila dopo aver digiunato per quasi tre giorni. Assieme a Zeus aveva
attraversato tormente, grandinate, piogge torrenziali e calure così intense
da fargli venire le vesciche sulle braccia; aveva visto un tornado
all’orizzonte nei pressi di Tulsa, in Oklahoma, e in un paio di casi aveva
rischiato di essere colpito da un fulmine. Aveva fatto grandi deviazioni per
evitare le arterie principali, allungando di molto il percorso, a volte così,
d’impulso. In genere camminava finché non era stanco e a fine giornata
cercava un posto in cui accamparsi, un punto qualsiasi dove pensava che
lui e Zeus non sarebbero stati disturbati. Di mattina si rimettevano in
marcia prima dell’alba, senza dare nell’occhio. Fino a quel momento
nessuno li aveva importunati.
Calcolava di percorrere una media di trenta chilometri al giorno, anche se
non aveva mai tenuto il conto preciso delle distanze né del tempo. Non era
quello lo scopo del viaggio. Probabilmente c’era chi pensava che
camminasse per lasciarsi dietro i ricordi del mondo che aveva
abbandonato, il che suonava assai romantico; altri credevano che lo
facesse solo per il gusto di tenersi in movimento. Ma non era vero neppure
questo: gli piaceva camminare e aveva un posto da raggiungere. Tutto qui.
Amava mettersi in marcia quando voleva, all’andatura che voleva, verso il
luogo dove voleva essere. Dopo quattro anni passati a eseguire ordini nel
corpo dei marines, era il concetto di libertà ad attrarlo.
La madre stava in pensiero per lui, ma del resto era quello che facevano
sempre le madri. O quanto meno la sua. La chiamava abbastanza

regolarmente per farle sapere che andava tutto bene e di solito dopo era
assalito dalla sensazione di non essere giusto con lei. Era già stato via a
lungo nei cinque anni precedenti, in Iraq, e ogni volta, prima di partire,
aveva ascoltato la sua voce preoccupata che gli raccomandava per telefono
di non commettere sciocchezze. Non lo aveva fatto, ma ci era andato
vicino in più di un’occasione. E anche se lui non le aveva mai raccontato
niente al riguardo, lei leggeva i giornali. «Ci mancava solo questo,
adesso», aveva protestato la vigilia di quest’ultima partenza. «Mi sembra
tutta una pazzia.»
Forse lo era. Forse no. Ancora non aveva deciso.
«Che ne pensi tu, Zeus?»
Il cane alzò il muso sentendo il proprio nome e gli trotterellò accanto.
«Sì, lo so. Hai fame. Non è una novità.»
Si fermò nel parcheggio di uno squallido motel ai margini della città. Prese
la ciotola e ciò che restava del cibo per cani. Mentre Zeus mangiava,
Thibault diede un’occhiata alla città davanti a lui.
Hampton non era il posto peggiore che avesse visto, questo era sicuro, ma
neppure il migliore. La città sorgeva sulle sponde del South River, una
cinquantina di chilometri a nordovest di Wilmington e della costa, e a
prima vista non sembrava diversa dalle tante comunità operaie
autosufficienti, con una lunga storia alle spalle, che costellavano il Sud
degli Stati Uniti. Un paio di semafori dondolavano appesi a cavi volanti,
regolando il flusso del traffico diretto verso il ponte sul fiume, e ai lati
della via principale c’erano bassi edifici di mattoni che si susseguivano
fitti più o meno per un chilometro, con le scritte applicate sulle vetrine di
bar, tavole calde o ferramenta. Qua e là crescevano alberi di magnolia le
cui radici avevano crepato e sollevato l’asfalto dei marciapiedi. In
lontananza riconobbe la vecchia colonnina a righe di un barbiere con tanto
di vecchietto regolamentare seduto sulla panca lì di fronte. Sorrise. Era
tutto molto pittoresco, come una cartolina degli anni Cinquanta.
Tuttavia, guardando meglio, si rese conto che la prima impressione era
fuorviante. Nonostante la posizione centrale sul lungofiume – o forse
proprio a causa di essa – colse i segnali di decadenza nei tetti imbarcati,
nei mattoni sbriciolati a livello delle fondamenta, nelle chiazze di umidità
sull’intonaco appena sopra, che stavano a indicare gravi inondazioni in
passato. I negozi erano ancora tutti in attività, ma a giudicare dal parco
macchine posteggiato lungo la via, si chiese per quanto tempo ancora

avrebbero resistito. I quartieri storici delle piccole città stavano facendo la
fine dei dinosauri, e se la cittadina di fronte a lui somigliava alle molte
altre che aveva già visitato, di certo c’era una zona commerciale più
nuova, sorta intorno a un supermercato di una grossa catena, che avrebbe
segnato il destino di quella parte dell’abitato.
Strano, però. Trovarsi lì. Non sapeva bene come si era immaginato
Hampton, ma forse non così.
Non aveva importanza. Mentre Zeus finiva di mangiare, lui si domandò
quanto tempo avrebbe impiegato a rintracciarla... la donna della fotografia.
La donna che era venuto a incontrare.
Comunque l’avrebbe trovata. Questo era poco ma sicuro. Si caricò lo zaino
in spalla. «Hai finito?» Zeus inclinò il muso.
«Andiamo a cercare una camera. Voglio mangiare e farmi una doccia. E
anche tu hai bisogno di un bel bagno.»
Avanzò di qualche passo prima di accorgersi che il cane non si era mosso.
Si voltò a guardarlo.
«Non fare quella faccia. Hai bisogno di lavarti. Punto. Puzzi.» Zeus rimase
immobile.
«Va bene. Fa’ quello che ti pare. Io vado.»
Si diresse verso la reception per registrarsi, sapendo che il cane l’avrebbe
seguito. Alla fine Zeus lo seguiva sempre.
Prima di imbattersi in quella fotografia, la vita di Thi-bault aveva seguito i
suoi binari. Lui aveva sempre avuto un progetto. Aveva desiderato riuscire
a scuola e l’aveva fatto; aveva voluto praticare molti sport e aveva avuto
successo più o meno in tutti. Aveva voluto imparare a suonare il piano e il
violino ed era diventato abbastanza bravo da comporre musica. Dopo il
diploma alla University of Colorado aveva pensato di entrare nei marines e
il reclutatore era rimasto stupito che avesse deciso di far parte della truppa,
anziché frequentare la scuola ufficiali. Stupito, ma entusiasta. In genere i
laureati non amano mischiarsi tra le file dei soldati, mentre era proprio
quello che voleva lui.
Il crollo delle Torri Gemelle non aveva influito molto sulla sua decisione.
Arruolarsi gli era sembrata la scelta più naturale, dato che il padre aveva
servito nel corpo per venticinque anni. Suo papà aveva cominciato come
soldato semplice e aveva finito per diventare uno di quei sergenti brizzolati
e dalla mascella volitiva che incutono timore a tutti, tranne alla moglie e ai

loro sottoposti. Trattava i propri uomini come se fossero figli; il suo unico
obiettivo, soleva ripetere, era riportarli a casa dalla mamma sani e salvi e
cresciuti. Nel corso del tempo era stato invitato a una cinquantina di
matrimoni dai suoi ragazzi, che non concepivano di sposarsi senza la sua
benedizione. Dal punto di vista militare si era guadagnato le più alte
onorificenze in Vietnam e aveva prestato servizio a Grenada, Panama, in
Bosnia e nella prima guerra del Golfo. Non gli dispiaceva venire trasferito,
e il piccolo Logan aveva trascorso l’infanzia passando da una base all’altra
in tutto il mondo. Per certi versi era più affezionato a Okinawa che al
Colorado e, sebbene il suo giapponese fosse arrugginito, era convinto che
una settimana a Tokyo gli sarebbe bastata per rispolverarlo. Come suo
padre, immaginava di andare in pensione dopo una carriera nel corpo dei
marines, ma diversamente da lui si augurava di vivere abbastanza a lungo
da godersela. Thi-bault senior era morto all’improvviso di infarto due anni
dopo aver smesso la divisa. Un attimo prima stava spalando la neve nel
vialetto, l’attimo successivo non c’era più. All’epoca il figlio aveva
quindici anni, e quello era il suo ricordo più vivido per quanto riguardava
il periodo precedente l’arruolamento.
Da giovane, essere figlio di un militare confonde un po’ le cose, se non
altro perché ci si sposta in continuazione. Amici che vanno e vengono,
valigie fatte e disfatte, frequenti traslochi in cui ci si porta dietro solo
l’essenziale e, come risultato, pochi appigli. A volte è difficile, ma tempra
un ragazzo in una maniera che agli altri risulta incomprensibile. Gli
insegna che, sebbene sia inevitabile lasciarsi alle spalle alcune persone, è
altrettanto inevitabile che queste vengano sostituite da altre; che ogni posto
ha qualcosa di bello – e di brutto – da offrire. Fa crescere in fretta.
Anche gli anni del college erano piuttosto confusi, ma quel capitolo della
sua vita aveva caratteristiche proprie. Lo studio durante la settimana, lo
svago nei weekend, gli esami, la dieta da fastfood e due ragazze, una delle
quali era durata più di un anno. Chiunque abbia frequentato l’università ha
storie identiche da raccontare, poche delle quali con un impatto a lungo
termine. Alla fine resta solo ciò che hai studiato. In realtà, lui aveva avuto
l’impressione che la sua vita cominciasse davvero solo quando era arrivato
a Parris Island per l’addestramento di base. Non appena era sceso dalla
corriera il sergente istruttore aveva cominciato a sbraitargli nell’orecchio.
Non c’è niente come un sergente istruttore per convincerti che tutto quello
che c’è stato prima nella tua vita non conti nulla. Adesso appartenevi a
loro, e questo era quanto. Sei uno sportivo? Fammi cinquanta flessioni,

