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Libretto resilienza 2 .pdf



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Laboratorio di ri-lettura del palinsesto urbano
e di valorizzazione di pratiche di resilienza

II
Bellezza
Lentini, 2016

In copertina
“ Paesaggio di Lentini della serie Roggiu “.
Acquerello su carta. cm. 50 x 65.
Giuseppe Bordonaro. 1972.

Come nasce Città Resiliente

La prima idea di Città Resiliente risale all’ ‘Elogio della
diversità’ del 5 dicembre 2015, un’iniziativa della Biblioteca Civica
che promuoveva un confronto a più voci sul libro di Giuseppe
Sanfilippo Chiarello ‘Francesco e Federico. L’incontro di due
anime’. Il libro racconta la città in un modo del tutto nuovo e
particolare, collocandola in un sistema di relazioni che si estende
fino a includere il mondo allora conosciuto. Ciò che colpisce è
il fatto che allora come ora livello globale e livello locale sono
in stretta connessione e il locale riflette le potenzialità e i limiti
del globale. Le frontiere che attraversano quel mondo sono le
stesse che attraversano oggi il nostro mondo, segnato da conflitti
e divisioni a causa delle diversità. In quest’ottica il racconto della
città fatto da Giuseppe ci dà una chiave di lettura e un’indicazione di
lavoro: impegnarsi perché le diversità siano apprezzate, in quanto
rispecchiano la ricchezza delle varietà della natura e della storia
dei soggetti diversi che abitano la città. Riconoscere le diversità
è un punto di partenza per raccontare la città, rendere visibili le
trame che l’attraversano ed essere utili alla sua ricostruzione. Su
questo terreno si misura la capacità di dare voce e forza alla città
resiliente, che sa resistere agli urti senza spezzarsi e può ritrovare
in se stessa le risorse per rinnovarsi. E’ con questo spirito che
abbiamo immaginato e avviato il laboratorio Città Resiliente.
Nuccia Tronco

3

Fillide

Giunto a Fillide, ti compiaci d’osservare quanti ponti diversi uno
dall’altro attraversano i canali: ponti a schiena d’asino, coperti, su
pilastri, su barche, sospesi, con i parapetti traforati; quante varietà
di finestre s’affacciano sulle vie: a bifora, moresche, lanceolate, a
sesto acuto, sormontate da lunette o da rosoni; quante specie di
pavimenti coprano il suolo: a ciottoli, a lastroni, d’imbrecciata, a
piastrelle bianche e blu. In ogni suo punto la città offre sorprese
alla vista: un cespo di capperi che sporge dalle mura della fortezza,
le statue di tre regine su una mensola, una cupola a cipolla con tre
cipolline infilzate sulla guglia. “Felice chi ha ogni giorno Fillide
sotto gli occhi e non finisce mai di vedere le cose che contiene”,
esclami, col rimpianto di dover lasciare la città dopo averla solo
sfiorata con lo sguardo. Ti accade invece di fermarti a Fillide e
passarvi il resto dei tuoi giorni. Presto la città sbiadisce ai tuoi
occhi, si cancellano i rosoni, le statue sulle mensole, le cupole.
Come tutti gli abitanti di Fillide, segui linee a zigzag da una via
all’altra, distingui zone di sole e zone d’ombra, qua una porta,
là una scala, una panca dove puoi posare il cesto, una cunetta
dove il piede inciampa se non ci badi. Tutto il resto della città
è invisibile. Fillide è uno spazio in cui si tracciano percorsi tra
punti sospesi nel vuoto, la via piú breve per raggiungere la tenda
di quel mercante evitando lo sportello di quel creditore. I tuoi
passi rincorrono ciò che non si trova fuori degli occhi ma dentro,
sepolto e cancellato: se tra due portici uno continua a sembrarti
piú gaio è perché è quello in cui passava trent’anni fa una ragazza
dalle larghe maniche ricamate, oppure è solo perché riceve la luce
a una cert’ora come quel portico, che non ricordi piú dov’era.
Milioni d’occhi s’alzano su finestre ponti capperi ed è come
scorressero su una pagina bianca. Molte sono le città come Fillide
che si sottraggono agli sguardi tranne che se le cogli di sorpresa.
da “Le città invisibili”, di Italo Calvino, 1972.

