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CAPRI 2008 Relazione del Presidente Guidi (1) .pdf



Nome del file originale: CAPRI 2008 Relazione del Presidente Guidi (1).pdf
Titolo: Microsoft Word - Tesi_capri_2908_finale.doc
Autore: ACosenza

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INNOVARE LE ENERGIE
IMPRESE E AMBIENTE
TRA SVILUPPO COMPETITIVO E SOSTENIBILITA’

LE TESI DEI GIOVANI IMPRENDITORI

Capri, 3 e 4 ottobre 2008

Relazione del Presidente

Federica Guidi

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Cari amici,
la frequenza con cui parole come energia, ambiente e clima ricorrono, oggi,
nel dibattito economico e politico non è neppure paragonabile a quanto
avveniva solo pochi anni fa.
Questioni così complesse sono uscite dal recinto delle discussioni fra addetti
ai lavori, per diventare argomento di pubblico dominio.
C’è però chi ha detto che la sensibilità ambientale è un “lusso necessario”,
per le società avanzate.
Un “lusso”, perché dedicare attenzione e risorse ai problemi dell’ecosistema
significa essersi già guadagnati, in precedenza, un alto livello di benessere;
“necessario”, perché non possiamo più tollerare arretramenti di quella stessa
qualità di vita, della quale la cultura ambientale è una componente
importante.
Purtroppo però la comune discussione sui temi ambientali è parsa talora
scivolare su una china pericolosa.
Si è cercato, anche per l’ambiente, un “nemico”, e lo si è trovato nel sistema
imprenditoriale ed industriale.
Le imprese sono state spesso ridotte, per così dire, a “produttrici di
emissioni”, vedendo talvolta, nell’apporto imprenditoriale, un mero vettore di
inquinamento.
Crediamo che questo modo di pensare abbia in realtà arrecato molti danni,
facendo arretrare lo stesso fronte della sensibilità ambientalista,
trasformando troppo spesso battaglie giuste in caravanserragli di slogan.
Alcuni economisti, a cominciare dal Premio Nobel Ronald Coase, ci hanno
spiegato come sia molto importante, quando si affrontano problemi di tale
natura, considerare attentamente la divergenza fra prodotto privato e
prodotto sociale.
È sicuramente possibile, e in qualche misura necessario, porre limiti alle
attività orientate alla ricerca di un profitto che non tenga in considerazione i
diritti altrui.
Due fattori vanno però sempre considerati: da una parte, va ricordato che
limitare la capacità di creare ricchezza riduce, comunque, il benessere di una
società e la stessa disponibilità di tecnologie d’avanguardia. In secondo
luogo, vi sono modi differenti per limitare le eventuali ricadute negative che
talune attività possono arrecare.
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Quello a cui bisogna mirare è un punto di equilibrio per un riallineamento di
costi e benefici.
Difesa dell’ambiente ed imprese: costi, vincoli, opportunità
Le società di mercato mettono a disposizione dei loro cittadini strumenti
opportuni per tutelare le risorse ambientali, poiché sono realtà abbastanza
ricche da poterselo permettere e sufficientemente attrezzate, sul piano
giuridico, per evitare che qualcuno possa impunemente agire a danno dei
diritti degli altri.
Senza un principio di mercato rischiamo di alimentare una certa vocazione a
costruire un senso di emergenza, per annullare gli strumenti “normali” di
compensazione dei diversi interessi sociali; rischiamo di ereditare la logica
dei piani quinquennali, secondo cui tutta la società dovrebbe muoversi
coralmente, verso fini giudicati prioritari in quel momento, escludendo ogni
forma di flessibilità e di adattamento in risposta a problemi complessi.
Vorrei dirlo nel modo più semplice e chiaro possibile.
La difesa dell’ambiente è un obiettivo meritevole di essere perseguito, ma
anche lo sviluppo economico lo è; forse, in virtù delle sue ricadute positive a
vantaggio di tutta la società, persino di più.
Fortunatamente, credo vi sia sempre maggiore evidenza che le due cose non
si escludono, poiché la tutela dei diritti di proprietà favorisce lo sviluppo
economico, così come la protezione dell’ambiente.
Solo la crescita economica definisce le precondizioni per dare risposta alla
domanda di tutela del patrimonio ambientale.
In condizioni economiche miserevoli, lo spazio per il “lusso” rappresentato da
preoccupazioni di carattere ecologico è davvero limitato.
La prima e più grande forza che può permettere di ridurre il contributo
inquinante della produzione crediamo sia l’innovazione che proviene dalle
imprese; e ciò è oggi tanto più chiaro, nel momento in cui la globalizzazione
ci consente di guardare oltre la siepe, a Paesi che ricordano da vicino come
era l’Occidente negli anni della rivoluzione industriale.
La definizione di ambiente “naturale”, distrutto dall’economia libera e
d’impresa, è un mito. Come diceva Carlo Cattaneo, la terra non è una
creazione ma una costruzione. Quell’ambiente che oggi miriamo a tutelare è
in buona misura il frutto del lavoro dell’uomo, il risultato di millenni di fatica, di
intelligenza, di sacrifici, di lavoro, di “trasformazione” della natura.
