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Il Sentiero Della Dea .pdf



Nome del file originale: Il Sentiero Della Dea.pdf
Titolo: Microsoft Word - Phyllis Curott prova.doc
Autore: amannina

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Il sentiero
della
Dea
Phillys Curott

Phyllis Curott
Gran Sacerdotessa Wicca

IL SENTIERO DELLA DEA
In viaggio con una donna di
oggi alla scoperta di antiche
pratiche spirituali nel regno
della Grande Madre

Copyright O
1998 by Phyllis Curott
Published by arrangement with Broadway
Books, a division of Bantam Doubleday Dell
Publishing Group, Inc.
All rights reserved.
Translation Copyright O 1999 by RCS Rizzoli Libri S.p.A. Via Mecenate 91 - Milano
I edizione Sonzogno maggio 1999
Titolo originale
Book of Shadows
A Modern Woman's Journey into the Wisdom of Witchcraft
and the Magic of the Goddess

Traduzione di
Maura Parolini e Matteo Curtoni
ISBN 88-454-1704-2

Ai miei genitori, e a tutti coloro
che hanno sofferto e si sono opposti
alla caccia alle streghe

RINGRAZIAMENTI

Questo libro è stato scritto anche grazie all'incoraggiamento e all'aiuto di molte persone
meravigliose alle quali porgo i miei più sentiti ringraziamenti.
La mia agente e amica, Joanna Pulcini, è stata un vero e proprio dono della Dea, e ha nutrito con
amore, dolcezza, devozione ed entusiasmo questa mia fatica. Dimostrando l'istinto di una
sacerdotessa naturale, è stata la levatrice della mia magia letteraria. Inoltre se non fosse stato per
l'agenzia letteraria Linda Chester, non avrei potuto trovare un pugno di ferro in un elegante guanto
di velluto più efficace di quello di Linda Chester; Gary Jaffe mi è stato di infinito aiuto e sostegno;
Meredith Phelan, Judith Ehrlich e Laurie Fox mi hanno offerto uno straordinario supporto critico.
La mia editor, Lauren Marino, mi ha incoraggiata a dare il massimo e mi ha sostenuta mentre ci
provavo. Per questo libro è stata come un cavaliere coraggioso che partecipa a un torneo e vince
portando l’emblema della Dea, e le sono molto grata per la sua forza, il suo intuito e la sua fiducia
in me. Devo ringraziare Janet Goldstein e Betsy Thorpe per aver acquistato il libro. Il duro lavoro di
altre persone alla Broadway Books ha fatto si che la mia opera raggiungesse il grande pubblico: Bill
Shinker, John Sterling, Trigg Robinson, Nancy Clare Morgan, Robert Allen, Kathy Spinelli, Sharon
Swados, Ann Campbell, Roberto de Vicq de Cumptich e molti altri. Grazie a tutti voi. E un
ringraziamento va anche a tutti gli editori stranieri che stanno favorendo il ritorno della Dea al suo
mondo.
È grazie all'input editoriale di Nancy Peske che sono riuscita a trasformare una galassia di luce in
una costellazione guida; e lo ha fatto con affetto, simpatia e intelligenza. Lara Webb ha contribuito
con il suo eccellente senso della storia e mi ha incoraggiata a proseguire sul sentiero che avevo
intrapreso.
Sono grata a un gruppo di persone straordinarie che mi hanno aiutata a portare questo libro e il
suo messaggio al grande pubblico: Melle Ford, Lynn Goldberg, Grace McQuade, Lynn Ludlam e
Mitchell Feldman.
Patricia Kennealy Morrison mi ha fatto dono della sua saggezza, della sua simpatia e, soprattutto,
della sua affettuosa amicizia. È una vera e propria fonte d'ispirazione per me.
I membri del mio cerchio, che sono anche miei studenti e amici, mi hanno aiutata con amore e
hanno affrontato molti compiti ardui e importanti: Mary Alagna, Charles Boyce, Jeff Courtney,
Gene Dratva, Tracy Grandstaff, Marilee Hartley, Anna Hill, Debby Horton, Judy Landon, Linda
Maglionico, Lorenza Menegoni, Anne McCord, Mikaele Pearson, Cory Rochester, Bruce Smith,
Tana Freya e il mio famiglio, Webster. Rodger Parsons, Lisa Cady, Sally-Jo O'Brien e Caitlin Creed
hanno contribuito in diversi modi.
I miei più sentiti ringraziamenti vanno alle due sacerdotesse con cui ho studiato e che mi hanno
iniziato: Lady Rhea e Lady Miw Sekmet, conosciuta anche come Carol Bulzone. Il contenuto di
questo libro riflette necessariamente il mio punto di vista, espresso con parole mie, ma entrambe
sono presenti in queste pagine e spero che considereranno quest'opera una manifestazione del mio
rispetto e del mio apprezzamento per loro. Spero anche che le donne del primo cerchio di Madre
Foresta della Sorellanza Minoica si ritroveranno in questo libro. Sono state cambiate e camuffate
nel testo ma, mi auguro, sapranno riconoscere alcuni loro aspetti; mi auguro di essere riuscita a
rendere giustizia alle loro straordinarie personalità e che capiranno quanto profondamente io onori il
tempo che trascorriamo insieme e la nostra sorellanza.

Grazie anche a coloro che mi hanno sostenuto, sfidato e ispirato: Alan Barnes, Herman Benson, il
reverendo Darrell Berger, Edith Deutsch, Philip e Phyllis Deutsch, Max Evans, David Friedman,
Jane Froman, Ampere Giguere, Matthew e Leigh Grant, Marjorie e Philip Gross, Susan Hellerer,
Hans Holzer, Henry Jaglom, Betty Jensen, Paula Keogh, Leonore Krieger, Ruth Lehr, Deborah
Anne Light, Howard Lorber, Patrick Miller, Barbara Nevins-Taylor e Nick Taylor, Phil e Beth
Press, Basil Pollitt, la dottoressa Eleanor Rae, il professor Duncan Smith e Barbara Zahm.
Ringrazio in modo particolare Giorgio Armani, Linda Gant, Judith Smitten, David Webb e Stanley
Silberstein.
Sono grata agli uomini e alle donne delle tradizioni wicca e della Dea per il loro coraggio. Il loro
impegno nel diffondere il messaggio della nostra comunità in continua crescita ha posto le
fondamenta per la comprensione e l’interesse del grande pubblico. Nel corso degli anni, ho
conosciuto e ho lavorato con molte di queste persone. Vi sono altri che conosco solo di nome.
Sarebbe impossibile elencarli tutti, e molti non desiderano essere citati, anche se i loro sforzi sono
stati impagabili per la crescita di questo importante movimento spirituale. Rivolgo a tutti i miei più
sentiti ringraziamenti, e in particolare a Margot Adler, Z. Budapest, Andras, Deirdre e Annya
Corbin Arthen e alla Comunita Earthspirit, Janet e Stewart Farrar, Selene Fox, Macha Nightmare e
Brightshadow. Inoltre vorrei ringraziare alcune persone straordinarie che hanno coraggiosamente
esposto le loro convinzioni e la loro fede nella Dea: Tori Amos, Deepak Chopra, Olympia Dukakis,
Erica Jong e Cybill Shepherd.
Non potrò mai ringraziare a sufficienza i miei genitori per avermi insegnato a credere nella bontà
del cuore umano. Anche se non possono leggerlo, sono certa che sanno che questo libro è dedicato
al loro amore e al loro coraggio.
E, infine, senza mio marito, Bruce Fields, senza le sue amorevoli attenzioni e il suo sostegno,
questo libro non sarebbe stato scritto. Mi ha lasciata andare, mi ha tenuta vicino e non ha mai
dubitato di me.

PREFAZIONE

M

igliaia di anni fa, i sumeri crearono una leggendaria raccolta di invocazioni alla Dea,
riunendo il loro magico corpus di poesie e canzoni in un "Libro delle Ombre". Col
passare dei secoli, il Libro delle Ombre è arrivato a indicare il diario di una strega, una
raccolta di saggezza spirituale, magie, canzoni, rituali e invocazioni. Quello che state leggendo è il
mio Libro delle Ombre, la storia del mio primo incontro con le antiche vie delle Dea. È la storia
vera del viaggio spirituale di una donna dei nostri giorni in un regno che la cultura occidentale ha da
lungo tempo dimenticato. È una cronaca di scoperta, sfida e trasformazione.
Nel corso degli ultimi due decenni, in qualità di Grande Sacerdotessa e di insegnante della
Vecchia Religione, ho scoperto che la parola strega spesso porta la gente a immaginare megere
scarmigliate che gettano incantesimi e sortilegi, giovani donne licenziose che hanno rapporti con il
diavolo, e maghe che evocano demoni soprannaturali. Nel migliore dei casi, le persone penseranno
all'affascinante Veronica Lake di Ho sposato una strega, alla sensuale Kim Novak di Una strega in
paradiso o alle adorabili streghe televisive di Vita da strega e Sabrina che offrono agli spettatori un
pizzico di eccitazione mescolato a esempi di moralità. O forse si ricorderanno, tornando bambini
per un istante, de Il Mago di Oz e di Glinda, la Strega Buona del Nord che svela alla piccola
Dorothy che il potere di raggiungere la felicità e di trovare la strada di casa è sempre stato dentro di
lei. Quest'ultima immagine è la più vicina all'autentico spirito nascosto della stregoneria.
Come accade a molti, c'è stato un periodo in cui pensavo che le streghe esistessero solo nel regno
della fantasia. Non ho mai preso in considerazione l'ipotesi che potessero esistere veramente o che
avessero degli autentici poteri magici, né quando studiavo filosofia alla Brown University né
tantomeno quando cominciai a lavorare come giovane avvocato a Manhattan. Dopotutto, perché
mai una colta professionista come me avrebbe dovuto interessarsi alle streghe, o addirittura decidere
di diventare una di loro?
Poi, vent'anni fa, una serie di misteriose coincidenze mi condusse in un mondo dove trovai le
risposte non solo a queste domande ma anche a domande sepolte al centro della mia anima domande, ho scoperto, che tormentano milioni di persone, poiché le loro risposte sono la speranza
per il futuro dell'umanità all'alba del nuovo millennio. Come possiamo ritrovare le nostre anime
perdute? Come possiamo riscoprire il senso del sacro da cui siamo stati separati per migliaia di
anni? Come possiamo vivere liberi dalla paura e nell'amore e compassione divini? Come possiamo
scoprire e compiere i nostri destini magici? Come possiamo salvare e proteggere questo paradiso
che altro non è che il nostro fragile pianeta?
Non ho trovato le risposte nel regno della fantasia ma in un luogo in cui non ci si aspetterebbe
mai di trovarle: nel mondo segreto delle vere streghe. Contrariamente a quanto mostrano gli
stereotipi delle favole e delle pellicole hollywoodiane, la stregoneria non è una sottocultura fondata
su riti satanici praticati da zitelle pazze e folli demonologi. È una spiritualità antica ed elegante che
celebra la magia della vita - il tipo di magia che abbiamo sempre cercato ma che abbiamo sempre
pensato appartenesse esclusivamente al regno della fantasia.
Wicca, come spesso viene chiamata la stregoneria da coloro che la praticano, rappresenta la
rinascita di una spiritualità pre-ebraica, pre-cristiana e pre-islamica legata alla Dea. La parola strega
deriva dall'antico termine anglosassone wicce, che significa "donna saggia", una veggente, una
sacerdotessa o una sciamana in grado di entrare in contatto con forze divine e invisibili. Le streghe
cantavano canzoni sacre, erano ostetriche e guaritrici, guide e maestre della saggezza spirituale
della Dea. Come i nativi americani, i taoisti, gli aborigeni australiani, le tribù yoruba africane, gli

eschimesi, gli hawaiiani, i lapponi e altre popolazioni indigene, i popoli della Vecchia Europa e
della Mezzaluna Fertile vivevano a stretto contatto con la terra e consideravano sacro il loro
rapporto con la natura, poiché concepivano il loro mondo come una manifestazione del divino.
Le pratiche sciamaniche della Vecchia Religione permettevano alle donne e agli uomini di
armonizzare le loro menti e le loro attività quotidiane con i cicli della natura e con la saggezza
mistica dei ritmi profondi della terra. Essendo una spiritualità che donava poteri divini, la sacra
magia praticata dalle streghe, dalle sciamane, dalle sacerdotesse e dalle mistiche celebrava un
legame illuminato con la terra.
Le loro sacre verità sono state tramandate attraverso gli ordini magici e all'interno di alcune
famiglie, che hanno preservato con cura e con rispetto la religione della Grande Dea. Coloro che
praticavano le antiche vie - nell'Italia meridionale, nei piccoli villaggi delle isole britanniche e,
diversi secoli dopo, nelle zone rurali della Virginia occidentale e del New England - furono costretti
a farlo in segreto, dopo quasi cinque secoli di persecuzioni e di false accuse di satanismo. Proprio
da queste accuse ebbe inizio la crociata della Chiesa contro le streghe, volta a sopprimere la
Vecchia Religione della Dea e a stabilire una nuova egemonia religiosa in Europa. Centinaia di
migliaia di persone furono uccise durante questa campagna maledetta, e gran parte delle vittime
furono donne che spesso pagarono con la loro stessa vita. Ma questa non fu l’unica ferita inflitta alla
cultura occidentale. L'antica conoscenza delle donne e degli uomini saggi dei villaggi andò quasi
perduta quando i sacri riti che mantenevano il legame tra la gente, la terra e la divinità vennero
spazzati via.
Centinaia di anni dopo questa crociata, l'archetipo dell’ “orrenda megera” esiste ancora: è lo
specchio della paura che il mondo moderno nutre nei confronti delle donne, della sessualità e della
libertà individuale. Questa orrenda invenzione è diventata la guardiana del cancello, che sfida la
nostra capacità di entrare in un mondo di estasi e di incanto. Coloro che sono dotati di coraggio,
curiosità, compassione e amore per l'avventura potranno affrontarla per scoprire che dietro la
maschera dell'orribile strega si cela il volto beato della Grande Dea.
Da giovane, all'inizio della mia carriera professionale, ho incominciato a studiare con alcune
sacerdotesse della Dea. Queste donne mi hanno iniziata alle arti senza tempo della trasformazione
spirituale, offrendomi strumenti e tecniche che tutti noi possiamo usare per scoprire il divino dentro
di noi e nel mondo che ci circonda. Sono entrata in un regno magico, antico quanto l'umanità e
moderno quanto le teorie della fisica quantistica. E i suoi insegnamenti mi hanno permesso di
vedere un mondo vibrante, divino, vivo e ricco di saggezza e di meraviglie.
Da quando ho cominciato a praticare le arti segrete della terra sacra, il culto della Dea è emerso
dalle ombre del fraintendimento e si è affermato come la corrente spirituale in maggior crescita
negli Stati Uniti. Mi sono rivolta al pubblico, ai media, al sistema legale, alle congregazioni della
Chiesa, al Consiglio ecumenico delle Chiese e alle Nazioni Unite. Ho insegnato la saggezza della
Grande Dea. Ho trovato un faro di verità, una luce che vi offro per il vostro futuro viaggio spirituale
nei regni della meraviglia, della magia e della divinità.
Stiamo entrando in una nuova era, nell'epoca del Sacro Femminino, in cui il potere illuminato
delle donne e degli uomini porterà nuova vita a un mondo morente. Stiamo vivendo un momento di
cambiamenti fondamentali che dipendono dal nostro risveglio spirituale, un'epifania collettiva,
un'invocazione del sacro nelle nostre vite. È giunto il momento del ritorno della Dea, del ritorno
delle nostre anime perdute, del ritorno della vita a un mondo distrutto da crisi spirituali e ambientali.
Con la riscoperta del potere del principio femminile, il nostro mondo può diventare un vascello
sacro di unione, di grazia e di gioia per tutti. Con il ritorno della Dea, riscopriremo il paradiso che
vive dentro di noi e che ci circonda su questo sacro e amato pianeta

NOTA DELL'AUTRICE

La storia che segue è vera. Nel tentativo di salvaguardare la privacy di coloro le cui vite hanno
toccato la mia, tutti i nomi e molte caratteristiche delle persone citate in questo libro sono stati
cambiati. In alcuni casi, sono stati creati personaggi fittizi e alcuni eventi sono stati alterati in modo
da celare ulteriormente l'identità di queste persone.

1
P
IL LATO OSCURO DELLA LUNA
Se in s o g n o un uomo potesse attraversare il Paradiso,
e ricevere u n fiore come prova
che la sua anima vi è veramente stata,
e se svegliandosi trovasse quel fiore nella sua mano
- Ah! E allora?
SAMUEL TAYLOR COLERIDGE,

Anima Poetae

Nei sogni ha inizio la responsabilità.
WILLIAM BUTLER YEATS,

Responsabilità

La luce della luna filtra tra gli edifici della città. L’aria è fragrante, carica del profumo di fiori e di
incenso. Le candele tremolano e risplendono, inondando i nostri corpi di luce dorata. Tenendoci per
mano, cominciamo a recitare a bassa voce: "Iside, Astarte, Diana, Ecate, Demetra, Kali, Inanna..."
Cantando i nomi delle antiche dee, le nostre voci si mescolano e crescono di intensità, i nostri corpi
ondeggiano e danzano in un cerchio sempre più veloce.
La stanza attorno a noi diventa una macchia sfuocata, la terra scivola sotto i nostri piedi e noi
continuiamo a girare in cerchio, tessendo una ragnatela di energia selvaggia e senza tempo.
All'improvviso il cerchio si ferma. Alziamo le braccia al cielo, il potere che abbiamo evocato fluisce
delle nostre dita verso la notte che ci sovrasta. Un urlo esplode dalle nostre labbra per poi scomparire
nel più sottile dei sussurri.
Inspiro lentamente, sentendo l'energia che mi scorre dentro. Non mi sono mai sentita cosi viva.
Osservo i volti delle donne riunite in cerchio con me - gli occhi pieni di ardore, la pelle arrossata e
luminosa, i capelli che danzano attorno ai volti radiosi. "Tu sei la Dea", dice la donna accanto a me. "Tu
sei la Dea", ripeto voltandomi per passare la benedizione lungo il nostro cerchio.
La nostra magia è compiuta.

Q

uel lunedì mattina mi svegliai sentendo il profumo delle rose che riempiva la mia stanza, un
velo argenteo di luce lunare ammantava il mio letto. Dal comodino presi un blocco e una
penna. Le immagini stavano già svanendo mentre le trascrivevo sulla carta. Rimasi seduta,
la testa tra le mani, cercando di riafferrare i dettagli del sogno che si stava dissolvendo. Iside!
Eccolo di nuovo - ormai da settimane quel nome si aggirava nella mia mente tra il sonno e la veglia,
tessendo uno strano incantesimo di attesa. Sapevo solo che Iside era un'antica dea egizia, ma il suo
nome riecheggiava dentro di me, come se fosse stato una parola magica che avrebbe potuto
spalancare le porte del paradiso.
Fuori, il rumore di una sirena infranse la quiete assonnata del mattino. Scostai le coperte, mi alzai
e raggiunsi la finestra. Dall'altra parte della strada, un'ambulanza e un'auto della polizia si stavano
fermando all'angolo, le luci rosse lampeggianti. Un piccolo capannello di persone si era radunato
sul marciapiede, attirato dalla curiosità, o forse dalla paura che potesse trattarsi di qualcuno che
conoscevano. Anche se era molto presto, New York non dormiva mai del tutto e non era difficile
riconoscere coloro che erano stati in piedi tutta la notte o che avevano le loro buone ragioni per
svegliarsi prima dell'alba... il signor Rocco che si stava dirigendo alla sua panetteria all'angolo di
Bleecker Street; il signor Tomanello che tornava a casa dal turno di notte; e le donne anziane,
vestite di nero, simili a corvi che annunciavano una disgrazia.
Fui invasa da una sensazione di profonda tristezza quando alla mente mi si presento l’immagine
di un uomo sulla settantina o forse invecchiato prematuramente a causa di una vita dura e di troppe
delusioni, la barba grigia di qualche giorno, una vecchia T-shirt tesa su un ventre prominente. Sua
moglie era in piedi sulla soglia della loro camera da letto e indossava una vestaglia decorata con
rose dai colori sgargianti. La donna tremava per il dolore, mentre due giovani in uniforme bianca
sistemavano una mascherina di plastica trasparente sul volto di suo marito. Un nome mi attraverso
la mente: Paul Berzini. Dato che ero una studentessa, vivevo solo marginalmente in quella
comunità, ma due settimane prima la mia vicina di casa, Renata, mi aveva detto che la moglie di
Berzini temeva che il marito potesse perdere l’impiego. Berzini lavorava per una compagnia di
assicurazioni ormai da trent'anni ed era troppo anziano per trovare un altro lavoro. La recessione
degli anni Settanta stava ancora mietendo vittime.
In qualche modo sapevo che ciò che avevo immaginato era reale. Fissando il vecchio
condominio, mi sentii invadere da un'ondata di paura. Il dolore era troppo intenso, così lo allontanai
da me, sollevando lo sguardo verso ovest, in direzione del fiume che non potevo vedere.
Scrutando il paesaggio di asfalto nero, cercai le rare terrazze su cui crescevano pomodori rossi,
girasoli gialli e speranza, finché il panico non cominciò a svanire. Una macchia color blu acceso si
fermò sulla scala antincendio del palazzo: la ghiandaia blu che mi faceva visita ogni mattina,
chiedendomi a gran voce qualche briciola di pane.
Controllai l'orologio e mi accorsi che avevo solo venti minuti per arrivare in tempo a lezione. Feci
una doccia veloce, mi vestii frettolosamente e scesi le scale di corsa, andando quasi a sbattere
contro Renata davanti al portone.
"Non correre così, vivrai più a lungo", mi rimproverò la signora Tomanello. Era una vecchia
cornacchia coriacea e vestiva immancabilmente a lutto. Il signor Tomanello era state un tagliapietre
e la donna viveva nel mio palazzo, nello stesso appartamento in cui era cresciuto il marito.
"Sai, Mikey è un poliziotto e ha detto a Tony che si tratta di Paul Berzini... un attacco di cuore.
Povera Maria, che cosa farà adesso? Due figli morti in guerra e ora questo..." Renata si fece il segno
della croce, un gesto che anche le altre donne si affrettarono a ripetere, mentre si voltavano, proprio
come me, verso l'uomo sdraiato su una barella che gli infermieri stavano caricando sull'ambulanza.
"Santa Madre", mormoro la signora Cardozi, e quella piccola preghiera, come un gesto di