campione. Hai la laurea? Monta il fucile, Einstein. Tuo padre era nei
marines? Pulisci le latrine come faceva lui ai suoi tempi. I soliti cliché.
Corri, marcia, sull’attenti, striscia nel fango, scala la parete:
l’addestramento era esattamente come se l’era immaginato.
Doveva ammettere che la disciplina funzionava quasi sempre. Spezzava le
persone, le riduceva in frantumi e alla fine le rimodellava in veri soldati. O
almeno era quello che gli dicevano. Lui non si spezzò. Eseguiva gli ordini,
teneva la testa bassa, faceva come loro volevano e rimase l’uomo che era
stato prima. Ma diventò lo stesso un marine.
Finì nel Primo battaglione, Quinto reggimento, a Camp Pendleton. San
Diego era il luogo giusto per lui, clima stupendo, grandi spiagge e donne
bellissime. Ma non era destinato a durare. Nel gennaio 2003, appena
compiuti ventitré anni, fu spedito in Kuwait per l’operazione Iraqi
Freedom. Camp Doha, in una zona industriale di Kuwait City, era stato
allestito durante la prima guerra del Golfo e ormai era una città a sé stante.
C’erano una palestra e un Internet Point, uno spaccio, delle mense e una
distesa di tende fino all’orizzonte. Un posto pieno di attività reso ancora
più frenetico dall’imminente invasione, e la situazione fu caotica fin dal
principio. Le sue giornate erano un susseguirsi incessante di riunionifiume, addestramento duro ed esercitazioni su piani d’attacco sempre
diversi. Aveva indossato la tuta contro le armi chimiche almeno un
centinaio di volte. E poi circolavano voci disparate. La cosa più difficile
era cercare di orientarsi in quella confusione. Tutti conoscevano qualcuno
che conosceva qualcuno che aveva sentito la storia vera. Un giorno la
partenza era imminente; quello dopo bisognava aspettare ancora un po’.
Gli iracheni arrivavano da nord e da sud; poi solo da sud e forse neppure
da lì. Il nemico aveva armi di distruzione di massa e intendeva usarle; il
giorno successivo si diceva che Saddam non le avrebbe usate perché
temeva che gli americani avrebbero risposto sganciando bombe atomiche.
Si mormorava che la guardia repubblicana volesse compiere un’azione
suicida appena oltre il confine; altri giuravano che sarebbe avvenuta a
Baghdad. Altri ancora sostenevano che l’obiettivo erano i pozzi petroliferi.
Per farla breve, nessuno sapeva niente e questo serviva solo a infiammare
l’immaginazione dei 150.000 soldati di stanza in Kuwait.
Nella maggioranza i soldati sono ragazzi. La gente tende a dimenticarlo.
Diciotto, diciannove, vent’anni... metà dell’esercito non aveva neppure
l’età per comperarsi una birra. Erano sicuri di sé, ben addestrati e ansiosi
di partire, ma era impossibile ignorare la realtà di ciò che li aspettava. Una

parte di loro sarebbe morta. C’era chi ne parlava apertamente, chi scriveva
lettere alla famiglia affidandole al cappellano. Gli animi erano in fermento.
Alcuni soffrivano d’insonnia; altri dormivano il più possibile. Thibault si
guardava in giro con un certo distacco. Benvenuti in guerra, gli sembrava
di sentire dire dal padre. È sempre così: situazione sotto controllo e tutto a
put..ne.
Comunque anche Thibault non era immune alla tensione in aumento e,
come gli altri, sentiva il bisogno di uno sfogo. Non poteva proprio farne a
meno. Si diede al poker. Il padre gli aveva insegnato a giocare e lui se la
cavava... o almeno così pensava. Nelle prime tre settimane perse
praticamente tutti i risparmi, bluffando mentre avrebbe dovuto passare,
passando mentre avrebbe dovuto restare in gioco. Non erano grosse cifre, e
in ogni caso lì non avrebbe avuto molte occasioni di spenderle, ma la cosa
lo mise di cattivo umore. Odiava essere battuto.
Cercò di distrarsi lanciandosi in lunghe corse al mattino presto, prima che
sorgesse il sole. La temperatura era rigida; sebbene fosse in Medioriente da
un mese, continuava a restare sorpreso di quanto potesse far freddo la notte
nel deserto. Correva veloce sotto un cielo punteggiato di stelle, il respiro
che si condensava in nuvolette.
Verso la fine di uno dei suoi giri, quando era in vista della tenda, rallentò.
Il sole spuntava all’orizzonte, spargendo oro sull’arido paesaggio. Con le
mani sui fianchi, riprese fiato e fu allora che notò con la coda dell’occhio
una foto semisepolta nella sabbia. Si fermò a raccoglierla. Era stata
plastificata, lui la ripulì dalla polvere e la guardò.
Una bionda sorridente con maliziosi occhi verde giada, un paio di jeans e
una maglietta con scritto lucky lady. Alle sue spalle, uno striscione: fiera
di hampton. Accanto a lei un pastore tedesco con i peli del muso grigi. Tra
la folla sullo sfondo spiccavano due giovani vicino alla biglietteria, un po’
sfocati. In lontananza si vedevano tre sempreverdi di quelli che si trovano
un po’ dappertutto. Sul retro della foto erano scritte a mano le parole:
«Abbi cura di te!non aveva rilevato subito questi dettagli. Il suo primo
istinto era stato di gettarla via. E l’aveva quasi fatto, poi aveva pensato che
qualcuno doveva averla persa. Qualcuno per cui quella foto aveva un
significato particolare.
Tornato al campo, l’aveva attaccata in una bacheca per gli annunci
all’ingresso dell’Internet Point, immaginando che tutti i soldati sarebbero
passati di lì, prima o poi.

Una settimana dopo nessuno aveva ritirato la fotografia. A quel punto il
suo plotone si esercitava tutti i giorni per ore e il poker si era fatto serio.
C’era chi aveva perso migliaia di dollari; si diceva che un caporale fosse
sotto di quasi diecimila. Thibault, che non si era più avvicinato al tavolo da
gioco dopo gli umilianti esordi, preferiva trascorrere il tempo libero a
rimuginare sull’imminente invasione e a chiedersi come avrebbe reagito
sotto il fuoco nemico. Avvicinandosi alla bacheca tre giorni prima della
partenza, vide la foto ancora appesa e, per un motivo inspiegabile, la prese
e se la infilò in tasca.
Victor, il suo migliore amico nella squadra – erano insieme fin
dall’addestramento di base – lo convinse a sedersi al tavolo da poker
quella sera, nonostante le sue riserve. Sempre a corto di fondi, Thibault
cominciò a giocare con prudenza, convinto che non sarebbe durato più di
mezz’ora. Passò la mano nelle prime tre partite, poi si ritrovò con una
scala nella quarta e un full nella sesta. Aveva sempre delle belle carte –
tris, scale, full – e a metà serata si era rifatto delle perdite precedenti. I
giocatori iniziali furono sostituiti da altri. Lui rimase. Cambiarono di
nuovo i giocatori; lui rimase ancora. La fortuna continuò a sorridergli e
all’alba aveva vinto più di quanto avesse guadagnato in sei mesi da
arruolato.
Fu solo al momento di alzarsi dal tavolo che si ricordò di avere tenuto in
tasca la foto della sconosciuta. Una volta tornato con Victor nella tenda,
gliela mostrò, indicandogli le parole sulla maglietta di lei. Il suo amico –
figlio di immigrati clandestini che vivevano vicino a Bakersfield, in
California – non solo era religioso, ma anche molto superstizioso. Stava
attento a segni come lampi, biforcazioni stradali e gatti neri, e prima di
partire per il Kuwait gli aveva raccontato di un suo zio che poteva gettarti
il malocchio: «Quando ti guarda in un certo modo, è solo questione di
tempo prima che tu muoia». Ascoltandolo, a Thibault era sembrato di
sentire un ragazzino di dieci anni che racconta storie di fantasmi accanto al
falò. Ma non voleva dire niente. Ognuno aveva le sue fissazioni. Quel tizio
credeva nei presagi? Benissimo. L’importante era che Victor fosse un
tiratore abbastanza bravo da essere stato scelto come cecchino, visto che
aveva affidato a lui la propria vita.
Victor guardò la foto prima di restituirgliela. «Hai detto di averla trovata
all’alba?» «Esatto.»
«Quello è un momento della giornata molto potente.» «Me l’hai già
spiegato.»

«È un segno», dichiarò Victor. «Lei è il tuo portafortuna. Vedi la scritta
sulla maglietta, no?» «In effetti stanotte mi ha portato fortuna.»
«Non solo stanotte. C’è una ragione, se hai trovato questa foto. C’è una
ragione, se nessuno l’ha reclamata. E c’è una ragione, se oggi l’hai presa.
Era destinata a te soltanto.»
Thibault avrebbe voluto dire qualcosa sul tizio che l’aveva persa e che
magari la stava disperatamente cercando, ma preferì tacere. Si sdraiò sulla
brandina, le mani intrecciate dietro la testa.
Victor lo imitò. «Sono contento per te», dichiarò. «D’ora in poi la fortuna
sarà dalla tua parte.» «Lo spero.»
«Ma non devi mai perdere la foto.»
«No?»
«Altrimenti, l’incantesimo funzionerà al contrario.» «Sarebbe a dire?»
«Che sarai sfortunato. E, in guerra, è la peggior cosa che possa capitarti.»
La camera del motel era tanto brutta dentro quanto l’edificio lo era fuori:
perline di legno alle pareti, lampadari penzolanti da catenelle, moquette
lisa, televisore inchiodato alla mensola. L’arredamento sembrava risalire
alla metà degli anni Settanta e non aver più subito modifiche. A Thibault
ricordava le stanze dove passava la notte da bambino quando andavano in
vacanza nel Sudovest. Si fermavano in posti vicini all’autostrada e a suo
papà bastava che fossero relativamente puliti. Sua madre non era tanto
d’accordo, ma che cosa poteva farci? Non si trovavano alberghi a quattro
stelle lungo le strade, e anche se ci fossero stati, loro non potevano certo
permetterseli.
Thibault compì le stesse operazioni del padre quando entrava nella camera
di un motel: abbassò il copriletto per assicurarsi che le lenzuola fossero
state cambiate, controllò la tenda della doccia per vedere che non fosse
ammuffita, cercò eventuali capelli nel lavandino. Nonostante le prevedibili
macchie di ruggine, il rubinetto che perdeva e le bruciature di sigaretta, il
posto era più pulito di quanto si aspettasse. E anche economico. Aveva
pagato in anticipo e in contanti per una settimana, senza che gli facessero
domande e che gli venisse applicato un sovrapprezzo per il cane. Tutto
sommato, un affare. Bene. Lui non aveva carte di credito o bancomat,
nessun recapito postale né un cellulare. Portava con sé praticamente tutto
ciò che possedeva. Aveva un conto in banca, a cui poteva attingere se
fosse rimasto a secco. Era intestato a una sua società, ma non era ricco.

