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Robert Graves La Dea Bianca .pdf



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GLI A D E L P H I

Robert Graves

La Dea Bianca

Robert Graves

La Dea Bianca

GRAMMATICA STORICA DEL M ITO POETICO

&

ADELPHI EDIZIONI

t it o l o o r ig in a l e :

The White Goddess

A historical grammar of poetic myth

Traduzione di Alberto Pelissero

© T H E TRUSTEES OF T H E ROBERT GRAVES CO PY RIG H T TRUST

© 1992 A DELPHI EDIZIONI S.P.A. M ILANO
I edizione g l i a d e l p h i : febbraio 2009
II edizione g l i a d e l p h i : settembre 2009
w w w . a d e l p h i . IT

ISBN 978-88-459-2359-3

Indice

Prefazione
1. Poeti e menestrelli
2. La Battaglia degli alberi
3. Cane, Capriolo e Pavoncella
4. La Dea Bianca
5. L’indovinello di Gwion
6 . Una visita al Castello a spirale
7. La soluzione dell’indovinello di Gwion
8 . Eracle sul loto
9. L’eresia di Gwion
10. L’alfabeto arboreo (1)
11. L’alfabeto arboreo (2)
12. La Canzone di Amergin
13. Palamede e le gru
14. Il Capriolo nel folto
15. I Sette Pilastri
16. Il sacro e ineffabile nome di Dio
17. Il leone dalla mano ferma
18. Il dio dal piede di toro
19. Il numero della Bestia
20. Una conversazione a Pafo nel 43 d.C.

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315
347
361
393
401

21. Le acque dello Stige
22. La Triplice Musa
23. Animali favolosi
24. L’unico tema poetico
25. Guerra in cielo
26. Il ritorno della Dea
27. Poscritto, 1960
Indice analitico

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439

471
487
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549

565
571

La Dea Bianca

Grammatica storica del mito poetico

IN DEDICATION
All saints revile her, and all sober men
Ruled by the God Apollo's golden mean —
In scorn of which I sailed to find her
In distant regions likeliest to hold her
Whom I desired above all things to know,
Sister of the mirage and echo.
It was a virtue not to stay,
To go my headstrong and heroic way
Seeking her out at the volcano's head,
Among pack ice, or where the track had faded
Beyond the cavern of the seven sleepers:
Whose broad high brow was white as any leper's,
Whose eyes were blue, with rowan-berry lips,
With hair curled honey-coloured to white hips.
Green sap of Spring in the young wood a-stir
Will celebrate the Mountain Mother,
And every song-bird shout awhile for her;
But I am gifted, even in November,
Rawest of seasons, with so huge a sense
Of her nakedly worn magnificence
I forget cruelty and past betrayal,
Careless of where the next bright bolt may fall.

« d e d i c a . Tutti i santi la oltraggiano e tutti gli uomini temperanti / retti
dall'aurea via mediana del dio Apollo —/ disprezzando la quale io salpai per
cercarla / in regioni lontane ove è più probabile trovare / colei che sopra ogni
cosa desideravo conoscere, / sorella del miraggio e dell’eco. //Fu virtù non
rimanere, / e per vie caparbie ed eroiche / cercarla sulla bocca del vulcano, / tra
i banchi di ghiaccio, o là dove la pista si perdeva / oltre la grotta dei sette
dormienti: / lei, che ha l'ampia fronte bianca come quella di un lebbroso, / gli
occhi azzurri, le labbra rosse come le bacche del sorbo selvatico, / i capelli che
scendono ricciuti e color del miele fino ai candidi fianchi. // La verde linfa
della primavera nel giovane bosco fremente / celebrerà la Madre Montagna, /
e ogni uccello canoro la acclamerà per qualche tempo; / ma io ho il dono,
anche in novembre, / la più aspra delle stagioni, di un così vasto senso / della
sua nudamente indossata magnificenza / che dimentico crudeltà e passati
tradimenti, / e non mi importa dove cadrà la prossima folgore ».

Prefazione

Ringrazio Philip e Sally Graves, Cristopher Hawkes, John
Knittel, Valentin Iremonger, Max Mallowan, E.M. Parr,Joshua
Podro, Lynette Roberts, Martin Seymour-Smith, John HeathStubbs e i molti corrispondenti che mi hanno procurato il
materiale bibliografico necessario per scrivere questo libro;
nonché Kenneth Gay che mi ha aiutato a dargli una forma. Per
contro, dopo la comparsa della prima edizione, nel 1946, nes­
sun esperto di antico irlandese o gallese si è mai offerto di
aiutarmi a mettere a punto la mia tesi o mi ha segnalato gli
inevitabili errori o ha anche solo avuto la cortesia di rispondere
alle mie lettere. Ne sono dispiaciuto, ma non del tutto sorpreso.
Il libro risulta in effetti molto singolare alla lettura, ma è pur
vero che nessuno aveva mai tentato di scrivere una grammatica
storica della lingua del mito poetico, e per scriverla coscienzio­
samente ho dovuto affrontare alcune « domande che, ancorché
difficili, non trascendono ogni congettura » di cui Sir Thomas
Browne fornisce un esempio nelle sue Hydriotaphia: «Qual
fosse il canto delle Sirene, o qual nome avesse assunto Achille
allorché si nascose tra le donne». Ho trovato una risposta
pratica e non evasiva a queste e a molte altre domande simili, ad
esempio:
Chi rese fesso il piede del Diavolo?
Quando giunsero in Britannia le cinquanta Danaidi con i loro
vagli?
Quale segreto era intrecciato nel nodo gordiano?
Perché Jahvèh creò gli alberi e le erbe prima del sole, della
luna e delle stelle?
Dove si troverà la saggezza?
Ma per onestà devo avvertire i lettori che questo resta pur
sempre un libro molto difficile e molto singolare, da evitarsi

14 La Dea Bianca
accuratamente se si è turbati o stanchi, o se si ha una mente
rigorosamente scientifica. Ho preferito non tralasciare nessun
passo della laboriosa argomentazione, non foss’altro perché i
lettori dei miei recenti romanzi storici hanno sviluppato un
certo sospetto verso le conclusioni non ortodosse di cui non
sempre vengono citate le fonti. Forse ora saranno contenti di
sapere, ad esempio, che la formula del mistico vitello e i due
alfabeti arborei introdotti nel mio Jesus Rex non sono «mero
frutto » della mia immaginazione, bensì conclusioni logicamen­
te dedotte sulla scorta di autorevoli documenti antichi.
La mia tesi è che il linguaggio del mito poetico anticamente
usato nel Mediterraneo e nell’Europa settentrionale fosse una
lingua magica in stretta relazione con cerimonie religiose in
onore della dea-Luna ovvero della Musa, alcune delle quali
risalenti all’età paleolitica; e che esso resta a tutt’oggi la lingua
della vera poesia - « vera » nel senso nostalgico moderno di
« originale non suscettibile di miglioramento, e non un surro­
gato». Questa lingua fu manomessa verso la fine dell’epoca
minoica, allorché invasori provenienti dall’Asia centrale comin­
ciarono a sostituire alle istituzioni matrilineari quelle patrilineari, rimodellando o falsificando i miti per giustificare i muta­
menti della società. Poi giunsero i primi filosofi greci, fortemen­
te ostili alla poesia magica, nella quale ravvisavano una minaccia
per la nuova religione della logica. Sotto la loro influenza venne
elaborato un linguaggio poetico razionale (oggi chiamato classi­
co), in onore del loro patrono Apollo, linguaggio che fu impo­
sto al mondo come il non plus ultra dell’illuminazione spiritua­
le. Da allora in poi questa visione ha dominato praticamente
incontrastata nelle scuole e nelle università europee, dove i miti
sono oggi studiati solo come curiosi relitti dell’infanzia dell’u­
manità.
Uno dei più intransigenti denigratori dell’antica mitologia
greca fu Socrate. Spaventato o offeso dai miti, egli preferì
volger loro le spalle e addestrare la mente al pensiero scientifi­
co, per « conoscere la ragione dell’essere di ogni cosa - di ogni
cosa com’essa è, non come appare - e rifiutare tutte le opinioni
di cui non si può dare conto ».
Ecco un passo caratteristico dal Fedro di Platone (nella tradu­
zione di Cary):
« f e d r o . Dimmi, o Socrate, non raccontano che Borea abbia
rapito Orizia proprio da uno di questi posti sull’Ilisso?
« s o c r a t e . Così dicono.
« f e d r o . Non potrebbe essere stato proprio da questo punto?
Perché qui l’acqua appare bella, chiara e trasparente, proprio
adatta ai giochi delle fanciulle.

Prefazione 15
« S o c r a t e . No, è più in basso, almeno due o tre stadi, dove si
attraversa per andare al tempio della Cacciatrice e dove si trova,
proprio in quel punto, una sorta di altare sacro a Borea.
« f e d r o . Non l’ho mai notato. Ma dimmi, per Zeus, o Socrate,
tu credi che questa storia favolosa sia vera?
« s o c r a t e . Se non ci credessi, come fanno i sapienti, non sarei
colpevole di alcuna assurdità. E poi, ricorrendo a sottigliezze,
direi che la fanciulla, mentre giocava con Farmacea, fu sospinta
giù da queste rupi da una folata di Borea, ed essendo morta in
questo modo, si disse che Borea l’aveva portata via con sé, ma la
cosa potrebbe anche essere avvenuta sulla collina di Ares, per­
ché c’è un’altra storia che narra di come fu rapita da lì e non da
questo luogo. Io però dal canto mio, o Fedro, considero cose
simili graziose, sì, ma pane soprattutto per un uomo molto
curioso, pignolo e non troppo felice, non foss’altro perché,
dopo aver spiegato questa vicenda, egli dovrà darci conto della
forma degli Ippocentauri, e poi di quella della Chimera. Ed
ecco che si riverserà su di lui una folla di mostri siffatti, Gorgoni
e Pegasi e altri ancora, incredibili per numero e assurdità, sì che
se qualcuno si rifiutasse di prestarvi fede e cercasse di ridurli a
una maggiore verosimiglianza, avvalendosi a tal fine di una
sorta di grossolano ingegno, costui avrebbe bisogno di parec­
chio tempo. Ma io non ne ho di tempo per occuparmi di simili
argomenti, e la causa di ciò, amico mio, è la seguente: io non
riesco ancora a conoscere me stesso, secondo il precetto delfico.
E mi sembra ridicolo, fintanto che sono ignorante su questo
punto, occuparmi di argomenti che non mi riguardano».
Il fatto è che al tempo di Socrate il significato di gran parte
dei miti appartenenti all’epoca precedente era stato ormai di­
menticato o costituiva un segreto religioso gelosamente custo­
dito, benché ve ne fossero ancora raffigurazioni pittoriche nel­
l’iconografia religiosa e narrazioni fantastiche dalle quali attin­
gevano i poeti. Invitato a credere alla Chimera, agli Ip­
pocentauri o al cavallo alato Pegaso, tutti chiari simboli cul­
tuali pelasgici, il filosofo si sentiva in obbligo di respingerli
come improbabilità zoologiche; e non avendo idea della vera
identità della «ninfa Orizia» o della storia dell’antico culto
ateniese di Borea, poteva offrire, del suo rapimento sul monte
Ilisso, solo una banale spiegazione naturalistica: « E chiaro che
cadde, spinta dal vento, da una di queste rocce e così trovò la
morte ».
Tutti i problemi menzionati da Socrate sono stati affrontati e
risolti in questo libro, perlomeno con mia piena soddisfazione;
ma pur essendo « una persona molto curiosa e pignola», non
credo affatto di essere meno felice di Socrate, o di avere a di­

