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Rapporto Sviluppo sociale sostenibile 4 .pdf


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Il Sole 24 Ore
Mercoledì 2 Marzo 2016 - N. 61

22

SVILUPPO SOSTENIBILE

La necessità di un patto intergenerazionale

«Le donne di successo devono rimandare al piano terra
l’ascensore sociale, per far salire le giovani di talento a
bordo e portarle in alto, là dove i meriti dovrebbero
collocarle in automatico, in un Paese meritocratico».
Lella Golfo, presidente Fondazione Bellisario

La sfida dell’inclusione

I giovani e le donne
fasce deboli da sostenere
Rosina (Cattolica): talenti in fuga - Zattoni (Valore D): alleanza impresa-terzo settore
di Alberto Magnani

F

uga di talenti, Neet, inattività. Cambiano i sintomi, ma la patologia resta identica: l'Italia sta in larga misura sprecando il capitale umano dei suoi millennials, la generazione di under 30 che fatica a inserirsi nel mercato del lavoro.
Per farsene un'idea, basta sfogliare gli ultimi
dati Istat, analizzati in profondità sul Sole 24 Ore
di oggi. Qui basti ricordare che a gennaio il tasso
di disoccupazione degli under 35 è oscillato tra il
39,3%dellafascia15-24annieil17,2%diquellariferita ai 25-34 anni. Ancora più grave, in proporzione,la“bolla”dell'inattività:dal74,6%degliunder
24 al 27,2% della fascia con più potenziale di studi
e competenze (25-34 anni).
Se si guarda oltre ai macro-indicatori, però,
emergono segnali anche più profondi. Gli under
35 spesso hanno deviato i loro progetti sulle rotte
deimercatiesteri,conl'obiettivodidecollarealla
prima offerta adatta alle proprie competenze. I
Neet, i giovani «né in educazione né in istruzione», hanno raggiunto la soglia da allarme del
27,3% nella fascia dai 15 ai 34 anni. Un bacino di oltre 2 milioni di potenziali lavoratori che ospita, al
suo interno, casi differenziati della non occupazione: dai disoccupati a tutti gli effetti ai talenti
confinati in una zona grigia che va dal precariato
al lavoro nero.
Viste le premesse, non stupisce che un processo fisiologico come il brain drain (la mobilità
dei talenti) si sia trasformato fin qui in una fuga a
direzione unica. In altre parole, i giovani italiani
partono a caccia di contratti e retribuzioni migliori ma imboccano solo di rado la via del ritorno. Perché? Il Rapporto Giovani dell'Istituto Toniolo evidenzia come oltre il 75% del campione
reputi le prospettive di carriera offerte in patria
«peggiori»diquellechesipotrebberoregistrare
su scala internazionale. Tra le motivazioni che
hanno spinto gli attuali “expats” a lasciare la Pe-

nisola, il podio è dominato da fattori come meritocrazia (80%), possibilità di fare meglio il proprio lavoro (69%) e il tasto dolente di remunerazioni molto meno appetibili di quelle offerte anche dalle vicine Francia e Germania (60%).
Alessandro Rosina, ordinario di demografia
all'Università Cattolica, interpreta i disagi degli
under30comelaconfermadella«incapacitàdel
sistema paese di rendere le nuove generazioni
un sistema di cambiamento, tanto che se vogliono crescere devono andare all'estero». Il confronto con l'Europa, del resto, è spietato. I Neet,
un giovane su quattro in Italia, in Germania superano a fatica l'11%: «Non solo siamo sempre
più sprovvisti di giovani, ma non riusciamo a far
loro esprimere tutto il potenziale quando li impieghiamo – dice Rosina -. Non riusciamo a considerarli un capitale umano ma, semmai, un costo sociale. Il saldo negativo tra chi va e chi torna
è una ulteriore conferma». Secondo Rosina,
l'urgenza è sconfinata nel paradosso: i giovani
talenti italiani sarebbero disposti a trattenersi in
Italia anche a condizioni e stipendi inferiori a
quelli offerti all'estero, in “cambio” di prospettivemenoopachesulpropriofuturoprofessionale. Peccato che, per ora, l'ottimismo non sia proprio di casa: è sempre l'Istituto Toniolo a rivelare come il 71,6% dei giovani interpellati sia «per
nullaopococonvinto»chelasituazioneprogredirà nell'arco di tre anni.
Un cortocircuito disoccupazione-sfiducia
simile, nella forma, a quello che intralcia il lavoro femminile. Come rilevato dall’Istat e discusso in occasione del lancio di «Human Cooperationnellavitadell'azienda»,iniziativadell’associazione di imprese Valore D e di Aggiornamenti sociali, l'occupazione femminile è al
47,5%: ben al di sotto sia del tasso maschile
(66,1%), sia di quello della maggior parte dei paesi cosiddetti sviluppati, sia del target del 75%
fissato dall'Europa per il 2020. E la categoria più
fragile, neppure a dirlo, sono proprio le giovani.