5

Sebastiano Aglianò
Il problema siciliano
Le ragazze siciliane hanno gli occhi fermi e seducenti, ma come
velati da una malinconica apatia: quel colore suggestivo, vario
di iridescenze e di toni opachi, che ti lascia subito distinguere il
“tipo” anche fra le cime delle Alpi o in mezzo alla vita turbinosa di
una città moderna. In quegli occhi sono stratificati le sofferenze,
l’ansia e il torpore di infinite generazioni, tutta la storia del
popolo siciliano, che è una successione ininterrotta di impulsi
disperati e di sottomissioni supine, di momenti rapidi pieni di
luce e di zone interminabilmente oscure. La Sicilia è famosa per i
suoi Vespri, per i Fasci del 1893-94, per le frequenti rivolte, per il
carattere ardente dei suoi abitanti; e tuttavia non si direbbe che la
fisionomia complessiva della regione sia proprio rivoluzionaria.
Anzi nel quadro generale della vita italiana la Sicilia rappresenta
la zona dove la reazione ha spiegato maggiormente le sue forze.
Pensate: sullo scorcio del Settecento, mentre nell’Europa colta,
in Francia, a Milano e a Napoli si proclamavano le nuove verità
rivoluzionarie che avrebbero dato un nuovo volto al mondo,
a Palermo si discuteva ancora con accanimento sui privilegi
nobiliari e sui diritti della case patrizie, stabiliti da vecchi
diplomi di regnanti spagnoli; l’economia rurale del Settentrione
si avviava a procedimenti moderni, in Sicilia si manteneva il
latifondo; mentre altrove 1’operaio, il contadino, le classi umili
insomma, e sin allora le più ignorate, acquistavano nuovi diritti
alla vita, attraverso una continua lotta contro i privilegi dei ceti
dirigenti tradizionali, qui ogni tentativo di rinnovamento veniva
condannato dall’ opinione pubblica o era soffocato nel sangue; e
ancora oggi il rapporto delle forze politiche e morali esistenti in
Sicilia non è tale da far concepire le migliori speranze: nonostante
i sensibili progressi ottenuti dai partiti e, ciò che più conta, dalle
idee d’avanguardia, l’Isola rimane sempre - in una gran massa
dei suoi abitanti e soprattutto nelle persone che ne reggono
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e ne determinano 1’attività - come oppressa dal peso del suo
passato storico, feudale e conformista: si mostra piuttosto lenta
a liberarsene.
Il siciliano mantiene una serietà straordinaria nel difendere
il suo punto di vista, talvolta fuori del tempo, ma è costretto
a portarsi dovunque il peso delle idee tanto calorosamente
affermate: c’è un dissidio tragico che turba la sua opera, anche
nei momenti di maggiore entusiasmo. Sono noti a tutti gli italiani
questi giovani che hanno attraversato lo Stretto, inondando
letteralmente le Università, gli uffici, gli Istituti di cultura, le
Amministrazioni basilari dello Stato. Sono di carattere fermo e
ritroso, di atteggiamento deciso, eppure sempre in dissonanza con
la vita che si svolge intorno ad essi; sono vivaci, talora brillanti e
più spesso invadenti, ma al di là del loro calore e del loro impeto
è possibile scorgere una malinconia segreta, qualcosa che sarebbe
inspiegabile se non si tenesse conto di questo urto con la realtà,
di questo peccato originale, costituito dalla storia reazionaria
dell’Isola, che circola col sangue delle loro vene, con l’aria che
respirano.
I siciliani danno prova di intelligenza acuta e profonda, di
attività instancabile e fruttuosa (nelle loro mani è stata, in gran
parte, negli ultimi decenni, la cultura ufficiale e accademica), ma si
deve ad essi - ad essi, e a molti altri meridionali - se molte attività
della vita nazionale hanno assunto un movimento piuttosto
rallentato: tipica, la burocrazia ministeriale.
Un’atmosfera ancor più stagnante pesa sull’Isola: nei costumi,
nelle opinioni, nelle stesse manifestazioni spirituali. Neppure
un’invasione con tutto lo sconvolgimento che ha portato è valsa
a smuoverla; la prima impressione che ha ancora il visitatore
non prevenuto è quella di abbandono e di squallore nelle cose, e
di conformismo nelle persone. Oggi come prima c’è un rispetto
indiscusso del passato, un’osservanza scrupolosa della forma:
quella forma che l’Italia derivò dall’età della Controriforma e
dalla dominazione spagnola, e che in poche regioni ha messo
radici profonde quanto in Sicilia. Oggi come prima, rassegnazione
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paziente e conati di ribellione si alternano nella storia intima
del siciliano e sempre con la netta sensazione di una catastrofe
statica che incomba sull’esistenza di ogni uomo. È ancora attuale
l’immagine tramandata dalla letteratura di ispirazione regionale,
da Verga a Vittorini: l’ansia inquieta del nuovo sembra viva negli
elementi giovani, di più promettente umanità, ma è circondata
da un’ aria di compatimento, di superiore saggezza, o vien
considerata come un sacrilegio dinanzi alle abitudini consacrate
dal rispetto che ne ebbero i padri (la religione della casa, della
famiglia, del matrimonio, della morale casistica, dei metodi
antiquati di coltivazione, della fede confessionale, delle forme
primitive di industrie e di commercio, della cultura supinamente
classica e urnanistica di stampo gesuitico: cose vecchie e nuove,
reali e non reali); e, come nei personaggi vittoriniani, ogni forma
di protesta si martiria in se stessa, senza echi al di fuori, senza
risultanze esterne, tesa verso manifestazioni clamorose, ma vuota
di significati e perciò di risultati effettivi.
Direi che il popolo siciliano non conosca ancora un’ armonia
vera, fatta di conquiste spirituali e di amore intenso, eppure
disinteressato, alla vita: si trova a contatto con un mondo nuovo,
ma è rimasto alla fede del trascendente di derivazione medievale
e secentesca: in questo è la ragione prima delle sue espressioni
anacronistiche. L’Europa si liberò dal peso della trascendenza sin
dai primi dell’Ottocento con la rivoluzione idealistica e romantica,
e al mondo superumano definitivamente perduto sostituì la forza
fattiva delle opere e 1’orgoglio della personalità. Per i siciliani del
popolo e della piccola borghesia Iddio è ancora la forza oscura
inattingibile, il Governo è anch’esso un’oscura forza, lontana
da noi e mai identificabile con la nostra volontà, il “maledetto
Governo”, che per gli antenati dell’Ottocento spargeva il colera
e ora succhia il sangue dei poveri cittadini aumentando le tasse
e non concedendo adeguati stipendi; i grandi nomi della politica,
della letteratura, delle scienze regnano in un Olimpo immobile e
sfuggono a ogni considerazione umanamente concreta; il giovane
di famiglia altolocata assume volentieri le arie del “signorino”
classico, da trattarsi col vossignoria e con tanto di rispetto, anche
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se le condizioni economiche e talvolta le condizioni morali si
sono capovolte; il signor conte può essere un inetto e un indegno,
un fallito in tutti i campi, ma è sempre il signor conte: il titolo
nobiliare lo salva da ogni vicenda umana e lo ripone in una
atmosfera rarefatta.
da “Questa Sicilia”, prefazione di Leonardo Sciascia, Venezia, Corbo e
Fiore, 1982.

