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Libretto resilienza 1 .pdf



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Anteprima del documento


Laboratorio di ri-lettura del palinsesto urbano
e di valorizzazione di pratiche di resilienza

I
Identità
Lentini, 2016

In copertina
“La porta dell’opera dei pupi di Lentini
di fianco alla Villa Gorgia”.
Acquerello su carta, cm. 50 x 65.
G. Bordonaro, 1972.

Prefazione

“Città Resiliente” è un laboratorio di ri-lettura del palinsesto
urbano e di valorizzazione di pratiche di resilienza.
È un format studiato per leggere da più angolazioni, da diversi
punti di vista il territorio.
È un luogo fisico dove si incontrano varie anime in un dialogo
sempre diverso e a più voci.
La parola resilienza deriva dal latino ‘resilire’, cioè saltare
indietro, ritornare in fretta.
La resilienza è quella capacità che ha ogni corpo di riassumere
la forma iniziale dopo una serie di urti improvvisi o di accadimenti
che hanno scosso fortemente la conformazione iniziale.
È la pratica di sapersi adattare con la forza della ragione ai
cataclismi della storia.
È un patrimonio comune ad ogni essere, capace di resistere
alle avversità della vita senza perdere le proprie caratteristiche
originarie, e di superarle uscendone rinforzato o addirittura
trasformato.
Anna Ippolito
Giuseppe Sanfilippo Chiarello
Nuccia Tronco

3

Tecla

Chi arriva a Tecla, poco vede della città, dietro gli steccati
di tavole, i ripari di tela di sacco, le impalcature, le armature
metalliche, i ponti di legno sospesi a funi o sostenuti da cavalletti,
le scale a pioli, i tralicci. Alla domanda: - Perché la costruzione di
Tecla continua così a lungo? - gli abitanti senza smettere d’issare
secchi, di calare fili a piombo, di muovere in su e in giù lunghi
pennelli. - Perché non cominci la distruzione, - rispondono. E
richiesti se temono che appena tolte le impalcature la città cominci
a sgretolarsi e a andare in pezzi, soggiungono in fretta, sottovoce:
- Non soltanto la città.
Se, insoddisfatto delle risposte, qualcuno applica l’occhio
alla fessura d’una staccionata, vede gru che tirano altre gru,
incastellature che rivestono altre incastellature, travi che
puntellano altre travi. - Che senso ha il vostro costruire? domanda. - Qual è il fine d’una città in costruzione se non una
città? Dov’è il piano che seguite, il progetto?
- Te lo mostreremo appena termina la giornata; ora non
possiamo interrompere, - rispondono.
Il lavoro cessa al tramonto. Scende la notte sul cantiere. È una
notte stellata. - Ecco il progetto, - dicono.
da “Le città invisibili”, di Italo Calvino, 1972.

5

Dal Vangelo secondo Matteo

5,17: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge
o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare
compimento”.
12,8: “… il figlio dell’uomo è signore del sabato”.
(Anche Lc 6,5: “Il figlio dell’uomo è signore del sabato”).
5,43: “Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai
il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici”….
(Anche Lc 6,27: “Ma a voi che ascoltate io dico: “Amate i vostri
nemici, fate del bene a coloro che vi odiano”….).
8,2: “Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo:
“Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi”. E Gesù stese la mano e lo
toccò dicendo: “Lo voglio, sii sanato”.
(Anche Lc 5,12 “…e un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò
ai piedi pregandolo: “Signore, se vuoi, puoi sanarmi”. Gesù stese
la mano e lo toccò dicendo: “Lo voglio, sii risanato!”).
* ** * *
10,6: Gesù: “…rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della
casa d’Israele”.
15,22: Ed ecco una donna cananea…. Si mise a gridare: “Pietà
di me, Signore, figlio di Davide….” …… Ma egli rispose ai suoi
discepoli: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute
della casa d’Israele……. E alla donna: “Non è bene prendere il
pane dei figli per gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore” disse
la donna “ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono
dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna,
6

davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da
quell’istante la sua figlia fu guarita.
28,19: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni”
(Anche Mc 16,15: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo
ad ogni creatura”).
* * * * *
10,5: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei
Samaritani;
Inoltre: - Gv: 4,7: “Arrivò intanto una donna di Samarìa ad
attingere acqua”.
4,9: “…I giudei infatti non mantengono buone relazioni con
i Samaritani”…4,27: “In quel momento giunsero i suoi discepoli
e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna
(samaritana)”.
- Gv 8,5: “Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare
donne come questa. Tu che ne dici?”
8,7: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro
di lei”.