Come nota Anna Zattoni, direttore generale di
Valore D, «se guardiamo alla fascia di età 25-34,
l'occupazione femminile è scesa di mezzo punto contrariamente a quella maschile che è salita
di tre punti nel 2014: un segnale allarmante che
ci impone di intervenire, anche con alleanze tra
imprese e terzo settore».
Sotto il fronte delle politiche attive, l'attenzione è sui primi bilanci – provvisori - di Garanzia
giovani e del Jobs act. Il primo, un programma
promosso dall'Unione europea per l'inclusione
lavorativadegliunder30,haincassatoinItaliaun
totale di oltre 972mila iscrizioni. Crescono i casi
presi in carico, a quota 618mila (+7,5% rispetto al
31 dicembre 2015). Resta un po' più magro, per
ora, il bilancio delle proposte effettive: 284.782,
secondo le varie formule di tirocinio e contratto
veicolate. Quanto al Jobs act (analizzato nei suoi
primirisultatiinaltriarticolidelSole24Oredioggi), buona accoglienza ha trovato il tentativo di
semplificazione sui contratti per i più giovani.
Per il neopresidente Anpal (Agenzia nazionale
perlepoliticheattive),MaurizioDelConte,buonisegnaliarrivanogiàdaglistrumentiindividuati, come la stessa Garanzia giovani: «Il fatto che
oltre900milagiovanisisianoattivatiperfaredomanda è un evento inedito e potrebbe segnare
un passaggio culturale – dice Del Conte -. Poi,
certo, ci sono stati problemi di organizzazione e
grandi differenze nelle modalità di declinare il
programma». Tra gli strumenti per l'inclusione
futura, Del Conte intravede sopratutto un
«network tra pubblico e agenzie private» che
potenzi la capillarità sul territorio. Senza dimenticare un altro passaggio generazionale: l'uso
delle tecnologie. I millennials cercano lavoro
sullo smartphone e sui social, prima che in agenzie e bacheche fisiche. «Il lavoro sulle tecnologie
e sulle interfacce con l'utente è fondamentale –
diceDelConte-.Oggiunapiattaformacosìnonsi
trova. Bisogna costruirla».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Neo-imprenditori. I talenti dell’edizione 2015 del campus ReStartApp a Grondona (Alessandria). Assieme ai giovani, impegnati nella creazione di
imprese innovative, Alessandro Garrone, presidente della Fondazione Edoardo Garrone, e Alessandra Gentile, coordinatrice didattica del corso

