File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Ricerca PDF Assistenza Contattaci



ragni 14 .pdf



Nome del file originale: ragni_14.pdf
Titolo: ragni_14
Autore: v s

Questo documento in formato PDF 1.3 è stato generato da Pages / Mac OS X 10.7.5 Quartz PDFContext, ed è stato inviato su file-pdf.it il 27/02/2016 alle 16:57, dall'indirizzo IP 212.110.x.x. La pagina di download del file è stata vista 1646 volte.
Dimensione del file: 141 KB (29 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


tutti i ragni

The spider's touch, how exquisitely fine!
Feels at each thread, and lives along the line.
Alexander Pope, An Essay on Man

1 - I ragni e l’infanzia

Ho sei anni. Sono in montagna. I miei genitori hanno preso in affitto un
appartamento in questo edificio molto grande, un complesso di case. Forse
una volta è stato un convento, dice mio padre. Muri in pietra, ogni pietra un
lichene; muschio su quelle più basse. Nel nostro cortile, sedie di lamiera
traforata e un tavolo di pietra attorno al quale tre massi fanno da sgabelli.
Mia madre mi indica un bambino, nel giardino della casa sull’altro lato.
Lo vedo alla distanza, ha una tuta, anzi un toni, marrone. Ha la tua età,
dice mia madre. Il bambino non mi ispira fiducia. Mia madre mi porta giù.
Parla con la madre del bambino. C’è forse un complotto. Il bambino mi
guarda storto, ha il naso sudicio. Su uno scalino di pietra, in fondo, gorgoglia e ridacchia una lattante. Ha i capelli neri, come il bambino lì davanti a
me. Sento sopra di me le chiacchiere di mia madre con la madre del bambino. Il bambino mi chiede se voglio vedere i sassi che ha raccolto. Dai, vai
a vedere i sassi che ha raccolto Federico, dice mia madre.
Venti minuti più tardi siamo migliori amici. Le nostre madri ci permettono
di stare non solo in giardino, ma anche di passare sotto a un buco nella
rete che c’è sul lato sinistro e andare nel greppo accanto alla casa. Oltre il

greppo c’è una siepe di tasso che protegge il cortile di una villa buia, dove
non andiamo. Giochiamo nel greppo. Ci lanciamo giù su delle tavole di
compensato, cadiamo e ci ributoliamo nella rena. In fondo al greppo c’è
una strada. A sinistra la strada si ferma quasi subito e c’è una casa, ci abita
un bambino di poco più grande di noi. Ha una camicia a quadretti rossi,
scarponcelli ai piedi. Ci guarda male. Noi pure lo guardiamo male. A destra
invece la strada continua. L’unica automobile che la percorre in uno o
nell’altro senso è la R4 del nonno del bambino. A volte, seduto davanti
come un grande, c’è anche lui. Passa e ci guarda male da dietro il finestrino.
Ogni giorno esploriamo un pezzo di strada in più. Molto a destra la sterrata sbocca in una strada grande, asfaltata. È la statale, dico a Federico.
Lui mi guarda. Se vai in su arrivi a Vallombrosa, gli dico. E se vai in giù?,
mi chiede, ma mio padre non mi ha mai parlato di cosa succede se vai in
giù. Arrivi a Montevarchi, butto là.
Le automobili passano veloci, lì. Ci fermiamo, ne guardiamo sfrecciare
un paio. Quando facciamo per tornare sui nostri passi, notiamo una macchia di ortiche, proprio dove la sterrata fa angolo con la statale. Una poderosa spuma d’ortiche, e le più grosse, in mezzo, sono molto più grosse di
qualunque ortica tu possa incontrare da sola. Dietro la macchia, un alto
muro. Ti immagini a cascare da lassù e finire in mezzo alle ortiche, dico.
Federico si avvicina alla macchia e mi dice: guarda.
Quasi tutte le piante d’ortica hanno sopra un ragno. Molte ne hanno due,
alcune anche tre o quattro. Stanno lì fermi sulle foglie più grandi. Sono
ragni dal corpo a bottone, giallo con una striscia nera in mezzo, le zampe
lunghe e fini.
Nei giorni successivi è un via vai continuo alla “ragnaia”. Dal cortile andiamo nel greppo, scendiamo coi compensati, guardiamo male il bambino
in camicia, facciamo tutta la strada, arriviamo alla ragnaia, preleviamo i
ragni, li mettiamo dentro a delle caraffe che prendiamo a mia madre, li riportiamo al cortile, mettiamo le caraffe sul tavolino di pietra. A volte nelle

caraffe c’è un residuo di miele e i ragni ci restano impiastricciati con quelle
zampe sottili. Usiamo anche una scatola da scarpe, senza neanche metterle il coperchio: questi ragni sono lenti e prima che ce la facciano a uscire
siamo già tornati da un altro giro alla ragnaia e li spingiamo di nuovo giù
prima di buttare dentro i nuovi. Siamo così orgogliosi della ragnaia che un
giorno lo diciamo anche al bambino lì sotto: abbiamo la ragnaia! Quello ci
guarda male.
Prendiamo moltissimi ragni e li portiamo su, stiamo in cortile a giocare
coi ragni. Li facciamo scappare e li catturiamo. Facciamo percorsi per i
ragni. Smontiamo i giocattoli più grossi, ci mettiamo i ragni dentro e li
guardiamo mentre cercano di uscire. Proviamo a dare delle formiche ai
ragni, ma i ragni le ignorano e quelle scappano via. Proviamo a staccare
una zampa a un ragno e lo guardiamo camminare appena un poco fuori
asse. Proviamo a staccare due zampe a un ragno. Tre zampe. Un ragno a
cui abbiamo staccato tutte le quattro zampe di un lato arranca in diagonale.
Guarda questo, fa Federico. Guardo il ragno a cui ha staccato tutte le
zampe. Guardo sulla pietra quel povero bottone giallo e nero.