16 La Dea Bianca
sposizione più tempo di lui, così come non credo che la com­
prensione del linguaggio del mito sia irrilevante per la cono­
scenza di sé. L’irritazione che traspare dall’espressione « gros­
solano ingegno» mi fa pensare che egli abbia passato molto
tempo a lambiccarsi il cervello sulla Chimera, gli Ippocentauri e
il resto, ma che « le ragioni del loro essere » gli siano sfuggite
perché non era un poeta e diffidava dei poeti, e perché, come
egli stesso ammise con Fedro, era un convinto uomo di città che
raramente faceva un giro in campagna: « I campi e gli alberi
non mi insegnano nulla, gli uomini sì ». Io mostrerò invece che
10 studio della mitologia ha alle sue fondamenta la conoscenza
tradizionale degli alberi e l’osservazione della vita dei campi
secondo le stagioni.
Volgendo le spalle ai miti dei poeti, Socrate volgeva in realtà
le spalle alla dea-Luna che li ispirava e che imponeva all’uomo
di rendere omaggio spirituale e sessuale alla donna: il cosiddet­
to amore platonico, il sottrarsi del filosofo al potere della Dea e
11suo rifugio nell’omosessualità intellettuale, era in realtà amo­
re socratico. Né Socrate poteva addurre a giustificazione l’igno­
ranza: Diotima di Mantinea, la profetessa arcade che aveva
magicamente arrestato la peste ad Atene, l’aveva un tempo
avvertito che l’amore dell’uomo era giustamente rivolto alle
donne e che Moira, Ilizia e Callone —Morte, Nascita e Bellezza costituivano una triade di dee che presiedeva a tutti gli atti di
generazione: fisica, spirituale e intellettuale. Nel passo del Sim­
posio in cui Platone fa riferire da Socrate le sagge parole di
Diotima, il banchetto viene interrotto da Alcibiade, che irrom ­
pe ubriaco in cerca di un bel giovinetto di nome Agatone e lo
trova steso a mensa accanto a Socrate. Poco dopo Alcibiade
racconta a tutti di avere lui stesso un tempo incitato Socrate, che
era innamorato di lui, a un atto di sodomia dal quale, tuttavia,
Socrate si era filosoficamente astenuto, pago solo di abbracciare
castamente per tutta la notte il bellissimo corpo delFamato. Se
Diotima fosse stata presente, avrebbe arricciato il naso e si
sarebbe sputata tre volte in seno. Perché sebbene la Dea, come
Cibele e Istar, tollerasse la sodomia, praticata nei cortili dei suoi
stessi templi, l’omosessualità ideale era un’aberrazione morale
di gran lunga più grave: era il tentativo dell’intelletto maschile
di rendersi spiritualmente autosufficiente. La sua vendetta su
Socrate, se così posso esprimermi, per aver cercato la conoscen­
za apollinea di se stesso, invece di lasciare tale compito a una
moglie o a un’amante, fu in carattere: gli trovò per moglie una
bisbetica e diresse i suoi affetti idealistici su quello stesso Alcibiade che lo ripagò diventando vizioso, empio, traditore ed
egoista, la rovina di Atene. Essa pose fine alla sua vita con una
bevanda ricavata da una pianta a lei sacra nella sua figura di

Prefazione 17
Ecate ,1 quella cicuta dai fiori bianchi e dall’odore di topo che i
suoi concittadini gli prescrissero come punizione per aver cor­
rotto la gioventù. I suoi discepoli ne fecero un martire e grazie
alla loro influenza i miti decaddero ancor di più: diventarono
mere storielle divertenti, oppure vennero « spiegati » da Evemero di Messene e dai suoi successori come corruzioni di
eventi storici. Secondo la versione evemerista del mito, ad
esempio, Atteone era un gentiluomo arcade così dedito alla
caccia da venir divorato dalle spese sostenute per mantenere la
sua muta di segugi.
Ma anche dopo che Alessandro Magno ebbe reciso il nodo
gordiano (gesto di gran lunga più significativo sul piano mo­
rale di quanto generalmente non si ritenga), l’antico lin­
guaggio sopravvisse abbastanza puro nei culti misterici di
Eieusi, di Corinto, di Samotracia e in altri luoghi. E quando i
Misteri furono soppressi dai primi imperatori cristiani, conti­
nuò ad essere tramandato nei collegi poetici dell’Irlanda e del
Galles e nelle conventicole stregonesche dell’Europa occiden­
tale. Come tradizione religiosa popolare si ridusse al lumicino
verso la fine del Seicento, e la poca poesia magica che ancora
oggi si scrive, perfino nell’industrializzata Europa, è sempre
frutto più di un ritorno ispirato e quasi patologico a quella
lingua originale, di una sorta di frenetico « parlare lingue »
pentecostale, che di uno studio coscienzioso della sua gramma­
tica e del suo lessico.
L’istruzione poetica inglese dovrebbe iniziare non con i Can­
terbury Tales o con YOdissea, e neppure con il Genesi, ma piutto­
sto con la Canzone di Amergin, un antico alfabeto-calendario
celtico esistente in parecchie varianti irlandesi e gallesi ingar­
bugliate a bella posta, che riassume nelle linee essenziali il mito
poetico fondamentale. Con qualche approssimazione, ne ho
ricostruito il testo come segue:
Io sono un cervo: dalle corna a sette palchi,
io sono una piena: attraverso una pianura,
io sono un vento: su un lago profondo,
io sono una lacrima: che il Sole lascia cadere,
io sono un falco: alto sulla scogliera,
io sono una spina: sotto l’unghia,
io sono una meraviglia: tra i fiori,
io sono uno stregone: chi oltre a me
infiamma la fredda testa con il fumo?
1. Come ben sapeva Shakespeare: si veda Macbeth, IV, i, 25.

18 La Dea Bianca
Io sono una lancia: che ruggisce in cerca di sangue,
io sono un salmone: in una pozza,
io sono un’esca: del paradiso,
io sono una collina: dove camminano i poeti,
io sono un cinghiale: crudele e rosso,
io sono un frangente: che minaccia rovina,
io sono una marea: che trascina alla morte,
io sono un infante: chi oltre a me
guarda furtivamente dall’arco del dolmen non sbozzato?
Io sono il grembo: di ogni bosco,
io sono la vampa: su ogni collina,
io sono la regina: di ogni alveare,
io sono lo scudo: per ogni testa,
io sono la tomba: di ogni speranza.
Malgrado il forte elemento mitico presente nel cristianesimo,
l’aggettivo « mitico » è diventato sinonimo di « fantastico, assur­
do, antistorico», e questo è un peccato, perché la fantasia ha
avuto ben poco a che fare con lo sviluppo dei miti greci, latini e
palestinesi, o di quelli celtici prima che i trovieri franconorman­
ni li sfruttassero nei loro stravaganti romanzi cavallereschi.
Quei miti sono invece la severa testimonianza di antichi usi o
eventi religiosi, e rappresentano elementi storici attendibili,
una volta che se ne sia compresa la lingua e si sia tenuto conto
degli errori di trascrizione, dei fraintendimenti di riti obsoleti e
delle modifiche introdotte di proposito per fini morali o politici.
Ovviamente alcuni sono sopravvissuti in una forma più pura di
altri. Ad esempio le Favole di Igino, la Biblioteca di Apollodoro e
i primi racconti dei Mabinogion gallesi si fanno leggere più
facilmente delle cronache fintosemplici del Genesi, deWEsodo,
dei Giudici e di Samuele. La difficoltà maggiore nella soluzione
dei problemi mitologici complessi è forse che, per parafrasare
l’innografo:
Gli dèi vittoriosi prendono i loro titoli
dai nemici che fanno prigionieri,
e che conoscere il nome di una divinità in un dato luogo o
periodo è di gran lunga meno importante che conoscere la
natura dei sacrifici che gli venivano o le venivano offerti. I
poteri degli dèi erano soggetti a una continua ridefinizione. Ad
esempio è probabile che il dio greco Apollo fosse in origine il
demone di una confraternita del Topo dell’Europa totemica
prearia, il quale fece carriera con la forza delle armi, con il
ricatto e con la frode, sino a diventare patrono della musica,

Prefazione 19
della poesia e delle arti e infine, almeno in certe regioni, sop­
piantò suo « padre » Zeus come sovrano dell’universo identifi­
candosi con Belinus, il dio intellettuale della luce. Jahvèh, dio
degli Ebrei, ha una storia ancora più complessa.
« Qual è oggi l’utilità o la funzione della poesia? ». La doman­
da si rivela non meno urgente per il fatto di essere posta in
tono provocatorio da tanti babbei o soddisfatta con risposte
apologetiche da tanti sciocchi. La funzione della poesia è
l’invocazione religiosa della Musa; la sua utilità è la sperimen­
tazione di quel misto di esaltazione e di orrore che la sua
presenza eccita. Ma « oggi »? La funzione e l’utilità rimangono
le stesse: solo l’applicazione è mutata. Un tempo la poesia
serviva per ricordare all’uomo che doveva mantenersi in
armonia con la famiglia delle creature viventi tra le quali era
nato, mediante l’obbedienza ai desideri della padrona di casa;
oggi ci ricorda che l’uomo ha ignorato l’avvertimento e ha
messo sottosopra la casa con i suoi capricciosi esperimenti
filosofici, scientifici e industriali, attirando la rovina su se
stesso e sulla sua famiglia. L’« oggi » è una civiltà in cui gli
emblemi primi della poesia sono disonorati; in cui il serpente,
il leone e l’aquila appartengono al tendone del circo; il bue, il
salmone e il cinghiale all’industria dei cibi in scatola; il cavallo
da corsa e il levriero al botteghino delle scommesse; e il bosco
sacro alla segheria. Una civiltà in cui la Luna è disprezzata
come un satellite senza vita e la donna è « personale statale
ausiliario ». In cui il denaro può comprare ogni cosa eccetto la
verità, e chiunque eccetto il poeta posseduto dalla verità.
Datemi pure della volpe che ha perso la coda; io non sono
servo di nessuno e ho scelto di vivere nella frazione di un
paesino sui monti di Maiorca, cattolico ma antiecclesiastico,
dove la vita è ancora regolata dall’antico ciclo agricolo. Privo
come sono della coda, ossia del contatto con la civiltà urbana,
tutto ciò che scrivo deve suonare assurdo e irrilevante a quelli
tra voi che sono ancora legati agli ingranaggi della macchina
industriale, sia direttamente come operai, dirigenti, commer­
cianti o pubblicitari, sia indirettamente come funzionari, edi­
tori, giornalisti, insegnanti o dipendenti di una rete radiofoni­
ca. Se siete poeti, comprenderete che l’accettazione della mia
tesi storica vi obbliga a una confessione di tradimento che
sarete restii a fare. Avete scelto il vostro lavoro perché vi
prometteva un ’entrata costante e il tempo libero necessario per
rendere un prezioso culto a metà tempo alla Dea che adorate.
Vi dom anderete a che titolo io vi avverta che essa vuole essere
servita a tempo pieno o non essere servita affatto. Vi suggeri­
sco forse di lasciare il vostro impiego e, in mancanza dei

20 La Dea Bianca
capitali necessari per avviare una piccola azienda agricola, di
diventare pastori romantici (come fece Don • Chisciotte una
volta constatata la propria incapacità di affrontare il mondo
moderno) in remote fattorie non meccanizzate? No, la mia
condizione di scodato mi toglie ogni diritto di offrire suggeri­
menti pratici. Ardisco solo tentare un’esposizione storica del
problema; come poi voi ve la vedrete con la Dea è cosa che non
mi riguarda. Non so neppure se la vostra professione poetica
sia cosa seria.
R.G.
Deyà, Maiorca, Spagna

1. Poeti e menestrelli

Sin dall’età di quindici anni sono stato dominato dalla passio­
ne per la poesia e non ho mai scelto attività o stabilito relazioni
che mi sembrassero incompatibili con i suoi princìpi, anche se
ciò mi ha talora guadagnato la fama di eccentrico. La prosa, che
mi ha garantito il pane quotidiano, mi è servita come strumento
per affinare la mia percezione della natura totalmente diversa
della poesia, e i temi che scelgo sono sempre legati dentro di me
a problemi poetici di grande rilievo. All’età di sessantacinque
anni, trovo ancora divertente il paradosso dell’ostinato perdu­
rare della poesia in questa nostra fase di civiltà. Benché ricono­
sciuta come professione dotta, la poesia è l’unica alla quale non
ci si prepari in appositi istituti di istruzione e che non possa
invocare alcun metro di giudizio, anche rozzo, come misura
dell’abilità tecnica. « Poeti si nasce, non si diventa ». Dal che si
dovrebbe concludere che la natura della poesia è troppo miste­
riosa per ammettere un’analisi: più misteriosa ancora della
regalità, dal momento che re si può anche diventare, e i detti di
un re defunto hanno poco peso sul pulpito o al bar.
Alle origini di tale paradosso stanno da una parte il grande
prestigio ufficiale che tutto sommato accompagna ancora il tito­
lo di poeta, così come quello di re, e dall’altra la sensazione che la
poesia, in quanto resistente all’analisi scientifica, abbia le sue ra­
dici nella magia, che è cosa sentita come disdicevole. È vero: il
patrimonio tradizionale della poesia europea è radicato in ulti­
ma analisi su princìpi magici i cui fondamenti costituirono per
secoli un segreto religioso gelosamente custodito, ma che alla
lunga si confusero, persero prestigio e infine caddero nell’oblio.
Oggigiorno solo in rari casi di regresso spirituale un poeta riesce
a dare ai propri versi un potere magico nel senso antico del ter­
mine. Per il resto, l’attività del poetare ricorda quella dell’alchi­