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Modica e Scicli

Viaggiavo sulla statale 19 [...] Decisi d’imboccare l’uscita per
Vizzini e percorrere la strada interna che attraversa l’altipiano
ibleo passando per Giarratana, Frigintini e, infine, Modica. [...]
Su quelle strade non si può andare veloce, ed è quindi possibile
ammirare l’armonia dei colori della campagna e l’infinito reticolo
di muri a secco che la cinge.
Viaggiavo sulla stessa strada che Eracle, duemila e cinquecento
anni prima, tornando dalla Spagna, esausto percorreva per
rientrare finalmente in patria. Giunto sull’altipiano dei monti
Iblei, l’eroe greco rimase abbagliato dalla bellezza della natura
circostante. Sentì forte il bisogno irrefrenabile di edificare in quei
luoghi qualcosa che potesse sintetizzare l’incanto di quella terra.
Una città! Decise.
[...] Accadde tutto in una notte: sui fianchi delle colline piovvero
come grandine case e maestosi palazzi, e chiese e monasteri. Un
mare di pietra bianca coprì le balze scoscese e le terrazze delle
quattro colline. Infine, dal cielo piovvero i contadini, i panettieri,
i cuochi e le vacche modicane. Così venne al mondo Mothuka.
[...] Cateno era un maestro elementare di cinquantadue anni
con il pallino della politica. [...] Era lui il mio primo contatto,
ed era sempre lui che mi avrebbe portato a Scicli per incontrare
Mario Andronico, compagno di partito e aspirante alla carica di
primo cittadino del comune di Scicli.
Cateno mi raccontò dei quartieri storici di Modica, dell’antica
Contea e dei funghi prelibati del carrubo. Mi raccontò del
quartiere ebreo, di quello arabo e del profumo dei gelsomini. Fu
particolarmente appassionante la parte che riguardò il cioccolato,
lavorato a freddo, la Contea e l’architettura del tardo barocco, di
cui la città è molto ricca.
[...] Modica, diceva Cateno Barone, si sorseggia, non si può
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bere tutta d’un fiato. Lei ti offre l’intimità dei suoi vicoli e dei suoi
tesori, gli echi di millenni di storia e d’intense essenze ancestrali.
Ti offre l’amabilità delle sue genti. Tu abbi solo il piacere di sapere
ascoltare.
Aveva proprio ragione Elio Vittorini nella sua opera incompiuta
le Città del Mondo quando, riferendosi a Modica e Scicli, scriveva:
... la gente è contenta nelle città che sono belle.
Ero a Modica da un paio d’ore e ne ero già innamorato. Il
pensiero di doverla lasciare al termine del lavoro mi metteva
tristezza.
Il contratto per l’acquisto dei voti offerto dall’onorevole si
trovava lì sul tavolo e nessuno dei due aveva fretta di concludere
in modo sbrigativo l’incontro. [...] C’era serenità tutt’intorno.
[...] Distratto dall’inopportuno squillo del mio telefono
cellulare, Cateno dovette interrompere il suo discorso.
[...] Al telefono era il professore. Dal tono della voce mi sembrò
sconvolto. Diceva d’aver trovato nei pressi di Costa Saracena
una ragazza nera, svenuta ai piedi di un albero di eucalipto. La
ragazza, diceva Jachino, era sicuramente sfuggita a qualche banda
di sfruttatori del luogo. [...] Gli raccomandai di stare molto attento.
Se si trattava, come pensavo, della stessa ragazza che avevo in
mente io, la faccenda era pericolosa. [...] Salutai Cateno Barone e
col contratto firmato in tasca mi avviai verso l’albergo. Con lui ci
saremmo rivisti più tardi, per andare insieme a Scicli.
[...] Cateno fu puntuale.. Prima di andare a Scicli, però, volle
portarmi ad ammirare Modica vista dall’alto.
Ci fermammo nel piazzale del belvedere di Malvaxia Vignazza,
e ciò che si aprì alla mia vista fu uno spettacolo di una bellezza
commovente. Ebbi la certezza che, quando gli inviati dell’Unesco
decisero di includere Modica tra le meraviglie del patrimonio
mondiale, si trovassero esattamente sul belvedere di Malvaxia. E
quello che ammirarono li lasciò senza fiato.
Videro aprirsi davanti ai loro occhi una cascata pietrificata di
case monocromatiche, strette e organizzate tra loro. Scendevano
giù ordinate, dall’alto della Torre dell’Orologio sino all’antica
fiumara, e coprivano per intero le fiancate delle colline di
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Pizzo, Giancanta, Monserrato e Itria. I delegati Unesco rimasero
sicuramente incantati dalla magnificenza e dallo slancio
orgoglioso verso il cielo del Duomo di San Giorgio. E Cateno era
là quasi sicuro, che dopo aver lasciato il belvedere, gli osservatori
si fossero spostati in cima al Monserrato, alle diciannove e prima
che la luce del giorno cedesse il passo alla caligine della sera, nel
momento esatto in cui i lampioni e le luci cittadine si accendono,
ad ammirare il più bel presepe naturale della Sicilia.
Lasciammo Modica seguendo la fiumara. Dopo ventiquattro
chilometri giungemmo ai Scicli.
[...] Il numero privato riapparve sul mio telefonino [...].
«Buona sera onorevole. Se mi telefona per il lavoro, può stare
tranquillo, sono a Scicli con Mimmo Barone, che ha già firmato il
suo contratto [...] ».
M’interruppe prima che finissi il resoconto del lavoro:
«No, Rocco, sul buon lavoro che stai facendo non avevo
dubbi, tanto è vero che ti ho pagato in anticipo. Mi chiedevo ... se
eventualmente ... »... « ... se eventualmente tu potessi risolvermi
un problemino appena sorto ... »,
[...] «Mi dica, onorevole, cosa le serve?».
«Diciamo che un mio caro amico ha smarrito una pecorella
nera, la migliore del suo allevamento. E sarebbe disposto a pagare
anche un buon compenso per averla di nuovo nel suo ovile. Lui
mi ha pregato di chiederlo a te questo favore [...] ».
Rimasi sconcertato dalla richiesta. Era evidente che cercavano
la ragazza fuggiasca. E dunque, Jachino in quel momento era in
una situazione ad alto rischio.
[...] Cominciai ad avere il dubbio che gli fosse accaduto
qualcosa.
Il pensiero mutò rapidamente in angoscia. La stessa sera ritirai
il bagaglio dall’albergo e partii per Lentini.
da Alfio Aurora: “Rocco Vizzini. Tutto quello che vedi un giorno sarà tuo”,
Armando Siciliano Editore, 2011.

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Gesualdo Bufalino
Identikit tascabile del siciliano eccellente

1) Tendenza a surrogare il fare col dire. Pessimismo della
volontà.
2) Razionalismo sofistico: il sofisma vissuto come passione.
3) Spirito di complicità contro il potere, lo Stato, l’autorità,
intesi come “straniero”.
4) Orgoglio e pudore in inestricabile nodo.
5) Sensibilità patologica al giudizio del prossimo.
6) Sentimento dell’onore offeso (ma spesso solo quando il
disonore sia lampante e non prima).
7) Sentimento della malattia come colpa e vergogna.
8) Sentimento del teatro, spirito mistificatorio.
9) Gusto della comunicazione avara e cifrata (fino all’ omertà)
in alternativa all’ estremismo orale e all’iperbole dei gesti.
10) Sentimento impazzito delle proprie ragioni, della giustizia
offesa.
11) Vanagloria virile, festa e tristezza negli usi del sesso.
12) Soggezione al clan familiare, specialmente alla madre
padrona.
13) Sentimento proprietario della terra e della casa come
artificiale prolungamento di sé e sussidiaria immortalità.
14) Sentimento pungente della vita e della morte, del sole e
della tenebra che vi si annida.
da Quella difficile anagrafe, in La luce e il lutto, Palermo, Sellerio, 1988
(poi in Opere 1981-1988, a cura di M. Corti e F. Caputo, Milano, Bompiani,
1992).