Non era neppure agiato. La società non faceva utili, era solo un modo per
mantenere la privacy.
Piazzò Zeus nella vasca e lo lavò con lo shampoo che teneva nello zaino.
Poi si fece una doccia e si cambiò, indossando gli ultimi indumenti puliti
che aveva. Seduto sul letto, sfogliò l’elenco telefonico cercando una cosa
in particolare, ma senza fortuna. Prese nota mentalmente di fare il bucato
appena ne avesse avuto il tempo, poi decise di andare a mangiare un
boccone nel ristorantino che aveva visto poco più avanti sulla strada.
Arrivato lì, non gli permisero di portare dentro Zeus. Non era una novità; il
cane si accucciò davanti all’entrata e si addormentò. Thibault ordinò un
cheeseburger con patatine, che mandò giù con un milkshake al cioccolato,
poi ne chiese un altro per Zeus. Tornato fuori, guardò l’animale divorare il
panino in meno di venti secondi e poi alzare il muso pieno di aspettativa
verso di lui.
«Mi fa piacere che sia stato di tuo gusto. Andiamo.» Comperò al
supermercato una piantina della città e si sedette su una panchina vicino ai
giardini pubblici: uno di quei parchi vecchiotti, delimitati sui quattro lati
da strade con esercizi commerciali, con grandi alberi ombrosi, giochi per i
bambini e molti fiori. Non era affollato; un gruppetto di mamme sedute
insieme mentre i ragazzini si divertivano sullo scivolo e sulle altalene.
Esaminò i volti delle donne, per accertarsi che lei non fosse tra di loro, poi
si voltò e aprì la cartina prima che si insospettissero per la sua presenza lì.
Le mamme con i figli piccoli diventano sempre nervose quando vedono un
uomo da solo indugiare in zona senza uno scopo apparente. Non le
biasimava. C’erano troppi pervertiti in giro.
Studiò la piantina e valutò la mossa successiva. Non si illudeva che
sarebbe stato facile. Non aveva molte informazioni, dopo tutto. Soltanto
una fotografia, senza nome né indirizzo. Nessun numero di telefono.
Nessuna data. Niente, a parte un volto tra la folla.
Ma c’erano alcuni particolari. Aveva esaminato in dettaglio la foto ed era
partito da ciò che sapeva. Era stata scattata a Hampton. La donna all’epoca
doveva aver passato di poco i vent’anni. Era bella. Possedeva un pastore
tedesco o conosceva qualcuno che ce l’aveva. Il suo nome di battesimo
cominciava per E. Emma, Elaine, Elise, Ei-leen, Ellen, Emily, Erin,
Erica... sembravano i più plausibili, anche se al Sud c’erano nomi tipo
Erdine o Elspeth. Era stata alla fiera con qualcuno che poi era partito per
l’Iraq. Aveva dato la sua fotografia a questa persona, e in seguito Thibault

l’aveva trovata nel febbraio del 2003. Quindi la donna adesso doveva
essere vicino ai trenta. In lontananza si vedevano tre alberi sempreverdi.
Queste cose erano certe. Erano dati di fatto.
E poi c’erano le ipotesi, a cominciare da Hampton. Si trattava di un nome
piuttosto comune. Una rapida ricerca su Internet aveva rivelato diverse
contee e città che si chiamavano così: in South Carolina, Virginia, New
Hampshire, Iowa, Nebraska, Georgia. E anche altre. Molte altre. Tra cui,
naturalmente, Hampton nell’Hampton County, North Carolina.
Sebbene nel paesaggio sullo sfondo non fossero presenti elementi
rivelatori, era riuscito comunque a ricavare delle informazioni utili. Non
dalla donna, bensì dai giovani in fila alla biglietteria ritratti in secondo
piano. Due di loro portavano magliette stampate. Una – con l’immagine di
Homer Simpson – non gli era stata di nessun aiuto. L’altra, con la parola
davidson scritta sul davanti, dapprincipio non gli aveva suggerito niente,
anche se ci aveva pensato su parecchio. Credeva fosse un riferimento alla
Harley-Davidson, ma poi un’altra ricerca su Google aveva svelato
l’arcano. Davidson era anche il nome di un rinomato college di Charlotte,
North Carolina. Selettivo, tosto, specializzato nelle materie umanistiche. Il
catalogo della loro libreria mostrava una maglietta con la stessa scritta.
Certo, quella da sola non garantiva che la foto fosse stata scattata proprio
nel North Carolina. Forse il ragazzo l’aveva ricevuta in regalo da qualcuno
che frequentava quel college; forse era uno studente di un altro stato, forse
gli piaceva semplicemente il colore, forse era un ex allievo trasferitosi
altrove. In ogni caso Thibault aveva telefonato alla Camera di Commercio
di Hampton prima di partire dal Colorado, e aveva scoperto che lì d’estate
si teneva una fiera. Un altro buon segno. A quel punto aveva una meta
plausibile, ma non certa. Lui presumeva si trattasse del posto giusto.
Eppure, per una ragione che non sapeva spiegarsi, sentiva che era così.
C’erano anche altre ipotesi, che semmai avrebbe preso in considerazione
in seguito. Ora la prima cosa da fare era individuare il luogo dove si
svolgeva la fiera. Uno dei dettagli che non era riuscito a scoprire su
Internet. C’era da sperare che, anche allora, venisse allestita nello stesso
punto, e per trovare qualcuno in grado di dargli queste indicazioni doveva
chiedere a una delle attività commerciali nei dintorni. Non un negozio di
souvenir o di antichità, spesso gestiti da persone arrivate da poco in città,
gente che fuggiva dal Nord in cerca di una vita più tranquilla e un clima
più mite. No, era meglio rivolgersi per esempio alla locale ferramenta.
Oppure al bar. O all’agenzia immobiliare. Avrebbe deciso strada facendo.

Voleva proprio vedere di persona il luogo esatto dove avevano scattato la
foto. Non tanto per farsi un’idea più precisa della donna – questo
naturalmente era impossibile – quanto per sapere se c’erano tre alti alberi
sempreverdi che crescevano vicini, di quelli con la cima a punta che si
trovano un po’ dappertutto.
3 Beth
Beth posò la lattina di Diet Coke, felice che Ben si stesse divertendo alla
festa di compleanno del suo amico Zach. Stava giusto pensando che le
sarebbe piaciuto non doverlo portare dal padre, quando Melody venne a
sedersi al suo fianco.
«Ottima idea, vero? I fucili ad acqua sono un successone.» Melody sorrise,
i denti sbiancati un po’ troppo candidi, la pelle un po’ troppo scura, come
se fosse appena tornata da una seduta al centro abbronzatura. E
probabilmente era così. Era sempre stata molto attenta al suo aspetto fin
dai tempi del liceo e ultimamente la sua sembrava essere diventata una
vera e propria ossessione.
«Speriamo che non rivolgano contro di noi quei Super Liquidator.» «Che
solo ci provino.» Melody si accigliò. «Ho avvertito Zach che, se osava,
mandavo tutti a casa.» Si appoggiò allo schienale, mettendosi comoda.
«Che cosa hai combinato quest’estate? Non ti ho vista in giro e non mi hai
mai richiamata.» «Lo so, mi spiace. Ma ho vissuto da eremita, avevo un
sacco da fare con Nana, il canile e tutto il resto. Non so come sia riuscita
lei a cavarsela senza un aiuto per tanto tempo.» «Come sta adesso?»
Nana era la nonna con cui Beth era cresciuta dall’età di tre anni, dopo che i
suoi genitori erano morti in un incidente stradale. «Meglio, ma l’ictus è
stato un duro colpo. Fatica ancora a muovere il lato sinistro del corpo. Può
seguire una parte delle attività, però non ce la fa a gestire anche il canile. E
sai quanto sia esigente con se stessa. Ho sempre paura che si strapazzi.»
«Ho visto che è tornata nel coro la domenica scorsa.» Nana faceva parte
del coro della chiesa battista da più di trent’anni. Era una delle sue
passioni. «Ha voluto andarci a tutti i costi, ma non credo abbia avuto la
forza di cantare. Quando è rientrata ha fatto un sonnellino di due ore.»
Melody annuì. «Che cosa succederà quando ricomincerà la scuola?» «Non
saprei.»
«Hai intenzione di riprendere il tuo lavoro, vero?» «Lo spero.»
«Lo speri? Lo sai che la settimana prossima c’è la riunione degli

insegnanti?» Beth non voleva pensarci, e tantomeno parlarne, ma sapeva
che l’amica insisteva a fin di bene. «Be’, non è detto che io torni. So che
sarebbe una bella grana per la scuola, però non posso lasciare Nana da sola
tutto il giorno. Almeno per il momento. E chi le darebbe una mano con i
cani?» «Non puoi pagare qualcuno?» propose Melody.
«Ci ho provato. Ti ho raccontato che cosa mi è capitato all’inizio
dell’estate? Ho assunto un tizio che si è presentato per un paio di giorni,
poi ha mollato il colpo prima del weekend. Lo stesso è accaduto con quello
che è venuto dopo. Dopodiché non si è proposto più nessuno. Il cartello
cercasi aiutante è sempre lì.»
«David si lamenta sempre della mancanza di buoni impiegati.» «Digli di
offrire il salario minimo. Allora sì che avrà di che lamentarsi. Ormai
neppure gli studenti delle superiori sono disposti a pulire le gabbie. Dicono
che è un lavoro umiliante.» «Ma è vero.»
Beth rise. «Sì, hai ragione», riconobbe. «In ogni caso ormai è fatta. Dubito
che cambi qualcosa entro la settimana prossima e, anche se così fosse, ci
sono cose peggiori. Mi piace addestrare i cani. Sono molto meno
impegnativi dei ragazzi.»
«Come mio figlio?»
«Il tuo era gestibile. Fidati.»
Melody fece un cenno verso Ben. «È cresciuto dall’ultima volta che l’ho
visto.» «Si è alzato di quasi due centimetri», rispose Beth, contenta che
l’amica se ne fosse accorta. Ben era sempre stato basso per la sua età...
nelle foto scolastiche lo mettevano davanti, all’estremità della fila ed era
comunque di mezza testa più piccolo del compagno che gli stava accanto.
Il figlio di Melody, Zach, era l’esatto contrario: stava dietro, il più alto
della classe.
«Ho sentito dire che Ben non giocherà a calcio quest’autunno», osservò
Melody.
«Vuole provare qualcosa di diverso.»
«E cioè?»
«Vuole imparare a suonare il violino. Prenderà lezioni dalla signora
Hastings.» «Insegna ancora? Deve avere almeno novant’anni.».
«Però ha la pazienza necessaria per insegnare a un principiante. O almeno
è ciò che mi ha detto. E Ben le è molto affezionato. Questa è la cosa
fondamentale.»

