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Libretto resilienza 3 .pdf



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Laboratorio di ri-lettura del palinsesto urbano
e di valorizzazione di pratiche di resilienza

III
Benicomuni
Lentini, 2016

In copertina
“Striscia gialla di campagna estiva con campi di grano
di Lentini “.
Olio su tela. cm.50x70.
G. Bordonaro. 1975.

Prefazione

Da qualche anno la Biblioteca Civica “Riccardo da Lentini”
ha avviato una serie di percorsi strutturali nel tentativo di
ingenerare, soprattutto nell’immaginario collettivo dei suoi
utenti più affezionati, l’immagine, appunto, di un luogo non più
avvertito soltanto come il “tempio della Cultura”, e perciò quasi
intoccabile quando non anche inavvicinabile. Invece, sulla scorta
delle più attuali indicazioni nel campo della gestione e fruizione
delle biblioteche e sulla base di alcune intuizioni espresse in
Italia soprattutto da Antonella Agnoli - che fra l’altro abbiamo
avuto occasione di ospitare qui da noi in biblioteca -, il nostro
spazio culturale si sta mostrando alla città come un incubatore e
contenitore di idee e progetti culturali ad ampio raggio.
È proprio da queste premesse che nel corso di alcuni anni - a
partire dall’estate del 2014 con il progetto “Spartiti associati” e
poi con le diverse altre attività -, abbiamo intrapreso tutta una
serie di iniziative che stanno coninvolgendo sempre di pù diverse
associazioni culturali presenti sul territorio, le scuole di ogni
ordine e grado e singole personalità del mondo della cultura per
un percorso comune e con alcune parole d’ordine: inclusività,
contaminazione e diversità. Tra le varie attività, mi fa piacere
menzionare la presentazione di alcuni libri, sia di autori del
territorio che di caratura nazionale, oltra ai gruppi di lettura e agli
altri progetti sia per grandi che per piccini, che per la prima volta,
soprattutto questi ultimi, si avvicinano al mondo delle biblioteche.
Il laboratorio Città Resiliente si inserisce perfettamente in
questa serie di eventi, e a tutti quanti è sembrato che il luogo più
naturale per affrontare tutti i temi che di volta in volta scaturiscono
da questi incontri fosse proprio la Biblioteca.
Anna Ippolito
3

Aglaura

Poco saprei dirti di Aglaura fuori delle cose che gli abitanti
stessi della citta’ ripetono da sempre: una serie di virtu’ proverbiali, d’altrettanto proverbiali difetti, qualche bizzarria, qualche
puntiglioso ossequio alle regole. Antichi osservatori, che non c’e’
ragione di non suppore veritieri, attribuirono ad Aglaura il suo
durevole assortimento di qualita’, certo confrontandole con altre citta’ dei loro tempi. Ne’ l’Aglaura che si dice ne’ l’Aglaura
che si vede sono forse molto cambiate da allora, ma cio’ che era
eccentrico e’ diventato usuale, stranezza quello che passava per
norma, e le virtu’ e i difetti hanno perso eccellenza e disdoro in
un concerto di virtu’ e difetti diversamente distribuiti. In questo
senso nulla e’ vero di quanto si dice di Aglaura, eppure se ne trae
un’immagine solida e compatta di citta’, mentre minor consistenza raggiungono i giudizi che se ne possono trarre a viverci. Il risultato e’ questo: la citta’ che dicono ha molto di quel che ci vuole
per esistere, mentre la citta’ che esiste al suo posto, esiste meno.
Se dunque volessi descriverti Aglaura tenendomi a quanto ho visto e provato di persona, dovrei dirti che e’ una citta’ sbiadita,
senza carattere, messa li’ come viene viene. Ma non sarebbe vero
neanche questo: a certe ore, in certi scorci di strade, vedi aprirtisi
davanti il sospetto di qualcosa di inconfondibile, di raro, magari
di magnifico; vorresti dire cos’e’, ma tutto quello che s’e’ detto di
Aglaura finore imprigiona le parole e ti obbliga a ridire anziche’
a dire. Percio’ gli abitanti di Aglaura credono sempre di abitare
un’Aglaura che cresce solo sul nome Aglaura e non si accorgono
dell’Aglaura che cresce in terra. E anche a me che vorrei tener distinte nella memoria le due citta’, non resta che parlarti dell’una,
perche’ il ricordo dell’altra, mancando le parole per fissarlo, s’e’
disperso.
da “Le città invisibili”, di Italo Calvino, 1972.