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La fuga

[...] Lungo la strada provai più volte col cellulare a telefonare
al professore. Provai al telefono della casa di Siracusa e a quella di
Lentini, senza sortire alcun risultato.
[...] Giunsi nella casa in campagna all’una e venti. Il buio era
così denso da nascondere anche il chiarore della roccia bianca
circostante. La pioggia violenta aveva formato sulla stradella in
discesa un torrente impetuoso che trascinava con sé ciottoli di una
certa dimensione. Il bagliore potente di un lampo illuminò per un
istante la porta spalancata della piccola casa. Il cancello d’entrata
era aperto, e uno dei due battenti di ferro era incredibilmente
divelto, come se qualcosa di pesante l’avesse travolto con inaudita
forza.
[...] Nella casa del professore non c’era oggetto, mobile o parete
che non mostrasse il segno della follia distruttiva. Persino le due
porte interne di noce giacevano distrutte sul pavimento.
[...] La Fiat Panda del professore non c’era. Tutto faceva pensare
che chi era venuto a cercarlo non lo avesse trovato e per sfogare
la rabbia aveva distrutto la casa.
L’onorevole aveva ragione [...]. Quella era gente pericolosa,
priva di scrupoli. Dovevo trovare Jachino, prima di loro.
La pioggia di Modica mi aveva accompagnato per tutta la
strada del ritorno, e a Lentini era addirittura mutata in temporale.
Fermai la mia macchina in Via Termini, a una certa distanza
dalla casa di Jachino. Era probabile che qualcuno piantonasse la
sua abitazione, ed era meglio non farsi vedere.
La prudenza mi permise di scorgere una fiammella,
probabilmente quella di un accendino, che all’interno di un’Alfa
164 scura, dava il fuoco alle sigarette degli occupanti. La targa
riportava la sigla della provincia di Catania. Ero certo che quelli
erano lì per Jachino, e in qualche modo questa situazione mi
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rassicurava. Significava che lui era ancora libero. Già, ma dove?
[...] Il balcone e le finestre del professore, al secondo piano del
palazzo, non lasciavano filtrare nessuna traccia di luce. [...] E la
macchina di Jachino non si trovava nel parcheggio.
[...] Non avevo idea di dove potessero trovarsi i due fuggiaschi
in quel momento, ma era inutile rimanere lì.
Le sigarette che tenevo nel taschino della camicia, con la
pioggia erano diventate una poltiglia inservibile [...] Giacché
c’ero, decisi di cercare un distributore automatico di sigarette, e
fare rifornimento prima di rientrare.
La macchina per le sigarette del tabaccaio di Via Etnea era
fuori servizio, e un altro distributore nei dintorni si trovava nella
vetrina del bar tabacchi della stazione ferroviaria. Fu proprio lì
che mi diressi.
[...] Per uscire dalla stazione ferroviaria bisognava attraversare
uno slargo che, rispetto al piano stradale, aveva una certa
depressione, e con quel nubifragio era completamente sommerso
dall’acqua.
[...] Attraversai senza complicazioni quel pantano.
[...] Al primo incrocio della Via Riccardo da Lentini, mi colpì
una vecchia casa diroccata, con i conci sparsi per la strada come
se fosse crollata in quel momento. Attaccate alle due pareti
laterali ancora intere, due monconi di case dall’architettura
simile rappresentavano le ultime tracce dell’antico agglomerato
artigianale.
La visione di quel rudere m’illuminò la mente. Mi ricordai
della vecchia casa dei genitori di Jachino, nel quartiere di San
Paolo. Una catapecchia pericolante che lui non aveva mai voluto
vendere o ristrutturare.
[...] Giunsi in Piazza del Duomo. [...] Per fortuna era tornata
l’illuminazione e le buche colme di pioggia si potevano schivare.
Il campanile della chiesa di Sant’Alfio aveva appena battuto i tre
rintocchi quando imboccai Via Settembrini. Alcune assi di legno
e delle cassette da frutta, smembrate e trascinate dalla pioggia al
centro della via, avevano formato una diga insormontabile. Fui
costretto a scendere e liberare la strada dall’ostacolo.
15

[...] Giunsi ai piedi della pregevole scalinata semicircolare che
forma il podio su cui si poggia la bellissima facciata settecentesca
della chiesa di San Luca: edificata nel 1126 e ricostruita nel XVIll
secolo, dopo il terremoto del 1693, avrebbe precisato il professor
Iachino Terranova; e avrebbe sicuramente citato anche le tele
della Crocefissione, della scuola del Tintoretto, del Bassano e del
Gramignani, che arredano la navata centrale.
Mi lasciai alle spalle la chiesa di San Luca, che segna
l’inizio dell’antico quartiere della Judecca di Lentini, in seguito
denominato San Paolo. Esso si trova adagiato lungo i fianchi
della Cava Ruccia, dentro la quale un tempo scorreva il torrente
Carrunchio, che dopo tanto tempo sembrava fosse tornato agli
antichi vigori, tanta era la quantità d’acqua che scendeva giù da
viuzze e scalinate ripide. Era proprio all’interno della Scala o’
Suretu che si trovava la casa dei genitori di Jachino.
[...] Mi fermai all’imbocco della Scala ‘o Suretu, che per la
pioggia s’era trasformata in un torrente impetuoso, tale da
trascinare giù anche i grossi ciottoli staccatisi dalle rampe più
alte. La viuzza era al buio e tutte le case si trovavano in evidente
stato d’abbandono. L’unico lampione funzionante era posto alla
sommità delle scale e la luce gialla che emanava conferiva alla via
un’atmosfera tetra.
Notai delle intelaiature di metallo ancorate ai muri di case
pericolanti, e riuscii a scorgere anche la porta serrata della
casa di Jachino. Avevo solo perso tempo, quella casa era troppo
malandata, e a nessuno sarebbe venuto in mente di nascondersi
dentro, col pericolo, molto probabile, che gli franasse in testa.
Giunsi alla conclusione che lì non avrei trovato nessuno e che
sarebbe stato meglio cercare altrove. Il fatto era che non sapevo
più dove cercare.
Mi lasciai alle spalle la scalinata e percorsi quasi per intero
tutta la Via San Paolo, deserta e angusta.
[...] Passai a stento tra i muri di un vicolo che finiva dentro
uno slargo illuminato da un lampione, e fu lì che trovai la panda
di Jachino parcheggiata.
[...] Mi avvicinai cautamente.
16

[...] «Jachino ... sei qui?».
[...] «Era ora che arrivassi. Quanto ci hai messo?»,
[...] Dal nulla sbucò e si accostò a Jachino una figura smilza
e goffa dentro la giacca enorme che indossava. Il professore le
avvicinò la fiamma al volto. Mi sembrò bellissima. Il bianco dei
grandi occhi emanava luce propria e i capelli riccioluti e neri
appiccicati alla pelle del viso rimarcavano i lineamenti morbidi
da occidentale, sull’incarnato color tabacco.
«Lei è Bessie», pronunziò il nome della ragazza con orgoglio,
con la consapevolezza di averla sottratta a un’esistenza inumana.
[...] La pioggia ormai sembrava che si fosse stabilizzata nella
versione burrasca, era come se tutte le nuvole del mondo avessero
concordato un appuntamento sul cielo di Sicilia, e nulla faceva
pensare che da lì a poco qualcosa potesse cambiare.
da Alfio Aurora: “Rocco Vizzini. Tutto quello che vedi un giorno sarà tuo”,
Armando Siciliano Editore, 2011.

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Auguste De Forbin

Quanti desiderano avere più dettagli su questa parte della
Sicilia, io li invito a cercarli nell’opera del de Sayve, che ha visitato
con cura Val di Noto, lasciandone una descrizione attendibile e
ricca di interesse. Pochi scrittori, in genere, hanno visto la Sicilia
con più scrupolosa esattezza e ne hanno scritto con più onestà.
Mi diressi attraverso Stafenda verso Pozello, Puzellus, Marza
e le sue mura ciclopiche, infine a capo Pachynum, una delle tre
punte di Trinacria. Mi fecero vedere alcune mura di un tempio di
Apollo. Davanti a me l’isola di Marzamemi e quella di Vindicari.
Attraversato il fiume Helorus, lasciammo l’antica Elato, non
senza essere passati vicino al monumento trionfale di Ippocrate:
una colonna di 40 piedi di altezza e di circa 10 di diametro, che
ricorda la vittoria riportata da questo re di Gela sui Siracusani nel
461 a. C. Ecco le campagne che Ovidio chiama Heloria Tempe.
Un veloce spostamento e mi trovai a Noto, l’antica Neetum; ad
Avola ne disegnammo la grotta, così profonda, così pittoresca,
attraversata in tutta la sua lunghezza dal fiume Casibili. Vidi i
resti di Hybla - che tristezza! - e infine Floridia, che si trova a sole
due leghe da Siracusa.
Una sosta sotto un albero a Palagonia, sulle rive del fiume Terias
e poi, via!, al Leontinus ager, tanto famoso per la sua fertilità,
quindi a dormire a Lentini (19), l’antica Leontium, dove si trovano
ancora quotidianamente vasi e medaglie. Fondata - almeno, si
crede - dal calcidese Teocle nei campi Lestrigoni, fu distrutta
da un terremoto nel 1169. Non è più possibile dire con l’antico
proverbio Leontini semper ad pocula, perché vi si mangia molto
male davvero. Da Lentini, che dista dai piedi dell’Etna quindici
miglia circa, si calcola meglio l’estensione di questo vulcano che
domina un quarto abbondante della Sicilia.
Da “Ricordi della Sicilia”, Edizioni Lussografica, Caltanissetta, 2005.