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Nessuno oggi, neppure l’ecologista più determinato, definirebbe la
fondazione di Venezia o di Roma come un’offesa all’ambiente naturale:
l’esistenza di queste città, che sono state grandi e prospere nei secoli, ci
mostra invece come sviluppo e ambiente possano coniugarsi, perché in una
società libera lo sviluppo ha lo stesso scopo della tutela dell’ambiente, ossia
rendere la vita migliore.
L’uomo è un animale tecnologico, che ha il bisogno primario di incidere su ciò
che lo circonda. Riconoscendo che vi è un valore nel lasciare a chi verrà
dopo di noi testimonianza tangibile ed immediata dell’ambiente che noi
abbiamo conosciuto, non possiamo negare che esso sia a sua volta il frutto
dell’azione (e non della mera contemplazione) di chi ci ha preceduti.
Questi temi passano spesso sotto l’etichetta della “responsabilità verso le
generazioni future”. Noi, Giovani Imprenditori, che rappresentiamo il “futuro
presente” dell’industria italiana, non intendiamo svicolare dalle nostre
“responsabilità”.
Perché la nostra partecipazione a questo dialogo sia proficua e intensa, nel
senso più ampio, è nostro dovere non cedere a ideologismi.
Per questo voglio dire molto chiaramente: noi non accettiamo di farci
processare. L’impresa non accetta di essere sempre e comunque messa sul
banco degli imputati.
Ciò non significa che la storia delle imprese non annoveri errori di
valutazione, abusi o momenti nei quali sono venuti meno lungimiranza,
onestà e rigore: sono lezioni che il sistema imprenditoriale ha appreso.
È giusto che il ruolo delle istituzioni sia quello di prevenire scenari negativi,
ma non comprendiamo perché le regole spesso vengano modellate su un
principio automatico di colpevolezza.
Non accettiamo che la condizione peggiore venga assunta come l’ipotesi più
probabile, o addirittura certa, né che i comportamenti poco virtuosi di alcune
imprese vengano considerati come i comportamenti normali di tutto il mondo
industriale.
Siamo qui per animare questa discussione con spirito libero. Sappiamo bene
che su temi di questa estensione, su problemi di questa vastità, è
improponibile cercare di dare risposte a senso unico.
Crediamo, tuttavia, fermamente che la necessaria precondizione per un
dibattito serio sul futuro del pianeta, sul futuro dell’energia, sul futuro del
clima, sia ammettere l’impresa al tavolo come interlocutore legittimo e
riconoscere le buone ragioni dello sviluppo industriale ed economico.
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Emergenza clima: il paradosso di Kyoto
Il clima è una questione complessa, tanto sottratta al controllo umano da
riuscire di difficile comprensione.
Interpretare fenomeni di portata così vasta, i cui andamenti si misurano non
in mesi e non in anni, ma in centinaia d’anni, è di per sé difficile.
Da ultimo, una comunicazione molto “forte”, a tratti persino allarmante,
potrebbe anche esser servita per sensibilizzare l’attenzione su un tema che
ora gode di ampia rilevanza nel dibattito pubblico.
Si spiega anche così il tono assunto dalla discussione su questi problemi, ed
il modo nel quale è stato costruito il consenso a favore del Protocollo di Kyoto
e di iniziative ad esso analoghe.
Nel suo libro-manifesto La paura e la speranza, il Ministro Tremonti ha scritto
che, sul ciglio della questione climatica, “davanti alla prospettiva
dell’apocalisse, [sono] scattati meccanismi mentali irrazionali, tipo credo quia
absurdum. Si crede nei numeri del disastro proprio perché sono numeri da
disastro. Le folle, e non solo le folle, sono influenzabili e credule, subiscono il
contagio mentale”.
Il surriscaldamento del clima culturale ha influenzato sicuramente l’ambito
delle decisioni pubbliche, ma non ritengo che questo sia stato
necessariamente un fenomeno negativo.
La consapevolezza dei rischi climatici, infatti, rappresenta il primo necessario
passo per risolverli: sappiamo di avere un problema, avvertiamo l’urgenza di
una soluzione, siamo pronti, come Giovani Imprenditori, a dare il nostro
contributo.
L’indifferenza rispetto all’innalzamento delle temperature non è un
atteggiamento tollerabile per una società evoluta, ma nemmeno può esserlo
adottare, con zelo ideologico, politiche che hanno inevitabilmente un costo
insostenibile per lo sviluppo industriale.
Infatti le emissioni di gas serra non nascono dal nulla, bensì sono una
funzione del pil pro-capite, della popolazione e dell’intensità carbonica.
Per ridurle ci sono solamente due strade: o si rallenta lo sviluppo industriale,
riducendo la crescita del pil pro-capite o la crescita demografica, oppure si
accetta la sfida di uno sviluppo tecnologico incalzante.
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Ritengo che questo sia chiaro se pensiamo al Protocollo di Kyoto e, più in
generale, alla politica climatica europea.
Il Protocollo di Kyoto richiede, entro il 2012, la riduzione delle emissioni
globali di circa il 5% al di sotto dei livelli del 1990, e secondo i suoi fautori
questo è solo il primo passo di una lunga serie.