invocazione, riecheggiò tra le altre donne.
"Andrà tutto bene", cercai di rassicurare Renata. Lei annui tristemente e io, sapendo che non c'era
niente che potessi fare, mi allontanai, dirigendomi di corsa verso la facoltà di legge dell'Università
di New York. Conscia del fatto che la mia visione di ciò che era accaduto al signor Berzini si era
rivelata esatta, mi sentii sospesa tra il piacere che provavo per quel mio nuovo strano dono e la
repulsione per ciò che mi aveva mostrato.
Le visioni erano iniziate alcuni mesi prima: lampi psichici, presentimenti e persino sogni
premonitori. Era il 1978, il mio ultimo anno alla facoltà di legge, il mio universo si stava
espandendo in modi che non riuscivo a comprendere.
Il mio sesto senso si era manifestato attraverso piccole cose. Sapevo in anticipo che il telefono
stava per squillare e chi mi stava chiamando. Conoscevo le risposte alle domande di un professore
senza aver studiato la lezione, e spesso percepivo ciò che le persone stavano per dire ancora prima
che aprissero bocca. E anche se forse si trattava solo di fenomeni temporanei, avevo sviluppato una
memoria fotografica che mi permetteva di scorrere le pagine di un testo a una velocità incredibile e
di citarle, in seguito, come se il libro fosse aperto di fronte a me.
Mi infilai velocemente nel portone ad arco e attraversai il cortile fino a raggiungere il grande
edificio di mattoni che ospitava la facoltà di legge. Ferma di fronte alla fila di ascensori nell'atrio,
del tutto sicura di quale si sarebbe aperto davanti a me, entrai in preda alla sensazione che il mondo
"normale" si fosse scostato ancora una volta per mostrarmi una realtà altrimenti invisibile. Trovavo
eccitante la capacità di scrutare il lato oscuro della luna, anche se allo stesso tempo mi inquietava.
Era l'opposto provocatorio dell'ordine e delle regole, della legge e dei codici che, fino a qualche
tempo prima, avevano catturato completamente la mia attenzione.
Forse, tutto questo si poteva ricondurre alla vecchia signora siciliana che era vissuta ed era morta
nel mio palazzo, e che la signora Cardozi chiamava strega. Anche se era morta già da molto tempo,
la presenza potente e misteriosa di quella donna sembrava aleggiare ancora in quel luogo. O forse
queste mie "stranezze" erano dovute al piccolo sacchetto di grano e strane erbe datomi da un
giovane insegnante di una riserva Hopi. Lo aveva chiamato sacchetto di medicina e mi aveva detto
che gli era stato donato da una donna anziana perché lo desse alla ragazza farfalla che da tempo
andava a trovarla in sogno in cerca di giustizia. Infine c'erano momenti in cui pensavo che fossero
dovute alla mia passione per lo yoga o alla marijuana che fumavano le mie compagne di stanza.
O forse tutto era iniziato dentro di me, nel profondo, in qualche luogo segreto sotto la mia cultura,
la mia mente analitica. Era come se l’istinto mi stesse guidando e incoraggiando a uscire dalla
crisalide del mio io razionale. E forse fu tutto determinato dalla congiunzione di Giove con Saturno
- un evento astrologico che si verifica solo una volta ogni vent'anni foriero di una nuova visione
spirituale - poiché in seguito scoprii che anche altri avevano vissuto simili esperienze rivelatorie in
quel particolare periodo.
La memoria seleziona gli avvenimenti fondamentali, rivelando un disegno prima invisibile. Ora
so che la trasformazione della mia coscienza avvenne per la magica combinazione di tutti quegli
elementi, che venivano mescolati dentro un calderone da una giovane donna sulla soglia della vita.
Ciò che si rivelò unico non fu il mio dono - ora so che tutti noi lo possediamo - ma l’abilità la
disponibilità e il desiderio di prestare attenzione ai segni e alle invocazioni che fece emergere in me.
Tuttavia quell'anno sapevo soltanto che stavano accadendo cose incredibili e che l’universo
sembrava vivo e consapevole della mia esistenza. Sembrava che mi stesse inviando dei messaggi
per guidarmi su un sentiero che non avevo mai preso in considerazione. Il punto era: dove mi
avrebbe portata?
Una volta arrivata in classe, misi da parte i pensieri e cercai di concentrarmi sui problemi dello
stato sociale e delle pensioni, dato che anch'io avevo dei progetti in proposito. Avevo accettato un
posto come consulente legale di un gruppo sindacale riformista impegnato contro la corruzione e il

crimine organizzato. Di lì a pochi mesi, una volta iscrittami all'albo, sarei andata a lavorare nella
sede centrale del gruppo a Washington, D.C.
Ma il nome Iside continuava a riecheggiare nella mia mente, ossessionandomi mentre camminavo
per le strade affollate di Manhattan. Era una figura misteriosa che mi stava chiamando, chiedendomi
di prendermi un'ora di libertà nel corso della giornata, tra una lezione e l'altra o alla sera, per cercare
il suo nome, il suo volto, il suo significato. Ben presto mi ritrovai tra le rovine e i manufatti della
collezione egiziana del Metropolitan Museum of Art.
Rimasi per ore in una galleria con meravigliosi affreschi alti fino al soffitto, i colori erano cosi
belli da togliere il respiro... verde mare, blu lapislazzuli, miele dorato, rosso corniola. Donne con
ricche collane e lunghi capelli neri, che indossavano tuniche di lino bianco drappeggiato, mi
fissavano con grandi occhi a mandorla attraverso gli abissi del tempo.
Potevo sentire il ritmo ipnotico dei loro sonagli, dei sistri che tenevano tra le mani, il tintinnio dei
cimbali, il suono profondo ed evocativo dei tamburi di argento battuto, di ceramica ricavata dal
fertile fango del Nilo o scavati nei tronchi degli alberi di mirra profumata, modellati a forma di luna
piena o di corpo femminile, e coperti di pelle di antilope.
Immaginavo quelle donne aggraziate impegnate in danze antiche e serpentine dedicate al sesso,
alla morte e alla rinascita, ai misteri della luna, del desiderio e della maternità. Avrei voluto danzare
con loro davanti ai maestosi ibis, gli uccelli dai becchi neri che si curvano come scimitarre a
infilzare i pesci nelle acque di smeraldo del Nilo.
Vedevo uomini con buoi dalle corna arcuate che aravano campi marroni e dovunque fiori di loto
dei colori dell'arcobaleno nel deserto. Quelle immagini erano cosi vive e vibranti e la loro energia
così intensa e tangibile da avvolgermi completamente e rendermi più felice di quanto potessi
esprimere a parole. Quella bellezza mi rendeva difficile tornare alla rigidità delle leggi, che mi
sembravano vecchiume polveroso come un tempo avevo pensato del mondo dipinto sulle pareti del
museo.
Molto prima che sognassi il nome di Iside, ero già innamorata dei colori del Nilo. Quando mi ero
trasferita nell'appartamento del West Village, circa un anno prima, avevo dipinto le pareti della mia
camera da letto con gli stessi colori che adornavano gli affreschi del museo. Avevo appeso poster
che ritraevano sacerdotesse e regine egizie, fronde di papiri che ondeggiavano nella brezza e
boccioli di loto che sembravano sogni sferici in attesa di essere aperti. Dormivo su lenzuola color
terracotta ricoperte di antichi geroglifici. Quei simboli silenziosi di magia, quegli incantesimi di
reincarnazione ed estasi che non potevo leggere con la mente razionale parlavano alla parte di me
che ogni notte si liberava nei sogni.
In quei sogni, scoprivo verità e precognizioni che non avrei potuto trovare con la logica... la
morte improvvisa di una cara zia, il ritorno di un amico che avevo creduto perduto, l'uscita dal coma
di mio padre. Ebbi anche un incubo terrificante su un gravissimo incidente di cui il mattino dopo si
occuparono tutti i giornali. E più di una volta feci lo stesso sogno misterioso in cui mi sentivo più
sveglia che addormentata.
Iniziava sempre così mi ritrovavo da sola in una grande sala in cui risuonava una musica lieve
come lo scorrere di un ruscello. Una donna sedeva di fronte a me, il suo volto era assorto e sereno;
in grembo teneva un libro aperto. La sua testa era circondata da una luce brillante e aveva una
collana con un ciondolo a forma di stella a sei punte. Il chiarore che emanava dalla sua corona e
dalla sua gola diventava cosi intenso da abbagliarmi. Sbattevo le palpebre e la donna era scomparsa.
Chi era?, mi domandavo. Era possibile che fosse lei, Iside?
Cercavo le risposte nella memoria, ma mi sembrava di trovarle soltanto nell'oscura grotta del
sonno, quando si varca la soglia che conduce a un misterioso regno di potere. Quando sogniamo, ci
spostiamo volontariamente dall'altra parte, viaggiamo verso luoghi lontani, incontriamo demoni e
amanti, voliamo come uccelli e nuotiamo come delfini. Impariamo un linguaggio di simboli e gli

spiriti parlano con noi guidando le nostre attività diurne, anche se forse quando il sole sorgerà non
ricorderemo più perché, d'improvviso, conosciamo la verità o scegliamo un sentiero inaspettato. A
ripagarci sono segni e talismani che trasformano il mondo in cui viviamo da svegli attraverso la
magia dei sogni che si realizzano. E un giorno, ci svegliamo nel preciso istante in cui cala la luna e
sorge il sole e ci rendiamo conto che la nuova vita incomincia con un sogno.

Durante mio ultimo trimestre alla facoltà di legge, compii venticinque anni e tra i vari regali di
compleanno ricevetti anche una biografia di James Dean che, come me, era nato l’8 febbraio. Avrei
voluto sedermi nel parco a leggere ma era una giornata decisamente fredda, così portai il libro con
me al Metropolitan Museum. Sedevo nel caffè del museo e stavo leggendo quando una citazione dal
Libro dei Morti attirò prepotentemente la mia attenzione: "Dammi la mia bocca in modo che io
possa parlare. Possa io seguire il mio cuore nella sua stagione di fuoco e notte, possano le anime
farsi avanti sulla terra..."
Mi sentii come se avessi aperto una capsula del tempo e trovato un biglietto scritto da Iside e
indirizzato proprio a me. E l'ulteriore coincidenza di aver letto quelle parole proprio al museo mi
entusiasmava. Sapevo che Iside veniva rappresentata come una madre nell'atto di allattare il figlio
seduta su un trono, che portava gli emblemi del potere divino, che indossava una corona fatta con
ali di avvoltoio e una testa di serpente e che era magnifica e radiosa. Ma volevo saperne di più.
Il giorno successivo, durante una pausa tra una lezione e l'altra, corsi alla biblioteca Universitaria
e cercai tra gli scaffali finche non trovai ciò che volevo: il Libro dei Morti. La copertina di pelle
dell’antico volume si apri con uno scricchiolio e il pomeriggio trascorse in un lampo. Saltai le
lezioni, persa nella magia di quella prosa incantata. Voltando con cura le pagine ingiallite, lessi di
come Iside - dea, moglie, sorella e strega - viaggiò nel Mondo Inferiore e con la sua magia restituì
la vita al suo adorato marito, il dio perduto e smembrato, Osiride.
Quella notte, i miei testi di diritto rimasero chiusi e continuai a leggere il lamento di Iside per la
morte di Osiride. Viaggiai con lei nei regni sotterranei per guarire le ferite del suo consorte,
attraversai la ricca valle del Nilo e il deserto raccogliendo le tredici parti del corpo dell'amato, che
era stato tagliato a pezzi dal suo feroce e invidioso fratello, Seth. La osservai inginocchiarsi sul
corpo senza vita di Osiride, l'ascoltai cantare le melodie della rinascita, vidi i suoi capelli ricaderle
sul viso per celare se stessa e il marito mentre operava la sua magia. Fui affascinata dagli antichi
misteri e dal poteri magici dell'amore, in grado di liberare la vita dai regni della morte. Tuttavia
continuavo a domandarmi che cosa avessero a che fare con me quei miracoli perduti.
In passato, la mia vita era stata concreta e razionale. I miei genitori erano intellettuali, e da molto
tempo ormai si erano lasciati alle spalle i legami superstiziosi della religione. Ricordo che da
bambina una volta chiesi a mia madre se credevamo in Dio. Lei mi rispose che credevamo nella
bontà del cuore umano e che, quando fossi cresciuta, avrei potuto scoprire da sola se Dio esisteva o
meno. Rimasi soddisfatta di quella risposta e vissi la mia vita nel modo in cui ero stata educata:
seguendo la Regola d'Oro e la convinzione fondamentale che gli esseri umani erano responsabili dei
loro destini. La vita era il modo in cui la impiegavamo ed era compito di tutti noi, insieme - non di
qualche dio lontano - creare il paradiso per tutti qui sulla terra.
Benché i miei genitori vivessero secondo convinzioni etiche fondate sulla ragione, erano due
persone profondamente spirituali che mettevano in pratica i loro principi. Mio padre, che per molti
anni era stato un marinaio, era un sindacalista; mia madre una diplomatica che, sebbene
appartenesse a una classe sociale altolocata, aveva preso parte alle prime lotte per la parità razziale.
Sono stata cresciuta ascoltando musica lirica e canzoni folk, leggendo John Steinbeck e William
Shakespeare, in una famiglia che rifiutava ogni differenza di classe, razza e religione. Proprio come
i miei genitori, definivo me stessa secondo le mie capacità e le mie convinzioni intellettuali.

Studiavo filosofia alla Brown University e frequentavo una delle migliori facoltà di legge del paese.
I miei ideali e la carriera che avevo scelto sembravano risolutamente concreti: sindacati
democratici significavano una società democratica, e un impegno nella giustizia sociale era la sola
strada ragionevole per una grande nazione. Ma le mie recenti esperienze psichiche non erano
"concrete". Erano extrasensoriali, e il mondo in cui vivevo non sapeva spiegarle..Perciò tenevo per
me i miei segreti.
Non sapevo che si trattava di un'esperienza sciamanica, di una rottura con la realtà socialmente
definita che apriva le porte sulla realtà più grande di un universo sacra e vitale. Alcuni nativi
americani e alcune streghe lo descriverebbero come "una chiamata". Aldous Huxley definiva queste
esperienze un'apertura delle "porte della percezione". In altre culture, in altre epoche, sarei stata
mandata a studiare con lo sciamano del villaggio o ad apprendere gli insegnamenti delle
sacerdotesse. Oppure avrei potuto essere bruciata sul rogo. Ma quella era la New York degli anni
Settanta. Ero stata troppo giovane per gli psichedelici anni Sessanta. Non avevo mai letto Carlos
Castaneda, ed Esalen era solo un lontano mondo da qualche parte in California. Non avevo alcun
punto di riferimento per capire o coltivare ciò che mi stava succedendo. Eppure, dato che i miei
flash psichici avevano un effettivo riscontro nella realtà, mi rivolsi alla scienza in cerca di
spiegazioni concrete e razionali.
Tornai spesso alla biblioteca Universitaria. In alcuni testi di fisica, la prima "scienza naturale"
votata allo studio della materia e dell'energia, lessi che i fisici avevano scoperto un nuovo livello di
realtà. Al di sotto del mondo fisico tridimensionale descritto dalle leggi di Newton, avevano trovato
un regno "invisibile", un livello quantistico di particelle subatomiche e di energia. È un regno che
regge, pervade e forma il mondo che "vediamo" e in cui viviamo ogni giorno.
A livello quantistico, ogni cosa è fatta di energia, persino la materia. La realtà quantistica è un
altro livello di esistenza, un'altra dimensione. Qui il campo energetico è l'ordine sottostante, una
realtà nascosta, una realtà-ombra delle nostre vite quotidiane. Noi vediamo gli oggetti di materia
solida come se fossero separati l’uno dall'altro -- una roccia, un tavolo, un essere umano -- ma a
livello quantistico sono soltanto fasci di energia vibrante e interagente. E anche se le percepiamo
separatamente, queste energie - le rocce, i tavoli e noi stessi - sono collegate tra loro. Come disse
Einstein: "Il fatto che siamo separati l’uno dall'altro è solo un'illusione ottica della coscienza".
Cosa ancora più straordinaria, scoprii che gli esperimenti di fisica quantistica hanno dimostrato
che possiamo influenzare gli oggetti, persino le persone e gli eventi in modi che non avevo mai
immaginato. La scienza aprì le porte della mia percezione su una realtà incredibile: il ruolo della
mente umana in questo regno si spinge ben oltre quello di uno strumento analitico. Alcuni
esperimenti hanno realmente dimostrato che possiamo influenzare il movimento delle particelle
subatomiche. In altre parole, lo sperimentatore può agire direttamente sul risultato dell'esperimento
attraverso il pensiero e la forza di volontà. Le nostre semplici osservazioni e le nostre aspettative
composte di particelle subatomiche altereranno il loro corso. La magia di ieri è la scienza di oggi.
Sedevo alla mia scrivania con una pila di testi di fisica alla mia destra, una di libri di legge alla
mia sinistra e il Libro dei Morti al centro. Anche se erano le tre del mattino, non riuscivo a dormire
tanto ero colpita da quelle rivelazioni. Usando poteri di cui non ci rendiamo conto, creiamo la nostra
realtà in modo essenzialmente magico. Ma quanto ai desideri del cuore e alle paure annidate tra le
ombre? Quali realtà potevano creare?
Con crescente eccitazione, scoprii che le mie esperienze riflettevano una serie di regole
completamente diverse che riguardavano la realtà. Quelle regole sfuggivano alle aspettative con cui
tutti noi veniamo cresciuti e con le quali viviamo. E, cosa ancora più importante, la fisica mi dava la
possibilità di soddisfare anche il mio lato più scettico. Come una bambina davanti a un libro di
favole i cui personaggi hanno improvvisamente preso vita, ero inciampata in un universo di
possibilità sorprendenti. Eppure la scienza non poteva aiutarmi a spiegare la qualità delle mie

esperienze – o il perché il mondo mi appariva stordente nella sua vitalità, pieno di meraviglie e
miracoli, di strani eventi e di bellezze luminose. La cosa più entusiasmante in assoluto era la
costante sensazione di una presenza che mi osservava, mi accompagnava e mi guidava.
Incominciavo a percepire un contatto con un élan vital, un universo intelligente e creativo.
C'erano momenti in cui sentivo l’universo che mi avvolgeva come l’abbraccio di una madre, e
altri in cui sembrava carico del magnetismo incantato di un amante. Ma il motivo per cui tutto
questo stava accadendo a me, il significato di questi avvenimenti e il ruolo che avevo in essi come
"sperimentatrice" continuavano a rimanere un mistero.