Dopo gli stage retribuiti i campus per startup

Le fondazioni Cariplo e Garrone
insieme per l’emergenza Neet
di Alberto Magnani

L

e risposte all'emergenza Neet? Tirocini pagati e incubatori per startup. Meglio se combinati in una strategia unica
che provi a rimettere in moto il talento disperso degli oltre 2,4 milioni di giovani nel
limbo tra studi interrotti e disoccupazione (i
cosiddetti Neet, appunto). È questa la ricetta
proposta dalla Fondazione Cariplo e dalla
Fondazione Garrone di fronte ai numeri, da
allarme, degli under 30 esclusi dalla forza lavoro in Italia. Una strategia che si declina
con iniziative calibrate secondo una logica
di inclusione che spazia dalla formazione
professionale al potenziamento dell'imprenditoria locale.
Dopo tante misure di successo lanciate a
favore dei giovani, Fondazione Cariplo, in
partenariato con Gcm-Mestieri Lombardia e
Adecco, sta giocando ora la carta della «espe-

rienza ri-motivazionale» di NEETwork: un
programma di mille opportunità di stage da
4-6 mesi retribuiti (con 400 euro) per «recuperare i giovani sfiduciati» in Lombardia. La
Regione ha cofinanziato l'iniziativa con 1,6
milioni di euro ed è pronta a «investire anche
di più» a seconda dei riscontri. I destinatari?
La quota di giovani inquadrata da Davide Invernizzi, direttore Area servizi alla persona
della Fondazione Cariplo, come il «segmento più fragile» sullo scenario nazionale. I requisiti sono l’età inferiore ai 24 anni, il titolo di
studi fermo alla licenza media e la non iscrizione a Garanzia giovani. Gli accordi con
aziende ed enti del terzo settore hanno già
fruttato l'apertura di 650 posizioni: «Ora si
tratta di trovare le restanti 350, ma è evidente
che le risposte ci stanno dando diversi buoni
segnali», spiega Invernizzi. La sola Lombardia conta 260mila Neet, il terzo valore più
elevato tra le regioni italiane. Il 40% dei lom-

bardi tra i 18 e i 29 anni ha interrotto gli studi
alla licenza media, media che sale al 42% se si
considera la fascia 18-24 anni. Oltre all'esperienza in sé i candidati hanno l'opportunità di
essere seguiti in un processo «qualificante»
per il dopo tirocinio.
E sul fronte startup? La Fondazione Garrone ha dato vita a «campus residenziali»
per talenti under 35 impegnati nella creazione di imprese con impatto innovativo sul
territorio. Le prime due edizioni, ribattezzate ReStartApp, si sono svolte nel 2014-2015 e
hanno assegnato solo l'anno scorso 120mila
euro a sei progetti nella zona appenninica.
La prossima, al via alla fine del 2016, segna la
prima partnership con la Fondazione Cariplo e sposta l'obiettivo geografico: da ReStartApp a “ReStartAlp”, bando rivolto a 15
talenti per la «promozione di un'economia
della montagna» nella zona alpina. Come
spiega Alessandro Garrone, presidente della Fondazione voluta dal padre Riccardo, «il
modello resterà identico ma cambierà, ovviamente, lo scenario. La partnership con
Fondazione Cariplo ci è sembrata naturale:
se un modello funziona, bisognerebbe fare
rete e non dividersi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nuovi strumenti

La leva dell’economia digitale

Il mentoring per far ripartire
l’ascensore sociale ora bloccato

Dai coworking agli incubatori:
così si coltivano i talenti under 30

di Laura La Posta

di Alberto Magnani

L

aprimaaparlaredimentoringdidonneper
ledonne,findal1989,fuLellaGolfo,ancora
oggi presidente della Fondazione Marisa
Bellisario. La futura “mamma” (con Alessia Mosca)dellaleggesullequotedigenereneicdadelle
quotate e controllate pubbliche aveva invitato le
donne in carriera a «rimandare al piano terra
l’ascensore sociale, per far salire le giovani di talentoabordoeportarleinalto,làdoveimeritidovrebbero collocarle in automatico, in un Paese
meritocratico». Un invito all’azione raccolto da
alcune iniziative di valore. L’ultimo conferimentodiborsedistudioediunprogrammadimentoring (un percorso di formazione e tutoraggio
svolto da madrine d’eccellenza a beneficio delle
junior) è avvenuto venerdì scorso, a Montebelluna (Treviso), presso il centro direzionale di
Veneto Banca. Il Progetto Donne e Futuro, creato dall’avvocato Cristina Rossello (da dicembre
anche vicepresidente di Veneto Banca), ha consegnato le borse di studio a neoprofessioniste
promettenti della musica e della medicina, portando a 70 il numero delle giovani sostenute in 7
annieannunciandol’edizionesuccessivachesarà dedicata alle neomanager del settore bancario.«IlProgettoDonneeFuturoèfortementeimpegnato nel premiare giovani talenti che meritano l'opportunità di ricevere consigli preziosi da
madrinedichiarafama,perguadagnarsiuninse-