«Buon per lui», replicò Melody. «Scommetto che se la caverà benissimo.
Zach, però, ci resterà male.»
«Comunque non giocherebbero insieme. Zach entrerà nella squadra
giovanile, giusto?» «Se ce la farà.»
«Io ne sono certa.»
E così sarebbe stato. Zach era uno di quei ragazzini naturalmente
competitivi e sicuri di sé che si sviluppano precocemente e danno filo da
torcere agli altri giocatori meno dotati. Anche adesso, correndo in giro per
il giardino con il suo Super Liquidator, Ben non riusciva a stargli dietro.
Per quanto fosse dolce e di buon cuore, lui non era molto sportivo, un fatto
che mandava su tutte le furie l’ex marito di Beth. L’anno prima aveva
seguito le partite di calcio del figlio seduto sugli spalti con un’espressione
truce. Un’altra ragione per cui il bambino non voleva più giocare.
David farà ancora da aiuto allenatore?»
David, il marito di Melody, era un pediatra. «Non sa se ne avrà il tempo.
Da quando Hoskins se n’è andato, lo chiamano in continuazione. Hanno
cercato di trovare un altro dottore, ma è difficile. Non sono in molti a
volere lavorare in una cittadina di provincia, specie se l’ospedale più
vicino è a quarantacinque minuti di macchina. Spesso lui non torna a casa
prima delle otto. A volte persino più tardi...»
Beth avvertì l’ansia nella sua voce e immaginò che Melody stesse
pensando alla relazione extraconiugale che il marito aveva avuto l’inverno
precedente, ma preferì non fare commenti.
«E tu come stai? Ti vedi con qualcuno?»
Beth fece una smorfia. «Nessuno, dopo Adam.»
«Come mai è finita con lui?»
«Non ne ho idea.»
Melody la guardò. «Non ti invidio. A me non è mai piaciuto andare alla
ricerca di un fidanzato.» «Già, ma tu almeno eri brava. Io sono una frana.»
«Adesso esageri.»
«No. Comunque, sto bene da sola. Non credo che avrei la forza di
ricominciare. Mettermi i bigodini, depilarmi, flirtare, fingere di andare
d’accordo con i suoi amici. Mi sembra uno sforzo eccessivo.»
Melody arricciò il naso. «Non ti depili le gambe?» «Certo che sì», rispose
lei, e abbassando la voce aggiunse: «Quasi sempre». Si drizzò a sedere.

«Ma hai capito. Uscire con un uomo è dura, soprattutto alla mia età.» «Per
favore. Non hai ancora trent’anni e sei uno schianto.» Beth se lo era sentito
ripetere fino alla nausea e non era del tutto indifferente al fatto che gli
uomini – anche quelli sposati – spesso si voltassero a guardarla quando
passava per strada. Nei primi tre anni di insegnamento lì le era capitato
solo una volta che un padre si presentasse ai colloqui. Per il resto erano
sempre le madri a venire da lei. Un po’ stupita, ne aveva parlato con la
nonna, che le aveva spiegato: «Le donne non vogliono che tu resti da sola
con i loro mariti, perché sei bella come una zucca matura».
Nana aveva un modo tutto suo di dire le cose.
«Dimentichi dove abitiamo», obiettò Beth a Melody. «Non ci sono tanti
scapoli della mia età da queste parti. E c’è un motivo, se loro sono ancora
single.»
«Non è vero.»
«Forse in una grande città. Ma in provincia? In questa cittadina? Fidati. Ho
vissuto qui per tutta la vita. Nelle rare occasioni in cui sono stata invitata
fuori, siamo usciti due o tre volte, poi hanno sempre smesso di cercarmi.
Non chiedermi perché. » Agitò la mano in un gesto di filosofica
rassegnazione. «Ma non è grave. Ho Ben e Nana. Non vivo mica da sola,
circondata da decine di gatti.»
«No. Però hai un sacco di cani.»
«Non sono miei. Appartengono ad altre persone. C’è una bella differenza.»
«Già», sbuffò Melody. «Un’enorme differenza.»
Dall’altra parte del giardino Ben inseguiva il gruppo di ragazzini con il suo
fucile ad acqua, quando inciampò e cadde. Gli occhiali gli rotolarono
nell’erba. Beth frenò l’impulso di alzarsi per soccorrerlo: l’ultima volta
che lo aveva fatto, lo aveva messo chiaramente in imbarazzo. Ben tastò in
giro finché non trovò gli occhiali, poi si rialzò e ricominciò a correre.
«Crescono così in fretta, vero?» osservò Melody. «So che è una banalità,
ma è vero. Ricordo che, quando me lo diceva mia madre, io pensavo fosse
pazza. Non vedevo l’ora che Zach diventasse un po’ più grande. All’epoca
aveva le coliche, e da un mese non riuscivo a dormire più di due ore filate
per notte. Ed ecco che adesso, in un batter d’occhio, sono pronti per andare
alle superiori.»
«Non ancora. Manca un anno.»
«Lo so, ma io sono già in apprensione.»

«E perché?»
«Be’, sai... è un’età difficile. I ragazzi sono in quella fase in cui
cominciano a capire il mondo degli adulti senza però avere la maturità per
affrontare ciò che accade intorno a loro. Per non parlare di tutte le
tentazioni e del fatto che smettono di darti retta come prima, a cui bisogna
sommare gli sbalzi d’umore dell’adolescenza. Ti confesso che non sono
affatto ansiosa di vedere questa fase. Tu sei un’insegnante. Lo sai bene.»
«Ed è per questo che resto alle elementari.» «Ottima scelta.» Melody si
fece taciturna. «Hai sentito di Elliot Spencer?»
«No, sono rimasta tagliata fuori, ricordi?» «Lo hanno beccato a spacciare.»
«Ma ha solo un paio d’anni più di Ben!» «E va ancora alle medie.»
«Adesso sì che mi hai messa in agitazione.» Melody alzò gli occhi al cielo.
«Non è il caso. Se mio figlio assomigliasse di più a Ben, non avrei motivo
di essere nervosa. Ben è un bambino all’antica. E sempre educato, gentile,
sempre pronto ad aiutare i più piccoli. È molto sensibile. Io, invece, ho
Zach.»
«Anche Zach è un bambino straordinario.» «Lo so. Però è sempre stato più
difficile di Ben. Ed è più influenzabile di lui.»
«Ma li hai visti giocare? Da dove sto seduta io sembra sia Ben a seguire gli
altri.» «Hai capito benissimo che cosa intendo.» In effetti era vero. Fin da
piccolo Ben aveva mostrato di voler scegliere da solo la propria strada. Il
che era positivo, doveva riconoscere lei, perché era una buona strada.
Sebbene non avesse molti amici, aveva un sacco di interessi a cui si
dedicava da solo. Ed erano fior di interessi. Leggeva tanto e giocava a
scacchi (un gioco che sembrava capire a livello istintivo) sulla console
elettronica ricevuta in regalo per Natale. Gli piaceva anche scrivere e
giocare con i cani, che però erano agitati a causa delle lunghe ore di
solitudine passate nelle gabbie e in genere lo ignoravano. Trascorreva
pomeriggi interi a lanciargli palline da tennis e pochi di loro gliele
riportavano.
«Non ci saranno problemi, vedrai.»
«Lo spero.» Melody posò il bicchiere. «È arrivato il momento di andare a
prendere la torta, che ne dici? Zach ha l’allenamento alle cinque.»
«Farà molto caldo.»
Melody si alzò. «Sono sicura che vorrà portarsi dietro il Super Liquidator.
Per spruzzare l’allenatore.»

«Ti serve aiuto?»
«No, grazie. Resta pure seduta lì a rilassarti. Torno subito.» Beth osservò
l’amica che si allontanava e per la prima volta si accorse di quanto fosse
dimagrita. Doveva aver perso cinque o sei chili. Era a causa dello stress,
pensò. Il tradimento di David l’aveva devastata. Ma diversamente da lei,
Melody era decisa a salvare il salvabile. Del resto le loro storie
sentimentali erano diverse. David aveva commesso un grosso errore e
aveva ferito la moglie, però in generale Beth li aveva sempre considerati
una coppia felice. Il suo matrimonio, invece, era stato un fallimento fin dal
principio. Proprio come aveva previsto Nana. La nonna sapeva valutare le
persone a prima vista e se qualcuno non le piaceva, aveva un modo tutto
particolare di dimostrarlo. Quando lei le aveva annunciato di essere incinta
e che, invece di andare all’università, si sarebbe sposata con il suo ragazzo,
Nana aveva cominciato a scrollare le spalle così spesso ed energicamente
che quel gesto era diventato quasi un tic nervoso. Ovviamente all’epoca
Beth non ci aveva badato. La nonna non gli ha dato neppure un’occasione,
pensava. Non lo conosce affatto. Faremo funzionare le cose tra di noi.
Nossignore, non era successo così. Quel matrimonio era durato meno di
nove mesi: Ben aveva cinque settimane quando si erano separati. Nana
aveva visto giusto fin da subito.
Melody scomparve dentro casa e rispuntò pochi minuti dopo, seguita dal
marito. David portava piatti e posate di plastica e aveva l’aria preoccupata.
Beth notò le ciocche brizzolate sulle tempie e le profonde rughe che gli
solcavano la fronte. L’ultima volta che lo aveva visto quelle rughe erano
meno marcate.
A volte si chiedeva come sarebbe stata la sua vita da sposata. Non con il
suo ex, naturalmente. La sola idea le faceva venire i brividi. Le bastava
avere a che fare con lui ogni due fine settimana, grazie tante. Ma con un
altro. Uno... migliore. Le sembrava una buona prospettiva, almeno in
teoria. In realtà dopo dieci anni si era abituata all’indipendenza e, anche se
non era male avere qualcuno con cui condividere le serate e ricevere un bel
massaggio alla schiena di tanto in tanto, era altrettanto piacevole poter
passare tutto il sabato in pigiama, se ne aveva voglia. Come a volte le
capitava di fare con Ben. Le chiamavano le «giornate pigre». Erano le
migliori. Si ritagliavano un giorno di ozio completo, in cui si limitavano a
guardare un film e ordinare una pizza. Celestiale.
E poi, se le relazioni sentimentali erano difficili, il matrimonio lo era cento
volte tanto. Non erano solo Melody e David a lottare per tenere insieme le