Dopo la laurea, studiai con impegno per l’esame di ammissione all'albo, continuando a stupirmi
dell'utilità della mia memoria "potenziata". Finiti gli esami, feci le valigie e partii per Washington,
D.C. Una volta là, però, cominciai a sentire nostalgia di New York e ben presto mi resi conto che
sentivo la mancanza della magia che mi ero lasciata alle spalle, dato che le premonizioni, le visioni
e i sogni si erano interrotti. Misi da parte la delusione per aver chiuso la porta su quel nuovo mondo,
sperando che prima o poi si sarebbe riaperta. Nel frattempo, mi gettai a capofitto nel lavoro. Come
molti giovani idealisti che si trasferiscono nella capitale, ero determinata a cambiare le cose per
coloro che vivevano nell'ombra del sogno americano.
Con zelo quasi religioso, feci appelli al Congresso, parlai con autisti che avevano problemi con le
sezioni locali del loro sindacato e testimoniai davanti a vari comitati governativi sull'incredibile
mancanza di sicurezza dei camion e degli autobus e sui devastanti danni inflitti alla salute dei
conducenti. Mi consultai con numerosi avvocati chiedendo consigli su come ripulire il sindacato,
trattai con la stampa, lavorai a grandi progetti e a nuove leggi per la sicurezza e la salute dei
lavoratori, e viaggiai in tutto il paese per spingere i membri del sindacato a impegnarsi per un
cambiamento. Sfortunatamente, meno di un anno più tardi, l'ufficio di Washington venne chiuso e il
mio lavoro sacrificato a causa di una fusione dei vari comitati di riforma, afflitti da tagli del budget,
dalle divergenze sugli obiettivi e, soprattutto, dalla politica.
Era calata un'ombra sulle mie aspettative idealistiche e, benché delusa, mi sentivo anche sollevata
all'idea di tornare a New York. Ora sapevo che la vita senza magia non era completa. Perciò mi
sistemai in un piccolo appartamento in attesa che la magia ricominciasse. Tornai alla fondazione
dove avevo lavorato da studentessa. Continuai a occuparmi della corruzione nei sindacati, scrivendo
articoli e organizzando cause civili in tutto il paese. E continuai ad aspettare.
Passarono mesi e mesi senza che si manifestasse alcun segno.
Forse la magia aveva bisogno di una spinta iniziale, pensai, così iniziai a frequentare locali rock
come il CBGB e il Max's Kansas City, dove entrai in contatto con i punk e i rocker vestiti di nero
del Lower East Side. La loro era una cultura ribelle, basata sulla convinzione che la musica potesse
essere un modo per entrare in un mondo magico di intensità e passione. E c'era sempre la speranza
che i miei sogni romantici potessero materializzarsi in forma umana, una forma che indossasse un
vecchio paio di jeans e una malconcia giacca di pelle, con una luce speciale negli occhi e un cuore
pieno di poesia. Fu una scelta istintiva e, anche se non potevo ancora provarlo, ero sicura che la
passione, la musica e la magia fossero indissolubilmente legate.
Ben presto mi ritrovai a lavorare come manager di una band. Ogni giorno, dopo il lavoro, mi
dirigevo al Music Building, un vecchio magazzino sull'Ottava Avenue, che vibrava della musica di
gruppi di ogni genere: heavy metal, rhythm and blues, punk, new wave e rockabilly. Era un luogo
vitale, pieno di energia, di rauca allegria e di melodie incredibili ed estatiche. Accompagnavo la mia
band ai concerti oppure restavo a chiacchierare con i musicisti fino all'alba.
Certe notti, sfinita, mi lasciavo cadere su un materasso steso sul pavimento della sala prove, e
facevo l’amore con il mio nuovo fidanzato, un bellissimo batterista mancino. Al mattino, indossavo

gli abiti da lavoro e tornavo a occuparmi della corruzione nei sindacati. Anche se la musica era
magica e il lavoro gratificante, non c'era ancora magia dentro di me.
E fu allora che la musica mi portò Sophia. Arrivo al Music Building come una messaggera pronta
a riportarmi sulla giusta strada. Entrammo subito in sintonia: passavamo il tempo a chiacchierare al
terzo piano dove la band gestita da Sophia aveva affittato un locale. Il pavimento era ingombro di
strumenti e attrezzature, di pile di vestiti e bottiglie di soda, la confusione tipica dei ragazzi perduti.
Sophia e io ci rifiutavamo di pulire e riordinare le loro cose. Sophia era intelligente, divertente e
allegra. Ma aveva una particolarità molto insolita: diceva di essere una strega, una strega bianca.
I miei genitori mi avevano insegnato a non giudicare mai dalle apparenze, dal momento che sotto
la facciata esteriore spesso si trovavano realtà ben diverse. Decisi di ignorare l’affermazione di
Sophia e di fingere che fosse soltanto una sua fissazione. Poi, un pomeriggio, mentre aspettavamo
che gli addetti ai trasporti caricassero le attrezzature della sua band per un concerto in città, la
curiosità ebbe la meglio e finalmente mi decisi a chiederle: "Di preciso, cosa intendi quando dici di
essere una strega?"
Lei si sedette su un divano malconcio davanti al suo studio e una nuvola di polvere si sollevò
nell'aria.
"Bè", rispose, "prima che ti possa spiegare di cosa si tratta, devo dirti di cosa non si tratta. Non ha
niente a che fare con il satanismo... una falsa accusa inventata dalla Chiesa per cercare di
sopprimere la Vecchia Religione. Disse che era satanismo in modo da giustificare l'uso della tortura
e della violenza per liberarsi della concorrenza.” Annuii. Le cacce alle streghe e le loro conseguenze
mi erano fin troppo familiari. "Continua."
"La parola strega deriva da un antico termine anglosassone, wicce. Indicava una donna saggia,
una veggente, una sciamana. E potrebbe anche risalire all'antica parola nordica vitke, che
significava cantante di canzoni sacre. La Vecchia Religione è molto simile alla spiritualità dei nativi
americani - è la religione indigena dell'Europa. Esiste una Dea oltre a un Dio, e tutto ciò che esiste
in natura è considerato sacro, poiché è una parte della Dea e del Dio. Nella cosmologia wicca, ci
sono anche lontane influenze delle Scuole Misteriche dell'antica Grecia e dell'antico Egitto."
"Scuole Misteriche?" domandai, ancor prima incuriosita nel sentirla accennare alle dee e
all'Egitto. Pensai a Iside, la guardiana dei miei sogni.
"Si, sono state le tradizioni religiose dominanti per diversi secoli in tutta la Grecia e nel resto
della Mezzaluna Fertile. Le Scuole Misteriche erano incentrate sull'adorazione della Grande Dea. Il
loro mito principale era la storia della discesa della Dea negli Inferi e dei suoi doni divini che
riportano in vita il mondo."
Era la storia di Iside. La speranza che la magia stesse ritornando nella mia vita mi attraversò
come un brivido.
"Comunque, la nostra pratica comprende parti degli antichi cerimoniali che dovevano preservare
quei misteri. Inoltre le pratiche tradizionali sono molto sciamaniche."
"Sciamaniche? Vuoi dire che appartengono allo sciamanesimo, allo sciamanesimo europeo?"
Sophia annuì.
Al college avevo seguito un corso di antropologia e sapevo che lo sciamanesimo era un'antica
pratica religiosa che permetteva allo sciamano, detto anche "uomo o donna medicina", di entrare in
uno stato di consapevolezza estatica. A quel punto, lo sciamano, o la sciamana, riceveva l’aiuto e il
sostegno di spiriti guida che spesso si manifestavano sotto le sembianze di un animale. Il mio
entusiasmo continuò a crescere mentre discutevamo di come, una volta raggiunto lo stato di
consapevolezza estatica, lo sciamano potesse diagnosticare e guarire le malattie, comunicare con le
divinità e ricevere informazioni su questioni di ordine pratico come i luoghi giusti in cui vivere,
cacciare e coltivare. Avevo letto che lo sciamanesimo era praticato in tutto il mondo dalle
popolazioni indigene, per esempio i nativi americani, gli aborigeni, gli africani, gli Inuit (gli

eschimesi), i lapponi, i siberiani, gli hawaiiani, i tahitiani, i giapponesi e altri. Ma non mi ero mai
resa conto che anche gli europei lo avevano praticato.
"Fai parte di una... congrega?" Esitai a pronunciare quell'ultima parola, mentre immagini
inquietanti e oscure mi si presentavano alla mente.
Sophia scosse la testa. "No, preferisco lavorare da sola. Ma conosco altre streghe: posso
presentartele se vuoi. Molte preferiscono nascondere la loro natura per ovvie ragioni, ma ci sono
certi... luoghi d'incontro."
Sorrisi. "No, grazie. Una strega nella mia vita è più che sufficiente."
"Rimarresti sorpresa", disse lei con aria misteriosa, e si alzo per far entrare gli addetti ai trasporti.
Lasciai cadere l’argomento, troppo imbarazzata per fare altre domande ora che non eravamo più
sole, incapace di accettare il fatto che una persona intelligente come Sophia fosse coinvolta in
qualcosa di così... strambo. Potevo accettare la sua affermazione che quel genere di pratiche non
avevano niente a che fare con il satanismo, ma quanto a gettare incantesimi, volare a cavallo di
manici di scopa e preparare pozioni magiche! Tuttavia la rispettavo e mi piaceva la sua compagna.
Chissà, forse la stregoneria aveva da offrire più cose di quante credessi. Certo, quando pensavo alla
stregoneria pensavo anche alla magia... forse sapendo che Sophia avrebbe riportato la magia nella
mia vita.
Un mese più tardi mi svegliai al suono di voci che non conoscevo e avvolta da un forte profumo
di caffè. Dove mi trovo? mi domandai, ancora annebbiata dal sonno. Poi tutto mi tornò alla mente, e
mi sentii invadere da un'ondata di tristezza: la notte precedente avevo rotto con il mio ragazzo e
Sophia mi aveva fatto dormire sul suo divano. Era in piedi davanti a me e tra le mani teneva una
tazza di caffè fumante.
“Buongiorno! Mi è venuta un'idea. Ti sei mai fatta leggere le carte?”
Scossi la testa. Era troppo presto per quel genere di cose, era troppo presto anche per essere
coscienti. Era sabato e volevo soltanto dormire.
"Bè, vorrei presentarti Maia. Le ho telefonato e mi ha detto che potrebbe leggerti le carte
stamattina."
Troppo stanca per protestare, mormorai un si, e mi trascinai in bagno per farmi una doccia veloce.
Voglio andare a casa, pensai mentre mi vestivo. Ma in realtà non volevo rimanere sola. Ci stavamo
dirigendo alla porta quando mi ricordai del mio anello d'argento e giada. Sophia me l’aveva tolto
quella notte per "caricarlo" sul suo altare, e anche se quell'idea mi era sembrata decisamente strana,
l’avevo assecondata. Avevo osservato la mia amica mentre faceva scivolare l’anello su un lungo
ramo di salice da cui pendevano piume e campanelli che tintinnavano dolcemente. Aveva posato il
ramo con il mio anello su un tavolino accanto al suo letto, coperto con una sciarpa di seta rosa. Sul
piccolo mobile erano sistemati con estrema cura anche cristalli, gemme, conchiglie spiraliformi di
nautilus e la statua di una figura femminile. Mentre scivolavo nel sonno, avrei giurato di aver
sentito il suono di voci femminili che cantavano e ridevano.
"Eccolo." Sophia mi raggiunse e mi rese l’anello. Lo infilai al dito medio della mano destra.
Scossi la mano, gli occhi sgranati per l’incredulità: il dito formicolava di elettricità.
"Andiamo. Non voglio fare tardi", disse lei, sorridendo della mia sorpresa. Viveva nel Village,
non lontana dal mio vecchio appartamento. Raggiungemmo a piedi la Sesta Avenue dove
svoltammo in una strada laterale.
Ci fermammo nell'ultimo posto sulla terra in cui mi sarei mai aspettata di trovarmi: in un stretto
vicolo, di fronte a una vetrina polverosa, sotto una insegna verde su cui spiccava una scritta dorata
in caratteri gotici: IL CALDERONE MAGICO. Sbirciai nella vetrina e vidi un piccolo calderone
nero, la statua di una dea egizia, schiere di libri sulle cui copertine campeggiavano strani simboli.
C'erano mazzi di tarocchi, un insolito assortimento di gioielli d'argento, scarabei di pietra verde e
una grande sfera di cristallo; una scopa di saggina dal lungo manico ruvido era appoggiata contro la

vetrina. E nel bel mezzo, un'apparizione: un volto che si materializzava e scompariva con la stessa
grazia delle nuvole che si rincorrono nel cielo. Sbattei le palpebre, ed era ancora lì a fissarmi - il
mio volto stupefatto riflesso nella vetrina. Che stupida, pensai. Poi abbassai lo sguardo e mi accorsi
che mi trovavo al centro di un grande simbolo che assomigliava a un quattro medievale circondato
da caratteri indecifrabili tracciati sul marciapiede con del gesso verde. Sentii un tintinnio e vidi
Sophia scomparire oltre la vecchia porta d'ingresso. Al diavolo, mi dissi, considerala un'avventura.
Entrai in una nuvola di fumo profumato che aleggiava nell'aria come una ragnatela impalpabile.
Non senza una punta di disagio mi guardai attorno. Quel luogo era diverso da qualsiasi altra libreria
che avessi mai visto. Invece di essere ben illuminato, il negozio era immerso nella semi oscurità, ed
era rischiarato solo da poche deboli lampadine che pendevano dall'alto soffitto. Alla mia sinistra, si
trovava una lunga libreria, stipata di volumi,che arrivava fino al centro del negozio. Alla mia destra,
file di grandi vasi di vetro pieni di strane erbe, radici contorte, fiori secchi e polveri del colore del
deserto al tramonto occupavano una parete di mattoni a vista. Mi affrettai a raggiungere Sophia e la
trovai in fondo al negozio intenta ad annusare il contenuto di una piccola bottiglia esotica dal tappo
rosso coperto di pietre colorate.
"Mmm, un nuovo olio. Senti." Mi mise la bottiglietta sotto il naso e subito l'occhio della mente
mi si riempì di immagini di tigri ed elefanti, di affollati mercati all'aria aperta e di tende di seta
gialle e rosa. Sentii il profumo del coriandolo e del cardamomo, poi dello zenzero, della cannella e
di fiori che non conoscevo.
"Mi fa pensare all'India."
"Brava! È un olio di Lakshmi. Lakshmi è una dea Indiana dell’amore e della fertilità."
Una serie di vasi di ceramica marrone e blu cobalto riempivano gli scaffali che occupavano la
parete in fondo al negozio. BOTTEGA DEGLI OLI diceva un piccolo cartello scritto a mano.
Diversi libri rilegati in pelle e dalle pagine ingiallite erano aperti su un tavolo di legno, accanto a
imbuti di varie misure e a schiere di minuscole bottigliette di vetro.
"Chissà dov'è Maia", disse Sophia e mi rivolse un sorriso rassicurante.
"Forse è invisibile", scherzai. Quella libreria era davvero un po' troppo insolita per me. "Ascolta,
posso benissimo tornare un'altra volta..."
La parete di fronte a me cominciò a scuotersi e le tuniche colorate che pendevano da un
attaccapanni di legno presero a danzare simili a fantasmi. La parete si apri e davanti a me comparve
una donna piccola con la pelle olivastra, i capelli corvini e un volto dolce e gentile.
"Continuo a ripetere a Herman che dovremmo far sistemare questa maledetta porta." Dopo aver
abbracciato Sophia ridendo allegramente, si voltò verso di me.
"Io sono Maia. Allora, Sophia mi ha detto che vuoi farti leggere le carte, giusto? Siediti pure."
Indicandomi una sedia davanti a un piccolo tavolo, cominciò ad aprire una specie di fagotto di seta
viola.
Era un mazzo di tarocchi. Erano molto più grandi delle normali carte da gioco, il retro decorato
con un elegante mosaico bianco e blu. Maia comincio a mescolarle con destrezza, e io scrutai i
lampi di colore delle carte che passavano velocemente da una mano all'altra.
"Ti sei mai fatta leggere le carte?" domando lei, la voce dolce e suadente.
Scossi la testa. “Ah”, mormoro Maia, con un sorriso appena accennato, e nessuno aggiunse altro.
Spostai lo sguardo sul suo viso: sembrava quello di una Madonna siciliana. Anche se i movimenti
erano rapidi ed energici, l'atteggiamento era sicuro e tranquillo. Alzo gli occhi neri e profondi e li
fissò nei miei. "Cosa vuoi sapere?" mi domandò.
Mentre nella mia mente si rincorrevano immagini di donne gitane, esaminai le varie possibilità Otterrò una nuova borsa di studio in modo da poter restare alla fondazione? Troverò il vero amore?
Devo continuare con il lavoro per la band? - come se fossero state diapositive, ma ero decisa a
riportare la magia nella mia vita. Cosi, nonostante lo scetticismo, parlai d'impulso.

Domandai: "Dove si trova il sentiero?"
Senza esitazione, Maia rispose: "Si trova dentro".
"Ma come faccio ad arrivarci?" Non era una domanda da poco, poichè l’unica cosa che sapevo
con certezza era che la mia vita era sempre stata indirizzata verso il mondo esterno... prendere buoni
voti, lavorare sodo, combattere in nome della giustizia sociale, cercare di rendere il mondo un luogo
migliore. L'idea di una vita interiore aveva appena iniziato a delinearsi nella mente. Ma gli eventi
avevo risvegliato il mio cuore e la sua insospettabile capacità di conoscere quel segreto regno
dell'esistenza, e io desideravo con tutta me stessa trovare un passaggio che mi riportasse alla magia
che mi aveva incantata.
Maia rispose mescolando i tarocchi e sorridendo.
"Taglia il mazzo in tre parti, poi rimetti le carte insieme in una sola pila, in qualsiasi ordine tu
voglia."
Osservando i bordi consumati delle carte, mi resi conto che erano state usate molte e molte volte.
Pensando a tutti i destini che dovevano aver predetto, mi chiesi quale sarebbe stato il mio; sollevai e
risistemai il mazzo. Maia lo prese, tenendolo tra le mani, chiuse gli occhi e rimase in silenzio per un
istante interminabile. Apri gli occhi e, molto lentamente ne sistemò sedici davanti a me, formando
un intricato disegno.
Anche se erano capovolte, osservandole, vidi immagini dal colori brillanti di persone, animali,
coppe, bastoni, spade e denari scintillanti. Mi chiesi se fosse possibile che i poteri inconsci della
mente - della mia mente -- potessero influenzare la posizione delle carte. Quell'antico insieme di
simboli avrebbe forse rivelato a una completa sconosciuta verità più importanti su di lei di quante
ne conoscesse lei stessa? Le leggi della meccanica quantistica avrebbero funzionato, influenzando a
seconda delle mie aspettative il movimento delle energie, delle particelle e delle carte?
La risposta era al di là di ogni possibile previsione conscia. Ma non fu la profezia di Maia di un
nuovo lavoro che mi avrebbe fatto guadagnare molto di più, o le sue visioni del mio cuore agitato a
persuadere la mia anima scettica che quella donna riusciva a leggere la verità. Mentre interpretava il
significato delle carte per me, Maia parlò di cose che non avevo mai detto a nessuno, piccole cose
che mi sorpresero - come il fatto che non avevo al dito il mio anello con la corniola che portavo
sempre e che mi era stato sottratto da Antonio, un uomo che avevo conosciuto a una festa, per
costringermi a vederlo di nuovo. Sophia poteva aver raccontato a Maia del mio lavoro, della mia
storia familiare e di molte altre cose. Ma nessuno avrebbe potuto parlarle di Antonio e nessuno
sapeva dell'anello. Non potei fare a meno di domandarmi se non avesse semplicemente tirato a
indovinare, nonostante i precisi dettagli con cui Maia descrisse sia l'anello sia Antonio. A un tratto
fece una pausa, come sorpresa, e disse: "C'e uno spirito che ti guida... la donna con la stella".
Un brivido mi percorse la schiena. Come poteva saperlo? Non avevo mai parlato ad anima viva
del mio sogno.
"L'hai incontrata in sogno, non è vero?"
Annuii, sapendo che una forza misteriosa stava agendo nel campo della mia coscienza nascosta.
"Sei stata saggia a seguire la via che ti ha indicato."
Fissai i tarocchi dai colori brillanti che mi illuminavano e mi sconcertavano. La carta più vicina a
me, in cima a una serie di quattro, rappresentava una donna seduta sotto un grande albero accanto a
uno scudo su cui campeggiava il simbolo di Venere. Era incinta e lavorava a un arcolaio, un sorriso
beato sulle labbra. Accanto alla donna c'era un cesto ricolmo di frutta e grano, e sullo sfondo si
poteva vedere un ampio paesaggio fertile e rigoglioso. Sotto l'immagine c'era il numero romano III.
In seguito, scoprii che si trattava della carta dell'Imperatrice, la carta della Dea. All'improvviso,
mentre fissavo quell'immagine, in qualche modo capii: le cose non accadevano casualmente ma
erano gli straordinari effetti di una forza del destino o di un desiderio tanto profondo da poter
animare un universo senza vita.

Gli eventi stavano girando come fili di seta da un bozzolo di desiderio e mani invisibili ne
stavano facendo un arazzo incantato. Quella che sedeva davanti a me era una donna a suo agio con
l’arcolaio e con i misteriosi movimenti della spola che attraversava il telaio della vita. Era una
persona cosciente che quel disegno aveva un significato ben preciso. Forse era addirittura lei la
tessitrice.
In meno di un'ora, la mia percezione del mondo, come le carte davanti a me, era stata capovolta
nuovamente. Che confusione, pensai. In quel preciso momento Maia mi fece prendere le ultime due
carte dal mazzo. Mi passe la prima: un uomo che pendeva a testa in giù da un albero. Sotto la
figura, lessi "L'Appeso".
"Questo è il dio Odino."
Il cuore prese a battermi più in fretta, perché conoscevo il dio scandinavo Odino. Mio padre mi
aveva tramandato i racconti dei suoi antenati norvegesi e Odino era una delle divinità più importanti
del pantheon nordico..Ricordavo bene i racconti di papà sul dio Odino, sulla sua sposa, la dea
Freya, e su Thor, su Loki e le altre divinità scandinave. Odino aveva sofferto per nove giorni appeso
a testa in giù all'albero Yggdrasil, solo e disperato, finché un corvo non gli aveva strappato un
occhio. Aveva perso così la capacità di vedere "normalmente". In cambio del suo sacrificio, Odino
ottenne le rune, le prime lettere di un alfabeto sacro, che gli permettevano di vedere oltre, di vedere
il passato e il futuro. Senza le rune, non ci sarebbero state nè lingua nè poesia nè storie d'amore e
coraggio. E non sarebbe esistito il dono della profezia poiché ciascuna lettera portava con se un
preciso significato magico. Per acquisire il potere della saggezza e il dono della chiaroveggenza,
Odino aveva dovuto sacrificare spontaneamente quella che era sempre stata la sua visione del
mondo.
"In alcune letture, questa carta può significare egoismo ma in altre rappresenta il sacrificio per la
saggezza." Maia mi tolse la carta di mano. I nostri sguardi s'incontrarono, quando mi chiese: "Sei
pronta a compiere questo sacrificio?"
Sapevo di dover essere assolutamente sincera. "Non lo so", risposi.
Maia sogghigno. "Sei onesta, ed è un bene. In questo modo potrai trovare la risposta alla tua
domanda." Mi passò la seconda carta. "Sai che cosa rappresenta questa?"
Osservai il piccolo dipinto che tenevo tra le mani. Era bellissimo: una donna misteriosa, che
indossava una veste bianca ricamata con immagini di melograni rosso scuro, sedeva tra due pioppi,
uno bianco e l’altro nero. Alle sue spalle c'era una luna scintillante e, tra le mani, la donna teneva
una pergamena. Sotto l'immagine, era scritto "La Papessa" e c'era il numero romano II. Pensai alla
donna misteriosa dei miei sogni. "I misteri della vita?" domandai.
Maia annuì. Sembrava soddisfatta, come se avessi risposto a una domanda molto più importante
di quella che mi aveva posto.
"I misteri della vita e colei che li esplora", aggiunse. Mi resi conto che stava studiando la mia
reazione e intuii nella sua approvazione una particolare curiosità. Maia riprese la carta e la infilò nel
mazzo che mischiò rapidamente prima di avvolgerlo nella seta viola e di riporlo.
"Ho appena creato un gruppo di discussione di sole donne. Ci riuniamo una volta alla settimana",
disse in tono amichevole. "Perchè non vieni anche tu? Chissà, potresti trovare le risposte che stai
cercando."
"Grazie", risposi. "La lettura è stata straordinaria. E grazie per l'invito, ma ho impegni di lavoro."
Ero ancora stordita quando io e Sophia uscimmo dalla tranquilla "caverna" del negozio per
inoltrarci nel frastuono frenetico della strada.
"Allora, che cosa ne pensi?" Sophia era raggiante come una ragazzina dopo il suo primo bacio.
"Non è fantastica?"
"E tu ci vai, domani?" le chiesi, evitando il suo sguardo inquisitorio. Tornate nel solito mondo,
mentre cercavamo di attraversare la strada senza farci investire da tassisti assetati di sangue,

l'incantesimo di Maia stava sbiadendo velocemente.
"Non mi piacciono i gruppi, preferisco lavorare da sola, ma se ti farà sentire più a tuo agio, verrò
con te. Sai, solo per aiutarti a cominciare. Non capita spesso di avere l’opportunità di lavorare con
una persona come Maia. Fossi in te, non direi di no prima di aver scoperto di cosa si tratta."
Esitai. Nella luce dura del giorno, stavo incominciando a sentirmi a disagio all'idea di incontrarmi
con un gruppo di sconosciute, streghe per di più. "Mmm, devo pensarci."
Ci salutammo e io mi diressi in ufficio per ritrovare la sicurezza della normalità. La piccola
organizzazione nonprofit per cui lavoravo doveva risparmiare ogni centesimo, cosi l'ufficio era
piccolo, mal riscaldato e vecchio. Smisi di pensare alla lettura e presi posto dietro la malconcia
scrivania. Il lavoro mi assorbì completamente e finii per perdere il senso del tempo. Alla fine,
spensi la luce e mi abbandonai contro lo schienale della sedia. Mi stiracchiai, osservando il
tramonto rosso fuoco di Manhattan che inondava silenziosamente l'ufficio. Chiusi un occhio e,
gettando la testa all'indietro, scrutai il mondo oltre la mia finestra. A testa in giù e con un occhio
solo, come l'Appeso. Come avrei potuto avvicinarmi al mondo in quel modo e sopravvivere?
Sembrava più che altro il modo perfetto per rompersi la testa e non un'indicazione sul sentiero da
seguire. Dubitavo che sarei mai tornata in quello strano negozietto.
Una qualsiasi altra sera, mi sarei diretta alla sala prove del Music Building. Ora però mi sentivo
come se il mondo mi fosse scivolato da sotto i piedi e avevo bisogno di rimettermi in contatto con la
magia.
Il sentiero si trova dentro.
“Al CBGB”, dissi al tassista.
Il club che si trovava nel bel mezzo della Bowery era rumoroso e affollato, ma il frastuono e la
gente non riuscivano ad allontanare le parole di Maia dalla mia mente. Guardandomi attorno, vidi
una legione di giovani vestiti per una parte che non sapevano recitare. Avevo smesso di cercare il
mio ribelle ideale, la mia metà, il mio sconosciuto amore, il mio dio in terra che indossava un paio
di vecchi jeans e guidava un'auto veloce. Ero stanca e annoiata di guardare ciò che mi circondava.
In qualche modo sapevo che avrei dovuto cercare dentro di me ciò di cui avevo bisogno. Finii il
drink, salutai gli amici e andai a casa.
Feci una doccia, quindi mi infilai a letto. Pensavo di essere ancora sveglia quando il sogno iniziò.
Era seduta davanti a me ed era proprio lei. Una luce abbagliante emanava da una stella che aveva
sulla gola. Poi, all'improvviso, mi svegliai e la magia svanì ancora una volta.

