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Rapporto Sviluppo sociale sostenibile 1 .pdf


Nome del file originale: Rapporto Sviluppo sociale sostenibile 1.pdf
Titolo: p_20160302_sole_sole_naz_019 (p)00_perpao01

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SVILUPPO SOSTENIBILE

Mercoledì 2 Marzo 2016
www.ilsole24ore.com

RAPPORTI 24 / IMPRESA
GIORDANO POLONI

Nuovi modelli

ANALISI

Sostenibilità sociale
chiave dello sviluppo

di Elena Comelli

L’Ocse:
alzare
la qualità
del lavoro

È la più strategica, ma per anni è stata meno considerata
rispetto a quella economica e a quella ambientale
di Laura La Posta

È

rimasta per decenni in ombra, la
sostenibilità sociale. Mentre il dibattito sui cambiamenti climatici
e sulla crisi economica accendevano i riflettori sugli altri due tipi
di sostenibilità: quella ambientale e quella
economica. Il disinteresse diffuso ha così favorito la crisi del modello di Welfare State
esistente. Il conto, per i cittadini, è stato elevato: in Italia, tagli non graduali, a volte brutali, alla spesa sociale, per salvare i conti
pubblici e la tenuta complessiva del Paese.
In Gran Bretagna, invece, si registra ora la
minaccia di uscire dall’Unione europea (la
temuta Brexit) anche per il nodo del welfare
agli immigrati. Ci si sta così rendendo conto
che la sostenibilità sociale - intesa come capacità di garantire condizioni di benessere
umano (sicurezza, salute, istruzione, democrazia, partecipazione, giustizia) equamente distribuite per classi e genere - è in realtà la
più strategica delle tre. Perché in presenza
di inique diseguaglianze e in assenza di coesione sociale non possono realizzarsi la sostenibilità economica e quella ambientale.
Ecco perché i Rapporti Sviluppo sostenibile del Sole 24 Ore - una serie di special report che si avvia a compiere dieci anni - non
possono trascurare questo aspetto che anzi,
nell’ultima definizione dell’Onu, pervade
completamente l’ambito della sostenibilità.
La pubblicazione odierna del Rapporto è
dunque interamente dedicata alla dimensione sociale, non più cenerentola ma regina
del dibattito pubblico. Come siamo arrivati
a questa nuova consapevolezza e cosa fare
per adeguare le politiche pubbliche e la strategia dell’impresa a questo trend? Lo spiega
uno dei padri dell’economia civile (con Lui-

gino Bruni, che firma un’analisi del Rapporto), Stefano Zamagni, docente universitario, ex presidente della soppressa Agenzia
per il terzo settore, membro della Pontificia
accademia delle Scienze e fra i principali
collaboratori di Papa Benedetto XVI per la
stesura dell'Enciclica Caritas in veritate.
«Il modello di Welfare State totalista
(non totalitarista: attenzione), nel quale si
affida allo Stato il compito di preoccuparsi
della condizione di vita dei cittadini (dalla
culla alla bara) non è più sostenibile, sia a livello economico (perché alimenta la voragine del debito pubblico), sia perché non rispetta la dignità delle persone assistite, essendo un modello paternalistico e assistenzialista - spiega Zamagni -. Negli ultimi dieci
anni è iniziata una transizione culturale verso un welfare plurale, nel quale l'ente pubblico, i soggetti privati, il terzo settore colmano tutti assieme i buchi del welfare totalista, lasciati aperti dalla riduzione dei fondi a
scopi sociali (per la sanità, le pensioni, i sussidi, l'istruzione, ecc)».
«Ha preso così forma il fenomeno del
welfare aziendale - riprende Zamagni -: le
aziende dedicano alle misure di sostegno ai
dipendenti, nella contrattazione di secondo
livello, risorse via via più rilevanti. E anche il
cosiddetto terzo settore è diventato più produttivo, con le imprese sociali, le coop, le
fondazioni inserite nel tessuto economico
italiano con risorse anch'esse ingenti».
Tutto bene, allora? La solidarietà “lineare” (da erogatore a soggetto assistito) salverà il welfare, la coesione sociale e in ultima
analisi l’economia, favorendo il riaccendersi dei consumi e l’innalzamento del Pil? Non
proprio, secondo Zamagni. «Anche questo
modello non può durare nel tempo - sostiene l’economista -. Le menti più lucide, a livello mondiale, stanno capendo che il welfare