5

Antonio Gramsci

Lettere dal carcere
203.

3 agosto 1931
Carissima Tatiana,
a me pare che tu abbia drammatizzato la mia espressione sui
«fili strappati» e perciò voglio precisare meglio il mio attuale stato
d’animo. Io ho la impressione, che si va sempre piú radicando e
acquistando la forza di una convinzione, che il «mondo» delle
mie relazioni affettive si sia ormai abituato all’idea che io sono
in carcere. Ciò non avviene senza reciproca; anch’io mi sono
abituato all’idea che gli altri si sono abituati ecc. e ciò appunto
costituisce il mio stato d’animo. Ti ho scritto che nel passato ciò
mi è avvenuto qualche altra volta (sebbene non con riferimento a
carcere, naturalmente) ed è vero. Ma nel passato queste «rotture
di fili» quasi mi riempivano di orgoglio, tanto che non solo non
cercavo di evitarle, ma le promuovevo volontariamente. In realtà
allora si trattava di fatti progressivi necessari per la formazione
della mia personalità e la conquista della mia indipendenza; ciò
appunto non poteva avvenire senza rompere una certa quantità di
fili, poiché si trattava di mutare completamente il terreno su cui
sviluppare la mia vita ulteriore. Oggi non è cosí, oggi si tratta di
cose piú vitali; non essendoci da parte mia mutamento di terreno
culturale, si tratta di sentirmi isolato nello stesso terreno che di
per se stesso dovrebbe suscitare legami affettivi. Non credere
che il sentimento di essere personalmente isolato mi getti nella
disperazione o in qualunque altro stato d’animo da tragedia. Di
fatto io non ho mai sentito bisogno di un apporto esteriore di
forze morali per vivere fortemente la mia vita anche nelle peggiori
condizioni; tanto meno oggi, quando io sento che le mie forze
volitive hanno acquistato un piú alto grado di concretezza e di
validità. Ma mentre nel passato, come ho detto, mi sentivo quasi
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orgoglioso di trovarmi isolato, ora invece sento tutta la meschinità,
l’aridità, la grettezza di una vita che sia esclusivamente volontà.
Questo è il mio attuale stato d’animo.
– Mi pare che tu non abbia ricevuto, o abbia ricevuto con
gran ritardo, una mia lettera di qualche settimana fa; si trattava
di poche righe per te e di poche righe per mia sorella Teresina.
Sai che non mi scrivono da casa da parecchio e non mi mandano
notizie sulla salute della mamma? Sono molto preoccupato al
riguardo. – Ho dato una prima scorsa all’articolo del principe
Mirschi sulla teoria della storia e della storiografia e mi pare che
si tratti di un saggio molto interessante e pregevole. Del Mirschi
avevo letto qualche mese fa un saggio su Dostoievschi pubblicato
in un numero unico della «Cultura» dedicato al Dostoievschi
stesso. Anche questo saggio era molto acuto ed è sorprendente
che il Mirschi si sia con tanta intelligenza e penetrazione
impadronito di una parte almeno del nucleo centrale del
materialismo storico. Mi pare che la sua posizione scientifica sia
tanto piú degna di nota e di studio, in quanto egli si dimostra
libero da certi pregiudizi e incrostazioni culturali che si erano
venuti parassitariamente infiltrando nel campo degli studi di
teoria della storia in conseguenza della grande popolarità goduta
dal positivismo alla fine del secolo scorso e agli inizi dell’attuale.
– Ho già ricevuto le Prospettive Economiche del Mortara; mi pare
che il volume di quest’anno rappresenti una svolta nell’indirizzo