È impossibile dimenticare, però, che, nonostante Kyoto, le emissioni globali
sono andate aumentando negli ultimi quindici anni, non diminuendo, anche in
Europa, dove è possibile identificare tre gruppi di economie, che hanno
seguito un diverso trend sia rispetto alla crescita economica che alla
riduzione delle emissioni.
Vediamo, dunque, alcuni dati.
I Paesi che erano meno sviluppati nel 1990 (Grecia, Irlanda, Portogallo e
Spagna), tra il 1990 e il 2005 hanno visto le emissioni crescere del 53%,
mentre il loro pil esplodeva.
I Paesi dell’ex blocco sovietico, per ragioni simili a quelle che abbiamo
ricordato poc’anzi, seppur di segno opposto, hanno registrato un crollo delle
emissioni del 32%, determinato in gran parte dal drammatico
ridimensionamento industriale.
Infine, i Paesi del nucleo storico dell’Europa, nei quali le emissioni sono
comunque cresciute, in quindici anni, del 5%, nonostante due fattori che, per
ragioni diverse, avrebbero dovuto incidere contro tali aumenti: il grado più
avanzato di evoluzione tecnologica del nostro comparto produttivo e la
sostanziale stasi delle nostre economie.
Alla luce di tutto ciò ci sembra pertanto che si imponga una revisione critica
delle politiche adottate dall’Unione Europea per fronteggiare i cambiamenti
climatici.
Due le ragioni principali.
Da una parte all’interno degli stessi confini del continente europeo, vediamo
replicata, ancorché su scala ridotta, quella differenza fra Paesi “maturi”, più
vocati a contribuire alla riduzione delle emissioni, e Paesi “in crescita”, che
invece difficilmente riescono a partecipare al processo di riduzione delle
emissioni.
Questa asimmetria è fra le prime ragioni del parziale fallimento delle politiche
climatiche sperimentate sino ad oggi.
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Dall’altra, anche per i Paesi più virtuosi, se gli obiettivi non sono stati
raggiunti forse significa che essi non erano, sin da principio, raggiungibili.
Ed è bizzarro che, alla luce dell’esperienza maturata finora, l’Europa abbia
deciso di rilanciare con indicazioni ancora più ambiziose.
Riferendosi ai target del 20 - 20 - 20, anche un protagonista importante della
storia dell’unificazione europea come Giuliano Amato ha parlato di una
eccessiva devozione alla “correttezza politica” da parte di Bruxelles. Si è
scelto di partire, lancia in resta, alla rincorsa di obiettivi che, permettete la
schiettezza, “suonavano bene”, dal punto di vista politico, ma erano
incoerenti con le necessità delle nostre economie.
Non c’è, credo, una testimonianza peggiore degli effetti dell’eccessiva
“politicizzazione” di quella offerta dalle politiche ambientali.
Pensiamo agli strumenti che l’Italia ha adottato per incentivare il risparmio e
le fonti rinnovabili.
Ogni strumento ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma nel complesso ci sembra
che il sistema ci sia ampiamente scappato di mano; un esempio è quello dei
certificati verdi, che potrebbero, in futuro, creare delle rendite ingiustificate.
Naturalmente qui non è in discussione il passato, anche solo per una banale
ragione di certezza del diritto e di credibilità delle politiche, ma il futuro.
Vogliamo ancora seguire una strada che si è rivelata poco efficace, causando
sostanziali costi aggiuntivi per i consumatori e per le imprese?
Tanto più che ai difetti dei singoli strumenti si aggiunge la complessità del
quadro di riferimento, con almeno cinque diversi strumenti che insistono sul
settore energetico: i certificati verdi, i certificati bianchi, il Cip6, il Conto
energia e l’Emission Trading Scheme europeo.
Questo genera confusione e opacità, un vero e proprio brodo di coltura per gli
interessi particolari, nel quale è facile perdere di vista quali fossero gli
interessi generali e gli scopi delle politiche ambientali.
I mezzi diventano fini e il sistema ne fa le spese.
Torniamo però all’obiettivo del 20 - 20 - 20. Esso crea notevoli problemi ad un
Paese come l’Italia.
In che cosa consistono, infatti, gli obiettivi di riduzione delle emissioni non
coperte dal mercato europeo dei fumi del 13% e l’obbligo a portare il
contributo delle rinnovabili al 17%?
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In pratica, la spinta è quella ad accelerare ad un tasso mai visto sia gli
investimenti nelle fonti cosiddette pulite, sia gli incrementi nell’efficienza
energetica. Ma l’efficienza energetica, in Italia, è già altissima, e per un
motivo che noi imprenditori conosciamo bene: in Italia l’energia ha prezzi
storicamente più alti che altrove, pertanto se ne spreca meno.
Questo rende più complicato intervenire sul sistema, perché la maggior parte
dei provvedimenti a basso costo sono già stati compiuti: il gas naturale, cioè il
combustibile fossile col minor tasso di emissioni, domina la generazione
elettrica; il parco automobilistico è composto prevalentemente da automobili
di piccola cilindrata; la quota rinnovabile è relativamente alta grazie al largo
impiego della fonte idroelettrica.
