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Originale pdf .pdf



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Autore: Gioacchino

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GIOACCHINO ATANASIO
Resteremo ad ammirare
questo cielo da rottamare

a V.

Non sono presenti capitoli in questo libro per dettare ciò in cui
mi diletto, ma esisteranno, credo, se andiamo di pari passo, dei
capitoli che ci creeremo noi stando insieme. Stando insieme si
può costruire qualcosa, sì. Qualcosa di molto eccelso.

E i rumori cominciavano ad accostarsi alla corsia a destra,
mentre l’incidente avveniva nello scrosciare delle foglie di
inverno, e tu sedevi a sinistra, dove mi osservavi e sorridevi
nell’ammirare quel paesaggio malconcio che risiedeva nella
mia testa: la sbatto contro il muro e l’arcobaleno di un colore,
solo, che arriva dopo la pioggia dei nostri sbattimenti allegri. E
tu sedevi sotto al Duomo dove davi da mangiare a tutti i cani di
quartiere.
Io che dalla mia scrivania ti sento parlare, e il papa a Roma che
si diverte a pregare, e il netturbino che si diverte a scopare, e il
cielo che allegro si mette a lavare le croste di quel cattivo
giorno che lento passò. Ma avevi il telefono spento e il mio
grido non lo sento neanch’io, lo sentono i vermi che vivono
sotto di me, sotto di te, sotto sopra.

9

Le tue tanto attese mestruazioni e le rivoluzioni, quei
pomeriggi appesi, appesi come Mussolini, e io che lavavo la
macchina del tempo per ingannarlo e spenderlo a pensare che ti
saresti svegliata e avresti iniziato la giornata sussurrandoti
all’orecchio con un alito tremendo: “Bonjour mon amour,
bonjour mon amour”; ma io non te lo avrei detto e tu non ne
volevi sapere niente, e nei nostri pomeriggi andavamo a fare la
spesa al bar, a fare la lotta armata al bar, a rivoluzionare i
commessi che dormivano sul posto di lavoro. E ti compravo un
vestito di verde militare perché volevi mimetizzarti tra i miei
sentimenti. E ti trovavi nascosta dietro ad un albero della
periferia di Milano, e i boscaioli iniziarono a segarlo
abbattendoti, ma ti rialzasti e sorridente ti sei nascosta
nell’edera: quando mi hai detto che sono come l’edera, quando
ti ho detto che sei come l’edera, e hai deciso che sei lesbica e i
tuoi pensieri sono spesso dello stesso materiale del cielo di
Milano, sventolano dei fazzoletti bianchi dalle finestre quando
passiamo per salutarci o perché si arrendono.
E io che attendevo che il caffè caldo traboccasse dalla
caffettiera rovente. Il Sole che salutava la Terra, e i Satelliti le
tenevano compagnia da un improvviso sbalzo d’umore, ma
aveva prosciugato i fiumi e non poteva piangere perché se
piangeva le si arrugginivano i confini e lui non l’avrebbe più

10

guardata. Scopriranno un nuovo pianeta e gli daranno un
nome e noi marceremo su di esso. Compreremo delle bici
colorate e le regaleremo ai suoi abitanti.
Ma attendevo il tuo risveglio e il Sole ti guardò e ti svegliò
rasserenandoti che è un nuovo giorno.
E portami a vedere le luci dei pianeti addormentati dove ancora
il Sole non è passato per poterci godere le ultime Ere insieme.
E ci troveremo addormentati sulla via Lattea, e senza toglierci
le scarpe ci siamo addormentati e tu fissavi le lancette
dell’orologio in attesa di una risposata.
Le tue tanto attese risposte e le domande che ti sei poste mentre
ti trovavi luminosa al computer, e rompevi i tasti con le tue
unghie fosforescenti di bianco che portavi alla bocca e gustavi.
Ma non hai fatto niente di tutto questo perché sei
un’immaginazione.
Attendiamo il treno insieme e poi via spariremo e ci rifugeremo
in una qualche città e non lasceremo una scia rossa dietro al
nostro cammino per non lasciare prove.
I segnali stradali che parlano e le tue espressioni assenti che
non parlano, ma parlavano e tu non te ne accorgevi e io
intercettavo i finanzieri che alloggiavano nel tuo albergo di
parole.
Mi tingo di verde i capelli per strapparti un sorriso, ma avevi i
fari della macchina accesi e sei dovuta scappare a spegnerli. Le
tue dimenticanze e il muro di Berlino che faceva il suo ultimo
inchino.
Guardavamo il cielo insieme e poi via scappavamo tra i nostri
pensieri che si fondevano tra di loro e formavano la collana di
metallo per allestire il tuo collo, ma io non ti ho dato catene,
ti ho dato solo un segno di riconoscimento per quando ti
incontrano i passanti spenti.
11