22 La Dea Bianca
mista medioevale, con i suoi fantasiosi e fallimentari esperi­
menti di trasmutazione dei metalli vili in oro; con la differenza
che l'alchimista perlomeno sapeva riconoscere alla vista e al
tatto Toro puro. La verità è che l’oro lo si può ricavare solo dal
minerale d’oro, così come solo la poesia dà poesie. L’intento di
questo libro è di riscoprire quei fondamenti perduti e illustrare
i princìpi attivi della magia poetica che li sottendono.
La mia tesi si fonderà sull’analisi di due straordinarie poesie
gallesi del XIII secolo scritte da menestrelli, nelle quali sono
ingegnosamente nascoste le tracce dell’antico segreto.
A mo’ di introduzione storica, occorre innanzitutto sottoli­
neare la netta distinzione che esisteva nell’antico Galles tra i
bardi di corte e i menestrelli itineranti. I bardi gallesi, o poeti
maggiori, erano, come i loro colleghi irlandesi, dei professioni­
sti, depositari di un corpus tradizionale di composizioni poeti­
che che venivano imparate a memoria e che, vagliate con cura,
erano trasmesse ai discepoli. I poeti inglesi di oggi, la cui lingua
nacque come oscuro dialetto tardomedioevale in un’epoca in
cui la poesia gallese era già un’istituzione veneranda, guarde­
ranno forse con invidia a questi loro antichi colleghi. Il giovane
poeta di allora non era costretto a rimediare il suo bagaglio
poetico con letture senza metodo, consultazioni con amici parimenti incerti e sperimentazioni. In epoche successive, tuttavia
solo in Irlanda fu previsto, o meglio concesso, che un poeta
maggiore componesse in uno stile originale. Quando i poeti
gallesi furono convertiti all’ortodossia cristiana e resi soggetti
alla disciplina ecclesiastica (un processo che i codici di leggi
gallesi mostrano essersi concluso verso il X secolo), la loro
tradizione gradatamente si irrigidì. L’abilità tecnica restò un
requisito fondamentale e la cattedra di poesia continuò ad
essere oggetto di roventi contese nelle diverse corti, ma i bardi
dovevano ormai evitare ciò che la Chiesa definiva « menzo­
gna», ossia il pericoloso esercizio dell’immaginazione poetica
nel campo del mito o dell’allegoria. Si potevano usare solo certi
epiteti e metafore, trattare solo certi argomenti, impiegare solo
certi metri, e il cynghanedd, o ripetizione di una serie di conso­
nanti con variazioni vocaliche, diventò pratica quasi ossessiva.11
1. Un esempio di cyngkanedd in inglese è il seguente:
Billet spied,
Bolt sped.
Across field
Crows fled.
Aloft, wounded,
Left one dead.
(« Spiato il legno, / il dardo volò. / Attraverso il campo / fuggirono i corvi./
In alto, ferito, / lasciarono un morto »). Ma la corrispondenza tra la doppia v
di across e la s sonora di crows farebbe arricciare il naso al purista.

Poeti e menestrelli 23
poeti maggiori erano diventati funzionari di corte e il loro
dovere consisteva nel cantare le lodi innanzitutto di Dio, e poi
del re o del principe che aveva concesso loro un seggio alla sua
tavola. Anche dopo la caduta dei principi, alla fine del Duecen­
to, questo codice poetico isterilito continuò a essere tramandato
dai bardi residenti nelle case dei nobili.
« Le scarse indicazioni ricavabili dalle opere dei bardi, fino
alla caduta dei principi gallesi» scrive T. Gwynn Jones nelle
« Transactions of the Honourable Society of Cymmrodorion »
( 1913-14) « fanno ritenere che il sistema esposto nelle Leggi sia
rimasto in vigore, ma probabilmente in forma via via modifica­
ta. Il codice metrico del Llyfr Coch Hergest presenta ulteriori
sviluppi, che nel XV secolo sfociarono nel Carmarthen Eistedd­
fod ... E provato che i Gogynfeirdd [i bardi di corte] si atteneva­
no agli argomenti tradizionali elencati in questo codice, che
proibisce la forma narrativa e confina sostanzialmente l’attività
poetica alla composizione di panegirici e di elegie. La loro
fedeltà a ciò che essi ritenevano verità storica era probabilmen­
te dovuta al fatto di essere presto caduti sotto l’autorità della
Chiesa. Il materiale tradizionale contenuto nei racconti avven­
turosi popolari fu quasi del tutto abbandonato e i nomi dei
personaggi mitici e semistorici furono noti quasi esclusivamen­
te grazie alle Triadi ... La poesia avente per tema la natura e
l’amore è marginale nelle loro opere, che in tutto il periodo
considerato non mostrano alcuna evoluzione... Le allusioni alla
natura sono brevi e occasionali, quasi sempre limitate alle sue
manifestazioni più aspre: il conflitto tra il mare e la riva, la
violenza delle bufere invernali, l’incendio della vegetazione
primaverile sulle montagne. Il carattere degli eroi è indicato
solo da epiteti; nessun avvenimento è descritto nella sua inte­
rezza; le battaglie sono liquidate in uno o al massimo due versi.
Se ne deduce una poetica che vuole la poesia, e in particolare il
panegirico, fatta di epiteti e di allusioni, con accenni sommari ai
nudi eventi storici, presumibilmente noti all’uditorio. Le loro
composizioni non raccontano mai una storia e non contengono
nemmeno chiare descrizioni anche solo di episodi isolati. Tali
caratteristiche hanno di fatto segnato gran parte della poesia
gallese, al di fuori delle ballate popolari, praticamente fino a
« I racconti e i romanzi avventurosi, invece, sono pieni di co­
lore e di azione e i personaggi hanno un certo spessore psi­
cologico. L’inclinazione fantastica, libera da imposizioni di te­
ma e di forma, diventa in essi immaginazione poetica».
Questi racconti venivano narrati da una corporazione di

24 La Dea Bianca
menestrelli la cui posizione sociale non era definita dalle Leggi,
che non annoveravano tra di loro vescovi o ministri e che
potevano liberamente adoperare qualunque stile, tema o me­
tro fosse di loro gradimento. Molto poco si sa della loro orga­
nizzazione o della loro storia, ma poiché venivano loro comu­
nemente attribuite facoltà divinatorie e profetiche e il potere
di recare danno attraverso la satira, è probabile che discendes­
sero da quegli antichi poeti maggiori gallesi che avevano rifiu­
tato o non avevano ricevuto la protezione regale dopo la con­
quista del Galles da parte dei Cimri. Questi ultimi, che noi
consideriamo come i veri Gallesi e tra le cui file venivano
reclutati gli alteri bardi di corte, costituivano un’aristocrazia
tribale di origine brittonica o celticobritannica che, giunta in
Galles dal Nord dell’Inghilterra nel V secolo d.C., dominava su
una classe servile composita formata da Goideli, Brittoni e
popolazioni dell’Età del bronzo, del Neolitico e aborigene. I
menestrelli non cimrici andavano di villaggio in villaggio o di
fattoria in fattoria, intrattenendo il pubblico sotto un albero o
nell’angolo del focolare a seconda delle stagioni. Furono loro a
mantenere in vita una tradizione letteraria straordinariamente
antica, principalmente sotto forma di racconti popolari che
conservavano frammenti di una mitologia non solo precimrica,
ma anche pregoidelica, che in parte risaliva sino all’Età della
pietra. I princìpi della loro poetica sono così riassunti in una
Triade del Llyfr Coch Hergest (« Il libro rosso di Hergest »):

Tre sono le cose che arricchiscono il poeta:
i miti, la facoltà poetica, un patrimonio di antichi versi.
Dapprima le due scuole non vennero in contatto: agli ele­
ganti bardi di corte « dal grosso ventre » era proibito comporre
nello stile dei menestrelli e far visita a dimore che non fossero
quelle dei principi o dei nobili; e gli emaciati e cenciosi mene­
strelli non erano ammessi a corte e non sapevano usare le
complicate forme metriche richieste ai bardi ufficiali. Tuttavia
nel X III secolo i menestrelli trovarono dei mecenati negli
invasori franconormanni, probabilmente grazie all’appoggio
di cavalieri bretoni che capivano il gallese e avevano ricono­
sciuto in alcune delle loro storie versioni più avvincenti di
quelle da loro udite in patria. I trovieri o irouvères le tradussero
in francese, le adattarono al codice cavalleresco provenzale e in
questa nuova veste le storie gallesi conquistarono l’Europa.
Le alleanze matrimoniali che non tardarono a formarsi tra
famiglie gallesi e famiglie normanne resero sempre più diffici­

Poeti e menestrelli 25
le tenere lontani dalle corti i menestrelli. In una composizione
poetica degli inizi del Duecento un certo Phylip Brydydd de­
scrive una disputa accesasi tra lui e certi « volgari poetastri »
su chi dovesse essere il primo a offrire un canto il giorno di
Natale al protettore di Brydydd, il principe Rhys Ieuanc di
Llanbadarn Fawr, nel Galles del Sud, fedele alleato dei Nor­
manni. E un « volgare poetastro », secondo il metro aristocrati­
co di Phylip, è appunto l’autore dei due componimenti due­
centeschi che saranno esaminati più avanti, Càd Goddeu e Hanes
Taliesin.
Con il Trecento l’influsso letterario dei menestrelli cominciò
a farsi sentire anche nella poesia di corte e secondo alcune
versioni coeve del Trioedd Kerdd, lo statuto dei bardi, il bardo
di corte o Prydydd, ferma restando la proibizione di comporre
satire, libelli, carmi d’incantesimo o divinatori e canzoni magi­
che, poteva scrivere poesie d’amore. Bisogna aspettare il Q uat­
trocento perché il poeta Dafydd ap Gwilym riesca a fare accet­
tare una nuova forma poetica, il kywydd, in cui si univano la
poesia di corte e quella dei menestrelli. Ma i poeti di corte si
rifiutarono in genere di modificare la loro pratica di versifica­
zione ormai obsoleta e rimasero sdegnosamente gelosi del
favore mostrato ai « narratori di menzogna ». Il loro prestigio
declinò insieme con quello dei loro mecenati, e la guerra civile,
durante la quale il Galles si schierò con i perdenti, diede il
colpo di grazia alla loro autorità; di lì a poco, la conquista
dell’Irlanda da parte di Cromwell distrusse anche laggiù il
potere degli ollave o poeti maggiori. Il recupero di questa
tradizione nel Gorsedd bardico del National Eisteddfod' è in
realtà un’operazione antiquaria, colorata da un druidismo
spurio di marca proto-ottocentesca. Tuttavia l’Eisteddfod ser­
ve a tener vivo nel pubblico il senso dell’onore dovuto ai poeti,
e le tenzoni per conquistare la cattedra di bardo sono sempre
agguerrite.
Nella poesia inglese l’unico breve esempio di un’analoga
disciplina bardica fu il classicismo dell’età di Alexander Pope,
con il suo grande rigore formale, il suo stile elevato e il ricorso
a temi «nobili». A esso seguì la violenta reazione romantica,
poi un nuovo parziale ritorno alla disciplina con il classicismo
vittoriano, e infine l’ancor più violenta reazione dell’anarchia
« modernista » degli anni Venti e Trenta del nostro secolo. I
poeti inglesi di oggi sembrerebbero orientati verso il ritorno a
L. Il National Eisteddfod è la principale manifestazione culturale gallese.
Viene tenuto nella prima settimana di agosto alternativamente nel Galles del
Nord e del Sud [N.d.T.].