Era passato un anno da quando ero tornata a New York e l'universo mi stava costringendo a
rinunciare ad altre aspettative. Era chiaro che dovevo trovare un nuovo impiego con cui potessi
mantenermi, dato che l'organizzazione per cui lavoravo non avrebbe ricevuto altre sovvenzioni.
Telefonate, interviste, pranzi e caffè con soci di vari studi legali e con rappresentanti di sindacati
progressisti mi avevano lasciato attestati di stima accompagnati da educate scuse perché tutto quello
che potevano offrirmi era solo un po' di posto nei loro uffici.
Ero decisa a non arrendermi. Indossavo il completo grigio, la camicetta di seta rosa e un filo di
perle che mi aveva regalato mia madre; mi raccoglievo i capelli in un ordinato chignon. Portavo
lettere di raccomandazione di membri del Congresso e di avvocati civilisti che avevano fatto la
storia. Restavo per ore in sale di attesa più grandi del mio appartamento, seduta su poltroncine di
pelle scivolosa, davo decise strette di mano e guardavo dritto negli occhi. Non mi resi conto della
futilità dei miei sforzi finche non parlai con un avvocato che aveva lavorato per anni per il
movimento sindacale. Stavo cercando qualcuno che mi aiutasse a combattere contro la criminalità
organizzata e contro i leader corrotti. Nessuno studio legale affermato voleva impegnarsi in quella
battaglia. Mi sentivo sola e smarrita, ma gli eventi stavano cospirando per insegnarmi un'importante

lezione: non si può trovare la propria strada finche non ci si è perduti.
Mi diressi verso casa, lacrime di frustrazione che minacciavano di infrangere la maschera di
determinazione che avevo indossato per settimane. Piansi, e proprio mentre mi stavo immergendo
nella vasca da bagno piena di acqua bollente per lavare via la tristezza, il telefono si mise a
squillare. Mi avvolsi in un asciugamano e corsi a rispondere.
"Ho sognato che ti portavo da Maia? O c'eri veramente?"
"Si... era un sogno e si, c'ero anch'io."
"E allora, che succede? Hai avuto un sacco di tempo per pensarci... hai deciso di partecipare al
suo gruppo di discussione o cosa?" "Be’, sai, sono stata piuttosto occupata con faccende di poco
conto come la sopravvivenza."
"Sta a te decidere. Forse stai dando la caccia alla preda sbagliata. Voglio dire, puoi sopravvivere o
puoi prosperare... dipende solo da quale strada scegli. Chiamami quando hai deciso cosa fare. Se
non puoi fidarti di te stessa, forse puoi fidarti del fato. Certe opportunità si presentano una sola volta
nella vita. Carpe diem, tesoro!"
Prendere una decisione. Sembrava una buona idea - se solo avessi avuto il controllo della mia
vita, se solo avessi potuto scegliere invece di aspettare di essere scelta. O forse Sophia aveva
ragione e il fato mi aveva già scelta. Dopotutto, negli ultimi due anni, se non altro avevo imparato a
seguire i segni del destino. Forse essermi trovata di fronte a una scelta così diretta mi rendeva
difficile prendere la decisione di partecipare o meno a quel cerchio, cosi Sophia chiamava il gruppo
di discussione. O forse la mia esitazione dipendeva dal fatto che si trattava di una scelta
dannatamente strana. In fondo, quelle erano streghe. Presi il diario dal cassetto del comodino e lo
aprii pronta a scrivere i miei pensieri. Quando abbassai lo sguardo, mi trovai a leggere alcune frasi
scritte anni prima: "La luce della luna filtra tra gli edifici della città... Osservo i volti delle donne
riunite in cerchio con me..."
Mi sentii attraversare da un brivido. Indossai gli abiti più comodi - jeans, T-shirt e giacca di pelle
- e mi diressi verso la mia oasi egizia al Metropolitan Museum of Art, memore di quanto mi avesse
aiutata nel corso di quell'ultimo strano anno alla facoltà di Legge. Rivissi l’incanto che avevo
provato grazie alle immagini di Iside, alle antiche invocazioni a Horus, ai misteriosi piccoli amuleti
e al grande Tempio di Dendur. Poi presi una deviazione, lasciandomi alle spalle la collezione egizia
e inoltrandomi nell'Ala Americana dov'era stato aperto un nuovo giardino. Spinsi la grande porta ed
entrai in una meravigliosa serra chiusa da vetrate.
Si trovava all'interno di una nicchia, formata dalle pareti esterne di pietra del museo, e combinava
l’architettura neoclassica dell’edificio originale con un involucro moderno. Una parete di vetro che
delimitava il lato nord era alta diversi piani e permetteva alla luce morbida del giorno di riempire
quello spazio. Attraverso la vetrata potevo vedere Central Park. Lungo le pareti si trovavano alcune
tavole arcadiche di Tiffany, la statua di una baccante che offriva dell'uva a un bambino e un enorme
braciere sorretto da cariatidi.
Quei pezzi erano imponenti quanto il giardino. Quattro pannelli di edera inglese dividevano
l’area, alte fronde di papiro si ergevano da uno stagno rettangolare e, al centro di tutto questo
s'innalzava una statua d'oro di Diana, la dea della caccia, nuda, una gamba piegata con grazia, l'arco
teso al massimo.
Camminai lentamente, lasciandomi invadere dalla magnificenza di quel santuario, passando da
una grande statua di marmo all'altra, senza pensare alla mia decisione, godendomi semplicemente il
silenzio e la bellezza che mi circondavano. E fu allora che la vidi - seduta con un libro in mano, la
corona sul capo, una collana con un ciondolo a forma di stella a sei punte - una statua di marmo
bianco levigato che rappresentava la donna vista in sogno.
Mi sentii mancare il respiro, il cuore sembrò fermarsi e una insopportabile pressione mi schiacciò
le tempie. La stanza venne inondata da una luminosità accecante e quasi persi l’equilibrio mentre mi

lasciavo cadere su una sedia accanto al mio miracolo.
Avevo quasi paura di guardarla, sbalordita nel vedere il mio sogno prendere vita. Guardai la
targhetta che si trovava sotto i suoi bellissimi piedi nudi: LA SIBILLA LIBICA.
I miei occhi seguirono le pieghe aggraziate di pietra scolpita che le coprivano il grembo. Nella
mano sinistra teneva alcuni fogli e aveva il mento appoggiato sul palmo della destra. Come nel
sogno, aveva i seni nudi. I capelli le ricadevano sulle spalle in morbide trecce. Da una collana di
avorio pendeva una stella a sei punte, e la fronte era ornata da un semplice diadema triangolare. Il
volto era forte, intelligente. Aveva il naso aquilino e le labbra piene. Studiai ogni sfumatura di quel
volto mentre lei scrutava il regno in cui i sogni si avverano.
Trascorsi il pomeriggio in compagnia di un'inesplicabile rivelazione. All'ora di chiusura, lasciai la
grande serra e scesi gli ampi gradini di pietra del museo. Percorsi la Quinta Avenue e mi inoltrai nel
parco, incantata dall'oscurità della penombra e dal verde dell'erba coperta di rugiada. Mi sentivo
talmente elettrizzata da quell'incontro che feci ritorno a casa quasi di corsa.
"Sibilla, sibilla, sibilla", canticchiai, entrando nella mia piccola stanza. Dalla libreria presi il
dizionario, l’edizione del 1933 dello Shorter Oxford English Dictionary, e trovai il suo nome:
"Sibilla... 1. Una delle molte donne dell'antichità alle quali venivano attribuiti poteri di profezia e
divinazione... 2. Profetessa; indovina, strega".
Decisi di accettare l’invito di Maia.

2
P
L E FIGLIE SEGRETE DELLA DEA

Un'accusa di stregoneria getta una lunga ombra.
ANNE LLEWELLYN BARSTOW,

N

Witchcraze

iente avrebbe potuto prepararmi a ciò che vidi quando entrai nella stanza oltre la porta
nascosta. Non avevo mai pensato che le streghe esistessero davvero, e, nonostante Sophia,
bionda, elegante e alla moda, la mia immaginazione era ancora influenzata dalle fiabe e da
Shakespeare, dai film e dalla televisione. Quelle erano le orribili streghe che avevano predetto il
tragico destino di Macbeth, avevano avvelenato la mela di Biancaneve e bramato le scarpette rosse
di Dorothy... le orribili vecchie dai nasi adunchi, i cappellacci neri, che volavano a cavallo di manici
di scopa, preparavano strani filtri nei loro calderoni e lanciavano incantesimi e malefici in
compagnia di gatti neri.
Osservai la stanza: non vidi nemmeno un cappello a punta. Attorno a me c'erano decine di donne
di ogni età, taglia e colore, tutte terribilmente normali. Guardandomi attorno, ripensai alle immagini
positive di streghe con cui ero cresciuta, come Glinda, la Strega Buona del Nord, la sensuale Kim
Novak di Una strega in paradiso, la bellissima Veronica Lake di Ho sposato una strega, ed
Elizabeth Montgomery di Vita da strega. Indossavano jeans, abiti e completi eleganti, e
chiacchieravano amabilmente, alcune in piedi, altre sedute sulle vecchie poltrone di velluto rosso
sistemate in cerchio lungo il perimetro della stanza. Alcune sembravano artiste, altre professioniste
e altre ancora non erano diverse dalle amiche di mia madre o di mia nonna.
Entrare nelle loro conversazioni animate era come passare in mezzo a una nuvola di elettricità
crepitante. Mentre attraversavo la stanza, colsi alcuni brani di strane conversazioni:

" È il miglior pezzo di cui abbia mai fatto una coreografia, devo solo trovare una ballerina per il
ruolo di Demetra." Una ragazza che indossava una tuta sporca di vernice stava parlando con altre
due donne sulla trentina. Mi rivolse un cenno di saluto e mi sorrise, senza smettere di parlare.
"Non gliel'ho ancora detto... Insomma, cosa posso dirgli: "Caro, c'è una cosa che devi sapere:
Sono una strega!"' Una bellissima donna, alta e snella, i capelli tagliati a caschetto in puro stile anni
Venti, stava conversando animatamente con un'amica, una ragazza tarchiata, con gli occhi verdi, i
capelli rossi e la pelle rosea.
Speravo di trovare anche Sophia, che mi aveva promesso la sua presenza. Quattro grandi
striscioni colorati - uno giallo, uno rosso, uno blu e uno verde - decorati con varie forme
geometriche e simboli misteriosi, erano appesi alle pareti. Sotto lo striscione giallo, c'era una specie
di piccolo palco su cui si trovava un podio di legno intagliato. Sotto ogni striscione, c'era un
candelabro di ferro battuto con una grande candela bianca, Il pavimento era coperto da vari tappeti
persiani sbiaditi e nell'alto soffitto si apriva un lucernario di vetro scuro. Negli angoli della stanza
erano stipate vecchie cassapanche e librerie di legno. La musica di sottofondo era una mescolanza
di ritmi orientali e melodie celtiche. Un coro di voci femminili era accompagnato da flauti e
tamburi, cimbali e strumenti a corda, e io mi immaginai sull'orlo di una ripida scogliera di una terra
del nord, davanti a me il mare in tempesta...
Proprio in quel momento scorsi Sophia dall'altra parte della stanza in compagnia di altre due
donne che guardavano verso di me. Mentre mi avvicinavo, ebbi la sensazione di essere l'oggetto
della conversazione.
"Sono così felice che tu abbia deciso di venire!" Sophia mi abbraccio. "Lei è Nonna." Feci per
stringerle la mano e mi ritrovai stretta in un abbraccio affettuoso.
È passato cosi tanto tempo, cosi tanto tempo, sentii con il mio udito interiore. È proprio come la
ricordavo. Mi avrà riconosciuta? Quei pensieri erano suoi o miei? Sapevo di non averla mai
incontrata prima, eppure quella donna aveva un'aria piacevolmente familiare.
"Nonna è un'anziana molto stimata. ‘Anziana’ è un titolo di riguardo. Pratica da prima che io e te
nascessimo", continuò Sophia.
"Be’, è un modo molto gentile per dirmi che sono vecchia." Nonna getto indietro la testa e
scoppio a ridere, mentre un intenso profumo di rosmarino riempiva la stanza. Tutto in lei era
generoso - la sua risata, la sua figura, i suoi lineamenti, i suoi folti capelli neri.
"E lei è..." incomincio a presentarmi Sophia, ma Nonna la interruppe.
"Non ce n'è bisogno. So esattamente chi è lei. La fia." Mi domandai che cosa significasse mentre
Nonna mi prendeva sottobraccio. Nonostante 1'imbarazzo, trovavo molto piacevole quella
sensazione di familiarità. Nonna mi presento all'altra donna in piedi vicino a noi. "Lei è Bellona. È
una Grande Sacerdotessa ed è la compagna di Maia."
Bellona era snella e mascolina. I capelli ricci e ramati le incorniciavano il viso dai lineamenti
spigolosi e dai grandi occhi verdi. Sembrava una gatta. In netto contrasto con le parole criptiche di
Nonna, Bellona fu subito molto diretta, cosa che trovai altrettanto rassicurante. Mi strinse la mano
con fermezza. Ebbi la sensazione che avesse il carattere di una guerriera.
"Sono felice che tu sia potuta venire. Scusami ma ora devo andare ad aiutare Maia a preparare
l'altare. Sophia, mi dai una mano?" E cosi restai sola con Nonna.
"Sophia mi ha detto che sei un avvocato", disse Nonna voltandosi verso di me."Combatti i
criminali?" La sua attenzione era simile al sole in una fredda giornata d'inverno.
"Be’, una volta si. Lavoravo per molte fondazioni e combattevo il crimine organizzato all'interno
dei sindacati."
"Sembra pericoloso."
"Lo è, per i membri del sindacato. Ma è difficile guadagnare con un impiego simile, e adesso ho
bisogno di trovare qualcos'altro." Parlare della mia professione al passato mi faceva sentire

disorientata. Chi ero senza il lavoro che dava un senso alla mia vita?
"Ce la farai", mi rassicurò lei prendendomi la mano. "Che magnifico anello! Questa pietra è una
corniola, vero?" Annuì. Avevo seguito il consiglio di Maia e mi ero fatta restituire l'anello da
Antonio. Ero molto felice di riaverlo al dito. "La corniola serve ad aumentare le facoltà psichiche."
Mi scrutò il palmo della mano e per un attimo pensai che volesse predirmi il futuro, ma lei si
limitò a tenerlo tra i1 pollice e l'indice, chiudendo gli occhi. Mi sentivo molto a mio agio e
stranamente rilassata.
"Non lasciarti scoraggiare. Sta per succederti qualcosa di assolutamente inaspettato. Molto
denaro. Sara un sogno che si avvera... ma..." Nonna apri gli occhi,
"Ma...?"
"Ma le cose non sono sempre come sembrano. Impara a seguire il tuo cuore e scoprirai che la
destinazione non è importante, è il viaggio che conta. Imparerai molto su te stessa e sulla tua vera
strada. Tu ami l'avventura, vero?" Nonna stava sorridendo di nuovo.
Ero sorpresa dal mondo in cui sembrava leggermi nel pensiero, ma subito lasciai perdere le sue
profezie poetiche e mi concentrai su questioni più prosaiche. "Si, direi di si, però mi piace anche
mangiare e il lavoro non c'entra con l'avventura, non più almeno. Lo stipendio serve a pagare le
bollette, adesso."
"So cosa intendi quando dici che ti piace mangiare", scoppio a ridere Nonna, mettendosi le mani
sui fianchi. Mi piaceva la sua risata, piena e profonda. "Ma la vita è sprecata se non la si vive come
un'avventura. E dopotutto sei qui, giusto? Quindi, un avvocato in gamba come te deve avere delle
domande."
In effetti, avevo un milione di domande ma, allo stesso tempo, nessuna. "Perchè le streghe si
vestono di nero? O meglio, si vestono davvero di nero?" Mi sentivo una perfetta idiota. Ma che altro
avrei potuto chiedere: uccidete davvero i gatti, mangiate i bambini, adorate Satana? Istintivamente,
sapevo già che quelle domande e quegli stereotipi erano soltanto idiozie.
Nonna inarcò le sopracciglia e la sua risata fragorosa all'improvviso riempi la stanza. Tutte si
voltarono a guardarci e io desiderai sprofondare.
"A giudicare dalla tua faccia, direi che qualche volta si vestono di rosso!" Nonna ridacchio per la
sua stessa battuta.
"Ma io non sono una strega", protestai.
"Dici di no? Be’, si dà il caso che io sappia che esiste una piccola strega in ogni donna,
oggigiorno."
Osservando i volti sorridenti che mi circondavano, il mio disagio scomparve e, finalmente,
sorrisi a mia volta.
"Comunque, mia cara, la tua non è una domanda poi tanto strana. Mi vesto di nero perché
snellisce. E poi siamo a New York, e qui tutti si vestono di nero." Scoppiammo a ridere di nuovo.
Era una donna allegra e, nonostante il suo portamento regale, sincera e alla mano, una specie di
saggia nonna, che non incuteva alcun timore e che non era affatto distaccata, come invece ci si
aspetterebbe da un leader religioso. "Il fatto è che le streghe si vestono di nero come chiunque altro.
Sono gli uomini della chiesa cattolica che indossano un'uniforme nera. L'idea che le streghe si
vestano con indumenti di un unico colore non è che una delle molte idee sbagliate che la gente ha in
proposito. Allora, che cosa ti preoccupa?" Ero sbalordita dalla sua capacita di leggermi nel pensiero.
"Ecco, è solo che..." Esitai, sentendomi di colpo intimidita, come se potessi offenderla con la mia
domanda. "Per la verità, prima ero un po' a disagio. Ho sempre pensato che la stregoneria e il
satanismo fossero la stessa cosa."
Nonna mi strinse leggermente il braccio. "L'avevo notato. Vieni, voglio mostrarti come hanno
avuto inizio tutte queste menzogne."
Lasciammo la stanza affollata e tornammo nella libreria dove stavano entrando altre partecipanti