E poi abbaieremo a tutti i cani di quartiere che erano rimasti
senza le tue molliche di pane che gettavi in terra per ricordare
la strada di casa per quando volevi tornare.
Ma gli orari dei treni si erano scombussolati e tu in preda al
panico cantavi e io ti rasserenavo con la canzone che recita
“viva la vita” che mettevo a volume basso per non infastidire le
persone che non la pensano come me.
Un treno merci riuscì a passare e tu lo guardasti ma decidesti di
vivere ancora con me.
E allora ordino da mangiare per addolcirti con i miei baci e da
bere per farti scivolare su di me.
I fari della macchina erano già spenti e tu ancora cercavi di
spegnerli, ma non ti eri accorta che avevi dimenticato i
finestrini abbassati.
C’erano poliziotti di quartiere da tutte le parti per via del caos
che avevano scatenato due giovani, e cercavano i colpevoli tra
le piste sbagliate e tu mi afferrasti la mano per cercare una
risposta che fu mancata da una pallottola sbadata.
Le vie del paese erano chiuse per via di una rivoluzione che
scatenò il pizzaiolo che ci cucinò da mangiare, non aveva visto
una coppia accesa che si rifugiava nei condomini subaffittati
spenti.
E tu dammi uno straccio di carta per poterti scrivere gli orari
dei treni che conosco.
Ma tu lenta fatichi a trovarlo perché vuoi restare. E resteremo
in questa città dove ho visto entusiasmo vivo, palpabile dalla
sensibilità di essere liberi e libera vuoi essere con i nostri
pensieri che si cercano e si stringono la mano di nascosto.
Alzare lo sguardo per osservare la flessibilità di un misterioso
cammino che lento si aprì davanti noi, e passammo oltre la
siepe di fiori già sbocciati dal sole caldo estivo.
12

La notte scende e ci regala sorrisi d’argento per il gran tour di
un allegro cantante che riesce a penetrare nel nostro petto non
protetto da imbottiture.
La città si tranquillizzò, e gli abitanti si lasciarono portare in un
nuovo mondo di pace e serenità… Stavano ancora dormendo e
nei sogni riuscivano a catturare quei due che portarono il caos
nella loro città, ma erano in procinto di partire. Fantasticavano
sul domani che li aspettava in un gelido sorriso serale in piena
estate.
Oltre le mura di questa città, dove chi passa ci si ferma il meno
possibile.

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“Mi sveglio con calma, pensando che sarebbe bello parlare al
plurale. E dire che andiamo a vedere insieme cosa contiene il
frigo, e poi mangiarci piano tutto quello che siamo riusciti a
mettere nello zaino del concerto”. Il mattino si vede dal
buongiorno e tu me ne hai dato uno chiaro e semplice col quale
scherzare e iniziare allegro la giornata. Una rondine si
schianterà contro un palazzo a dieci piani e persone
scapperanno libere dal palazzo.
“Era bello svegliarsi alle dodici di mattina per andare a
vomitare e poi tornare a letto”.
Il ragazzo sul porto festeggia il compleanno e noi allegri gli
facciamo gli auguri e prendiamo una fetta di torta con su scritto
‘Auguri’. Io che vorrei darti un augurio attraverso le mie parole
che racchiudono tristezza, ma è il pensiero di un ragazzo
adolescente che pian piano sta diventando un uomo alla carta e
dentro (?) . Dentro la malinconia che divide i chilometri
dell’uomo dallo spazio, ma noi riusciamo a passare oltre le
costellazioni per arrivare al bar e comodi sederci a gustare il
panorama di stelle con il tuo nome.
I garage si chiudevano con ragazzi che provavano a far andare
avanti la loro band, composta da fandonie. Non arriveremo alla
pensione perché le orecchie ci scoppieranno a piangere davanti
al capo che ci punta il dito medio e ci manda a casa a prendere
14

una vacanza permanente.
I tuoi sorrisi che si fiondano sul mio volto che quando soffi
disfo il letto della mia camera pronto ad abbracciarci e a non
farci respirare. Non andare via… Non andare via. Ma tu hai
lanciato frecce e farai compagnia ai rivoluzionari di Porta Pia.
Non andare a Firenze a visitare musei perché il vero museo
siamo noi che verremo esposti in una città immaginaria come
fenomeni da baraccone e ci chiederanno se siamo giusti
insieme e noi risponderemo che non abbiamo preso scelta
migliore perché migliore è tutto con te.

15

E i motorini accesi che fanno un concerto alle quattro del
pomeriggio. Le nostre orecchie che percepiscono i nostri fiati
sempre caldi. E i pomeriggi passati, passati insieme tra risate e
allegri lamenti che indicavano il nostro serbatoio vuoto che
voleva riempirsi con i nostri lunghi silenzi di baci.
Ma il tempo era passato e con lui quel momento in cui
respiravamo forte come se stessimo cercando di avvicinarci tra
i nostri tramonti interminabili, dalle P-38 caricate a sale, dai
tramezzini andati a male, dalle rughe sul viso di chi l’ha vista
sorridere per anni.
E il tuo alito faceva odore di dentifricio, metti il deodorante
per profumare i nostri lunghi abbracci nella calma come quella
che c’è a notte fonda, e viali che sono sempre illuminati
quando passiamo noi. E raccontiamoci favole per addolcire i
momenti in cui siamo soli e ci fissiamo la bocca perché non c’è
bastato un solo bacio ardente che si squagliava nel lungo caldo
pomeridiano. E vediamoci di sera quando rinfresca e io mi
tolgo la giacca per appoggiarla nelle tue spalle tese come il
cane che sente in lontananza l’arrivo del suo padrone a casa che
sente le chiavi ancora legate al motore della macchina che
sfreccia alle quattro del mattino che sfreccia ai cento all’ora.
Cosa aspetti ad abbassarti per non farti vedere mentre siamo
nel suo giardino perché da lì c’è una vista stupenda e noi

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ipnotizzati dalle stelle luminose ci scambiamo un segno di pace
prima di lasciarci trasportare dal vento notturno che porta con
sè un fazzoletto bianco legato ad un palo per indicare quanto il
vento fischi forte. E noi facciamo alzare quel fazzoletto con la
nostra corsa in preda al panico perché qualcuno è sceso dalla
macchina e ridiamo a fine serata ricordando momenti
inconcludenti.
E allora ti lascio davanti il portone di casa con una speranza
che dovunque ce ne andremo avremo sempre una risonanza
delle nostre risate accese. E ti bacio sotto la tettoia che ci ripara
da sguardi curiosi di chi ha vissuto in giovinezza ciò che
stiamo vivendo noi.