Ho otto anni. Al mare nel primo pomeriggio non si esce, fuori il sole schianta la città, fa sudare veleno agli oleandri e scalda le radici dei pini, che
escono e fanno saltare i marciapiedi. Abitiamo da una signora che in estate
affitta la casa e va a stare nei fondi. La signora ha un marito che l’anno
scorso è morto. Aveva grandi piedi nei sandali e occhiali da sole fumé. Girava in giardino, fumava moltissime sigarette. La stanza dove gioco è il suo
salotto, si capisce perché ci sono molti posacenere, e in un cassetto anche

una scorta di Merit. Noi mangiamo in tinello, dove c’è un quadro che secondo mia madre ha un valore, perché la signora che ci affitta la casa lo ha
vinto a bridge a un’altra signora che abita due strade più in là, che aveva il
marito pittore e si è ritrovata povera e allora si gioca i quadri oppure se li
vende per un nulla. Quello che c’è in tinello rappresenta una specie di laguna. È il lago di Massaciuccoli, dice mio padre.
Gioco con i Transformers. Ho molti Transformers, mio padre mi fa una
specie di concorso in cui per ogni cosa buona che faccio prendo dei punti
oppure ne perdo in caso di azioni cattive, ma è un arbitro più che benevolo
e questa evenienza è quasi impensabile. Quando raggiungo tot punti posso
ottenere dei premi, oppure avanzare fino a ottenere il premio finale. Punto
sempre e solo al premio finale, e chiedo sempre uno dei combiner, quei
grossi robot composti da cinque Transformers. Pentacar, con cui sto giocando in quel momento, è composto da Transformers che divengono rispettivamente una Porsche, una Lamborghini, una Tyrrell da Formula 1, una
Ferrari 308 e un tir, che forma il corpo centrale del robot gigante – le altre
auto sono gli arti.
Qui a Viareggio c’è un bambino che ha anche più Transformers di me,
nonostante io non faccia altro che comportarmi bene e chiedere in cambio
Transformers. Ha anche i Gi-I-Joe (che io non ho), i Masters (dei quali ho
solo Skeletor, Moss-Man e Modulok) e qualunque Playmobil sia mai stato
stampato. Si chiama Tommaso, ha una testa grossissima e sta con i nonni
in una casa simile alla nostra, ma senza una padrona nei fondi. Non so se i
suoi genitori siano morti o cosa, fatto sta che vive con questi nonni che gli
comprano qualunque cosa. E infatti ha anche Predaking, il combiner più
grosso di tutti, che non ho mai osato chiedere a mio padre perché: a) a differenza degli altri non viene venduto anche in una scatola unica, ma lo puoi
ottenere solo comprando tutti i singoli Predacon. b) un singolo Predacon
costa 35.000 lire. Per capirci, le singole auto di Pentacar ne costano 9.900.
A volte al pomeriggio vado da lui, ma non giochiamo a Transformers: gio-

chiamo a videogame perché al mare non ho il computer mentre lui ha
l’Amiga con Bard’s Tale e Tass Times in Tone Town.
Se non vado da Tommaso gioco in casa perché in giardino spesso c’è la
signora e non mi piace incontrarla. L’anno prima, che era il primo anno in
cui affittavamo quella casa, ci andavo spesso perché il marito della signora
aveva una tartaruga. Ma quest’anno che non c’è più il marito, non c’è più
neanche la tartaruga.
Gli avvolgibili sono abbassati per il caldo; l’impiantito di marmo è fresco.
Sul tavolo una brocca d’acqua, i resti di tre cubetti di ghiaccio che vanno a
scomparire. Mia madre e mio padre non ci sono.
Se i Transformers hanno un difetto, è che se li trasformi in modalità
automobile, o camion, o ruspa, e poi li lanci, fanno poca strada. Non come
una Hot Wheels o una Micromachine, per capirci. Si arenano quasi subito,
oppure curvano e si fermano. Giusto la Porsche di Pentacar va un po’
meglio. Vado in cucina, prendo l’oliera, la porto in salotto. Le olio le ruote,
ma dall’oliera esce troppo olio e fa una chiazza per terra. Vado a prendere
un panno e asciugo l’olio, ma sul verde del marmo rimane un’ombra. In
quella, un tac tac tac tac dall’angolo più lontano della stanza e lo vedo arrivare, rosso, spesso, veloce. Passa sotto il tavolo e sfreccia verso di me.
Passa in quella zona dove il buio della stanza è fesso dalla luce, e l’impiantito diventa un alternarsi di rettangoli verde e oro. Alla luce il suo rosso è
arancio; le zampe scattano meccaniche sui lati. Su per la schiena ho un
solletico: un fruscio. Mi sposto di lato, il ragno che passa oltre e infila le
scale, come se sapesse benissimo dove andare. Mi tolgo la maglietta, per
controllare di non avere un ragno sulla schiena e resto lì mezzo spogliato,
con qualche brivido ancora addosso.

2 - Ragni che cadono

Quando torno da scuola mangio da mia nonna. Appena arrivo accendo la
televisione e se c’è un cartone animato mia nonna dice sempre ma cosa
guardi queste stupidaggini. Un giorno porto su il videoregistratore dei miei
e metto I predatori dell’arca perduta. Lei non dice niente: si vede che per il
cinema ha rispetto, anche se non l’ho mai vista davanti a un film.
Mia nonna è considerata una brava cuoca, anzi è lei stessa a dire di sé:
sono una cuoca bravissima. Io mi sono sempre immaginato che un cuoco
bravissimo sia uno che sa cucinare una varietà di piatti ma lei fa sempre le
solite cose. Le sue specialità sono i fegatini e il ragù, che tuttavia solo
raramente mette sui maccheroni, ovvero quando suo fratello li fa e li manda
e allora si mangiano i maccheroni del bis-zio, belli spessi e col ragù. Altrimenti il ragù va sulla polenta. Altre volte suo fratello fa le tagliatelle e le
mangiamo in brodo. Nella pulizia del pollo per il brodo – poiché fare il brodo
significa farlo con una gallina ruspante intera, e poi mangiare gallina lessa
per giorni, arricchita dalla maionese che fa mio nonno (per tale maionese
mio nonno è celebratissimo, benché non si tratti di fare altro che mescolare
tuorli e limone in una tazza). Quando le tagliatelle fatte a mano finiscono,
nel brodo che avanza la nonna mette la pastina. A Natale, in quel medesimo brodo ci vanno i tortellini, essi pure fatti a mano, ma da mia nonna.
È un giorno normale, sicché a pranzo stelline in brodo. Giro il brodo col
cucchiaio. Nel brodo, un filamento nero. Lo giro ancora. Tra le gocce gialle
di grasso, le zampe dritte, tutte su un lato, flosce come alghe, un ragno, affogato.
Nonna, che schifo! C’è un ragno nel brodo!
Macché, mi risponde la nonna dalla cucina, senza neanche voltarsi – sta
sbuzzando un pollo sul lato dell’acquaio, con le dita affilate cava fuori reni e
interiora e uova premature. Qualunque cosa contravvenga al disegno che

mia nonna fa di sé e del mondo, non solo è per forza di cose falsa, ma esprimerla è come fare una critica a lei direttamente. E mia nonna non ama le
critiche.
C’è un ragno nel brodo, nonna.
Sarà un gambo.
Ti dico che è un ragno.
Macché! Si volta. È rossa. È un gambo di prezzemolo, sibila, poi torna al
suo pollo.
Allora io pesco il ragno col cucchiaio e vado da lei e glielo verso lì, in
quella superficie ondulata che c’è sul lato dell’acquaio.
È un gambo, fa lei, e lo sposta appena con l’unghia.
Adesso si vede bene che è un ragno. È un ragno, le dico, e lei lo guarda,
con un panno lo sposta nell’acquaio insieme alla sua pozza di minestra,
apre l’acqua, il ragno fa un mezzo turbine e sparisce nel buco. Poi mi molla
uno scapaccione.
È sicuramente caduto dal soffitto, mi dice.