Inoltre, l’evidenza suggerisce che questo genere di cambiamenti si verifica
secondo tempi e modalità che dipendono essenzialmente dal mercato e sono
poco sensibili alle politiche. Ciò dipende, tra l’altro, dalle rigidità del sistema e
dal fatto che serve un ricambio di tecnologie che hanno una penetrazione
capillare, oltre che dalla natura capital-intensive del settore: gli investimenti si
ripagano nel lungo termine e quindi non si può pensare di cambiare
strutturalmente il panorama in un battito di ciglia politiche.
Qui vediamo al massimo grado un problema serio: quello che per i politici è il
lunghissimo termine, per le imprese, specie quelle operanti in settori ad alta
intensità di capitale, è appena dopodomani.
Si può dire allora che vi sono limiti fisici, non solo economici, nelle direttrici
tracciate dall’UE.
Ma anche supponendo che essi siano superabili, e che improvvisamente le
varie opposizioni locali e nazionali, disinteressate e no, possano sparire,
quello che viene chiesto all’economia italiana è uno sforzo enorme, reso
ancor meno plausibile dal ristretto orizzonte temporale che ci separa dalla
scadenza: mancano meno di 12 anni al 2020.
Come ha dimostrato uno studio del Professor Clò, la realizzazione degli
obiettivi europei renderebbe superflui tutti gli investimenti in via di attuazione
o pianificati nel settore gas, poiché incongruenti rispetto alla simultanea
riduzione dei consumi ed all’aumento della quota di rinnovabili.
Siamo davvero disposti a correre un rischio del genere, per la nostra
sicurezza energetica e la competitività – più ancora per la stabilità e la
sopravvivenza – del nostro sistema economico?

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Allargando lo sguardo oltre i confini dell’Europa sullo scenario internazionale,
è altrettanto evidente l’asimmetria che si riscontra tra Paesi in via di sviluppo
ed il mondo occidentale.
Il Protocollo di Kyoto ha avuto problemi d’implementazione perché non
coinvolgeva, come sappiamo, gli Stati Uniti, che da tempo hanno deciso di
seguire una strada diversa dall’Europa.
È bene ricordare, in questa circostanza, come ciò non sia semplicemente
l’effetto di una opzione politica, quella, per intendersi, che ha portato George
Bush alla Casa Bianca. Negli stessi anni dell’Amministrazione precedente,
quelli di Bill Clinton e Al Gore, il Protocollo di Kyoto, per la prima volta, non
era stato ratificato, né oggi il nuovo Congresso democratico ha fatto
particolari pressioni per potersi pronunciare su di esso.
Oltre alla pervicace opposizione americana, il Protocollo di Kyoto non
impegna i Paesi in via di sviluppo, a cominciare da Cina e India, che oggi
sono responsabili di circa un quarto delle emissioni globali. La Russia,
invece, ha ratificato il Protocollo di Kyoto, ma troppo tardi e a condizioni
estremamente favorevoli.
Proprio per questi motivi, da più parti si è dichiarata la morte del Protocollo di
Kyoto.
Se Kyoto è stato condannato all’irrilevanza è perché non rappresenta una
vera politica climatica globale, perché lascia ai margini attori che dovrebbero
essere i primi ad essere consultati, coinvolti e responsabilizzati.
Se Kyoto è condannato all’irrilevanza è perché fissa target di emissioni che è
impossibile raggiungere, se non rassegnandosi ad ipotesi di “de-crescita” e
“de-industrializzazione” massiccia, mettendo a repentaglio quel patrimonio di
conoscenza, di creazione di ricchezza, di nuove tecnologie e di occupazione
che rappresenta l’industria per il mondo occidentale.
Target per giunta ambiziosi nel breve termine, senza curarsi di quello che
verrà dopo, ma rimandandolo al trattato successivo.
Già dobbiamo competere in un’arena internazionale nella quale altri attori
hanno evidenti vantaggi comparati, basta pensare al costo del lavoro; già
operiamo in contesti regolamentari asfittici ed ingessati, già paghiamo più
tasse degli altri.
Se a tutto ciò si aggiunge una politica del clima che ci mortifica, senza
neppure produrre i risultati auspicati perché i “grandi inquinatori” sono altrove,
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diventa veramente difficile non unirsi al coro di quanti parlano di un Occidente
“masochista”.
Creazione o costruzione: la sfida tecnologica
Non è però nelle corde dei Giovani Imprenditori dare messaggi pessimistici.
Sarebbe sbagliato, perché abbiamo evidenze che invece ci sostengono nel
pensare che si possa giocare un ruolo propositivo ed importante in questa
partita.
La prima evidenza ci viene offerta dalla ricerca dell’Istituto Bruno Leoni, che
verrà presentata durante il Convegno e che speriamo possa dare un
contributo importante alla discussione.
La ricerca collega positivamente il grado di libertà economica raggiunto da un
Paese, la capacità di innovazione tecnologica e pertanto la capacità di ridurre
le emissioni e l’inquinamento.
Non è una novità. Come ci ha insegnato Joseph Schumpeter “chi studia il
capitalismo studia un processo essenzialmente evolutivo.... il capitalismo è
per sua natura una forma o un metodo di evoluzione economica; non solo
non è mai, ma non può mai essere, stazionario”.
