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L'arte degli altri 1989 2015 .pdf



Nome del file originale: L'arte degli altri 1989-2015.pdf
Titolo: Presentazione standard di PowerPoint
Autore: Marta

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Giacomo Cuttone

L’arte degli altri
1989-2015

Arte/Incontri a Petrosino*
L’Associazione Turistica Pro-Loco Petrosino, con il patrocinio dell’Assessorato
Turismo, Comunicazioni e Trasporti della Provincia Regionale di Trapani e del
Comune di Petrosino, ha organizzato, nell’ambito degli Incontri nazionali ed
internazionali/Petrosino ’89, alcune iniziative culturali quali la VII Rassegna
nazionale di pittura/Pinacoteca comunale, una opera scenografica di Francesco
Armato, la Collettiva di pittura “ Nuove Leve”, la presentazione del libro di poesie
Gli albedi del sole di Antonino Contiliano e il V Concorso di poesia “Comune di
Petrosino”, di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti. Le mostre sono state
allestite nei locali della Scuola Elementare “Baglio”.

Opera di Giuseppe De Fazio
La VII Rassegna di pittura, inaugurata il 15 agosto dal Sindaco di Petrosino, Rag.
Gaspare Valenti, ha visto la partecipazione degli artisti: Tommaso Andreocci (LT),
Giuseppe De Fazio (CZ), Girolamo Di Cara (PA), Giuseppe Guccione (Roma) e
Franco Lo Cascio (PA) che hanno donato una delle loro opere ad arricchimento
della Pinacoteca d’arte contemporanea, che ha al suo attivo numerosi e
pregevoli pezzi d’autore.
Le opere di Tommaso Andreocci sono state apprezzate per la loro perizia tecnica;
immagini floreali al limite con la foto-grafia estrapolate dall’insieme di

Opera di Girolamo di Cara
appartenenza e dal contesto come in una zummata da primo piano ingrandito,
frutto di una indagine accurata e di una ricerca meticolosa ai confini con
l’iper-realismo.
Ricchi di sfumature (tante quanto le facce del cristallo) e velature i lavori di
Giuseppe De Fazio; un universo figurativo, tutto mineralico, impregnato di luce
propria che esplode in un gioco composto di eventi, raggiungendo effetti di
affascinante aseità poetica.
I cartoni di Girolamo Di Cara, invece, sono certamente da collocare nella
tradizione realistica siciliana; un viaggio, felice e sofferto, attraverso il barocco
ed i paesaggi rurali impregnati di secoli di sole e … di incurie.
Giuseppe Guccione, mineralico anche lui, ha rappresentato una figuralità
solido-fluida dall’impianto rinascimentale e delle composizioni-vedute tra il
metafisico ed il surreale, intrecciate con il germogliare genetico dei cristalli.
Di sapore neo-figurativo le opere di Franco Lo Cascio; dai grigi-azzurri delle
prospettive si passa, felicemente, alle sinfonie calde degli oggetti-soggetti per
… una fuga sull’acqua.

Opera di Franco Lo Cascio

Nell’ambito della VII Rassegna di pittura ha trovato un suo momento-spazio
l’opera scenografica Letto come scultura di Francesco Armato.
Definita dall’autore immagine veloce, l’opera è un intreccio multimediale.
Uno spazio dato, con pareti bianche modulari, diventa spazio-altro; un
manichino-uomo che prende coscienza degli utilizzi del letto che diventa
veramente scultura dal momento che è stato tolto dalla sua collocazione
abituale; una musica … delle voci (studiare, mangiare, fare all’amore …) che
diventano, con la loro ripetitività, la parola, cioè il messaggio dell’artista.
Tutto è stato ridotto ai soli colori acromatici: il bianco-silenzio delle pareti, il
nero-buio dello spazio; eppure il colore-calore non è assente: la lucecoscienza che illumina il manichino-uomo, le voci, la musica.
Francesco Armato in questo lavoro, apparentemente freddo e buio, è riuscito
a mettere in evidenza, oltre che la sua formazione culturale (laureando in
architettura), le sue origini che sono di questo lembo di terra impregnato di
tanto sole-colore-calore.
La Collettiva di pittura “Nuove leve” è stata inaugurata, invece, dall’assessore
alla P.I. Paolo Angileri il 14 agosto.
Abbiamo avuto modo di ammirare, nonostante il breve percorso artistico dei
partecipanti, paesaggi di ottima fattura legati all’ambiente contadino e
composizioni di oggetti di uso quotidiano dove la solarità mediterranea
diventa momento unificante nelle opere di Armando e Nicola Donato, di
Alfredo Sturiano, di Patrizia Spedale e di Giurlando Gabriele, lavori che, pur
nella diversità delle tecniche, vanno al di là della contemplazione del reale
e/o del vedutismo di maniera, per diventare rappresentazione lirica per
ricchezza di ispirazione e di sentimenti.
Le tecniche miste e composite di Ivana Pipitone evidenziano un accentuato
tachismo dove le macchie e le chiazze di colore, al limite con l’art autre o
l’informale, si sposano felicemente con le figure appena accennate da
semplici linee.
Cathy Marino, invece, ha saputo affrontare temi legati all’universo-donna
dove la speranza diventa manifesta nell’esplosione dei colori in un mondo
tutto floreale.
Le grandi tele di Filippo Sciacca colpiscono particolarmente per la loro
leggerezza, per la loro bivalenza fra la razionalità delle figure geometriche e
l’aspetto analogico-creativo di certe pennellate espressionistiche, per i
messaggi non legati al caso ma ponderati di volta in volta e che, comunque,
vedono sempre al centro dell’interesse l’uomo.

Ultimi, ma non nella qualità, i tronchi di Francesca Genna, frutto di una
ricerca accurata, quasi analitica; dal sapore espressionista i disegni e con
una perizia tecnica non comune, dal segno nitido e calibrato, le acqueforti.

Opera di Francesca Genna
* pubblicato sul supplemento al n. 4, ottobre/dicembre 1989 di Spiragli

Todoverto e Perricone alla Potti Arte*
Di particolare interesse artistico le due personali di Todoverto e Antonino G.
Perricone proposte dalla Galleria Potti Arte di Castelvetrano, diretta
egregiamente da Franco Polettini. La prima mostra è stata inaugurata il 20
ottobre, la seconda il 26 novembre 1989.
Le opere di Todoverto, artista di Busto Arsizio e residente a Sesto Calende, ci
hanno colpito particolarmente per il loro iper-cromatismo. Esse sono
intessute di vibrazioni cromatiche (quasi a voler ricordare le ricerche
futuristiche sul dinamismo) in spazi quasi sempre informali.
Sicuramente barocche le sue forme-strutture, di un barocchismo ricco di
sensibilità e tensione lirica.

Di particolare interesse artistico le due personali di Todoverto e Antonino G.
Perricone proposte dalla Galleria Potti Arte di Castelvetrano, diretta
egregiamente da Franco Polettini. La prima mostra è stata inaugurata il 20
ottobre, la seconda il 26 novembre 1989.
Le opere di Todoverto, artista di Busto Arsizio e residente a Sesto Calende, ci
hanno colpito particolarmente per il loro iper-cromatismo. Esse sono intessute
di vibrazioni cromatiche (quasi a voler ricordare le ricerche futuristiche sul
dinamismo) in spazi quasi sempre informali.
Sicuramente barocche le sue forme-strutture, di un barocchismo ricco di
sensibilità e tensione lirica.
Le opere del palermitano Antonino G. Perricone, invece, evidenziano una perizia
tecnica quasi bizantineggiante, di sicuro effetto pittorico.
Una pittura disegnata, con la stessa meticolosità di un compositore alle prese
con uno spartito; e le sue sono figure antropomorfe (nastri aggrovigliati)
intessute di una luce che cattura ma, certamente, non abbaglia.

*pubblicato sul n. 1 gennaio/marzo 1990 della rivista Spiragli

Arte-evento ’90*
Il 1874 è una data importantissima per l’arte. Diversi critici attribuiscono a questa
data svariati significati. Una cosa è certa, la mostra degli artisti indipendenti,
tenutasi nello studio del fotografo Nadar, a Parigi, segna l’inizio di un nuovo modo
di intendere l’arte. Essa esce fuori dalle polverose ed accademiche gallerie d’arte
per mostrarsi come evento culturale liberato da regole di mercato e dalla
farraginosa critica ufficiale. D’ora innanzi l’arte si apre al pubblico più vasto.
Sarebbe sbagliato soffermarsi sugli sviluppi che essa ha avuto durante tutta
l’epoca moderna fino ai nostri giorni, diverse sono state le tendenze ma unico è
stato l’intento e, cioè, quello di operare all’interno della società una funzione
culturale. Se a livello teorico questo ragionamento trova una sua logica, a livello
pratico gli intenti degli artisti indipendenti sono stati traditi. L’arte è nuovamente
caduta sotto il gioco delle regole di mercato, l’arte è nuovamente caduta nelle
mani della critica ufficiale.
Rivendichiamo qui l’importanza dell’arte come evento. Evento che si inserisce
nella comunicazione sociale come momento altamente qualificato di
trasformazione culturale.
La Rassegna di pittura- pinacoteca comunale, anche se non può essere
paragonata all’esposizione nello studio di Nadar, ne recepisce gli intenti primi e
fonda le sue caratteristiche proprio sui concetti già esposti. Noi siamo convinti
che l’arte-evento, anche se inserita in ambiti provinciali, può lo stesso onorare il
concetto espresso dagli artisti indipendenti e contribuire, soprattutto, alla
apertura di questi ambiti solitamente chiusi in meccanismi socio-culturali restii
all’evoluzione.
Nelle precedenti edizioni della Rassegna svariati artisti hanno rispettato in pieno i
nostri intendimenti. Immagini, segni e colori hanno sviluppato una sensibilità alla
ricezione dell’arte. Le caratteristiche della Rassegna, inoltre, hanno permesso di
acquisire un patrimonio di alto valore artistico per l’erigenda pinacoteca d’arte
contemporanea. Ogni artista, infatti, ha lasciato una sua opera, simbolo della sua
presenza e del suo lavoro.
L’VIII Rassegna di pittura, inaugurata il 3 agosto 1990 dal Sindaco Rag. Gaspare
Valenti nella Scuola Elementare Baglio e realizzata in collaborazione con le
gallerie Arte Club 88 di Marsala e Potti Arte di Castelvetrano, ha visto la
partecipazione degli artisti: Tullio Catalano di Roma, Tano De Simone di Marsala,
Carmelo Todoverto di Busto Arsizio, Benito Trolese di Venezia, Rossano Bacchin e
Giulio Picelli di Padova. Queste gallerie hanno collaborato mettendo da parte gli

interessi di mercato ed aprendosi ad un discorso che privilegia l’arte come
evento.
Le tecniche miste di Bacchin ci parlano delle nebbie lagunari dai colori soffusi.
Immagini di paesaggi mai messi a fuoco, scarni di particolari ma
impressionisticamente risolte nella loro tonalità.