finora dato dall’autore al suo annuario. La crisi economica con
le sue incognite paurose deve aver contribuito a fissare il nuovo
atteggiamento del Mortara; in ogni modo è scientificamente
scandaloso un cambiamento cosí radicale da un anno all’altro. –
Si può dire che ormai non ho più un vero programma di studi e di
lavoro e naturalmente ciò doveva avvenire. Io mi ero proposto di
riflettere su una certa serie di quistioni, ma doveva avvenire che
a un certo punto queste riflessioni avrebbero dovuto passare alla
fase di una documentazione e quindi ad una fase di lavoro e di
elaborazione che domanda grandi biblioteche. Ciò non vuol dire
che perda completamente il tempo, ma, ecco, non ho piú delle
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grandi curiosità in determinate direzioni generali, almeno per
ora. Ti voglio dare un esempio: – uno degli argomenti che piú mi
ha interessato in questi ultimi anni è stato quello di fissare alcuni
aspetti caratteristici nella storia degli intellettuali italiani. Questo
interesse nacque da una parte dal desiderio di approfondire il
concetto di Stato e dall’altra parte di rendermi conto di alcuni
aspetti dello sviluppo storico del popolo italiano. Pur restringendo
alle linee essenziali la ricerca, essa rimane tuttavia formidabile.
Bisogna necessariamente risalire all’Impero Romano e alla prima
concentrazione di intellettuali «cosmopoliti» («imperiali») che
esso determinò: studiare quindi la formazione dell’organizzazione
chiericale cristiano-papale che dà all’eredità del cosmopolitismo
intellettuale imperiale una forma castale europea ecc. ecc. Solo
cosí, secondo me, si spiega che solo dopo il 700, cioè dopo l’inizio
delle prime lotte tra Stato e Chiesa col giurisdizionalismo, si
possa parlare di intellettuali italiani «nazionali»: fino allora, gli
intellettuali italiani erano cosmopoliti, esercitarono una funzione
universalistica (o per la Chiesa, o per l’Impero) anazionale,
contribuirono a organizzare altri stati nazionali come tecnici e
specialisti, offrirono «personale dirigente» a tutta l’Europa, e
non si concentrarono come categoria nazionale, come gruppo
specializzato di classi nazionali.
– Come vedi questo argomento potrebbe dar luogo a tutta una
serie di saggi, ma per ciò è necessaria tutta una ricerca erudita.
– Cosí avviene per altre ricerche. Bisogna anche tener conto che
l’abito di severa disciplina filologica, acquistato durante gli studi
universitari, mi ha dato un’eccessiva, forse, provvista di scrupoli
metodici. Da tutto ciò viene una difficoltà a indicare libri troppo
specializzati.
Del resto ti indico due volumi che desidero leggere: 1° Un
trentennio di lotte politiche (1894-1922) del prof. De Viti De
Marco, «Collezione meridionale» editrice, Roma; 2° Lucien Laurat,
L’Accumulation du capital d’après R. Luxembourg, Paris, Rivière.
– Ciò che scrivi a proposito del nuovo regolamento carcerario e
della possibilità di fare delle traduzioni in carcere è progetto senza
base; io non voglio impegnarmi a fare dei lavori continuativi,
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perché non sempre sono in grado di lavorare; del resto nelle case
speciali l’obbligo di lavoro non credo neanche possa sussistere.
Carissima, ho cercato di scriverti il piú a lungo che mi è stato
possibile. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

