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Molte vite, molti maestr di.Brian L.Weiss .pdf



Nome del file originale: Molte vite, molti maestr_di.Brian L.Weiss.pdf
Titolo: Microsoft Word - Weiss Brian - Molte Vite Molti Maestri
Autore: Alberto

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Weiss Brian
Molte vite, molti maestri
Copyright © 1988 by Brian L. Weiss, M.D.
Titolo originale dell'opera: Many lives, Many Masters © 1997 Amoldo Mondadori Editore
S.p.A., Milano Traduzione su licenza del Gruppo Editoriale Armenia La scansione è stata
curata da Pietro Pellerito ....... Varese Premessa So che vi è una ragione per tutto. Forse
nel momento in cui una cosa avviene non abbiamo né l'intuizione né il presentimento per
comprenderne la ragione, ma col tempo e la pazienza, essa viene alla luce.
Così fu con Catherine. La incontrai nel 1980, quando aveva ventisette anni. Era venuta
nel mio studio cercando aiuto per attacchi di ansietà, panico e fobie. Sebbene questi
sintomi si fossero presentati fin dall'infanzia, negli ultimi tempi erano molto peggiorati.
Ogni giorno di più si sentiva paralizzata emotivamente e incapace di agire. Era atterrita e
incomprensibilmente depressa.
In contrasto con il caos che invadeva allora la sua vita, la mia fluiva tranquillamente. Ero
felicemente sposato, avevo due bambini e una carriera promettente.
Fin dall'inizio la mia vita sembrava avere seguito un corso senza ostacoli. Ero cresciuto in
una casa piena d'affetto. I successi accademici erano venuti facilmente e già nel
secondo anno di università avevo deciso di divenire psichiatra.
Avevo ottenuto con lode i diplomi Phi Beta Kappa dalla Columbia University di New York
nel 1966. E alla Vale University School of Medicine avevo conseguito la laurea nel 1970.
Dopo un internato al New York University-Bellevue Medicai Center, ero tornato a Vale per
completare la specializzazione in psichiatria. In seguito ero entrato nel corpo docente
dell'Università di Pittsburgh. Due anni dopo ero passato all'Università di Miami come
direttore della divisione di psicofarmacologia. Là avevo raggiunto fama nazionale nei
campi della psichiatria biologica e della tossicodipendenza.
Dopo quattro anni
all'università fui promosso al grado di professore associato di psichiatria alla facoltà di
medicina e nominato primario di psichiatria in un grande ospedale di Miami collegato
all'università. A quel tempo avevo già pubblicato trentasette fra scritti scientifici e libri nel
mio campo.
Anni di studio disciplinato avevano abituato la mia mente a pensare da scienziato e da
fisico lungo gli angusti sentieri del conservatorismo nella mia professione. Negavo tutto
ciò che non potesse essere provato con i metodi scientifici tradizionali. Conoscevo alcuni
studi di parapsicologia che venivano condotti nelle maggiori università del paese, ma
essi non richiamavano la mia attenzione. Tutto questo mi sembrava troppo cervellotico e
raffazzonato.
Poi incontrai Catherine. Per diciotto mesi usai metodi :onvenzionali di terapia per
eliminare i suoi sintomi.
Quando nulla parve funzionare tentai l'ipnosi. In una se- ne di stati di trance, Catherine
rievocò ricordi di «vite passate» che si dimostrarono i fattori causali dei suoi sintomi.
Lei riuscì anche ad agire come canale di informazione per «entità spiritiche» altamente
evolute e attraverso di esse rivelò molti segreti della vita e della morte. In soli pochi mesi
i suoi sintomi scomparvero e lei riprese la sua vita, più felice e tranquilla di quanto fosse
mai stata.
Nulla mi aveva preparato a questo. Rimasi assolutamente stupito quando questi eventi si
rivelarono.

Non ho una spiegazione scientifica per quello che è avvenuto. Vi sono troppe cose nella
mente umana che si trovano al di là della nostra comprensione. Forse, sotto ipnosi,
Catherine riusciva a mettere a fuoco la parte della sua mente subconscia in cui
conservava ricordi di vite passate, o forse aveva incontrato ciò che lo psicanalista Cari
Jung definiva «inconscio collettivo», la fonte di energia che ci circonda e contiene i ricordi
dell'intera razza umana.