7

“U cufinaru”

“Ora concludiamo la trattazione dei mestieri parlando del
cufinaru.”
[...] “Partiamo dalla parola che dà origine al nome del mestiere:
cufinu.”
[...] “Il cufino possiamo genericamente definirlo cesta, ed è un
contenitore fatto con materiale presente in natura: canne e fili
teneri, sottili e flessibili, gettiti spontanei che si trovano alla base
dei tronchi delle piante, prevalentemente di ulivo. Ma, come vi ho
detto, la produzione del cufinaru consisteva anche in altri oggetti:
cufuna, cannizza, panara e panareddi.”
“Tutti con le canne e con quei fili che hai detto?”
“Sì, ma secondo certi modi specifici di lavorazione e impiegando,
di volta in volta, o più canne o più fili.”
[...] “Partiamo dalla scelta della materia prima, almeno per
come la faceva mio padre, che comunque di mestiere non faceva
il cufinaru.”
“Il materiale per fabbricare questi oggetti dove si trova? È in
vendita?”
“Le canne si riproducono spontaneamente presso zone umide
o acquitrini. Gli ulivi sono generalmente piante coltivate.”
“Ma come si arriva da queste semplici piante ai prodotti come
i canestri?”
“Parliamo delle canne. La scelta veniva compiuta secondo
il loro grado di maturazione e tenendo presente il prodotto da
realizzare.”
“Perché parli di maturazione delle canne? Mica si dovevano
mangiare.”
“Per maturazione intendevo la loro “età”, che influiva sulla loro
grossezza, durezza e flessibilità. Tanto più erano piccoli i prodotti
da realizzare, tanto più sottili dovevano essere i fili e le strisce di
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canna da utilizzare. Al contrario, per prodotti più grossi bisognava
impiegare verghe e sezioni di canna adatte a sostenere i pesi che
con essi si dovevano trasportare.”
“Come avviene la raccolta delle canne?”
“Una volta individuate e scelte, venivano tagliate con falci o
grossi coltelli.”
“Ed erano già pronte per essere utilizzate?”
“Non ancora. Dopo la raccolta venivano ripulite di quelle
membrane che avvolgono le loro varie sezioni.”
[...] “Una volta ripulite, si tagliava la cima di ognuna di esse
e, nella parte alta, con un coltello si facevano due incisioni
perpendicolari, cioè fra di loro incrociate. In esse s’inserivano
due pezzetti di legno incastrati l’uno nell’altro a forma di croce.
Poi si picchiettava col manico del coltello, finché la singola canna
non fosse stata ridotta, da cima a fondo, in quattro liste. A queste
venivano smussate le sporgenze che residuavano internamente.
Se le liste così ottenute erano abbastanza flessibili da potere
essere utilizzate, venivano considerate pronte all’uso, altrimenti
si procedeva a bagnarle.”
“Tu hai detto che venivano usati anche le sottili verghe prese
dalle piante di ulivo.”
“Stavo per arrivarci. Tutti i pezzi prodotti dal cufinaru avevano
come materie prime le canne e le piccole e sottili verghe di cui vi
ho fatto cenno, ma secondo combinazioni diverse in funzione del
prodotto finale.”
“Non avevano tutti la stessa composizione?”
“In tutti dovevano essere presenti le verghe; qualcuno poteva
essere fatto anche senza presenza di canne. [...] Qualcuno faceva
anche altri prodotti di sola canna, ma non erano molto solidi ed
erano destinati a durare poco.”
“Come mai?”
“Immaginate una costruzione edilizia, cioè di un immobile per
abitazioni. Essa è fatta di basamenti, di colonne e di mattoni.”
“Cosa c’entra l’edilizia con ceste e cestini.”
“Anche ceste e cestini hanno colonne, le verghe, e mattoni, le
liste di canne. Le prime sostengono, le altre racchiudono.”
9