all'incontro di quel giorno. Nonna studiò uno scaffale con una targhetta che diceva STORIA.
"Per capire il vero significato dell'Arte bisogna affrontare prima gli stereotipi negativi e i
preconcetti."
"Sophia mi ha detto che Wicca non ha niente a che vedere con il satanismo, eppure..." esordii
educatamente.
È un errore piuttosto comune. Devi sapere che questi equivoci hanno origini storiche. Ecco."
Prese un grande volume dallo scaffale e me lo porse.
"Malleus maleficarum", lessi lentamente.
"Il martello delle streghe. In questo testo sono raccolte le più orribili menzogne che siano mai
state raccontate sulle streghe. E sulle donne. Ai tempi in cui è stato scritto, donne e streghe erano
considerate creature malvagie e diaboliche. E questo libro codificò la misoginia della Chiesa
cattolica. Fu scritto da due inquisitori domenicani nel 1486. La prefazione è una bolla papale..."
Apri il volume che tenevo tra le mani, esattamente alla pagina in cui iniziava lo scritto del papa.
"Summis desiderantes, emanata da Papa Innocenzo VIII nel 1484'”, lessi ad alta voce.
"Quell'editto vaticano, che non è mai stato rinnegato, bollava le streghe come adoratrici di
Satana", spiegò Nonna. "Ma non era vero allora e non lo è adesso. Autorizzava l'uso della tortura
per estorcere confessioni e causò una terribile isteria antistreghe in tutta Europa. Grazie alla bolla
papale, questo libro divenne un bestseller, secondo solo alla Bibbia. Divenne il manuale dei
cacciatori di streghe, e lo usarono per commettere alcuni dei più abbietti atti di crudeltà e di
violenza mai concepiti dalla mente umana. E tutto a causa della paura della Chiesa nei confronti
delle donne e della repressione della sessualità", sospiro. "vai avanti. Prova a leggere una pagina,
una qualsiasi.
"La stregoneria nasce dal desiderio carnale, che nella donna è insaziabile... Quando una donna
pensa da sola, pensa il male… Dal punto di vista intellettuale, le donne sono come bambine...
Le donne sono bugiarde, diceva il libro, malvagie e devono essere costantemente sorvegliate
dagli uomini. Sono responsabili dell'impotenza degli uomini, li seducono e distruggono le loro
anime. Inoltre, le streghe erano accusate di stringere patti con il demonio e di accoppiarsi
sessualmente con lui, sacrificando neonati e divorando bambini, volando nel cielo e facendo sparire
il pene dei preti. Terminava con un'invocazione a Dio "che ha finora protetto il sesso maschile da
così grandi crimini".
Mi tremavano le mani quando chiusi di colpo quell'orribile volume. Attorno a me si era radunato
un piccolo gruppo di donne in ascolto.
"È odioso", disse Maia, la sua presenza simile a un manto di rabbia incandescente. "Dietro le loro
bugie è nascosta la verità - una storia di atroci violenze contro le donne. Se continui a leggere
troverai tutti i dettagli più raccapriccianti su come processare, torturare e giustiziare una strega."
"Fu l'olocausto delle donne. Tutti sanno dell'Inquisizione, ma pochi si rendono conto della portata
della persecuzione", aggiunse Nonna, "non solo contro i cosiddetti eretici cristiani e contro gli ebrei,
ma anche contro la Vecchia Religione europea e contro le donne. Per centinaia e centinaia di anni,
una terrificante caccia alle streghe ha funestato l'Europa. Almeno centomila persone, perlopiù
donne, sono state giustiziate sulla base di `confessioni' estorte per mezzo di torture atroci.
"La grottesca distorsione che ci troviamo a combattere anche oggi, ossia che 1'adorazione della
Dea equivalga al satanismo, fu portata avanti dalla Chiesa per distruggere la Vecchia Religione.
Non c'è traccia di Satana nella Vecchia Religione. Satana appartiene unicamente alle religioni
patriarcali; è la loro rappresentazione del male." Nonna proseguì: "In realtà, l'affermazione della
Chiesa secondo la quale stregoneria e satanismo siano la stessa cosa non è altro che una proiezione
delle sue paure e delle sue fobie. Usava questa accusa per giustificare la violenza. Coloro che la
Chiesa non riusciva a convertire venivano processati e giustiziati".
Nonna prese un altro libro dallo scaffale e me lo porse. Lo aprii e mi trovai di fronte a una serie di

immagini di grotteschi strumenti di tortura: vergini di Ferro che trafiggevano i corpi delle vittime
con lance metalliche; straziatori che strappavano le membra dai corpi; letti di chiodi; la "sedia della
strega", una sedia metallica che veniva riscaldata col fuoco e resa incandescente; la "maschera
d'infamia", una museruola di ferro che conficcava chiodi nella lingua della vittima, e torture ancora
peggiori. Tenni il libro tra le mani, nauseata e inorridita, incapace di guardare ma allo stesso tempo
incapace di distogliere lo sguardo.
"Molti dei metodi usati per scoprire se una donna era una strega erano sessualmente perversi. Le
donne venivano sempre denudate e i cacciatori di streghe erano sempre uomini. Un metodo molto
comune era quello di conficcare aghi e ferri incandescenti nei corpi nudi delle vittime", disse Maia
cupamente.
Feci una smorfia.
"I persecutori giustificavano la loro follia dichiarando che le streghe dovevano avere sul corpo un
marchio fatto dal diavolo, un punto insensibile al dolore", continue Maia. "Le delazioni venivano
incoraggiate e i cacciatori di streghe professionisti ricevevano un premio per ogni arresto. Fu un'era
di terrore, soprattutto per le donne, e durò centinaia di anni."
"C'era anche la prova dell'acqua", aggiunse in tono pacato una donna anziana dai lunghi capelli
grigi. "La vittima veniva legata e poi gettata in acqua. Se affondava, era innocente, ma se riusciva a
stare a galla era riconosciuta colpevole. La donna moriva in ogni caso. Molte, moltissime delle
donne che venivano assassinate erano anziane e vedove, proprio come me, come Aldegonde in
Francia, che aveva settant'anni. Si era presentata spontaneamente per provare la propria innocenza:
venne strangolata e bruciata."
"Chiara Signorina era una contadina e una guaritrice italiana, e venne incarcerata a vita", proseguì
Maia rabbiosamente, il sangue siciliano che le ribolliva nelle vene. Prese il libro e lo chiuse di scatto. "Molte confessavano pur di interrompere le torture. Poi venivano giustiziate. Venivano
violentate, sodomizzate e subivano ogni genere di supplizio sessuale. I persecutori facevano tutto
questo e molto peggio nel nome del loro Dio. Incarnavano lo stesso male che dichiaravano di
combattere."
"Ma queste pratiche non avevano niente a che vedere con gli insegnamenti di Cristo." Nonna
scosse la testa tristemente. "Molta gente non conosce questa verità terribile eppure ci sono parecchi
documenti che la testimoniano. Le vittime di questo terrore avevano nomi, volti e famiglie. lo sono
ossessionata dalla terribile storia di Walpurga Hausmann. Era una levatrice che viveva a Dillingen,
in Germania. Le maciullarono i seni e le braccia con ferri arroventati; le tagliarono la mano destra;
infine venne bruciata sul rogo, per ordine del vescovo di Augsburg, che si impossessò di tutti i suoi
beni. Queste sono solo alcune delle centinaia di migliaia di donne che furono barbaramente
assassinate in tutta l'Europa e in tutta la Russia. Ma noi ricordiamo i loro nomi e in questo modo
ricordiamo anche tutte le altre." La voce tranquilla di Nonna aveva un potere quasi ipnotico. Dopo
aver abbracciato Maia per rassicurarla, ripose il libro sullo scaffale.
Restammo in silenzio per cercare di superare la vastità di quell'orrore. Tutte noi avevamo già
sentito l'espressione "caccia alle streghe", ma non mi ero mai resa conto di quanto fosse stata
sanguinosa ed estesa. Nè che le donne fossero state le vittime principali.
"Venite", disse dolcemente Nonna a tutte noi che ci eravamo radunate, "incominciamo. Vedrete
con i vostri occhi che cos'è veramente la stregoneria." Tenne aperta la porta del tempio e io non
avevo più dubbi sull'opportunità di varcare o meno quella soglia. Nonna raggiunse il centro della
stanza, si fermò davanti a un tavolino coperto da un panno di seta color corallo, e suonò una piccola
campana. Quel tintinnio riecheggio nella stanza mescolandosi con le risate, e io ebbi una sorta di
deja vu. Poi ricordai: avevo sentito campane che suonavano e donne che ridevano quando mi ero
addormentata sul divano di Sophia, alcune settimane prima. Il silenzio calò nella stanza e le donne
si radunarono in un grande cerchio. Fui attraversata da un brivido di eccitazione quando mi unii a

loro, in piedi vicino a Sophia. Sul tavolo c'erano dei gigli rossi dal profumo inebriante, una cesta
piena di arance, una grande coppa d'argento e una statuetta della dea Iside. Mi sentii confortata da
quella bellezza che creava un netto contrasto con le immagini orribili di poco prima, ed ero felice di
stringere la mano di Sophia nella mia. La sua presenza mi aiutava a sentirmi a mio agio in quella
situazione così insolita per me.
"Benvenute nel nostro cerchio." Nonna era calma e raggiante mentre si voltava lentamente per
guardarci negli occhi una a una. Accanto a lei c'erano Maia e Bellona e fui colpita da quanto
ciascuna di loro fosse unica, pur completandosi l’una con l'altra. Nonna sembrava così dolce e
sicura di se, Maia così materna e Bellona una vergine guerriera. "Ci riuniamo oggi per ricordare le
antiche vie della sacra Madre Terra. Ci riuniamo per ringraziarla delle sue benedizioni, poiché senza
di esse non potremmo vivere. Lei è la madre di tutte noi. È colei che ci nutre e ci sostiene. È l'anima
della natura che dà vita a tutte le cose. Veniamo a onorare la Grande Dea di tutte le benedizioni."
Prese la coppa dal tavolo. Sollevandola al di sopra della testa, pronuncio le ultime parole della
preghiera: "Ci riuniamo per ringraziare e per ricordare le antiche vie, poiché siamo le figlie segrete
della Dea".
Bevve dalla bellissima coppa, poi la passò a Bellona che se la portò alle labbra. Lentamente, la
coppa passò di mano in mano. Alcune bevvero in silenzio, altre parlarono.
"Prego per mia madre che è ammalata."
"Prego per la Madre Terra che è ammalata. Che possiamo aiutarla a guarire."
"Chiedo alla Grande Dea di aiutarmi a rimanere incinta. Benedicimi con i tuoi doni di fertilità,
condividi con me il tuo più grande dono, i1 potere di dare la vita."
"Per questa richiesta, devi rivolgere una preghiera anche al Dio", aggiunse Maia e molte donne
scoppiarono a ridere. Ero sorpresa del loro atteggiamento sereno durante quel cerimoniale solenne.
Ma, invece di distrarci da ciò che stavamo facendo, aggiunse calore e intimità. Guardando i loro
volti sorridenti, mi sentivo sempre più a mio agio.
La loro poesia e la loro sensibilità erano commoventi e io rimasi colpita dall'onestà e
dall'importanza delle frasi che stavo ascoltando, tuttavia man mano che la coppa mi si avvicinava
ero sempre più preoccupata. Che cosa conteneva? Sophia me la passò, e io sentì il mio cuore
accelerare i battiti. Abbassai lo sguardo sul liquido porpora e davanti a me fluttuarono immagini di
pipistrelli, di code di serpente, di sangue e... avevo visto muoversi qualcosa? Non essere ridicola, mi
dissi. Bevi o lascia perdere. Guardai Sophia che mi stava sorridendo.
"Sono grata per l'amicizia e per la fiducia." Sollevai la coppa e mi ritrovai a bere il più delizioso
succo d'uva che avessi mai assaggiato, e un altro stereotipo si dissolse. Ci volle tempo prima che la
coppa tornasse nelle mani di Nonna, dato che tutte le partecipanti bevvero e ringraziarono. Ma io
non mi sentivo né annoiata né impaziente, concentrata com'ero sulle parole di ciascuna di loro.
Nonna pose la coppa sul tavolino e osservò con calma i nostri volti radiosi. "Guardate le sorelle
attorno a voi. Siamo molte e ogni giorno che passa i1 nostro numero cresce. Alcune di noi sono
troppo giovani per avere figli, altre sono troppo vecchie, mentre molte sono madri. Siamo bianche,
nere, ispaniche, native americane, orientali"
Mentre lei parlava, osservai il nostro cerchio. Eravamo diverse l’una dall'altra proprio come lei ci
stava descrivendo.
"Siamo eterosessuali e siamo gay. Siamo sposate, single, vedove. Siamo studentesse e insegnanti.
Siamo donne sagge e siamo streghe. E anche se non sono con noi oggi, ci sono i nostri uomini, i
nostri fratelli, i nostri mariti, i nostri figli e i nostri amanti,che percorrono con noi questo sentiero.
Siamo le figlie segrete della Dea. Ora il nostro cerchio è aperto ma non è mai spezzato. Grazie a
tutte voi per essere venute. Restate con noi e imparate a conoscervi."
Le donne si voltarono a guardarsi e si abbracciarono ridendo. Era stato semplice e commovente, e
quando guardai l'orologio fui sorpresa nel notare che la cerimonia era durata più a lungo di quanto

avessi pensato. Nonna e io ci abbracciammo, poi lei mi parlò e le sue parole risuonarono strane
come l'avventura che avevo intrapreso.
"Ti stavo aspettando da molto tempo... Tutte ti stavamo aspettando. È bello averti finalmente tra
noi."
"Cosa vuoi dire?" domandai allontanandomi da lei, ma Sophia mi stava già avvolgendo in un
abbraccio e Nonna scomparve tra le altre donne.
Allora, che cosa ne pensi? Interessante, vero?" Sophia si stava già infilando la giacca.
"Avevi ragione, è del tutto diverso da come me l'ero immaginato. In effetti, è stato fantastico. Te
ne vai già?"
"Si, mi spiace correre via cosa ma non posso proprio restare. Devo incontrarmi con la band. Tu
rimani pure."
Tornai al tempio e scoprii che un nutrito gruppo di donne si era già radunato attorno a Nonna che
mi sorrise e con un cenno mi indicò la sedia vuota accanto a lei. Continuo a parlare: "C'e una storia
segreta che poche persone conoscono una storia che racchiude molte verità intrecciate - sulle donne,
sulla terra, sull'anima perduta della civiltà occidentale. La Vecchia Religione è molto antica, molto
più antica delle tre grandi religioni patriarcali occidentali: il giudaismo, il cristianesimo e l'islam. È
una spiritualità ancestrale basata sulla terra, una religiose che concepisce il divino sia come
femminile sia come maschile. Per i nostri antenati, la Dea era importante, spesso molto più
importante del Dio. La Vecchia Religione e lo sciamanesimo dell'antica Europa e dell'antico Medio
Oriente. È molto simile al taoismo e alle pratiche spirituali dei native americani e di altri popoli
aborigeni".
"Allora perché la gente pensa sempre che stregoneria sia un sinonimo di satanismo?" domando
una giovane donna dai capelli corvini e dal forte accento del sud. "A dire la verità, ero molto
riluttante a venire proprio per questa ragione."
Fui sollevata nello scoprire che non ero la sola che aveva dovuto confrontarsi con quel luogo
comune.
"È normale che avessi paura. Tutti veniamo cresciuti con queste orribili immagini di adoratori del
demonio", spiego Nonna. "La gente pensa che Wicca sia o stupida o strana. Non conoscono la vera
storia della loro stessa cultura. La Chiesa ha demonizzato le donne per nascondere i propri crimini.
Le cacce alle streghe continuarono per centinaia di anni e causarono danni terribili alla condizione
femminile... Furono approvate leggi che impedivano loro di ereditare e di possedere proprietà, di
ricevere un'educazione, di divorziare, di abortire. Stiamo tuttora combattendo le restrizioni e gli
stereotipi negativi nati durante la caccia alle streghe. È questa la ragione per cui la verità è così
importante, perché ci libera dalle menzogne e dal terrore."
"Come ha potuto sopravvivere il culto della Dea?" domandai.
"Coloro che adoravano la Grande Dea dovevano nascondersi se non volevano essere uccisi. E le
tradizioni furono tramandate in segreto all’interno delle famiglie o degli ordini magici", rispose
Nonna.
"È per questo che hai detto che siamo le figlie segrete della Dea? dissi.
"Esattamente. Vedi, con il fallimento delle crociate, la Chiesa e i nobili che avevano sostenuto
quelle guerre si ritrovarono afflitti da seri problemi finanziari e politici. II loro potere veniva
contrastato e attaccato in tutta Europa. Le cosiddette eresie del dodicesimo e tredicesimo secolo e le
ribellioni dei servi e dei contadini, che continuarono per tutto il quattordicesimo secolo e oltre,
misero in serio pericolo il loro potere. Perdipiù, durante le crociate, le donne avevano accumulato
potere e ricchezze, dal momento che erano state lasciate a occuparsi di tutto, dalle vaste proprietà
alle piccole imprese, mentre gli uomini erano in guerra."
"Un altro dei motivi della persecuzione fu lo sviluppo della professione medica", spiego Maia,
unendosi a noi. "Solo agli uomini era permesso ricevere un'educazione e solo gli uomini potevano

diventare dottori. Usurparono il ruolo delle guaritrici e delle levatrici dei villaggi, e dissero che le
loro pratiche erano illegali. Spazzarono via la concorrenza con la forza.
"Incredibile", esclamò una giovane donna dai lunghi capelli castani, che indossava una T-shirt
viola. A una sottile catena che portava al collo, era appesa un'ascia a due lame che, scoprii in
seguito, era un labrys, uno dei simboli della Dea.
"So che sembra incredibile", intervenne Bellona, in piedi con un braccio attorno alla vita di Maia.
"Ma è la verità. Fu un periodo di terribile repressione, e la misoginia della cultura dominante aveva
profonde radici teologiche."
"Ho sentito dire che furono uccisi più di nove milioni di persone", disse la donna con il labrys.
" È difficile determinare il numero preciso, ma molto probabilmente le vittime furono tra le cento e
le duecentomila. Tuttavia, in rapporto alla popolazione europea del tempo, quelle centinaia di
migliaia di persone equivalgono oggigiorno a nove milioni", rispose Bellona. "E tutto a causa della
paura, dell'odio e dell'ignoranza."
Maia scosse la testa. "E dell'avidità. Tra l'altro, la Chiesa fu responsabile della peste... furono loro
a uccidere tutti i gatti."
"Uccidere tutti i gatti?" esclamai. "E per quale ragione:?"
"Perchè erano amici delle streghe. E senza i gatti, i topi ballarono, eccome." Bellona prese tra le
braccia Abramelin, un bellissimo gatto rosso dagli occhi verdi che si mise subito a fare le fusa.
"Inoltre, bruciarono tutti i tamburi. Venne proibita ogni genere di musica che non fosse
ecclesiastica."
"Quasi il novanta per cento delle vittime della caccia alle streghe furono donne", aggiunse Nonna.
"In certi casi, persino il novantacinque per cento. Interi villaggi furono spazzati via. L'Europa
venne devastata da una terribile follia omicida. Ma non furono solo la Chiesa e i dottori i
responsabili. I nobili e i potenti ne approfittarono per consolidare il loro potere e costrinsero i
contadini ad abbandonare le campagne per trasferirsi nelle città."
Avevo studiato quegli editti a scuola e sapevo che avevano causato povertà e miseria a coloro che
erano stati allontanati dalle loro terre e allo stesso tempo avevano reso l'aristocrazia
straordinariamente ricca. Ricordavo le canzoni folk di Woody Guthrie, le storie che mi aveva
raccontato mio padre sulle battaglie che aveva combattuto per creare un sindacato, e su come i
poveri di questo paese erano stati costretti ad abbandonare le loro terre durante gli anni della grande
depressione. Dopotutto, conoscevo già quello che venivano dicendo le altre.
"Fu un lunghissimo periodo di feroci persecuzioni. Le Chiese e i loro alleati politici si
impadronirono dei beni delle loro vittime e si arricchirono enormemente. Così furono in grado di
rafforzare il loro potere. Naturalmente, le varie forme di cristianesimo si rivoltarono l'una contro
l'altra. La loro è una storia insanguinata. Mentre ancora oggi le streghe sono ingiustamente bollate
come sataniste. Ma non qui... qui la verità vive." Nonna sorrise e il sole tornò a splendere sul
mondo oscuro che avevamo appena ricordato.
"Spero che tornerai settimana ventura", mi disse Maia mentre raccoglievo le mie cose per
andarmene.
"Grazie per l'invito. Ci sarò senz'altro", risposi, mentre lei veniva sommersa da un gruppo di
donne ansiose di parlarle.
Mi fermai all'ingresso del tempio, e ascoltai le risate che riempivano la stanza. Avevo compiuto
un lungo viaggio quel pomeriggio - dalla paura all'amicizia, dall'ignoranza alla comprensione. E
sapevo che senza quel primo cambiamento interiore non ci sarebbe stata alcuna magia.
Avvertii qualcuno alle mie spalle. Mi girai e vidi Nonna. "Prendi questo. Ti aiuterà a trovare un
lavoro." Mi diede un minuscolo fagotto di panno verde. Strinsi le dita attorno al minuscolo oggetto
e sentii che conteneva qualcosa di piccolo e duro, forse una pietra lavorata o intagliata, circondata
da qualcosa di morbido e friabile.