Opera di Tullio Catalano
Gesto istintivo-impulsivo, segno nervoso, colori violenti e spesso stridenti
dai timbri insoliti ed una indifferenza per gli elementi figurali rappresentano
le linee portanti della pittura di Catalano (già presente nel 1976 alla XXX
Biennale i Venezia). Pittura informale la sua, poeticamente provocatoria.
Il vento della malinconia spira nelle immagini pittoriche di De Simone. E’ il
vento che viene dal Sud. Appoggiarsi alle sue ringhiere significa percorrere
attraverso un viaggio doloroso ma avvolgente, attraverso un viaggio fra
spazi infranti ed esplosioni di foglie. I paesaggi diventano riflessi dell’animo
e le figure raccontano sensazioni perdute.
Nella soffitta Picelli trova svariati oggetti vettori della fantasia, mentre le
figure nate dalle leggende dell’infanzia, dai miti e dalle mode si
materializzano sulla superficie inondata di luce che cattura e polverizza. Il
percorso artistico di Picelli ha fatto sì che queste immagini si fondessero
man mano con i colori raggiungendo il raro connubio tra arte e poesia.

Le opere di Todoverto ci colpiscono particolarmente per il loro ipercromatismo; esse sono intessute di vibrazioni cromatiche, quasi a voler
ricordare le ricerche futuriste sul dinamismo, in spazi quasi sempre informali.
Il sacro ed il fantastico sono gli elementi portanti della pittura di Trolese. Gli
arabeschi di colore aiutano le leggende ed i miti dell’artista. Lo spazio è,
dunque, surreale, a volte metafisico, ricco di metamorfosi.

Opera di Benito Trolese
Il 12 agosto, in una serata da cielo “bardato di stelle”, nella piazza del lido
Biscione, i Suoni d’Agosto (Rassegna provinciale di musica e pittura) si
fondevano con i colori delle tavolozze di Ignazio Angileri, Attilio Patito e Franco
Sorrentino.
Tre pannelli (realizzati in estemporanea), tre modi espressivi diversi, un unico
interesse: il rapporto uomo-mare.
Dalle tinte fauves delle barche di Sorrentino si passa alle tonalità fredde i Patito
riscaldate da visioni romantiche (luna – isola – fichidindia) per arrivare alla
notte-luce impressionata da Ignazio Angileri.
Altri colori si sono aggiunti ai Suoni d’Agosto, i colori- murales di Ivana Pipitone,
Filippo Sciacca, Francesca Genna e Nicola Donato.

Concludiamo questa nota evidenziando lo slancio organizzativo di una
comunità che vuole crescere viva nel panorama della cultura siciliana
puntando sulla qualità delle proprie manifestazioni.
*pubblicato (con Enzo Piccione) sul supplemento al n. 4, ottobre/dicembre
1990, di Spiragli

Le romantiche visioni di Ignazio Angileri*
Ignazio Angileri, artista petrosileno da anni impegnato nella ricerca di uno
stile pittorico tutto suo, giunge alla prima personale, dopo aver ottenuto
significativi riconoscimenti in premi nazionali, più maturo, estremamente
interessante, dimostrando una capacità di sintesi espressiva non indifferente.
Pittore autodidatta, l’Angileri, con una conoscenza dell’arte di ieri per poter
operare con maggiore consapevolezza nell’oggi, ha sviluppato un percorso
artistico attraverso le varie tecniche, acquisendo una competenza che oggi gli
permette di esprimer un istinto creativo su buoni livelli qualitativi.
Abbandonata la ricerca impressionista, a tratti espressionista, Angileri
approda a nuovi modi pittorici. Privilegia le macchie i colore che sembrano
concretizzare le sue romantiche visioni. Le superfici monocrome assomigliano
al tufo che si sgretola sotto l’azione penetrante del sole di Sicilia e del suono
monotono dello scirocco.
Una ricerca, dunque, di sintonia fra il turbinio dei sentimenti e delle
esperienze che rifiuta una meta e respinge una fine.
*pubblicato su Spiragli Gennaio/Marzo 1991 e su Alkarte ‘91 (catalogo) con
Enzo Piccione

Viaggio con l’arte tra i recinti*
Ogni estate, da molti anni, si registra un interesse maggiore del pubblico nei
confronti degli avvenimenti culturali della stagione.
Questo fenomeno riguarda quasi esclusivamente la musica e l’arte: mostre e
concerti materializzano numerose ed esigenti fiumane migratorie. La gente si
sposta da una nazione all’altra, da un paese all’altro in nome della qualità ed
alla ricerca dell’evento. Non solo del grande evento; molti, infatti,
programmano viaggi magari perché attratti da una mostra, da un nuovo
museo, da un semplice motivo ma che abbia il fascino della scoperta, della
tappa lontana dalle rotte più battute

La Rassegna di pittura di Petrosino, anche se non può essere paragonata alle
centinaia di proposte che costellano l’Italia e l’Europa, rappresenta una
tessera di questo variegato mosaico.
Questa IX Rassegna, pensata fin dagli esordi per realizzare, anno dopo anno,
una Pinacoteca d’Arte Contemporanea, ha presentato quest’anno il Gruppo &
di Milano, composto da Carla Barnabei, Mimmo Palmizi, Ernesto Sanfelice e
Anna Vargiu.
Questa mostra che prende il nome di “Recinti” vuole essere un messaggio di
pace e di civiltà, un contributo affinché l’uomo possa migliorare i rapporti con
la natura, con se stesso e con gli altri. Il Gruppo sembra voglia portare avanti
un discorso unitario sull’esigenza di rompere i recinti, meglio le gabbie, che
noi stessi e la società costruiamo. C’è la voglia di lavorare insieme, di
confrontarsi e di liberare l’interiorità creativa spesso succube delle
convenzioni. Una piccola idea può, a volte, trasformarsi in una meravigliosa
utopia che apre il cammino verso la conoscenza di nuove vie ed elimina la
consueta dimensione esistenziale dell’uomo. Gli artisti, però, seguono,
tramite le diverse tecniche ed esperienze, percorsi individuali.
Le sculture soffici di Carla Barnabei sono sospese ad un filo perso nel discorso
o nella storia che allude ed evoca, attraverso la consistenza fluida ma
incombente del sogno-risveglio un pericolo nascosto dietro le trasparenze
lievi di forme precarie. Tra fili di lana, garza imbevuta di lavanda e schizzi di un
progetto mentale si sviluppa un racconto che trasforma i ricordi dell’artista in
materiale in cui il pubblico possa delineare i recinti di una infanzia mai
accantonata.
I recinti di Mimmo Palmizi, invece, sono tratti dalla memoria che sfugge fra i
muri bianchi delle case contadine, dietro i portoni testimoni di tanti lutti, in
ginocchio davanti alle celle votive della sacralità rurale per volare sopra una
costa ormai violentata e deturpata dai rifiuti e dalle speculazioni edilizie.
Fresche le opere del più giovane del Gruppo, Ernesto Sanfelice, che lavora sul
recupero di segni e cose perdute e da lui perfettamente riportate in vita. Il
colore si fa materia, si sgretola come terra arsala sole per ricomporsi in
scacchiera. L’opera va incontro al pubblico, si apre il recinto.
Intense ed espressive le opere di Anna Vargiu che testimoniano la sua
condizione di donna che vive e dipinge con veemenza le contraddizioni a cui
spesso va incontro. Pennellata nervosa, colori violenti, immagini sincopate
rappresentano il corollario tormentoso di una produzione sofferta perché
intensamente vissuta.

Con Geri Palamara, che non fa parte del Gruppo, infine, la mostra ha vissuto
il suo culmine. L’artista ha realizzato una performance presentando la tela
“parlante” intitolata “Baghdad” e proposta dalla TAI (acustica, arredamenti,
ambienti) di Prezzano sul Naviglio. Un’opera, questa, multimediale, realizzata
con apparati di luci collegato ad una colonna sonora, con cui si riproduce
l’effetto dei bombardamenti della guerra del Golfo. L’opera, che mette in
rilievo l’atrocità e l’assurdità della guerra, viene completata da un
immaginario commento di Gesù di Nazaret recitato dallo stesso Palamara.
Le opere donate dagli artisti, assieme a quelle degli anni passati, sono state
sistemate provvisoriamente nella Biblioteca della Scuola Media “G. Nosengo”,
in attesa che il Comune si dia (ci auguriamo che avvenga al più presto)
strutture necessarie ed idonee ad ospitare opere d’arte.