26 La Dea Bianca
una disciplina che non è né la camicia di forza del classicismo
settecentesco né la finanziera vittoriana, ma quella logica del
pensiero poetico che conferisce a una poesia grazia e vigore.
Ma dove rivolgersi per studiare la metrica, lo stile, i temi? Dove
trovare un’autorità poetica superiore cui fare atto spontaneo
di fedeltà? Tutti probabilmente sarebbero d’accordo nel rico­
noscere che la metrica è la norma alla quale un poeta rapporta
il proprio ritmo, il modello calligrafico che lo aiuta a sviluppare
una scrittura individuale. Senza l’assunzione di una norma
siffatta le sue peculiarità di ritmo sono prive di significato.
Sarebbero ugualmente tutti d ’accordo sullo stile, che non deve
essere né troppo elaborato né volgare. Ma il tema? Chi è mai
stato capace di spiegare quale tema sia poetico e quale no, se
non in base all’effetto che esso ha sul lettore?
La riscoperta dei fondamenti perduti della poesia può aiu­
tarci a risolvere la questione del tema: se essi sono ancora
validi, possono confermare l’intuizione del poeta gallese Alun
Lewis, che poco prima di morire (in Birmania, nel marzo 1944)
scrisse dell’« unico tema poetico della Vita e della Morte ... il
problema di che cosa sopravviva della persona amata ». Per il
giornalista del verso, naturalmente, i temi sono molti, ma per il
poeta, nel senso in cui Alun Lewis intendeva questo termine,
non c’è possibilità di scelta. Gli elementi dell’unico Tema infi­
nitamente variabile si trovano in certi antichi miti poetici che,
seppur via via manipolati per adattarli ai vari mutamenti reli­
giosi (uso la parola « mito » nel suo significato proprio di « ico­
nografia verbale», e non in quello corrente e spregiativo di
« invenzione assurda »), restano costanti nelle loro linee gene­
rali. La perfetta fedeltà al Tema genera nel lettore di una
poesia una strana sensazione, tra il piacere e lorrore, il cui
corrispettivo fisico è appunto una letterale orripilazione, il
rizzarsi del pelo. Scoprire se una poesia è vera poesia è facile,
diceva A.E. Housman: basta recitarla in silenzio mentre ci si fa
la barba e controllare se si rizzano i peli del mento. Ma Hous­
man non ci ha spiegato perché i peli si rizzino.
Gli antichi Celti facevano un’accurata distinzione fra il poe­
ta, che in origine era anche sacerdote e giudice e la cui persona
era sacrosanta, e il semplice menestrello. Il primo in irlandese
era chiamato fili, veggente, e in gallese derwydd o veggente della
quercia, termine che è probabilmente il capostipite etimologico
di «druido ». Persino i sovrani erano soggetti alla sua autorità
morale. Quando due eserciti si scontravano in battaglia, i poeti
delle due parti si ritiravano insieme su un colle per giudicare il
combattimento. In una poesia gallese del VI secolo, il Gododdin,
si dice che « i poeti del mondo giudicano l’uomo di valore »; e i

Poeti e menestrelli 27
combattenti, che i poeti spesso separavano con un improvviso
intervento, accettavano poi la loro versione della battaglia, se
meritevole di essere ricordata in una poesia, con rispetto oltre
che con piacere. Il menestrello invece non era un sacerdote,
bensì uno joculator, un intrattenitore, semplice cliente degli
oligarchi militari, digiuno della rigorosa disciplina professio­
nale del poeta. Spesso accompagnava la recitazione con mimica
e capriole, facendone un numero da saltimbanco. In Galles era
detto eirchiad, « supplice », ossia persona che non appartiene a
una categoria professionale regolarmente remunerata, ma che
si affida alla generosità dei signori. Posidonio di Rodi parla di
un menestrello celtico della Gallia cui viene gettata come ri­
compensa una borsa di monete d’oro, e siamo nel I secolo a.C.,
quando il sistema druidico era al massimo della potenza in
quella regione. Un menestrello in grado di adulare con arte i
suoi benefattori e di adattare le note del suo canto alle loro
menti intorpidite dall’idromele riceveva collane d’oro e focacce
di miele a volontà; in caso contrario veniva bersagliato con gli
ossi dell’arrosto. Ma in Irlanda, anche secoli dopo che i poeti
erano stati spogliati delle loro funzioni sacerdotali a favore dei
chierici cristiani, bastava una piccola offesa perché il poeta
componesse una satira destinata a coprire il volto dell’aggres­
sore di chiazze nere, a mutargli le viscere in acqua, oppure a
gettargli in faccia una « manciata di follia » che lo faceva im­
pazzire; e le poesie di imprecazione dei menestrelli gallesi
rimasteci mostrano che anche costoro erano gente temibile. Ai
poeti di corte del Galles, invece, era proibito far uso di maledi­
zioni o di satire; in caso di insulto alla loro dignità dovevano
rivolgersi alla giustizia. Secondo un compendio di leggi del X
secolo, il « bardo di corte » poteva richiedere un evie di « nove
mucche, e in più nove volte venti pence in denaro ». Il numero
nove richiama la Nonuplice Musa, loro antica patrona.
Nell’Irlanda antica Vottave o poeta maggiore sedeva a tavola
vicino al re e godeva del privilegio, condiviso solo dalla regina,
di indossare vesti di sei colori diversi. Il termine « bardo », che
nel Galles medioevale stava per poeta maggiore, in Irlanda
indicava invece un poeta di rango inferiore che non aveva
superato i « sette gradi di saggezza » che, dopo dodici anni di
studi difficilissimi, facevano di un poeta un ollave. Il Seguito del
Crith Gablach (un trattato di diritto del VII secolo) così definisce
la posizione del bardo irlandese: « Un bardo è una persona che
non ha altro sapere legittimo che il proprio intelletto ». Ma nel
più tardo Libro degli ollave (che fa parte del trecentesco Libro di
Ballymote) si dichiara che dopo sette anni di istruzione poetica
lo studente era autorizzato a fregiarsi del titolo di bardo fante

28 La Dea Bianca
de mieux. Egli conosceva a memoria solo metà dei racconti e
delle composizioni poetiche prescritti, non aveva studiato le
forme più complesse di prosodia e di composizione metrica e
non conosceva l’antico goidelico. Tuttavia il suo corso di studi
settennale era di gran lunga più severo di quello richiesto nelle
scuole di poesia del Galles, dove i bardi godevano di un presti­
gio sociale proporzionalmente inferiore. Secondo le leggi gal­
lesi, il Penkerdd o Primo Bardo era solo il decimo dignitario di
corte, sedeva alla sinistra dell’Erede Legittimo e gli venivano
riconosciuti onori pari a quelli tributati al Primo Fabbro.
L'ollave irlandese si prefiggeva prima di ogni altra cosa l’e­
sposizione esatta e raffinata di una complessa verità poetica.
Conosceva la storia e la valenza mitica di ogni parola che
impiegava e probabilmente non si curava di ciò che l’uomo
comune pensava delle sue opere. Teneva in pregio solo il
giudizio dei colleghi, e i raduni di ollave non mancavano mai di
produrre un vivo scambio di ingegnose ed eleganti strofe
estemporanee. Non si può tuttavia pretendere che un ollave
fosse sempre fedele al Tema. La sua vasta preparazione, che
comprendeva la storia, la musica, la giurisprudenza, le scienze
e la divinazione, lo incoraggiava a trarre materia per i suoi
versi da tutte queste discipline, talché spesso il dio dell’elo­
quenza Ogma sembrava prendere il sopravvento su Brigit, la
Triplice Musa. E paradossalmente nel Galles medioevale l’am­
mirato poeta di corte era diventato un cliente del principe al
quale rivolgeva formali suppliche in versi, quasi totalmente
dimentico del Tema, laddove il disprezzato e squattrinato me­
nestrello. mero verseggiatore all’apparenza, dava prova di
maggiore integrità poetica, ancorché in strofe non altrettanto
cesellate.
Gli Anglosassoni non avevano simili venerati poeti maggiori,
ma solo menestrelli, e il patrimonio poetico inglese tradiziona­
le è una derivazione di terza mano, tramite i romanzi franco­
normanni, da antiche fonti britanniche, galliche e irlandesi.
Questo spiega perché il titolo di poeta non goda nel mondo
rurale inglese dello stesso istintivo rispetto che gli è tributato
negli angoli più remoti del Galles, dell’Irlanda e della Scozia
settentrionale. I poeti inglesi, fuor dall’àmbito dei circoli lette­
rari, si sentono in obbligo di scusarsi per la loro vocazione;
davanti all’ufficiale di stato civile o in tribunale si definiscono
giornalisti, insegnanti, romanzieri, o altra professione da loro
svolta parallelamente all’attività di poeta. Anche la carica di
« Poeta laureato » fu istituita solo durante il regno di Carlo I.
(Il lauro conferito a John Skelton era un’onorificenza accade­
mica per l’eloquenza latina e non aveva nulla a che fare con il
favore e la protezione che egli godeva presso Enrico Vili).

Poeti e menestrelli 29
Tale carica non comporta alcuna autorità sull’attività poetica
nazionale né alcun obbligo di difendere il decoro della poesia,
ed è conferita, senza concorso, non da un’accademia letteraria,
bensì dal Primo Ministro. Ciò nondimeno molti poeti inglesi
hanno mostrato grande raffinatezza tecnica nelle loro compo­
sizioni e lungo i secoli, a partire dal XII, nessuna generazione è
stata totalmente infedele al Tema. Il fatto è che gli Anglosasso­
ni, se infransero il potere degli antichi nobili e poeti britanni­
ci, non sterminarono la popolazione contadina, e la continui­
tà dell’antico sistema di sagre e feste popolari sopravvisse intat­
ta anche dopo l’arrivo del cristianesimo. La vita sociale inglese
si fondava sull’agricoltura, sulla pastorizia e sulla caccia, e il
Tema perdurò implicitamente nella celebrazione popolare
delle feste oggi note come Candlemas (Candelora), Lady Day
(Annunciazione), May Day (Calendimaggio), Midsummer Day
(San Giovanni), Lammas (la festa del raccolto, 1° agosto),
Michaelmas (San Michele), All-Hallowe’en (vigilia di Ognissan­
ti) e Natale. Fu anche conservato in segreto come dottrina reli­
giosa nelle conventicole anticristiane che praticavano il culto
delle streghe. Presso gli Inglesi, quindi, benché manchi il tradi­
zionale rispetto per il poeta, esiste però una consapevolezza tra­
dizionale del Tema.
Il quale Tema, detto in breve, consiste nell’antichissima sto­
ria, divisa in tredici capitoli e un epilogo, della nascita, vita,
morte e resurrezione del dio dell’Anno Crescente. I capitoli
centrali riguardano la battaglia da lui combattuta e persa con­
tro il dio dell’Anno Calante per amore della capricciosa e
onnipotente Triplice Dea, madre di entrambi, loro sposa e
seppellitrice. Il poeta identifica se stesso con il dio dell Anno
Crescente e la sua Musa con la Dea; il rivale è il suo fratello di
sangue, il suo doppio, il suo weird o destino. Tutto ciò che è
vera poesia (vera secondo la prova pratica di Housman) cele­
bra quakhe episodio o qualche scena di questa antichissima
storia, i cui tre personaggi principali sono a tal punto parte
della nostra eredità razziale che non si limitano a imporsi nella
poesia, ma si manifestano in occasioni di particolare intensità
emotiva sotto forma di sogni, visioni paranoiche e deliri. Nell’incubo il weird o rivale prende spesso le sembianze di uno
spettro in piedi accanto al letto: alto, magro e scuro in volto, il
Principe dell’Aria. Egli cerca di trascinare il sognatore fuori
dalla finestra, e questi, girandosi indietro, vede il proprio cor­
po che giace rigido nel letto. Ma lo spettro prende anche mil­
le altre forme malefiche, diaboliche o serpentine.
La Dea è una donna snella e affascinante, col naso aquilino,
il volto di un pallore mortale, le labbra rosse come le bacche del

30 La Dea Bianca
sorbo selvatico, gli occhi straordinariamente azzurri e lunghi
capelli biondi. Può tramutarsi d ’un tratto in scrofa, cavalla,
cagna, volpe, asina, donnola, serpente, gufo, lupa, tigre, sirena
o ripugnante megera. Innumerevoli sono i suoi nomi e titoli.
Nelle storie di fantasmi figura spesso come la « Signora Bian­
ca » e nelle religioni del mondo antico, dalle Isole britanniche
al Caucaso, è la « Dea Bianca ». Non mi viene in mente nessun
vero poeta, da Omero in poi, che non abbia dato una descrizio­
ne personale della propria esperienza di lei. Si potrebbe dire
che l’autenticità della visione di un poeta si misura sull’accura­
tezza del ritratto che egli dà della Dea Bianca e dell’isola ove
essa regna. Il motivo per cui mentre si scrive o si legge una
vera poesia i peli si rizzano, gli occhi si velano di lacrime, la
gola si contrae, la pelle si accappona e un brivido corre lungo la
spina dorsale, è che una vera poesia è necessariamente un’in­
vocazione della Dea Bianca o Musa, la Madre di tutti i viventi,
l’antica forza della paura e della concupiscenza - il ragno
femmina o Pape regina il cui abbraccio è mortale. Housman
dice anche che la vera poesia è quella che corrisponde alla
seguente dichiarazione di Keats: « Tutto ciò che mi rammenta
di lei mi trafigge come una lancia», frase che si adatta parimenti al Tema. Keats la scrisse sotto l’ala della morte a propo­
sito della sua Musa, Fanny Brawne; e la « lancia che ruggisce in
cerca di sangue » è l’arma tradizionale dell’oscuro carnefice e
successore.
Talora, leggendo una poesia, avviene che i peli si rizzino per
una scena priva di persone e di avvenimenti, se gli elementi
che la compongono rivelano con sufficiente chiarezza la pre­
senza invisibile della Dea: per esempio quando i gufi stridono,
la luna scivola come una nave tra un rincorrersi di nuvole,
gli alberi stormiscono adagio sopra una impetuosa cascata e
si sente un lontano latrare di cani; o quando un improvviso
scampanio nella notte gelata annuncia la nascita delFAnno
Nuovo.
La poesia classica, che pure sa dare profonde soddisfazioni
sensoriali, non fa mai rizzare in testa i capelli o accelerare i
battiti del cuore, se non quando viene meno alla decorosa
compostezza che le è propria. Questo è dovuto appunto al
diverso atteggiamento del poeta classico e del poeta vero nei
confronti della Dea Bianca. Con il che non voglio assimilare il
poeta vero al poeta romantico. Il termine «romantico», utile
finché fu usato per indicare la reintroduzione nell’Europa
occidentale, ad opera degli scrittori di romances in versi, di una
mistica venerazione per la donna, è stato distrutto da un uso
indiscriminato. Il tipico poeta romantico dell’Ottocento è fisi­