Nel periodo delle medie sogno moltissimo. Spesso sono incubi. Nel più
terribile sono alla casa che prendevamo in affitto al mare, accendo la televisione e si vede la faccia di un vecchio a cartoni animati, forse il nonno di
Sanpei, ma solo per un attimo perché la scena cambia e c’è una musica
terribile e stanno torturando un burattino che però è anche un bambino, la
testa di legno scuro, i lineamenti pitturati, qualcosa a mezzo tra un pupo siciliano, Pinocchio e un feticcio vudù, e lo torturano; con una macchina gli
svitano la testa, gliela girano a forza di centottanta, trecentosessanta, set-

tecentoventi gradi, e i lineamenti dipinti del burattino non hanno un’espressione di dolore, non possono averla, ma io so che sta soffrendo moltissimo
ed è terrorizzato.
C’è una bambina di classe mia che mi piace. A volte vado da lei al pomeriggio. Ci raccontiamo i sogni (ma non questi più spaventosi, perché non
mi piace ripensarci). Lei dice che sogna ragni, serpenti, lupi, tigri. Penso
che sarebbe ganzo sognare delle tigri.
A volte rimango a dormire a casa sua. Hanno una cameretta che era di
una sua zia. C’è una foto di questa donna su uno scaffale e c’è il suo letto,
a una piazza, alto, molleggiato, un budino meccanico coperto da un drappo
celeste. Sotto il drappo però le lenzuola che mette sua madre sono fresche, e dopo che ti sei infilato è bello sentire il peso del drappo su di te,
l’importante è accertarsi di aver rivoltato bene le lenzuola, perché non vuoi
ritrovarti a toccare quel velluto polveroso. A volte mi sono chiesto che fine
abbia fatto questa zia, se qualcuno se la sia portata via. Se abbia adesso
una sua famiglia.
Di solito stiamo in camera di Francesca, giochiamo a Brivido, a Dragon il
gioco dei misteri cinesi, a scopa, briscola e rubamazzo. Lei mette la musica. Io di musica non ne so niente. Sulla tasca superiore dello zaino ho
fatto la scritta IRON MAIDEN uguale sputata a quella che c’è nei poster
che vendono in cartoleria, ma non ho mai sentito un loro disco. Possiedo la
cassetta originale di “C’è da spostare una macchina” di Francesco Salvi,
quella di “Sei come la mia moto” di Jovanotti e una di Madonna che comprò
mia madre da un ambulante. Lei invece ha vari gruppi e cantanti preferiti,
ogni volta uno nuovo. Oggi è: Bon Jovi. Mentre la musica va, lei mette la
custodia della cassetta di Bon Jovi lì sul letto, come a dire, “guarda, la custodia della cassetta di Bon Jovi”. C’è sopra una foto di Bon Jovi, che è un
ragazzone coi capelli lunghi e ricci, il torso nudo e un sorriso un po’ sognante e un po’ imbronciato. Che schifo, dico. Ma cosa ne vuoi capire, tu, fa
lei, e mette via la custodia.

Un giorno Francesca mi prende per il polso e mi porta in una stanza dei
suoi fondi. Mentre scendiamo mi dice che mi vuole far vedere una cosa e
mi prende il batticuore e sudo e quasi non riesco a parlare, ma quando
siamo giù mi fa solo vedere un ragno in un angolo. Dice che siccome i suoi
la mandano sempre a prendere l’olio in cantina, ogni volta lo vede e finisce
per sognare i ragni.
Torniamo su da lei e finiamo la partita e sua madre dice che è ora. Siccome non abbiamo fatto in tempo a cominciarne un’altra, andiamo a letto.
Lei in camera sua e io in camera della zia, che mi piace anche perché sulla
parete accanto al letto c’è una grossa tela che è il mio quadro preferito
dalla prima volta che sono andato da lei e l’ho vista. Ci sono a sinistra Adamo ed Eva con in mezzo Gesù, a destra un inferno con diavoli dalla testa
di uccello e di lepre che mangiano le persone o le portano in giro come trofei di caccia, gente che vomita, che caca rondini oppure monete, frecce che
trafiggono colossali orecchie da cui spuntano coltelli, teschi di cavallo,
slitte, carte da gioco, fiamme, padelle e giganteschi strumenti musicali usati
come patiboli. E poi in mezzo, nel pannello più grande, una folla di gente
nuda, e pesci, e frutta, in grandi caroselli; uccelli enormi e tende di corallo,
tritoni e navi volanti e amanite muscarie di due metri, bacche grandi come
palloni, cozze enormi da cui spuntano i piedi di chi ci si è nascosto dentro,
uova da cui escono folle di giovani nudi, e all’orizzonte palazzi fatti di carne
o di foglie o di rovi, essi pure ricolmi di gente che balla, si tocca, si accoppia, si abbuffa di frutti giganti.
Una notte sogno un “clac”. Sogno un ragno che cade dal quadro, da
quella fitta folla di gente nuda e frutti e animali cade un ragno e le zampe
sono gambe umane, glabre, passa sopra al mio braccio, cammina sulle
lenzuola rivoltate verso la mia bocca. Mi sveglio. Il ragno, una bestiola
tozza, le zampe brune, da ragno, è quasi sulla mia faccia. Lancio un grido
che è un ruggito e con uno strattone sradico coperte e lenzuola e le getto in
fondo alla stanza. Ne esce il ragno, fa per zampettare via. Gli rivolto sopra
il mucchio di coperte e lo percuoto con una sedia. Arriva Francesca, in

pigiama. Morbida, i capelli impastati sul viso, si strofina un occhio. Ha un
profumo un poco appiccicoso, l’odore del suo sonno. Cosa c’è, mi fa. La
spingo fuori e chiudo la porta imbarazzato. Sollevo le lenzuola e il ragno è
spiaccicato, sull’azzurro del drappo le sue interiora fanno una macchia gialla. Strofino via la poltiglia con un fazzolettino, lo butto fuori dalla finestra.
Torno a letto ma non mi riaddormento, entra già troppa luce da fuori. Vado
da Francesca, che immagino pure non dorma, e provo a entrare, ma ha
chiuso la sua porta a chiave.