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E le batterie del telecomando sono accese, ma a me non va di
cambiare canale perché quello schermo acceso in bianco e nero
mi offre la visione di ciò che ho passato non vedendoti dopo
essere passato poco tempo. E mi apro una birra e la lascio
aperta perché non ho sete, e vado a dormire con un alito di
gabbiano che mi porta fino al letto a pensare a te per
addormentarmi con il sorriso che ritrovo l’indomani
accendendo quel telefono che dorme con me accanto al letto
sul comodino con la luce che si spegne e che indica la
conclusione di una frazione di giorno.
E che avremo di meglio da raccontare se non della nostra vita a
noi stessi sulla sedia a dondolo che spingo col piede per farti
addormentare tu ormai anziana fuori, giovane dentro? E ti
addormenti con il sorriso di chi l’ha visto sorridere per tutta la
vita. E dammi un motivo per farti sorridere non appena
leggerai ciò che io scrivo per te ogni giorno con la freschezza
di chi l’ha conosciuta per la prima volta.
Proiettati con la mia mente per leggere ciò che io scrivo ogni
giorno per te, e farò lo stesso. E cercherò di capire perché Dio
creò l’uomo. Il papa ci crede, gli umani no.

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E tu che con la tua confusione in testa cerchi un calmante che
trovi spesso in me e sorridi a pensare che se premi e suoni le
corde del quinto tasto della chitarra esce un suono diverso dai
primi quattro tasti.
E tu che prendi un calmante prima di vederci che poi decidi di
non prendere più perché non ne hai di bisogno stando con me
che cerco di afferrarlo di nascosto dalla tua tasca posteriore dei
jeans e risparmiartelo per un’altra occasione per quando servirà
a me, ma tu riuscirai a non farmelo assumere.
E il metallo che se fuso all’oro diventa più prezioso. E il
limone spremuto sulla coca-cola che da un gusto diverso. E i
pantaloni troppo aderenti che si vogliono indossare comunque
pur negando l’evidenza che si cresce giornalmente. E Rino
Gaetano che cantava che ovunque ci sei tu il cielo è sempre più
blu. E tu dammi qualcosa di diverso a cui pensare per non
restare sempre fermi a fissare il semaforo che da rosso resta
rosso perchè qualcuno l’ha manomesso per puro divertimento.

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E quel pomeriggio che non avevamo di meglio da fare in cui ci
siamo colorati di un bianco argento che risiedeva sopra ai
poster colorati di quella stanza dei segreti che a noi svelava. E
noi che credevamo di aver fatto la rivoluzione della farina, un
assalto ai forni, ma di crisi interiori cosa ne sappiamo? E le tue
allergie. E continuerò a contare le stelle che per te sono infinite
ma inizierò a contare i brandelli dei sentimenti che provo per te
e tu per me. Dici che sono di meno, ma io giocavo a dubitare e
giocavo la mia ultima carta vincente con la quale non ti ho fatto
male. I pomeriggi scarichi in cui ti dimostro ciò che sei per me,
e i tuoi sentimenti mi ringraziano. Mi coloro un occhio nero
con la penna cancellabile che non uso più perché tu riesci a
colpirmi sempre senza muovere un muscolo.
E accendevo il Bluetooth per farmi inviare i tuoi mal’esseri per
analizzarli e cancellarli. Ma eri distratta e non ti accorgevi del
cielo d’estate che ci circondava.
Spengo il Bluetooth perché ormai non ne ho bisogno più,
riesco a percepire i tuoi stati d’animo anche se usi il rossetto di
un rosso acceso per nascondere la tristezza che non hai in viso.
E cerco le coordinate nel cielo per trovarti e appena sarà buio
spariremo, spariremo nella galassia dei piaceri.
Ma avevi dimenticato la borsa con i tuoi fazzoletti, e il viaggio
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ti pesava, e allora “la pausa al marketing per comprare gli
assorbenti, oppure li chiedevamo ai vicini che poi non li
rivolevano indietro”.
Adesso si vedono i confini di questo luogo in cui giace la
malinconia che non ti voglio regalare mai.
Ma avevo finito le idee regalo e cercavo di improvvisare;
temporeggiavo e ti vedevo felice di non aver visto tanta
preoccupazione. Nel tuo viso le lacrime causate dall’allergia
che risiede in me, e io allora cercavo di portarti dal dottore, ma
forse nessuno ti sa curare meglio se non tu stessa che cerchi la
cura in me.
E avevi voglia di fumare ma avevi mal di gola, così mi
procurai delle sigarette al mentolo, ma non ne avevi voglia
perché cercavi il mio respiro. Adesso ho capito, adesso ho
capito.

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C’eravamo fermati al discount a fare acquisti, qualcuno aveva
rapito la ragazza che sedeva dietro al bancone. Non chiedeva i
suoi soldi ma di vederla tra le sue braccia perché da tutta la vita
non aveva mai avuto il coraggio di chiederglielo. Ma lei non
accettò e lo rapinò dei suoi averi interiori.
Noi aspettavamo il treno e c’era confusione, ci confondevamo
tra la folla che applaudiva un anziano musicista che col suo
cuore suonava quel jazz che da giovane gli permise di
incantare la sua dolce. E suonava per lei, la sua dolce che per
una grave malattia cadde vittoriosa. E lui curava i suoi
malesseri; non suonava per i soldi, ma per farsi sentire tra gli
applausi di una folla che ricordava come lui la loro vita con la
propria anima.
E noi combattevamo per uscire da quegli applausi perché il
nostro treno era arrivato e non ci aspettava. Ma noi lenti
faticavamo ad uscire e quel treno ridendo se ne andò lasciando
il posto al suo successore. Restiamo tutta la notte ad ascoltare
quelle melodie ricordando che le stiamo vivendo, e sorridente
attendevi una mia risposta per quel bacio finale che mi avevi
dato aspettando che io ti prendessi per le mani e ti ricambiassi
per poi chiudere gli occhi.