La sua fragranza era ricca e dolce, simile al profumo della terra dopo una pioggia primaverile.
"Tienilo a contatto con la pelle, mettilo sotto il cuscino la notte e non separartene mai. Il lavoro
arriverà con la luna piena. A quel punto, apri il sacchetto e spargine il contenuto sulla terra,
ringraziandola.
"Grazie", sussurrai, sentendomi stranamente in soggezione per il potere che bruciava sul palmo
della mia mano. All'improvviso, ne fui certa: avrei trovato lavoro, e presto. Lo sapevo. Che fosse
magia o fortuna o testardaggine non m'importava. Le mie dita si richiusero attorno al piccolo
amuleto. Volevo credere nella magia... chi non lo avrebbe voluto? Che esistesse o meno, non
avrebbe certo potuto farmi male, mi dissi. Con estrema cura, mi misi in tasca il sacchettino, quindi
uscii nella notte rischiarata dalla luna.
12,12, pensai tra me e me, mentre il taxi si fermava davanti al Russian Tea Room. Controllai
l’ora. Spaccavo il secondo. Mi sottoponevo a piccoli giochi, esercizi per tenere in forma i muscoli
psichici, e uno di questi era indovinare l'ora prima di guardare l'orologio
Un altro era pensare a una canzone, e poi accendere la radio sperando di trovarla, cosa che mi
capitava quasi sempre.
Sincronicità. Era stato Jung a coniare quel termine, ma io avevo cominciato a comprenderne il
significato solo di recente: una coincidenza che è più di una semplice coincidenza perché è piena di
significato. Le sincronicità sono prove che l'universo ci fornisce e possono guidarci fino al
significato delle nostre vite. Sono magia. E, considerando la tensione per l'incontro che mi
aspettava, la magia era esattamente ciò di cui avevo bisogno.
Un usciere dalla divisa rossa mi aprì la porta e io entrai nel ristorante che era il luogo di ritrovo
preferito della gente dello spettacolo. Ero lì per incontrare John Hadus, uno dei più famosi avvocati
del mondo dello spettacolo di New York e mio ex amante. Al telefono mi aveva detto che si trattava
di affari e non aveva voluto aggiungere altro. Io ero convinta che avesse a che fare con un contratto
discografico a cui avevamo lavorato insieme. Da quando avevo cominciato a gestire la band, avevo
trovato diversi clienti musicisti i cui affari mi stavano tenendo finanziariamente a galla, ed era stato
così che io e John ci eravamo conosciuti. I pranzi di lavoro erano diventati cene di lavoro. A bordo
di una lunga limousine nera mi aveva fatto conoscere un mondo di piaceri opulenti: ristoranti a
quattro stelle, balli di beneficenza, inaugurazioni di gallerie d'arte. Ero affascinata da lui, dalla sua
sicurezza e dal suo successo, dal suo corteggiamento elegante e determinato. Era un uomo abituato
a ottenere ciò che voleva, e per un certo periodo lo avevo desiderato. O almeno così avevo creduto.
Ma poi era finita. Non per i litigi, dato che la passione può giustificare la rabbia. Era stato per le
oscure meschinità del suo carattere, che avevo scoperto all'improvviso, come la sera in cui mi aveva
afferrato con violenza un polso mentre lasciavamo una festa. Avvertendo un lato pericoloso in lui,
avevo messo la parola fine alla nostra relazione. Erano passati alcuni mesi e, in cerca di un contratto
discografico per un nuovo cliente, le nostre strade si erano di nuovo incrociate. Avevamo stabilito
un cauto equilibrio di cortesia e distanza, e io mi ero sentita sollevata dal fatto che John aveva
assunto un atteggiamento di indifferenza formale. No, pensai, lui non avrebbe mai rischiato il suo
orgoglio cercando di convincermi a riprendere la nostra relazione. Probabilmente voleva soltanto
una fetta del futuro promettente dei miei clienti. Anche se l'industria discografica stava vivendo una
crisi post disco-music, il loro singolo stava scalando le classifiche. La loro carriera stava
decollando così come la mia. Seguii il maitre attraverso la sala da pranzo decorata con addobbi
natalizi, e notai Woody Allen al suo solito tavolo, Warren Beatty in compagnia della sua ultima
conquista, Tom Wolfe con un completo bianco e un numero incalcolabile di avvocati. Arrivai al
tavolo di Hadus. Lui si alzò per salutarmi, mi prese la mano e mi attirò a sé. Per un attimo rischiai di
perdere l'equilibrio mentre mi baciava sulla guancia. Mi rimproverai mentalmente per non aver
anticipato la sua mossa.
John andava per i cinquanta, era alto e snello, aveva radi capelli neri e occhi scuri intelligenti.

Come sempre, il suo completo, la sua cravatta, le sue scarpe e le sue unghie perfettamente curate
erano eleganti e impeccabili.
"Sono felice che sia riuscita a venire", mi rivolse un sorriso accattivante.
"Allora, a che genere di affari dobbiamo questo pranzo?"
"Be’, volevo farti le mie congratulazioni, la tua canzone è in classifica e dobbiamo festeggiare."
"Ti ringrazio, ma non era necessario", mi voltai verso il cameriere. "Prenderò del beluga, un
bicchiere di Cristal e del salmone. Grazie." Resi il menu senza guardarlo.
"Per me, invece, pollo alla piastra, ma chieda al cuoco di togliere tutto il grasso. E mi porti un
altro Stoli con ghiaccio."
"Allora, cosa c'e?" domandai, notando con disagio la strana mescolanza di insofferenza e
ammirazione che un tempo mi aveva attratta.
Lui sollevò il bicchiere. "Diretta come sempre. Mi piace. Farai molta strana in questo campo. E
se vorrai farla con me, sarei molto felice di brindare alla mia nuova associata. Sempre che tu
voglia."
Passando, un cameriere sfiorò la mia sedia e mi fece cadere la borsa. Vidi che i1 piccolo amuleto
di Nonna era scivolato fuori. Possibile? Lo raccolsi velocemente.
"Che cos'e successo al tuo vecchio associato? Ha trovato qualcosa di meglio?"
"Non c'e niente di meglio. Non esiste uno studio legale migliore che si occupi di musica, qui a
New York. Lo sanno tutti. Sua moglie ha trovato un lavoro a Chicago e lui, da vero maschio
liberato, ha deciso di rinunciare all'impiego per seguirla. Che stronzo! Ma forse avrà da
guadagnarci. Puoi anche tenere i tuoi clienti. Riusciremo senz'altro a metterci d'accordo."
La sua era un'offerta molto allettante. In effetti, era la realizzazione di un sogno. Da quando era
iniziata la crisi del mondo della musica, trovare lavoro era diventato sempre più difficile. Quello era
un regalo prezioso e lo avevo ottenuto praticamente senza muovere un dito. Ma era anche un
territorio molto pericoloso.
"Sono lusingata e molto interessata. Chi non lo sarebbe? Però so che ci sono schiere di avvocati là
fuori con molta più esperienza di me in questo settore, quindi... ti prego, sii onesto." Mi sentivo a
disagio per aver risollevato l'argomento del nostro passato ma sapevo che non avrei potuto lavorare
per lui se il suo vero obiettivo era solo quello di tornare insieme a me. Guardandomi attorno e
vedendo tutta quella gente di successo, d'improvviso mi accorsi che volevo quell'impiego con tutta
me stessa. "Se le tue intenzioni sono altre me ne accorgerò nel giro di dieci minuti e me ne andrò
immediatamente. Voglio che sia ben chiaro: è solo un rapporto di lavoro."
Hadus ne fu compiaciuto. Gli avevo detto ciò che voleva sentire: che ero interessata. "Solo
lavoro. Al cento per cento. Nessun secondo fine." Mi lanciò un'occhiata maliziosa e io sollevai le
sopracciglia. "Ehi, stavo solo scherzando. In nome dei vecchi tempi." Mi sorrise dolcemente.
Troppo dolcemente, pensai con una punta di preoccupazione, sorseggiando lo champagne.
"So come lavoriamo insieme: il contratto Turner è andato molto bene. Sei intelligente, non ti
lasci intimidire e hai fiuto per gli affari. Hai la mia parola: nessun secondo fine." Scoppiò a ridere e,
con una punta di condiscendenza, sfoderò il suo argomento migliore. "Una volta che avrai
conosciuto la mia nuova fidanzata, vedrai che non hai niente di cui preoccuparti."
Parlammo di affari, di clienti e del mio desiderio di continuare a impegnarmi per i diritti dei
lavoratori. Per tutto il pranzo, star dello spettacolo e cantanti rock passarono al nostro tavolo per
salutarci. Mi sentivo come se Hadus mi avesse fatto dono delle chiavi del regno.
"Ci vediamo lunedì." Dalla tasca interna della giacca, prese un elegante portabiglietti da visita
d'argento. "Ecco qualcuno dei miei biglietti, usali finche non saranno pronti i tuoi."
Sfiorai con la punta delle dita le lettere in rilievo sul cartoncino. Sembrava quasi un talismano di
potere. Li riposi con cura nella mia borsa, accanto all'amuleto verde di Nonna.
Nel tempo che avevo impiegato a bere un sorso di champagne, le mie preoccupazioni lavorative

erano completamente svanite. Era come se qualcuno mi avesse letto nel pensiero e avesse usato una
bacchetta magica. Doveva trattarsi di magia... in un istante ero passata dalla lotta per la
sopravvivenza a un lavoro per uno degli studi legali più. importanti del mondo dello spettacolo.
Quando uscii sulla Cinquantasettesima, rimasi accecata dalla luce, e non vidi l'uomo contro cui
andai a sbattere.
"Mi scusi."
"Non si preoccupi, bella signora. Può aiutarmi?"
Misi un biglietto da cinque dollari nel bicchiere di carta del mendicante e, avvolta dalla
sensazione di aver condiviso un po' della mia buona sorte con qualcun'altro, fluttuai da Bendel's con
la testa piena di dorati sogni di successo. Ero quasi arrivata al paradiso degli acquisti, quando mi
ricordai che Nonna mi aveva detto di gettare 1'amuleto una volta che avesse sortito il suo effetto.
Possibile che fosse tutto merito della magia?, mi chiesi.
Svoltai a destra sulla Quinta Avenue e mi diressi a Central Park. Il terreno era gelato e scivoloso.
Gli alberi erano spogli, il paesaggio grigio e senza vita. Facendo attenzione a dove mettevo i piedi,
mi fermai sulla sponda rocciosa del laghetto. Aprii il piccolo sacchetto di panno verde e ne sparsi il
contenuto al vento. Una piccola pietra scintillante cadde nell'acqua mentre una polvere impalpabile
si disperse nell'aria. A bassa voce, in modo che nessuno degli innamorati, delle madri che
spingevano passeggini o degli anziani che sedevano sulle panchine mi potesse sentire, mormorai:
"Non so chi dovrei ringraziare ma chiunque tu sia, grazie".
Domenica ci sarebbe stata una nuova riunione e io non vedevo l’ora di raccontare a Nonna del
nuovo lavoro. L'entusiasmo mi aveva fatto dimenticare le sue parole di avvertimento riguardo il
mio futuro. Anche se la parte più scettica di me continuava a dubitare, trovavo eccitante l'idea di
una magia capace di influenzare la buona sorte. Una parte di me negava l'effetto dell'amuleto di
Nonna, ma un'altra era affascinata dalla possibilità che quella donna avesse in qualche modo
risvegliato un potere benevolo. La luna piena scintillava sopra un grattacielo, mentre uscivo dalla
metropolitana e mi dirigevo alla riunione. In passato, non avevo mai prestato molta attenzione alla
luna - a volte l'avevo notata quando era ridotta a un'affascinante falce d'argento o quando,
particolarmente grande e dorata, si alzava sopra la città. Ma quella sera mi resi conto che era piena e
la profezia di Nonna mi ritornò alla mente.
"Ho una notizia favolosa!" Presi da parte Sophia che aveva accettato di venire a qualche altra
riunione insieme a me. "Comincio a lavorare domani per lo studio legale Rosen, Meiser, Dutton e
Hadus. Forse dovrò andarmene prima stasera... ho un sacco di cose da fare."
"Fantastico." Sophia lavorava per una casa discografica e sapeva quarto fosse difficile trovare un
impiego in quel settore.
C'erano molte meno donne quella settimana. Sophia mi aveva detto che alcune non erano state
invitate alla nuova riunione e mi accorsi che c'era stata una vera e propria selezione.
Mentre Sophia aiutava Maia e Bellona con i preparativi, andai al tavolino che si trovava al centro
della stanza. Era coperto da un morbido panno di velluto verde e da una serie di piccole statue
femminili. Ne riconobbi alcune di cui avevo letto nei miei libri. Una donna bellissima, con la pelle
scura e radiosa come la terra in primavera mi raggiunse e si fermò accanto a me. Era sulla
quarantina e sentii nella sua voce un leggero accento dell'India occidentale. Indico una piccola
statua che raffigurava una donna formosa dal ventre e dai seni rotondi e abbondanti.
" È la Venere di Willendorf. Venne trovata in Germania. Risale al tardo Paleolitico. Statue simili
sono state trovate in tutto il mondo. È una signora prosperosa, proprio come me. Mi fa piacere
vedere una bellezza e un potere femminili con cui mi posso identificare. Non che mi dispiacerebbe
perdere qualche chilo. Ma è così faticoso!" Sospirò, poi il suo volto si rischiaro con la stessa
rapidità con cui si era incupito. "Lei invece assomiglia di più a te." Con cura, mi porse una statua
alta e sottile. "Proviene dalle Cicladi, nel Mediterraneo. È molto antica. E quella meravigliosa

creatura dalla testa di leone e Sekhmet, la dea egizia della distruzione e della rinascita. È la sorella
di Maat, la dea della giustizia; e l'aiuta divorando i bugiardi."
"Ne conosco alcuni che le offrirei volentieri."
"Anch'io", disse e scoppiammo a ridere. "Sono Jeanette. Io e Maia abbiamo un'amica in comune,
una mambo. Ha pensato che mi sarebbe piaciuto partecipare a questi incontri."
"Una mambo?"
"Una sacerdotessa vudu. Una donna molto saggia. E molto generosa. E tu come mai sei qui?"
"La mia amica Sophia mi ha presentato Maia e cosi sono stata invitata. Chi è quella?" domandai,
indicando una statua meravigliosamente lavorata che raffigurava una donna orientale. Le sue vesti
fluenti davano una sensazione di grazia e di movimento. Teneva una sfera tra le mani.
" È Kuan Yin, l'antica dea cinese della compassione."
"Questa dea, mi sembra di conoscerla." Afferrai una pesante statua di ottone, che proveniva
sicuramente dall'India. Aveva i seni abbondanti, gli occhi a mandorla, i fianchi rotondi e magnifici
gioielli. "Somiglia a Shakti, la sposa del dio Shiva. Si chiama anche Parvati, la forza creativa
dell'universo, il potere del desiderio che si manifesta nella bellezza del mondo."
Jeanette sembrò sorpresa.
"Facevo yoga", le spiegai. Fui felice nel notare anche una piccola statua verde della dea Iside. "E
quella chi e?" domandai, indicandone un'altra bellissima.
" È la dea giapponese del sole, Amaterasu. Gli imperatori dicevano di essere i suoi discendenti. E
questa è una dea celtica, Brigid, da cui ha origine il nome Britannia; è la musa dei poeti. Questa,
intagliata nell'ebano, è la dea yoruba Yemanja, la madre dell'oceano, dispensatrice di ricchezze. Ha
origini africane, ma è adorata in tutto il Brasile, a New Orleans, e nelle tradizioni della Santeria e
del Vudu viene chiamata Yemaya. Allora, dimmi, da quanto tempo adori la Dea?" mi domandò.
"Io non adoro la Dea", risposi sinceramente. "Non posso dire di essere religiosa. È la storia che
trovo affascinante, da un punto di vista femminile. Voglio dire, non credo nemmeno in Dio, così per
me è difficile immaginarmi una Dea."
"Ah" sospirò lei. "Be’, vedi, non devi credere nella Dea finchè non l'avrai incontrata." Mi sorrise
e io spostai lo sguardo sulle statue. Era una splendida collezione di una parte dimenticata della
storia del mondo.
"E come puoi incontrare la Dea?" domandai.
Sarebbe stata Maia a rispondere alla mia domanda. Ci salutò, ferma al centro della stanza insieme
a Bellona e a Nonna. "Per favore, formate un cerchio prendendovi per mano."
Cominciò a percorrere il nostro cerchio, fermandosi quattro volte e parlando di leoni e di uccelli,
di delfini e di orsi, di aria e di fuoco, di acqua e di terra. Mi sembrava soltanto una dolce litania e
non capivo cosa stesse dicendo. Ogni volta che si fermava, le donne si voltavano a guardare nella
sua stessa direzione. Alcune alzavano le mani e altre agitavano le braccia nell'aria, facendo strani
gesti.
Mi sentivo stupida, e la parte più razionale di me stava cominciando a ribellarsi. Mi domandai,
guardando quelle donne, che cosa ci facesse in un posso simile un avvocato intelligente e destinato
al successo come me, che aveva appena pranzato al Russian Tea Room. Ero passata da una
discussione storica, un argomento che m'interessava, a un rituale che era in netto contrasto con tutte
le mie convinzioni sulla superstizione religiosa. Maia tornò al centro del cerchio e disse: "Iside,
Astarte, Diana, Ecate, Demetra, Kali, Inanna, Dea dai mille nomi".
Nel sentire il nome di Iside, fui invasa da un'insolita ondata di emozione che dissipò il mio
disagio e quella maschera di distacco intellettuale che avevo portato fino ad allora. Quel fiume di
nomi misteriosi mi travolse e mi allontanò dalle rive della mia resistenza condizionata, per
condurmi a un'isola popolata di donne magiche Era come se avessi già sognato quel momento.
"Grande Dea, che sei una e da cui nasce ogni cosa. Vergine, Madre e Anziana. Amara luna che ogni

mese cambia nel suo viaggio misterioso. Madre Terra senza la quale non saremmo niente", proseguì
Maia.
Forse fu il linguaggio della poesia a toccarmi in modi che sfuggivano alla logica e ai preconcetti,
agli editti e ai comandamenti. Forse fu 1'effetto delle settimane passate a scavare negli antichi reami
della Dea o forse fu l'impatto di sottili rivelazioni, ma all'improvviso sentii un linguaggio di
emozioni che mi restituiva a me stessa, un regno sconosciuto quanto eccitante e segreto.
Maia ci chiese di sederci. Accese una candela verde, si sedette a sua volta e chiuse gli occhi. Era
completamente assorta e sembrava indifferente ai molti sguardi puntati su di lei. All'improvviso,
alzò la coppa d'argento che scintillò riflettendo la luce delle candele. "Grande Madre, che la verità
possa rinascere con le tue figlie e che la terra possa essere adorata quale tua sacra forma, ancora una
volta." E allora, con voce tremante eppure meravigliosa, comincio a cantare:

Veniamo tutte dalla Dea
E a Lei ritorneremo
Come una goccia di pioggia
Che cade nell'oceano.
Alcune delle donne conoscevano già quella melodia ammaliante e si unirono al suo canto.
Esitante, imbarazzata per il suono della mia voce, anch'io cominciai a cantare. Quando la melodia
riempi la stanza, mi sentii più sicura e mi rilassai. Quel coro mi avvolgeva, mi coinvolgeva e mi
incantava. La coppa cominciò a passare di mano in mano e, quando arrivo il mio turno, mi sorpresi
a pronunciare parole che provenivano da un luogo che non era la mia mente razionale.
"Affinché possiamo scoprire la Dea che vive in ciascuna di noi."
Quando la coppa tornò all'altare, Maia ci fece alzare in piedi.
Fece di nuovo il giro del cerchio, fermandosi nelle quattro direzioni. "Grazie agli spiriti dell'aria,
del fuoco, dell'acqua e della terra. Grazie alla Grande Dea, madre di tutte le benedizioni, e grazie
alle sue figlie per essere tornate alle sue antiche vie."
Il cerchio si sciolse e tutte le partecipanti cominciarono a chiacchierare e a scherzare. Io rimasi
immobile, incapace o forse riluttante ad abbandonare la gioia che mi aveva colmato l'anima.
Fu allora che Nonna si fermò accanto a me e mi avvolse in un affettuoso abbraccio,
sussurrandomi parole dolci e rassicuranti. "II mondo è pieno di bellezza, ma la bellezza più grande è
quella che proviene dal tuo cuore. Non aver timore di mostrarla agli altri."
Un fiume di sentimenti si era improvvisamente liberato dentro di me, sentimenti con cui avevo
convissuto fin dalla mia nascita, sentimenti intrappolati in una diga fatta di restrizioni sociali e
culturali e di eoni di storia. Piansi. Non a lungo, ma abbastanza per sentire che il deserto della mia
vita stava per essere benedetto da fertili acque simili a quelle del Nilo rischiarate da Sirio. E
all'improvviso, ora che quella stella rischiarava il mio orizzonte, mi resi conto di quanto fecondo
sarebbe diventato il suolo, rigoglioso di alberi di mirra e di fico profumati.
Quelle streghe, quelle donne, facevano parte di un'antica casta di sacerdotesse e custodi delle
Antiche Vie. Sophia le chiamava sciamane, visionarie che conoscevano il mondo dello spirito, che
mantenevano vive le tradizioni della sacra terra e della Grande Dea. Fin dagli albori della storia
dell'umanità, le sacerdotesse avevano ricoperto il ruolo vitale, anche se a lungo nascosto, di guide
spirituali. Quelle erano donne sagge, erano streghe e volevano insegnarmi 1'antica saggezza della
Dea. Mentre tornavo a casa, percorrendo le strade illuminate dalla luna, mi sentivo stranamente

eccitata per il segreto che portavo dentro di me. Tuttavia, non sapevo cosa pensare dello strano
mondo sotterraneo in cui mi apprestavo a entrare. Non mi ero ancora spinta abbastanza lontano
lungo quel sentiero per capire che il mio successo professionale segnava la discesa in un mondo
sotterraneo allettante ma sostanzialmente arido. Né sapevo che il confronto con gli antichi luoghi
oscuri della nostra cultura era solo 1'inizio del mio viaggio verso la vera illuminazione.
Ma non avevo ancora rinunciato ai miei occhi per arrivare a vedere.

