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Trivelle Le ragioni del NO e del Sì a confronto .pdf



Nome del file originale: Trivelle - Le ragioni del NO e del Sì a confronto.pdf
Autore: Valentina Capradossi

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Microsoft® Office Word 2007, ed è stato inviato su file-pdf.it il 14/04/2016 alle 19:52, dall'indirizzo IP 2.234.x.x. La pagina di download del file è stata vista 857 volte.
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Referendum abrogativo 17 aprile 2016
Quesito
Volete che sia abrogato l'art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152,
"Norme in materia ambientale", come costituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n.
208 "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)",
limitatamente alle seguenti parole: "per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di
sicurezza e di salvaguardia ambientale"?
Le ragioni del Sì
- Concessioni NON vuol dire piattaforme: a ciascuna concessione possono corrispondere più piattaforme in
mare, e ciascuna piattaforma è dotata di più pozzi di estrazione. Le piattaforme che rientrano nel limite
sono 92 (allacciate a 481 pozzi), a fronte di 35 concessioni (totali tra attive e inattive).
- Il referendum interessa le concessioni già rilasciate, ma anche quelle di ricerca, ciò vuol dire che il blocco
di nuove concessioni non impedisce che all’interno di concessioni già esistenti siano perforati nuovi pozzi e
costruite nuove piattaforme, se previsto dal programma di lavoro!
- Le mappe dettagliate (pubblicate solo di recente) mostrano che effettivamente molte piattaforme sono
vicine alla costa, e non verso il confine delle 12 miglia, quindi non c’è la possibilità che siano semplicemente
spostate di qualche metro; se vincesse il Sì verrebbero smantellate (9 sono addirittura entro i 2km dalla
costa) alla fine del periodo di durata delle concessioni. Sorge qui anche il problema dell’inquinamento
paesaggistico soprattutto per zone ad alto turismo, come l’Emilia Romagna.
- Lo smantellamento degli impianti, in quanto graduale, non comporterebbe un impatto immediato per i
lavoratori, i cui contratti comunque sono legati, anche nel caso di vittoria del NO, al termine della
concessione (non è automatica infatti la richiesta di rinnovo da parte delle imprese, dipende dalla presenza
o meno di risorse).
- La produzione di gas degli impianti che si trovano entro le 12 miglia è stata pari al 26,7% della produzione
totale nazionale di gas naturale nel 2015, ovvero il 2,8% del consumo nazionale (e questo a mio parere
rientra nelle ragioni del NO). Per quanto riguarda il petrolio invece, le piattaforme entro le 12 miglia hanno
prodotto il 9,97% della produzione totale nazionale di greggio nel 2015, cioè 0,9% del consumo nazionale.
Secondo le stesse previsioni, la produzione delle fonti rinnovabili sarebbe stata tale da coprire il 17,9% del
fabbisogno energetico primario nazionale.
- L’Italia impone royalty (la somma versata in cambio dello sfruttamento commerciale di un bene) tra le più
basse al mondo, pari al 7 per cento del valore del petrolio estratto in mare e al 10 per cento del valore del
petrolio estratto a terra e del gas (a terra o in mare), nel 2015 si arrivava a 351 milioni di euro. In più, su
ogni giacimento c’è una franchigia: sono esenti da royalty le prime 50mila tonnellate di petrolio e i primi
80mila metri cubi di gas estratti offshore. Il risultato è che molte piattaforme non pagano affatto. Secondo
elaborazioni del Wwf sui dati del Mise, solo 18 concessioni in mare versano royalty, su un totale di 69
(entro e oltre le 12 miglia), ovvero appena il 21 per cento. (http://www.internazionale.it/opinione/marinaforti/2016/04/12/dubbi-risposte-referendum-trivelle)