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E mi dici a bassa voce che sei un po’ demoralizzata. Mi
immagino le tue corde vocali che fatica che fanno a fare queste
dichiarazioni da film melodrammatico. “Uno dei tuoi pregi
migliori è che sorridi sempre a tutti e non te ne rendi conto”.
Coi poliziotti, coi professori, coi turisti che ti chiedono
informazioni, coi vecchi bibliotecari e coi ginecologi.
Alloggiamo in una qualche città, prendiamo un appartamento
che abbia un qualche metro quadro di pavimento. Le ho chiesto
se mi presta un metro quadro di pavimento per Sabato sera, che
poi sarà Domenica mattina. Andremo a bere negli stand delle
band indipendenti che sono arrivate e subito esclamano che è la
loro città preferita quella in cui suoneranno. Band indipendenti,
indipendenti soprattutto dalle mie parole sempre uguali alle
quali non fai caso ma che ti piacciono come ti piace sentirmi
parlare, quando ti parlo di fantasticare, quando ti parlo delle
nostre esperienze, quando ti parlo di noi che con i nostri
discorsi seri facciamo risorgere i binari morti e ricuciamo i
polsi a tutti.
E prestavi un asciugamano ad un ragazzo che avrebbe voluto
fare il maratoneta per raggiungerla anche nella più alta vetta.
E ti alzavi in piedi per coinvolgermi a fare lo stesso perché ero
stanco e tu, con la tua carica interiore, che sfrecciavi su di me
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come un’ape indispettita che cerca la causa per cui qualcosa o
qualcuno l’ha fatta allontanare da un fiore che si trovava
accanto ad un bambino.

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E imparo ad usare l’aquilone per planare nei tuoi pensieri, ma
la tua porta aerei era difettosa, era in cassa integrazione, e
allora decido di mettere la sirena sul tettuccio per inseguire i
tuoi argomenti, e tu capisci che è tutto perfetto quando cerco di
fare qualcosa, quando ti cerco.
«“E vienimi a trovare nei sogni”» mi dicesti bisbigliandomi
all’orecchio, e io che cercavo di prendere sonno per poterti
subito incontrare, ma più ti pensavo e più faticavo a dormire.
Mi sveglio disinvolto e curioso di sapere perché mi hai dato
buca, te lo chiedo e mi rispondi che prima di tirare devo fare
pratica. Io che invento vocaboli come “desiderazioni”, le tue
deliberazioni, le mie attrazioni, i nostri discorsi inconcludenti,
rifacciamo le tette ai nostri presidenti scadenti, che poi non
capisco perchè se vince la sinistra passa la droga. E i clown che
acquistano la droga dagli spacciatori tunisini che affittano
camere d’albergo separate, si rifugiano nelle stazioni
abbandonate e si dimenticano che lavoro fanno. E Freud e le
passioni segrete. E D’Annunzio e i piaceri. E Bacco che si
piaceva mentre mangiava frutta scadente.
E io che indosso una camicia a quadri sgualcita, un paio di
jeans e una barba finta per sembrare che ho vissuto molto, ma
tu me la levi. E io che indosso la trasgressività che tu mi togli
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perché esiste la spontaneità tra noi due, la naturalezza.
Insegnami a sorridere che io faccio lo stesso con te.
E poi rovisteremo tra i futuri più improbabili e cercheremo
soluzioni plausibili per assicurarci un futuro insieme. Per
assicurarci una lotta insieme. Per assicurarci una malattia
insieme. Per assicurarci i nostri sorrisi insieme. Per assicurarci
all’ufficio collocamenti di Parigi.
E sistemami i capelli perché con i tuoi rami me li hai
scombussolati. E non ridere della stella che ho in viso,
scoppierà forse scoppierà.

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Penso a te con uno scettro in mano, il tuo telefono pronto a
rispondermi, mi colloco tra i tuoi pensieri, divento un boyscout
a furia di avventurarmi tra la tua naturale bellezza.
La tua valigetta con i colori è scoppiata e ha allestito questa
stanza di appartamento in cui alloggiamo temporaneamente
senza però schizzarmi, neanche una goccia, ma i colori li vedo
lo stesso; uno in particolare è verde come il prato dei tuoi occhi
in cui ci ritroviamo distesi. E contavamo i nostri pregi senza
contare i difetti che non riusciamo a minimizzare, non si fanno
notare. Splendi in questo cielo dove una stella non ce l’ha fatta
più a vivere senza la sua corrispondenza ed ha deciso di
scendere per trovarla. Ma era buio, non vedeva, così decidi di
aiutarla senza un risultato. Si è schiantata contro la terra che
ostacolava il passaggio per vedere la sua corrispondenza. E
luccicava ancora, i passanti non se ne accorgevano, si spense,
se ne accorsero. “Era una bella stella”.
Mi sposti i capelli dalla fronte perché non la riesci a vedere, le
dai un bacio. Fai ritornare i capelli al loro posto.
I dieci grammi nei tuoi reggiseni, i pescherecci che non
tornano. Quei lunghi mesi immobili, i santi, i raccoglitori di
pomodori, le bombe al fosforo. Quei momenti in cui
respiravamo forte come se stessimo correndo come per

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commemorare i tuoi capelli lunghissimi, i lavori irregolari, i
militari iraniani, i tramonti che hanno dei colori chimici, i
detenuti morti, i venti forti dai deserti libici, i venti che
incendiano i campi nomadi, le meteoriti, le navi ferme
immobili tra l’Italia malta e la Libia, i primi fari antinebbia, le
nostre ultime bufere violente, le guardie notturne che vanno a
dormire, non c’è niente da capire, non c’è niente da capire.