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... in cunicoli d’ombra e di luce

Si aggirava ora [...] nell’intrico di vie senza sorpresa, di ogni
angolo indovinando la forma come mai si fosse staccato da quei
luoghi. Percorreva il dritto budello ma lo attraeva la vista del
cortile che si apriva improvviso dietro l’arco aperto, guizzante
sotto improvvisi schiaffi di sole, e vi entrava sapendo del viottolo
in alto, dietro il fico enorme, che lo avrebbe immesso nel groviglio
di muri ammassati che porte e finestre ingentilivano, e ancora
si stupiva dello strano saliscendi delle stradine contorte su cui
incombeva l’alta parete di masso vivo chiazzata di verde selvatico
ma anche percorsa da lunghe profonde fenditure. Girava in
silenzio, in cunicoli di ombra e di luce, da silenzio accompagnato,
ché nulla animava i luoghi. Ovunque asfalto grigiastro levigava
le vie, grattato dallo scorrere di acque piovane e da erbe pazze
frantumato, steso un giorno nel disperato tentativo di aprire
varchi a macchine che improbabili saracinesche, sbilenche ora
assai spesso, avrebbero poi dovuto nascondere nelle vuote cavità
delle pareti attorcigliate. Che a volte svettavano dritte al cielo,
chiare di muratura non finita, ectoplasrni di inutili speranze
presto abbandonate.
Chiuse la gran parte delle porte, alcune dal tempo o da
mano di uomini sfasciate, e dietro si indovinava il vuoto scuro
di ambienti piccoli un tempo pieni di esseri umani. Corpi forse
ammonticchiati? Quasi ovunque avvisi di vendita seguiti da un
numero telefonico. Dove invece tendine o vasi di basilico erano
indizi di vita, gracidìo di spettacoli televisivi o ritmi monotoni
accompagnati da parole incomprensibili testimoniavano
l’esistenza di gente rintanata. Nulla più pulsava come quando
il bambino che fu correva dalla Ciocca per la mastra e un giorno
cadendo si ruppe la testa e Ciccina lo portò di corsa in farmacia
quindi all’ospedale dove poi arrivò la madre mezza morta. E con
lui tanti altri ragazzi correvano tra le pietre delle vie e le galline
e le donne che parlavano di niente e per niente a volte urlavano
nel brulicare immenso di ogni angolo. Anche loro inghiottiti dal
10

mondo. E dal tempo.
[...] Perché non subito nella vecchia casa? Volle arrivarci
imbevuto di sapori antichi, profumo di scorci tratti dai depositi
del tempo e dal tempo ricomposti in teche di desiderio, che ora
si aprivano richiamando brani di vita mai cancellati. O brandelli?
Luoghi e nomi a nessuno comunicabili, e fatti e storie intrecciati
alle pietre invisibili e al degrado dei muri, che nella mente tesa
evocavano volti e miserie di un tempo ora solo tempo, [...] Il
tempo fluido sembrava ora tutto appiattire in una lontananza
senza prospettiva, dove il prima e il poi si confondevano, marcati
da abissale cesura. O erano quel silenzio, e il vuoto con esso, a
riempire spazi densi di soli ricordi? Spire di pensieri avvolgevano
i passi deserti, che per cerchi concentrici si avvicinavano estatici
al luogo atteso, e li accompagnava, come lumaca la scia bavosa, il
filo opaco della memoria.
Poi il cortile finalmente, il putticatu antico, gli spazi vuoti
dei giochi, il luogo della prima seicento ripetutamente guardata
la notte da suo padre impaurito che qualcuno la trafugasse. Il
paglierino dei muri, sbiadito, le serrande verdi asciugate dal sole,
screpolate ora, le corde rinsecchite. Accanto, i ruderi della vecchia
fontanella, la conca di pietra lavica asciutta, invasa da mozziconi
di sigarette e carte e lattine schiacciate. Da una finestra vicina
intanto occhi di donna gli parve lo guardassero mentre tentava
di infilare la chiave antica nel cilindro stranamente lucido di una
serratura nuova.
“Si’ nni issi, ca è megghiu” .
Le parole inattese venivano da dietro, da voce d’uomo
improvvisamente sbucato da una porta ora socchiusa. La figura
tozza aveva un che di truce, la fronte bassa infoltita di scuri
capelli, gonfia la tempia sinistra di una livida voglia violacea.
Altre presenze intanto si materializzavano dietro gli angoli vicini.
[...] Il tono perentorio non ammetteva repliche, né la deserta
solitudine dei luoghi incoraggiava a resistenze, neanche verbali.
[...] “Mi consenta almeno di capire. Qui”, e accennò un sorriso,
“c’è qualcosa che non funziona. lo torno a casa mia dopo più di
venti anni ... “.
“E ora”, lo interruppe1’altro, “si ‘nni torna di unni a’ vinutu, e di
cursa. Mi spiegu?”, e intanto lo prese per un braccio stringendolo
forte e indicandogli con inequivoca chiarezza la via del ritorno,
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per essa quasi trascinandolo. “E su fussi lei, iù nun ci cuntassi
nenti a nuddu”.
[...] Lontano già si avvertiva, ovattato dall’ ampia solitudine,
il rumore della piazza. La raggiunse. [...] Passandoci stravolto
sembrò confortarlo l’allegra fatica degli operai che montavano il
palco enorme della festa, mentre altri appendevano a fili invisibili
stesi nel cielo scheletri attorcigliati di luminarie colorate.
da Alfio Siracusano: “I fili strappati”, Iride Edizioni, 2005.