Questa evoluzione prende la forma, nella terminologia di Schumpeter, di una
“distruzione creativa”. Ciò che viene distrutto per essere ricreato è tutto il
vasto mondo della produzione, dai modelli di business alle strategie di
promozione, ma, in prima battuta, è la tecnologia.
È importante riflettere su come e perché sia l’avanzamento tecnologico, di
per sé, a portarci a sviluppare, oggi, tecnologie meno inquinanti che in
passato.
Non è una questione necessariamente legata a “obiettivi condivisi”, a scelte
pubbliche calate dall’alto, ma piuttosto una semplice e spontanea evoluzione
di mercato, il continuo perfezionamento delle tecniche già acquisite, la
rincorsa a sviluppare nuovi metodi produttivi. È la disperata ricerca di un
vantaggio comparato.
Questo fatto è tanto più rilevante per noi, nell’attuale contesto internazionale.
La conseguenza che più temiamo, il cosiddetto dumping dei Paesi in via di
sviluppo, spaventa i settori a basso valore aggiunto e labour-intensive.
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In quei segmenti produttivi, chi dispone di un costo della manodopera per
tanti motivi più contenuto vince la gara di mercato. È inevitabile.
Ma nel momento in cui i Paesi in via di sviluppo creano ricchezza, mentre in
Cina ed in India si va sviluppando una nuova classe imprenditoriale, nel
momento in cui l’industria locale sente il bisogno di sempre maggiori driver di
efficienza, la variabile tecnologica acquisisce importanza.
Il futuro economico dell’Occidente sta necessariamente nelle cose nelle quali
siamo più bravi. Più bravi perché abbiamo una storia più complessa e lunga,
più tradizione, più know how, più esperienza.
Ci sono settori nei quali l’esperienza conta ed il know how è difficilissimo da
acquisire: uno è rappresentato dal vasto mondo dei servizi, l’altro dal mondo
delle tecnologie.
Noi possiamo essere “esportatori” di tecnologie.
Dobbiamo vendere tecnologie migliori, provocando effetti positivi per
l’inquinamento ed i fenomeni ambientali: è allo stesso tempo un’occasione
per l’ambiente e per mettere basi meno fragili al nostro futuro economico.
Ci confrontiamo però con un circolo vizioso.
Se siamo frenati nella capacità di innovare, per paura del “male” che
l’impresa infliggerebbe, per definizione, all’ambiente, non possiamo
migliorare ed affinare i nostri prodotti in questo campo.
Se non miglioriamo ed affiniamo le nostre tecnologie, è improbabile che esse
diventino attraenti per altri; se il mercato non fornisce tecnologie migliori,
acquistabili sulla scena internazionale, i Paesi in via di sviluppo ci metteranno
più tempo (fortunatamente meno dei nostri tre secoli) per uscire da quella
fase di sviluppo industriale che produce turbinosamente ricchezza, ma
genera inevitabilmente anche inquinamento.
Ancora, se gli obblighi fiscali o parafiscali crescono, dovendo far quadrare i
conti a fine giornata, siamo costretti a tracciare una riga in fondo al bilancio,
riducendo i nostri investimenti.
Se aumentano i nostri costi, diventiamo meno competitivi e meno innovativi.
E l’ambiente, alla fine, non ci guadagna.

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Due proposte
Credo, però, che sia importante chiarire, quando parliamo di nuove
tecnologie, che non stiamo chiedendo allo Stato di discriminare fra produttori
buoni e cattivi, fra innovatori e non innovatori sulla base di qualche parametro
di dubbia salienza, approvato da una burocrazia purtroppo a volte anche
imprenditoriale.
Non vogliamo una taxation by regulation, ma nemmeno dei subsidies by
regulation.
Se lo Stato decide di accompagnare lo sviluppo di nuove tecnologie,
crediamo debba farlo anzitutto rimuovendo impedimenti, non distribuendo
fondi.
A questo riguardo, come Giovani Imprenditori, vorremmo avanzare due
proposte per superare il sistema inefficiente dei sussidi.
La prima riguarda il ricorso a forme di defiscalizzazione totale degli utili
reinvestiti, o crediti di imposta.
La defiscalizzazione ha un duplice vantaggio: in primo luogo è, per sua
natura, di carattere generale, ovvero non è praticamente possibile
selezionare i progetti meritevoli di essere defiscalizzati da quelli che non lo
sono, e dunque deve riguardare tutti gli investimenti.
In linea di principio, tutto ciò che rende i processi produttivi più efficienti, cioè
che consente di fare di più con meno, è “amico dell’ambiente”, sia che si tratti
di innovazioni di processo, manageriali, finanziarie e persino organizzative.
Inoltre, la defiscalizzazione, nel lungo termine, può generare addirittura un
aumento di gettito fiscale, consentendo di saltare a piè pari quello che
usualmente è un grande problema politico.
Infatti, se è vero che la defiscalizzazione determina nell’immediato una
riduzione delle entrate, è ugualmente vero che ci si può attendere che
almeno alcuni degli investimenti defiscalizzati porteranno a dei risultati, cioè
faranno salire i profitti delle imprese interessate, e conseguentemente la loro
spesa, per far fronte ai propri obblighi fiscali.