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Raccolgo orologi senza lancette dalla strada per non tenere il
tempo e stonare su questa scia che hanno lasciato i carri armati
dopo aver preso il thè con degli amici del Vietnam e che sono
rientrati alla base, ma loro non bevono thè perché è una guerra
fredda, e tu che ti guardi il polso convinta di essere niente
perché credevi di tenere il tempo, ma non lo guardavamo,
tenevamo io i secondi, tu i minuti, insieme, e suonavamo
appena l’ora scoccava nei nostri pomeriggi lenti, indecisi, che
non ci lasciavano niente di meno che ricchezza.
Il tempo che passavo per vederti. Il tempo che non tenevo per
non farti arrivare in ritardo e farti fare la merenda. E tu che
calpestavi i vetri dell’esterno degli orologi che ti sembravano
delle pietre focaie per accendere i nostri pomeriggi appesi,
appesi come gli orari delle elezioni sulle bacheche per le
matricole universitarie con le valige preparate dalle mamme
per quei figli indaffarati.
E tu che studiavi. E io che ti studiavo. Sottolineavo il tuo corpo
con l’evidenziatore consumato. E ti sfumavo la faccia con la
gomma come per far sembrare che ti avessi baciata. E ti
disegnavo sorrisi con la matita ma mi accorgevo che non scrive
sulla pelle, ma io vedevo comunque un sorriso sulla tua bocca
che salutava il tuo viso. (I tuoi vo) ti accesi e i po (l) i (ti) ci che
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truccano le elezioni.
Andiamo su una spiaggia deturpata dai fossi scavati dalle
tartarughe che trasportano lumache per non sentirsi inferiori a
tutti. E le lumache che se ne approfittano per non percorrere
chilometri a piedi. E le tartarughe che si sentono carri armati. E
le lumache che si sentono soldati. Si faranno i loro soliti
dispetti. Sono solo dispetti. Aspettami.

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E tu convinta che piovesse. Ma ti riparavo. Il mio cardigan
nero inzuppato dei tuoi sospiri freddi che tremavi dal freddo. Ti
offro del Whisky che si mantiene bene sul vetro della bottiglia
perché dicono che ti riscalda e ti fa sorridere. Ma tu sorridevi
prima ancora che te l’offrissi. Non bevi. E allora portami a
bere dalle pozzanghere perché dicono che sia più salutare.
Allora salutiamo la nostra bandiera tricolore: verde dei tuoi
occhi; bianco la tua pelle; rosso le tue guance. Ma stavi male,
ma ti avevo guarito e così la tua pelle iniziava a colorarsi.
Credevo. Ma stavi male e io faticavo a vederti così.
Mi cospargo di benzina, tu passami l’accendino perché dicono
che sia meno pericoloso. Ma tu non fumi e io il mio lo avevo
lasciato nella macchina. Passami dell’olio trovato nelle
fabbriche per aggiustare questa macchina. Ci trasportiamo nel
dopoguerra perché lì c’erano gli anticorpi in agguato. Tu
guarisci, io mi asciugo. Ritorniamo in questa cazzo di città.
E andiamo a fare la spesa sotto la gigantesca scritta COOP
perché “la COOP siamo noi”. Mi serve solo un tovagliolo di
carta per costruire un aereo, anche se non posso garantirti che
volerà. Mettiamolo in moto coi nostri aliti per partire nella
tempesta di pioggia calda. Ma ti eri dimenticata che avevi
l’ombrello nella borsa. Ti riporterò a Parigi perché piove
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sempre. Dicono ci sia felicità, ma è una città triste come il
paesaggio di Venezia. Ti porterò a Las Vegas perché voglio
azzardarmi a renderti felice anche in queste giornate di pioggia
estrema. Ma avevi deciso Venezia.

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Non ricordo com’è il mare e nemmeno com’è fatto. E per
respingerti in mare ti avevo promesso un salvagente, ma era
difettoso e tu annegavi. Era bello vederti nuotare. era bello. era
bello. Mi sono tolto le scarpe per salvarti senza togliermi però
il giubbotto. E sempre come un amuleto tengo i tuoi occhi nella
tasca interna del giubbotto. E tu tornerai dall’estero, forse
tornerai dall’estero. E decidiamo di emigrare in una nuova
città più felice. Posso essere la tua Berlino: sono ancora
entusiasti della caduta del muro che schierava la città. Milano:
contenti di essere la città d’Italia più alla moda. Bologna: sono
ancora felici di essere la prima città italiana ad avere le più
importanti scuole risalenti al medioevo. Ma il tempo passa e
cambia, e cambia anche noi che ora insieme siamo completi. Io
ti do del mio e tu del tuo. E io del tuo e tu del mio. Scopriremo
delle nuove Americhe io e te. E io conto le righe di inchiostro
di questa pagina della nostra vita come conto i chilometri che
ci separano. E io speravo che passassero in fretta. E mi
avvicinavo sempre più. Ti trovavo. Ti baciavo.
E trovami un senso a questi giorni scarichi come i colori che
erano dentro la tua valigetta del buon umore che sono esplosi
cadendo a terra. Sono cresciuti dei fiori dai petali colorati. Le
loro radici instaurano un rapporto con me. E non c’è bisogno di
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un lettino per distendermi e aprirmi. Le tue penne energiche
dalla voglia di ascoltarmi e notare i miei stati d’animo causati
dalla pigrizia di non chiudere la porta di casa agli sconosciuti.
Il cane che si morde la lingua e l’umano che si rincorre
girandosi intorno. Un mondo al contrario, un pensiero al
rovescio depositato dentro al cassetto dei calzini.