*pubblicato (con Enzo Piccione) sul supplemento al n. 3/4, luglio/dicembre
1991, di Spiragli

Itaca! Itaca!*
Il viaggio nei dipinti di Cathy Marino
Si è tenuta, di recente, nella Sala Cavarretta del Convento del Carmine di
Marsala, una personale di pittura di Cathy Marino, presentata dal critico Vinny
Scorsone.
Nei suoi dipinti, come nella vita, Cathy non (ri)conosce le mezze misure: tutto è
vero o falso, è sogno o realtà, è bianco o nero, è freddo o caldo, è terra,
superficie, materia o aria, atmosfera, spazio.
Il sottile filo-confine che divide la vita dall’arte, qui lega, annoda, avvolge; “la
linea tra arte e vita – per dirla con Allan Kaprow – deve rimanere fluida, e la più
indistinta possibile”.
La sua è una pittura consapevolmente istintiva. Non siamo di fronte ad una
“sensibilità di genere femminile”, bensì ad una femminile sensibilità, sia quando
il colore scivola sulla tela accarezzandola e seguendone la trama, per diventare
una sorta di pelle-pellicola della superficie stessa (come nelle opere esposte
nella mostra di Marsala), oppure quando si aggruma, si fa corpo-materia
aggredendo i cartoni di banano o di the (supporti scelti per i lavori recentissimi).
Nella sua pittura, la Marino, non “vuole affermare il suo essere donna”, ma
raccontarne, perché intensamente

attraversato e vissuto, l’universo. Il suo non è un “naufragare continuo” , ma il
viaggio-conoscenza, il viaggio-avventura, il viaggio-approdo fra le linee curve,
sensuali e sfumate dei corpi o in quelle spezzate di uno scoglio-isola e, come
Ulisse (ri)torna ad Itaca, Cathy (ri)torna sempre alla sua mediterranea solarità,
lo testimoniano i segni, le linee, le forme, i colori, i suoi chiaro-scuri.
“Sicilitudine”- direbbero Cane/Certa/Sciascia – non folk-sicilianità.
*pubblicato su La Quercia e dintorni, Anno II, n. 1, gennaio 2003

Terra e firmamento*
La danza dei colori nei lavori di Franco Sorrentino
“… se si vuole capire l’Arte del nostro tempo,
bisogna andare oltre l’apparenza”.
Sol LeWitt

“I colori erano per noi cartucce di dinamite”.
André Derain

Quella di Franco Sorrentino è una pittura ormai matura, che conserva la
freschezza e la fragranza del frutto appena raccolto.
La pennellata, veloce e rapida, morbida e sinuosa, segue il moto ondoso
dell’aria, dell’acqua e della terra per diventare , poi, materia, corpo, spessore.
L’uso sapiente delle tinte complementari tende a valorizzare al massimo
l’espressività timbrica del colore che, in un crescendo, si fa luce, ritmo,
profumo. Toni, caldi e freddi, che danzano a passo di walzer.
Nel dipinto “La danza delle spade” (esposto alla mostra La scherma nell’arte di
Trapani) due bianche silhouettes, tra la terra e il firmamento, seguono le note di
questo ballo, avvolgente ed estraniante, evidenziando prestanza fisica, armonia
e purezza di movimenti, travolti dal ritmo che le trasforma.
* Recensione (non pubblicata) per il Catalogo della Mostra La scherma nell’arte,
Galleria del Banco di Sicilia, Trapani (2003)

Passione delle forme*(1)
In mostra le opere sacre di Salvino Catania
“L’arte è un’impresa pericolosa”.
S. Poliakof
Interessante idea quella di Don Orazio Placenti, fatta propria dalla Diocesi, di
aprire la Sala Ottagonale della Cattedrale di Mazara del Vallo, all’arte e , in
particolare, a quella di Salvino Catania.
Interessante almeno per due motivi: il primo è quello di proporre una iniziativa
di ampio respiro in una Città dove troppo magra è l’offerta di proposte artisticoculturali, il secondo è quello di rendere omaggio ad un artista poco baciato
dalla fortuna e che dell’arte ha fatto una ragione di vita.
La Mostra, a cura di Sabrina Caradonna e Vincenzo M. Corseri, s’intitola Forme
della Passione – Arte e spiritualità nell’opera di Salvino Catania, e raggruppa
opere aventi come soggetto quasi esclusivamente Cristo e la croce.
Parlare dell’attività artistica di Salvino, pittore eclettico ma che rifugge
dall’eclettismo, è cosa alquanto ardua. La sua produzione quasi febbrile si
nutre degli imput che continua a ricevere dalla conoscenza delle Avanguardie
del Novecento, dall’Impressionismo all’Espressionismo fauve, dall’Astrattismo
all’Informale segnico e materico, operando la funzione di medium.

Ma, per non perderci nei mille rivoli dei linguaggi artistici dell’arte moderna,
torniamo alle opere in mostra.
Il tema della passione come sofferenza del corpo e dello spirito, dolore o
tormento fisico come martirio, così come la passione come sentimento
intenso che influisce in maniera determinante sui pensieri, le azioni e gli
atteggiamenti dell’uomo, l’inclinazione, l’interesse o la predilezione spiccata
e, a volte, esclusiva, accomuna la vicenda di Cristo alla vita vissuta
dall’artista.
Seguendo il percorso dei curatori della mostra, intraprendiamo uno
straordinario viaggio che va dall’iconologia medioevale bizantina, ai colori
come “cartucce di dinamite” (per ricordare un’affermazione di Andrè Derain);
sostiamo di fronte ad alcune opere realizzate con segni neri che marcano i
contorni, dove la figura s-figurata, collocata fuori dal tempo e dalla storia, s’
impregna di spiritualismo nell’uso evocativo e simbolico dei colori di
rouaultiana memoria; per ormeggiare, infine, alle figure delineate da segni
filiformi che s’infittiscono o si diradano seguendo la trama di relazioni fra loro
e lo spazio che le corrode, opere queste vicine alle problematiche
dell’esistenzialismo artistico e filosofico (Alberto Giacometti e Jean Paul
Sartre), lì dove, per contrappunto, Dio è la "passione inutile" dell'uomo
sartriano o ai confini con l’art brut di Jean Dubuffet.
Dalle opere di Catania il Cristo che ne viene fuori ha somatizzato il dolore e,
nell’espressività dei suoi occhi, cogliamo soltanto meraviglia, stupore.



pubblicato su Mazara c’è, anno I, n. 6 del 28 aprile 2006, su
www.mazaracult.blogspot.com nel mese di agosto 2007 e nel catalogo
della Mostra “A volte mi dimentico di essere vivo”, Galleria Santo Vassallo
– Complesso Monumentale Filippo Corridoni, Mazara del Vallo (2015)

Nota 1: Richiesta di “errata corrige” alla Società “Aurea” riguardo al Catalogo della
Mostra “A volte mi dimentico di essere vivo” di Salvino Catania*
Un’attribuzione di paternità sbagliata nel catalogo della Mostra di Salvino Catania “A
volte mi dimentico di essere vivo”. Si tratta del mio scritto critico – “Passione delle forme”
(mostra delle opere sacre di Salvino Catania) – che viene riportato sotto la firma di
Antonino Cusumano. Quello scritto non appartiene a Tonino Cusumano, ma a Giacomo
Cuttone.
Riporto qualche passo iniziale e finale di questo mio articolo (erroneamente attribuito al
Cusumano):

“Interessante idea quella di don Orazio Placenti, fatta propria dalla Diocesi, di aprire la
Sala Ottagonale della Cattedrale di Mazara del Vallo, all’arte e , in particolare, a quella di
Salvino Catania (…)”.
“(…) Dalle opere di Catania il Cristo che ne viene fuori ha somatizzato il dolore e,
nell’espressività dei suoi occhi, cogliamo soltanto meraviglia, stupore”.
Ho pubblicato questo pezzo sul settimanale “Mazara c’è” (anno I, n. 6 del 28 aprile
2006), oggi “MazaraOnLine” –, successivamente è stato ripubblicato sui blog
“Mazaracult” (agosto 2007) e “Mazaraforever- parte seconda” (dicembre 2010 ) di Pino
Catalano.
A questo punto, mio rammarico a parte per l’indebita paternità attribuita a Tonino
Cusumano, sia alla Società “Aurea” sia al Comune di Mazara del Vallo (che ha dato il
patrocinio per l’edizione del catalogo (“A volte mi dimentico di essere vivo”, dedicato a
Salvino Catania), chiedo ESPRESSAMENTE una ERRATA CORRIGE. L’articolo deve portare il
mio nome e cognome (Giacomo Cuttone). Per le copie già edite si chiede un “segnalibro”
che porti pagina/e e il mio nome e cognome. Se ci sarà una nuova edizione, o copie
ancora da stampare per questa prima edizione, che si intervenga subito scrivendo il mio
nome dove è opportuno che stia.