3 - Le cantine e i ragni

L’esistenza della casa dove sono cresciuto mi è sempre stata spiegata
con un “l’ha costruita il nonno” che mi è sempre sembrato poco plausibile.
La costruzione di un simile edificio richiede competenze che vanno dal muratore all’elettricista al falegname, e mio nonno ha solo un banco da falegname, col quale peraltro la cosa più complessa che gli ho visto costruire
sono i portafavi per le sue api.
È pur vero che l’edificio non pare improntato al funzionalismo ma costruito, lì su una delle traverse alte di via Po, in base a un certo qual principio di buon senso e gusto del periodo: in base a scelte approssimative
che si preparavano a patire il passare degli anni fino a dimostrarsi per lo
più sbagliate.
La più grave fra queste coglionate è il fatto che i due appartamenti della
casa non si sviluppano, com’è logico, in altezza, ma sono collocati uno sul
primo e uno sul secondo piano. Il risultato è che mia nonna, che nel frattempo ha perso l’uso di una gamba, è rimasta intrappolata lì sopra, e dal
momento che non può tollerare l’idea di vivere in un posto diverso da casa
propria, ci rimarrà di certo fino a che non morirà. Un’altra di queste scelte
irrazionali è l’aver dotato l’edificio di un sistema di fondi che sarebbe più
appropriato definire catacombe, tant’è che ben presto i miei amici, con i
quali in una di quelle stanze mi riunisco per giocare a D&D, li ribattezzano
“il dungeon”. E con un dungeon i miei fondi hanno in comune, oltre alla pianta labirintica, oltre a curiosità architettoniche come buchi quadrati sui
muri del corridoio e alte finestrelle che danno sull’esterno in punti del tutto
casuali, oltre ai vicoli ciechi e alle stanze piene di armadi, bauli, botti, ziri, il
fatto di essere piene di mostri. Non è raro infatti, per chi intraprende il per-

corso dalla stanza in cui giochiamo al bagno, incontrare scolopendre, scorpioni e soprattutto ragni. Il bagno in particolare è infestato, e i più pisciano
a occhi chiusi, sebbene sia vero che un po’ ci crogioliamo in questa idea, e
gli avvistamenti di questo o quell’avventuriero sono non di rado esagerati
nelle dimensioni o nella quantità degli esseri incontrati. Quando però un
giorno lo Staderini, chierico di 14° livello, torna e riferisce di aver visto un
ratto, è chiaro che sta dicendo la verità: nessuno avrebbe osato inventarsi
animali addirittura di diverso phylum.
Il giorno dopo, mio padre imposta un piano d’azione di ingegneristico razionalismo. Torna dalla mesticheria con tre tubi rossi, metallici, simili a
quelli del dentifricio ma considerevolmente più grossi, industriali e cattivi.
Sul barattolo un’onomatopea tipo “ZOCK!” scritta all’interno di una freccia
che si abbatte su un ratto stilizzato, nero. Misura le soglie delle tre porte
che costituiscono i principali snodi del dungeon e prepara tre cartoncini di
quella stessa lunghezza, dotati di linguette attraverso le quali manipolarli, li
spalma della colla contenuta nei tubetti e li colloca sulle soglie. Mi spiega
che il ratto non potrà che passare sopra a quei cartoni e rimanerci appiccicato.
Tutto questo avviene prima di una vacanza di qualche giorno ed è
grande, al ritorno, l’eccitazione di tornare e andare a vedere se la colla ha
funzionato.
Io che scendo le scale, in avanscoperta, ancor prima che mio padre posi
il cappotto nell’ingresso, e come arrivo mi blocco di fronte alla prima trappola. Sopra al cartone nessun ratto ma, a coprirne per intero la superficie,
un mostruoso olocausto di ragni. Cinquanta, cento, uno sull’altro, ammassati, impiastricciati, ribaltati, i più ancora vivi, impegnati in una lotta di vani
scatti con quella poltiglia fatta di colla e corpi dei loro simili. Sotto e in
mezzo a quell’orgia di zampe e colla, a guardar meglio – perché,
nonostante un conato che prende sostanza, mi avvicino, e guardo – un
tappeto di altre creature: scolopendre, pesciolini d’argento, forbicicchie, cimici. E ragni: ragni grandi e piccoli, ragni filiformi, le zampe rese curve e

molli dalla colla, ragni glabri e ragni pelosi, ragni gialli, neri, rossicci e uno
rosa, osceno, come non ne avevo mai visti. Mio padre prende quell’orrore
dalla linguetta e senza dire niente lo butta nella spazzatura.



Viene poi l’alluvione. Al mio paese i fenomeni atmosferici fuori norma
sono rari e vengono sempre ricordati. Qualcuno dice che così come si ricorda il gelo dell’85, così verrà ricordata questa alluvione. Qualcun altro si
chiede, con una nota quasi di disappunto, come mai non sia stata sommersa anche Firenze.
Piove così tanto che non solo l’Arno, ma anche i borri, come quello che
passa poco sotto casa mia, straboccano e la loro acqua gialla si porta via
pezzi di steccato, alberi, cassonetti, le Ape Piaggio dei vecchini e pure
qualche utilitaria. Casa mia è stata collocata dal buon senso di mio nonno
su un’altura e quindi possiamo permetterci di stare lì in fondo, dove la nostra strada si unisce con via Po e guardare gli averi altrui passare per la via
come se fosse effettivamente il Po. L’acqua tuttavia non smette di scendere
e anche casa nostra si trova col giardino allagato. Da lì poi penetra nei
fondi. Sento mia madre che mi chiama perché dia una mano con i secchi.
Allora, dopo essermi goduto il passaggio di una 500 che oltre a procedere
su quel fiume di limaccia verso il centro di Montevarchi effettua anche rotazioni sul proprio asse, mi smuovo e raggiungo il giardino.
C’è sempre un mistero più profondo, una verità che solo la natura può
decidere di svelare. Nell’angolo tra il secondo e il terzo scalino del mio pianerottolo, al riparo dall’acqua e a poca distanza da un finestrino basso
che dà sui fondi, un ragno formidabile. Ne ho visti di più formidabili, certo,