Gli scienziati stanno cominciando a cercare queste risposte. Noi, come società, abbiamo
molto da guadagnare dalla ricerca nei misteri della mente, dell'anima, della continuazione
della vita dopo la morte e dell'influenza delle nostre esperienze di vite passate sul nostro
comportamento presente. Ovviamente le ramificazioni sono illimitate, specialmente nei
campi della medicina, della psichiatria, della teologia e della filosofia.
Comunque, una ricerca rigorosamente scientifica in questo campo è ancora agli esordi.
Grandi passi sono stati fatti per scoprire questa informazione, ma il processo è lento e
incontra molta resistenza da parte degli scienziati come della gente comune.
Nel corso della storia, il genere umano ha resistito al cambiamento e all'accettazione di
nuove idee. Quando Galileo scoprì le lune di Giove, gli astronomi del suo tempo si
rifiutarono di accettarle e perfino di guardare questi satelliti perché l'esistenza di tali lune
contrastava con le loro credenze. Lo stesso avviene oggi con gli psichiatri e gli altri
terapeuti, che si rifiutano di esaminare e prendere in considerazione le considerevoli
prove raccolte sulla sopravvivenza alla morte corporea e sui ricordi di vite passate. I
loro occhi restano strettamente chiusi.
Questo libro è il mio piccolo contributo alla ricerca in corso nel campo della
parapsicologia, specialmente nel ramo che tratta delle esperienze prima della nascita e
dopo la morte. Ogni parola che leggerete è vera. Io non ho aggiunto nulla, e ho
cancellato solo quelle parti che risultavano ripetizioni. Ho leggermente modificato
l'identità di Catherine per rispettarne la privacy.
Mi sono occorsi quattro anni per scrivere ciò che è avvenuto, quattro anni per radunare
il coraggio di affrontare il rischio professionale di rivelare queste scoperte non ortodosse.
Improvvisamente una sera, sotto la doccia, mi sentii costretto a mettere queste
esperienze nero su bianco. Ebbi la precisa sensazione che era giunto il momento giusto,
che non dovevo più tener celata questa informazione. La lezione che avevo imparato
doveva essere condivisa con altri e non essere tenuta nascosta. La conoscenza mi era
giunta attraverso Catherine e adesso doveva divulgarsi attraverso di me. Sapevo che
nessuna possibile conseguenza che avrei potuto affrontare sarebbe stata dannosa come
il non condividere le conoscenze che avevo guadagnato circa l'immortalità e il vero
significato della vita.
Uscii subito dalla doccia e mi sedetti alla scrivania con tutte le registrazioni che avevo
fatto durante le sedute con Catherine. Nelle prime ore del mattino, pensai al mio vecchio
nonno ungherese, morto quando ero ancora adolescente. Ogni volta che gli dicevo di
aver paura di affrontare un rischio, mi incoraggiava affettuosamente ripetendomi nel suo
inglese: «Vat thè hell [al diavolo!]», mi diceva, «vat thè hell».
io 1.
Catherine La prima volta che vidi Catherine, indossava un vivace abito cremisi e stava
sfogliando nervosamente una rivista nella mia sala d'aspetto. Era visibilmente ansiosa.
Per i precedenti venti minuti aveva passeggiato su e giù per il corridoio degli uffici del
Dipartimento di Psichiatria, cercando di convincersi di mantenere l'appuntamento preso
con me e non fuggire.

Entrai nella stanza per salutarla e ci stringemmo la mano. Le erano occorsi due mesi per
raccogliere il coraggio di fissare un appuntamento sebbene fosse stata caldamente
consigliata di cercare il mio aiuto da due medici in cui aveva fiducia. Finalmente era lì.
Catherine è una donna straordinariamente attraente, con capelli biondi di media
lunghezza e occhi color nocciola. In quel tempo lavorava come tecnico di laboratorio
nell'ospedale in cui ero direttore di Psichiatria, e si procurava un guadagno extra come
indossatrice di costumi da bagno e abiti da spiaggia.
La condussi nel mio ufficio, a una grande poltrona di cuoio. Ci sedemmo di fronte,
separati dal mio tavolo semicircolare. Catherine si addossò alla poltrona in silenzio, non
sapendo da dove cominciare. Io attesi, preferendo che scegliesse lei l'inizio ma, dopo
qualche minuto, cominciai a farle domande sul suo passato. In quella prima visita
chiarimmo chi era e perché era venuta da me.
Rispondendo alle mie domande, Catherine mi espose la storia della sua vita. Era la tipica
americana media, allevata in una famiglia cattolica conservatrice in una cittadina del
Massachusetts. Suo fratello, nato tre anni prima di lei, era molto atletico e godeva di una
libertà che a lei non era mai stata concessa. La sorella, più giovane, era la favorita di
entrambi i genitori.