*pubblicata su mazaraonline il 4 agosto e su primapaginamazara il 5 agosto 2015

L’albero del cielo delle antiche civiltà*(1,2)
Il monumento monolitico situato all’ingresso della Città, al centro della
rotatoria tra l’uscita dell’autostrada che s’immette sulla SS 115 e la via Salemi,
progettato dall’Architetto Giuseppe Tumbarello, è la prima opera d’arte
contemporanea di cui si è dotata la Città di Mazara del Vallo – dopo la
scultura-fontana di Pietro Consagra ubicata in Piazza Mokarta –, punto di
arrivo, d’incontro e di partenza, moderno faro e richiamo del viaggiatore
d’oggi.
L’elemento monolitico alto 13 metri, poggia su due grossi blocchi di marmo
travertino di forma regolare (parallelepipedo) ruotati di 45° rispetto al
proprio baricentro, ha un andamento a “spirale”, ed è stato generato dalla
forma di un obelisco il quale è stato tagliato trasversalmente, secondo piani
paralleli orizzontali, fino ad ottenete 35 blocchi lapidei di cm 30 di altezza e
successivamente assemblati in cantiere facendoli ruotare di 10° rispetto
all’asse geometrico. Il risultato finale è stato quello di ottenere un nuovo
elemento lapideo il cui moto torsionale ricorda la linea a “spirale”.
E’ possibile scorgere in questa scultura il segno arcaico di civiltà sommerse,
scomparse e riaffioranti dalla memoria di ciascuno di noi:

il Menhir (“pietra lunga” in bretone); la Stele come quella di Micene con motivi
a spirale; l’Obelisco egizio, che fiancheggiava le vie d'accesso ai templi e che
erano associati al culto del Sole, e quelli del periodo barocco e neoclassico,
utilizzati come elementi ornamentali per parchi, giardini, cimiteri e fontane;
Totem (da ototeman, che nella lingua degli ojibwa, una popolazione
algonchina, significava “della mia parentela”) posto al centro di un complesso
sistema di credenze, di norme e di simboli, legato sia alla sfera religiosa sia a
quella sociale delle culture tradizionali presso le quali si è diffuso; il grande
nastro della Colonna Traiana romana; guglia simbolo del verticalismo gotico…
Albero del cielo – dunque – delle civiltà antiche!
E’ come la Colonna infinita (1937, giardini pubblici di Tirgu Jiu, Romania) di
Constantin Brâncuşi, una scala verso il cielo, alzando gli occhi e guardando
penetriamo nel profondo del cielo, troviamo la molteplicità nell’unità: blocchi
di marmo dall’anima barocca assemblati, che ruotano a spirale creando
movimento, dinamismo (La città che sale del Boccioni futurista), scarica energia
e tensione, evoca l’incontro di due continenti (quello africano e quello
europeo), mondi, culture e religioni che convivono insieme, si integrano a
vicenda. Vuole rappresentare il futuro punto d’incontro socio-economico tra
due culture diverse, rappresenta idealmente l’abbraccio della Città con tutti i
popoli del continente africano e più estesamente, con tutti i popoli che si
affacciano nel bacino del Mediterraneo.
Nel tempo della globalizzazione totale, questa colonna costituisce la
testimonianza tangibile di una Città che vuole essere veramente plurale, culla
di culture e di etnie diverse, capitale della tolleranza.
Mi piace finire questa breve nota con una frase di Constantin Brâncuşi: “Cerco
la forma in tutto quel che intraprendo, per risolvere il difficile e folle problema
dell’ottenere tutte le forme in una sola… Credo che una forma vera debba
suggerire l’infinito. Le superfici dovrebbero sembrare come se partissero dalla
massa verso un’esistenza perfetta, completa”.
*pubblicato su www.mazaracult.blogspot.com, su www.ilpungolo.com e su
www.mazaraonline.it, Novembre 2007 e su mazaraONline, anno I n. 3 del 14
Novembre 2007.
Nota 1:Mazara, città «plurale» - È pronto il monumento a spirale alto 13 metri, è la prima
opera d'arte contemporanea di Francesco Mezzapelle (Pubblicato su La Sicilia del 25
Novembre 2007)

Mazara. Il monumento monolitico collocato di recente all'ingresso della città di
Mazara del Vallo, al centro della rotatoria tra l'uscita dell'autostrada che
s'immette sulla strada statale 115 e la via Salemi, ormai ultimata, è stato
progettato dall'architetto mazarese Giuseppe Tumbarello- Ed è la prima opera
d'arte contemporanea di cui si è dotata la città. In precedenza, in verità, era
stata collocata nella piazza Mokarta la scultura-fontana di Pietro Consagra.
L'elemento monolitico che ha incuriosito molti mazaresi ma anche molti
automobilisti di passaggio, è alto 13 metri, poggia su due grossi blocchi di
marmo travertino di forma regolare (parallelepipedo) ruotati di 45° rispetto al
proprio baricentro, ha un andamento a «spirale», ed è stato generato dalla
forma di un obelisco il quale è stato tagliato trasversalmente, secondo piani
paralleli orizzontali, fino ad ottenete 35 blocchi lapidei di 30 centimetri di
altezza e successivamente assemblati in cantiere facendoli ruotare di 10°
rispetto all'asse geometrico. Il risultato finale è stato quello di ottenere un
nuovo elemento lapideo il cui moto torsionale ricorda la linea a «spirale».
A parlare della scultura è stato il prof. Giacomo Cuttone, esperto di storia
dell'arte ed insegnante presso l'Istituto Comprensivo “Paolo Borsellino”. «Il
monumento - ha sottolineato Cuttone - riprende la Colonna infinita del 1937 e
che si trova nei giardini pubblici di Tirgu Jiu in Romania di Constantin Brâncusi,
una scala verso il cielo, alzando gli occhi e guardando penetriamo nel profondo
del cielo, troviamo la molteplicità nell'unità: blocchi di marmo dall'anima
barocca assemblati, che ruotano a spirale creando movimento, dinamismo («la
città che sale» del Boccioni futurista), scarica energia e tensione, evoca
l'incontro di due continenti (quello africano e quello europeo), mondi, culture e
religioni che convivono insieme, si integrano a vicenda».
Nota 2: Progettato da Tumbarello un nuovo monumento di maqu (Pubblicato su Il Giornale
di Sicilia del 30 Novembre 2007). Secondo il prof. Cuttone «nel tempo della globalizzazione
totale, questa colonna costituisce la testimonianza tangibile di una città che vuole essere
veramente plurale, culla di culture e di etnie diverse, capitale della tolleranza».

Il monumento monolitico collocato di recente all’ingresso della città di Mazara del Vallo, al
centro della rotatoria tra l’uscita dell’autostrada che s’immette sulla strada statale 115 e la
via Salemi, ormai ultimata, è stato progettato dall’architetto Giuseppe Tumbarello.
Costituisce la prima opera d’arte contemporanea di cui si è dotata la città, dopo la sculturafontana di Pietro Consagra ubicata in Piazza Mokarta. “E’ possibile scorgere in questa
scultura – sottolinea Giacomo Cuttone, esperto di storia dell’arte – il segno arcaico di civiltà
sommerse, scomparse e riaffioranti dalla memoria di ciascuno di noi: il Menhir, la Stele,
l’obelisco egizio e quelli dei periodi barocco e neoclassico, il Totem, la Colonna Traiana
romana e la guglia gotica”.

Le opere di Mollica nella Chiesa di S. Bartolomeo*
Si è inaugurata il 12 dicembre nella Chiesa di S. Bartolomeo, la mostra La
spiritualità del quotidiano di Teodoro Mollica e rimarrà aperta fino al 21;
successivamente sarà trasferita presso la sede dell’Ente Mostra di Pittura di
Marsala. Con questa Mostra, realizzata con il patrocinio dei Comuni di Mazara
del Vallo e di Marsala, si è voluto commemorare l’artista marsalese, docente
presso il Liceo Artistico di Palermo, scomparso nel 1998, che ha lasciato segni
importanti della sua opera nelle contrade siciliane.
Bronzi, terrecotte, gessi, marmo e stagno raccontano con ri-cercata semplicità
la via Crucis dell’uomo moderno, mantenendo quella rara freschezza tipica
del bozzetto.
Le sue sculture ci ricollegano, in ambito regionale, a quelle di Giovanni
Rosone, per l’attenzione alle ragioni universali dell'esistere nella storia, di una
scultura percorsa da fremiti di luce-ombra che danno corpo e anima; e a
quelle di Giacomo Baragli, per la fede dichiarata verso la natura e l'uomo che
si trova ancora, nonostante tutto, al centro di essa. Come loro, percorre in
autonomia i linguaggi della scultura classica, conducendoci verso la migliore
tradizione della scultura italiana del Novecento, ad Arturo Martini, Marino
Marini e Giacomo Manzù, per intenderci.
In ambito internazionale, le sculture di Mollica ci ricordano quelle dell’ultimo
Giacometti (cioè quello vicino alle problematiche esistenzialistiche di Sartre),
dove i grumi di materia apparentemente informi si coagulano lungo
fondamentali linee di forza. Non a caso Pino Schifano, curatore della mostra e
del catalogo, a proposito dell’opera di Mollica, parla “di un’arte che,
recuperando tutti i valori di una tradizione classica mediterranea (…), eleva
l’uomo e la figura umana a testimonianza di un messaggio esistenziale che si
proietta con delicata forza ancora nel tempo a venire”.
*pubblicato su mazaraONline, anno I n. 8 del 19 Dicembre 2007

La “memoria solida” nelle opere di Francesca Leo* (1)

Nelle opere di Francesca Leo, realizzate assemblando materiali eterogenei e
colore, si ritorna al principio del piacere del dipingere; vi è il rifiuto della
composizione e del controllo esercitato dalla mente sulla mano, per
recuperare gli elementi base del “fare” pittorico (linea, materia, gesto).
Nei suoi “paesaggi” astratto-informali – realizzati attraverso stratificazioni
e/o accumulazioni – il colore raggrumandosi si fa materia, intonaco
sbrecciato, la superficie si arricchisce di “rughe” della memoria e del tempo;
emblematici risultano essere, in questo senso, alcuni titoli delle sue opere:
Tempo, Inizio, Materia, Tempesta, Terra... Giulio Carlo Argan, parlando della
pittura di Jean Fautrier, il padre della pittura materica, ebbe a dire che “… le
immagini della memoria non sono nulla di irreale o di inesistente: sono lì, non
si possono rimuovere, riempiono la coscienza, pesano sulla vita, la
condizionano”.
Il suo è un universo da esprimere, più che da costruire e, Francesca, lo
esprime seguendo il moto ondoso dell’aria, dell’acqua e della terra, per farsi
via via materia, corpo, spessore. Pur maneggiando il pennello, la Leo, sembra
volerlo sostituire con le mani, con le dita, procedendo a modellare
direttamente le forme, quasi in bassorilievo; il suo impasto ha la tenerezza dei
corpi afferrati allo stato nascente, come la pasta che sta lievitando in una
teglia.