cose: sembrava che la maggior parte delle coppie lo facesse. Come diceva
la nonna? Metti due persone diverse con aspettative diverse sotto lo stesso
tetto, e non saranno sempre rose e fiori a primavera.
Proprio così. Anche se non capiva dove Nana andasse a pescare le sue
metafore.
Guardò l’ora e calcolò che, appena fosse finita la festa, sarebbe dovuta
correre a casa a vedere come stava. Di sicuro l’avrebbe trovata, dietro il
banco dell’ufficio, oppure fuori con i cani. Nana era cocciuta. Che
importanza aveva se la gamba sinistra la reggeva a malapena? La mia
gamba non è perfetta, ma non è neppure fatta di cera. Oppure se poteva
cadere e farsi male? Non sono un vaso di porcellana. O se il braccio
sinistro era praticamente inutilizzabile? Finché riesco a mangiare la
minestra, non mi serve.
Era fatta a modo suo, benedetta donna.
«Ehi, mamma?»
Persa nei suoi pensieri, non si era accorta che Ben si era avvicinato. Aveva
il viso lentigginoso madido di sudore. I vestiti erano fradici e sulla
maglietta c’erano macchie d’erba che di sicuro non sarebbero più venute
via.
«Sì, tesoro?»
«Posso dormire qui da Zach stasera?»
«Credevo che dovesse andare all’allenamento.»
«Dopo. Molti bambini rimangono e sua mamma gli ha regalato Guitar
Hero per il compleanno.» Lei sapeva la vera ragione per cui glielo
chiedeva.
«Stasera non è possibile. Papà passa a prenderti alle cinque.» «Perché non
lo chiami tu per domandargli se mi da il permesso?» «Posso provarci. Ma
sai com’è...»
Ben annuì e Beth, come sempre, si sentì stringere il cuore. «Sì, lo so»,
mormorò lui.
Il sole batteva sul parabrezza a temperatura di cottura e lei rimpianse di
non aver fatto riparare il condizionatore dell’auto. Con il finestrino
abbassato, i capelli le frustavano la faccia. Si ripromise per l’ennesima
volta di dargli una bella scorciata. Immaginava di dire alla parrucchiera:
Taglia tutto, Terry. Voglio sembrare un uomo. Ma sapeva che avrebbe

finito per chiederle la solita spuntatina. In certe cose era una vigliacca.
«Mi pare che voi ragazzi vi siate divertiti.»
«Infatti.»
«Non sai dire altro?»
«Sono stanco, mamma.»
Indicò l’insegna poco più avanti. «Vuoi fermarti a prendere un gelato?»
«Non mi fa bene.»
«Ehi, sono io la mamma qui. Spetta a me dirlo. Pensavo che magari avresti
gradito qualcosa di fresco.»
«Non ho fame. Ho appena mangiato la torta.»
«D’accordo, come preferisci. Ma poi non prendertela con me. » «Non lo
farò.» Ben si girò verso il finestrino.
«Ehi, campione, va tutto bene?»
«Perché devo andare da papà?» La sua voce era appena udibile nel vento.
«Tanto non faremo niente di divertente. Mi manda a letto alle nove, come
se fossi ancora in seconda elementare. Non sono mai nemmeno stanco. E
domani ci saranno un sacco di lavoretti da sbrigare.»
«Credevo che, dopo la messa, foste invitati a pranzo dal nonno.» «Non
voglio andarci lo stesso.»
Neanch’io vorrei lasciarti andare, pensò Beth. Ma che cosa posso fare?
«Perché non ti porti un libro?» propose. «Potrai leggerlo a letto stasera e
anche domani, se ti annoi.» «Dici sempre così.»
Non so che altro dire, pensò lei. «Vuoi che passiamo dalla libreria?» «No»,
fu la risposta. Ma lei capì che non era la verità.
«Be’, io sì. Accompagnami.»
«Va bene.»
«Mi spiace per questa situazione, lo sai.»
«Sì, lo so.»
Andare in libreria non aiutò granché a sollevare il morale di Ben. Sebbene
alla fine avesse scelto due gialli degli Hardy Boys, lei aveva riconosciuto
la sua posa mesta mentre erano in fila alla cassa. Saliti in macchina, lui
aprì un libro e finse di immergersi nella lettura. Beth era sicura che fosse
un modo per impedirle di ficcare il naso o di farlo sentire meglio circa

l’imminente serata con il padre. A dieci anni Ben era già notevolmente
bravo a prevedere le sue mosse.
Lo guardò entrare in casa e dirigersi verso la camera da letto per preparare
la borsa. Invece di seguirlo, si mise a sedere sui gradini della veranda,
rimpiangendo per la millesima volta di non avere un dondolo. L’aria era
ancora afosa e, a giudicare dai guaiti provenienti dal canile sull’altro lato
del cortile, anche gli animali dovevano soffrire il caldo. Tese l’orecchio
per distinguere qualche rumore che tradisse la presenza della nonna. Se
fosse stata in cucina quando loro erano arrivati, di sicuro si sarebbe fatta
sentire. Nana era una cacofonia ambulante. Non a causa dell’ictus, era
piuttosto qualcosa di insito nella sua personalità. Ormai vicina ai
settantasette, rideva sguaiatamente, sbatteva le pentole in cucina, adorava
guardare il baseball e alzava la radio a volume assordante tutte le volte che
c’era un programma di musica jazz dell’era delle grandi orchestre. Prima
di ammalarsi tutti i giorni indossava stivali di gomma, tuta e un enorme
cappello di paglia, e percorreva a grandi passi il cortile insegnando ai cani
a marciare oppure a restare a cuccia.
Per molto tempo aveva allevato e addestrato con il marito cani da caccia,
da guardia, per ciechi e per la polizia. Ora che lui non c’era più, lo faceva
solo occasionalmente. Tirare su un cane da guardia richiedeva quattordici
mesi e – dato che Nana era capace di innamorarsi di uno scoiattolo in
meno di tre secondi – alla fine le si straziava il cuore all’idea di separarsi
da un animale a cui si era affezionata. Senza il nonno che le diceva:
«L’abbiamo già venduto, non abbiamo scelta», lei aveva trovato più
semplice eliminare quella parte della sua attività.
Adesso gestiva una fiorente scuola di addestramento all’obbedienza. I
padroni le lasciavano gli animali per un paio di settimane – un campeggio
per amici a quattro zampe, lo definiva – e Nana insegnava loro a sedersi,
stare a cuccia, alzarsi, avvicinarsi e seguire. Erano comandi elementari,
che qualsiasi cane era in grado di imparare a riconoscere in breve tempo.
Di solito la rotazione bisettimanale comprendeva tra i quindici e i
venticinque esemplari, ciascuno dei quali riceveva ogni giorno una ventina
di minuti di lezione, dato che non sarebbero riusciti a mantenere
l’attenzione più a lungo. La situazione era sostenibile quando c’erano
quindici ospiti, ma tenerne venticinque tutti insieme, compreso il fatto che
ognuno doveva essere accudito... Per gran parte dell’estate Beth aveva
lavorato dodici-tredici ore al giorno.
Il canile era spesso affollato. Non è difficile addestrare un cane ed esistono

molti libri sull’argomento. Inoltre la clinica veterinaria locale il sabato
mattina offriva corsi per padroni di cani a prezzi modici. Chiunque
avrebbe potuto farlo personalmente, invece arrivavano lì fin dalla Florida o
dal Tennessee per lasciare che se ne occupasse qualcun altro. Certo, Nana
godeva di un’ottima reputazione come addestratrice, ma tutto sommato si
limitava a impartire a quei cani un minimo di educazione. Eppure i suoi
clienti nutrivano grande riconoscenza verso di lei. E restavano sempre,
sempre stupiti dei risultati.
Beth guardò l’ora. Keith sarebbe arrivato di lì a poco. Sebbene avesse dei
problemi con lui – Dio solo sapeva se ce n’erano – il suo ex marito aveva
ottenuto la custodia congiunta, punto e basta, e lei cercava di fare buon
viso, ripetendosi che era importante per Ben trascorrere del tempo con il
padre. I maschi hanno bisogno di stare con il papà, in particolare durante
l’adolescenza, e doveva ammettere che lui non era un cattivo padre.
Immaturo, questo sì, ma non cattivo. Ogni tanto beveva qualche birra, ma
non era un alcolizzato; non si drogava; non era mai stato violento con lei o
con il bambino. Andava a messa tutte le domeniche. Aveva un lavoro fisso
e pagava puntualmente gli alimenti. O meglio, lo faceva la sua famiglia. I
soldi venivano da un fondo, uno dei tanti che avevano costituito nel corso
degli anni. E in genere lui si sforzava di tenere la propria sequela
ininterrotta di ragazze separata dai weekend che trascorreva con Ben. In
genere. Ultimamente era andata meglio, ma lei non si faceva illusioni: ciò
non dipendeva tanto da una ritrovata dedizione per il ruolo di genitore,
quanto dal fatto che al momento lui si trovava in una fase di transizione tra
una fidanzata e l’altra. La cosa più grave era che le ragazze di Keith di
solito avevano un’età più vicina a quella di Ben che alla sua, e
l’intelligenza di un’insalatiera. Non lo diceva per cattiveria; se n’era
accorto anche il bambino. Un paio di mesi prima aveva dovuto aiutarne
una a preparare una teglia di maccheroni già pronti.
Tuttavia non era questo che turbava veramente Ben.
Le fidanzate di papà andavano bene: lo trattavano più come un fratello
minore che come un figlio. Né erano i lavoretti domestici a contrariarlo,
dato che li faceva anche a casa. No, il problema era l’infantile e incessante
senso di delusione che Keith provava nei suoi confronti. Keith avrebbe
voluto farne un atleta; invece a Ben piaceva suonare il violino. Avrebbe
voluto qualcuno con cui andare a caccia; Ben preferiva leggere. Avrebbe
voluto che il figlio diventasse un bravo giocatore di baseball o di
pallacanestro; invece si era ritrovato con un bambino goffo e miope.