“Bel paragone. Rende l’idea.”
“La solidità di uno dei prodotti di cui parliamo, parte dal buon
intreccio iniziale delle verghe: se il basamento non è compatto,
se le colonne non sono ben poste e correttamente ordinate, la
struttura complessiva non sarà solida. Senza contare il fatto che le
verghe hanno importanza nel procedimento e nella conclusione
del prodotto.”
“In che modo?”
“Intanto perché intorno ad esse s’intrecciano le liste di canne,
successivamente perché chiudono gli strati di canne e poi perché
se ne ricavano i manici.”
“Vi ho detto prima che il cufinaru [...] non produceva soltanto
cufina, ma tanti altri manufatti.”
“Scusa la parentesi, nonno. Cosa vuol dire manufatti?”
“Oggetti prodotti con le mani. Mi è piaciuta la vostra domanda.
Per quanto riguarda i prodotti del cufìnaru preferisco partire dal
cuffuni che era il più grande e capace di tutti gli oggetti in canna
e verghe. Di forma quasi cilindrica, era alto circa un metro e
largo intorno agli ottanta centimetri. La canna e i fili di verga
impiegati per produrlo erano piuttosto grossi. Questo prodotto era
destinato a contenere e trasportare agrumi, per cui era ricoperto
internamente di iuta per impedire che il contenuto potesse essere
danneggiato dalla durezza delle canne di cui era formato. Molti
esemplari di cuffuna sono passati, pieni, sulle spalle di mio padre.”
[...] “Veniamo al cufinu. Anch’esso di forma cilindrica, era
molto più piccolo del precedente e destinato a contenere i prodotti
dei campi, compresi i fichidindia. Poteva essere formato soltanto
di verghe, essendo destinato a trasportare contenuti non molto
pesanti e non aveva nessuna imbottitura interna. Spesso veniva
usato in coppia, piazzata sul dorso di un animale da soma o da
tiro.”
“Poverino. “
“Poverino sì, ma i trasporti bisognava pur farli.”
da: Antonino Risuglia, “Lentini, un amore nella memoria”, APED, 2012.

10

Da Edoardo Boncinelli, “La scienza non ha bisogno di Dio”, 2012

Pag. 98: “Che cos’è il genoma? È l’insieme delle istruzioni
biologiche necessarie e sufficienti per far nascere, crescere,
sviluppare e, al momento opportuno, riprodurre un essere
vivente… dal punto di vista astratto il genoma è quindi un
gigantesco testo che reca le istruzioni per la vita. Infatti anch’esso
ha l’articolazione in lettere dell’alfabeto, è lineare, è suddiviso in
capitoli separati”.
Pag. 112: “In ogni istante il genoma tiene conto di ciò che sta
avvenendo intorno e di ciò che è accaduto prima. L’insieme di
questi segnali esterni e interni è il responsabile diretto di ciò che
avverrà.
Da una parte sta il DNA del genoma con le sue conoscenze e
la sua memoria storica, dall’altra il complesso di questi segnali e
avvertimenti che ne condizionano costruttivamente l’azione.
Tutto questo è il Programma genetico attivo durante il periodo
dello sviluppo”.
Pag. 113: “La realizzazione di questo progetto dipende anche
dalle condizioni dell’ambiente circostante: dove viviamo e
come, che cosa mangiamo, quali malattie abbiamo contratto,
chi abbiamo incontrato, che tipo di soddisfazioni o frustrazioni
abbiamo provato, che cosa abbiamo studiato…..”
Pag. 114: “Che cosa manca? L’azione sottile del caso, cioè
di quell’insieme di processi puramente accidentali che in ogni
istante interferiscono con l’azione delle altre due componenti.”

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Quatteri cinisi e dintorni

Il gruppetto di nonno e nipoti si sposta su un punto di via
Giacomo Matteotti, dall’alto del quale si domina via Carlo Rosselli.
“Vedete” fa il nonno, “dagli abitanti del quartiere questa strada
era indicata in tre modi diversi: ‘a ghianata re ‘nglisi’, ‘a calata r’a
badda, ‘a calata ri Caddiddu.”
“Non abbiamo capito niente di quello che hai detto; e poi
perché tre modi diversi per indicare la stessa strada?”
“Perché ognuno dei tre modi si riferiva a qualcosa in
particolare: il primo perché era stata asfaltata dalle truppe alleate,
gli Inglesi in particolare, quando arrivarono dalle nostre parti. Il
secondo perché ad un certo punto della strada c’era una bottega
di generi alimentari gestita da una signora davvero corpulenta. Il
terzo perché a circa metà della strada c’era l’abitazione, diversa
da tutte le altre, di proprietà di un tale ingegnere che di cognome
si chiama Cardillo. Invece proseguendo da via Matteotti, si va
verso Carlentini dove si poteva arrivare, oltre che mediante la
strada principale, anche percorrendo i cosiddetti ccuzzaturi,
le scorciatoie, che tagliavano i vari tornanti e consentivano
di abbreviare la lunghezza del percorso che separa Lentini
da Carlentini. Erano utilizzate frequentemente dai ragazzi
carlentinesi che frequentavano le scuole medie a Lentini, e dalle
massaie del quartiere Santa Croce che andavano ad effettuare
determinati acquisti a Carlentini dove, oltre ai prodotti derivati
dalla macellazione dei maiali nel periodo di Carnevale, gli agnelli
e i capretti sacrificali destinati alle mense pasquali, c’era anche il
versante dell’abbigliamento. Ricordo che mia madre acquistava
presso il signor Domenico Vacirca, e fece confezionare i primi
maglioni per me avana con puntini marrone, e mio fratello
Gianni, blu con puntini gialli, da una signora di Carlentini che
si era dotata di una delle prime macchine semiautomatiche che
12