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Manlio Sgalambro

‘’Là dove domina l’elemento insulare è impossibile salvarsi.
Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola
è segnata da questa certezza: un’isola può sempre sparire. Entità
talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola
vale la metafora della nave; vi incombe il naufragio. Il sentimento
insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello
stare in un’isola, come modo di vivere, rivela l’impossibilità di
sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è
l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe
voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere. La storia
gli passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto
dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità
è ogni storia! La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si
esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo ‘tedeum’ storico, fattispecie del Nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico.
Solo nel momento felice dell’arte quest’Isola è vera’’.
Intervista a Blog Sicilia, 1994.

19

Elio Vittorini

Uno degli anni in cui noi uomini di oggi si era ragazzi o
bambini, sul tardi d’un pomeriggio di marzo, vi fu in Sicilia un
pastore che entrò col figlio e una cinquantina di pecore, più un
cane e un asino, nel territorio della città di Scicli.
Questa sorge all’incrocio di tre valloni, con case da ogni parte
su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo del letto
d’una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in
più punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini.
È a pochi chilometri da Modica, nell’estremità sud-orientale
dell’isola; e chi vi arriva dall’interno se la trova d’un tratto ai
piedi, festosa di tetti ammucchiati, di gazze ladre e di scampanii;
mentre chi vi arriva venendo dal non lontano litorale la scorge
che si annida con diecimila finestre nere in seno a tutta l’altezza
della montagna, tra fili serpeggianti di fumo e qua e là il bagliore
d’un vetro aperto o chiuso, di colpo, contro il sole. L’uomo e il
ragazzo che vi arrivarono quel pomeriggio con le loro pecore
tornavano da un inverno passato in prossimità del mare: prima
lungo le rive dei tristi fiumi malarici che corrono a ponente di
Vittoria, poi tra le dune dai pendii biancheggianti di gesso che
si chiamano Maccòni di Camarana, infine sulla landa coperta
d’assenzio ch’è in bocca alla cava d’Aliga, dove non si vede volare
altro uccello che il corvo avanti e indietro verso il promontorio o
dal promontorio che porta il suo nome.
Seguito per qualche chilometro il terrapieno d’una ferrovia e
avventuratisi, diversamente da altre volte, su strade dirette a nord
che salivano tra campi di verde giovane, tutti chiusi da cinte di
pietrame, essi s’eran trovati a condurre il gregge, cercandogli un
luogo non coltivato che potesse servirgli da pascolo, molto più in
alto di quanto forse non volessero. Il posto appariva solitario: una
spianata di roccia con cielo intorno quasi da ogni lato; e padre e
20