Non si lamentava mai in maniera esplicita, ma non ce n’era bisogno.
Bastava vedere l’espressione disgustata con cui lo guardava giocare a
calcio, il modo caparbio con cui si rifiutava di congratularsi con lui per
aver vinto il torneo di scacchi, la costanza con cui lo spingeva
inesorabilmente a essere quello che non era. Il suo atteggiamento faceva
imbestialire Beth e al tempo stesso la rattristava, e per Ben era anche
peggio. Per anni aveva cercato di accontentare il padre, ma tutti i suoi
sforzi erano stati inutili. Come quando Keith si era messo in mente di
insegnargli a giocare a baseball. Ben aveva cominciato a esercitarsi con
entusiasmo. Dopo un po’, però, il solo pensiero gli faceva venire la nausea.
Se prendeva tre palle di fila, suo padre ne voleva quattro. Se erano quattro,
ne voleva cinque. E quando migliorò ancora, Keith pretese che le
prendesse tutte. Poi che lo facesse correndo in avanti. E correndo
all’indietro. Spostandosi di lato. Mentre si tuffava. Doveva prendere anche
quella che lui gli tirava con tutte le forze. E se per caso ne mancava una?
Era la fine del mondo.
Certo, lei gliene aveva parlato. Fino alla nausea. Però gli entrava da un
orecchio e gli usciva dall’altro. Sempre la solita vecchia storia. A dispetto
– o forse proprio a causa – della sua immaturità, Keith era testardo e aveva
una sua idea su molte cose, compresa l’educazione di Ben. Voleva un
figlio fatto in un certo modo e, per Dio, l’avrebbe ottenuto. Com’era
prevedibile, alla fine Ben reagiva con la sua classica strategia passivoaggressiva. Nel caso del baseball, aveva lasciato passare tutte le palle che
il padre gli lanciava – persino nei tiri più semplici – ignorando la sua
crescente frustrazione, finché Keith non aveva gettato il guantone in terra e
si era chiuso in casa a sbollire la rabbia per il resto del pomeriggio. Al che
Ben aveva fatto finta di niente, si era trovato un posto all’ombra di un pino
e si era messo a leggere nell’attesa che la madre passasse a prenderlo
qualche ora dopo.
Ma Beth e il suo ex marito non si davano battaglia solo per il figlio; erano
come il fuoco e il ghiaccio. Per la precisione, lui era il fuoco e lei il
ghiaccio. Keith era ancora attratto da lei e questo la irritava oltremisura.
Come diavolo faceva a non capire che tra loro non c’era più niente? Glielo
ripeteva in continuazione, senza riuscire a scoraggiarlo. Da parte sua, non
ricordava neppure più che cosa avesse trovato di così attraente in lui tanti
anni prima. Conosceva bene i motivi che l’avevano spinta a sposarlo – era
giovane e stupida, in primo luogo, e pure incinta – ma adesso, quando lui
la fissava ammiccando, tutto quello che provava era un brivido di

raccapriccio. Non era il suo tipo. A essere sincera, non lo era mai stato. Se
avesse potuto rimontare il film della sua vita, avrebbe tagliato tutto il
pezzo del matrimonio. A parte Ben, naturalmente.
Desiderava tanto che Drake, suo fratello minore, fosse lì. Come sempre
quando pensava a lui, fu assalita da un intenso dolore. Tutte le volte che
Drake passava a trovarli, Ben lo seguiva come i cani facevano con Nana.
Andavano insieme a caccia di farfalle, oppure si arrampicavano nella
casetta sull’albero costruita dal nonno, raggiungibile attraverso un
ponticello instabile sospeso sul torrente. A differenza di suo marito, il
fratello accettava Ben, e ciò per molti versi lo rendeva più paterno di
Keith. Ben lo adorava, e lei adorava Drake per il modo tranquillo con cui
stimolava l’autostima del bambino. Una volta lo aveva ringraziato per
quello. «Mi piace trascorrere del tempo con lui», era stata la sua semplice
risposta.
Dov’era finita Nana? Beth si alzò dai gradini e scorse la luce accesa
nell’ufficio, ma dubitava che la nonna fosse seduta al banco. Era più
probabile trovarla nei recinti dietro il canile. Mentre attraversava il cortile,
sperò che non avesse deciso di portare a spasso un gruppetto di cani. Non
sarebbe riuscita a mantenere l’equilibrio – e men che meno a trattenerli –
se avessero tirato il guinzaglio. Era convinta che la maggior parte dei cani
non si muovesse abbastanza, e il suo era il luogo ideale per farli
scorrazzare nel verde. Quasi trenta ettari di terreno, con diversi prati aperti
circondati da boschetti vergini, numerosi sentieri e due ruscelli che si
gettavano nel South River. La proprietà, comperata per una cifra ridicola
cinquant’anni prima, adesso valeva una piccola fortuna. Così almeno
aveva detto l’avvocato venuto lì per sentire se Nana fosse intenzionata a
vendere.
Beth sapeva perfettamente chi c’era dietro quell’offerta. E anche la nonna,
che aveva finto di essere lobotomizzata mentre l’avvocato parlava. Lo
fissava con grandi occhi vacui, lasciando cadere a terra un chicco d’uva
dopo l’altro e borbottando parole incomprensibili. Lei e la nipote ne
avevano riso per ore in seguito.
Mentre sbirciava dentro dalla finestra dell’ufficio, la voce di Nana le
giunse dall’area dei recinti.
«Ferma... vieni. Brava ragazza! Brava, vieni!»
Girato l’angolo, Beth vide la nonna fare i complimenti a una shih tzu che
trotterellava verso di lei. Le ricordava uno di quei cagnolini giocattolo con

la carica a molla.
«Che cosa stai facendo, Nana? Non dovresti stare qui fuori.» «Oh, ciao,
Beth.» Rispetto a due mesi prima non biasciava quasi più le parole.
Lei si mise le mani sui fianchi. «Non dovresti stare qui fuori da sola»,
ribadì.
«Mi sono portata il cellulare. Così potevo chiamare, se avessi avuto
qualche problema.» «Tu non hai un cellulare.»
«Ho preso il tuo. Te l’ho tolto dalla borsa stamattina.» «Brava. E chi
avresti chiamato, allora?»
Evidentemente Nana non ci aveva riflettuto. Corrugando la fronte, si girò
verso il cane. «Guarda un po’ contro chi devo combattere, Precious. Te
l’avevo detto che questa ragazza è più astuta di una volpe.» Sospirò
emettendo un verso da gufo.
Beth capì che stava per cambiare argomento.
«Dov’è Ben?» chiese Nana.
«Dentro, si sta preparando. Va da Keith.»
«Scommetto che la cosa lo esalta. Sei sicura che non si sia nascosto nella
casetta sull’albero?» «Tranquilla», disse Beth. «È pur sempre suo padre.»
«Lo credi.»
«Ne sono certa.»
«Sei proprio certa di non essere stata con qualcun altro all’epoca? Neppure
un’avventura di una notte con un cameriere, un camionista, oppure un
compagno di scuola?» La voce quasi trepidante.
«Nessuna avventura. Te l’ho già ripetuto un migliaio di volte.» Le strizzò
l’occhio. «Sì, ma Nana spera sempre che la tua memoria migliori.» «Da
quant’è che sei qui all’aperto?»
«Che ore sono?»
«Quasi le quattro.»
«Allora da tre ore.»
«Con questo caldo?»
«Non sono malata, Beth. Ho solo avuto un incidente.» «Hai avuto un
ictus.»
«Ma non grave.»

«Non riesci a muovere il braccio sinistro.»
«Finché riesco a mangiare la minestra, non mi serve. Adesso fammi andare
da mio nipote. Voglio salutarlo prima che esca.» Si avviarono verso il
canile, seguite da Precious, che ansimava veloce, la coda dritta in aria. Una
cagna davvero carina.
«Stasera mi piacerebbe mangiare cinese», proseguì Nana. «Tu che ne
dici?» «Non ho ancora pensato alla cena.»
«Allora fallo.»
«D’accordo, vada per il cibo cinese. Ma niente roba pesante. Né fritti. Fa
troppo caldo.» «Non sei divertente.»
«Però sono sana.»
«È lo stesso. Ehi, visto che sei così sana, ti spiacerebbe riportare Precious
nella gabbia? È la numero dodici. Ho sentito una nuova barzelletta e
voglio raccontarla a Ben.»
«E dove l’hai sentita?»
«Alla radio.»
«Non è sconcia, vero?»
«Certo che no. Per chi mi hai presa?»
«Ti conosco molto bene. Per questo te lo chiedo. Che barzelletta è?» «Due
cannibali stanno mangiando un clown e uno fa all’altro: ‘È ottimo con il
riso...’» Beth rise. «A Ben piacerà.»
«Bene. Quel povero bambino ha bisogno di qualcosa che lo tiri un po’ su.»
«Sta bene.»
«Come no. Guarda che non sono nata ieri.»
Raggiunto il canile, Nana proseguì verso la casa, zoppicando in maniera
più accentuata che al mattino. C’erano stati dei miglioramenti, ma
rimaneva ancora molta strada da fare.
4 Thibault
Il corpo dei marines è basato sul numero tre. È una delle prime cose che ti
insegnano nell’addestramento di base. Rende più facile capire come
funziona. Tre marines formano un nucleo di fuoco, tre nuclei di fuoco
formano una squadra, tre squadre formano un plotone, tre plotoni una
compagnia, tre compagnie un battaglione e tre battaglioni un reggimento.
Sulla carta, almeno. Quando invasero l’Iraq il loro reggimento era