La seconda modalità di intervento è relativa alla gestione dei fondi pubblici
destinati all’innovazione, che già oggi costituiscono un capitale molto vasto,
sovente male utilizzato.

13

Sappiamo quali sono i problemi più rilevanti: l’eccesso di rent seeking – ossia
l’attribuzione dei finanziamenti a chi se li è guadagnati non per merito, ma in
virtù delle sue relazioni - e la polverizzazione dei contributi, che – allo scopo
di andare incontro al maggior numero di domande possibili – finiscono per
essere di piccola taglia e, dunque, per non avere alcun effetto reale.
Per ovviare a tali problemi si dovrebbe disintermediare il finanziamento, ossia
cambiare totalmente il metodo di selezione dei beneficiari.
Il principio da seguire dovrebbe essere quello dell’erogazione di matching
grants: il sussidio viene attribuito alle imprese selezionate autonomamente da
soggetti quali venture capitalist e fondi di private equity, in misura
proporzionale al loro stesso impegno.
Questi soggetti hanno un incentivo a selezionare i progetti meritevoli di
sostegno economico sulla base della loro effettiva credibilità e prospettiva,
poiché scommettono il loro stesso capitale e la loro stessa performance
finanziaria sulla composizione di un buon portafoglio di investimenti.
L’erogazione di matching grants – per esempio in misura di uno a uno, cioè
per ogni euro fornito dai soggetti finanziari, lo Stato impegna un altro euro –
consente di raddoppiare, di fatto, il taglio dei finanziamenti, senza alterarne la
distribuzione secondo obiettivi politici.
Alla base di tutto questo c’è, però, un tema più generale.
Le imprese, per innovare – e per investire – hanno bisogno di un tipo di
certezza che solo lo Stato può dare e che invece, oggi, lo Stato spesso
disintegra.
Le imprese hanno bisogno di una certezza sul quadro normativo e fiscale che
consenta loro di pianificare gli investimenti su un orizzonte sufficientemente
lungo; le spese in ricerca e sviluppo scontano, per definizione, un ampio
grado di insicurezza, relativa tanto all’effettivo esito del processo di ricerca
quanto alla commerciabilità dei suoi prodotti ed al rischio di mercato.
Ne deriva che la propensione a investire in innovazione risente
pesantemente di ulteriori incertezze, in particolare di quelle di natura politica.
Per questo la stabilità delle norme è la precondizione necessaria – anche se
forse non sufficiente – a ottenere un visibile aumento degli investimenti in
innovazione.
I governi dei Paesi sviluppati dovrebbero impegnarsi a una sorta di moratoria
sulle regole, in modo tale che le imprese, nel pianificare i loro investimenti
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(particolarmente quelli ad alto contenuto innovativo ed alto rischio) non
debbano includere anche (come fattore negativo) il rischio politico.
Determinare un quadro regolatorio incerto equivale ad attribuire una grande
instabilità sui futuri obblighi fiscali, impedendo, di fatto, il calcolo economico
per imprese, disorientandole e, in ultima analisi, disincentivandole a fare
investimenti.
Crediamo che il nostro primo e maggiore problema, come imprenditori italiani
ed europei, non stia nella mancanza di risorse, ma nell’esistenza di barriere
all’attività economica e all’innovazione.
Le distorsioni del libero mercato sono il più pericoloso freno all’innovazione.
L’operato dello Stato condiziona in modo decisivo persino l’economia libera;
ma così come lo Stato ha dimostrato di non essere un buon azionista, ha
anche dimostrato, a volte, di non essere un buon imprenditore.
Il nucleare tra passato, presente e futuro
Quando parliamo di innovazione tecnologica, mi riferisco anche e soprattutto
alla necessità di scegliere, come Sistema-Paese, di imboccare con decisione
la strada del ritorno al nucleare, proposta che Confindustria sostiene con
coerenza, grazie all’impulso del nostro Presidente Emma Marcegaglia.
Il ripensamento sulla scelta nucleare risponde a due esigenze, indipendenti
ma collegate.
C’è, in primo luogo, il contributo fondamentale che il nucleare può dare alla
buona riuscita delle politiche climatiche, non avendo esso emissione di CO2.
Se l’obiettivo ambientale è quello di ridurre le emissioni, occorre mobilitare
tutte le risorse, le conoscenze e le tecnologie disponibili. Non c’è ragione di
limitarsi a quegli strumenti che piacciono al movimento ecologista
tradizionale: le rinnovabili e il risparmio energetico sono due armi
potentissime, ma da sole insufficienti.
Il nucleare rappresenta una fonte energetica pulita, competitiva e
tecnologicamente evoluta, che può aiutarci a compiere parte della strada
senza penalizzare i nostri consumi. Questo è particolarmente vero in un
Paese come l’Italia, l’unica nazione industrializzata ad aver rinunciato
all’atomo pur avendo quattro centrali funzionanti e trovandosi all’avanguardia
tecnologica nel settore.