ma in foto. L’anno prima mi è stato infatti regalato un libro che documenta
ragni di ogni genere, con un occhio di riguardo per quelli velenosi come la
placida e mortale vedova nera o il ragno eremita, scattante flagello texano
in grado di necrotizzare i tessuti umani, oppure giganti come la tarantola e
la migale. Lo sfoglio ogni volta con un brivido, guardando e non guardando
quelle foto terribili; lo centellino, lo succhiello, immagino come possa
essere venire morsi dal ragno eremita oppure scoprire sul muro di casa
una migale. La risposta è davanti a me, poiché questo ragno, che è qui e
adesso, ha in comune con le migali del libro le dimensioni. Ma è un ragno
di qui: è marrone, ha le zampe affusolate. Non ha screziature, o le forme
bombate, muscolose quasi, delle tarantole. È una tegenaria, un ragno di
Montevarchi, ed è grosso come la mia mano. È qui e si protegge dall’acqua, questo sovrano dei fondi sfuggito facilmente alle trappole di mio padre
e agli avvistamenti degli avventurieri della domenica sera, e non gli piace
essere qui, quasi mostra una sua saggezza, una consapevolezza della
possibilità di essere schiacciato dagli uomini – di essere schiacciato da me
– e si difende con quello che ha: con l’orrore. In realtà sta lì ad asciugarsi,
valuto: aspetta una botta di sole o almeno di caldo che lo rimetta in sesto,
ma il pensiero non attecchisce. Colto da brividi, non oso superarlo; entro
dal portone di mia nonna e raggiungo mia madre da sotto, attraverso il
dungeon.

4 - Ragni immaginari

Al liceo mi viene facile ottenere risultati scolastici dignitosi col minimo
impegno, il che mi lascia sconfinate teorie di pomeriggi da dedicare al mio
pc e dunque a Monkey Island I & II, Leisure Suit Larry I, II, III & IV, Ultima
V, VI & VII, Populous, Civilization, Syndicate, Doom, Sim City, Sim Life, Sim
Ant.
Sono ormai indubitabilmente, e considero me stesso, una persona che
patisce di aracnofobia. Tuttavia, essendosi fatte più rare le occasioni di
passare una giornata fuori e avendo sviluppato un totale dominio della tecnica della pisciata a occhi chiusi per quanto riguarda le serate di gioco di
ruolo, si sono fatte rare anche le occasioni di incontro con i ragni, almeno
con quelli reali.
Nel mondo dei videogiochi i ragni non hanno una posizione prominente:
visti aspetto e caratteristiche, non possono che essere relegati al ruolo di
antagonisti e la loro frequenza è media, sebbene a volte possano essere
memorabili.
Nella serie Ultima, i ragni giganti compaiono come nemico solo nel
quinto episodio, e sono di quelli che anche il giocatore meno abile è facilmente in grado di sgominare. Nelle campagne fuori da Trinsic ne schiaccio
dozzine; il loro aspetto – in Ultima V i mostri sono poco più che icone – non
è del resto in grado di intimorirmi.
In King of Dragons, la faccenda si fa più complessa. King of Dragons non
è un gioco che ho sul computer: non soddisfatto di passare davanti a uno
schermo le mie cinque o sei ore al giorno, ogni pomeriggio prendo la bici e
vado a un bar vicino casa, che ospita Street Fighter II, Vendetta e lo stesso
King of Dragons. Lì i ragni sono parte del mostro finale del settimo livello,
una grande quercia dai cui rami calano, appesi ai loro fili, dei ragni tozzi e

aggressivi, delle dimensioni di un barile. Il punto è evitarli quando piombano giù per afferrarti, e anzi picchiarli al volo in quel breve lasso di tempo.
In ogni dato momento, fuori dall’albero non ci sono più di un paio di ragni,
ma quando finalmente si sferra l’ultimo colpo, quelli muoiono tutti insieme e
dalla chioma si scatena una pioggia di carogne: vengono giù con le zampette rattrappite e rimbalzano al suolo con un realismo che dà i brividi.
C’è poi Doom, dove non ci sono ragni ma soldataglia mutante e demoni,
almeno fino all’ultimo schema. Lì allora, dopo qualche secondo di silenzio,
ci si trova di fronte un colossale ragno cyborg, dotato di due mitragliatrici
tipo M-60. Non riesco mai a vincerlo, e anzi il suo aspetto, i suoni che
emette, la difficoltà nell’ideare tattiche per combatterlo, la velocità con cui
profitta di ogni mio momento di dubbio, mi cagionano una sensazione che
solo molti anni dopo, fattane più reale e continuativa esperienza, avrei potuto identificare come stress.
Anche in Sim Ant il ragno costituisce l’antagonista principale. A differenza
di Sim City, dove le opzioni di gioco erano numerose, e Sim Life, dove erano così numerose da includere un menu dedicato agli eucarioti, tutto
quello che c’è da fare in Sim Ant è andare in giro per un giardino a raccogliere semi e briciole di pane – che deve fare, del resto, una formica? –
stando attenti a evitare gli insetti predatori e soprattutto il gran nemico, un
ragno errante che effettua implacabili ronde sull’erba.
Quando arriva Baldur’s Gate ho perso un po’ di interesse nei videogiochi:
il liceo è finito e godo di una maggiore libertà, che mi porta a rivolgere la
mia attenzione ad altre questioni. Il motivo per cui non arrivo a finirlo non
ha tuttavia a che fare con i postumi di una o più sbronze, o con la necessità
di dimostrare la mia virilità a una qualche ragazzotta rinunciando per sempre ai videogiochi, bensì al fatto che uno schema secondario sia infestato
di ragni giganti. La grafica dei pc ha ormai quasi raggiunto quella dei coinop, e quelle orde di ragni grandi come pony, che sopraggiungono in equilibrio su lunghe zampe, che mordono i personaggi, che muoiono con rivoltante rattrappimento, sono per me qualcosa di insormontabile, a meno di

giocare a occhi chiusi, cosa che tento un paio di volte solo per vedere un
glorioso gruppo di avventurieri destinato a salvare i Forgotten Realms finire
invece ghermito da un mucchio di aracnidi.