composto anche da elementi di altre unità, tra cui il battaglione fanteria
corazzata leggera da ricognizione, battaglioni di fucilieri dell’Undicesimo
marines, il Secondo e il Terzo battaglione d’assalto anfibio, la compagnia
B del Primo battaglione genio e il battaglione logistico di supporto 115.
Una forza imponente. Pronta a tutto. In totale quasi seimila uomini.
Mentre camminava sotto un cielo che cominciava a imbrunirsi, Thibault
ripensò alla notte del suo primo combattimento in territorio nemico. La sua
unità, il Primo battaglione del Quinto marines, era entrata nell’Iraq
meridionale con l’obiettivo di conquistare i pozzi petroliferi di Rumaylah.
Tutti ricordavano come Saddam Hussein avesse incendiato la maggior
parte dei pozzi del Kuwait durante la ritirata nella prima guerra del Golfo,
e nessuno voleva che la cosa si ripetesse. Per farla breve, arrivarono in
tempo per limitare i danni. Solo sette pozzi erano in fiamme quando
riuscirono a occupare l’area. Da lì la squadra di Thibault fu spedita a nord,
con l’ordine di avanzare rapidamente verso Baghdad. Il suo reggimento
era il più decorato di tutto il corpo dei marines, quindi era stato scelto per
guidare l’attacco alla capitale. In tutto, la permanenza di Thibault in Iraq
era durata poco più di quattro mesi.
Ormai i particolari di quella sua prima missione per lui erano diventati
alquanto confusi. Aveva semplicemente fatto quello che doveva, poi era
stato rimpatriato nella base militare di Pendleton. Non lo aveva raccontato
a nessuno. Cercava di non pensarci. A parte questo: Ricky Martinez e Bill
Kincaid – gli altri due uomini del suo nucleo di fuoco – erano stati i
protagonisti di una storia che non avrebbe mai dimenticato.
In quel periodo loro tre avevano vissuto a stretto contatto, condividendo
tutto, anche se erano molto diversi per carattere e provenienza. Ricky era
nato a Midland, nel Texas, ed era un fanatico del sollevamento pesi e un
giocatore di baseball. Bill, che suonava la tromba nella banda del liceo,
veniva dallo stato di New York ed era cresciuto in una fattoria con cinque
sorelle. A Ricky piacevano le bionde, a Bill le brune; Ricky masticava
tabacco, Bill fumava; Ricky amava la musica rap, Bill preferiva il countrywestern. Non aveva importanza. Si addestravano insieme, mangiavano e
dormivano insieme. Parlavano di sport e di politica. Chiacchieravano come
fratelli e si facevano scherzi a vicenda. Una mattina Bill si svegliò con un
sopracciglio rasato. Il mattino dopo Ricky se li ritrovò rasati tutt’e due.
Thibault imparò a destarsi al minimo rumore e in quel modo riuscì a non
subire la stessa sorte. Una sera, dopo essersi sbronzati, si fecero fare dei
tatuaggi identici, che testimoniavano la loro fedeltà ai marines.

Dopo tanto tempo passato insieme, erano in grado di anticipare le mosse
dei compagni. Ricky e Bill, a turno, avevano salvato la vita a Thibault. Bill
lo aveva acciuffato per la giubba mentre lui stava per uscire allo scoperto;
pochi istanti dopo un cecchino aveva colpito due uomini lì vicino. In
seguito Thibault, in un momento di distrazione, aveva rischiato di essere
travolto da un cingolato; quella volta era stato Ricky ad afferrarlo per un
braccio. Anche in guerra, c’è chi muore in un incidente d’auto. Basti
pensare a Patton.
Dopo aver conquistato i pozzi di petrolio erano arrivati alla periferia di
Baghdad con il resto della compagnia. La città non era ancora caduta.
Facevano parte di un convoglio, tre uomini fra mille, e stringevano
d’assedio la capitale. A parte il ruggito degli automezzi degli Alleati, tutto
era silenzio mentre entravano nei quartieri periferici. Quando si sentirono
degli spari provenienti da un vicolo che dava sulla via principale, la
squadra di Thibault fu mandata in ricognizione.
Valutarono la scena. Edifici a due o tre piani addossati l’uno all’altro su
entrambi i lati della strada sterrata. Un cane randagio che mangiava
l’immondizia. La carcassa di un’auto che bruciava a un centinaio di metri
di distanza. Aspettarono. Non videro nulla. Aspettarono ancora. Non
sentirono nulla. Alla fine Thibault, Ricky e Bill ricevettero l’ordine di
attraversare la strada. Ubbidirono, muovendosi in fretta, poi si misero al
riparo. Da lì la squadra proseguì, verso l’ignoto.
Quando le detonazioni riecheggiarono di nuovo, non si trattava di uno
sparo isolato bensì di raffiche continue di armi automatiche che li
intrappolarono in un cerchio di fuoco. Assieme al resto della squadra
Thibault, Ricky e Bill si ritrovarono bloccati contro gli stipiti delle porte.
La sparatoria non era durata molto, gli dissero in seguito. Comunque, era
bastato. Una pioggia di fuoco scendeva dalle finestre sopra di loro.
Thibault e la sua squadra istintivamente alzarono i fucili e spararono più
volte. Sull’altro lato della strada due uomini rimasero feriti, ma i rinforzi
non tardarono ad arrivare. Un carro armato avanzò, seguito dalla fanteria
leggera. L’aria vibrò quando il cannone emise un lampo e il proiettile colpì
il piano superiore di un edificio, mandandolo in frantumi. Lui udiva urla
dappertutto e vedeva i civili riversarsi in strada. Le raffiche non si
fermavano. Il cane fu colpito e stramazzò a terra. I civili cadevano in
avanti, colpiti alla schiena, tra grida e sangue. Un terzo marine fu ferito a
una gamba. Thibault, Ricky e Bill erano ancora imprigionati dal fuoco
delle pallottole che crivellavano il muro tutt’intorno a loro. Eppure

continuavano a sparare. L’aria fu squarciata da un rombo e il piano
superiore di un altro edificio crollò. Il tank si stava avvicinando. D’un
tratto, il fuoco nemico cominciò ad arrivare da due direzioni diverse. Bill
guardò lui; lui guardò Ricky. Sapevano che cosa dovevano fare. Era ora di
muoversi, se fossero rimasti lì sarebbero morti. Thibault fu il primo ad
alzarsi.
All’improvviso tutto diventò bianco, poi nero.
A Hamtpon, cinque anni dopo, Thibault non ricordava i dettagli, a parte la
sensazione di essere stato gettato in una lavatrice. L’esplosione lo
scaraventò in mezzo alla strada, le orecchie che gli fischiavano. Il suo
amico Victor lo raggiunse immediatamente, assieme a un soldato di un
altro reparto. Il carro armato continuò a sparare finché non presero il
controllo della strada.
Questo venne a saperlo in seguito, anche il fatto che l’esplosione era stata
causata da una granata, probabilmente destinata al carro armato. Aveva
mancato la torretta per un soffio e, come se il destino avesse deciso così,
era atterrata vicino a loro.
Thibault, illeso, fu caricato su un mezzo di soccorso e nel giro di poco
tornò nella squadra. Non fu lo stesso per Ricky e Bill: entrambi furono
sepolti con tutti gli onori militari. Ricky avrebbe compiuto ventidue anni la
settimana successiva. Bill ne aveva appena venti. Non erano le prime né le
uniche vittime del conflitto. La guerra proseguì.
Allora Thibault si sforzò di non pensare ai suoi compagni. Può sembrare
cinico, ma in guerra la mente si difende da simili eventi. Era terribile
riflettere sulla loro fine, sulla loro assenza, perciò scacciava il pensiero.
Come il resto della squadra. Continuò a fare il soldato, concentrandosi sul
fatto di essere ancora vivo. E che gli altri contavano su di lui per
sopravvivere.
Ma quel giorno sentiva i ricordi bussare alla porta, dolorosi e struggenti, e
li lasciò entrare. Erano nella sua mente mentre percorreva le strade di
Hampton, diretto verso i sobborghi dall’altra parte dell’abitato. Seguendo
le indicazioni ricevute dal portiere del motel, camminava sul ciglio erboso
della Route 54, tenendosi distante dalla carreggiata. Nei suoi lunghi
spostamenti a piedi aveva imparato a non fidarsi degli automobilisti. Zeus
lo seguiva passo passo, la lingua ciondoloni. Si fermò e gli diede da bere
l’acqua rimasta nella bottiglia.
La statale era fiancheggiata da attività commerciali. Un negozio di

materassi, un’autofficina, poi un asilo, una stazione di servizio che
vendeva anche cibo stantio in vaschette di plastica e due fattorie malandate
che sembravano fuori posto, come se il mondo moderno fosse spuntato
tutt’intorno a loro. Il che era proprio ciò che era avvenuto, si disse
Thibault. Si chiese per quanto tempo i proprietari avrebbero resistito e
perché qualcuno volesse vivere in una casa affacciata sulla statale e stretta
fra quei brutti edifici.
Le auto sfrecciavano in entrambe le direzioni. Nel cielo si andavano
ammassando nubi grigie e vaporose. Annusò la pioggia appena prima che
una goccia lo colpisse, e nel giro di pochi passi si scatenò il diluvio. Durò
un quarto d’ora, infradiciandolo, poi i nuvoloni si spostarono verso la costa
lasciandosi dietro una lieve foschia. Zeus si scrollò l’acqua dal manto. Gli
uccelli ripresero il loro canto tra gli alberi mentre l’umidità evaporava dal
terreno.
Alla fine raggiunse la zona della fiera. Era deserta. Niente di straordinario,
pensò, esaminando l’area. Giusto l’essenziale. Parcheggio sterrato sulla
sinistra; un paio di vecchi fienili sulla destra; un vasto prato per le giostre
nel mezzo, il tutto delimitato da una catenella di metallo.
Non ebbe bisogno di scavalcare la recinzione, né di guardare la foto.
L’aveva studiata un migliaio di volte. Continuò a camminare cercando di
orientarsi, e alla fine scorse il chiosco della biglietteria. Dietro c’era
un’apertura ad arco dove si poteva appendere uno striscione. Fece qualche
passo, si voltò e provò a inquadrare la scena nell’arco. Era l’angolatura
giusta, decise; la fotografia era stata scattata proprio in quel punto.
La struttura del corpo dei marines si basa sul numero tre. Tre uomini per
un nucleo di fuoco, tre nuclei di fuoco per una squadra, tre squadre per un
plotone. Lui aveva svolto tre missioni in Iraq e, guardando l’orologio, si
accorse di essere a Hampton da tre ore. Poco più avanti, esattamente dove
previsto, c’erano tre sempreverdi che crescevano vicini.
Thibault tornò sulla statale, certo di essere più vicino a trovare la donna.
Non c’era ancora arrivato, ma non mancava molto.
Lei era stata lì, non c’erano dubbi.
Adesso gli occorreva un nome. Mentre attraversava a piedi il Paese aveva
avuto modo di rifletterci a lungo ed era giunto alla conclusione che poteva
risolvere la questione in tre modi diversi. Primo, cercare un’associazione
di veterani e vedere se qualcuno che aveva combattuto in Iraq la
riconosceva. Secondo, recarsi al liceo della città e sfogliare gli annuari