12

Antonio Gramsci

Passato e presente. Stato e partiti.
La funzione egemonica o di direzione politica dei partiti
può essere valutata dallo svolgersi della vita interna dei partiti
stessi. Se lo Stato rappresenta la forza coercitiva e punitiva di
regolamentazione giuridica di un paese, i partiti, rappresentando
lo spontaneo aderire di una élite a tale regolamentazione,
considerata come tipo di convivenza collettiva a cui tutta la massa
deve essere educata, devono mostrare nella loro vita particolare
interna di aver assimilato come principii di condotta morale
quelle regole che nello Stato sono obbligazioni legali. Nei partiti
la necessità è già diventata libertà, e da ciò nasce il grandissimo
valore politico (cioè di direzione politica) della disciplina interna
di un partito, e quindi il valore di criterio di tal disciplina per
valutare la forza di espansività dei diversi partiti. Da questo punto
di vista i partiti possono essere considerati come scuole della
vita statale. Elementi di vita dei partiti: carattere (resistenza agli
impulsi delle culture oltrepassate), onore (volontà intrepida nel
sostenere il nuovo tipo di cultura e di vita), dignità (coscienza di
operare per un fine superiore) ecc.
da: Antonio Gramsci, “Quaderni dal carcere”, Einaudi 1975, vol. II, par.
90, pagg. 919/920.

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Il fuoco

Prima che le urla di terrore fu il sapore acre del fumo a
svegliarlo, quando 1’alba era ancora lontana, e gli fu necessario
un grande sforzo della volontà per rendersi conto di non essere
dentro un incubo. Si alzò, e subito dalla finestra aperta vide lingue
di fiamme guizzare alte tra il nero denso e oleoso che emergeva
dal ventre interno della fabbrica, e sulla strada era già accorrere
di gente e grida incomposte di “indietro! indietro!”, e sgommare
di macchine e frastuono di vetri rotti, mentre scoppi soffocati
giungevano dal cuore della fornace, cui seguivano globi di fuoco
e piroette bluastre che si avvolgevano nell’ aria già tutta grigia
e senza cielo, e li accompagnava l’odore acuto della gomma
bruciata misto a quello del pane tostato come quando la fetta
si abbrustoliva posta sul fuoco vivo. Poi, improvvisamente, le
finestre esplosero una dopo l’altra, crepitando di vetri rotti, e le
vampe illuminarono tutto nella notte livida. Di colpo la strada fu
quinta fiammeggiante, e un tonfo gigantesco segnò presto, tra i
mille riverberi, la caduta del tetto cui seguì dietro una parte delle
mura, la più alta. Una nuvola di polvere si levò allora dal basso,
schizzando violenta e spandendosi soffocante tutto intorno, e vi
si insinuarono striature di riflessi giallastri e verdi che guizzavano
veloci sopra le mura, e per un po’ le fiamme parvero affievolirsi
oppresse dal peso immenso che era loro caduto addosso, mentre
dalle aperture non più difese appariva l’interno rosseggiante, e
in esso l’immenso ammasso di travi e ferraglia e pulegge tra cui
si torcevano vampe via via più vigorose, che il groviglio stesso
alimentava.
[...] Solo allora sentì la cugina che gli diceva” scappa, scappa,
lèviti di ‘ddocu”, e piangeva tirandolo per il braccio, lui come
impietrito a guardare lo spettacolo cui mai avrebbe pensato di
dover assistere.
14