Filantropia sociale. L’avvocato Cristina Rossello
ha fondato il Progetto Donne e futuro

Digitale inclusivo. Gianna Martinengo ha creato
Donne e Tecnologie e il premio Tecnovisionarie

rimento brillante nel mondo del lavoro - spiega
Cristina Rossello -. Il premio e i convegni hanno
sempreottenutol’altoriconoscimentodelPresidente della Repubblica e delle istituzioni, a partire dal Comune di Savona, dove sono nati, tenendo relazioni forti con le istituzioni territoriali dove si svolgono e governative per il settore di attività che li riguardano». Piani di mentoring sono
realizzati anche da Valore D, l'associazione di
imprese che sostengono l'inclusione e il talento
femminile, con il progetto GenerAzioni che ha
affiancato per due anni più di 100 professioniste
ad altrettanti studenti e studentesse di 6 atenei.
Attiva dal 2010 la Professional women association of Milan: 500 le associate coinvolte, anche
nel Me-Totem Program co-finanziato dalla Ue
(e dal 16 marzo il progetto ripartirà). A entrambe
le iniziative collabora Gini Dupasquier, che ha
dedicatoalladiversitylasocietàDonnaLab.Qualesaràilfuturodelmentoring?«Ilreversementoring:unpercorsobidirezionalecheforminonsoloilmenteemaancheilmentor,ilqualedalgiovane può ricevere tanto, a partire dalla sua visione
fresca del mondo e dalle sue competenze di nativodigitale»,spiegaGiannaMartinengo,imprenditrice pioniera dell’e-learning e del digitale in
Italia con DidaelKts e da anni impegnata con la
sua associazione Donne e Tecnologie e con il
Premio Le Tecnovisionarie (nonché vicepresidente vicario di Fondazione Fiera Milano).
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Politiche per la ripresa

Leva di sviluppo
di Laura La Posta
u Continua da pagina 19

A

ncheleimpresepossonofareconpiùentusiasmo la loro parte, se non si sentono
Bancomat dal quale attingere ma centro
di competenze e risorse da coinvolgere e attivare. «Il principio organizzativo che consente di
tradurre in pratica il welfare civile è la sussidiarietà circolare - riprende Zamagni -. Fin qui abbiamo declinato la sussidiarietà come verticale
(un esempio è il decentramento amministrativo) o orizzontale (il welfare plurale, dove il timoneèperòinmanoall'entepubblico,chespesso è costretto a conformarsi all'iniquo regime
delmassimoribasso).Lasussidiarietàcircolare,
invece, è il passo ulteriore e consiste in questo: il
settore pubblico, la business community e il
mondo della società civile organizzata (immaginiamo un triangolo), interagiscono in manie-

«I

talenti ci sono. Basta aggregarli».
Davide Dattoli, Ceo e co-fondatore
di Talent garden, spiega così il principio che ha fatto decollare i suoi spazi di
coworking: attrarre freelance e neo-imprenditori in contesti capaci di valorizzare
il fermento di startup e nuove professionalità sul mercato italiano. Oggi il network,
fondato nel 2011, fattura 5 milioni di euro, si
estende in 10 città italiane e coltiva oltre
mille professionisti tra computer, aule riunioni e uffici mobili composti da portatile e
scrivanie a rotazione.
Ma è solo l'esempio di un fenomeno più
vasto: la combinazione tra gli stessi
coworking e gli incubatori di startup come
luoghi di crescita per una generazione di
under 30 che risponde a tassi di disoccupazione da allarme con competenze innovative nel circuito dell’economia digitale.
Oggi in Italia, secondo la sezione speciale del registro delle imprese delle Camere
di Commercio, si contano un totale di 5.150
startup innovative e 35 incubatori certificati: 13 solo in Lombardia, culla dell'innovazione con le sue 1.139 neoimprese, con piccoli exploit anche in regioni Friuli (quattro
incubatori e 130 startup), Emilia-Romagna,
Lazio e Veneto.