sign), Croqqer (market place per lo scambio
di servizi) e Mailwork (riqualificazione energetica). Di fatto sono le prime cinque Benefit
Corporation fuori dagli Stati Uniti. «Ci sono
ancora molte incognite, a partire da alcuni
aspetti del trattamento fiscale - spiega Eric
Ezechieli, co-fondatore di Nativa e partner
per l’Italia di B Lab -. Ma ci sono molte società
interessate. A breve le attuali dieci B Corp
raddoppieranno, c’è molto interesse da parte
degli imprenditori». Le B Corp vengono certificate attraverso un impact assessment, che
viene poi verificato dall’organizzazione non
profit B Lab, che per ora è stata l’unica ad elaborato uno standard di valutazione dell’impatto (che tutte le società che si trasformano
in benefit devono allegare al bilancio).
Oltre a D-Orbit, Nativa, Dermophisiologique, in Italia sono B Corp - hanno cioè la certificazione ma non ancora riconoscimento giuridico come benefit - Banca Prossima (agli
step finali dell’iter) l’istituto di credito di Intesa Sanpaolo rivolto al sociale; Fratelli Carli
(olio); Habitech ( green building); Equilibrium (costruzioni green); Mondora (software); Treedom (business green); Cometech (defibrillatori); Little Genius (programmi
educativi per nativi digitali).
Quali tipologie di aziende sono interessate a trasformarsi in società benefit? E non ci si
muove sui terreni ai confini dell’impresa sociale? «Le Benefit Corporation sono aziende
for profit a tutti gli effetti e non hanno vincoli
sulla redistribuzione degli utili e dei dividendi - spiega Ezechieli -. Per cui sceglieranno di diventare Benefit Corporation quelle
aziende che vogliono condurre un business
misurando a 360 gradi tutti gli impatti ambientali e sociali, con l’intenzione di creare
valore condiviso».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Continua u pagina 22

plurale non può essere il punto d'arrivo, perché non garantisce l'equità. Sono fortunati
solo quei lavoratori occupati nelle imprese
con dirigenti illuminati che realizzano efficacemente il welfare aziendale. E gli altri? Il
welfare plurale non ha una copertura universalistica. È un passo avanti, ma ora bisogna farne altri, perché non sono accettabili
ulteriori spaccature della società tra fortunati e sfortunati. L’Italia ha già diseguaglianze reddituali e occupazionali rilevanti, non
ne ha bisogno di altre».
Secondo questa corrente di pensiero, il
traguardo finale di un Paese evoluto è il welfare civile, che fa riferimento alla antica civitas: quel luogo non solo fisico ma anche valoriale e culturale nel quale si riconoscevano i cittadini. «Il welfare civile ha dei vantaggi - spiega Zamagni -: è universalistico e
abilitante, perché tende a migliorare la capacità di vita delle persone (la capability evocata da Amartya Sen) e non le condizioni di
vita. I primi due welfare (quello totalista e
quello plurale) hanno un fondamento individualistico e si rivolgono solo alle persone
che “hanno bisogno”. Questo modello di
welfare civile, invece, favorisce la coesione
sociale: è inclusivo perché mette in pratica il
principio di reciprocità. Aiuta chi ha bisogno e lo sensibilizza a restituire alla società
quanto può dare lui (in termini di tempo e
competenze, ad esempio)». Per raggiungere questo obiettivo, bisogna dotare la civitas
di una infrastrutturazione adeguata, anche
digitale: una sorta di banca del tempo, nella
quale il portatore di bisogni non si sente
umiliato di ricevere, proprio perché può ricambiare (come l'anziana che al pomeriggio
cura i bambini del palazzo e poi chiede ai genitori di portarle la spesa a casa per non fare
lei le scale).
Continua u pagina 22

Business sociale

Arriva la carica delle B Corporation
che vogliono riscrivere l’economia
di Alessia Maccaferri

C

on tanto di sigillo rosso in simil ceralacca, quando diventano B Corp le società
firmano un’altisonante Dichiarazione
di interdipendenza: «Dobbiamo essere il
cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, tutte le aziende dovrebbero essere gestite
in modo da creare benessere alle persone e al
pianeta; attraverso prodotti, pratiche e profitti, le aziende dovrebbero ambire a dare beneficio a tutti». Con una sottintesa citazione degli ideali di Gandhi, i fautori del movimento
mondiale delle Benefit corporation aspirano
a rivoluzionare il capitalismo. Né più né meno. Puntano troppo in alto? Chi sono gli imprenditori che hanno ispirato i cuori di tante
imprese della Silicon valley?
Ormai sono oltre 1.600 a livello mondiale le
B Corp (erano 125 nel 2008) e tra loro ci sono
marchi noti come Kickstarter e Patagonia. Il
modello è tradizionale, hanno un fatturato,
fanno utili, si quotano in Borsa. Ma il business
è generato mantenendo alti standard ambientali e sociali (dai bonus ai dipendenti al
non sfruttamento dei lavoratori nei paesi in
via di sviluppo). L’ottica non è quella della
corporate social responsibility,intende piuttosto permeare di questi valori l’intero core
business dell’azienda.
Riusciranno queste società ad avere un impatto reale, conciliando profitto e sostenibilità? Alcuni economisti ci scommettono, come
il premio Nobel Robert Shiller, secondo cui le
società Benefit avranno migliori performance rispetto alle aziende tradizionali. Ma cosa
ne pensa il mercato dei capitali? Negli Stati
Uniti diversi fondi investono già in queste società ed essi stessi ottengono la certificazione.
«Le società che sono Benefit per noi hanno un
plus», spiega Elizabeth Robinson, invest-

ment director di Quadrivio, l’unico fondo, assiemeaComoVenture,adavercredutoinuna
Benefit Corporation italiana come D-Orbit ,
con un investimento complessivo di 2,2 milioni di euro. La startup sta lavorando a tecnologie per smantellare a basso costo i satelliti a fine vita, riducendo così l’inquinamento dovuto ai detriti spaziali. Un progetto ambizioso
quanto credibile, visto che l’Unione Europea
gli ha appena riconosciuto due milioni euro
all’interno di Horizon 2020. «Le Benefit Cor-