In quegli anni scopro il cinema. In casa mia si noleggiano film da sempre,
ma è a scuola, con un cineforum indetto dal professore di lettere di un’altra
classe, che scatta davvero qualcosa. Lo sento che parla con la nostra prof
durante l’intervallo, dice qualcosa sul “farli appasionare, mantenendo però
un minimo standard di qualità”: fatto sta che il cineforum ha nel suo primo
ciclo di programmazione Blade Runner, Excalibur e Arancia Meccanica. Se
tale idea non sarà sufficiente a farci andare alla seconda programmazione,
che avrebbe virato improvvisamente su Rohmer e Kieslowski, serve almeno a farci uscire di scuola ogni giovedì alle 15 invece che alle 13, in
preda a uno stato di esaltazione.
Ecco, al cinema i ragni non contano proprio niente. È come se si fosse
stabilito di tenerli il più possibile fuori dal circo dei sogni. A volte fanno una
comparsata, come quando si appiccicano alla schiena del compare di Indiana Jones. A volte la funzione è solo simbolica, come in Spider di Cronenberg. La figura migliore la fanno forse in Alien, ma il facehugger è solo una
derivazione, un figlio spurio: quella coda ne fa qualcosa di morfologicamente diverso. Stesso destino per gli aracnoidi di Starship Troopers e Shelob del Signore degli Anelli, il cui pungiglione sull’addome ne esclude l’appartenenza all’ordine. Né esistono film con qualcuno intrappolato in casa
col ragno velenoso, e sì che con i serpenti ne esistono una mezza dozzina.
Anche nel cinema horror, dove avrebbero potuto fare la loro onesta figura,

si manifestano solo sporadicamente. L’unico tentativo è quello di Aracnofobia, pellicola mediocre che esce tra qualche attesa da parte degli adolescenti, e che evito accuratamente, rallegrandomi anzi che non esistano imperdibili capolavori la cui visione impone anche quella di cospicue inquadrature di aracnidi.

5 - Ragni sulla tela

Durante i primi anni di università mi trovo al centro di un’attività sessuale
che, paragonata alle secche degli anni del liceo, mi appare considerevole
al punto di dare luogo a fenomeni di maldestra vanità. Uno di essi è prendere il sole in giardino – si capisce che tali gesti sono resi possibili anche
dalla disponibilità di tempo libero offerta dalla condizione di studente universitario, condizione che non molto tempo dopo si sarebbe tramutata in
quella di cittadino che parte militare.
Fatto sta che passo molte domeniche d’estate in mutande, in giardino –
o meglio nell’orto, essendoci solo un melo, due piante di zucca e un cespo
di rosmarino. È un periodo felice nel quale l’Italia sta scoprendo i fumetti
giapponesi, e quelli americani stanno vivendo una piccola, nuova, età
dell’oro, e nel quale è dunque facile tornare dall’edicola con un paio di albi
nuovi ogni giorno. Mi sorprende vedere quanto poco nuoccia alla mia attività sessuale coltivare passioni quali i giochi di ruolo e i fumetti, e del resto
neanche potrei nasconderle dal momento che la camera dove porto le ragazze è un deposito di albi e dadi a venti facce, con quadri alle pareti raffiguranti Wolverine, Lobo, Slaine e alcune guerriere elfiche che mi sono
fatto fare alla mostra di Lucca da un disegnatore della TSR.
Oltre dunque alla lettura di Slam Dunk, Sandman, JoJo, Hellblazer, Ken il
guerriero, Savage Dragon, Dragon Ball, Marshall Law, Ushio e Tora,
Swamp Thing, Dr.Slump & Arale, Spawn, Ranma 1/2, Preacher, Berserk,
Judge Dredd, Maison Ikkoku, in quei vani pomeriggi al sole il mio passatempo principale è la pesca alle formiche. Allungo una mano dalla sdraio,
ne pesco una da terra e la scaglio su una tela, in mezzo alla quale regna
un ragno crociato, il classico ragno da giardino. Su tre formiche che lancio,
una manca la tela, una la fora e una la prende nel modo giusto, ci si impi-

glia, sgambetta, la fa ondeggiare finché il ragno ha un primo scatto, uno
iato, e poi parte, la aggancia, le piazza un paio di morsi, la ferma tra le
zampette davanti e la fa vorticare come un fuso mentre le vomita addosso
un cavo brillante, finché, terminato il bozzolo, se lo porta nell’angolo che fa
da stiva. Una volta ho anche la fortuna di veder finire un’ape sulla tela, e il
ragno è molto più cauto ma alla fine si imbozzola pure lei.
La tela nobilita il ragno. Trasforma il predatore dell’oscurità in un ingegnere cristallino, la cui impresa estetica e pitagorica legittima la crudeltà
della trappola. Un giorno alla TV sento di una colonia di ragni di specie diverse, in un luogo degli Stati Uniti chiamato Tawakoni, che hanno realizzato
una tela comune per migliorare le prestazioni di caccia di tutti. La tela conferisce qualità sociali al ragno, addirittura. Nel mio vecchio libro, che ancora
a volte mi scopro a sfogliare, si parla tra gli altri del golden orb spider, un
ragno australiano la cui tela è tanto solida da catturare anche gli uccelli.
Tale mostro mi è sempre apparso come una creatura di grande nobiltà.
Il ragno sulla tela non turba, rilassa. Il suo campo d’azione è circoscritto,
ed esclude l’osservatore. Definire le potenzialità del ragno non è più compito deputato alla fantasia, col suo continuo dar vita a salti, morsi, discese
lungo la schiena, impigliamenti tra i capelli, ma è qualcosa di effettuabile
per via sperimentale. Il ragno sta lì in mezzo e imbozzola quello che arriva
sulla tela. Altro non fa: è scientifico.



L’estate successiva, fresco di congedo e del tutto privo di idee su come
debba essere il mio futuro, mi trovo in una città portuale del nord Europa,
nella cui periferia si è svolta una festa techno. È mattina inoltrata e stiamo

aspettando un autobus. Neanche sappiamo se la fermata, posta lì, in
mezzo a una sterminata, piatta zona industriale, sia attiva o meno. Una
delle ragazze che è con me, un’olandese di Eindhoven scossa da una costante frenesia, piazza le mani sul tetto della fermata e con uno strappo si
porta sopra. Con la mano sulla fronte scruta l’orizzonte. Le vado dietro, ma
appena comincio a tirarmi su, mentre contraggo le braccia e i dorsali e
ruoto il bacino per sedermi accanto a lei, noto un tozzo cono di tela che ospita un ragno nero delle dimensioni di una moneta; ne noto due, tre, dieci.
Mentre mi tiro su realizzo che quella fermata solitaria è infestata da una
moltitudine di ragni, e che esistono delle persone, come la mia amica lì sopra, per le quali la vista di un ragno, o di una moltitudine, è un fatto irrilevante, come per me vedere un brulicare di formiche, e realizzo anche
quanta della mia attenzione sia in ogni momento dedicata a percepire
ragni, ma ormai è troppo tardi per fermare un movimento che è un singolo
strappo: mi ritrovo seduto sul tetto infestato con le gambe penzoloni, e
mentre l’olandese mi abbraccia mi rendo conto che nell’angolo formato tra
la barra squadrata di metallo alla quale mi sono aggrappato e dove ho posato il culo, e la lastra di plexiglas che fa da tetto, pure ci sono decine di
quelle tane di tela, ognuna un ragno (alcune due). Se non altro hanno la
tela, penso, ma sono più tane che tele da caccia. Mi sollevo in piedi sulla
barra. Il tetto ondeggia. La mia amica si gira una sigaretta. L’altra nostra
amica, da sotto – possibile che lei pure non abbia visto, non veda i ragni? –
dice che se faccio così farò crollare tutto. La scusa è buona. Mi abbasso e
mi appendo, gli occhi chiusi, a un segmento di barra privo di tele; da lì mi
calo giù. La fermata ondeggia, un paio di ragni cadono a terra, come in
King of Dragons e poi zampettano veloci verso le pareti della fermata e da
lì di nuovo sopra, mentre con la scusa del sudore mi tolgo la maglia e controllo la presenza di bestie su per la mia schiena e l’olandese in coffa grida
l’arrivo di un autobus, anzi no, grida ancora, ha scritto sopra deposito.