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Il cielo notturno si era illuminato dei fuochi d’artificio esplosi
da qualche festa andata bene, e noi ci affacciavamo dalla nostra
finestra per guardarli stupiti come chi non li ha visti mai perché
era troppo occupato o li voleva sognare. E ti impegnavi a
leggere un libro mentre ascoltavi i miei discorsi seri
intercettati dai finanzieri. Lascia che sia io il tuo libro dal quale
non ti vuoi staccare e non ti preoccupi di arrivare velocemente
alla conclusione di un finale devastante come il protagonista
che non riesce a tornare a casa perché ogni volta che ci si
avvicina viene fermato da qualcosa che non sa spiegarsi. Fa
che sia quello il finale, non solo la fine del rigo dell’ultima
pagina.
Ma distogli di tanto in tanto lo sguardo per vivere ciò che
trascorre all’esterno, all’estero.
Spegni la luce appena vai a dormire perché hai imparato che i
mostri non vivono all’interno del tuo armadio ma fuori da
questa finestra da cui non si vedono più i muri vecchi umidi e
incrostati.
E metterò un ombrello sul fiore che se si esponesse si
prenderebbe di pioggia quando si udiranno tuoni in lontananza.
Oppure gli insegnerei a reggere l’ombrello. E non alcuni sa
essere buono. “Non si giudica un libro dalla copertina” perchè
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non puoi sapere chi ci si nasconde dentro o aspetta di essere
scoperto.

36

E tu che mi scoprivi a rubare i tuoi sentimenti. Il vecchio che
scopre il bambino a rubare le sue ciliegie che con tanta fatica
ha coltivato. Ma io non avevo intenzione di rubarteli perché
non oso scavalcare un muro dove per terra c’è una scala.
Sarebbe troppo facile. Mi piaceva arrampicarmi sul muro, ma
non reggevano le forze se ti aggrappavi su di me. Non correvo
perché non volevo illudermi una volta presa un’eccezionale
rincorsa e arrivare quasi ad oltrepassarlo per poi vedermi,
avendo calcolato male le distanze, disteso per terra che mi
lamentavo e mormoravo e guarivo i miei graffi. Le distanze
calcolate male. E tu provavi a disegnare il cerchio in cui
viviamo nel tuo quaderno degli appunti. Gli scarabocchi che
non capivi neanche tu. La base militare bombardata da
palloncini con su scritto “Attaccheremo qui”. Le nostre rose
generiche che quando camminavamo insieme lasciavamo nel
deserto di parole che non ci siamo dette mai. E Biancaneve che
contava i suoi sette nani per prendere sonno e svegliarsi con i
suoi sette figli. I nostri lunghi pellegrinaggi. E il tuo zaino che
perdeva oggetti dalla tasca interna bucata. E tu che mi dicevi
che ci saremmo sentiti domani così io mettevo un album di un
gruppo e ce lo sparavamo fino a notte fonda. I tuoi organi in
fibrillazione. E spiegami perché non si possono contare le
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stelle. I nostri infiniti sorrisi. E le tue palpebre fissate con il
nastro adesivo per non farle chiudere dal sonno. E i tuoi capelli
che sono fili scoperti, che sono nastro isolante, che sono fili
scoperti, che sono fili scoperti... Che sono fili scoperti.

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E noi che permetteremo ai nostri figli di fare tutto ciò che a noi
è stato negato per vedere in loro noi stessi sorridere. Tu che
ricordavi i sogni. Sei la mia interpretazione dei sogni che non
riesco a spiegare. Il concerto andato a male che viene salvato
dall’addetto alle luci che prende in mano una chitarra e fa
ritornare il pubblico. E il semaforo sempre fisso sul verde nei
tuoi occhi che mi comunica di passare perché ho imparato a
leggere i segnali del tuo corpo. E il ventilatore acceso che
quando soffia disfa gli aerei per Palermo fermi a prendere
freddo. Con questo caldo è meglio uscire, così se arrossisci ti
giustifichi dicendo che è caldo l’ambiente. La natura viva che è
dentro di te e io che mi offro volontario per fare un giro
turistico nella savana desertica. La volpe che riesce a passare
inosservata dal leone. La nostra bicicletta di colore verde
militare ha un pedale rotto. E tu stacchi un tasto da un
pianoforte e lo aggiungi alla nostra bici che ci permette di
andare piano ma forte. E io che mi metto a contare i gradini
della scala per essere sicuro di non cadere. E imparo che la vita
non si pianifica ma si vive. Cado. Mi rialzo. L’ultimo scalino
non lo avevo visto.
E la macchina che non mi aveva visto e tu mi tiri verso di te
ringraziando la macchina di averci fatto abbracciare per non
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soccorrermi. E avevi finito i cerotti. Ti stacchi il nastro dalle
tue palpebre perché tanto non ti addormenti più. La mia testa è
il tuo cuscino. Il mio corpo è il tuo materasso. Le mie braccia
sono le tue coperte. E senza toglierci il sorriso ci siamo
addormentati.