Quando cominciammo a parlare dei suoi sintomi, divenne notevolmente più tesa e
nervosa. Parlava rapidamente e si chinava in avanti appoggiando i gomiti al tavolo. La
sua vita era sempre stata oppressa da paure. Temeva l'acqua, aveva paura di soffocare
al punto di non potere inghiottire pillole, aveva paura degli aeroplani, aveva paura del
buio ed era atterrita dall'idea della morte. Negli ultimi tempi le sue paure erano
peggiorate. Per sentirsi sicura, spesso dormiva in uno stanzino senza porte, nel suo
appartamento.
Impiegava due o tre ore prima di potersi addormentare.
Aveva il sonno leggero e irregolare, e si svegliava spesso.
Erano tornati gli incubi e gli episodi di sonnambulismo che avevano turbato la sua
fanciullezza. Via via che queste paure e questi sintomi si facevano più paralizzanti, lei
diveniva sempre più depressa.
Mentre Catherine continuava a parlare, sentivo che soffriva profondamente. Per anni
avevo aiutato pazienti come Catherine nelle loro angosce e nelle loro paure, ed ero certo
di poter aiutare anche lei. Decisi che avremmo cominciato a scavare nella sua infanzia
cercando l'origine dei problemi. Di solito questo tipo di ricerca serve ad alleviare
l'ansietà. Se necessario, e se lei fosse riuscita a inghiottire delle pillole, le avrei dato
qualche blando sedativo. Era questo il trattamento consueto per i sintomi di Catherine e
io non avevo mai esitato a usare tranquillanti o anche farmaci antidepressivi per trattare
paure e ansietà croniche e gravi. Adesso uso queste medicine molto più raramente e solo
temporaneamente. Nessuna medicina può raggiungere le vere radici di questi sintomi. Le
mie esperienze con Catherine e altri simili casi me lo hanno dimostrato. Adesso so che
possono esservi cure e non solo soppressioni o dissimulazioni dei sintomi.
Durante la prima seduta cercai di sospingerla delicatamente verso la sua infanzia. Poiché
Catherine ricordava stranamente pochi eventi dei suoi primi anni, mi proposi di ricorrere
all'ipnoterapia come una possibile scorciatoia per superare queste dimenticanze. Lei non
riusciva a ricordare ogni momento particolarmente traumatico della sua infanzia che
potesse spiegare l'epidemia di paure nella sua vita.
Mentre si sforzava di ricordare, emergevano frammenti isolati di ricordi. Aveva circa
cinque anni quando era rimasta terrorizzata per essere stata spinta giù da un trampolino
in una piscina. Mi disse tuttavia che già da prima di questo incidente, non si era mai
sentita a suo agio nell'acqua. Quando Catherine aveva undici anni, sua madre aveva

avuto una grave depressione. Questo strano ritrarsi di sua madre dalla vita familiare rese
necessario il ricorso a uno psichiatra e conseguenti trattamenti con elettroshock. Tali
trattamenti avevano reso difficile a sua madre ricordare le cose. L'esperienza materna
aveva atterrito Catherine, ma via via che sua madre migliorava e tornava se stessa,
Catherine mi disse che le sue paure si dissipavano. Suo padre ebbe una lunga storia di
alcolismo, e talora il fratello di Catherine aveva dovuto condurlo via dal suo bar abituale.
Il crescente uso di alcool da parte del padre, lo aveva portato ad avere frequenti
contrasti con sua madre, che allora diveniva di cattivo umore e chiusa in se stessa.
Tuttavia Catherine considerava tutto questo come un'accettata consuetudine familiare.
Le cose andavano meglio fuori di casa. Lei frequentava le scuole superiori e comunicava
facilmente con i suoi amici che, per la maggior parte, conosceva da anni. Tuttavia
trovava difficile aver fiducia negli altri, specialmente in coloro che non facevano parte
della ristretta cerchia degli intimi.
La sua religione era semplice e indiscutibile. Era stata educata a credere nell'ideologia e
nelle pratiche tradizionali cattoliche e non aveva mai dubitato della verità e della validità
della sua fede. Credeva che, se si è buoni cattolici e si vive osservando la fede e i suoi
riti, si è compensati andando in cielo; altrimenti bisogna sperimentare il purgatorio o
l'inferno. Un Dio patriarcale e suo Figlio prendono queste decisioni conclusive. In seguito
seppi che Catherine non credeva nella reincarnazione; in realtà sapeva molto poco su
questo concetto, sebbene avesse letto qualche cosa sull'induismo. La reincarnazione era
un'idea contraria alla sua educazione. Non aveva mai avvicinato la letteratura metafisica
o occulta non avendo interesse per essa. Si sentiva sicura nelle sue credenze.