DOPO IL NUOVO STATUS GIURIDICO

Anche in Italia comincia a crescere
l’interesse per le B Corp, già celebrate
negli Usa dal Nobel Robert Shiller:
in arrivo forti investimenti da parte
di banche, fondi e venture capitalist
poration hanno una visione di business sostenibile sul lungo periodo e questo è importante
sia per noi soci a tempo determinato sia per
possibili acquirenti al momento della exit»,
aggiunge Robinson. «Inoltre con la certificazione queste società rafforzano il loro brand e
riescono a trattenere i talenti migliori», spiega Robinson che non esclude, se il trend continuasse a essere positivo, di creare un fondo
che dedichi particolare attenzione alle Benefit corporation.
Ad accelerare il processo potrebbe contribuire la legge che da qualche mese in Italia ha
riconosciuto - unico paese al mondo assieme
agli Stati Uniti - lo status giuridico delle Benefit Corporation. La settimana scorsa le prime
cinque società sono andate dal notaio per formalizzare il passaggio. Oltre a D-Orbit, anche
Dermophisiologique (cosmesi), Nativa (de-

I

l lavoro sta cambiando il
suo volto. L’automatizzazione industriale, la
digitalizzazione dell’economia e la debole ripresa o
tenuta del mercato del
lavoro in diversi Paesi sviluppati porteranno via
milioni di posti di lavoro e
altri, inaspettati, ne creeranno. Che fare per garantire la
coesione sociale? In molti si
interrogano su questo tema,
dal Forum di Davos alle
università di mezzo mondo.
In base allo studio Future of
jobs, presentato al World
economic forum, i colletti
bianchi di medio livello, che
fanno lavori ripetitivi, perderanno quasi cinque milioni di posti di lavoro da qui al
2020. E oltre un milione e
mezzo di occupazioni sono
condannate, nel manifatturiero, dall'arrivo della quarta
rivoluzione industriale.
Ma c'è chi non si piega al
catastrofismo. Per Stefano
Scarpetta, direttore per
l'occupazione e gli affari
sociali dell'Ocse, «l'innovazione stimola anche la creazione di nuovi posti di lavoro
e il saldo finale non dev'essere per forza negativo».
L’Ocse - l'organizzazione
internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi - sta
mappando i “cantieri” culturali da aprire, per tenere
l’occupazione al passo con i
tempi. Il primo è orientare la
formazione in modo tale da
non cadere nella trappola
dell'irrilevanza. Il secondo
cantiere è quello della protezione sociale. Le nuove
piattaforme dell'economia
on demand hanno creato
milioni di posti, ma la crescita del lavoro autonomo
mette in gioco tutto il sistema, trasferendo i rischi
sociali quasi completamente
sulle spalle dei lavoratori.
Il problema della qualità
del lavoro si pone già oggi,
come dimostra un rapporto
Ocse appena uscito. L’organizzazione - che associa 34
Paesi cosiddetti “sviluppati”
- ha sviluppato un approccio
basato su tre dimensioni: la
qualità delle remunerazioni
(la media ma anche la loro
distribuzione tra gli occupati), la protezione nel mercato
del lavoro (intesa come la
probabilità di perdere un
posto e ricevere un sussidio)
e la qualità dell'ambiente di
lavoro, cioè gli aspetti non
economici ma correlati agli
orari e alle relazioni negli
uffici o negli impianti produttivi. «La qualità è importante non solo per il benessere dei lavoratori,
ma anche per la produttività
del sistema», rileva il segretario generale dell'Ocse,
Angel Gurria.
La crisi ovviamente non
ha migliorato la situazione:
la qualità dei salari è scesa,
mentre il grado di protezione è peggiorato sensibilmente. Le retribuzioni sono
calate in due terzi dei Paesi
Ocse, a cominciare da Regno
Unito e Grecia, seguite da
Usa, Ungheria e Italia. Si è
poi ridotta la sicurezza del
lavoro, con il calo più marcato in Spagna, Grecia ed
Olanda. L'Italia in questo
caso è al sesto posto della
classifica.

Tre numeri chiave

12

miliardi

La filantropia in Italia
Le risorse messe a disposizione
della filantropia nel nostro
Paese superano i 12 miliardi
(fonte Centro Einaudi-2Wel)

103

31,3%

Le organizzazioni sociali
Su 301mila organizzazioni del
Terzo settore, 103mila si occupano
di interventi riconducibili all’area
del welfare (Istat 2014)

Il peso del welfare negoziale
Il welfare negoziale (aziendale,
interaziendale, territoriale,
individuale) coinvolge il 31,3%
delle aziende (Centro Einaudi-2Wel)

mila


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