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E la notte che ci fornisce pensieri in cambio di averi. Dai nostri
pensieri escono scintille di tanti colori. Abbiamo formato un
arcobaleno nel cielo. E ripariamo tutte le nostre rose desertiche
che abbiamo accidentalmente annaffiato dai temporali che si
sentono in lontananza. E grida tu qualcosa, come quando dai
tuoi occhi traboccava il cielo. E cosa vuol dire questa cosa di
darsi, di presentarsi a qualcun altro a tempo indeciso e
impreciso, per poi vedere le macerie insieme. Salviamo i
pianeti perché con questa polvere non si vedono più. Trovare
dei posti sperduti ma tu ci sei stata già. Telefonami anche di
notte, ti prego svegliami. Prenotare per piantare le bandiere su
Marte. Vinceremo noi, vinceremo noi. E la follia prende il
sopravvento, ma “basta un poco di zucchero e la pillola va
giù”. Ho perso un foglio su cui avevo scritto delle cose che non
ricordo. Non ricordo dov’è questo foglio. Forse l’ho visto. Ma
la pillola non fa effetto. La televisione che illude i giovani
adulti e gli adulti giovani. Anziani che guardano il meteo
perché con questo tempo è meglio non uscire. E chi esce?
Escono i miei pensieri dalle mie dita. Loro trascrivono. Loro
dimenticano. Li guida la mia mente. E i temporali che si sono
incantati e ripetono il loro frastuono per altre due ore.
I dischi graffiai dalle ore passate ad ascoltarli. Io che mi diverto
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un mondo ad ascoltarti. Io che non ti voglio interrompere.
Riuscire ad ascoltare la tua voce anche se in cielo si è incantato
il disco.
E la notte che ci ha portato via le armi che ci ha paralizzati. Io
che alzo lo sguardo al soffitto di questa stanza e vedo il cielo.
Noi che nasciamo, cresciamo, ridiamo. E il nostro ridere fa
male al presidente. E per chi si trova da solo a ridere a
scherzare non provi a domandare. Gli altri non lo sanno. Gli
altri non lo sanno.

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Guardare il cielo. Esprimere desideri. Spegnere le candeline
che segnano il passaggio da una vecchia storia ad una nuova
che sarà sempre più vecchia. E non accorgersi del tempo che
passa con te. E poi via sorpresi ci affretteremo ad andare. I
pescatori escono le reti immerse da molte ore in un mare
spento. E Manzoni che si chiede perché due giovani non
possono stare insieme. E pagliacci che fanno ridere altri
pagliacci. E l’opposto del contrario. E tu che conosci già la
nostra storia ma che ti dimentichi non appena te la chiedo.
Conosco i chilometri che ci dividono. Conosco i nostri battiti
cardiaci che si affrettano a salutarsi non appena ci diamo la
certezza che ci vedremo. E il granello di polvere che si fa
trasportare contro voglia dal vento causato dai nostri
movimenti. L’orchestra che intrattiene gli spettatori con la
sinfonia dei nostri cuori. E il tempo che batte il mio, e il tempo
che batte il tuo. Andiamo a tempo. Tempo, andiamo. Se non
puliamo giornalmente questo tempo, si impolvera. Ma tu lo
sapevi. Tu che aspetti alla stazione. Prendiamo questo treno.
Non preoccupiamoci di aver dimenticato a comprare il biglietto
e del controllore. Dei vagoni troppo stretti e dei corridoi troppo
larghi. È tutta un’illusione. Qualcuno si diverte ad accendere
una luce e a creare delle ombre con le proprie mani. Creiamo la
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nostra immagine con le nostre ombre che si abbracciano di
nascosto senza seguire ciò che facciamo noi. È più forte di
loro. Non le lasciamo da sole, abbracciamoci anche noi. Forse
ci consigliano di farlo. Ci consigliano. È una certezza. Ti do
certezze solo se ne sono consapevole. E tu fai lo stesso. E io
che mi tocco il petto perché sento il ritmo della canzone che sto
ascoltando, che sto vivendo. Vivi e lascia vivere. Uno studente
che insegna all’insegnante. Può succedere, succede. E io che
vorrei scrivere ancora ma ho deciso di fermarmi perché potrei
rendermi noioso. Ma noioso non me l’hai detto mai.
Intratteniamoci a vicenda. Faremo i nostri imbarazzanti
progetti insieme. Calcoliamo le distanze insieme, così questo
aereo di carta può viaggiare. Il Titanic che affonda. Aspettami.
Aspettami. Non è necessario ricostruire quella tragica scena
che vedeva due persone che non potevano stare insieme per
diversi motivi, ma possiamo costruirne una noi. Ispiriamoci a
noi stessi, ispiriamoci a noi stessi.