3
P
UNA CONGREGA DI STREGHE
Scorrete di nuovo verso le vostre sorgenti,
o sacri fiumi,
e lasciate che il più grande ordine del mondo
venga invertito.
Ora la storia muterà la mia condizione,
ora le donne otterranno ciò che è loro dovuto.
Non avranno più cattiva fama.
EURIPIDE, Medea

Secondo me l'unica idea sensata è che Dio

sia una donna.
LETTERA DI JIM MORRISON ALLA MOGLIE,
PATRICIA KENNEALY MORRISON, FEBBRAIO 1971

on è un sogno, sono davvero qui, pensai, entrando negli uffici dello studio legale Rosen,
Meiser, Dutton e Hadus. L’entusiasmo era ancora quello del primo giorno, anche se
erano passati già due mesi da quando mi ero unita allo staff.
Nel momento in cui avevo spinto la pesante porta di mogano avevo capito di essere entrata in un
mondo a parte, e il tempo e le stagioni, le preoccupazioni e le incertezze erano scomparse in quel
regno elegante. I colori dominanti di quel mondo - nero, bianco, e varie sfumature di grigio scintillavano dalle superfici lucide e specchiate.
Da quando la magia mi aveva fatta entrare in quel mondo di privilegi, mi sentivo come sotto un
incantesimo. Mentre camminavo lungo i corridoi dalle pareti costellate di dischi d'oro, mi sentivo
sicura, cosi come gli artisti che entravano lì, che anche se il mondo esterno era pieno di povertà e
miseria, tra quelle mura di potere non c'era altro che radiosa prosperità. Lì, abitavano i padroni di un
particolare olimpo che, se avevi talento o se avevi i contatti giusti e il denaro, avrebbero potuto

N

aiutarti nella tua scalata verso fama e ricchezza.
Da un favoloso stereo proveniva la musica di un famoso gruppo inglese rappresentato da Hadus.
Il pensiero di incontrarli, una delle mie fantasie rock and roll, mi attraversò la mente. Ogni giorno,
dal mio ufficio piccolo ma elegante, potevo assistere a una vera e propria parata di stelle che si
dirigevano verso gli studi dei soci per firmare contratti, discutere o anche solo per salutare. Era
inebriante e non vedevo l’ora di essere ammessa nel sancta sanctorum dello studio.
"Buongiorno", mi salutò Madeline, la receptionist. "Come va?"
Era una donna sulla quarantina, una hippy in abiti eleganti, che aveva conosciuto i grandi di
quell'era effimera. La sua presenza era un omaggio a quel periodo in cui lo studio si era affermato
definitivamente.
"Benissimo. È adorabile la tua sciarpa." Madeline indossava sempre delle sciarpe straordinarie.
"Grazie, è un regalo della moglie di Jim Morrison. Ha un gusto favoloso."
"Pamela? Pensavo fosse morta."
"Oh no, Jim non ha mai sposato Pamela. Intendevo Patricia Kennealy Morrison, la scrittrice, un
critico musicale molto apprezzato. Ha lavorato per noi per qualche tempo. E una strega, sai, una
strega buona."
Feci quasi cadere a terra le borse che stavo portando. Madeline si era voltata per prendere un
grande mazzo di giacinti rossi e io cercai di nascondere lo choc. Lo sa?, mi domandai. Ma com'era
possibile?
"Ho sentito dire che le streghe sono buone, in realtà. Una strega cattiva è una persona che non sa
quello che fa. O perché."
Lei annuì, con un sorrisetto di approvazione sulle labbra.
"Questi sono arrivati per te." Mi porse il mazzo di giacinti e io lessi il piccolo biglietto bianco
nascosto tra i fiori.
"Continua così. John Hadus."
"Un ammiratore?" chiese Madeline.
"Professionalmente parlando, sì", sogghignai. "Oh, mi sono fermata in pasticceria... vuoi una
ciambella?"
"Sei perfida." Madeline afferrò uno dei sacchettini bianchi che stavo portando.
"È stato il diavolo a dirmi di farlo."
"Ecco i tuoi messaggi." Madeline mi porse una pila di foglietti rosa. Da quando avevo cominciato
a lavorare lì, ero stata sommersa da telefonate di vecchi amici del Music Building, di amici di amici
e di perfetti sconosciuti, e tutti immancabilmente erano interessati alla posizione che ora ricoprivo.
Ero sulla corsia di sorpasso del sogno americano e, poiché ero convinta che il successo fosse più
dolce quando veniva condiviso, ero felice di dare una mano. Tenendo in mano quel trofeo floreale,
feci il mio pellegrinaggio mattutino lungo i corridoi del regno della musica. I telefoni squillavano in
continuazione, le dattilografe erano chine sulle tastiere, e dagli uffici dei soci proveniva ogni genere
di musica: dagli stacchetti pubblicitari al punk rock.
"Buongiorno. Ti andrebbe una ciambella?" Misi il dolce sulla scrivania di Sharon, nella speranza
di strapparle un sorriso, con quella che Nonna chiamava "magia simpatica". Era la segretaria di
Hadus ormai da dieci anni. e aveva visto vari associati andare e venire. Tuttavia la sua longevità in
quello studio nascondeva un temperamento capriccioso e volubile, proprio come il mercato
azionario. Stavo incominciando a pensare che avesse preso quel tratto da Hadus.
“Ho finito il contratto McCarthy. Il capo vuole la copia corretta entro oggi” Appoggiai i fiori
sulla sua scrivania e presi della mia valigetta il voluminoso fascicolo.
Sharon sollevò lo sguardo dai fiori e ribatte seccamente: "Non ho tempo. Guarda", indicando con
un gesto impaziente la pila di documenti che torreggiava sulla scrivania.
"Ti sto riferendo le sue parole", le dissi con voce calma ma ferma mentre lei riprendeva a battere

a macchina furiosamente. Non dargliela vinta, pensai, è solo troppo impegnata.
Sharon era in una posizione strategica davanti alla porta di Hadus, anche se condivideva lo spazio
con altre segretarie, archivi e varie apparecchiature. Non c'era da meravigliarsi che quello spazio
venisse chiamato l'acquario, pensai, loro vivono in una boccia di vetro, una boccia di vetro grigio.
Potevo capire gli sbalzi di umore di Sharon. Chiuse in quell'ufficio, private della luce naturale e
della minima privacy, alle segretarie non era nemmeno permesso di tenere sulla scrivania le foto dei
loro familiari. Un simile disordine avrebbe potuto stridere con la gloria scintillante e perfetta dei
nostri clienti.
Gli uffici della cerchia esterna, con i loro comfort da hotel a cinque stelle e le loro viste
panoramiche sul parco, appartenevano ai soci. Gli associati si trovavano dalla parte opposta
dell'acquario delle segretarie. I nostri uffici erano piccoli e davano sugli edifici di fronte. Eppure
erano i nostri cubicoli, con porte che non dovevamo chiudere se non durante i colloqui e con
un'implicita superiorità rispetto all'acquario. La gerarchia era messa in evidenza dalla geografia
dello studio, e io non potevo fare a meno di notare che poggiava su basi sessiste. I soci, fatta
eccezione per Jessica Dutton, e gli associati, fatta eccezione per me, erano tutti uomini. Le
segretarie, in compenso, erano tutte donne.
Mi allontanai e andai a sbattere contro Hadus che si era fermato alle mie spalle, troppo vicino a
me.
"Vedo che hai ricevuto il mio regalo di ringraziamento." Hadus sorrise.
"Sono bellissimi. Grazie, ma non era necessario." Quasi sul punto di perdere l'equilibrio, mi
spostai accanto a lui. "Il contatto McCarthy è pronto, deve solo essere ribattuto." Sentivo gli occhi
di Sharon che mi si conficcavano nella schiena come spine.
"Bene. Lascia qui i fiori e vieni nel mio ufficio." Hadus era in forma quella mattina, gioviale e
rilassato, e io avevo la sensazione che il suo buon umore fosse dovuto alla presenza di un cliente
particolarmente importante.
Fino a quel momento non avevo avuto alcun contatto diretto con clienti che non fossero i miei.
Hadus mi aveva fatto svolgere lavori di segreteria a tonnellate. Mi ero occupata soprattutto di
correggere ed esaminare i contratti per le case discografiche che comprendevano i diritti sulle
canzoni, sui libri e sul merchandising, che ammontavano a somme astronomiche, abbastanza per
dare da mangiare per un anno a un paese del terzo mondo. Mi ravvivai i capelli sapendo che oltre
quella porta poteva esserci o una band tutta al maschile o un cantautore, che mi avrebbero
inevitabilmente considerato come una sorta di bel soprammobile. Per qualche ragione, gli artisti più
importanti erano sempre uomini e ottenevano contratti migliori di quelli delle donne, anche delle
poche artiste di grande successo. Il rock and roll era roba da "maschietti": stavo cominciando ad
accorgermi del numero esiguo di donne che avevano potere a livello decisionale e contrattuale, ma
ero più che determinata a entrare a far parte di quella cerchia ristretta.
Seguii Hadus nel suo ufficio e là c'erano il cantante e il bassista del gruppo che avevo sentito
nella reception. Entrambi si alzarono in piedi quando entrai e il mio cuore prese a battere più forte.
Il cantante mi strinse la mano con vigore, mentre il bassista si inchinò e me la baciò, mettendomi in
imbarazzo. Ci sedemmo e Hadus prese la parola, spiegando che lo avrei aiutato a definire i dettagli
del contratto cinematografico che era appena stato offerto loro. In un istante, dimenticai
completamente l'irascibilità del mio capo, la scontrosità di Sharon e le interminabili ore di lavoro.
Ero in presenza degli dei del rock and roll.
Tornai nel mio ufficio, decisa a lavorare fino a tardi per terminare tutte le pratiche che avevo
lasciato in sospeso. Ma quella era la sera dedicata al cerchio, e io cercavo sempre di non mancare.
Ancora poche pagine, mi dissi. Quando guardai di nuovo l'orologio, mi accorsi che la riunione era
incominciata ore prima. Esausta, decisi di andare a casa. Sulla segreteria telefonica trovai un
messaggio preoccupato di Nonna. Sapevo perché aveva chiamato: quella non era la prima volta che

saltavo l'incontro a causa del mio nuovo, fantastico lavoro.
Feci in modo di non perdere l'incontro seguente. Quando arrivai, le donne erano già sedute in
cerchio. Mi tolsi rapidamente le scarpe e mi lasciai cadere su un cuscino accanto a Jeanette, sdraiata
come un'odalisca sull'antico tappeto persiano. Ebbi appena il tempo di riprendere fiato prima che
Maia suonasse la campanella per zittire le chiacchiere.
Eravamo rimaste in undici delle settantacinque della prima riunione. Stavamo incominciando a
conoscerci meglio, soprattutto condividendo sogni, visioni ed esperienze. Il nostro rapporto era
davvero magico. Quello era un santuario, un porto sicuro in cui potevamo parlare liberamente delle
incredibili percezioni psichiche e delle magiche sincronicità che tutte possedevamo ma che forse gli
altri non avrebbero potuto capire e accettare. Ero felice di sapere che non ero l'unica ad avere doti
telepatiche e sogni premonitori. Finalmente, non ero più sola.
Ciascuna di noi era unica per talento e interessi. Tuttavia, il sostegno e l'incoraggiamento che ci
davamo a vicenda sembravano nutrire e rafforzare i nostri nascenti doni psichici. E benché Maia
avesse solo pochi anni più di noi, il suo calore materno, insieme all'energica determinazione di
Bellona e all'esperienza di Nonna, mi rassicurava circa il nostro futuro. Le sacerdotesse si
alternavano e si completavano nell'insegnamento del cerchio. Quella sera era il turno di Maia.
Mentre Nonna era eloquente e regale, Maia era appassionata e irruente, e amava usare toni
drammatici mentre si prendeva cura della sua nidiata.
"Sedetevi comodamente, toglietevi tutto ciò che vi può disturbare. E ora, signore, chiudete gli
occhi e raddrizzate la schiena", esordì Maia con entusiasmo. "Incominceremo respirando - è il modo
più semplice per muovere l'energia. E stata la prima cosa che avete fatto quando le vostre madri vi
hanno partorito e sarà l'ultima cosa che farete quando lascerete questa terra. Fate attenzione al modo
in cui respirate. Ora, cominciate a fare respiri più lunghi, inspirando lentamente, espirando
profondamente e trattenendo il fiato... Uno. Due. Tre. Ora, espirate lentamente, svuotandovi del
tutto i polmoni. E poi ancora, inspirate, espandete i polmoni, il diaframma. Trattenete il fiato: uno,
due, tre. Espirate e rilassatevi. Continuate a respirare profondamente. Vi sentite leggere, l'energia
pura dell'aria entra in voi e vi riempie di vita."
Nel giro di pochi minuti mi sentii galleggiare, come una bolla che da un momento all'altro
avrebbe potuto allontanarsi fluttuando. Come da una grande distanza, sentii la voce di Maia che
diceva:
"Continuate a respirare, lentamente e profondamente. Sentite il vostro corpo rilassarsi. Lasciate
che nella vostra mente regni la quiete. Potreste sentirvi attraversare da qualche pensiero, ma lasciate
che si allontani e concentratevi sul suono della mia voce che vi guida, sul vostro respiro... Sentite
l'aria piena di luce e di energia..."
Respiro dopo respiro, l'energia scorreva in me sempre più impetuosamente. Mi lasciai trasportare
dal torrente di emozioni evocate dalle sue parole e dalla mia respirazione. Ero piena di luce e di
potere. Era entusiasmante. Tutto è energia e tutto è collegato, mi sorpresi a pensare. Quella tecnica
era molto simile alla respirazione yogica. Stavamo lavorando con la forza vitale dell'universo che i
cinesi chiamano chi e gli yogi prana. Tutte le creature viventi condividono questa energia. Fui
felice di scoprire che anche le streghe usavano quell'antichissima tecnica, che permette agli uomini
di collegarsi con questo potere universale.
"Inspiriamo come se fossimo una persona sola, espiriamo come se fossimo una persona sola,
stiamo diventando una persona sola, insieme, con ogni respiro, diventiamo un unico cerchio, senza
inizio e senza fine." La voce di Maia era ipnotica e melodiosa. Le altre sacerdotesse si unirono a lei
e insieme intonarono una vibrante serie di nomi:
"Iside, Astarte, Diana, Ecate, Demetra, Kali, Inanna".
Fui percorsa da un brivido. A poco a poco, una quarta voce, un'altra e poi un'altra ancora si

unirono al canto, cosi sommesse da sembrare poco più di una leggera brezza. Anch'io cominciai a
sussurrare quei nomi, sorpresa di quanto quella litania mi sembrasse familiare. Stavamo cantando
tutte, la nostra timidezza svanita in quel coro carico di energia. Il canto proseguì, e l’energia
continuò a crescere mentre le nostre voci si sostenevano e si perdevano l’una nell'altra. E
all'improvviso, nello stesso momento, senza alcun segnale, ci fermammo tutte
contemporaneamente.
Aprimmo gli occhi, stupite da quel silenzio ricco e profondo quanto il suono che era sgorgato dal
centro delle nostre anime. Sui nostri volti scintillava una gioia incredula, e ci accorgemmo che
stavamo tutte ridendo.
Sentivo già gli effetti di quelle tecniche solo in apparenza semplici - un particolare rilassamento e
una concentrazione profonda, l'allineamento dell'energia del gruppo, la crescita dell'armonia e della
fiducia. Ogni volta lasciavo il cerchio sentendomi cosi viva e piena di energia che avevo la
sensazione di poter fare qualsiasi cosa. Quell'energia mi sosteneva ogni giorno al lavoro, dove le
pressioni e la tensione richiedevano più forza di quanto avessi immaginato. All'inizio era stata la
soddisfazione a darmi quella forza. Ma ogni giornata lavorativa mi lasciava sempre più esausta e
svuotata. Usavo la mia energia magica per sostenermi, sempre determinata a raggiungere i miei
obiettivi.
"Che cosa stavamo cantando?" domandai.
"I sacri nomi della Dea", ci disse Maia durante una delle sue rare spiegazioni. A differenza di
Nonna, con la quale mi divertivo a discutere e ad approfondire ogni argomento, Maia ci impartiva
semplicemente le tecniche, lasciandoci trarre le conclusioni da sole. Trovavo i suoi insegnamenti
altrettanto preziosi, perché riuscivano a farmi abbandonare i miei pensieri per immergermi
totalmente in quell'esperienza.
"Devo fare un annuncio importante." Maia versò del vino rosso nel calice della Dea, al centro
dell'altare. "Ci sono volute diverse settimane per arrivare a una decisione. Voi siete le donne che
abbiamo scelto per la nostra congrega, la Sorellanza della Foresta Madre", disse sorridendo
dolcemente.
Nell'udire la parola congrega, trasalii. Sapevo che la congrega era un gruppo di streghe ma non
mi sentivo ancora pronta a considerarmi una "donna saggia". Ora capivo perché Sophia si definiva
una strega - era un atto di sfida e una conferma di potere - come se in questo modo il mondo fosse
obbligato a confrontarsi con i suoi stereotipi negativi e con la storia dei secoli oscuri e misogini in
cui erano nati. Usando quel termine, Sophia affermava il suo potere femminile. Trassi un profondo
respiro e guardai in alto oltre il lucernario. Riuscii a scorgere solo la sottilissima falce della luna
nuova, la fase in cui, secondo la tradizione wicca, le cose nuove avevano inizio.
Da un po' di tempo avevo cominciato a notate e a reagire al ciclo lunare. Quella stessa sera avevo
provato un'eccitazione inspiegabile nel vedere il sottile arco di promessa sospeso sopra Manhattan.
Era il momento dei nuovi inizi. Ma io ero davvero pronta?
Ero arrivata a considerate la Vecchia Religione come la continuazione delle antiche religioni
della Dea. Ai tempi in cui la gente viveva a stretto contatto con la terra, considerava la spiritualità
un'espressione naturale della vita. Ma in quest'era tecnologica di grattacieli e di computer, di
farmaci miracolosi e di ospedali, di scienza e di supermarket, che cosa aveva da offrire Wicca che
non si potesse già trovare altrove? Chi avrebbe voluto diventare una strega? E io volevo davvero
diventarlo? Che cosa mi aveva convinta a tornare, forse la promessa di una vita piena di magia? O
forse l'energia che mi pervadeva? O forse era un mistero ancora più profondo?
"So che avete già cominciato a conoscervi ma stasera vorrei che ciascuna di voi raccontasse
qualcosa di più su se stessa. Bellona e io siamo le Grandi Sacerdotesse della Sorellanza e Nonna è
la nostra Anziana. Sono stata una sacerdotessa di terzo grado per quasi dieci anni." Cosi dicendo
distribuì coppe piene di vino e di succo d'uva. "Stiamo recuperando le Antiche Vie: alcune di esse ci

sono state mostrate dalle sacerdotesse e dai sacerdoti che ci hanno istruite, altre ci sono state
insegnate dalle nostre nonne italiane e irlandesi. Stiamo creando nuove forme che si adattino allo
stile di vita attuale. Come avrete notato, ci sono molti altri gruppi che si incontrano nel tempio - uno
è un gruppo tradizionale di donne e uomini, un altro è un gruppo esclusivamente maschile. Il nostro
sarà devoto ai misteri delle donne oltre che all'insegnamento tradizionale." Maia fece una pausa e si
voltò verso Bellona. "Vuoi aggiungere qualcosa?"
Bellona annuì. “Alcuni hanno criticato la separazione dei cerchi in base ai sessi, ma noi pensiamo
che le donne abbiano bisogno di uno spazio sacro in cui esplorare l'intera gamma di polarità e poteri
che hanno dentro di sé. Di tanto in tanto, lavoreremo anche con gli uomini e con l'energia del Dio,
ma ci concentreremo principalmente sulla Dea poiché è stata trascurata per tanto, troppo tempo.
Ciascuna di voi è speciale e non vediamo l’ora di lavorare con voi. Maia e io siamo amanti e io
sono la sua partner magica.” Bellona aveva un vago accento del Queens che suggeriva umili origini,
ma la sua voce trasmetteva un aristocratica sicurezza. “Lavoreremo con voi per un anno e solo
allora quelle che saranno sopravvissute,” fece un sorriso malizioso mentre noi scoppiavamo a
ridere, "saranno pronte e verranno iniziate. Seguiranno almeno altri due anni di studi. Io ho
trentadue anni e dirigo l'ufficio di una ditta di costruzioni."
Bellona si volto verso la donna che sedeva alla sua sinistra.
"Procederemo in senso orario."
Ognuna aveva la propria storia. C'era Annabelle, una piccola donna del sud con i capelli neri, che
aveva nutrito i miei stessi timori riguardo al satanismo e scriveva romanzi d'amore. Aveva
lineamenti delicati e occhi blu che risplendevano mentre raccontava del suo interesse per le fate, che
aveva coltivato fin da bambina e che l'aveva portata a scoprire le dee irlandesi.
Accanto ad Annabelle c'era Marcia che aveva poco più di vent'anni, la pelle scura, i capelli corti e
ricci e un fisico robusto e muscoloso. Nata e cresciuta nella parte est di New York, viveva a
Brooklyn con sua nonna e faceva l'infermiera. "Sono lesbica", ammise con franchezza, "sono
appassionata della Dea perché non esiste un'altra religione al mondo che rispetti il potere delle
donne. Amo molto Artemide, perché è una dea guerriera e ci protegge. Mi ha aiutata a trovare la
mia forza. Per questo sono molto felice di essere qui. Be’, questo è tutto." Sogghignò e bevve un
sorso di birra.
Alla sua sinistra sedeva Mindy, una chiropratica sui quarantacinque anni, madre di due figli. Suo
padre era un pastore metodista. Accanto c'era Gillian, editor di una famosa rivista. Aveva poco
meno di trent'anni, era laureata in letteratura inglese medievale e aveva un'incredibile conoscenza
del mito del Graal, grazie al quale, spiegò, aveva trovato la Dea. Onatah, bellissima studentessa
diciannovenne, si stava pagando gli studi lavorando come ballerina esotica. In parte irlandese, in
parte afroamericana e in parte nativa americana, parlò della sua profonda fede nella Vergine Maria.
"Ma odio tutte quelle idiozie sul peccato e sulle donne che sarebbero state responsabili della
caduta dell'uomo. E il fatto che le ragazzine non possano fare i chierichetti, e che le donne non
possano dire messa, e l'idea che un solo uomo interpreti il volere di Dio e che nessuno lo possa
mettere in discussione... la gente dovrebbe farsi domande su tutte queste cose! Per esempio sulla
posizione del papa riguardo il controllo delle nascite: è del tutto irresponsabile se si pensa che la
sovrappopolazione è la più grave minaccia alla sopravvivenza dell'umanità."
"E alla sopravvivenza del pianeta!" aggiunse Gillian con mia grande sorpresa.
"Giusto! Ed è per questo che adesso sto smaltendo il cattolicesimo." Scoppiammo tutte a ridere.
"Mi interessa molto anche la medicina erboristica; ho studiato con una guaritrice nativa americani.
E cosi che ho scoperto Wicca. E so che questa è un'opportunità davvero unica."
Il mio cuore prese a battere più forte quando gli occhi di tutte si posarono su di me. Trassi un
profondo respiro e descrissi brevemente la mia formazione e come avevo scoperto il cerchio. "Non
posso dirvi quanto il cerchio sia importante per me. È il momento migliore della settimana",