figlio, stanchi e accecati dal sole, non aspettarono di raggiungere
uno dei suoi limiti per fermarsi a mangiare un po’ di pane e olive.
Poi il sonno s’era posato in fronte a entrambi con un peso misto di
odori campestri e di luce diventato a poco a poco anche di musica
per via dei belati e dei rintocchi di bronzo che si alzavano, alle
distanze più varie, dalle pecore.
Ma al risveglio si accorsero che in quella musica vibrava uno
strano miele come se un’orchestra suonasse davvero da qualche
parte: o di sopra a loro nella profondità del cielo, o di sotto a
loro nella profondità della terra su cui sedevano. Istintivamente,
sollevarono gli occhi a cercarla entro il culmine dell’azzurro. Nel
frattempo distinguevano note anche familiari attraverso il rombo
dei suoi metalli sconosciuti. Voci umane? Rumori dell’attività degli
uomini? Pareva che si udisse persino il cigolio di un carretto. Era
come qualcosa che arrivasse lassù a un compimento immortale
da uomini lontani di migliaia di anni o di migliaia di chilometri.
Padre e figlio si scambiarono un’occhiata; e di nuovo
percorsero con lo sguardo la superficie del deserto di pietre fin
dove l’aria lo tagliava; poi si misero a riunire le pecore. L’uomo
fischiava loro. Il ragazzo correva intorno insieme al cane. Ma egli
si arrestava ogni tanto dietro a un arbusto o dietro una roccia;
e anche otteneva, per un minuto o due, che il cane smettesse di
abbaiare. Egli voleva sentire, evidentemente, se lo strano suono
vi fosse sempre. Correva e scompariva. Ricompariva e correva.
E d’un tratto, mentre le pecore affluivano in un’ultima ondata,
l’uomo l’udì che lo chiamava con voce piena d’urgenza: - Papà.
Babbo. Babbo.
***
Non era un grido d’allarme, o che chiedesse aiuto. Anzi
sembrava gioioso, addirittura esaltato, esultante. Solo che non
dava tregua, e l’uomo si affrettò a strapparsi fuori dalla massa
delle groppe che lo incalzavano. - Rosario! - gridò in risposta. Rosario!
Fu con voce carica di preoccupazione, fors’anche perché non
vedeva da che parte Rosario si trovasse.
- Eccola lì, - poté udirlo richiamare. - Papà. Babbo. L’uomo
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strinse forte il bastone e raccolse inoltre una pietra.
Il cane era emerso dall’orlo di roccia in un punto poco lontano.
Abbaiava fitto ma festoso, ai cieli, al sole, saltando e dimenandosi.
Ed egli andò in quella direzione, correndo.
- Vengo. Vengo.
Ma la pietra la lasciò cadere, appena arrivato. Il volto di Rosario
si era alzato radioso dinanzi ai suoi piedi dalla roccia che scendeva
tra cielo e cielo. Insieme gli si era aperta dinanzi la città di Scicli,
con le corone dei santuari sulle teste dei tre valloni, con le rampe
dei tetti e delle gradinate lungo i fianchi delle alture, e con un
gran nero di folla che brulicava entro a un polverone di sole giù
nel fondo della sua piazza da cui parte e s’allarga verso occidente
un ventaglio di pianura. Rosario era felice, indicandola al padre,
come se avesse temuto di vederla svanire prima del suo arrivo. Che
ora il padre fosse lì a guardarla lui pure sembrava gliela rendesse
più reale, o comunque più durevole. Abbracciò il cane al collo, in
un gesto di entusiasmo, e di nuovo indicò tutta la valle di case; poi
i quartieri delle pendici ch’erano deserti e immobili nell’azzurro
dell’ombra; poi la folla ch’era in fondo, immersa nel sole, e in
essa indicò l’origine della musica che s’udiva vibrare ogni tanto,
filtrata dalle diecimila stanze vuote e dalle gole d’organo della
montagna.
- Ma che cos’è? - domandò. - È Gerusalemme?
Aveva negli occhi punte azzurre di sole che gli impedivano
di distinguere che faccia facesse suo padre. L’udì in ogni modo
rispondergli: - Non so che città sia -. Egli, con questo, non aveva
detto che non poteva essere la Città per eccellenza: Gerusalemme
o altro che si chiamasse. Sicché Rosario andò avanti a indicarne
come conferme d’un prodigio anche i particolari piú semplici: un
aquilone color topazio che fluttuava fisso in un punto con una
lunga coda inanellata; una gazza che si era posata sulla ringhiera
di un balcone guardandosi nello specchio d’un vetro chiuso; la
nera figura di una donna che accendeva il fuoco nel forno, su una
specie di cortile o di pianerottolo...
La donna era l’unico essere umano che si scorgesse in tutto il
quartiere della pendice dirimpetto. Soltanto lei e il fumo del suo
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forno si muovevano tra quei tetti, entrambi silenziosi allo stesso
modo. Il fuoco era una tonda macchia rossa ora più vivida e ora
meno vivida, e la donna lo alimentava di fascine o vi frugava
dentro con un’asta senza che ne venisse alcun rumore. A volte
la si vedeva anche sollevare una piastra da terra e tappare con
essa la bocca del forno, o, viceversa, staccare la piastra dal
forno e posarla in terra, sempre senza che ne venisse il minimo
rumore. E a volte invece accadeva, pochi secondi dopo di averla
vista spezzare un ramo contro la gamba, che giungesse il suono
secco del legno spezzato, misteriosamente più forte del tremito di
musica che sbarrava l’aria.
Rosario si girò verso il padre e gli sorrise, nell’indicare la
donna. - La mamma, - disse, col sorriso che gli si allargava sulla
faccia.
- Certo ha fatto il pane, - disse il padre, - fino a due giorni
prima che tu nascessi.
- Faceva un buon pane? - Rosario disse. - Mi piacerebbe
che non fosse morta e che ora lo stesse facendo per noi -. Ma
egli desiderava, non rimpiangeva. E annusò nello spazio che lo
divideva dalla donna e dal suo forno. - Non avresti potuto sposarti
di nuovo, - chiese. - Dopotutto avrebbe fatto comodo anche a te di
avere di nuovo una moglie...
Egli fu dunque completamente assorto nella contemplazione
del minuscolo nocciolo di vita ch’era la donna di là dal cristallo
dello spazio. Essa aveva portato in casa il resto d’una fascina e,
tornata fuori, se ne stava adesso accanto alla porta muovendo
un braccio intorno al capo. Cos’era che combinava? Il ragazzo
indovinò il suo viso, e indovinò la sua mano. - Vedi! - esclamò,
con gli occhi che scintillavano. Disse trionfante che si ravviava
i capelli entro al fazzoletto che glieli proteggeva. E precisò, al
colmo del trionfo:
- Se li liscia, sai!
Il padre non trovava più nulla che gli potesse dire. Lo guardò
un po’ perplesso come ogni tanto guardava i luoghi ch’erano in
faccia e sotto a lui. E lo vide volgere altrove i suoi occhi di furetto.
Un clamore s’era alzato dalla città insieme a centinaia di gazze
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e di cornacchie che avevano lasciato di colpo le rocce sparse tra
i tetti. O erano campanili ch’esse avevano lasciato? Certo nella
musica ferma al centro del cielo sembrava che scalpitassero anche
i metalli di uno scampanio. Le cornacchie andarono a posarsi, in
turbini di foglie nere, sulle rocce che sovrastavano i quartieri
delle pendici. Batuffoli di fumo galleggiavano in faccia a balconi
zeppi di folla giù tra i luoghi da cui era cominciato il loro volo. Più
avanti nella scia del loro percorso s’erano invece palesati zaffiri e
ametiste di palloncini che sballottavano, e ancora aquiloni che si
contorcevano qua e là, un secondo, un terzo, un quarto, un quinto,
tutti con la coda inanellata come il topazio del primo, ripigliando
tutti quota nell’aria sconvolta dalla raffica di tante ali. Ora le
cornacchie strepitavano affacciate dai cornicioni di roccia. Erano
giunte le detonazioni dei primi batuffoli di fumo, e le cornacchie
strepitavano.
Altre ne giungevano di altri, e le cornacchie strepitavano.
Esplodevano gradinate, esplodevano cancellate, esplodevano e
s’incendiavano schiere di palloni variopinti saliti a dondolarsi
nel cielo, e le cornacchie erano sempre là sopra che strepitavano.
Infine accadde che esplosero le cinquantamila mani della folla di
cui brulicava la piazza; allora lo strepito delle cornacchie fu anche
di fanciulli, e di trombette e fischietti ch’essi suonavano; e Rosario
poté distinguere, su ballatoi, o in cortili, o su pianerottoli di scale
all’aperto, figure che sventolavano un fazzoletto salutando come
da un treno, dove in gruppi e dove isolate. La donna del forno
s’era tirato fuori dalla scollatura del vestito il fazzoletto col quale
salutava. Essa si teneva sulla punta dei piedi al centro del suo
cortile e salutava alle case più in alto e a quelle più in basso. Come devono essere contenti in questa città! - esclamò Rosario.
***
Il padre allora si rialzò, calcandosi in testa il berretto dalla
visiera mangiucchiata. Il suo sguardo passò sopra le pecore che
aspettavano cento metri più indietro, coi musi posati sul collo
l’una dell’altra. E il suo piede si avviò, ma diede di cozzo nella
pietra ch’egli aveva portata fin là come un’arma e poi lasciata
cadere.
24