'
Dopo le scuole superiori, aveva seguito un corso professionale di due anni, divenendo
tecnico di laboratorio. Munita di un diploma e incoraggiata dal trasferimento di suo
fratello a lampa, Catherine trovò un lavoro a Miami, presso un grande ospedale affiliato
con l'Università della Miami School of Medicine. Si trasferì a Miami nella primavera del
1974 all'età di ventun anni.
La vita di Catherine in una piccola città era stata più facile di quella di Miami, tuttavia lei
era contenta di essere sfuggita ai suoi problemi familiari.
Durante il suo primo anno a Miami, Catherine incontrò Stuart. Sposato, ebreo e con due
figli, era del tutto diverso da ogni altro uomo che avesse avvicinato. Era un medico di
successo, forte e aggressivo. Tra loro vi fu un'irresistibile attrazione, ma la loro relazione
fu difficile e tempestosa.
Qualche cosa in lui distrusse la sua passione e la svegliò come da un incanto. Quando
Catherine cominciò la terapia, i suoi rapporti con Stuart duravano da sei anni ed erano
ancora molto vivi ma non felici. Catherine non poteva resistere a Stuart sebbene lui la
trattasse freddamente e lei fosse furiosa per le sue menzogne, per le sue promesse non
mantenute, per i suoi raggiri.
Parecchi mesi prima del suo appuntamento con me, Catherine aveva dovuto subire un
intervento chirurgico alle corde vocali per un nodulo benigno. Era stata ansiosa prima
dell'intervento, ma rimase assolutamente atterrita al suo risveglio in corsia. Gli infermieri
impiegarono ore per calmarla. Dopo il suo ricovero all'ospedale, si era rivolta al dottor
Edward Poole. Ed era un affabile pediatra che Catherine aveva incontrato lavorando
all'ospedale.
Entrambi avevano simpatizzato ed erano divenuti amici.
Catherine parlava liberamente a Ed e gli aveva detto delle sue paure, della sua relazione
con Stuart e della sensazione di star perdendo il controllo sulla propria vita. Lui aveva
insistito perché fissasse un appuntamento con me e solo con me, e non con qualche
altro psichiatra del mio gruppo. Quando Ed mi telefonò per dirmelo, mi spiegò che, per

varie ragioni, pensava che solo io potevo realmente capire Catherine, anche se gli altri
psichiatri avevano eccellenti credenziali ed erano abili terapeuti. Catherine, comunque,
non mi telefonò.
Passarono otto settimane. Preso dal mio lavoro come responsabile del dipartimento di
psichiatria, io avevo dimenticato la telefonata di Ed. Le paure e le fobie di Catherine
peggiorarono. Il dottor Frank Acker, direttore di chinirgia, aveva conosciuto casualmente
Catherine da anni, e spesso scherzavano bonariamente fra loro quando lui visitava il
laboratorio in cui lei lavorava. Frank si era accorto del suo malessere e sentiva la sua
tensione. Più volte era stato sul punto di dirle qualche cosa, ma aveva esitato.
Un pomeriggio, mentre si recava in macchina a un piccolo ospedale fuori mano per
tenervi una lezione, vide Catherine che tornava a casa e istintivamente la salutò sul
ciglio della strada. «Voglio che vada dal dottor Weiss, subito», le gridò attraverso il
finestrino. «Senza indugi. Sebbene
i chirurghi spesso agiscano impulsivamente, lo
stesso Frank fu sorpreso del suo impeto.
Gli attacchi di panico e di ansietà di Catherine erano divenuti sempre più numerosi e
duraturi. Aveva cominciato ad avere incubi ricorrenti. In uno di essi un ponte franava
mentre lei lo attraversava in macchina. L'automobile cadeva nell'acqua e lei vi restava
chiusa dentro e annegava. In un secondo sogno si trovava chiusa in una stanza buia
senza poter trovare una via di uscita. Finalmente venne da me.
Al tempo della mia prima seduta con Catherine, non avevo idea che la mia vita stesse per
trasformarsi, che l'atterrita e confusa donna dall'altra parte del mio tavolo sarebbe stata
un catalizzatore e che io non sarei più stato lo» stesso.