Dentro la sua pittura ci sono i colori delle “pietre” di Selinunte sopravvissute,
nei secoli, all’azione penetrante del sole e al suono monotono dello scirocco;
c’è il colore/profumo del mare come luogo utopico di libertà ma, anche, come
limite, confine, morte, luogo di “salate” battaglie e naufragi- approdi. Ieri
come oggi.
*pubblicato su mazaracult il 14 ottobre 2008
Nota 1:Quello che hai visto è vicinissimo al mio modo di sentire, e la profondità con la quale
lo hai espresso dimostra sensibilità e lucidità, la stessa sensibilità e lucidità che io ho visto
nelle tue opere.
L'istintività, il rifiuto del controllo sorgono dall'esigenza di autenticità, di verità che solo il
colore e la materia, in pittura, possono dare. Ma questo solo una mente lucida e attenta lo
può capire, solo chi usa lo stesso linguaggio, anche se in forma diversa, può comprendere. Hai
ragione, Selinunte è nel mio cuore da sempre, sono contenta che tu lo abbia visto. GRAZIE,
per me è stata una gradevole sorpresa, non è facile "incontrarsi" e "intendersi" in così poco
tempo.
Francesca Leo

La pittura di Santo Vassallo tra Pop art e Graffitismo*

Non ho conosciuto Santo Vassallo, giovane artista mazarese recentemente
scomparso a causa di una grave malattia, ma ho potuto ammirare ed apprezzare
le sue opere in occasione della mostra Messaggi dal mare, tenutasi nell’estate
del 2006 presso l’ Atelier Fotografia e idee di Via SS Salvatore e,
successivamente, in alcuni locali di Mazara del Vallo.
Ho appreso che, dopo gli studi artistici presso l’ Istituto Regionale d’Arte della
Città e l’Accademia di Belle Arti di Palermo, si è trasferito a Milano per svolgere
l’attività (oggi più che mai difficile da intraprendere ma sempre affascinante) di
“Artista”. Prima del 2006, aveva esposto nello spazio culturale di Libridine, e
successivamente (nel 2008) a Palermo, presso la Libreria del mare, e a Trapani,
presso lo Show Room - Audi Essepiauto.
Che dire della pittura di Vassallo?
Già nel Catalogo della mostra Messaggi dal mare, Gianfranco Gandolfo ha
individuato la possibile chiave di lettura dell’orizzonte artistico di Santo Vassallo,
affermando che il suo è “un linguaggio difficile ma attuale, moderno, fatto di
non linee ma di onde, non di colori ma di luce, non di messaggi ma di
messaggeri” e, più avanti, leggiamo che “ Santo Vassallo comunica attraverso la
pittura perché ha un elenco di cose da dire, anche con scritte che rafforzano il
messaggio quando il segno non basta a se stesso. Le Energie nascoste vengono
fuori, si materializzano e diventano linguaggio espressivo, efficace nell'esprimere
pensieri, affetti, sentimenti, emozioni, stati d'animo. Essenziale nel tratto, nel
colore. Sono colori di una guerra tribale che hanno già in sé la vittoria. Come i
graffiti dell’uomo primitivo, segni magici che hanno teso la trappola alla preda di
caccia. La lotta per l'ottenimento dei bisogni primari dell'artista approda nella
cattura dell'immagine. Nella sua pittura appaiono chiari i riferimenti alla pop
art, ai writers di strada, al fumetto di Andrea Pazienza e alla figura di Jean
Michel Basquiat”.
Approfondiamo, quindi, questa analisi, che ritengo giusta e puntuale.
La Pop art nasce per rivolgere la propria attenzione agli oggetti, ai miti e ai
linguaggi della società dei consumi. In un mondo dominato dal consumo, la Pop
art guarda al mondo esterno, al complesso di stimoli visivi che circondano
l'uomo contemporaneo; è un'arte aperta alle forme più popolari di
comunicazione: i fumetti, la pubblicità… La sfrontata mercificazione dell’uomo
moderno, l’ossessivo martellamento pubblicitario, il consumismo eletto a
sistema di vita, il fumetto quale unico, residuo veicolo di comunicazione scritta,
sono i fenomeni dai quali gli artisti pop attingono le loro motivazioni. In altre
parole, la Pop Art attinge i propri soggetti dall’universo del quotidiano e fonda la
propria comprensibilità sul fatto che quei soggetti sono per tutti assolutamente

noti e riconoscibili. Le immagini della strada si trasformano nelle immagini
"ben fatte" dell'arte colta.
La pittura di Santo Vassallo si rifà sì alla Pop art ma, soprattutto, a quella
espressione tutta italiana che ha come riferimento Mario Schifano. E’ una
pittura, infatti, fatta di odori, di gesti, d’impeto, di passione che si traduce
attraverso le sgocciolature e che presenta una propria “calligrafia”,
esattamente come in un graffito murale.

Vassallo – pienamente cosciente del proprio ruolo di artista-uomo del suo
tempo –, affascinato sicuramente dall’esperienza italiana della Pop art, cerca
di andare oltre, tenta di trovare un personale codice stilistico-espressivo e lo
trova contaminando il linguaggio pop con quello dei graffitisti metropolitani.
Dei Graffiti writing – manifestazione sociale, culturale e artistica basata
sull'espressione della propria creatività tramite interventi sul tessuto urbano
– mantiene la carica provocatoria, la spontaneità e i messaggi legati alla
condizione giovanile e alla quotidianità. I graffitisti non usano i supporti
“tradizionali” della pittura, preferiscono i mezzi pubblici o gli edifici di
interesse storico e artistico; Santo, considerando tali attività deprecabili,
affascinato soprattutto dall’opera di Jean-Michel Basquiat, ha dimostrato,
anche nella scelta dei supporti per la sua pittura, una maggiore responsabilità
e consapevolezza, eleva questa manifestazione artistica a forma d’arte vera e
propria e indirizza la ricerca e lo studio verso un'evoluzione stilistica
personale.

Vassallo è partito per Milano con la sua valigia carica di luce, di colori forti ed
intensi, a volte contrastanti, tipici della nostra Terra per tornare con tanta
nebbia, freddo e gelo in corpo.
“Io non penso all'arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita” ha detto
Jean-Michel Basquiat e, questo, sicuramente continuava a ripetersi Santo
Vassallo fino agli ultimi attimi della sua esistenza.
Con questa breve nota, lancio un appello al Sindaco Nicola Cristaldi –
particolarmente sensibile ai fatti dell’arte – e al consulente per la cultura,
Danilo Di Maria, affinché si possa realizzare, al più presto, una retrospettiva
delle opere di Santo Vassallo, figlio sfortunato e prematuramente scomparso
di questa Città.
*pubblicato su www.mazaraonline.it e www.mazaracult.blogspot.com il 6/7
settembre 2009

L’intimità esposta nella casa-museo De Santi-Lombardo*
“L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe
comprimerla e indica il contenuto del futuro”.
Vasilij Kandinskij, Punto, linea, superficie

Da quando l’Uomo, in Età Neolitica, ha deciso di diventare sedentario la casa,
sicuramente, si trova al centro del suo interesse e, spesso, lo impegna
fisicamente, economicamente e affettivamente per tutta la vita.
“La casa non è soltanto un luogo, ma anche il fascio di sentimenti associato ad
esso”, direbbe Renos K. Papadopoulos, il luogo dove gli opposti vengono fatti
coesistere e dove sono mantenuti in equilibrio, il luogo che fornisce una base
coerente alla storia delle famiglie.
La casa-museo, invece, generalmente, è una abitazione trasformata in museo,
quasi sempre dopo la morte del proprietario – la cui storia biografica è oggetto
d’interesse e curiosità – e, il suo percorso espositivo, comprende arredi, cimeli e
oggetti di uso personale e quotidiano, oltre ad opere di altro genere (quadri,
sculture, collezioni...).
Oggi si sta assistendo alla nascita di case-museo di artisti “in vita”; ancora non
è un fenomeno diffuso ma, alcuni esempi d’intimità esposta, potrebbero
significare l’inizio di qualcosa d’interessante, per conoscere più a fondo,
sicuramente in maniera più completa, totale, la loro quotidianità, gli ambienti in
cui germogliano e crescono le loro opere.
La casa-laboratorio di Francesca De Santi ed Emanuele Lombardo rientra, senza
alcun dubbio, in questa categoria.

La casa-laboratorio di Francesca De Santi ed Emanuele Lombardo rientra, senza
alcun dubbio, in questa categoria.
L’abitazione a villetta è un museo “in fieri”, ancora incompleto, che si
arricchisce, giorno dopo giorno, di mosaici, sculture, pitture, ceramica, readymade, disegni, oggetti, libri.
L’architettura diventa pittura, scultura; il “trovato” viene ri-ciclato, manipolato
e trasformato in oggetto d’arte, suppellettile, elemento architettonico o
d’arredo; accumuli di oggetti (cercati, scelti) in ogni spazio e in ogni angolo si
fanno installazioni, contaminazioni volute, consapevoli, amate.
Difficile distinguere dove finisce l’intervento di Francesca o Tania (la figlia) e
dove incomincia quello di Emanuele e viceversa; spesso il lavoro viene
realizzato in tandem, in sinergia, frutto di un team affiatato. La casa è abitata
dalle passioni e dalla cultura dei loro proprietari-artisti: un itinerario popolato
di segni che ricordano i graffiti e le pitture rupestri degli uomini primitivi,
attraversa le pietre, i frammenti di tegole, vetro, ceramica – levigate dal lavoro
continuo del vento, del mare e della pioggia – e assemblate, ri-create, fino ad
arrivare ai riferimenti modernisti (le strutture e i mosaici di Gaudì), al
primitivismo picassiano, al mondo fantastico e simbolico di Klee, alle figuresculture rivestite a mosaico di Fontana, agli stables di Calder, alla frontalità
consagriana.