Rosario continuava: - È la più bella città che abbiamo mai vista.
Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di
Nicosia, e più di Enna...
Il padre non lo negava. Egli considerava la pietra senza dir nulla,
e Rosario poté soggiungere: - Forse è la più bella di tutte le città
del mondo. E la gente è contenta nelle città che sono belle. Non
ti ricordi che gente contenta c’era nelle belle città che abbiamo
girate per la novena dell’altro Natale? E che gente contenta c’era
a Caltagirone per lo scorso Carnevale? E che gente contenta c’era
a Ragusa per i Morti dell’anno prima? E che gente contenta c’era
per l’ultima Pasqua che abbiamo passata a Piazza Armerina?
Il padre non negava niente di niente, era solo sopra-pensiero,
sempre considerando la pietra ai suoi piedi, e Rosario non si fermò
che un attimo, poi riprese: - E si capisce che sia contenta. Ha belle
strade e belle piazze in cui passeggiare, ha magnifici abbeveratoi
per abbeverarvi le bestie, ha belle case per tornarvi la sera, e ha
tutto il resto che ha, ed è bella gente. Tu lo dici ogni volta che
entriamo a Nicosia. Ma che bella gente! È lo stesso ogni volta che
entriamo a Enna. Ma che bella gente! Lo stesso ogni volta che
entriamo a Ragusa. Ma che bella gente! E se incontriamo un uomo
vecchio tu dici ma che bel vecchio. Se incontriamo una donna
giovane tu ti volti e dici ma che bella giovane. Vorresti negarlo?
Tu dici che dev’essere per l’aria buona, ma più la città è bella e più
la gente è bella come se l’aria vi fosse più buona...
Il padre sorrise, di sotto ai pensieri che gli annuvolavano la
fronte, e anche mormorò, tra quei suoi pensieri: - Può darsi -.
Il suo sguardo, tuttavia, non si staccava dalla pietra, e Rosario
incalzò, a braccia spalancate: - Figurati in questa città che è la più
bella del mondo la bella gente che vi deve abitare. I bei padri che
qui devono avere tutti i figli. E le belle mamme che devono avere.
Le sorelle. Le zie. Le cugine. Le mamme...
La sua mano si mosse, certo a indicare una donna del forno.
Ma, cercando il cortile dove l’aveva vista, egli trovò più in alto un
terrazzino dove una seconda donna dondolava un ferro da stiro
con dentro fuoco di carbone che sprizzava scintille a sciami, e
allora indicò in lei e nei suoi movimenti giovani la stessa cosa che
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intendeva indicare nell’altra. Gridò: “Come lei che ha infornato il
pane e che ora scalda il ferro per stirare e che...” Gridò con tutta
la sua voce di ragazzo: - “ E che... E che... - E non seppe più finire,
nello stupore del miracolo ch’era ai suoi occhi, così da lontano,
una donna scoperta ad accendere il fuoco in un ferro da stiro tra
il folto d’un bosco di casa.
- Può darsi, - ripeté il padre, senza che si fosse voltato. Egli non
vedeva Rosario indicargli la nuova Vestale con l’arco di scintille
intorno alla sua figura nera, e fu inaspettatamente che lo sentì
chiedergli: - Era bella la madre che ho avuta?
Ma lo sentì, subito dopo, che se ne infischiava d’ogni risposta
sua, e che gli importava unicamente di seguire il proprio filo, e
svolgerlo. Lo sentì che diceva: - Io non vorrei esser nato da una
donna brutta come sono le donne delle città brutte. Di Alimena,
per esempio. Che schifo! O di Resuttano. Che schifo di schifo! O
di Licata. Che schifo di schifo di schifo! Fortuna che mia madre
era di Aidone, e che Aidone non è brutta. Ma vorrei che fosse stata
di una città più bella, e per questo non mi dispiace troppo che sia
morta, e che tu sia un vedovo che potrebbe sposarsi un’altra volta
e farmi avere un’altra madre in una città come Nicosia o in una
come Enna o come questa...
Stavolta il padre non ripeté il suo “può darsi”. Allungato lo
sguardo di sopra alla spalla egli considerava la testa del ragazzo,
enorme d’una nera massa di capelli come una nidiata nera. La
considerò con la concentrata attenzione che aveva avuto fino a
poco prima per la pietra. Con lo stesso annuvolamento di pensieri
tutto in giro alla fronte. Quindi sollevò il bastone che ancora
teneva stretto verso metà come quand’era accorso, armata di esso
una mano e della pietra l’altra. Lo sollevò per fare che cosa? Non
fece nulla. Lo riabbassò. Ma era certo per fare qualcosa che lo
aveva sollevato.
- Non parli tu? - gli chiese il ragazzo, proprio mentre lui
riabbassava il braccio.
La sua testa nera aveva avuto un piccolo scatto e mostrava il
faccino radioso a scrutare il padre con aria che sembrava d’ironica
provocazione, canzonatoria.
26

- Tutto quello che sai dire, - gli gridò, - è solo può darsi... E gli
rifece il verso: - Può darsi... Può darsi...
***
Ma l’attimo successivo i suoi occhi ridevano di tenerezza.
Il padre ricambiò, sebbene a fior di labbra, quel sorriso. Si udí
insieme qualche belato, si udí il cane, si udí l’asino, si udí qualche
scrollo di campano da pecora: tutto dell’antico mondo loro che
metteva fuori i consenso del proprio suono; e Rosario saltò su,
imbaldanzito, dall’orlo della sponda di roccia.
- Vero? - esclamò. - Non è vero? Non ho ragione? Non lo pensi
tu pure?
Aveva afferrato un braccio del padre, se lo passò intorno al
collo, e se ne teneva la mano sul petto, un irsuto ciocco di mano,
con tutte e dieci le sue dita gentili di ragazzo. - Nelle città brutte, continuò, - la gente è anche cattiva. Abbiamo visto a Licata come
ci guardavano male con quei ceffi che hanno sempre avvolti
in uno sciallaccio nero e coperti di barba. E l’abbiamo visto ad
Alimena. L’abbiamo visto a Resuttano. L’abbiamo visto nei paesi
delle zolfare. La gente è disgraziata, nei posti così, non ha nulla
di cui rallegrarsi, nulla mai che la faccia un po’ contenta, e allora
è per forza cattiva. È brutta ed è cattiva, è sporca ed è cattiva, è
malata ed è cattiva...
Il padre torceva un po’ la mano come se volesse ritirarla, e il
ragazzo gliela stringeva piú forte. - Non dico giusto? - domandava.
Ma non insisteva. Era troppo pieno di fervore per aver bisogno
che il padre gli rispondesse. Alzava gli occhi a guardargli in faccia
la ritrosia: o il timore che poteva essere, l’inquietudine che poteva
essere; e passava sopra a tutto, sicuro di sé, con un nuovo galoppo
di parole. Disse che la gente delle città belle era anche buona né
piú né meno come la gente delle città brutte era anche cattiva.
Le città belle, cioè, avevano anche questo merito: di render la
gente brava e buona. - No? - egli diceva. - Non ti pare? - diceva. Il
padre non negava e non assentiva, e lui andava avanti a parlare,
guardatolo un’altra volta, come se ne ricevesse delle risposte
affermative. Piú una città era bella, diceva, e piú la gente vi aveva
modo di esser buona. Vi aveva di che rallegrarsi di piú ed era piú
27