2.
La prima seduta Trascorsero diciotto mesi di intensa psicoterapia: Catherine veniva a
trovarmi una o due volte la settimana. Era una buona paziente, loquace, intuitiva e con
un gran desiderio di guarire.
Durante quel tempo esaminammo i suoi sentimenti, i suoi pensieri e i suoi sogni. Il
riconoscimento dei suoi ricorrenti modi di comportamento le permise di intuire e di
capire. Ricordava sempre più significativi particolari del suo passato come le assenze di
suo padre sempre in viaggio per mare e, ogni tanto, le sue violente esplosioni per avere
bevuto troppo. Capì molto di più sulla sua turbolenta relazione con Stuart, ed espresse in
modo più appropriato la sua rabbia. Ero sicuro che avrebbe dovuto essere molto
migliorata. I pazienti quasi sempre migliorano quando ricordano le influenze sgradevoli
del loro passato, quando imparano a riconoscere e a correggere i modelli di
comportamento inadatti e quando sviluppano vedute interiori considerando i loro
problemi da una prospettiva più vasta e distaccata. Ma Catherine non era migliorata.
Attacchi di ansietà e di panico la torturavano incessantemente. Gli incubi vivaci e
ricorrenti continuavano, e lei era ancora atterrita dal buio, dall'acqua e dalla
claustrofobia. Il suo sonno era ancora frammentario per cui non riposava. Aveva
palpitazioni cardiache. Continuava a rifiutare
ogni farmaco per la paura di inghiottire
pillole. Avevo l'impressione di trovarmi davanti a un muro e che, qualunque cosa facessi,
quel muro sarebbe rimasto così alto che nessuno di noi avrebbe potuto superarlo. Ma al
mio senso di frustrazione si aggiunse un nuovo senso di decisione. In qualche modo
dovevo aiutare Catherine.
E allora avvenne una strana cosa. Sebbene avesse una gran paura di volare, e dovesse
rassicurarsi con numerose bevute quando era in aeroplano, Catherine accompagnò Stuart
a una conferenza medica a Chicago nella primavera del 1982. Là lo spinse a visitare la
mostra egiziana al museo d'arte, dove si unirono a un gruppo guidato.

Catherine si era sempre interessata all'arte dell'antico Egitto e alle immagini di opere di
quel periodo. Non era una studiosa e non aveva mai studiato la storia egiziana, ma, in
qualche modo, tutto ciò le appariva familiare.
Quando la guida cominciò a descrivere alcuni dei manufatti che erano in mostra, lei si
trovò a correggerla... e aveva ragione. La guida era meravigliata; Catherine sbigottita.
Come sapeva queste cose? Perché si sentiva così sicura di avere ragione da correggere
la guida in pubblico? Forse erano ricordi dimenticati della sua infanzia.
Al successivo appuntamento mi raccontò quello che era accaduto. Alcuni mesi prima le
avevo suggerito l'ipnosi, ma lei aveva paura e non aveva accettato. Dopo la sua
esperienza alla mostra egiziana, pur con riluttanza accettò.
L'ipnosi è un eccellente strumento per aiutare un paziente a ricordare incidenti
dimenticati da lungo tempo. In questo non vi è nulla di misterioso: è uno stato di concentraziòne messa a fuoco. Dietro le istruzioni di un ipnotizzatore esperto, il corpo del
paziente si rilassa provocando un acuirsi della memoria. Io ho ipnotizzato centinaia di
pazienti e l'ho trovato utile per ridurre l'ansietà, eliminare le fobie, cambiare le cattive
abitudini e facilitare la rievocazione di episodi repressi. Una volta ero riuscito a far
regredire pazienti alla loro prima infanzia, fino a quando avevano due o tre anni,
risvegliando così ricordi di traumi dimenticati che avevano sconvolto le loro vite. Ero
sicuro che l'ipnosi avrebbe aiutato Catherine.
Dissi a Catherine di sdraiarsi sul lettino con gli occhi leggermente chiusi e la testa
appoggiata a un piccolo cuscino.
Dapprima ci concentrammo sul suo respiro. A ogni esalazione lei rilassava tensioni e
ansietà accumulate; a ogni inalazione si rilassava ancor più. Dopo alcuni minuti di questo
esercizio le dissi di visualizzare i suoi muscoli che si rilassavano progressivamente, a
cominciare dai muscoli del volto e delle mascelle, poi quelli del collo, delle spalle, delle
braccia, fino ai muscoli dello stomaco e delle gambe. Lei sentì tutto il suo corpo
affondare sempre più nel lettino.