Anche l’aria che circola fra quegli spazi, interni ed esterni, è impregnata e risente del loro lavoro: l’odore intenso di fumo e di bruciato della ceramica
raku e della vetrofusione, della ruggine e della saldatura dei ferri, degli
smalti sintetici, degli acidi e degli inchiostri per l’incisione.
Immergersi in questo luogo è come entrare in una “casa degli specchi”, solo
che a ri-specchiare non è l’immagine di chi guarda ma di coloro che l’hanno
creata, soprattutto quella interiore, conferendo sostanza allo specchio della
loro anima.
*Pubblicato su mazaracult il 24 settembre 2010 e su www.mazaraonline.it il
27 settembre 2010

Solo partenze nel viaggio pittorico di Santo Vassallo*

E’ stata inaugurata il 10 settembre, nei locali dell’Associazione ArteSia –
ex Chiesa Sant’Agnese, dal Sindaco On. Nicola Cristaldi, la Mostra
d’Arte “Santo Vassallo e i suoi amici di Brera”.
La Mostra, organizzata dall’Adim, in collaborazione con l’Accademia di
Belle Arti di Brera e con il patrocinio della Città di Mazara del Vallo, ad
un anno dalla prematura scomparsa del giovane artista mazarese, oltre
a presentare una corposa produzione di Santo Vassallo, ha visto la
partecipazione di ben 21 artisti-allievi (Alice Agostini, Felice Ardito,
Clara Camerino, Martina Campici, Gionata Carrara, Viola Ceribelli,
Giulia Diani, Daniele Fabiani, Giusy Giordano, Francesco Gnecchi,
Blerina Haxhagiq, Kim Hee Su, Kim Jooyeon, Max La Barbera, Elena La
Loggia, Domenico Laterza, Tania Lombardo, Vittoria Parrinello,
Ludovica Quaranta, Anna Russo e Silvia Spinetta) dell’Accademia di
Brera (alcuni presenti fisicamente) che, con le loro opere (disegni,
pitture, sculture e installazioni) hanno voluto testimoniare la loro stima
e il loro apprezzamento nei confronti dell’amico scomparso e del suo
lavoro; stima e apprezzamenti che sono stati confermati dagli
insegnanti (artisti e critici d’arte) Filippo Scimeca, Giuseppe Sabatino,
Marco Pellizzola e Rolando Bellini, presenti all’inaugurazione .

Il Dott. Giuseppe Giordano, durante la manifestazione, ha comunicato che,
l’Adim e la famiglia Vassallo, dal prossimo anno, intendono istituire una
Borsa di Studio intitolata a Santo e riservata all’alunno con particolari doti
artistiche fra i frequentanti il quinto anno dell’Istituto Regionale d’Arte della
Città.
Il Primo Cittadino, inaugurando la Mostra, ha affermato che Santo Vassallo è stato
capace di “trasformarsi in amplificatore straordinario del luogo nel quale ha
vissuto (…). Egli ha creato una serie di capitoli carichi di mistero tutti legati alla
dicotomia della sua vita: l’arte universale nel linguaggio cammina sinergicamente
con la forza delle radici della sua terra. E Vassallo l‘ha amata la sua terra sino a
cercare di perfezionarla attraverso un colore in più da aggiungere a quelli già
intensi della Sicilia e della sua Mazara del Vallo. Vassallo non interpreta Mazara,
la integra. Lo fa accelerando i fotogrammi della sua città, mettendoli in sequenza
velocemente per poi aggredirli scavandoli dentro, per scoprire che cosa
nascondono e che cosa non è apparso ai suoi occhi a prima vista”.
Questa Mostra ci ha consentito di esplorare più a fondo il mondo di Santo
Vassallo, attraverso i gesti, la forza e la materia della sua pittura.
La sua è un’arte di impatto (cromatico e figurativo), d’istinto, di palpiti vivi.
Ciascuna tela è una mescolanza di rabbia e ironia, di linguaggio adulto e infantile,
di passato e presente, di riferimenti culturali diversissimi tra loro, di realtà e
fantasia ma, soprattutto, di pittura e scrittura.

Il Critico d’Arte Rolando Bellini, nel suo discorso, ha evidenziato che quelli di
Santo sono “pensieri resi visibili attraverso l’appunto scrittografico esplicitato
da un pitturare che mescola graffitismo ad altro di affine e di egualmente
effimero (…).
Vassallo riesce ad “esprimere l’incompiuto come capolavoro di compiutezza, il
non detto come una dichiarazione, il raffigurato come scrittura segnica allusiva
di un nuovo codice simbolico che fa della street art una via lattea
contemporanea della ricerca artistica. Meglio ancora: la via maestra dell’arte
oggidiana”.
Bellini, poi, si è soffermato sugli ultimi lavori del giovane artista mazarese
affermando che “stava navigando (…) verso una meta (…), stava tornando alla
pittura-pittura, alla forma-forma, al segno-segno per esprimere un atto
selvaggiamente rivoluzionario. Santo aveva determinato il rovesciamento del
proprio percorso creativo (…), della propria rappresentazione, del suo stesso
linguaggio segnico, della sua stessa tavolozza, per realizzare un paradosso
autoreferenziale. Dare corpo al nulla attraverso la pittura, rappresentare
l’irrappresentabile, costruire il nome dell’innominabile attraverso il segno che
nega se stesso”.
Il viaggio di Vassallo, al di là di tutti gli “ismi“ di riferimento (Espressionismo,
Informale, Pop Art, Graffitismo), data la sua giovane età e il suo percorso
artistico bruscamente inter-rotto, è un viaggio senza approdi, aperto, mai
conclusosi, fatto esclusivamente di partenze, un viaggio insomma senza Itaca; è
un viaggio interessante, affascinante e coinvolgente che ci immerge in un
universo di segni, graffi, sgocciolature, scritte (adorava i nomi e le parole, ogni
tela è una composizione affollata di scritte lapidarie e solo apparentemente
senza senso, che si mescolano alle immagini), un universo illuminato di luci
intense ma, anche, oscurato da ombre altrettanto intense.
Ci piace immaginare – pensando ad una scritta su un suo lavoro – Santo
camminare silenziosamente negli spazi di Sant’Agnese, fra le sue opere e quelle
dei suoi amici, con le scarpe nuove e sentirsi ancora una volta… felice.
*Pubblicato su www.mazaraonline.it (anche nella versione cartacea, anno IV n.
43 del 14 settembre),
su www.mazaracult.blogspot.com ,
su
www.larconormanno.blogspot.com, su www.trapani-sicilia.it l’11 settembre
2010 e nel Catalogo Santo Vassallo e i suoi amici di Brera, ed. Rallo, Mazara del
Vallo nel dicembre 2010

Fabio Accardo Palumbo e il suo mondo incantato*

Assemblage, Mostra d’arte contemporanea, Libreria
Letteraventidue
"Naturalmente, ci saranno sempre coloro che
guarderanno solo alla tecnica e chiederanno 'come?'
mentre altri, di una natura più curiosa, domanderanno 'perché?'.
Personalmente, ho sempre preferito l'ispirazione all'informazione".
Man Ray (pittore, fotografo e regista), esponente del Dadaismo
Il primo assemblage vero e proprio si deve a Jean Dubuffet (erano gli anni
cinquanta) ma, molti anni prima, sia Marcel Duchamp (il dadaista che ha
inventato, nei primi decenni del Novecento il ready-made) che Pablo Picasso
hanno ri-creato oggetti rinvenuti dalla realtà quotidiana, modificati e posti in una
situazione diversa da quella del proprio utilizzo quotidiano. Il valore aggiunto
dell’artista, in questo caso, è l'operazione di scelta e/o d’individuazione casuale,
di acquisizione e d’isolamento dell'oggetto; la necessità è quella di conferire
dignità agli oggetti comuni. Il ready-made – che si è sempre mosso lungo la sfera
della componente ludica ed ironica dell’arte – successivamente, è stato molto
usato da Man Ray e Francis Picabia, i quali lo combinavano con l’arte pittorica
tradizionale.

Fabio Accardo Palumbo è con-sapevole di tutto ciò: ad attestarlo sono gli studi
che ha fatto (maturità d’arte applicata presso l’Istituto d’Arte di Mazara del Vallo
e diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze) ed i suoi esordi
pittorici surreali e metafisici e, quindi, onirici e magici, intrisi di atmosfere
mediterranee. Il suo viaggio artistico-espressivo prosegue per approdare verso
ricerche dada attraverso l’uso di materiali eterogenei (vecchi mobili, bauli, scale,
cornici, giocattoli, oppure pezzi di legno, sassi, vecchi tappi, spugne o corde
sdrucite restituiti dal mare) assemblati ad elementi naturali (sabbia, argilla) e
arricchite dall’uso di tecniche pittoriche.
"Io non cerco, trovo" andava ripetendo Picasso quando commentava la sua arte.
Il prorompente bisogno creativo portò Picasso, nel tentativo di raggiungere con
ogni mezzo e attraverso qualsiasi materiale la resa plastica di ciò che conoscendo
aveva "trovato", all’eclettismo. Con l’ "io non cerco, trovo", Picasso intendeva
rifiutare qualsiasi ricerca programmata, affidandosi ad un contatto casuale con la
realtà che l’esperienza gli offriva ma era consapevole che ciò che gli si
presentava era anche un passato culturale non indifferente, che non si è mai
lasciato scappare.
“Io trovo ciò che cerco” sembra, invece, dire Fabio Accardo Palumbo con le
opere esposte presso la Libreria Letteraventidue di Mazara del Vallo.