Poeti e menestrelli 31
camente deforme o malaticcio, dedito all’uso di droghe, incline
alla melancolia, squilibrato, e poeta vero solo nel suo rispetto
fatalistico della Dea come signora del suo destino. Il poeta
classico, per quanto dotato e volonteroso, non supera la prova
perché si sente padrone della Dea: essa non è sua domina, bensì
sempre donna che conduce una vita agiatamente civettuola
sotto la sua protezione. Talora, anzi, egli è il suo lenone: tenta
di rendere più allettanti i suoi versi costellandoli di « vaghez­
ze » prese a prestito dalle poesie autentiche. Nella poesia araba
classica esiste una tecnica nota come «esca», che consiste nel
creare l’atmosfera poetica mediante un prologo a base di bo­
schetti, ruscelli e usignoli, per poi passare rapidamente, prima
che l’effetto svanisca, al vero argomento, che può essere una
celebrazione del coraggio, della pietà e grandezza d’animo del
protettore, ovvero una serie di sagge riflessioni sulla brevità e
caducità della vita. Nella poesia classica inglese il processo di
accensione artificiale spesso si protrae sino a occupare tutta la
composizione.
I capitoli che seguono sono dedicati alla riscoperta di una
serie di formule sacre di diversa antichità in cui sono riassunte
le versioni successive del Tema. Non v’è dubbio che i critici
letterari, il cui compito consiste nel giudicare ogni composizio­
ne secondo i canoni dei menestrelli, ossia guardando al suo
valore di intrattenimento per le masse, troveranno materia di
sollazzo in ciò che ai loro occhi sicuramente apparirà come un
cumulo di corbellerie, un mare's nest.1 E parimenti non vi è
dubbio che gli studiosi si asterranno da qualsivoglia commen­
to. Ma che cos’è uno studioso, in fin dei conti? Uno che non
può sconfinare, pena l’essere espulso dall’istituzione alla quale
appartiene.
E che cos’è mai un mare's nestì Un accenno di risposta ce lo
dà Shakespeare, anche se mette san Withold al posto di Odino,
l’eroe originale della ballata:
Swithold footed thrice the wold.
He met the Night-Mare and her nine-fold,
Bid her alight arid her troth plight,
And aroynt thee, witch, aroynt thee!2
1. Alla lettera « nido di cavalla », detto di una presunta scoperta di qualcosa
di straordinario che poi si rivela essere un inganno o una delusione [N.d.T.].
2. « San Withold percorse tre volte le colline. / Incontrò l'incubo e le sue
nove creature, / la fece scendere e dare la sua parola, / e vattene via, strega,
vattene via! » (Re Lear, III, iv, 120).

32 La Dea Bianca
Un resoconto più particolareggiato dell’impresa di Odino è
contenuto nel Charm Against the Night Mare (« Formula contro
l’incubo ») proveniente dal Nord dell’Inghilterra e databile
probabilmente al XIV secolo:
Tha mon o' micht, he rade o' nicht
Wi' neider swerd ne ferd ne licht.
He socht tha Mare, he fond tha Mare,
He bond tha Mare uri’ her ain hare,
Ond gored her swar by midder-micht
She wolde noe mair nd o’ nicht
Whar aince he rade, thot mon o’ micht.1
La «cavalla notturna »,2 l’incubo, è uno degli aspetti più
crudeli della Dea Bianca. I suoi nidi, in cui ci si imbatte in
sogno, dentro crepacci rocciosi o tra i rami di enormi alberi di
tasso cavi, sono fatti di ramoscelli scelti con cura, foderati di
crine di cavallo bianco e del piumaggio di uccelli profetici e
cosparsi di mandibole e viscere di poeti. Il profeta Giobbe disse
di lei: « Ella dimora e risiede sulla roccia. E anche i suoi piccoli
succhiano sangue ».:l

1. « L’uomo possente cavalcava di notte / senza spada né compagni né luce. /
Cercò la cavalla, trovò la cavalla, / legò la cavalla con la sua stessa criniera, / e
le lece giurare per il potere di madre / che mai più avrebbe cavalcato di notte /
dove una volta egli cavalcò, quell'uomo possente ».
2. In inglese night mare. inevitabilmente associato a nightmare, « incubo »,
parola che propriamente indica uno spirito femminile che opprime nel
sonno gli uomini e gli animali [A\W.7\].
3. Per uniformità e per esigenze testuali, tutte le citazioni bibliche sono
tradotte dalla versione inglese usata dall’Autore, che è la Authorized Version o
« Bibbia di re Giacomo » del 1611 [Wd.T.].

2. La Battaglia degli alberi

Sembra che i menestrelli gallesi, al pari dei poeti irlandesi,
recitassero le loro storie avventurose o fantastiche tradizionali
in prosa, ricorrendo alla declamazione di versi, accompagnata
dall’arpa, solo nei momenti di particolare intensità emotiva.
Alcune di queste storie sopravvivono corredate delle loro parti
poetiche; altre le hanno perdute; in alcuni casi, quali le avven­
ture di Llywarch Hen, ci sono rimasti solo i versi. La raccolta
gallese più famosa è quella dei Mabinogion, contenuta in un
manoscritto del Duecento detto Libro rosso di Hergest, le cui parti
in versi sono andate quasi tutte perdute. Il titolo Mabinogion
viene di solito spiegato come « romanzi giovanili », cioè a dire
quelle storie che ogni apprendista menestrello doveva conosce­
re: i ferri del mestiere. Alcuni sono più elaborati di altri lingui­
sticamente e più aggiornati nella rappresentazione della men­
talità e dei costumi.
Il Libro rosso di Hergest comprende anche una miscellanea di
cinquantotto composizioni poetiche, nota come Libro di Taliesin,
nella quale compare anche un componimento in versi apparte­
nente a un Romanzo di Taliesin non incluso nei Mabinogion.
Tuttavia la parte iniziale di questo racconto è contenuta in uno
dei cosiddetti « Manoscritti Peniardd », della fine del Cinque­
cento, pubblicato agli inizi dell’Ottocento nella Myvyrian Archaiology, insieme con molte delle strofe relative facenti parte
del Libro rosso di Hergest, anche se con alcuni cambiamenti
testuali. Questo frammento fu tradotto da Lady Charlotte
Guest, che vi aggiunse materiale proveniente da altri due ma­
noscritti e lo pubblicò nella sua celebre edizione dei Mabinogion
(1848). Purtroppo uno di questi due manoscritti veniva dalla
biblioteca di Iolo Morganwg, famoso « perfezionatore » di do­
cumenti gallesi vissuto nel Settecento, sicché la versione della

34 La Dea Bianca
Guest non può essere letta con piena fiducia, anche se non è mai
stato provato che il manoscritto di Morganwg fosse un falso.
La trama del romanzo è la seguente. Un nobile di Penllyn di
nome Tegid Voel aveva una moglie chiamata Caridwen, o
Cerridwen, e due figli: Creirwy, la fanciulla più bella del mon­
do, e Afagddu, il ragazzo più brutto. Vivevano tutti e quattro su
un’isola al centro del lago Tegid. Per compensare la bruttezza
di Afagddu, Cerridwen decise di dotarlo di una grande intelli­
genza. Così, seguendo una ricetta contenuta nei libri del mago
Virgilio da Toledo (eroe di un romanzo del XII secolo), mise a
bollire in un calderone una miscela di ispirazione e conoscenza,
perché cuocesse a fuoco lento per un anno e un giorno. Stagio­
ne dopo stagione aggiungeva alla miscela erbe magiche raccolte
durante il periodo astrale appropriato. Mentre raccoglieva le
erbe faceva rimestare il calderone dal piccolo Gwion, figlio di
Gwreang, della parrocchia di Llanfair a Caereinion. Sul volgere
dellanno tre gocce bollenti schizzarono dalla mistura e caddero
sul dito del piccolo Gwion. Questi portò il dito alla bocca e
improvvisamente comprese la natura e il significato di tutte le
cose passate, presenti e future, e in tal modo scoprì che doveva
guardarsi dalle astuzie di Cerridwen che era decisa a ucciderlo
appena avesse portato a termine il suo compito. Gwion fuggì e
Cerridwen lo inseguì come una nera strega urlante. Grazie ai
poteri derivati dal calderone lui si mutò in lepre, lei in levriero.
Lui si gettò in un fiume e diventò un pesce, lei si mutò in lontra.
Lui si levò nelFaria in guisa di uccello, lei si mutò in falco. Lui
diventò un chicco di frumento vagliato sul pavimento di un
granaio, lei si mutò in una gallina nera, e razzolando con le
zampe tra il grano lo trovò e lo inghiottì. Quando tornò alle sue
sembianze originarie, Cerridwen scoprì di essere incinta di
Gwion e dopo nove mesi lo partorì, ma non ebbe cuore di
ucciderlo perché era molto bello. Così, dopo averlo chiuso in un
sacco di cuoio, lo gettò in mare due giorni prima di Calendi­
maggio. Gwion fu trascinato fino alla pescaia di Gwyddno Garanhir, tra Dovey e Aberystwyth, nella baia di Cardigan, e fu
tratto in salvo dal principe Elphin, figlio di Gwyddno e nipote
del re Maelgw^n di Gwvnedd (Galles settentrionale), che si tro­
vava là per pescare con la rete. Benché non avesse preso pesci,
Elphin si considerò ben ricompensato della sua fatica e ribattez­
zò Gwion « Taliesin», che significa o «valore purissimo» o
« fronte leggiadra » - ambiguità che permette all’autore del
romanzo di fare frequenti giochi di parole.
Quando Elphin fu imprigionato dal suo regai zio a Dyganwy
(presso Llandudno), capitale del Gwvnedd, il piccolo Taliesin si
recò là in suo aiuto e ne ottenne la liberazione grazie a un’esibi­
zione di saggezza, nel corso della quale ridusse al silenzio tutti e

La Battaglia degli alberi 35
ventiquattro i bardi di corte di Maelgwn (di costoro parla
anche lo storico britannico Nennio, nelFVIII secolo) e il loro
capo, il bardo Heinin: dapprima, con un incantesimo, Gwion li
ridusse a emettere balbettìi infantili passandosi le dita sulle
labbra, poi recitò una lunga poesia enigmistica, lo Hanes Talie­
sin, che essi furono incapaci di comprendere e che noi esami­
neremo più avanti, nel capitolo 5. Non conosciamo la soluzione
dell’indovinello, perché la versione del racconto nel manoscrit­
to Peniardd è incompleta; è possibile che venisse data alla fine,
come nei racconti analoghi di Rumpelstiltskin, Tom Tit Tot,
Edipo e Sansone, ma gli altri versi suggeriscono piuttosto che
Taliesin continuasse a mettere in burla fino alla fine l’ignoran­
za e la mancanza di arguzia di Heinin e degli altri bardi, senza
mai rivelare il suo segreto.
Il racconto, nella versione di Lady Charlotte, culmina in un
altro indovinello proposto dal piccolo Taliesin, che inizia così:
Scopri che cos’è:
la forte creatura di prima del diluvio,
senza carne né ossa,
senza vene né sangue,
senza capo né piedi ...
nel campo, nella foresta ...
Senza mano né piede.
E anche tanto vasta
quanto la superficie della terra,
e non è mai stata generata,
né mai l’hanno vista ...
La soluzione, « il vento », è offerta in concreto da una violen­
ta tempesta di vento che terrorizza il re e lo convince a tirare
fuori Elphin dalla sua prigione sotterranea, dopo di che Talie­
sin lo libera dalle catene mediante un incantesimo. E probabile
che in una versione precedente il vento scaturisse dal mantello
del suo compagno Afagddu o Morvran, come avviene per il
corrispettivo irlandese di quest’ultimo, Marvan, nell’opera altomedioevale Atti della grande accademia bardica, che ha molto in
comune con il Romanzo di Taliesin. « Una parte di esso soffiò nel
cuore di ogni bardo presente, cosicché tutti quanti si levarono
in piedi ». Una forma abbreviata di questo indovinello compa­
re nei Flores di Beda il Venerabile, autore lodato in una delle
poesie del Libi a di Taliesin : « Die mihi quae est illa res quae caelum,
totamque terram replevit, silvas et sirculos confringit ... omniaque
fundamenta concutit, sed nec oculis videri aut [sic] manibus tangi
potest. [Risposta] Ventus ».
Qui non può esserci alcun errore. Ma dal momento che lo