producevano indumenti di lana.”
“Nonno, comunque io mi sto annoiando” esclama deciso
Andrea.
“Anch’io mi sono stancato, però m’interessa il racconto del
nonno” si associa Federico.
“E avete ragione” li rabbonisce il nonno. “Se ne avrete voglia
riprenderemo un altro giorno.”
da Antonino Risuglia, “Lentini, un amore nella memoria”, APED, 2012.

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Supira a fera e dintorni

[Il giorno seguente, il nonno e Alessandro, lasciando a casa
Federico e Andrea, si avviano per riprendere l’esplorazione].
“Adesso percorreremo ‘a calata ‘i Cardiddu, detta anche ‘a
calata d’a badda oppure ‘a chianata d’e ‘nglisi. Queste tre diverse
denominazioni, come vi ho spiegato ieri, individuavano la stessa
strada, via Carlo Rosselli.” Percorrendo via Giacomo Matteotti,
i due arrivano al contiguo quartiere Soprafiera che ingloba ‘a
vutata d’o scupitteri e la sottostante zona Saluccio.”
“Questo quartiere prende il nome dalla sua collocazione appena
a monte della spianata dove oggi si trovano il liceo classico Gorgia
e il Museo Archeologico, spianata sulla quale e intorno alla quale
si svolgeva nel mese di Aprile un’imponente fiera del bestiame e
di oggetti d’uso in agricoltura.”
“Tu ricordi questa fiera?”
“Certamente. Era immensa e in occasione di essa per giorni e
giorni la città veniva attraversata da numerose mandrie di buoi.
La strada che dal Piazzale degli Studi si diparte verso destra, in
discesa, da molti era intesa ‘a calata ‘i tistuni, via Mercadante,
perché lungo detta strada era ubicato un negozio di generi
alimentari il cui proprietario aveva una caratteristica evidente:
una testa particolarmente voluminosa che sormontava un corpo
piuttosto minuto. La via Mercadante finiva col mulinu ‘i Firrautu,
così individuato anche se il nome completo della ditta era Ferrauto
e Moncada. Da via Mercadante, a destra si andava verso la zona
delle caccari, dove sorgevano degli impianti che producevano calce
viva poi utilizzata nell’edilizia, ricavandola dalla roccia calcarea.
Invece proseguendo la discesa si giungeva alla biviratura, luogo di
ristoro di tutti gli animali che lì venivano condotti ad abbeverarsi.
Da qui si accedeva al bivio che conduceva da un lato a Catania,
14

‘u straduni ‘i Catania, con le sue famose ‘vutati d’o scussuni, [...]
e dall’altro lato verso lo scalo ferroviario, ‘a strada d’a stazioni.
Questo bivio veniva indicato o come ‘a machina ‘o ghiacciu,
perché in uno dei suoi angoli esisteva una fabbrica di ghiaccio
che veniva distribuito in tutta la città, comprese le gelaterie, in un
periodo in cui non erano ancora diffusi i frigoriferi, oppure veniva
indicato come ‘a badduzza. Te la senti di fare ancora qualche
esplorazione? [...]”
“Se proprio vuoi.”
da Antonino Risuglia, “Lentini, un amore nella memoria”, APED, 2012.

15

Città dei poeti

VV. 53 - 68
O Cirno, la città è ancora una città, ma un altro è il popolo
È quello che un tempo non conosceva giustizia né leggi,
ma intorno ai fianchi logorava pelli di capre,
fuori da questa città come cervi pascolava
mentre adesso sono i nobili, o Polipaide; e quelli che un tempo
erano nobili ora sono miseri; come può sopportare chi vede ciò?
A vicenda si ingannano ridendo l’uno dell’altro,
non hanno nozione di ciò che è male né di ciò che è bene.
Non farti loro amico, o Polipaide, di nessuno dei cittadini
di vero cuore e per nessun tornaconto;
cerca di essere amico per tutti a parole,
ma non mettere in comune mai con nessuno un affare serio
di alcun genere; infatti conosceresti il cuore di uomini meschini
poiché nelle loro azioni non c’è alcuna fede
ma amano solo inganni e tortuosi raggiri
così come uomini non più salvi.
VV. 39 - 52
Cirno, la città è incinta - e presto partorirà, io temo, un uomo
che metterà in riga la nostra cattiva prepotenza.
I cittadini infatti sono ancora onesti, ma i capi ormai
corrono verso un buio baratro di rovina;
non vi è città che sia stata distrutta da uomini nobili,
ma quando i vili possono divenire arroganti
e corrompono il popolo e danno ragione agli ingiusti
mirando solo al lucro personale e al potere,
non ti aspettare che questa città stia in pace a lungo,
16