conclusi.
Accanto a me sedeva Jeanette. Parlò lentamente, con un'elegante riservatezza. "Mi chiamo
Jeanette. Sono originaria della Giamaica, e perciò sono cresciuta con le dee, anche se le chiamiamo
antenate od orisha. Sono un'impiegata della compagnia dei telefoni e vi devo dire che è un lavoro
odioso. Ma talvolta la Dea ci mette alla prova. Non vi dirò la mia età, ma sono più vecchia della
maggior parte di voi e sono del Capricorno, quindi vi parlerò sempre con franchezza. Questo è tutto.
Grazie per avermi invitata." Aveva parlato in modo succinto e quasi brusco ma alla fine sorrise,
spezzando la tesa formalità del suo discorso.
Naomi era una scultrice di Ann Arbor che era venuta a New York per frequentare una scuola
d'arte. Fumò una sigaretta dietro l'altra mentre descriveva la madre ebrea e il padre protestante. Era
stata esposta a entrambe le tradizioni religiose ma, proprio come nel mio caso, considerava la sua
educazione principalmente intellettuale e umanitaria. Naomi aveva circa venticinque anni, lunghi
capelli castani e indossava una tuta sporca di vernice e una sciarpa di velluto. Anche lei era lesbica.
A un certo punto, Gillian prese di nuovo la parola. "C'e una cosa che vorrei aggiungere se posso."
Maia annui. "Anch'io sono stata cresciuta in una famiglia episcopale. Gli insegnamenti di Cristo
sono colmi di saggezza e di bellezza, e adoro i vangeli gnostici... in effetti, mi definisco una
`episcopagana', cosa che sconvolge non poco la mia famiglia", disse sorridendo. "Ma le istituzioni
religiose cresciute attorno agli insegnamenti di Cristo sono profondamente politiche. E mi sono
allontanata per colpa della misoginia istituzionale della Chiesa. Wicca mi sembra l'unica tradizione
religiose che onori il divino in forma femminile, e questo mi da una grande energia."
"Cosa vuol dire misoginia?" volle sapere Marcia. "È l'odio per le donne", risposi.
" È un male che affligge le tre grandi religioni patriarcali", osservo Naomi. "Sembra proprio che
non ci sia spazio per le donne.
"Ed è una delle ragioni per cui tante donne si avvicinano alla Dea e alla Vecchia Religione",
aggiunse Bellona.
Tutte noi conoscevamo uomini di chiesa e fedeli convinti che nutrivano grande rispetto per le
donne. E avevamo trovato una saggezza e bellezza nelle fedi con cui eravamo cresciute. Ma, allo
stesso tempo, tutte eravamo rimaste insoddisfatte degli insegnamenti e delle pratiche di quelle
religione e, soprattutto, ci sentivamo alienate per colpa del loro atteggiamento misogino: Marcia ci
raccontò di quando sua madre si era dovuta inginocchiare e implorare il perdono di un prete
cattolico dopo la nascita del suo fratellino. La sorella di Gillian aveva dovuto subire un'umiliazione
simile, e a Naomi era stato proibito di leggere la Torah all'età di dodici anni perché, anche se era
ancora una bambina, veniva già considerata una donna e perciò "impura". Sia io che Naomi,
cresciute in ambienti agnostici e intellettuali, condividevamo un intangibile desiderio di qualcosa
che andasse al di la della pura razionalità.
"Be’, mie care", ci disse Nonna, "Wicca è una pratica spirituale in cui le donne ricoprono ruoli
fondamentali in qualità di sacerdotesse, e la sua adorazione del divino femminile, e non solo
maschile, è una fonte di profondo potere per le donne. Il nostro lavoro spirituale abbraccia
l'equilibrio tra femminile e maschile; ma questo cerchio tenterà prima di tutto di recuperare la
spiritualità femminile perché il mondo e le nostre vite sono state sbilanciate per la sua mancanza.
Poi lavoreremo con le energie maschili, anche se molte di esse hanno anche qualità femminili."
"Come l'energia guerriera", aggiunse Bellona.
"E molte qualità che la tradizione considera femminili, come la compassione e il nutrimento, sono
proprie anche del Dio e degli uomini", disse Maia.
Nonna annuì. "Penso che tutte voi mi conosciate già. Tutti mi chiamano Nonna e sono l'Anziana del
cerchio. Nemmeno io ho intenzione di dirvi la mia età, anche se probabilmente sono vecchia
abbastanza da esser vostra nonna. Non verrò tutte le settimane ma passero spesso a controllare come
ve la state cavando voi streghine." Tutte scoppiammo a ridere per il termine che aveva usato per

descriverci. "Potrete sempre rivolgervi a me", disse guardandomi dritta in faccia "e io condividerò
con voi la mia conoscenza e le mie opinioin. È per questo che esistono le sacerdotesse. Non siamo
qui per intercedere per voi presso il divino o per dirvi in cosa credere o che cosa fare. Questa è una
vostra responsabilità a cui dovrete far fronte da sole. Una sacerdotessa è come un'insegnante e noi
condivideremo con voi tutta la saggezza che ci è stata tramandata, tutte le tecniche in cui ci siamo
perfezionate. Ma il vostro viaggio è solo vostro. È qualcosa di unico come lo è ognuna di voi, e solo
voi potrete comprenderne e metterne in pratica lo scopo. Ma come comunità, viaggeremo nello
stesso regno del cuore, la sacra terra della Dea. Benvenute e che siate benedette."
"Che cosa vi aspettate da noi in cambio di tutto ciò che ci insegnerete? Dobbiamo pagare
qualcosa?" volle sapere Annabelle.
"No", rispose subito Bellona. "Le sacerdotesse possono far pagare i corsi o le letture di tarocchi.
Ma finché non istituiremo una vera e propria scuola, non dovrete pagare niente, anche se potrete
contribuire a varie spese. Ciò che vi si chiederà sarà molto più impegnativo: onestà, coraggio,
compassione, creatività. E vi chiederemo anche, quando sarete diventate sacerdotesse, di insegnare
ad altre ciò che avete imparato."
Anche se nessuna aveva sollevato l'argomento, sapevo che c'era qualcosa di molto più importante
che tutte noi avremmo dovuto dare: la disponibilità a spingerci oltre i limiti dei nostri ruoli
socialmente accettati. Come i gruppi di autocoscienza degli anni Sessanta, stavamo creando un
luogo in cui provare sicurezza e sostegno, condividendo le nostre esperienze, le nostre paure e i
nostri sogni, imparando e lavorando insieme. Il cerchio rafforzava la nostra sicurezza in noi stesse,
le nostre capacita, la nostra fiducia nell'istinto e nell'intuito e il nostro senso della comunità. Ci
stavamo spingendo in territori della consapevolezza ancora più elettrizzanti e se la cultura ufficiale
non aveva posto per le sacerdotesse, saremmo state noi a crearne uno.
Maia prese la parola, la voce materna come la sua figura. "Le cose più importanti che vi saranno
chieste e che riceverete sono un perfetto amore e una perfetta fiducia. Sono due traguardi spirituali
indispensabili. Se dovessero sorgere problemi tra di voi, vi prego di rivolgervi a me e vi aiuterò a
risolverli. I problemi interni al cerchio rimangono interni al cerchio: è qui che li risolviamo." Aveva
la voce dolce ed esperta di una madre. Continuo: "Vi chiediamo di provare a lasciare i vostri
problemi fuori dalla porta, ma sappiamo bene che questo non è sempre possibile".
"Inoltre vi chiediamo di rispettare la privacy delle altre", aggiunse Bellona con decisione. "Maia
non fa mistero del fatto che è una strega, ma forse alcune di voi non vogliono far sapere in giro che
stanno studiando la tradizione Wicca. La partecipazione alle congreghe è stata tenuta segreta per
lungo tempo perché si rischiava la vita. Nessuno ci può più mettere al rogo, oggi, ma alcune hanno
perso il lavoro, la custodia dei figli, le loro case sono state bruciate. Così, finche i pregiudizi del
mondo non cambieranno, la segretezza dovrà essere rispettata."
La conversazione ritornò alle esperienze che avevano portato ciascuna di noi in quel mondo
segreto: le fiabe ascoltate da bambine, un magnifico libro sulla Dea, un'amica strega. Storia dopo
storia, incominciavamo a ricomporre l'arazzo perduto della spiritualità femminile. I disegni
straordinariamente si davano forza l'un l'altro, le differenze rendevano ancora più vividi i colori.
Come le donne avevano fatto per millenni, stavamo parlando tra di noi.
Eravamo donne in cerca di una dimora spirituale, un luogo in cui saremmo state accolte e
rispettare, dove le nostre anime sarebbero state guarite e rinvigorite, e dove le nostre esperienze
sarebbero state onorate come fonti di saggezza. Eravamo in cerca della Dea... persino io, anche se
non sapevo ancora perché mi sentivo attratta da lei. Forse era stata la Dea a trovarci. Era già
evidente che le nostre diverse personalità ed esperienze contribuivano alla vitalità del gruppo. Nel
regno delle dimenticate, delle oppresse, delle reiette, nel mondo delle donne e della terra, stavamo
scoprendo la nostra storia segreta. Quella nuova consapevolezza portava con sè un senso di libertà e
di incredibile potere. Se il passato non era come ci era stato insegnato, il futuro si apriva davanti a

noi come una visione di possibilità completamente nuove.
Forse non credevo nella Dea, ma non potevo fare a meno di apprezzare i sentimenti di sorellanza
che stavamo scoprendo. Ricordai che Jeanette aveva detto che la Dea non era qualcosa in cui
credere ma piuttosto qualcosa da vivere. Quello era un luogo unico in cui le donne potevano essere
se stesse.
Mentre uscivo, osservai gli scaffali, in cerca di informazioni
le dee del canto che avevamo intonato. Un titolo in particolare attrasse la mia attenzione: When
God Was a Woman di Merlin Stone.
C'era qualcosa di provocante in quella sfida, anche per una persona come me che si considerava
un'intellettuale. Cosa sarebbe accaduto se il mondo avesse pensato il divino al femminile e non solo
al maschile?

Ero affascinata dall'idea che la gente adorasse una divinità femminile e, come avvocato, volevo
conoscere i fatti: nomi, date e luoghi. Chi erano questi antichi popoli che avevano adorato la Dea?
Una padre di me era piuttosto scettica su questa nuova versione della storia che stavo imparando
dalle mie nuove amiche. Com'era possibile che la religione della Dea fosse stata praticata in tutto il
mondo per migliaia di anni per poi scomparire all'improvviso? Come una vera detective, andai nella
casa in cui ero cresciuta e passai in rassegna la nutrita biblioteca di mio padre, in cerca di indizi su
quel mistero nei testi di storia classica.
"Be’, ci sono notevoli prove dell'esistenza di antiche culture matriarcali." Mio padre, che si era
fatto da solo la sua cultura, rispose alle mie domande riguardo gli antichi popoli che adoravano la
Dea senza mostrare il minimo segno di sorpresa. Ero io a essere sorpresa nello scoprire che per
molti anni si era interessato a quell'argomento. Persino lui lo sapeva! perché io no? Io e mio padre
sedevamo insieme sulla veranda assolata: anche se la luce era troppo diretta, quello era il luogo
dove lui amava dipingere. Mentre parlava, continuo ad aggiungere vibranti tocchi di colore alla tela
su cui stava lavorando,
"Prendi il libro di Willet sulla civiltà micenea", mi disse: "Sai, era una cultura matriarcale. E ci
sono molte cose che potresti scoprire nella primissima cultura celtica... le donne erano tenute in
grande considerazione." Ripose il suo pennello, si pulì le mani con uno straccio ed entrò in casa.
"Ecco." Mio padre allungò una mano verso lo scaffale più alto della biblioteca per prendere un
vecchio volume rilegato in pelle. "Le donne combattevano e governavano alla pari con gli uomini.
Dovresti provare a leggere Erodoto, Diodoro, Esiodo, Plutarco..." Mi passe un libro dopo l'altro:
tutti erano pieni di segnalibri che indicavano i passaggi più importanti.
Ero stordita per aver trovato la magia che stavo cercando proprio nella casa dei miei genitori.
Affascinata, guardai la pila di libri che si stava alzando davanti a me. "Grazie, papà."
"Fai con calma. Roma non è stata costruita in un giorno." Mi strizzo l'occhio e mi lascio alle mie
nuove letture.
Ben presto cominciai a orientarmi in quel labirinto di testi archeologici, accademici e classici.
Non erano solamente libri, ma scrigni che contenevano miti, etimologie, storia dell'arte e
dell'architettura, e tutto conduceva alla prova inconfutabile dell'esistenza di antiche culture che
adoravano la Dea.
Come la maggior parte delle persone, ero cresciuta nella convinzione che la cultura occidentale
fosse iniziata con gli antichi greci e con lo sviluppo del monoteismo ebraico. Pensavo che la storia
dell'umanità fosse cominciata con il "Buon Libro" ed ero scossa dalla scoperta di una religione
molto più antica e sofisticata incentrata sulla Grande Dea. Le mie letture confermarono che la
religione della Dea, in Europa così come in Medio Oriente, aveva preceduto le tre grandi religioni
patriarcali - il giudaismo, il cristianesimo e l'islam - di almeno mille anni. Il primo profeta del dio

giudaico-cristiano era stato Abramo, vissuto, secondo molti studiosi della Bibbia, nel l800 a.C. Ma
l'adorazione della Dea era ancora più antica e risaliva al Paleolitico superiore, tra i 25.000 e i 30.000
anni prima di Cristo.
Seduta nella grande e confortevole poltrona della biblioteca di mio padre, lessi delle origini delle
rappresentazioni femminili che avevo visto al cerchio, nei musei e in un magnifico negozio di
antiquariato che avevo scoperto di recente nell'Upper Est Side. Le piccole statue che avevo visto
avevano solo 3500 anni ed erano praticamente "nuove" rispetto alle incisioni di figure femminili
rinvenute nei siti archeologici europei e russi. Le rappresentazioni di una divinità femminile
accompagnavano gli albori della civiltà.
Nel 7000 a.C. circa, l'adorazione della Dea era il cuore delle comunità agricole del Neolitico nate
lungo le rive del Tigri e dell'Eufrate, nelle terre che ora sono note come Iraq e Siria, e in Anatolia,
l'attuale Turchia. Queste comunità erano presenti anche nella regione di Canaan, un vasto territorio
che comprendeva gli odierni Israele, Libano, Palestina e Siria. Nei siti archeologici attorno al Tigri
settentrionale, erano state rinvenute altre immagini della Dea Madre che risalivano a 5500 anni
prima di Cristo. Serpenti, doppie asce e colombe: i simboli della Dea accompagnavano le sue
rappresentazioni in santuari chiamati tholoi. E, nel 3000 a.C., in Sumeria comparvero i primi testi
scritti dedicati alla Dea tra cui anche alcune poesie sacre.
Molto prima che i popoli del Medio Oriente adorassero e combattessero in nome di una divinità
maschile, il popolo di Canaan era devoto a una dea chiamata Regina del Cielo. La Dea era la divina
creatrice, colei che aveva donato la legge, madre, guerriera, guaritrice e ispiratrice della cultura e
dell'agricoltura. Come mi aveva consigliato mio padre, cominciai a leggere i testi degli antichi
storici: Diodoro, Erodoto e persino Sofocle. Descrivevano le leggi egizie che davano grande
importanza alle donne come regnanti, mogli e cittadine. Quelle leggi avevano profonde radici
nell'adorazione della Grande Dea Au Set, che i greci chiamavano Iside. Era stata lei a donare al suo
popolo le leggi, proprio come aveva fatto Jahweh con Mose e il popolo di Israele. Inoltre aveva
svelato i segreti dell'agricoltura e della guarigione. Ripensai infastidita a un mio professore che, con
il suo completo elegante e il suo tono condiscendente, aveva ridotto la meravigliosa storia della
religione della Dea a "culti primitivi della fertilità".
Scoprii che il sacro sito della Grande Dea di Caldea, la Magna Dea, era evidenziato da un'enorme
pietra nera, la stessa pietra dove veniva adorata Al-Uzza, uno dei tre aspetti della Grande Dea
d'Arabia. Quella pietra viene tuttora venerata nella Ka'ba, alla Mecca, il luogo più sacro dell'Islam.
La pietra è segnata da una profonda spaccatura che ricorda i genitali femminili, e viene chiamata il
Marchio di Afrodite. Ora è nascosta e custodita dagli uomini che hanno usurpato il ruolo divino
delle sacerdotesse della Grande Madre, uomini che vengono chiamati Beni Shay-bah, i Figli della
Vecchia Donna. perché la Dea sopravvive, anche se velata.
Gli antichi fedeli onoravano il divino sia in forma femminile che in forma maschile, ma la Dea
era altrettanto importante, spesso più importante, del Dio, inizialmente rappresentato come suo
figlio e in seguito come suo compagno. Le sacerdotesse della Dea, interpellate e rispettate sia dai
potenti che dai contadini, entravano in stati di trance estatica, in comunione con il sacro, ne
comunicavano la saggezza e presiedevano ai rituali e alle celebrazioni delle loro comunità.
Libro dopo libro, trovai le prove: in tutto il mondo, gran parte dell'umanità un tempo aveva
adorato una dea. Il divino femminile veniva venerato ovunque nel Vicino e Medio Oriente, ed era
stato dal grembo di queste prime comunita di adoratori della Dea che era nata la cultura occidentale.
Le antiche culture della Dea diedero inizio alla scrittura, al commercio, all'arte, alla musica e alla
pratica religiosa. Le donne ricoprivano i ruoli fondamentali di sacerdotesse e leader, condizione che
si rifletteva anche nella vita delle donne "comuni". Erano culture pacifiche, dedicate all'agricoltura e
al commercio, e molti scavi archeologici dimostrano che non avevano armi nè strutture difensive. E
in Germania, in Francia (in particolar modo in Bretagna) e nelle isole britanniche - Inghilterra,

Irlanda, Scozia, Galles - la fiorente cultura dea-centrica dei Celti (o Galli, come li chiamavano i
Romani) lasciò infiniti santuari in seguito seppelliti sotto le chiese e i templi delle religioni
patriarcali che ne usurparono il domino. Nel resto d'Europa, la Dea veniva adorata sotto diverse
forme.
Rimasi a bocca aperta nel trovare tratti in comune tra la Vecchia Religione europea e
mediorientale e altre religioni quali il taoismo, lo shintoismo e le pratiche spirituali dei nativi
americani e di altri popoli indigeni. In tutte queste tradizioni, il divino è sia immanente che
trascendente. Con la gentilezza e la forza dell'amore di una madre, la Dea parlava alla realtà di molti
popoli che vivevano a stretto contatto con la terra, da cui traevano sostegno e nutrimento.
Coltivavano la terra e cacciavano, e tutto ciò che esisteva in natura era manifestazione della Dea. La
Dea non solo riempiva i cieli di stelle e faceva sorgere il sole e la luna, ma era dovunque nel mondo
che li circondava - negli alberi da frutto che germogliavano e fiorivano, nel grano che cresceva nei
campi fertili, negli animali che venivano allevati e in quelli che venivano cacciati, nel miracolo
della vita stessa. Sapevano che tutto era collegato in un vincolo sacro.

Era sabato mattina, e io ero a caccia di libri sulle civiltà della Dea. Mi diressi al negozio di libri
usati sulla Terza Avenue. Completamente affascinata da quelle culture, mi sorpresi a domandarmi
se tutto questo avesse in qualche modo a che fare con la magia.
I raggi del sole inondavano la mia libreria preferita. Miriadi di particelle di polvere danzavano
nella luce e, attraversando quella luminosa coltre di energia, rimasi per un attimo accecata. Quando
raggiunsi il fondo del negozio, tutto sembrava silenzioso. Sbattei le palpebre più volte per abituarmi
a quella semioscurità, e cominciai a farmi strada tra i tavoli polverosi. Udii un tonfo, mi voltai e vidi
una gatta tigrata che mi fissava con i suoi bellissimi occhi gialli. Fece le fusa e si strusciò contro le
mie gambe, quindi si allontanò. Si volte un attimo a guardarmi prima di scomparire alla mia vista.
Passai in rassegna i libri che affollavano i tavoli fino a farmi venire il torcicollo, e cosi mi sistemai
su uno sgabello che era quasi sommerso tra quelle pile di antica saggezza.
La gatta si strusciò contro una piccola torre di libri che mi crollo sui piedi. Scoppiai a ridere e
incominciai a risistemare i volumi.
"Non sei di grande aiuto, sai? O forse si... forse mangi qualche topolino prima che possa
rosicchiare tutti questi magnifici libri..." La gatta si fermò davanti a me, mentre aprivo
distrattamente uno dei volumi. Ero venuta in cerca di riscontri oggettivi. Ma quel giorno, l'universo
aveva deciso che era tempo che imparassi una delle sue lezioni più profonde, presentandomi prove
sottoforma di metafore.
Là, sul risvolto, c'era una poesia. Incominciai a leggere Kubla Khan, scritta da Samuel Taylor
Coleridge nel l797 quando aveva solo venticinque anni. Poeta inglese, filosofo, ministro della
Chiesa unitaria e metafisico influenzato dal filosofo tedesco Goethe, Coleridge aveva portato la
filosofia e la letteratura tedesche in Inghilterra ed era stato un buon amico di William Wordsworth.
Mi sentì avvolgere da un manto incantato mentre leggevo quei versi ammalianti:
Nel Xanadu alza Kubla Khan
dimora di delizie un duomo
dove Alf, il fiume sacro,
scorre per caverne vietate all'uomo
a un mare senza sole...


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