scolastici di dieci, quindici anni prima. Oppure, terzo, andare in giro a
mostrare la foto alla gente.
Ma non era così semplice. Per quanto riguardava l’associazione di
veterani, non ne aveva trovata nessuna sull’elenco telefonico. Siccome era
estate, dubitava che la scuola fosse aperta; e anche in questo caso non
sarebbe stato facile ottenere l’accesso agli annuari. Quindi restava soltanto
la terza opzione, quella di chiedere in giro.
Ma a chi domandare?
Stando alla guida turistica gli abitanti di Hampton, North Carolina, erano
novemila. E nel resto della contea erano tredicimila. Troppi. La strategia
migliore era limitare le ricerche a deteminate categorie. Ancora una volta,
partì da ciò che sapeva.
La donna della foto doveva avere adesso circa trent’anni. Era chiaramente
carina. Molto bene, si disse, partiamo da Hampton. In una comunità di
quelle dimensioni – presumendo un’equa distribuzione tra le varie fasce –
si poteva ipotizzare all’incirca la presenza di 2750 bambini da zero ai dieci
anni, 2750 ragazzi dai dieci ai venti e 5500 persone tra i venti e i quaranta,
ovvero l’età che gli interessava. All’incirca. Di questi, una metà erano
maschi e l’altra femmine. Le donne sarebbero state più diffidenti di fronte
alle sue domande, soprattutto se effettivamente la conoscevano. Era un
forestiero, e dubitava che avrebbero parlato con lui.
Dagli uomini invece avrebbe potuto ricavare qualcosa, se affrontava
l’argomento nel modo giusto. Sapeva che quasi tutti i maschi notavano le
coetanee attraenti, soprattutto i single. E quanti erano i single maschi della
sua età? A occhio e croce un trenta per cento. Tradotto in cifre, sui 900.
Calcolò che l’ottanta per cento di loro vivesse lì all’epoca della foto. Era
solo un’ipotesi, ma Hampton gli sembrava una città da cui i giovani
tendevano a emigrare, piuttosto che il contrario. Questo riduceva il numero
a 720. Poteva dimezzarlo, se prendeva in considerazione solo i maschi che
erano tra i venticinque e i trentacinque. Si arrivava così a 360. Immaginava
che una buona fetta di questi la conoscesse adesso, se anche lei era single,
e forse alcuni di loro cinque anni prima erano stati suoi compagni di
scuola. Naturalmente era possibile che lei ora avesse un marito – le
ragazze delle piccole città del Sud tendevano a sposarsi presto – ma per il
momento lui dava per scontato che fosse libera. Le parole scritte sul retro
della foto - «Abbi cura di te! E.» - non gli sembravano abbastanza
romantiche per essere rivolte a un fidanzato. Niente «Ti amo» oppure «Mi

manchi». Soltanto l’iniziale. Un amico.
Da 9000 a 360 in pochi minuti. Niente male. E abbastanza per cominciare.
Partendo dal presupposto che lei abitasse in quella città quando era stata
scattata la foto. Che non fosse in gita.
Sapeva che quello era un altro grande punto interrogativo, ma doveva pur
iniziare da qualche parte, ed era certo che lei fosse stata lì almeno una
volta. Avrebbe scoperto la verità, poi avrebbe proseguito nella sua ricerca
basandosi sui fatti.
Dove andavano la sera gli uomini single? Uomini che poteva indurre a
parlare? L’ho conosciuta qualche anno fa e mi aveva detto di chiamarla, se
tornavo qui in città, ma non ricordo il suo nome e ho perso il numero di
telefono...
Bar. Sale da biliardo.
In un posto del genere non dovevano esserci più di tre o quattro locali da
frequentare. Nei bar e nelle sale da biliardo c’era il vantaggio dell’alcol,
inoltre era sabato. Sarebbero stati pieni. Calcolò che avrebbe ottenuto le
risposte che cercava, in un senso o nell’altro, entro le successive dodici
ore.
Guardò Zeus. «A quanto pare, dovrai rimanere da solo stasera. Potrei
portarti con me, ma dovrei lasciarti fuori e non so quanto tempo ci
metterò.»
Zeus continuava a camminare, il muso chino, la lingua penzoloni. Era
stanco e accaldato. Non gli dava retta.
«Ti accenderò il condizionatore, va bene?»
5 Clayton
Erano le nove di sabato sera e lui era bloccato in casa a fare il babysitter.
Grandioso. Semplicemente grandioso.
In quale altro modo poteva finire una giornata come quella? Prima, una
delle ragazze lo aveva quasi beccato mentre scattava le foto, poi la
macchina fotografica del dipartimento era stata rubata, infine le gomme
bucate. Peggio ancora, aveva dovuto fornire spiegazioni a suo padre, il
signor Sceriffo della contea. Com’era prevedibile, il padre aveva dato fuori
di matto e, chissà perché, non aveva creduto alla storia che lui aveva
imbastito. Continuava a tempestarlo di domande. Alla fine Clayton
avrebbe voluto strozzarlo. Papà poteva anche essere un pezzo grosso per la
gente del posto, però non aveva nessun diritto di trattarlo come un idiota.

Comunque, era rimasto fedele alla sua versione: gli era sembrato di vedere
qualcuno di sospetto, era andato a controllare ed era passato con le ruote su
un paio di chiodi. E la macchina fotografica? Ah, non doveva chiedere a
lui. Quel giorno non se l’era nemmeno portata dietro. Niente di
straordinario, lo sapeva, ma credibile.
«A me sembrano più squarci da coltello», aveva obiettato il padre,
chinandosi a guardare le gomme.
«Te l’ho detto, sono stati dei chiodi.»
«Non ci sono cantieri da quelle parti.»
«Non so nemmeno io come sia potuto accadere! Ti sto solo riferendo
quello che è successo.» «Dove sono?»
«E che ne so io? Li ho buttati nel bosco.»
Il padre non pareva convinto, ma Clayton sapeva che era meglio
confermare la storia. I guai cominciano quando la gente si mette a
ritrattare. È la prima regola di un interrogatorio.
Alla fine lo sceriffo era tornato in ufficio, lui aveva montato le gomme di
scorta ed era andato nell’officina per farsi aggiustare quelle forate. Erano
passate un paio d’ore ed era in ritardo per l’appuntamento con quell’uomo.
Nessuno, dico, nessuno si prendeva gioco di Keith Clayton, e men che
meno un hippie vagabondo.
Passò il resto del pomeriggio girando per le strade di Arden e chiedendo a
tutti se l’avessero visto. Era impossibile non notare un tipo come quello,
non foss’altro per la bestia che si portava appresso. Ma le sue ricerche
rimasero senza esito e questo lo fece infuriare ulteriormente, perché
significava che Tai-bolt gli aveva mentito in faccia e lui non se n’era
accorto.
Prima o poi lo avrebbe trovato, si disse. A qualunque costo... se non altro
per la macchina fotografica. O, per essere più precisi, per le foto.
Soprattutto le altre foto. L’ultima cosa che voleva era che Tai-bolt si
presentasse nell’ufficio dello sceriffo e consegnasse quel tesoro a un
agente... o peggio, che andasse direttamente al giornale. Tra i due, il
dipartimento sarebbe stato il male minore, visto che suo padre avrebbe
potuto insabbiare la faccenda.
Certo, sarebbe esploso come una polveriera e lo avrebbe messo in
punizione per qualche settimana, ma di sicuro non avrebbe aperto bocca.
Papà non valeva granché sotto molti aspetti, ma in queste cose era un

grande.
Il giornale, però... quella era un’altra storia. Certo, il nonno avrebbe fatto
qualche pressione perché la cosa passasse sotto silenzio anche lì, ma non
c’era modo di pilotare quel genere di informazioni. La notizia era troppo
ghiotta e si sarebbe diffusa come un incendio in tutta la città, con o senza
articolo. Clayton era già considerato la pecora nera della famiglia, non
voleva dare al Vecchio altri motivi per criticarlo. Il nonno non perdeva
occasione di sottolineare le sue mancanze. Ancora adesso, ad anni di
distanza, gli rinfacciava di avere divorziato da Beth, anche se quello non lo
riguardava. E alle riunioni di famiglia si poteva stare certi che avrebbe
tirato fuori il fatto che Clayton non era andato all’università. Con i suoi
voti avrebbe potuto iscriversi, ma lui non riusciva proprio a immaginarsi di
passare altri quattro anni a studiare, così aveva preferito farsi assumere dal
padre nel dipartimento di polizia. Questo almeno era bastato a placare le
ire del Vecchio. Gli sembrava di aver passato metà della vita a cercare di
compiacerlo, ma non aveva scelta.
Anche se non nutriva una particolare simpatia per il Vecchio – suo nonno
era un devoto battista del Sud che andava a messa tutte le domeniche e
pensava che bere e ballare fossero peccati capitali – sapeva esattamente
che cosa quell’uomo si aspettava da lui, e di certo fotografare studentesse
nude non rientrava tra le cose lecite. Al pari degli altri scatti, che lo
ritraevano assieme a qualche signorina compiacente in atteggiamenti
compromettenti. Se fosse saltata fuori, quella storia sarebbe stata «una
grande delusione» e il Vecchio non aveva molta pazienza con chi lo
deludeva, anche se apparteneva alla famiglia. Anzi, soprattutto in tal caso.
I Clayton vivevano nella Hampton County dal 1753: tra i membri della
famiglia si annoveravano giudici, avvocati, dottori, latifondisti; persino il
sindaco era imparentato con loro, ma tutti sapevano che il posto a
capotavola spettava al Vecchio. Regnava sulla contea come una specie di
padrino all’antica, e la maggior parte degli abitanti cantava le sue lodi
senza stancarsi di elencare le sue virtù. Il Vecchio si illudeva di essere
benvoluto perché sovvenzionava ogni genere di istituzione, dalla
biblioteca al teatro alla scuola elementare, mentre in realtà ciò si doveva al
fatto che era il proprietario di molti edifici commerciali del centro, oltre
che della segheria, entrambi i porticcioli, tre concessionari di automobili,
tre complessi di magazzini, l’unico condominio esistente e vasti
appezzamenti di terreno agricolo. Questo faceva di lui un uomo ricco e
potente e siccome Clayton riceveva la maggior parte dei suoi soldi da



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