anche se ora c’è molta tranquillità,
poiché queste cose oramai stanno a cuore agli uomini cattivi:
il guadagno che si ottiene contro il pubblico interesse.
Da queste cose derivano le guerre civili e stragi di cittadini,
e tirannia: giammai lo voglia la nostra città!
VV. 783 - 788
Sono giunto anche nella terra di Sicilia un tempo
ed alla pianura di Eubea giunsi, coi suoi vigneti,
e a Sparta, la splendida città sull’Eurota ricco di canne;
e tutti mi accolsero con affetto,
ma non mi venne gioia nel cuore per quelle
poiché niente mi è cara più della patria.
VV. 27 - 38
A te io insegnerò, poiché ti voglio bene, quello che io stesso,
o Cirno, dai migliori imparai quando ero ancora fanciullo;
sii assennato, e non cercare con azioni disdicevoli
né ingiuste di ottenere onori, gloria o ricchezza.
Queste cose sappi: non accompagnarti con cattivi
uomini, ma stai sempre tra i migliori,
e con questi bevi e mangia, e insieme a loro
siedi, e cerca di piacere a questi, di cui grande è la forza.
Dai nobili infatti imparerai la nobiltà; ma se ai cattivi
ti mescoli, perderai anche la tua natura.
Impara queste cose e accompagnati ai buoni, e allora dirai
che i miei amici li consiglio bene.
da Teognide, Elegie, libro I.
traduzione dal greco di Giuseppe Sanfilippo Chiarello

17

Finestra sul futuro

Gli oggetti sono contenitori di memorie, di valori simbolici, di
stimolazioni sensoriali e di passioni, di storie degli uomini e delle
società che li hanno generati, di tecniche e saperi preziosi; un
concentrato di competenze ed ispirazioni che non abbiamo saputo tramandare, che abbiamo accantonato quasi fossero estranee,
se non contrarie, all’idea diffusa di progresso e di evoluzione della
nostra condizione sociale, quella stessa evoluzione che, con i suoi
mutamenti produttivi, normativi e sociali pone ora, per continuato abbandono, quelle pratiche a rischio estinzione.
Oggi, una nuova generazione di designer siciliani, formatisi
spesso altrove, di rientro nella propria terra natìa, comincia a riscoprire e a reinterpretare quegli oggetti, quelle tradizioni, quelle competenze locali, quell’intelligenza manuale del fare, mossa
dall’esigenza della riscoperta delle proprie radici, degli antichi
valori, mescolandola senza timore con le nuove tecnologie, con
le esigenze ed il gusto contemporanei, per nuovi impieghi e nuovi, diversi, mercati, possibilmente extraregionali se non globali.
Un settore forse ancora debole, ma determinato, in un contesto
indifferente quando non ostile; una realtà generalmente costretta
all’autoproduzione che avrebbe bisogno di essere incoraggiata e
sostenuta.
Così, vecchi e logori oggetti in disuso, manipolati ed alterati,
compromessi e decontestualizzati, rivivono; vecchi significanti
assumono nuovi significati, frutto dell’interazione e della contaminazione tra nuove tecnologie e intelligenze antiche, tra nuove
professioni e vecchi mestieri.
Ci sono esperienze da raccontare, di progettisti ed artigiani che
riscoprono la bellezza del confronto; c’è una resistenza quotidiana, fatta di passione per il lavoro e per la materia, di amore per le
belle cose, di continuità di gesti che vanno preservati e rilanciati,
18

c’è una ricchezza da ritrovare e coltivare che è la vera chiave per
la rinascita. In questi luoghi c’è spazio ancora per nuovi piccoli
oggetti e grandi storie.
Luca Maci

19

Finito di stampare per conto di “Città Resiliente”
nel mese di maggio 2016
presso la Biblioteca Civica “Riccardo da Lentini”,
Via Aspromonte, 5 - 96016 - Lentini (SR)


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