6 - Ragni che attaccano

Due anni più tardi, da una diversa città nordeuropea, mi aggrego a una
carovana di tekno traveler, incurante del fatto che potrei non trovare da tornare indietro in tempo per il mio volo. Ora, costoro possiedono effettivamente un soundsystem ma ben presto scopro che sono soprattutto dediti
all’acquisto in stock di sostanze e alla rivendita delle medesime in occasione di teknival e feste varie. Salendo sul loro camion mi ritrovo a correre
per le strade spoglie dell’est Europa, a schivare pattuglie sgarrupate e sonnolenti posti di blocco, a dormire in appartamenti occupati alla periferia di
Tallinn, mi ritrovo un giorno nella casa del guardiano di uno zoo ceco.
La ketamina è un anestetico per uso pediatrico e veterinario: se negli
ospedali è posta sotto stretto controllo, per gli zoo ottenerla è più semplice,
così come è semplice sovrastimare gli ordini e rivendere il surplus. Ed ecco
i miei accompagnatori che vanno da questo guardiano ad acquistare qualche centinaio di flaconi di Ketaset. In casa ha dei terrari. Spiega che una
volta lo zoo aveva una sezione con ragni, serpenti, iguana. Poi gli iguana
sono morti e la sezione ha chiuso e allora lui si è preso in casa questi quattro ragni, per fargli compagnia, dice, e mentre mi spiega sento un urlo e
Tchou-tchou, un francese della carovana, si tiene la mano e grida e sul
palmo e sull’interno dell’indice e del medio ha degli aculei, sottilissimi,
come se avesse agguantato un cactus, e il guardiano gli dice coglione o
qualcosa del genere in ceco e lo spinge via e chiude il coperchio del terrario della tarantola red knee e Tchou-tchou, grande grosso e cattivo,
Tchou-tchou che a Linz due giorni prima aveva rotto i denti a uno con una
testata, piange come un marmocchio e guarda quei piccoli aculei e non
crede ai suoi occhi e Sylvie e Rex e Thea e io ridiamo come matti e lui si

incazza e dice vorrei vedere voi figli di puttana e intanto il guardiano rientra
con una pinzetta e un batuffolo di cotone facendo nx nx nx.



Il mio amico Staderini, più solerte di me e dunque laureatosi ingegnere
oltre che chierico, forte di un 110 e lode si trasferisce a fare un dottorato in
Texas.
Al Czechtek dell’anno prima la polizia ci ha sgomberati con la forza; in
tutta Europa quel movimento a cui tardivamente mi ero aggregato subisce
repressioni. Alcuni amici, gente che non vive sui camion, gente a cui interessano in fin dei conti solo le feste, iniziano ad andare per festival goa,
hanno del resto uno stpendio e preferiscono pagare un biglietto e farsi una
settimana di rave tranquilli piuttosto che vivere il sogno dei free party e
rischiare sgomberi e mazzate. La cosa mi deprime un poco e per quell’estate decido di andare a trovare lo Staderini.
Texas, la casa del ragno eremita. Quante volte avevo sfogliato il mio libro
a quella pagina; quante avevo osato scrivere quelle due parole su Google
images e visto uscir fuori gallerie di ferite piagate, di dita maciullate, di primi
piani di questo ragno affilato, scattante, immancabilmente definito “vicious”.
Sapevo che il vicious brown recluse mi aspettava lì. Del resto nella suburbia di Houston non ci sarebbe stato molto da fare e il mio amico non era
il tipo che sapeva andar dietro alla scia di locali ed eventi. Faccio dunque la
valigia immaginando di andare incontro a quel ragno, già scherzando con
l’idea di riportarne indietro una coppia per errore, nascosta nel bagaglio, e
dare luogo a un’invasione di ragni eremita in Toscana.

Quando ne parlo al mio amico, lui mastica il suo controfiletto e dice che
non ne ha mai visto uno.
L’incontro avviene al terzo giorno, mentre leggo steso sul letto, un futon
ad altezza suolo. Volto il capo a sinistra e lo riconosco. Sta lì, a poco più di
un metro di distanza. Inevitabile. Brandisco il libro, ma appena l’ombra del
mio braccio incoccia il ragno, quello scatta via. Si nasconde in un mucchio
di vestiti. Vado al mucchio, lo percuoto con una sedia, non vedo movimenti,
lo percuoto ancora un po’. Inizio a lanciar via gli indumenti uno per uno, e
al terzo che tiro via lo sento che mi punge. Grido e scaglio in terra quella
felpa, la pesticcio e pesticcio mentre la punta del mignolo mi diventa livida.
Il dolore è intenso, ma non terribile. Tuttavia sento un capogiro, mi sale una
specie di febbre. Ricordo di aver visto un ospedale lì vicino, nei giorni
precedenti. Prendo la macchina del mio amico e ci vado. Mi anestetizzano
e mi asportano la parte avvelenata, necrotizzata. Mi mettono cinque punti
sul polpastrello del mignolo, che rimarrà come smussato, rispetto alla pienezza dell’altro. Che è successo, te l’ha mangiato un ragno? Sì.