36 La Dea Bianca
Hanes Taliesin non è preceduto da formule quali dychymig dychymig (« indovina indovinello ») o dechymic pwy yw (« scopri che
cos’è »),1 i commentatori si sentono giustificati a non leggerlo
come un indovinello. Alcuni lo considerano un nonsense finta­
mente solenne, una remota anticipazione di Edward Lear e
Lewis Carroll, intesa a suscitare il riso. Altri lo ritengono un
testo mistico legato alla dottrina druidica della trasmigrazione
delle anime, ma rinunciano a decifrarlo.
Devo qui scusarmi per la mia temerarietà nello scrivere su un
argomento che mi è in realtà completamente estraneo. Io non
sono gallese, se non in senso onorario per aver mangiato il
porro nel giorno di San Davide mentre servivo la patria nei
Royal Welch Fusiliers. Non conosco il gallese antico e nemmeno
quello moderno, pur avendo vissuto in Galles per alcuni anni
saltuariamente. E infine non sono uno storico medioevale. Ma
la mia professione è la poesia e, come i menestrelli gallesi,
considero la conoscenza e la comprensione dei miti il primo
arricchimento del poeta. Un giorno, mentre mi stavo scervel­
lando sul significato dell’antico mito gallese della Càd Goddeu
(« La battaglia degli alberi »), combattuta tra Arawn rediAnnwn
(« il luogo senza fondo ») e i due figli di Don, Gwydion e Amathaon, mi accadde qualcosa di molto simile a ciò che succes­
se a Gwion di Llanfair. Una o due gocce dell’infuso dell’Ispirazione sfuggirono dal calderone e di colpo avvertii con sicurezza
che se avessi ripreso in mano l’indovinello di Gwion, che non
avevo più letto dai tempi della scuola, sarei riuscito a dargli un
senso.
Questa « battaglia degli alberi » fu « occasionatada una pavon­
cella, da un capriolo bianco e da un cucciolo di Annvvn ». Nelle
antiche Triadi gallesi, raccolte di nozioni storiche e osservazioni
sentenziose disposte in forma epigrammatica a gruppi di tre,
essa è ricordata come una delle « Tre Frivole Battaglie di Bri­
tannia ». Il Romanzo di Taliesin contiene una lunga poesia, o un
gruppo di poesie mescolate insieme, nota come Càd Goddeu, i
cui versi sembrano non meno privi di senso di quelli del già
ricordato Hanes Taliesin, perché sono stati deliberatamente
« mescolati ». La riporto qui nella versione tardo-ottocentesca
di D.W. Nash, considerata inaffidabile ma di fatto la migliore a
nostra disposizione. L’originale è composto di brevi versi rima­
ti, con la stessa rima spesso ripetuta per dieci o quindici versi.
1. Un’altra formula è dychymig darneg (« un indovinello, un indovinello»),
che spiegherebbe il misterioso ducdame ducdame di Come vi piace, II, v, 54,
definito da Jaques: « un’invocazione greca per chiamare gli sciocchi in cer­
chio » — forse una battuta cara al maestro gallese di Shakespeare e che a
questi rimase impressa per la sua stranezza.

La Battaglia degli alberi 37
Di questi meno della metà fanno parte della poesia che dà il
nome all’intera miscellanea, e prima di poterne spiegare l’atti­
nenza con l’indovinello di Gwion occorre armarsi di santa
pazienza e cominciare a fare un po’ di ordine. Coraggio!
CAD GODDEU

5

10

15

20

25
30
35

(« La battaglia degli alberi »)
Sono stato in molte forme,
prima di conseguirne una congeniale.
Sono stato la stretta lama di una spada.
(Ci crederò quando apparirà).
Sono stato una goccia nell’aria.
Sono stato una stella splendente.
Sono stato una parola in un libro.
Sono stato un libro in origine.
Sono stato la luce di una lanterna.
Per un anno e mezzo.
Sono stato un ponte per traversare
sessanta fiumi.
Ho viaggiato in forma di aquila.
Sono stato una barca sul mare.
Sono stato uno stratega in battaglia.
Sono stato i legacci delle fasce di un bimbo.
Sono stato una spada nella mano.
Sono stato uno scudo in battaglia.
Sono stato la corda di un’arpa,
incantata per un anno
nella schiuma dell’acqua.
Sono stato un attizzatoio nel fuoco.
Sono stato un albero di una macchia.
Nulla c’è in cui non sia stato.
Ho combattuto, seppur piccino,
nella battaglia di Goddeu Brig,
davanti al Sovrano di Britannia,
dalle flotte numerose.
I bardi mediocri simulano,
simulano un animale mostruoso,
dalle cento teste,
e un combattimento atroce
alla radice della lingua.
E un’altra battaglia si combatte
nel retro della testa.
Un rospo che ha sulle cosce

38 La Dea Bianca
cento artigli,
un serpente crestato maculato,
per punire nella carne
40 cento anime per i loro peccati.
Ero a Caer Fefynedd,
là si affrettavano erbe e alberi.
I viandanti li scorgono,
i guerrieri sono attoniti
45 al rinnovarsi di scontri
come quelli sostenuti da Gwydion.
Si invoca il Cielo,
e Cristo perché compia
la loro liberazione,
50 il Signore Onnipotente.
Se il Signore aveva risposto,
con formule magiche e magica arte,
assumete l’aspetto degli alberi più importanti,
con voi schierati
55 trattenete la gente
senza esperienza di battaglie.
Quando gli alberi subirono l’incantesimo
ci fu speranza per gli alberi,
di riuscire a frustrare l’intenzione
60 dei fuochi tutt’intorno...
Son meglio tre all’unisono,
che si divertono in cerchio,
mentre uno di loro racconta
la storia del Diluvio,
65 e della croce di Cristo,
e del giorno del Giudizio che è prossimo.
Gli ontani in prima linea,
furono loro a dare l’inizio.
II salice e il sorbo selvatico
70 furono lenti a schierarsi.
Il susino è un albero
non amato dagli uomini;
di natura simile è il nespolo,
che vince una dura fatica.
75 II fagiolo porta nella sua ombra
un esercito di fantasmi.
Il lampone costituisce
non il migliore tra i cibi.
Al riparo vivono
80 il ligustro e il caprifoglio,
e l’edera durante la sua stagione.

85
90
95

100

105

110

115

120

125

La Battaglia degli alberi 39
Grande è la ginestra spinosa in battaglia.
Il ciliegio era stato rimproverato.
La betulla, pur molto magnanima,
si schierò in ritardo;
non fu per codardia,
ma per le sue grandi dimensioni.
L’aspetto del...
è quello di uno straniero e di un selvaggio.
Il pino nella corte,
forte in battaglia,
grandemente lodato da me
alla presenza di re,
gli olmi sono i suoi sudditi.
Non si volge di lato per lo spazio di un piede,
ma colpisce giusto nel mezzo,
e all’estremità più lontana.
Il nocciolo è il giudice,
le sue bacche sono la tua dote.
Benedetto è il ligustro.
Capi forti in guerra
sono il... e il gelso.
Prospero è il faggio.
L’agrifoglio verde scuro
fu molto coraggioso:
difeso da ogni lato dalle punte,
che feriscono le mani.
I pioppi durevoli
molto franti in battaglia.
La felce spogliata;
le ginestre con la loro progenie:
il ginestrone non si comportò bene
finché fu domato.
L’erica offriva consolazione
confortando la gente.
II ciliegio selvatico incalzava.
La quercia che si muove agilmente,
dinanzi a lei tremano cielo e terra,
robusto custode della porta contro il nemico
è il suo nome in ogni terra.
II gittaione avvinto assieme
fu offerto per essere bruciato.
Altri furono respinti
a causa dei vuoti creati
dalla grande violenza
sul campo di battaglia.

40 La Dea Bianca
Molto furente il...
crudele il cupo frassino.
Timido il castagno,
130 che rifugge dalla gioia.
Vi sarà una nera tenebra,
vi sarà un terremoto sul monte,
vi sarà una fornace purificatrice,
vi sarà in primo luogo una grande ondata,
135 e quando l’urlo verrà udito le cime del faggio stanno mettendo nuove foglie,
mutando e rinnovandosi dal loro stato avvizzito;
le cime della quercia sono aggrovigliate.
Dal « Gorchan » di Maelderw.
140 Sorridendo accanto alla roccia
(era) il pero non di natura ardente.
Né di madre né di padre,
quand’io fui fatto,
erano il sangue o il corpo mio;
145 di nove tipi di facoltà,
del frutto dei frutti,
di frutti Dio mi fece,
del fiore della primula di monte,
dei germogli di alberi e cespugli,
150 di terra della specie terrestre.
Quando fui fatto
dei fiori dell’ortica,
dell’acqua della nona onda,
fui legato con incantesimo da Math,
155 prima di diventare immortale.
Fui legato con incantesimo da Gwydion,
grande mago dei Britanni,
di Eurys, di Eurwm,
di Euron, di Medron,
160 su miriadi di segreti
io sono dotto quanto Math...
Io so dell’imperatore
di quando fu bruciato a mezzo.
Io
so la conoscenza astrale
165 delle stelle prima che (fosse creata) la terra,
da dove sono nato,
guanti mondi vi sono.
É usanza dei bardi compiuti
recitare le lodi del loro paese.
170 Ho suonato a Lloughor,
ho dormito nella porpora.
Forse che non ero nel recinto

La Battaglia degli alberi 41
175
180

185
190
195

200

205
210
215

con Dylan Ail Mor,
su un giaciglio nel centro
tra le ginocchia del principe
sopra due lance spuntate?
Quando vennero dal cielo
i torrenti giù nell’abisso,
precipitandosi con impeto violento.
(Io so) ottanta canzoni,
per soddisfare il loro piacere.
Non c’è vegliardo né infante,
oltre a me quanto alle loro poesie,
nessun altro cantore che conosca tutte le novecento
che io conosco,
riguardo alla spada macchiata di sangue.
La mia guida è l’onore.
Il sapere vantaggioso viene dal Signore.
(Io conosco) l’uccisione del cinghiale,
il suo apparire e scomparire,
la sua conoscenza delle lingue.
(Io conosco) la luce il cui nome è Splendore,
e il numero delle luci regnanti
che diffondono raggi di fuoco
in alto sopra l’abisso.
Sono stato un serpente maculato sopra una collina;
sono stato una vipera in un lago;
sono stato un tempo una stella maligna.
Sono stato un peso in un mulino [?].
La mia tonaca è tutta rossa.
Io non profetizzo alcun male.
Ottanta sbuffi di fumo
a chiunque li porterà via:
e un milione di angeli
sulla punta del mio coltello.
Bello è il cavallo giallo,
ma cento volte migliore
è il mio color della panna,
veloce come il gabbiano,
che non può superarmi
tra il mare e la riva.
Non sono io preminente nel campo del sangue?
Io ho cento parti del bottino.
La mia corona è di gioielli rossi,
l’orlo del mio scudo è d’oro.
Non è nato nessuno valente come me,
né mai se ne è conosciuto uno,
tranne Goronwy,

42 La Dea Bianca
dalle valli di Edrywy.
220
Lunghe e bianche sono le mie dita,
lungo tempo è passato da quand’ero un mandriano.
Ho viaggiato sulla terra
prima di diventare un uomo erudito.
Ho viaggiato, ho compiuto un circuito,
225 ho dormito in cento isole,
ho abitato in cento città.
O druidi eruditi,
profetizzate voi di Artù?
O è me che essi celebrano,
230 e la crocifissione di Cristo,
e il giorno del Giudizio che è prossimo,
e uno che riferisce
la storia del Diluvio?
Da un gioiello dorato montato in oro
235 io sono arricchito;
e indulgo al piacere
grazie alla fatica opprimente delForafo.

Con un po’ di pazienza è possibile separare quasi tutti i versi
appartenenti alla poesia sulla « Battaglia degli alberi » da quelli
delle quattro o cinque poesie con cui sono mescolati. Ecco qui
di seguito una restituzione a titolo di prova delle parti più
facili, con qualche lacuna per quelle più difficili. Le ragioni che
mi hanno portato a questa soluzione si chiariranno più avanti,
quando discuterò il significato delle allusioni contenute nella
poesia. Uso il metro della ballata, che è il più vicino in inglese a
quello delPoriginale.
LA BATTAGLIA DEGLI ALBERI

Dalla mia sede a Fefynedd,
forte città,
ho osservato gli alberi e le creature verdi
affrettarsi insieme.
I viandanti si stupivano,
i guerrieri erano sgomenti
al rinnovarsi di scontri
come quelli sostenuti da Gwydion,
sotto la radice della lingua
una lotta spaventosa,
e un’altra che infuria
dietro, nella testa.