Poi arrivarono i pompieri, finalmente, dopo un tempo infinito,
[...] prima una poi due poi tre autobotti, e fu subito, nella luce
arrossata della notte, correre d’uomini colorati che srotolavano
lunghe corde bianche sotto le mura accese, e presto i getti d’acqua
centrarono le finestre segnate dalle fiamme, mentre altri uomini si
accanivano con accette enormi davanti alle porte chiuse tentando
di scardinarle, e nuvole nere fitte di roteanti lapilli si aggiunsero
alle vampe che intanto avevano avvolto d’ogni dove l’imponente
edificio, [...] e s’intuiva che più d’uno dovevano essere stati i
punti in cui il fuoco era divampato, e che ora divorava l’immenso
alimento d’ogni genere racchiuso dentro la fabbrica. Dovunque,
nella stagnante immobilità dell’ aria, gravava pesante, e di sapore
asprigno, la cappa dilatata di fumo nero. E nero era diventato il
cielo, non più illuminato dalle stelle.
Per un po’ Franco seguì la lotta disperata degli uomini. [...] Poi
si ritrasse infine, barcollante. [...] Pensò, guardando l’orologio,
che si avvicinava l’ora di partire, ancora più desiderata adesso.
Si scostò dalla finestra per prepararsi, infine, sentita anche la
voce del nipote che era venuto a prenderlo. E che gli diceva di
aver dovuto lasciare la macchina più in là visto il casino che era
successo. [...] Giungeva, dai finestrini aperti, l’odore denso del
fumo, portato fin là da un vento leggero, levatosi all’improvviso.
Mentre nell’ aria si distendeva la coltre nera, che nascondeva le
ultime stelle e andava sfrangiandosi verso la campagna lontana,
via via ingrigendosi nella luce del mattino ancora stracco.
Chiese di fermarsi ad una fontanella, sentiva le labbra aride,
si accorse di avere sete. Volle bere. Come quando era ragazzo,
e come tutti i ragazzi beveva l’acqua delle fontanelle, e ne
assaporava già nel palmo concavo della mano la dolce frescura.
O anche giocava con essa, nel tempo remoto dell’infanzia. Il dito
premeva lo schizzo e lo indirizzava lontano. Ad altri ragazzi come
lui. Lo scossero risate e grida strane, ed erano giovani scesi da una
macchina, la radio a tutto volume a urlare suoni incomprensibili,
che si rincorrevano accanendosi con una lattina vuota contro
bidoni della spazzatura.
15

Fu quando si fermarono, nel piazzale della stazione pieno del
silenzio di sempre, che si decise a chiedere al nipote cosa pensasse
di quell’incendio.
“E che debbo pensare?”, gli rispose il giovane. “Ormai non
funzionava più. Era chiuso da alcuni anni. Anche se dicono che ai
suoi tempi era una cosa buona. Vuol dire che in quello spazio ci
faranno altre cose. E la gente lavora”.
“Case? Condomini?”
“E perché no? Se è questo che oggi vuole il popolo”.
da Alfio Siracusano: “I fili strappati”, Iride Edizioni, 2005.

16

Omero
Odissea
Detto così lo guidò, chiara fra le dee,
sveltamente: dietro la dea andò lui.
Arrivarono, la dea e l’uomo, nella cava spelonca.
Lì egli sedette sul trono da cui s’era alzato
Ermete, e la ninfa gli offrì un ogni cibo
da mangiare e da bere, di cui i mortali si cibano.
Lei stessa sedette di fronte al divino Odisseo
e le ancelle le misero innanzi ambrosia e nettare.
Ed essi sui cibi pronti, imbanditi, le mani tendevano.
Poi, quando furono sazi di cibo e bevanda,
tra essi cominciò a parlare Calipso, chiara fra le dee:
“Divino figlio di Laerte, Odisseo pieno di astuzie,
e così vuoi ora andartene a casa, subito,
nella cara terra dei padri? e tu sii felice, comunque.
Ma se tu nella mente sapessi quante pene
ti è destino patire prima di giungere in patria,
qui resteresti con me a custodire questa dimora,
e saresti immortale, benché voglioso di vedere
tua moglie, che tu ogni giorno desideri.
Eppure mi vanto di non essere inferiore a lei
per aspetto o figura, perché non è giusto
che le mortali gareggino con le immortali per aspetto e beltà”.
Rispondendo le disse l’astuto Odisseo:
“Dea possente, non ti adirare per questo cone me: lo so
bene anche io, che la saggia Penelope
a vederla è inferiore a te per beltà e statura:
lei infatti è mortale, e tu immortale e senza vecchiaia.
Ma anche così desidero e voglio ogni giorno
giungere a casa e vedere il dì del ritorno.
E se un dio mi fa naufragare sul mare scuro come vino,
saprò sopportare, perché ho un animo paziente nel petto:
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sventure ne ho tante patite e tante sofferte
tra le onde ed in guerra: sia con esse anche questa”.
Disse così, il sole calò e sopraggiunse la tenebra:
ed essi, andati nella cava spelonca,
goderono l’amore giacendosi insieme.
Omero, Odissea, libro V, vv. 192-227
traduzione di G. Aurelio Privitera
Oscar Mondadori, 1991