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Se si guarda al nostro parco di generazione elettrica, si noteranno due grandi
differenze rispetto ai maggiori paesi europei: l’assenza del nucleare, appunto,
e lo sbilanciamento sul gas. Sulle rinnovabili, per quanto si possa ancora
fare, non è ad esse che si può chiedere di diventare il pivot del nostro
sistema energetico. Piaccia o no, il nucleare è l’unica alternativa realistica e
già disponibile.
Questo ci porta al secondo tema: ridurre l’impatto ambientale dei nostri
consumi energetici è importante, ma lo è altrettanto difendere la competitività
delle nostre imprese, penalizzate già oggi da un costo dell’energia assai
superiore alla media europea.
Se poi consideriamo che il nucleare è, indirettamente, presente nel nostro
mix energetico – attraverso le importazioni – ne segue che la questione è
banale: per ragioni economiche e ambientali, conviene importare energia
atomica, oppure produrla?
Ci pare che ormai i tempi siano maturi per ripensare la decisione presa
avventatamente vent’anni fa. L’Italia può tornare al nucleare, ha le
competenze per farlo, dispone della necessaria forza finanziaria.
Le imprese sono pronte a fare la propria parte e la tecnologia è ormai sicura.
Uno studio del World Energy Forum stima il costo del nucleare perfettamente
concorrenziale col costo dei cicli combinati a gas e inferiore alle rinnovabili.
Inoltre, il nucleare garantisce prevedibilità e stabilità dei prezzi, poiché nel
caso del nucleare prevalgono i costi di impianto, mentre per il metano quelli
di combustibile.
Nessuna delle due condizioni è, astrattamente, preferibile all’altra, ma è
importante avere un mix elettrico bilanciato, nel quale il nucleare in
particolare serve anche come strategia di hedging contro la volatilità dei
prezzi dei combustibili fossili.
Il fatto che in Italia questa componente stabilizzante sia assente – a
differenza di tutti gli altri Paesi sviluppati – determina non solo il maggior
costo dell’energia, ma anche la sua più spiccata volatilità. Un problema di cui,
in questa fase di alti prezzi del petrolio, imprese e consumatori si sono
drammaticamente accorti.
Riconosciamo a questo Governo il merito di aver dato una svolta importante;
sappiamo che c’è bisogno di tempo, ma ci permettiamo sommessamente di
ricordare che dei 5 anni previsti per la posa della prima pietra, 5 mesi sono
già trascorsi.
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Certezza normativa
Che cosa chiede, allora, oggi, l’impresa alla politica? La più legittima delle
domande che si sintetizza in una sola parola: certezza.
L’imprenditore è, per usare una bella espressione di Peter Drucker, uno
“scopritore dell’ignoto”: l’imprenditore individua “scarsità”, intuisce domande,
cerca di darvi risposta prima e meglio di quanto non facciano i suoi
concorrenti.
L’imprenditore di successo è sempre un imprenditore che innova.
L’imprenditore di grande successo è un imprenditore di grandi innovazioni.
Questo processo presuppone, da parte nostra, un’importante assunzione di
rischi.
Il profitto dell’imprenditore non è un “salario”, ma dipende dalle capacità di
ciascuno di creare valore, di fare efficienza, di ottenere una buona
remunerazione delle risorse investite.
Il profitto è il premio per la nostra capacità di aver saputo correre dei rischi.
L’economia di mercato punisce, e in modo spietato, gli imprenditori che
agiscono con incoscienza.
Gli imprenditori non possono chiedere ai governi “certezza” rispetto ai risultati
delle loro valutazioni. È proprio il non chiedere nulla a nessuno, rischiando in
proprio, che fa di noi donne e uomini d’impresa.
La certezza che chiediamo allo Stato è, per questo, affidabilità ed
autorevolezza delle regole del gioco.
Un quadro regolatorio incerto disincentiva gli investimenti e con essi
l’innovazione.
Se è vero che l’innovazione è un volano di qualità ambientale, l’incertezza
politica è anti-ecologica.
Decisioni che per tutelare un obiettivo di carattere ambientale impongono
importanti e nuovi costi alle imprese ed alla società, non possono essere
modificate dopo una sola legislatura, soprattutto vista la durata media delle
legislature in Italia!
In questo senso è importante che gli imprenditori si trovino a operare in un
contesto sempre più “giuridico” e sempre meno “politico”, chiamati a
rispettare regole che dipendono quanto più possibile dagli antichi e sempre
attuali principi del diritto, e non dalla volontà programmatrice, quando non
addirittura pianificatoria, del Governo o del Ministro di turno. C’è in questo
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senso un’autonomia del diritto che va riscoperta, a tutto vantaggio della
prosperità delle nostre imprese e della società nel suo insieme.
Se l’Italia, per esempio, sceglie di tornare al nucleare, questa decisione non
può diventare negoziabile di qui a cinque anni, o addirittura meno, quando il
ciclo d’investimento di una nuova centrale è perlomeno ventennale.
È responsabilità del Governo in carica, crediamo, qualunque esso sia,
dialogare con l’opposizione per mettere le basi di un accordo duraturo, di
massima, su alcuni punti di primaria importanza.
È responsabilità dell’opposizione non proporre una strategia dell’alternanza
basata sullo sfascio sistematico di ciò che ha fatto il Governo precedente.