(vv. 41-42)
(vv. 43-46)
(vv. 32-35)

La Battaglia degli alberi 43
(vv. 67-70)

Gli ontani in prima linea
principiarono lo scontro.
Il salice e il sorbo selvatico
furono tardi a schierarsi.
(vv. 104-107)
L’agrifoglio verde scuro
oppose risoluta resistenza,
è armato di molte punte di lancia
che feriscono le mani.
(vv. 117-20)
Dei passi dell’agile quercia
risuonano cielo e terra;
« Robusto Guardaportone »
è il suo nome in tutte le lingue.
(vv. 82, 81,
Grande fu la ginestra spinosa in battaglia
98, 57)
e l’edera in fiore;
il nocciolo fu arbitro
in questo momento incantato.
v. 88, 89, 128,
Rozzo e selvaggio fu [l’abete?]
95, 96)
crudele il frassino:
non si volge di lato per lo spazio di un piede,
punta dritto al cuore.
(vv. 84-87)
La betulla, seppur nobilissima,
non si armò che in ritardo:
segno non di codardia
ma di alto rango.
(vv. 114, 115,
L’erica offriva consolazione
108, 109)
alla gente sfinita,
i pioppi durevoli
molto s’infransero in battaglia.
(vv. 123-26)
Alcuni di loro furono dispersi
sul campo di battaglia
a causa dei vuoti aperti tra loro
dalla potenza del nemico.
(vv. 127, 94,
Molto furente [la vite?],
92, 93)
che ha gli olmi per accoliti;
con vigore la lodo
ai reggenti dei regni.
(vv. 79, 80,
Indugiano al riparo
56, 90)
il ligustro e il caprifoglio
senza esperienza di guerra;
e il pino cortese.

44 La Dea Bianca
Il piccolo Gwion dice chiaramente che il suo scontro non è la
Càd Goddeu originale, bensì un
rinnovarsi di scontri
come quelli sostenuti da Gwydion.
I commentatori, confusi dal guazzabuglio dei versi, si sono
perlopiù contentati di osservare che ai druidi della tradizione
celtica veniva attribuito il potere magico di tram utare gli alberi
in guerrieri e di mandarli a combattere. Ma, come notò per
primo il reverendo Edward Davies, brillante anche se assai
eccentrico studioso gallese, nelle sue Celtic Researches (1809), la
battaglia descritta da Gwion non è una battaglia frivola, né una
battaglia vera combattuta fisicamente, bensì uno scontro svolto­
si sul terreno intellettuale della mente e combattuto dalle lingue
dei dotti. Davies notò anche che in tutte le lingue celtiche alberi
significa lettere; che i collegi druidici si riunivano in foreste o
boschi ; che molti misteri druidici avevano a che fare con diverse
specie di ramoscelli; e finalmente che il più antico alfabeto
irlandese, il Beth-Luis-Nion (« Betulla-Sorbo selvatico-Frassi­
no »), prende nome dai primi tre elementi di una serie di alberi
le cui iniziali formano appunto la successione alfabetica. Davies
era sulla buona strada, anche se si smarrì ben presto non
avendo capito che le poesie erano mischiate tra loro, e se la sua
traduzione è forzosa, perché basata su quello che lui riteneva
fosse il vero significato, le sue osservazioni ci aiutano a restaura­
re il testo del passo che si riferisce all’affrettarsi delle creature
verdi e degli alberi:

Rifuggendo dalla gioia,
(vv. 130, 53)
di buon grado accettavano di essere disposti
sotto la forma delle lettere principali
dell’alfabeto.
I versi che seguono parrebberocostituire l’introduzione al
suo racconto della battaglia:
(vv. 136-37)
Le cime del faggio
hanno fogliato di recente,
si sono mutate e rinnovate
dal loro stato avvizzito.
Quando il faggio prospera,
(vv. 103, 52,
pur se incantesimi e litanie
138, 58)
aggrovigliano le cime della quercia,
c’è speranza per gli alberi.

La Battaglia degli alberi 45
Il che, se ha un senso, significa che in Galles c’è stata ultima­
mente una rifioritura delle lettere. « Faggio » è un sinonimo
assai frequente di «letteratura». L’inglese book, «libro», per
esempio, deriva da una parola gotica che significa « lettere » e
che, come il tedesco Buchstabe, «lettera dell’alfabeto», è im­
parentata etimologicamente con beech, « faggio »; la spiegazio­
ne sta nel fatto che le tavolette per scrivere erano di faggio.
Barbara fraxineis pingatur runa tabellis, scrive nel VI secolo il
vescovo e poeta Venanzio Fortunato: « La runa dei barbari sia
tracciata su tavolette di faggio ». Le « cime di quercia aggrovi­
gliate » devono essere un’allusione agli antichi misteri poetici,
perché, come è già stato ricordato, il derwydd, o druido, o
poeta, era un «veggente della quercia». In un’antica poesia
cornovagliese il druido Merddin (Merlino) esce di buon matti­
no con il suo cane nero alla ricerca del glain, il magico uovo di
serpente (probabilmente un riccio di mare fossile del tipo
trovato in diverse sepolture dell’Età del ferro), per cogliere
crescione e samolus (herbe d’or) e tagliare il ramoscello più alto
dalla cima della quercia. Gwion, che al verso 227 si rivolge ai
suoi colleghi poeti col titolo di druidi, vuole dire questo: « Gli
antichi misteri dei poeti si sono ingarbugliati a causa della
protratta ostilità ecclesiastica, ma ora che la letteratura prospe­
ra al di fuori dei monasteri, essi hanno di nuovo la speranza di
un futuro ».
E ricorda altri partecipanti alla battaglia:
Capi vigorosi in guerra
sono il... e il gelso ...
Il ciliegio è stato trascurato ...
Il ciliegio selvatico incalzava ...
Il pero che non è ardente ..:
Il lampone che non è
il migliore dei cibi...
Il susino è un albero
non amato dagli uom ini...
Il nespolo di natura simile ...
Nessuna di queste menzioni ha in realtà senso poetico. Il
lampone è ottimo da mangiare; il susino è un albero popolare;
il legno di pero è così pieno di ardore che nei Balcani è spesso
usato al posto del corniolo per accendere il fuoco rituale me­
diante frizione; il legno del gelso non viene utilizzato per le
armi; il ciliegio non è mai stato trascurato e all’epoca di Gwion
una versione popolare del Vangelo dello Pseudo-Matteo lo col­

46 La Dea Bianca
legava alla storia della Natività; infine il ciliegio selvatico non
« incalza ». E chiaro che questi otto nomi di alberi da frutto, più
un altro che occupava il posto che io ho riempito con « abete »,
sono stati proditoriamente strappati al successivo passo enig­
matico della poesia:
di nove tipi di facoltà,
(vv. 145-47)
del frutto dei frutti,
di frutti Dio mi fece
e sono stati messi al posto dei nomi di nove alberi della foresta
che presero parte alla battaglia.
È arduo stabilire se la storia dell’uomo fatto di frutti appar­
tenga al racconto della « Battaglia degli alberi » o se si tratti di
un discorso di autopresentazione simile agli altri frammischiati
nella Càd Goddeu, dove chiaramente parlano Taliesin, la dea dei
fiori Blodeuwedd, l’antenato dei Cimri Hu Gadarn e il dio
Apollo. Tutto considerato penso che appartenga alla « Batta­
glia degli alberi »:
(vv. 145-47)
Di nove tipi di facoltà
Dio mi ha fatto dono:
10 sono il frutto dei frutti raccolti
da nove specie di alberi:
(vv. 71, 73, 77,
susina, mela cotogna, mirtillo, mora,
83, 102,
lampone, pera,
116, 141)
ciliegia selvatica e bianca
con la sorba partecipano di me.
Un esame dell’alfabeto arboreo irlandese, il Beth-Luis-Nion,
che l’autore della poesia certo conosceva bene, ci permette facil­
mente di ritrovare i nove alberi originali sostituiti con nomi di
alberi da frutto. L’albero che « non è il migliore tra i cibi » è sicu­
ramente il prugnolo; il sambuco, notoriamente cattivo combu­
stibile e celebre rimedio per febbri, scottature e ustioni nelle
campagne, « non è ardente »; il biancospino che porta sfortuna e
11 prugno selvatico « di natura simile » sono « non amati dagli
uomini » e, insieme al tasso dell’arciere, sono « capi forti in guer­
ra ». E in analogia alla quercia, con cui si facevano mazze riso­
nanti, al tasso, che forniva archi letali e impugnature per pugna­
li, al frassino, con cui si facevano lance dal tiro sicuro e al pioppo,
che dava scudi durevoli, avanzo l’ipotesi che la pianta che occu­
pava il posto del « ciliegio selvatico che incalza » sia l’irrequieto
giunco, con cui si fabbricavano le agili asticciole delle frecce. Il
giunco infatti era ritenuto un albero dai poeti irlandesi.
L’« io » che fu ignorato perché non era grande è Gwion

La Battaglia degli alberi 47
stesso, dileggiato da Heinin e dagli altri bardi per il suo aspetto
infantile; ma forse Gwion parla impersonando un altro albero,
il vischio, che nella leggenda norrena uccise il dio solare Balder
dopo essere stato ignorato perché troppo giovane quando
tutto il creato dovette giurare che non avrebbe mai fatto del
male al dio. Nell’antica religione irlandese non vi è traccia di
un culto del vischio, che non figura nell’alfabeto Beth-LuisNion, ma i druidi della Gallia, che derivavano le loro dottrine
dalla Britannia, lo consideravano la più importante delle pian­
te. Resti di vischio insieme a rami di quercia sono stati rinvenu­
ti nella bara lignea di una sepoltura dell’Età del bronzo a
Gristhorpe presso Scarborough nello Yorkshire. E quindi pos­
sibile che Gwion si basi su una tradizione britannica della Cdd
Goddeu originale, anziché sulla sua erudizione irlandese.
Gli altri alberi menzionati nella poesia sono:
Le ginestre con la loro progenie ...
Il ginestrone [che] non si comportò bene
finché fu domato ...
Timido il castagno ...
Il ginestrone è domato dai fuochi di primavera che rendono
i suoi giovani germogli commestibili per le pecore. Il timido
castagno non fa parte del gruppo di alberi-lettera che parteci­
pano alla battaglia; forse il verso in questione appartiene a
un’altra delle poesie racchiuse nella Càd Goddeu, in cui si rac­
conta della beila Blodeuwedd («aspetto di fiore») creata con
gemme e fiori dal mago Gwydion. Non è difficile separare
questa poesia dal resto della Càd Goddeu e i pochi versi man­
canti possono essere comunque ricavati dai versi paralleli:
di nove tipi di facoltà,
(vv. 145-47)
del frutto dei frutti,
di frutti Dio mi fece.
Come l’uomo di frutta è creato con nove tipi di frutti, la
donna di fiori deve essere stata creata con nove tipi di fiori. I
primi cinque li dà la Càd Goddeu, gli altri tre - ginestra, ulmaria
e fiore di quercia - il racconto del medesimo avvenimento nel
Romanzo di Math figlio di Mathonwy. Il nono è probabilmente il
biancospino, perché Blodeuwedd è un altro nome di Olwen, la
Regina di Maggio, figlia del biancospino (secondo il Romanzo di
Culhwch e Olwen). Ma potrebbe anche essere il trifoglio dal fiore
bianco.