18

Città dei poeti

Solone, fr. 4 West
La nostra città giammai perirà per volere di Zeus
o per l’animo dei beati dei immortali;
infatti una tale dal grande animo che raggiunge il segno, figlia di
padre possente, Pallade Atena, ha le mani su di noi;
gli stessi cittadini vogliono distruggere la grande città
per stoltezze, sedotti dalle ricchezze,
e la mente ingiusta dei capi del popolo, per i quali è preparato,
per la (loro) grande stoltezza, che patiscano molti dolori;
infatti non sanno dominare la sazietà né, avendo
mente serena, sanno godere del convivio in pace
……..
si arricchiscono sedotti da azioni ingiuste
……….
né le sacre proprietà né quelle del popolo
rispettano, e rubano come pipistrelli da un lato e dall’altro;
né osservano i sacri simboli di Giustizia;
quella tace, ma conosce ciò che è stato e ciò che sarà,
e con il tempo giungerà a vendicare totalmente.
Una ferita senza scampo giunge già nella città intera
in fretta, in una cattiva schiavitù è stretta,
e la schiavitù poi risveglia la lotta civile e la guerra sopita,
e l’amata gioventù perirà;
per colpa dei nemici la nostra amata città presto
in alleanze ingiuste consumerà .gli amici.
Questi mali dunque serpeggiano nel popolo: fra i poveri
molti si recano verso terre lontane
venduti, e imprigionati in carceri indegne;
………….
19

in questo modo il male comune giunge alla porta di ognuno,
le porte dei cortili non vogliono ancora trattenerlo,
e oltre l’alto muro balza, e sorprende del tutto,
se anche uno fuggisse nei recessi del talamo.
Queste cose l’animo mi impone di insegnare agli Ateniesi,
poiché alla città il mal governo produce immensi mali;
il buon governo invece illumina ordine e giustizia,
e spesso con catene ai piedi avvinghia gli ingiusti;
appiana le asperità, frena la sazietà, oscura la violenza,
dissecca i fiori nascenti della rovina,
raddrizza le leggi storte, le azioni superbe
placa, placa le opere di discordia civile,
placa l’ira di rovinosa contesa, con lui
fra gli uomini ogni cosa è misura e saggezza.
Senofane, fr. 2 West
Ma se uno conquista la vittoria per la velocità dei piedi
o nel pentathlon, là dov’è il sacro recinto di Zeus,
presso le fonti del Pisa in Olimpia, o nella lotta
o per l’abilità nel doloroso pugilato
o in quella terribile gara che chiamano pancrazio,
più glorioso diventa agli occhi dei concittadini
e nei giochi ottiene di sedere in prima fila,
e il mantenimento a spese pubbliche
della città, e riceve un dono che per lui è un trofeo;
ed anche vincendo coi cavalli avrebbe tutti questi onori
eppure non ne sarebbe degno com’io lo sono; infatti meglio della
forza
di uomini e di cavalli è la nostra sapienza.
È davvero un’usanza irragionevole, né è giusto
preferire la forza al pregio della sapienza.
Poiché anche se c’è tra i cittadini un abile pugile
o qualcuno che eccelle nel pentathlon o nella lotta,
o anche nella velocità dei piedi, che è la più onorata tra le prove
20

di forza che si fanno nelle gare degli uomini,
non per questo la città vive in un ordine migliore;
ben poco diletto ne ha la città,
se qualcuno vince una gara alle rive del Pisa:
non è così che le sue casse si impinguano.
Solone, fr. 9 West
dalle nuvole nasce neve fitta e grandine,
e il tuono giunge dopo il bagliore del lampo;
la città perisce a causa degli uomini potenti, e di un monarca
il popolo per ignoranza si fa schiavo.
non è facile arginare chi è troppo corrotto
successivamente, ma ora bisogna pensare a tutte le cose buone.