buona. Vi aveva di che essere più contenta ed era pià buona. O
il padre non ne conveniva? Il padre non lo negava, e Rosario, lo
guardava e riattaccava.
Egli disse infine della città che avevano sotto gli occhi. A
giudicare da com’era bella bisognava che la gente vi fosse
straordinaria. Egli lo scommetteva. E andò oltre ogni limite
di quanto padre e figlio si fossero detto mai, per dire della vita
straordinaria che vi si doveva vivere...
- Qui ciascuno dev’essere come se fosse un re o un barone.
Con tutti che lo chiamano Vossignoria. Con nessuno che può
dargli del tu e trattarlo male. Con nemmeno il ma-resciallo che
lo possa sgridare e insultare. Con niente che sia costretto a fare
o non fare per paura. Invitato alle feste di ogni casa. Accolto
dovunque voglia entrare. Con ogni ragazza che lo può prendere
per marito anche se è un povero capraio. E poi con un cavallo che
può montare invece d’un asino o un mulo, proprio come un re che
cavalca anche se è solo un contadino che si reca a zappare...
Rosario non si curava più di trattenere la mano del padre.
Questo perciò aveva potuto ritirarla, e ora accadde che l’alzò e si
strappò di testa il berretto.
- Basta! - gridò insieme. E buttò il berretto per terra.
- Ma papà... - esclamò il ragazzo. - Ma babbo... - Lo guardava
con gli occhi pieni di voglia di scoppiare a ridere, e tuttavia
anche un po’ sconcertato vedendo ch’era rosso come quando si
arrabbiava sul serio. Si chinò, sempre guardandolo, a raccogliergli
il berretto, e disse di nuovo: - Ma babbo... - Poi scrollò il berretto,
e lo sbatté, e disse: - Ma insomma... - Poi disse: - Ma che ho detto?
- Né si lasciò intimidire da un movimento di stizza che il padre
riaccennava.
Stava lui pure arrossendo. - Una città non nasce come un
cardo, - disse. - O sono gli angioletti che vengono a posarla su
una collina? - Aveva ancora gli occhi che volevano ridere, ma la
sua voce si alzava sempre di piú e diventava stridula. Disse che
dunque non era combinazione se Enna era la nobile Enna e Licata
era schifosa. - Che diamine! - disse. Tutto dipendeva dal modo in
cui la gente viveva. Dove la gente viveva come a Enna si aveva
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Enna, e dove la gente viveva come a Licata si aveva Licata. Egli
ripeté in senso inverso il suo discorso di poco prima. Disse per
la gente quello che prima aveva detto per le città, dicendo invece
per le città quello che prima aveva detto per la gente. Si sbatteva
il berretto del padre contro le ginocchia e diceva il contrario di
una cosa che aveva detto. Si sbatteva di nuovo il berretto contro
le ginocchia, lo faceva schioccare, e diceva il contrario di un’altra
cosa che aveva detto. Ma questo era per illustrare quello che aveva
detto e per ribadirlo. Per confermarlo.
- Non ho proprio detto, - concluse, - nessuna sciocchezza -. E
allungò al padre il berretto; con le guance ormai rosse come di
bandiere che gli sventolassero dentro.
da Le città del mondo, in Opere narrative, vol. II, Mondadori, 1982.

29

Città dei poeti
Quid tibi visa Chios, Bullati, notaque Lesbos,
quid concinna Samos, quid Croesi regia Sardis,
Zmyrna quid et Colophon? maiora minorave fama ,
cunctane prae Campo et Tiberino flumine sordent?
Ac venit in votum Attalicis ex urbibus una?
an Lebedum laudas odio maris atque viarum?
Scis Lebedus quid sit: Gabiis desertior atque
Fidenis vicus ; tamen illic vivere vellem ,
oblitusque meorum, obliviscendus et illis,
Neptunum procul e terra spectare furentem.
Sed neque qui Capua Romam petit, imbre lutoque
aspersus, volet in caupona vivere; nec qui
frigus collegit, furnos et balnea laudat
ut fortunatam plene praestantia vitam;
nec si te validus iactaverit Auster in alto,
idcirco navem trans Aegaeum mare vendas.
Incolumi Rhodos et Mytilene pulchra facit quod
paenula solstitio, campestre nivalibus auris,
per brumam Tiberis, Sextili mense caminus.
Dum licet ac voltum servat Fortuna benignum,
Romae laudetur Samos et Chios et Rhodos absens.
Tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam
grata sume mami neu dulcia differ in annum ,
ut quocumque loco fueris vixisse libenter
te dicas; nam si ratio et prudentia curas,
non locus effusi late maris arbiter aufert,
coelum, non animum mutant, qui trans mare currunt.
Strenua nos exercet inertia ; navibus atque
quadrigis petimus bene vivere. Quod petis, hic est,
est Ulubris , animus si te non deficit aequus.

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Bullazio, cosa te ne sembra di Chio e della decantata Lesbo,
cosa te ne sembra della raffinata Samo e della reggia di Creso a Sardi,
e di Smirne e di Colofone? Meglio o peggio rispetto alla loro nomea?
Tutto è miserabile per te in confronto al Campo Marzio o al fiume
Tevere?
O forse venne in tuo gradimento una delle città attaliche?
Oppure adori Lebedo, a causa del tuo odio verso il mare e verso i
viaggi?
Sai Lebedo è questa: un villaggio più deserto di Gabi e di Fidene;
eppure io vorrei vivere là, senza memoria dei miei e dimenticato da
loro
e il mare, furioso, lo vorrei guardare da lontano, dalla terra ferma.
Ma chi da Capua si dirige alla volta di Roma, solo perché inzaccherato
di pioggia e fango,
non vorrà vivere in un’ osteria; né chi ha preso freddo adora le stufe e
i bagni caldi,
come se assicurassero una vita completamente felice;
né se il violento Scirocco ti avrà sbattuto in alto mare
per questo, una volta superato il mare Egeo, venderesti l’imbarcazione.
Per chi è già appagato, Rodi e la bella Mitilene servono quanto
un mantello pesante in piena stagione estiva,
una veste leggera sotto un cielo nuvoloso,
un bagno nel Tevere d’inverno, un braciere in Agosto.
Finché è lecito e la Sorte mantiene un volto benevolo,
a Roma, da lontano, sia lodata Samo, Chio e Rodi.
Tu, qualunque momento il dio ti avrà riservato in sorte,
accettalo con riconoscenza e non rimandare di anno in anno le gioie,
perché tu possa dire, in qualunque posto sia stato, di aver vissuto con
piacere;
Infatti se la ragionevolezza e la saggezza
e non un luogo che domina su un’ampia distesa di mare rimuovono gli
affanni,
allora coloro che solcano il mare mutano cielo ma non la disposizione
dell’animo.
Un’irrequieta indolenza ci tormenta: cerchiamo di vivere felicemente
attraverso navi e quadrighe.
Ciò che cerchi è qui, ad Ulubra, se non ti manca la ragionevolezza.
Orazio, Epistole, I, XI, traduzione dal latino di Caterna Battiato.

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Finestra sul futuro

Scintille Resilienti e Resistenze Mutevoli
Paesaggi sconnessi rivelano inaspettate antropiche armonie di
rara bellezza.
Tracciare nuove vie, ripercorrendo antichi sentieri, intravedere
bagliori lontani di scintille negate, da resistenze mutevoli,
nella forma, mai nella sostanza. Negarsi il già visto, resistere,
galleggiare, sopravvivere, nella terra comune resa atrofica, come
esseri uguali nella mai sopita diversità. La terra del mito, libera
elementi sapienti, scintille, in cerca di un soffio per ardere il fuoco
del tripode.
Benvenuti a Leontinoi, luogo di una civiltà rupestre unica,
articolata e stratificata nei 3.000 anni di storia del suo vissuto
umano, e lo custodisce ancora oggi, in tutte le sue evidenze. Da
anni si parla che, dell’area di Leontinoi se ne vorrebbe fare un
parco, tuttavia le vicissitudini articolatesi, nel corso degli ultimi
15 anni, di fatto hanno prodotto solo resistenze mutevoli in
tale direzione. Nonostante tutto, oggi abbiamo l’individuazione
ufficiale del perimetro del nascente Parco di Leontinoi, da questa
perimetrazione partiremo per condurvi in un percorso alla ricerca
di scintille resilienti.….
Emilio Martines
Presidente Trekking Leontino

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“ Campagna di Ciricò “ Pennino a bagno con inchiostro preparato da me. cm. 26 x 12,2. G.
Bordonaro. 2002.

Finito di stampare per conto di “Città Resiliente”
nel mese di maggio 2016
presso la Biblioteca Civica “Riccardo da Lentini”,
Via Aspromonte, 5 - 96016 - Lentini (SR)

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