Non appare casuale che le aree che ospitano più acceleratori condensino al proprio interno numeri di molto superiori alla
media nazionale. Fa la scuola la già citata
Lombardia, forte di più di un quinto di tutte
le imprese grazie a eccellenze come il Parco tecnologico padano Lodi e l'attrazione
naturale di Milano: otto incubatori, dall'acceleratore di business innovativi Digital
Magics alla piattaforma del Politecnico PoliHub, per centinaia di startup che si attivano in settori diversi come informatica, alimentare, fashion e motori.
Il rapporto tra acceleratori e vitalità delle imprese giovani si fa anche più stretto se
si sposta l'obiettivo su altri scenari. Le 512
società registrate in Lazio si spiegano con il
peso specifico di Roma e di poli come l'incubatore Luiss EnLabs. Le addirittura 518
dell'Emilia-Romagna rispecchiano l'attivismo della Regione (con EmiliaRomagnaStartup, uno strumento di aggregazione
che registra 300 società e 50 organizzazioni) e la spinta di realtà universitarie
sull'esempio di AlmaCube. Senza contare
gli outsider come H-Farm, il campus fondato a Roncade (Treviso) nel 2005 con
l'obiettivo di far convergere in un unico
modello servizi di accelerazione, formazione sulle nuove frontiere dell'economia
e guide alle “trasformazione digitale” per le

aziende in cerca di un cambio di rotta rispetto ai vecchi schemi. Oggi la struttura dà
lavoro a 550 persone ed è quotata a Piazza
Affari sul listino Aim, ma lo spirito di fondo
resta quello di intercettare talenti freschi di
laurea e farli crescere in un contesto che
guarda ai modelli di Berlino, Londra e
all'inevitabile Silicon valley.
A volte si entra negli incubatori per dare
forma a un progetto già avviato. Più spesso,
però, sono proprio incubatori o spazi generali di coworking a creare intese di lungo
corso: la cosiddetta contaminazione tra business, una leva di crescita per le neoimprese. Come spiega ancora Dattoli, «l'obiettivo di Talent garden è stato proprio quello di
far trovare e dialogare i migliori professionisti under 30 con la “scusa” di farli sedere
sullo stesso tavolo e in spazi condivisi. Insomma, fare network e introdurre i giovani
in contesti dove far crescere le proprie attività». Dattoli insiste sul concetto di «professionisti», per sottolineare l'impatto economico e sociale di un circuito di talenti che
rischia di restare ai margini dei settori tradizionali. «Gli incubatori e gli spazi di
coworking sono la risposta a un mondo che
non viene sempre ascoltato – spiega –. Perché fornire dei campus fisici, fare massa,
può essere una strategia di supporto».

qualità. «La nostra analisi dimostra
che i due aspetti vanno insieme: i Paesi
che fanno relativamente bene in termine di qualità sono anche quelli con i
tassi di occupazione più elevati», fa
notare Scarpetta.
I risultati per l'Italia non sono incoraggianti: la qualità del lavoro in Italia è
bassa, al di sotto della media Ocse, in
particolare per quanto riguarda la sicurezza e la qualità dell'ambiente.
In termini di qualità delle remunerazioni l'Italia è nella media: nonostante
i salari medi siano inferiori alla media
Ocse a parità di potere d'acquisto, le
disuguaglianze nella loro distribuzione sono meno marcate che in molti altri Paesi. I due elementi insieme permettono di posizionare l'Italia nel
gruppo di mezzo, al 14esimo posto sui
33 Paesi presi in considerazione, lontana dai Paesi scandinavi, ma anche da
quelli dell'Est Europa.

