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Ecologia urbana
N

on ci si può addentrare nei meandri dell’ecologia senza aver prima inquadrato, almeno a grandi linee, il concetto di ecosistema. Si consideri una porzione di ambiente
ben delimitata come un bosco, uno stagno o
un prato. Al suo interno è possibile individuare una comunità biotica (gli animali, le piante
e tutti gli altri esseri viventi) ed una componente abiotica (il terreno, l’aria, l’acqua) che
instaurano tra loro molteplici interazioni chimico-fisiche in grado di mantenere un flusso di
energia ed un ciclo di materia, garantendo
in tal modo una determinata struttura a quello
che viene definito, appunto, un ecosistema.
Piuttosto complicato, non c’è che dire, e allora può essere utile ricorrere ad un esempio
chiarificatore.
Osserviamo ciò che accade in uno stagno: le
piante acquatiche nutrono i girini che vengono mangiati dalla Biscia dal collare, la quale è
predata a sua volta dall’Airone cenerino. Alla
morte di quest’ultimo il corpo si decompone
per l’azione dei microrganismi e in seguito a
questa trasformazione le sue molecole vengono cedute al terreno per essere assorbite
come nutrimento dalle radici delle piante.
Questa catena si interseca con molte altre
a formare una rete alimentare complessa
in cui avviene il ciclo della materia, accompagnato da un flusso di energia, in buona
parte dissipata nei vari passaggi sottoforma
di calore, ma continuamente rimpiazzata da
quella elargita incessantemente dal sole ed
immagazzinata dai vegetali con la fotosintesi clorofilliana.
A tutte queste relazioni vanno aggiunti i rapporti tra gli organismi viventi ed il comparto
non vivente (suolo, vento, temperatura, quantità di acqua, ossigeno e molto altro ancora)
che conferiscono all’ecosistema e alle sue reti

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una struttura ben definita, ma in equilibrio dinamico.
Anche una città può essere considerata da
questo punto di vista? La risposta è sì, sebbene il contrasto con il funzionamento degli
ecosistemi naturali sia evidente.
Si pensi alla componente abiotica: rocce
e terreno lasciano il posto in buona parte a
cemento ed asfalto, che modificano la permeabilità ed altri parametri, mentre la composizione dell’aria è alterata dalle emissioni dovute alle attività antropiche. Al di là di questo
la differenza principale risiede nel fatto che la
città è un “ecosistema eterotrofo”, come
l’ha definita Eugene P. Odum, uno dei padri
dell’ecologia moderna. Il termine sta a sottolineare che l’ambiente urbano non è autosufficiente e dipende dalle zone più o meno
limitrofe per l’approvvigionamento di energia,
cibo, acqua e materiali. In compenso abbondano gli scarti che devono essere “esportati”
in quanto al suo interno il ciclo della materia
non è in equilibrio. Per questi motivi la città
finisce col perturbare gli ecosistemi dai quali
dipende. Questo è oggetto della landscape
ecology (o ecologia del paesaggio) che si
occupa di analizzare l’aggregazione dei vari
ecosistemi, studiando tutti gli elementi in gioco, antropici e naturali, come se fossero diversi tasselli di un unico puzzle.
Lo scopo di tale disciplina è quello di determinare gli strumenti di pianificazione territoriale
in un’ottica di conservazione della biodiversità (ad esempio individuando e valorizzando
i corridoi ecologici) e di sostenibilità ambientale.
Sono tante, dunque, le differenze tra aree antropizzate ed ecosistemi naturali, ma questo
non ha impedito l’instaurarsi anche negli ambienti urbani di reti alimentari, né l’insediarsi di

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