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Le notti inutili e le madri che parlano con i ventilatori e gli
inceneritori. E schede elettorali lasciate in bianco come questa
notte senza te. E ti rimboccherò le palpebre per non tenerti
sveglia se ti addormenterai senza me. E non voleranno mosche.
Non crolleranno moschee se tu dormirai pensando a me.
Potremo essere un compito andato a male se non si era studiato
prima. Studiamo allora. Ma non avevi voglia di pensare ancora.
Le tue poesie di quattro righe. E tu che toglievi le spine dalle
nostre rose energiche perché dici che senza di loro sono più
belle. E attacchiamo volantini in giro per la città con su scritto
che anche domani ci vedremo. Tu che sei l’ispirazione.
Andiamo al bar che ti offro qualcosa da bere. Quello che si
trova sotto le stelle. E mi preoccupo se sarò ripetitivo, ma
vivere momenti in certi posti con te è sempre stato stupendo. E
riutilizzerò la bussola che già una volta mi era servita, per
ritrovarti di nuovo se ti perderò. Ma un dipendente può
ritornare sui suoi passi anche se pensava che si fosse curato.
Siamo l’esercito del SERT. Siamo l’esercito del SERT. Siamo
l’esercito del SERT. Siamo l’esercito del SERT.
E tu che per bere immergevi una cannuccia nel bicchiere
perché ti eri messa il lucidalabbra che ti avevo lasciato io. I
tramonti che hanno dei colori chimici che quando osserviamo
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ne rimaniamo stupiti e ne diventiamo dipendenti. Ma sei
sempre il sole che scende anche in un luogo buio. Riuscirò ad
abbagliarmi per poi non mettere più gli occhiali che tu
preferisci non mettere. Ma non hai bisogno di occhiali per
vedermi. E non abbiamo mai pianto per dei film tristi.
Rendiamoli allegri coi nostri infinti abbracci. Io che ti chiedo il
permesso per fotografare il tuo sorriso per poterlo riconoscere
quando mi troverò in mezzo ad una folla. Tu che preferisci
pianificare le nostre uscite perché vuoi il meglio per me, per
noi. Cavalchiamo i nostri pomeriggi troppo corti, troppo
lunghi, troppo verdi e che osservi con i tuoi occhi. E guarda
come ci siamo mimetizzati tra i nostri arcobaleni. E non mi ero
pettinato abbastanza per vederti perché tu avresti giocato con
loro e me li avresti addobbati a festa. E il pesce rosso che
vorrebbe saltare via da quella cella di acqua che lo tiene in vita.
Ma salterei via da questo schifo per vederti. E non capisci gli
incubi di questi pesci rossi. E il toro che è dentro di te che
vorrebbe emergere per bere quella Red Bull che ti avevo fatto
conoscere. E quella banda che suonava contemporaneamente
mentre noi accendevamo le luci che non si sono accese perché
c’èra un blackout in corso. E il ronzio delle mosche che non ci
dava fastidio perché tanto non lo sentivamo.

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Vi comprate da bere per poi tornare l’indomani mattina.
Stasera si festeggia. Stasera è passata la macchina con
l’altoparlante sopra la testa che comunicava l’estratto conto di
una notte passata a lacrimare. Raccontava i vostri dolori, le
vostre delusioni, i vostri rancori, i vostri cuori.
Completiamo il muro. Intercettiamo le mine che hanno trovato
casa sotto terra. Calpestiamole. Se ne scoppia una salteremo
insieme? Mi affaccio allo specchio per dipingere un
autoritratto. Potrei venderlo a trecento euro, i soldi giusti per
prendere un treno con te e scappare, oppure percorrere tre ore
con la macchina. E scapperemo insieme se tu ci stai. Mi hai
fatto fare un tirocinio, ma ora è scaduto: sto lavorando. Hai
visto che gli infelici possono diventare felici. Indosso l’anello
al dito medio della mano sinistra perché così lo uso per
mandare un saluto dal profondo del cuore. E passeranno i
giorni. E arrivò la neve che non ci faceva passare; e arrivò il
caldo che non voleva farci abbracciare. Ma avevamo
conservato un po’ di neve. La freddezza che si percepisce. E tu
trova il modo per farmi riscaldare. Magari mi abbracci, e poi
chi lo sa cosa succederà. E gli altri non ci sono più. Ci hanno
lasciati da soli. Tempo al pop. E hanno i fanali accesi per
evitarci. E troviamo i vestiti adatti per le nostre guerre stellari.
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Per non soffrire. E si faranno una vacanza. E inizierà
un’avventura, forse resterà per l’eternità su una foto digitale
che avevi scattato per una mostra fotografica. L’arte non
capisce cos’ha creato. Ma io te lo facevo presente.
Gli incendi estivi. Le foglie che decidono di scappare da casa.
I sistemi d’allarme si sono sgolati, non hanno fatto feriti. I
sistemi d’allarme si sono sgolati, non ci hanno sentiti.

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E ci facciamo scattare una foto così resterà quell’attimo
immortalato, e nel vederlo ripenseremo a quel momento in cui
insieme giravamo le vie di quel posto in cerca di un rifugio per
appartarci e scambiarci un segno di pace. Le colombe che
scappano appena è Pasqua. E le palle che rotolano via appena è
Natale. Ti regalo un sorriso per ogni giorno in cui ci sarà
malinconia nelle ciminiere che accendono un falò. E sediamoci
accanto a lui per poter nascondere il rossore delle nostre
guance dietro il rosso del fuoco che ci sorride. E tu che allegra
lo spegni perché preferisci mostrarmi la tua natura. Luminosa
natura morta con ragazza al computer. Prestami un accendino
perché proprio non ce la faccio più. Non devo darmi fuoco.
Non devo illuminarmi d’immenso. Devo dare fuoco a questo
falò che hai spento. Accendiamolo. Brucio una pagina della
mia vita da dimenticare. Voglio farmi lacrimare gli occhi non
dal bagliore del fuoco, ma dalla gioia di vederti ridere, per una
mia storia buffa, ridiamo insieme.
E ti offrirei anche una parte di me per riempirla di scarabocchi,
di appunti di una vita dal valore inestimabile. La tua crisi
interiore e la rivoluzione. Abituiamoci al progresso.
Ammiriamo le stelle.

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