La Mostra Assemblage, inaugurata il 30 aprile e che rimarrà aperta fino al 30
maggio, comprende una serie di lavori realizzati con materiali di recupero,
molto dei quali trovati lungo le sue passeggiate in spiaggia, “frammenti di
memoria restituiti dal mare e dal logorio del tempo”
messi insieme –
assemblati, appunto – dove Fabio, alle tracce lasciate dall’uomo e dal tempo,
aggiunge le proprie e quelle del “suo” tempo.
Oggetti che, pur mantenendo i loro “segni significanti”, mutano forma (non a
caso, inizialmente, aveva pensato di chiamare la Mostra “metamorfosi”), si
arricchiscono di nuovi segni e di gioiosi colori, per diventare “altro”, per
diventare ciò che lui cercava e che aveva nella mente.
Il poeta messicano Octavio Paz, riassumendo l'essenza dell'attività di Duchamp,
ebbe a dire: “…tutto quello che fece a partire dal 1913 s’inserisce nel tentativo
di sostituire la pittura-pittura con la pittura-idea. Questa negazione della pittura
fu l'inizio della sua vera opera. Un'opera senza opere: non ci sono quadri se non
il Grande Vetro, i ready-mades, alcuni gesti e un lungo silenzio".

Per Fabio Accardo Palumbo, con i lavori esposti in questa mostra, non c’è il
silenzio. C’è, invece, il racconto (anche autobiografico), la fiaba con i suoi
personaggi fantastici (allegorici, oserei dire) e, soprattutto, il gioco (a volte
simbolico) inteso come funzione ri-creativa, educativa e sociale; un gioco
affrontato con la maturità e l’esperienza di un adulto e, al contempo, con il
trasporto e la curiosità di un bambino.
*Pubblicato su www.mazaracultblogspot.com il 2 maggio
www.mazaraonline.it il 28 maggio 2011

2011 e su

Il simbolismo nella scultura di Disma Tumminello*

“L’albero e la vita”, 21 maggio-19 giugno, Complesso
monumentale Filippo Corridoni, Mazara del Vallo
Il percorso artistico di Disma Tumminello (classe 1930, mazarese di nascita e
palermitano di adozione, già titolare di cattedra al Liceo Artistico di Palermo),
da sempre, si muove lungo due binari, quello figurativo (realizzando su
commissione opere monumentali, medaglie e ritratti) e quello della ricerca
simbolista legata al mito cosmogonico, tema – questo – unico e insistito. In
quest’ultimo binario troviamo una scultura non legata alla tradizione e/o
all’”accademia”; spesso è una scultura non tri-dimensionale dove pre-vale
una “frontalità” tutta “ consagriana”.
La mostra (opere grafico-pittoriche e sculture in bronzo, legno, gesso,
lamiere, stoffe), che privilegia l’attività legata al binario simbolista è
arricchita da segni-simboli esoterici (l’albero, l’uovo, ma anche spirali, sfere,
bucrani, corna d’arieti, teschi di caproni, stelle a cinque punte, farfalle, falli…)
e lettere della lingua primordiale, il sancrito , elementi fondativi di una
cultura ancestrale comune fra oriente ed occidente.

L'”Albero della Vita” costituisce la sintesi degli insegnamenti della Cabalà
(nella cultura ebraica: “norme pratiche di vita tramandate fedelmente da una
generazione all'altra”) ed è un diagramma, astratto- simbolico, costituito da
dieci entità a cui corrispondono concetti meta-fisici, associati a situazioni
pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana.
L’”Albero della Vita" ha la base appoggiata sulla terra e la cima tocca il cielo. I
tre pilastri dell'”Albero della Vita” corrispondono alle tre vie che ogni essere
umano ha davanti: l’Amore (destra), la Forza (sinistra), e la Compassione
(centro). Solo la via mediana, chiamata anche "via regale", ha in sé la capacità
di unificare gli opposti. I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le
due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a
sinistra.

L'insegnamento principale è quello dell'integrazione delle componenti
maschile e femminile, da effettuarsi sia all'interno della consapevolezza
umana che nelle relazioni di coppia. L”’albero della vita” lo troviamo nelle
incisioni rupestri stilizzate dette dell’“orante “ (che è un essere umano con le
braccia elevate verso il cielo , accostamento con l’albero che protende i suoi
rami verso l’alto), attraversa l’opera di Klimt, dove il motivo centrale è il
simbolo che ri-unifica i motivi floreali alla figura femminile, dalla morte della
vegetazione alla ri-nascita attraverso il ciclo delle stagioni, per giungere a
quelli di Duchamp e di Mondrian.

L’uovo, invece, come simbolo della nascita del mondo ma anche come
simbolo di ri-nascita, ovvero di nuova vita dopo la morte, nelle
cosmogonie (racconti mitici sull’origine dell’universo), a monte di tutta
la creazione c’è il desiderio che, attraversando l’elemento primigenio,
le acque, scaldandosi creano l’uovo d’oro da cui nasce il signore delle
creature, Prajapati, il quale a sua volta crea tutti gli esseri.

L’uovo viene già raffigurato in tombe di età neolitica e segue un lungo
percorso fino ad arrivare alla rinascimentale “Madonna dell’uovo” di Piero
della Francesca (dove l'uovo è inteso come simbolo di vita, della Creazione)
e va oltre.

La lingua sancrita (da ”saṃskṛta”, perfetto), invece, riveste un'importanza
capitale per il linguista, il filologo, il religioso, il letterato e il filosofo ed è
considerata la lingua dotta dell'India. L'alfabeto sancrito ci appare
splendidamente ordinato secondo precisi criteri fonologici. Le lettere si
presentano graficamente eleganti e incurvate. La scrittura in India si sviluppò,
a partire dalla seconda metà del IV millennio a. C., inizialmente in forma
“pittografica”, con segni e simboli incisi su tavolette, tuttora indecifrati. I primi
reperti che dimostrano un sistema di scrittura codificato risalgono al III secolo
a.C.

Nell’universo di Disma Tumminello questi simboli, insieme agli altri prima
menzionati, si ri-generano a vicenda, si fondono (per esempio: dall’uovo
nasce l’albero, l’uovo nell’albero diventa ramo, foglia, chioma, frutto;
oppure le lettere mai scritte in un libro, diventano volume, si
materializzano per andare incontro alla vita) per accompagnarci nel
grande viaggio di ri-torno verso una vita nuova dentro una nuova
creazione; è un viaggio per ri-cominciare da dove tutto è cominciato; un
viaggio che va nella direzione di una vera ri-nascita, verso una nuova e
rinnovata primavera. Questo ce lo dice (nel catalogo della mostra di
Mazara) lo stesso Tumminello:

“…nel mio operare riallaccio antiche linee e vecchie uova… dove il presente è nel
passato e il passato nel presente… le linee si fanno curve per dare vita al nucleo,
allo zero, all’uovo della vita, dove tutto è niente e il niente è tutto, la pienezza è
nell’assenza delle cose… l’uovo diventa chioma di un albero… con le sue radici.
Nel nucleo dell’uovo, la vita si svolge nei rami del presente e del futuro, nelle
radici vi è il passato”.
*Pubblicato su Mazaracult e L’arco normanno, il 26 maggio 2011 e su
Mazaraonline, il 30 maggio 2011

L’intimismo poetico nella pittura di Vincenzo Greco*
Sala Ottagonale, via San Giuseppe Mazara del Vallo dal 28
maggio al 5 giugno
“Amo le immagini il cui significato è sconosciuto
poiché il significato della mente stessa è sconosciuto”.
Renè Magritte

Vincenzo Greco, mazarese di nascita e livornese di adozione, classe 1950,
ha sempre affiancato all’attività professionale di architetto quella di
pittore. Ricco risulta essere il suo curriculum critico (fra tutti quelli che si
sono interessati al suo lavoro, ricordiamo, Gillo Dorfles) ed espositivo
(premi, collettive e personali). Pittore da sempre, negli anni Ottanta la
sua ricerca, dopo aver attraversato il figurativo, anche nelle sue forme
espressioniste, approdava all’astrazione, all’informale e all’arte
concettuale per ri-tornare, successivamente, ad un figurativo dove il
reale si traduce in evento immaginario. Greco, infatti, re-inventa la realtà,
la sua “favola” più intima si arricchisce di profumate atmosfere
mediterranee, si fa enigma in uno spazio meta-fisico, sur-reale, diventa
poesia.

Greco scava nella sua psiche – Charles Baudelaire direbbe che “tutti i veri
disegnatori dipingono dall’immagine scritta nel loro cervello e non dalla
natura” – e stimola la psiche del fruitore, ne cattura lo sguardo con ironia
(ricordiamo “La cravatta gialla”, “Il bandolo della matassa”, “Il lenzuolo di
carta”, “Clonazione al museo”), simboli (strappi ricuciti, architetture del
passato di dechirichiana memoria, lune sospese ad un filo) e con il colore
forte, solare, intenso ma, anche, con la materia, anzi, con i materiali (gesso,
cemento, stracci, stoppa, sabbia…).