- La tecnica di ricerca dell’air-gun ha effetti negativi su diversi tipi di organismi, ed in particolare sui cetacei
(i quali comunicano, navigano, si orientano e individuano le prede grazie al suono e con questa tecnica
spesso restano sordi). In uno studio dell’Ispra si legge che “le frequenze emesse dall’air-gun (20 - 150 Hz)
rientrano nel range uditivo dei pesci (50 - 3000 Hz) e sono, dunque, da ritenersi potenzialmente
responsabili di disturbi comportamentali e fisiologici anche a livello della fauna ittica” e, ancora, “sembra,
inoltre, che vi siano effetti anche sulle attività di pesca (diminuzione del pescato).
- Altrettanto rilevante è il presunto impatto che le operazioni di estrazione di idrocarburi in mare hanno sul
fenomeno della subsidenza, che è un è un lento movimento di abbassamento della crosta terrestre che si
verifica in determinate zone ed è attribuito al peso dei sedimenti che si accumulano. In particolare nel caso
dell’Emilia-Romagna, alcuni studi rilevano come “la coltivazione di un giacimento di metano produce un
abbassamento di 6 - 8 mm [annuale] nella zona corrispondente alla proiezione in superficie del perimetro
del giacimento; l'area interessata alla subsidenza indotta è compresa tra i 5 e i 10 km dal giacimento”. Il
fenomeno può causare: erosione delle spiagge, squilibrio delle reti idrauliche e fognarie, danni al
patrimonio artistico monumentale, aumento della vulnerabilità degli edifici nelle aree urbane…
(per queste ultime parti: https://referendumabrogativo.files.wordpress.com/2016/04/vademecumreferendum-abrogativo-17-aprile-2016.pdf)
Le ragioni del NO
- È un referendum territoriale, oltre le 12 miglia (circa 22 km) si potrà comunque continuare a rilasciare
concessioni di ricerca ed estrazione e nel caso di disastro da sversamento di petrolio verrebbe comunque
compromesso (nel Golfo del Messico la piattaforma Deepwater Horizon era distante 80 km dalla Louisiana).
- Tra le piattaforme, 11 sono adibite all’estrazione di petrolio, mentre 81 sono predisposte all’estrazione di
gas (metano). Il peso mediatico che si dà dunque al disastro da sversamento di petrolio è eccessivo, perché
non chiarendo quali siano le proporzioni, si sovrastima il danno atteso.
- Tenendo quindi bene a mente questi primi due punti di analisi, vediamo i pericoli per il greggio. È noto a
tutti quanto dannosi possano essere gli incidenti causati da malfunzionamenti delle piattaforme (es. Golfo
del Messico), ma quanto sono frequenti? È difficile trovare materiale preciso in rete, i grandi disastri
registrati non sono tanti (siamo nell’ordine di qualche decina) a fronte delle decine di migliaia di
piattaforme in tutto il mondo, ma hanno avuto un grandissimo impatto ambientale. Questo è il punto per
cui nascono più dubbi, soprattutto a causa della scarsa quantità di informazioni disponibili. Dalla parte del
NO c’è il fatto che in Italia siano davvero poche le piattaforme entro le 12 miglia (11 appunto) e votando Sì
dovremmo necessariamente rinunciare anche a quelle di gas metano, oltre al fatto che comunque
dovremmo rifornirci di petrolio tramite navi.
Dalla parte del Sì possiamo analizzare
questo grafico, considerando che
dovremmo compensare solo lo 0,9% dei
consumi in più, una quantità abbastanza
irrilevante nel complesso.
Il grafico mostra il greggio fuoriuscito dal
1970 al 2014 da solo navi petroliere in
incidenti con sversamenti maggiori di 7 t e
quantità di greggio trasportato nel mondo

(http://www.itopf.com/knowledge-resources/data-statistics/statistics/); è evidente come il trend sia
rassicurante, negli ultimi decenni è aumentata la quantità di petrolio trasportata via mare e sono
notevolmente diminuiti gli sversamenti, restando consapevoli però del fatto che le navi inquinano anche
solo con il consumo di carburante, le trivelle no.
È però diffuso da molte altre fonti che gli incidenti sulle piattaforme petrolifere siano meno frequenti di
quelli delle petroliere. Posto che ciò sia vero, va valutata la relazione tra la probabilità che l’evento si
verifichi e la portata dei danni che causerebbe, in entrambi i casi.
Qualche informazione sul numero di incidenti si trova in un documento che esamina il database WOAD
(World Offshore Accident Dataset) della DNV:
http://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/111111111/27463/1/offshore-accident-analysisdraft-final-report-dec-2012-rev6-online.pdf#. Secondo tale fonte gli incidenti finora registrati sarebbero
6183, di cui solo 45 nel mar Mediterraneo. Vanno fatte due precisazioni: 1.il numero include gli incidenti di
qualunque entità e anche le situazioni di alto rischio non sfociate in incidenti, 2.la segnalazione è volontaria
e il contenuto del database si basa sulle informazioni raccolte ed elaborate dal DNV, che non è
ufficialmente riconosciuta come autorità competente. I dubbi dunque sull’effettiva rilevanza di questi dati
non sono pochi, eppure è la migliore fonte di informazioni sugli incidenti in mare aperto attualemente
(aggiungo come riflessione che il M5S ha parlato di 1300 incidenti in Italia senza citare alcuna fonte).
In più per chi vota sì, un dato interessante sugli incidenti da piattaforma viene da questi due grafici:

Nel mar Mediterraneo gli incidenti a causa delle piattaforme sono molto di meno rispetto al resto del
mondo, ma in esso gran parte avvengono in Italia; è un dato piuttosto generico, quali incidenti? Di che
portata? Per non parlare del fatto che l’Italia al centro del mar Mediterraneo e quindi sembrano
proporzioni piuttosto banali.
- Analizziamo ora i rischi dell’estrazione di gas naturale, che interessa 81 piattaforme su 92. Il gas si estrae
attraverso una tecnica chiamata fracking, che in geotecnica è lo sfruttamento della pressione di un fluido, in
genere acqua, per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso nel sottosuolo
(https://it.wikipedia.org/wiki/Fratturazione_idraulica). Nello specifico consiste nell’iniezione di enormi
quantità di acqua, sabbia e sostanze chimiche nelle formazioni rocciose del sottosuolo
(https://oggiscienza.it/2014/09/17/rischi-e-benefici-del-fracking-da-175-studi-scientifici/).

Non è ben chiaro ad oggi quali siano le reali conseguenze a livello ambientale di questa tecnica, qualcuno lo
collega al rischio terremoti (non è stato mai provato), alcuni studi si concentrano sull’enorme utilizzo di
acqua che comporta questa tecnica e il rischio che le sostanze chimiche impiegate possano arrivare ad
inquinare anche le falde acquifere. Secondo un recente studio pubblicato dall’Annual Review of
Environment and Resources i gas e le sostanze chimiche risalgono raramente fino a raggiungere le falde
acquifere. La contaminazione può verificarsi, ma si tratterebbe di un evento inusuale. Per quanto riguarda
invece l’impiego di grandi quantità d’acqua, sullo stesso documento si legge che l’estrazione di gas naturale
sono in realtà paragonabili alle convenzionali fonti di energia. Richiedono certamente maggiore quantità di
acqua rispetto alle normali trivellazioni, ma dall’estrazione alla generazione di energia il carbone consuma
circa il doppio di acqua rispetto al gas naturale.
D’altra parte è bene aggiungere a favore del Sì, che il fotovoltaico e la produzione di energia eolica quasi
non richiedono acqua, né determinano emissioni.
- Le piattaforme resterebbero dunque ancora per tutta la durata delle concessioni, le ultime scadranno nel
2034; il processo quindi non sarebbe immediato, sono presenti da decenni e ancora per decenni
resteranno. Ciò che non ho trovato in rete è un documento dettagliato con la stima dei tempi necessari
all’esaurimento dei pozzi. È possibile infatti che in questi anni, referendum o no, alcune trivelle estraggano
tutte le risorse disponibili o abbiano bisogno solo di pochi anni in più rispetto a quelli già concessi: ciò
costituisce un importante elemento riguardo il peso di tale referendum.
- Il numero di infortuni sul lavoro, nel settore delle estrazioni, è inferiore, per esempio, a quello del settore
tessile, del settore dei trasporti, di quello metallurgico.
Considerazioni personali


Se il referendum interessasse solo le piattaforme che estraggono petrolio non avrei dubbi nel
votare Sì, in quanto il costo-opportunità mi sembra svantaggioso; troppi rischi, troppi pochi benefici
economici. Ma includendo anche quelle che estraggono gas naturale, mi trovo in grande difficoltà.



Dai bollettini del ministero per lo sviluppo economico risulta che 42 piattaforme sono state
costruite prima del 1986, quando è entrata in vigore la legge che istituisce le procedure di
valutazione di impatto ambientale (Via), quindi quasi metà delle piattaforme esistenti entro le 12
miglia non è mai stata sottoposta a una valutazione di impatto ambientale. 8 di queste sono
definite “non operative”, cioè non in produzione, e 31 (tutte a gas) sono “non eroganti” (cioè sono
ferme per manutenzione o hanno cessato la produzione), la domanda è: perché le compagnie
petrolifere tengano inattivi così tanti impianti? I costi di smantellamento sono molto alti e sono a
carico dell’azienda, ma perché il governo non lo impone? Se il referendum può servire ad eliminare
questi relitti dai mari, mi sembra un buon motivo per votare Sì.



Ha senso continuare ad investire sulle energie fossili (che hanno vita breve) quando il futuro del
mondo è evidentemente il rinnovabile? Se la vittoria del Sì al referendum potesse servire da monito
per intensificare gli investimenti nel rinnovabile (in particolare nel settore ricerca) voterei senza
dubbio Sì, ma non credo che le due cose siano correlate in modo significativo, quindi per quanto
interessanti dal punto di vista informativo, non credo che i continui confronti con il rinnovabile
possano comportare una decisione di voto per questo specifico referendum.

Valentina Capradossi


Trivelle - Le ragioni del NO e del Sì a confronto.pdf - pagina 1/4
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