7- Ragni come simboli

Essere stato morso da un ragno velenoso ribalta la mia prospettiva.
L’evento, per essere tollerato, chiede di venire ricacciato nel territorio
dell’immaginazione, di diventare uno di quei ricordi che non si sa bene se
sono reali o sognati. Quel mignolo blandamente mutilato può ben diventare
nella memoria il risultato di una piccola operazione o di un incidente domestico, e separarsi così dal ragno, dai ragni, che possono così a loro
volta avviarsi a diventare qualcos’altro.
Può capitare di rientrare in casa dopo una furiosa litigata con la propria
ragazza e trovarne uno sulla parete dell’ingresso, minacciosa acuminata
raggiera di zampe sul bianco, e rifarsela con lui, schiacciandolo con una
scopa sulla quale si è messo un panno.
Può capitare di andare in campeggio e ricevere la visita di un ragno in
tenda, a suggello di una bella litigata in quei due metri cubi.
Può capitare di rientrare dopo le vacanze, più stressati di prima poiché i
giorni liberi sono serviti solo ad accumulare impegni da evadere, il tempo
della vita che pare essersi improvvisamente accelerato, e la terra insensata
che è il nostro futuro, ci appare nella forma di un ragno dalle zampe sottili
intrappolato nella vasca da bagno, e allora ci vendichiamo con l’acqua,
apriamo la doccia e lo spazziamo via, lo facciamo risucchiare da un gorgo
e ancora spruzziamo acqua, apriamo anche il rubinetto e immaginiamo la
corsa rotolante inarrestabile di quel ragno travolto, attraverso tubi e snodi e
mondi sotterranei.



Ma può capitare di avere ora una diversa ragazza, che vive in terre
fredde e lontane dove di ragni se ne vedono pochi, e un giorno che ne vediamo uno, è un ragnetto solitario, piccolo, sul soffitto. Mi chiedo se possa
mai cadere giù, se possa capitare di ritrovarselo sul letto, ma lui è sempre
ben visibile su quell’intonaco bianco, tra pareti e imposte e mobili bianchi,
colpito da luce bianca anche alle una di notte. I traffici di quel ragno – ma
cosa fa? Perché oggi si è spostato laggiù? Perché ora va in là? Secondo te
dorme di giorno o di notte? – e la sua caccia a prede invisibili, diventano
per noi, stesi o abbracciati a giornate su quell’amplissimo letto bianco, un
intrattenimento prima inevitabile, poi addirittura gradito. Il ragno prende le
funzioni di un gatto: quel ragno nordico, dalla strana morfologia, le due
zampe davanti più lunghe di tutte le altre, l’addome filante, il colore nero, di
smalto, si fa domestico e dà sostanza alla nostra relazione, ne rimarca l’esistenza. Il nostro ragno. Io te e il ragno. Sono rimasto a casa col ragno.
Dov’è il ragno? Ah, là nell’angolo.
Questo finché lei una mattina se lo trova in mezzo ai trucchi e lo schiaccia con un pezzo di carta igienica. Quando me lo comunica io me la prendo
moltissimo, lei mi dice ma dai, chissà quanti ne avrai uccisi di ragni in vita
tua. Magari ne hai pure torturati, insiste. Dico che non c’entra niente. Lei
dice che finché stava sul soffitto era ok, ma quello non era il suo posto. La
sua freddezza mi sgomenta. Purtroppo, aggiunge vedendo che non mi
sono calmato, non è che puoi dargli uno scapaccione come a un cane, l’unica punizione possibile per un ragno è la morte. Le chiedo dove sia il
corpo, lei mi guarda strano, poi indica il water.

8 - Ragni da climi caldi

Diversi anni più tardi sono al matrimonio dello Staderini, ormai stabilmente texano. Si sposa con un’ingegnera indiana del suo dipartimento e il
matrimonio è in India.
Dopo una prima fase in un resort ci spostiamo su traballanti autobus fino
alla giungla del Kerala, dove abita la famiglia della sposa. Ci danno dei
bungalow che sono di fatto delle palafitte senza pareti. Cavallette grandi
come gattini solcano l’aria e atterranno sull’impiantito e sulle persone. Non
tutti apprezzano. Mi informo se ci siano ragni. La padrona di casa mi dice
che c’è una tarantola in bagno, dice che le piace lì, perché è più caldo. La
guardo negli occhi e capisco che sta scherzando, che fa dell’ironia sul
panico che ha colto molti degli invitati occidentali. Eppure, quando rientro,
racconto della tarantola agli altri ospiti, serissimo.
Ma se ne sta buona nella sua tela, compa’?, fa un ingegnere elettronico
di Gravina (e Houston).
Magari! È una predatrice notturna. Mobile. Rapida.
Aggressiva, compa’?
Forse mi sbaglio, ma credo sia pure di quelle che scagliano gli aculei...
Il ragno che ho creato passa di bocca in bocca, acquista sostanza. C’è
chi va in bagno col cappello e chi portandosi dietro una rivista arrotolata o
uno scacciamosche; in capo a qualche giorno c’è chi giura di averla vista
passare tra il cesso e la doccia. Se ne parla: c’è chi ne descrive i balzi, chi
ne approssima le dimensioni con le mani. Mai visto niente del genere,
compa’.

Io stesso mi scopro a pisciare a occhi chiusi – io! – e allora apro gli occhi, ridacchio tra me, eppure, lì al buio, in un angolo di quel vespasiano
tropicale, forse...



Deserto tra il Portogallo e la Spagna, lago di Idanha-a-Nova, terzo o
quarto giorno di un festival goa. Mattina colorata di psicotomimetici, di luce
che passa attraverso il nylon della tenda dove già si disegnano motivi aztechi, frattali, volti autoricombinanti, mentre apro gli occhi dopo quello che a
stento può essere definito sonno. Sole alto sull’isola, lo si vede bianco attraverso il nylon, i battiti della pista principale una emanazione sintetica che
non si slega dall’acqua del lago, dalla sabbia, dalle voci che si chiamano
qua e la, dalle ragazze dai capelli colorati che fanno il bagno, dal mio
svegliarmi. Irraggiante sulla parete dove c’è la zip, enorme un ragno.
Guardo sulla tenda quella tegenaria portoghese che si gode l’umido caldo
del mio interno tenda, della mia febbre enteogenica. Cerco un pezzetto di
carta; non ce ne sono.
Allora apro la zip, la raccolgo con le due mani, la metto fuori e la guardo
sgambettare via; poi tiro un grido al mio compare nella tenda di fronte:
Ohe’.
Che c’è?
Sapessi cosa mi è successo.
Cosa?
Ma niente... Latte ne abbiamo ancora?


Documenti correlati


Documento PDF bloodline magazine numero 2 anno 2 2014
Documento PDF database fisiologia
Documento PDF okami script italiano
Documento PDF programma 3corso
Documento PDF certificato al rendiconto 2015 d lgs n 118
Documento PDF cronache di vallekarta 99 06


Parole chiave correlate