Nelle sue opere, lo spazio compositivo risulta essere costruito e razionale (il
pittore si fa architetto e viceversa); la pittura tende ad andare oltre i propri
confini, conquista la cornice, tende a rag-giungere lo spazio esterno al quadro
(“Oltre la cornice”). Quelle di Greco sono immagini sospese nel tempo,
scenari misteriosi, silenziosi, im-mobili che nascono dal quotidiano; è una
pittura fuori da ogni tempo e, insieme, del nostro tempo.
La mostra di Mazara del Vallo raccoglie una corposa produzione relativa
all’ultimo decennio e vuole essere un omaggio alla città natia.
*Pubblicato su mazaracult e su l’arco normanno il 31 maggio 2011 e su
mazaraonline il 3 giugno 2011

Dai segni del tempo alle pagine senza tempo*
Mostra delle opere di Carla Horat, Complesso
monumentale “Filippo Corridoni”, Mazara del Vallo, 30
luglio/4 settembre 2011
“L'arte non riproduce il visibile, ma rende visibile”.
Paul Klee
Il tempo è stato, da sempre, oggetto di infinite interpretazioni individuali in
ogni campo e, quindi, anche in quello artistico. Il tempo, per l’artista, ha una sua
indeterminatezza e viene sempre colto in chiave soggettiva, cioè viene
mostrato, nel suo fluire, come “vissuto” psicologico dei propri personaggi, come
sequenza non cronologica, come domanda a cui dare un significato. Ad
interpretare il tempo non si è sottratta nemmeno l’artista, siciliana di Basilea,
Carla Horat Albiero. Dai segni del tempo (le incisioni degli anni ottanta aventi ,
generalmente, come unico soggetto gli alberi spogli), al tempo della “macchia”,
per giungere alle pagine senza tempo (installazioni-sculture aventi come
soggetto unico il libro, le sue pagine bianche o popolate di segni); questo, in
sintesi, il suo percorso creativo.
I segni del tempo

Gli alberi di Carla Horat sono spogli e fragili e, al con-tempo, capaci di
sopportare le intemperie dei secoli; i segni incisi di-segnano scheletri
ramificati che si stagliano alti in un mare di bianco. Il suo percorso artistico
attinge alle tecniche più diverse della calcografia, attraverso l’uso di
materiali tradizionali (ritenuti, ormai, dannosi all’uomo e all’ambiente) per
giungere, più recentemente – grazie a un lavoro di collaborazione con
l’artista marsalese Francesca Genna –, all’impiego di nuovi materiali e
metodi per l’incisione e la stampa d’arte detti comunemente non-toxic.
Il tempo della “macchia”
I paesaggi della Horat si collocano ai limiti della ricerca astratto-informale;
l’artista esplora liberamente la materia con padronanza del colore che
viene steso a pennellate larghe, valorizzando la macchia. Le sue superfici
(quelle di grandi dimensioni) sono opere dipinte con la luce interiore e
ricordano certe atmosfere della pittura di Afro Basaldella; nel piccolo
formato, invece, alcune ci fanno pensare gli appunti acquerellati del
Viaggio in Tunisia di Klee, altre gli intrecci di colore di Dorazio.

Le pagine senza tempo
Le installazioni-sculture presentano pagine s-piegazzate, appallottolate,
abitate a volte da segni-scrittura, a volte solamente dalla luce, oppure sono
semplicemente volumi ordinati in piccole teche. Nei libri della Horat non ci
sono cancellature come in quelli di Isgrò, sono pagine bianche senza tempo
che r-esistono al ritmo del vento.

*Pubblicato su mazaracult.blogspot.com il 04 agosto 2011 e su
mazaraonline.it il 06 agosto 2011

Di-segno in segno*
Le scritture visuali di Nicolò D’Alessandro
Ciò che conta è il disegno.
Bisogna attaccarsi unicamente,
esclusivamente al disegno.
Se si dominasse un po’ il disegno,
tutto il resto sarebbe possibile.
Alberto Giacometti

E’ stata inaugurata l’11 febbraio, e rimarrà aperta fino al 20 marzo, la mostra
“Il segno, il tempo, lo spazio” di Nicolò D’Alessandro, presso la Galleria d’Arte
Contemporanea ”Santo Vassallo” del Complesso Monumentale “Filippo
Corridoni”di Mazara del Vallo.
Per molti anni, Nicolò D’Alessandro, grafico, scenografo, direttore artistico di
alcune case editrici e critico d’arte,
ha abbandonato volutamente e
totalmente la pittura per esprimersi solo ed esclusivamente attraverso il
“disegno”; ricerca, questa, che ha trovato il suo culmine nella realizzazione del
disegno più lungo mai realizzato fin’ora (83,50 metri) “La Valle dell’Apocalisse”
(due guerrieri dalla lunga lancia stanno a guardia della grande Valle popolata
da personaggi ri-presi dall’iconografia dedicata al tema dell’Apocalisse ma,
anche, da politici ed amici artisti e scrittori) inter-rotta – per fortuna solo per
poco – con la sua “Apocalisse” personale ( 2008, l’incendio della sua casa).
Un disastro di fiamme che ha bruciato e mandato in fumo oltre seimila pezzi
dell’artista – incisioni, disegni, collezioni, stampe antiche, cataloghi di mostre,
incisioni del Seicento e del Settecento, copertine di libri da lui create (tra
quest’ultime ricordiamo l’illustrazione con il “Barone di Manchausen” del libro
di poesie “La soglia dell’esilio” di Antonino Contiliano).
Per D’Alessandro, il di-segno è “un’altro modo di scrivere”, e ciò che li media –
come in un punto di intersezione chiasmatica (il di-segno della scrittura, la
scrittura del di-segno) – è appunto il segno. Il segno che, declinato con
selezionate e ristrette (nella gamma cromatica) declinazioni coloristiche, per il
nostro grafico, assume il valore di “icona” materiale e istanza percettivoconoscitiva “dissennata” (N. D’Alessandro) orientata “a raggiungere la verità
del segno...le verità nascoste della precarietà umana” (N. D’Alessandro).

Così nei suoi lavori non vi è chiaroscuro ma il chiaro (il bianco del foglio)
e lo scuro (il nero di china), le linee nere nel loro per-correre la
superficie sono ora morbide ora taglienti, gli spazi in-definiti, aperti; i
suoi personaggi, sia essi reali o fantastici (condottieri e guerrieri, cavalli e
uccelli, volti e ri-tratti, mostri ed angeli, tarocchi e segni zodiacali) sono
intrisi della sua anima mediterranea e, al contempo, gotico-nordica (si
pensi alle sue ri-visitazioni delle incisioni di Dürer, i suoi rimandi a
Bosch).
Il nostro infaticabile di-segnatore, maestro di calli-grafia, si muove dentro
un caos ordinato, per abbandonarsi totalmente alla ri-scrittura –
ricordiamo gli “emakimoni” (che ci rimandano ai rotoli giapponesi) ma,
anche, l’”Albero della Vita”, il “Sole” e le più recenti “Icone su carta
manoscritta” e “Torre di Babele”. E qui il segno, che esprime se stesso, si
fa anche insistente e ossessiva narrazione altra. Una cura quasi
maniacale che re-itera il “dettaglio” con la foga, come precisa lo stesso
D’Alessandro, quasi maniacale dell’“atteggiamento manieristico” e
“seriale”.

La “serialità” del segno (fra l’altro agganciata alla
memoria
dell’emakinomo giapponese) con la sua reiterata e combinatoria
successione di tratti deformati (anamorfosi) di-spiegati è una tecnica che
consente al nostro Nicolò D’Alessandro di dar consistenza di rappresentazione figurale allo stesso segno come materia che modella lo
spazio e il tempo nei rispettivi nodi della “costellazione” e della
“successione” del tratteggiamento dei segni in di-segno.

In questi ultimi lavori, quelli “dopo l’Apocalisse personale” per intenderci, il
segno s-virgola di continuo e, pian piano, si s-colora del nero per farsi oro,
rame e celeste come a voler testimoniare la ri-nascita dopo la catastrofe.

Nel lavoro instancabile di D’Alessandro, il tempo diventa labirintico e
labirinto, rotola nei meandri più nascosti della memoria, si aggroviglia per,
poi, finalmente sgomitolarsi manifestando tutta la sua attualità, anche nei
suoi aspetti più drammatici.
La sua ricerca è un gioco affascinante, lucido e senza fine. Un gioco
coinvolgente fra le pieghe del dettaglio grafico inseguito e visualizzato
“manieristicamente” e “serialmente”. Una “analisi interminabile” psicoantropologica che si configurata nella sua relazione con gli elementi
primordiali (segni-materia, tempo, spazio, “dinamys”) dell’universo per
raccontarci, dir-ci, l’uomo di sempre con le sue abitudini, i suoi miti e le
sue aspirazioni sulle tracce dell’arte, e l’azzardo delle sue peri-pezie.

*Pubblicato su www.mazaracult.blogspot.com e www.mazaraonline.it, 17
febbraio e su MazaraONline, anno VI n. 2 del 23 febbraio 2012

La pittura di Nino La Barbera tra sogno e movimento*
Dipingere non è per me un divertimento
decorativo, oppure l'invenzione plastica
di una realtà ambigua; ogni volta la pittura
deve essere invenzione,scoperta, rivelazione.
Max Ernst
Il 31 Marzo a Mazara del Vallo, presso la Galleria d’Arte Contemporanea
“Santo Vassallo” del Complesso Monumentale “Filippo Corridoni”, è stata
inaugurata la mostra di Nino La Barbera “La Storia e il Mito” (che rimarrà
aperta sino al 6 maggio).
Il suo percorso artistico va alla ricerca del “significato profondo”
dell’immagine e ci rimanda alla psicanalisi freudiana e alle opere dei
surrealisti, soprattutto di quelle di Ernst, Dalì e Magritte; il suo è un
surrealismo che subisce la fascinazione futurista: l’inconscio e il sogno si
fanno movimento, dinamismo.
Le opere dell’artista mazarese e residente da anni a Roma, sono intrise di
naturalismo e le tematiche ci ri-portano al classicismo della Magna Grecia e
della Roma Imperiale.
Le sue complesse visioni
sono sorrette da una tecnica magistrale,
“accademica” nella sua accezione più alta (cioè che risponde ad una
educazione secondo le teorie classiche dell’arte, a precise regole estetiche,
dove la componente intellettuale prevale su quella artigianale), arricchite da
un colorismo dal sapore manierista (nel senso di “elegante”, “tonale”).


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