HANES BLODEUWEDD

V. 142
Non di padre né di madre
V. 144
fu il mio sangue, fu il mio corpo.
V. 156
Fui stregata da Gwydion.
V. 157
grande incantatore dei Britanni,
V. 143
quando mi formò da nove fiori,
V. 149
nove germogli di varia specie:
V. 148
dalla primula di montagna,
V. 121
ginestra, ulmaria e gittaione,
frammisti insieme,
V. 75
dal fagiolo che reca nella sua ombra
V. 76
una bianca armata di spettri
V. 150
di terra, della specie terrestre,
V. 152
dai fiori dell’ortica,
di quercia, di rovo e del timido castagno — V. 129
nove poteri di nove fiori,
[V. 146]
nove poteri combinati in me
[V. 145]
V. 149
nove germogli di piante e alberi.
V. 220
Lunghe e bianche sono le mie dita
V. 153
come la nona onda del mare.
In Galles e in Irlanda le primule sono considerate fiori fatati
e nella tradizione popolare inglese sono simbolo di leggerezza
(si veda « il sentiero di primule degli amoreggiamenti » in
Amleto, I, in, 50; la « primula della sua dissolutezza » nel Golden
Fleece di Richard Brathwaite). Le « fate giallovestite » di Milton
indossavano primule. Gittaione (cockle) e vecce (tares) sono
rispettivamente il termine più antico e più recente con cui
venne resa la zizzania che il nemico semina tra il grano nella
parabola (Matteo, xm , 24). Il fagiolo è tradizionalmente asso­
ciato ai fantasmi (il rimedio omeopatico greco e romano contro
i fantasmi consisteva nello sputar loro contro dei fagioli) e
Plinio nella Storia naturale riporta la credenza che le anime dei
morti risiedano nei fagioli. Secondo il poeta scozzese Montgo­
merie (1605) le streghe si recavano al sabba a cavallo di gambi
di fagiolo.
Ma torniamo alla « Battaglia degli alberi ». Sebbene la felce
fosse considerata un « albero » dai poeti irlandesi, la « felce
spogliata » (v. 110) si riferisce probabilmente al seme di felce
che rende invisibili e conferisce altri poteri magici. La ripetu­
ta menzione del ligustro (vv. 80, 100) desta qualche sospetto.
Questa pianta figura poco nella tradizione arborea della poesia
irlandese e non è mai considerata «benedetta». E probabile
che la seconda menzione nasconda in realtà il melo selvatico,
l’albero che con maggiori probabilità può sorridere accanto

La Battaglia degli alberi 49
alla roccia, emblema di sicurezza; infatti Olwen, la ridente
Afrodite della leggenda gallese, è sempre collegata al melo
selvatico. Il verso 99, «le sue bacche sono la tua dote», è
accostato, senza molto senso, al nocciolo. All’epoca di Gwion
solo due alberi da frutta fornivano la dote a una sposa: il tasso,
albero tradizionale del sagrato e del camposanto, le cui bacche
cadevano sul portico della chiesa, dove tradizionalmente si ce­
lebravano i matrimoni, e il sorbo selvatico, che in Galles spesso
sostituiva il tasso. Penso che qui si alluda al tasso, le cui bacche
erano apprezzate per la loro dolcezza zuccherina. In una poesia
irlandese del X secolo, Re ed eremita, Marvan, fratello del re
Guaire di Connaught, le raccomanda vivamente come cibo.
Possiamo ora tentare di ristabilire le rimanenti strofe della
poesia:
(vv. 110,
Ho spogliato la felce,
160, 161)
spio attraverso tutti i segreti,
il vecchio Math ap Mathonwy
non ne sapeva più di me.
Valenti capi furono il prugnolo
(vv. 101, 71-73,
con il suo frutto cattivo,
77-78)
e il biancospino non amato
che indossa la stessa veste.
Il giunco che agile incalza,
(vv. 116, 111-13)
la ginestra con la sua covata,
e il ginestrone che si comporta male
finché è domato.
Il tasso che elargisce la dote
(vv. 97, 99,
ristette imbronciato al margine della battaglia, 128, 141, 60)
insieme al sambuco lento a bruciare
tra i fuochi che ardono,
e il benedetto melo selvatico
(vv. 100, 139-40)
che ride orgoglioso
dal « Gorchan » di Maelderw,
accanto alla roccia.
Ma io, seppur ignorato
(vv. 83, 54,
perché non ero grande,
25, 26)
ho combattuto, o alberi, tra le vostre schiere,
sul campo di Goddeu Brig.
La ginestra può non sembrare un albero bellicoso, ma nelle
Genistae AUinates di Gratius si dice che in tempi antichi l’alta

50 La Dea Bianca
ginestra bianca era molto usata per fabbricare aste di lance e
frecce, che sono con ogni probabilità la « covata ». Il significato
di Goddeu Brig, « cime degli alberi », ha sconcertato quei criti­
ci che sostengono che la Càd Goddeu sia una battaglia combattu­
tasi a Goddeu, « alberi », il nome gallese dello Shropshire. Il
Gorchan di Maelderw (« L’incantesimo di Maelderw ») era una
lunga composizione in versi attribuita al poeta Taliesin (VI
see.), che si dice l’avesse particolarmente prescritta come un
classico ai suoi colleghi bardi. Il melo era simbolo dell’immor­
talità poetica, il che spiega perché qui appaia come germoglia­
to da questo incantesimo di Taliesin.
Anticipo qui di parecchi capitoli la mia tesi di fondo, dando
l’ordine di combattimento della Càd Goddeu:
betulla
sorbo selv. ontano
biancospino quercia
agrifoglio
vite
edera
j giunco
\ ginestra
palma abete
j ginestra spin, erica
1 ginestrone
ligustro
caprifoglio

salice
nocciolo
prugnolo
pioppo

frassino
melo selv.
sambuco
tasso
vischio

pino

Va aggiunto che nell’originale, tra i versi 60 e 61, si trovano
otto versi che D.W. Nash ha giudicato inintelligibili. Iniziano
con « i capiclan stanno cadendo » e finiscono con « il sangue
degli uomini fino alle natiche». Potrebbero far parte della
« Battaglia degli alberi » o forse no.
Lascio ad altri il compito di rintracciare e riordinare i restan­
ti pezzi inclusi in questa miscellanea. Oltre ai monologhi di
Blodeuwedd, Hu Gadarn e Apollo, vi è una satira sui teologi di
convento che, seduti in cerchio, si sollazzano con cupe profezie
sull’imminenza del giorno del Giudizio (vv. 62-66), la nera
tenebra, il terremoto che scuote la montagna, e la fornace
purificatrice (vv. 131-34), condannano a centinaia le anime alla
dannazione eterna (vv. 39-40) e dibattono gli assurdi problemi
degli Scolastici:
ce posto per milioni di angeli
sulla punta del mio coltello, a quanto pare.
E allora per quanti mondi ce posto
sulla punta di due lance smussate?

(vv. 204-205)
(vv. 167, 176)

La Battaglia degli alberi 51
Questo introduce un’orgogliosa rivendicazione del sapere di
Gwion stesso:
Ma io non profetizzo alcun male,
(vv. 201, 200)
la mia tonaca è interamente rossa.
« Egli conosce i Novecento Racconti »:
(v. 184)
di chi può dirsi oltre che di me?
Presso gli antichi Gallesi, secondo il poeta Cynddelw (XII
see.), il rosso era il colore più nobile per le vesti; Gwion qui lo
contrappone al cupo abito monacale. Dei « Novecento Raccon­
ti » ne menziona solo due, entrambi inclusi nel Libro rosso di
Hergest: La caccia del cinghiate selvatico (v. 189) e 11sogno di Macsen
Wledig (vv. 162-63).
I versi 206-11 fanno parte a quanto sembra del Can y Meirch
(« La canzone dei cavalli »), un’altra poesia di Gwion che parla
di una gara di corsa tra i cavalli di Elphin e di Maelgwn e che
costituisce un episodio del Romanzo di Taliesin.
I versi 29-32, 36-37 e 234-37 permettono di costruire una
sequenza del massimo interesse:
I bardi mediocri simulano,
simulano un animale mostruoso
dalle cento teste,
un serpente crestato maculato,
un rospo che ha sulle cosce
cento artigli,
da un gioiello dorato montato in oro
io sono arricchito;
e ho ceduto al piacere
grazie alla fatica opprimente dell’orafo.
Dal momento che Gwion si identifica con questi bardi, l’epite­
to « mediocri » deve essere a mio parere inteso in senso ironico.
Il serpente dalle cento teste che custodisce il gemmato giardino
delle Esperidi e il rospo dai cento artigli che reca nel capo un
gioiello prezioso (cui accenna il Duca in esilio in Come vi piace)
appartenevano entrambi agli antichi misteri dcW Amanita muscaria o ovolaccio,' dei quali Gwion parrebbe un adepto. Questi
misteri sono assai meno compiutamente esplorati in Europa
che non in Messico. Ma R. e V. Gordon Wasson e Roger Heim
rivelano che il dio dei funghi precolombiano Tlalóc, rappresen1. In inglese toadstool, che alla lettera significa « sgabello dei rospi » [N.d.T.].

52 La Dea Bianca
tato come un rospo con un copricapo di serpente, presiede da
millenni alla consumazione comunitaria del fungo allucinoge­
no psilocibe, cerimonia che ingenera visioni di trascendenta­
le bellezza. In Europa Dioniso ha troppi attributi mitici in co­
mune con Tlalóc per poter pensare a una coincidenza: deve
trattarsi della stessa divinità in diverse versioni, anche se è
tutt’altro che facile stabilire quando ebbe luogo tale contatto di
culture tra il Vecchio e il Nuovo Mondo.
Nella mia prefazione a un’edizione riveduta dei Miti greci ho
ipotizzato che un segreto culto dionisiaco del fungo sia stato
trasmesso agli Achei di Argo dai nativi Pelasgi. I Centauri, i
Satiri e le Menadi di Dioniso, a quanto pare, consumavano
ritualmente un fungo maculato chiamato agarico moscario o
ovolaccio (Amanita muscaria), che conferiva loro enorme forza
muscolare, potere erotico, visioni deliranti e il dono della pro­
fezia. I partecipanti ai Misteri Eleusini, a quelli orfici, ecc.,
conoscevano forse anche il Panaeolus papilionaceusy un piccolo
fungo usato ancora dalle streghe portoghesi, che ha effetti
simili alla mescalina. Nei versi 234-37 Gwion suggerisce che
sotto l’effetto del « rospo » o del « serpente » una singola gem­
ma può crescere sino a diventare un intero tesoro di gioielli.
Anche la sua pretesa di essere altrettanto erudito di Math e di
conoscere miriadi di segreti potrebbe appartenere alla sequen­
za del rospo-serpente. In ogni caso l’uso del psilocibey come
posso testimoniare io stesso, dà un senso di illuminazione
universale. « La luce il cui nome è splendore » potrebbe riferir­
si a questa luminosa visione, anziché al Sole.
Il Libro di Taliesin contiene parecchie poesie o miscellanee di
questo tipo che aspettano di essere riportate alla luce: un
compito di grande interesse, ma che dovrà attendere sino a che
i testi siano correttamente stabiliti e tradotti. Il lavoro da me
svolto qui non intende essere in alcun modo definitivo.
CAD GODDEU

(« La battaglia degli alberi »)
Le cime del faggio
hanno germogliato tardi,
si sono mutate e rinnovate
dal loro stato avvizzito.
Quando prospera il faggio,
anche se incantesimi e litanie
aggrovigliano le cime delle querce,
c’è speranza per gli alberi.

La Battaglia degli alberi 53
Ho spogliato la felce,
spio attraverso tutti i segreti,
il vecchio Math ap Mathonwy
non ne sapeva più di me.
Giacché di nove tipi di facoltà
Dio mi ha fatto dono:
10 sono il frutto dei frutti raccolti
da nove specie di alberi:
prugna, mela cotogna, mirtillo, mora,
lampone, pera,
ciliegia selvatica e bianca
insieme alla sorba partecipano di me.
Dalla mia sede a Fefynedd,
forte città,
ho guardato gli alberi e le creature verdi
affrettarsi.
Rifuggendo dalla gioia
di buon grado si disponevano
sotto forma delle lettere principali
dell’alfabeto.
I viandanti si stupivano,
i guerrieri erano sgomenti,
al rinnovarsi di scontri
come quelli sostenuti da Gwydion;
sotto la radice della lingua
una lotta spaventosa,
e un’altra che infuria
dietro, nella testa.
Gli ontani in prima linea
principiarono lo scontro.
11 salice e il sorbo selvatico
furono tardi a schierarsi.
L’agrifoglio verde scuro
oppose risoluta resistenza;
è armato di molte punte di lancia
che feriscono le mani.
Dei passi dell’agile quercia
risuonarono cielo e terra.
« Robusto Guardaportone »
è il suo nome in tutte le lingue.

La Dea Bianca
Grande fu la ginestra spinosa in battaglia
e l’edera in fiore;
il nocciolo fu arbitro
in questo momento incantato.
Rozzo e selvaggio fu l’abete,
il frassino crudele;
non si volge di lato per lo spazio di un piede,
punta dritto al cuore.
La betulla, seppur nobilissima,
non si armò che in ritardo,
segno non di codardia
ma di alto rango.
L’erica offriva consolazione
alla gente sfinita dalla fatica,
i pioppi durevoli
molto s’infransero.
Alcuni di essi furono scagliati via
sul campo di battaglia
a causa dei vuoti scavati tra loro
dalla potenza del nemico.
Molto furente la vite
che ha gli olmi per accoliti;
con vigore la lodo
ai reggenti dei regni.
Valenti capi furono il prugnolo
con il suo frutto cattivo,
e il biancospino non amato
che indossa la stessa veste.
Il giunco che agile incalza,
la ginestra con la sua covata,
e il ginestrone che si comporta male
finché è domato.
Il tasso che elargisce la dote
ristette imbronciato al margine della battaglia,
insieme al sambuco lento a bruciare
tra i fuochi che ardono,
e il benedetto melo selvatico
che ride orgoglioso
dal « Gorchan » di Maelderw,
accanto alla roccia.


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