È responsabilità dell’opinione pubblica, di cui noi facciamo parte, pretendere
che grandi scelte “politiche”, nel senso più alto e nobile, non diventino
“politicizzate”, ovvero partigiane.
È, da ultimo, responsabilità delle amministrazioni locali non disfare tutto
quello che viene faticosamente costruito al centro.
Oltre il petrolio
In chiusura, vi pongo un’altra domanda, forse scontata, forse non originale,
ma non scontata ed originale deve essere la risposta, non la domanda.
Abbiamo il coraggio di pensare ad una società oltre il petrolio, oltre le
emissioni inquinanti, una società che sappia essere ricca, prospera e felice
senza essere legata alle fonti energetiche che hanno dominato il nostro
sviluppo industriale?
La nostra risposta è un sì convinto. Noi, che siamo Giovani e Imprenditori,
dobbiamo avere il coraggio di farlo, perché come giovani abbiamo il futuro
davanti e come imprenditori il compito di partecipare a costruirlo e definirlo.
Siamo giovani, e possiamo quindi guardare avanti, sperare, ma siamo anche
imprenditori, quindi sappiamo e dobbiamo essere concreti.
Per questo, non vogliamo regalare un’utopia, quanto piuttosto lanciare una
sfida.
Non stiamo dicendo, come alcuni fanno, che potremmo liberarci dal petrolio
se solo volessimo, qui e ora; vi stiamo dicendo che potremo liberarci dal
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petrolio se lo vorremo, se investiremo, se innoveremo e se ci metteremo nelle
condizioni di rischiare.
Un’altra affermazione abbastanza ovvia e scontata è che, per andare oltre il
petrolio, occorre anche affrontare un grande cambiamento nei nostri stili di
vita, nella nostra cultura. Quello che non è né ovvio né scontato è che questo
cambiamento possa avvenire per decreto legge - come alcuni chiedono oppure perché qualcuno convincerà tutti a comportarsi diversamente - come
alcuni si illudono.
No.
Nella storia abbiamo avuto molti cambiamenti di comportamento, sempre
avvenuti perché le nuovi abitudini consentivano un miglioramento della
qualità della vita. L’automobile ha liberato l’uomo in un senso molto profondo,
l’ha liberato dalla fatica degli spostamenti, ne ha accorciato i tempi, ne ha
fatto un fenomeno di massa su una scala mai vista.
La sfida per noi è inventare l’equivalente dell’automobile, trovare qualcosa
che ci renda più liberi e più ricchi.
Non sappiamo cosa sarà. Per questo, come dicevo, la politica degli incentivi
è miope, poiché presuppone che qualcuno possa già saperlo.
Siamo convinti però che, qualunque cosa sarà, non potrà venire che dalla
creatività, dal coraggio, dalla fatica e dalla voglia di fare di imprenditrici ed
imprenditori impegnati nella legittima ricerca del profitto.
Ci vorrà tempo, non stiamo parlando di domani, ma di un giorno nel futuro.
Qualunque cambiamento impone dei costi di adattamento che sono tanto più
significativi quanto più alto è il numero di persone coinvolto – sei miliardi di
esseri umani – e quanto più radicati sono i vecchi comportamenti –
centocinquant’anni di “petrolizzazione” della società.
Stiamo parlando anche di cambiamenti normativi, che possano aiutarci ad
imboccare la via giusta. A giugno, a Santa Margherita, abbiamo parlato di
contratti tailor-made: la rivoluzione tecnologica che abbiamo di fronte
consiste nella vita tailor-made.
La tecnologia esistente ci consente una serie di cambiamenti a basso costo
ed alto rendimento: i sistemi di comunicazione permettono un’ampia
diffusione del telelavoro, con risparmi evidenti non solo sulla mobilità;
l’economia della conoscenza è per definizione a più bassa intensità di fatica,
e richiede la creazione delle condizioni di lavoro più appropriate per ciascuno;
un ripensamento del modo in cui progettiamo le nostre città può favorire la
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diffusione, almeno a livello urbano, di metodi di spostamento alternativi, come
motori elettrici o, un domani, a idrogeno.
La generazione diffusa nel settore elettrico può innescare una rivoluzione
simile a quella sprigionata dai telefonini cellulari nelle telecomunicazioni.
Fonti come il nucleare e le rinnovabili, a zero emissioni, sono competitive o lo
saranno presto: non bisogna imporle, ma creare le condizioni perché si
possano affermare, spingendo le imprese non ad adottare tecnologie
imperfette, ma a perfezionarle e renderle competitive.
Gli esempi sono moltissimi: nonostante condizioni davvero difficili, le imprese
hanno saputo innovare, creare, porre le premesse per un futuro migliore, più
ricco e più pulito, più ambientalmente compatibile e più sano.
L’impresa è consapevole, e lo è appieno, delle sfide che ci pongono la
questione ambientale ed i cambiamenti climatici.
Siamo pronti a mettere in gioco la nostra creatività e la nostra
imprenditorialità, a prendere la via del rischio e dell’innovazione.
Perché ciò possa avvenire, anche la politica e l’opinione pubblica devono
considerare l’impresa non un nemico da abbattere, quanto piuttosto l’unico
alleato possibile per migliorare la qualità della vita. Di tutti.

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