Il problema più importante è invece
la protezione nel mercato del lavoro.
L'Italia è terz’ultima, subito dopo
Grecia e Spagna: l'insicurezza deriva
da una probabilità relativamente elevata di perdere il posto e non ritrovarne un altro rapidamente, ma soprattutto da un sistema di sostegno al reddito per i disoccupati che ne protegge
solo una parte.
Anche in termini di qualità dell'ambiente di lavoro l’Italia è nella parte bassa della classifica. Oltre a Grecia e Spagna, fa meglio solo di alcuni Paesi
dell'Est Europa: quasi la metà dei lavoratori italiani è sotto pressione, cioè con
ritmi di lavoro e rischi per la salute non
compensati dal livello di autonomia e
sostegno che ricevono.
Il Jobs act, per Scarpetta, va nella direzione giusta. Ma c'è ancora molto altro da fare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il rapporto Ocse sul lavoro
ra sistematica tra di loro sulla base di protocolli
stabiliti per definire le priorità di intervento sociale, e per trovare le modalità di gestione più efficaci per raggiungere gli obiettivi condivisi».
Non potremo mai avere un welfare civile fin
quando le priorità sono decise solo da uno dei
tre vertici del triangolo: il settore pubblico.
«L'ente pubblico oggi o non ha le risorse o non
ha le informazioni per conoscere le esigenze realidellasocietàcivile:gliapparatinonstannosul
territorio, ma negli uffici, e sono diventati burocrazia - spiega l’economista -. Il mondo dell'impresa ha le risorse economiche ma da solo non
può farcela a definire strategie comuni. Dal canto suo, solo la società civile sa come evitare il paternalismo assistenzialistico. I tre mondi devono interagire in maniera sistematica».
Utopia? No, secondo Zamagni. Queste idee
hanno radici antiche in Italia, che affondano nel
Rinascimento e sono realizzate oggi in diversi
Comuni illuminati, in Trentino, in Emilia Romagna, in Toscana. Anche la società civile le attua in alcune città, con il modello delle social

street (una ricerca dell’Università Cattolica ne
ha mappate ben 64 a Milano). E le ultime novità
normative favoriranno questa transizione. «I
nuovi articoli 118 e 119 della Costituzione che introducono la sussidiarietà fanno riferimento
alla sussidiarietà circolare, si legge nella relazione di accompagnamento - racconta Zamagni -. Anche l’introduzione nel nostro ordinamento delle Benefit corporation, nella legge di
Stabilità, avrà effetti positivi in tal senso: le B
Corp non destinano profitti, ma proventi al sociale e questo è un passo avanti sulla responsabilità sociale d’impresa fin qui praticata. Anche
le aziende low profit che si stanno affermando
portano acqua a questo mulino. E la riforma del
terzo settore in fase di approvazione completerà il quadro giuridico favorevole, ponendo
l’Italia all’avanguardia europea. Qualche lezione agli altri Paesi possiamo ancora darla, se rafforziamo i nostri sforzi sulla frontiera della sostenibilità sociale. Tutti insieme: pubblico, imprese, terzo settore e cittadini».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alzare la qualità
di Elena Comelli
u Continua da pagina 19

L

o studio evidenzia come, in generale, i giovani e i lavoratori meno
qualificati siano i più danneggiati.
Non solo hanno le peggiori performance in termini di tassi di occupazione, ma
anche la minore qualità del lavoro, ovvero basse retribuzioni, maggiore insicurezza e alto stress, in particolare i meno qualificati.
Per le donne, il quadro è contrastato: i
tassi di occupazione sono inferiori agli
uomini e c'è un ampio divario nelle retribuzioni, ma non ci sono differenze in
materia di sicurezza.
Le sfide sul futuro del mercato del lavoro non si giocano dunque solo sulla
quantità dei posti, ma anche sulla loro

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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