Traduzione dal greco
a cura di Giuseppe Sanfilippo Chiarello

21

Finestra sul futuro

Quando si parla di architettura resiliente si fa riferimento
spesso alle implicazioni che i cambiamenti climatici hanno nella
definizione di nuove tecnologie e prodotti per l’edilizia.
E’ decisamente più interessante, affrontando il tema in un
contesto come quello di Lentini, parlare di architettura resiliente
come capacità delle città di rinnovarsi e adattarsi a cambiamenti
culturali, sociali ed economici sempre più repentini e drastici.
Mentre in Europa nazioni come Germania e Francia puntano
all’architettura come una manifestazione della propria immagine
culturale e politica, in Italia assistiamo, tranne che per alcuni casi
illuminati, allo svuotamento della funzione sociale dell’architettura
e questo è tanto più evidente in città periferiche e minori dove la
qualità architettonica è inesistente e l’architettura relegata a un
vezzo.
L’architettura non è solo bellezza in senso stretto, ma identità
culturale e senso di appartenenza ad un luogo e territorio.
Questo è tanto più importante tanto più sono disastrate le città
in cui abitiamo, lavoriamo, e in cui si alimenta la coscienza civica e
sociale di chi le abita. Esse spesso ricordano immagini di reportage
dai fronti di guerra. Città stuprate e depredate dall’abusivismo
e da una cementificazione arida senza progettualità in cui le
ricchezze culturali, che se valorizzate potrebbero essere il volano
per lo sviluppo in senso lato, sono abbandonate e in avanzato
stato di degrado.
In uno scenario così “apocalittico” la rigenerazione urbana
può attivarsi solo se la politica o meglio, la “comunità” (nel senso
più alto che Adriano Olivetti le ha voluto dare) lo vogliano, ma
davvero, anche a costo di scelte coraggiose.
L’architetto dovrà effettuare il lavoro di un sarto, e in alcuni
casi di un chirurgo, ricucire tra di loro le emergenze, creare un
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sistema virtuoso, pensando a progetti che coinvolgano comparti
urbani prima che a microinterventi.
La “bellezza” poi innescherà un meccanismo di riqualificazione
più estesa, magari prima che il “paziente” muoia definitivamente.
L’architettura è e può essere costruttrice e promotrice di
nuovi valori, cultrice della riscoperta del territorio, valorizzatrice
delle sue potenzialità. L’architettura (si badi, architettura e non
edilizia) è bellezza. E la bellezza è un bene comune che ogni buona
comunità dovrebbe coltivare, tutelare, un valore rappresentativo
ed identitario, irrinunciabile, purtroppo oggi e per troppo tempo
sopito.
“... Vista così, dall’alto … [guardandosi intorno sale qua e potrebbe anche pensare
che la natura vince sempre … che è ancora più forte dell’uomo. Invece non è così.
.. in fondo le cose, anche le peggiori, una volta fatte … poi trovano una logica,
una giustificazione per il solo fatto di esistere! Fanno ‘ste case schifose, con le
finestre di alluminio, i balconcini … mi segui?
SALVO: Ti sto seguendo
PEPPINO:… Senza intonaco, i muri di mattoni vivi … la gente ci va ad abitare,
ci mette le tendine, i gerani, la biancheria appesa, la televisione … e dopo un po’
tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste … nessuno si ricorda più di com’era prima.
Non ci vuole niente a distruggerla la bellezza …
SALVO: E allora?
PEPPINO: E allora forse più che la politica, la lotta di classe, la coscienza e tutte
‘ste fesserie … bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza. Insegnargli a
riconoscerla. A difenderla. Capisci?
SALVO: (perplesso) La bellezza…
PEPPINO: Sì, la bellezza. È importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il
resto.”
dal film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, 2000
Alessandro Ferro
Floriana Fruciano
Luca Maci

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Finito di stampare per conto di “Città Resiliente”
nel mese di maggio 2016
presso la Biblioteca Civica “Riccardo da Lentini”,
Via Aspromonte, 5 - 96016 - Lentini (SR)


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