Poi le dissi di visualizzare una brillante luce bianca al sommo della sua testa, nel suo
corpo. Infine, dopo avere diffuso lentamente la luce per tutto il suo corpo, rilassai
completamente ogni muscolo, ogni nervo, ogni organo, tutto il suo organismo,
portandola in uno stato di distensione e di pace sempre più profondo. Lei si sentì sempre
più assonnata, sempre più calma e serena. Da ultimo, dietro mia indicazione, la luce
riempì il suo corpo e, insieme, la circondò.
Contai piano alla rovescia da dieci a uno. A ogni numero entrava in un più profondo
livello di rilassamento. Il suo stato di trance divenne più intenso. Lei potè concentrarsi
sulla mia voce ed escludere tutti i rumori di fondo. Giunti a uno, lei era già in uno stato di
ipnosi relativamente profonda. Tutto il processo aveva richiesto circa venti minuti.
Dopo un poco cominciai a farla regredire chiedendole di rievocare ricordi di età sempre
più infantili. Lei riuscì a parlare e a rispondere alle mie domande pur rimanendo in un
livello di ipnosi profonda. Ricordò un'esperienza traumatica dal dentista, avvenuta
quando aveva sei anni.
Ricordò vivamente la paurosa esperienza avuta a cinque anni quando era stata spinta giù
dal trampolino in una piscina. Lei si era sentita soffocare e aveva inghiottito dell'acqua,
e, parlandone, cominciò a mostrare sintomi di soffocamento nel mio studio. Le suggerii
che l'esperienza era finita e che lei era fuori dell'acqua. Il senso di soffocamento cessò e
lei riprese a respirare normalmente. Era sempre in trance profonda.
All'età di tre anni era avvenuto l'episodio peggiore. Ricordò di essersi svegliata nella sua
buia stanza da letto e di accorgersi che suo padre era entrato. Sapeva di alcool, e anche

adesso lei ne sentiva l'odore. Lui la toccò e l'accarezzò, anche «lì giù». Atterrita si mise a
gridare, così che lui le coprì la bocca con la sua rozza mano. Lei non poteva respirare.
Nel mio studio, sul mio lettino, venticinque anni dopo, Catherine cominciò a singhiozzare.
Ebbi la certezza che adesso avevamo l'informazione, la chiave del mistero. E non ebbi
dubbi che i suoi sintomi sarebbero migliorati rapidamente e drammaticamente. Le
suggerii piano che l'esperienza era finita, e che lei non era più nella sua stanza da letto,
ma stava riposando tranquilla, sempre in trance. I singhiozzi finirono. La riportai al
presente. La svegliai dopo averle dato l'ordine, per suggestione postipnotica, di ricordare
tutto quello che mi aveva detto. Dedicammo il resto della seduta a discutere il suo
ricordo improvvisamente vivo del trauma col padre. Cercai di aiutarla ad accettare e
integrare la sua «nuova» conoscenza. Adesso capì le sue relazioni col padre, le reazioni
di lui, il suo distacco da lei, e la paura che le faceva. Tremava ancora quando lasciò lo
studio, ma io sapevo che la conoscenza così ottenuta meritava questa momentanea
afflizione.
Nel dramma di scoprire i suoi ricordi penosi e profondamente repressi, avevo del tutto
dimenticato di cercare possibili collegamenti infantili con la sua competenza circa i
manufatti egiziani. Ma, perlomeno, sapeva molto di più sul suo passato. Aveva ricordato
molti eventi paurosi, e io mi aspettavo un significativo miglioramento dei suoi sintomi.
Nonostante queste nuove conoscenze, la settimana successiva mi riferì che i suoi sintomi
erano rimasti intatti, gravi come sempre. Io rimasi meravigliato. Non riuscivo a capire che
cosa c'era che non andava. Era forse successo qualche cosa prima dei tre anni? Avevamo
scoperto ragioni più che sufficienti per la sua paura di soffocare, dell'acqua, del buio, di
sentirsi chiusa, e tuttavia le traumatizzanti paure e i sintomi, le ansietà incontrollate
turbavano ancora i suoi momenti di veglia. I suoi incubi erano paurosi come prima.
Decisi di farla regredire ulteriormente.
Ipnotizzata, Catherine parlava in un lento e deliberato sussurro. Per questo potevo
trascrivere con precisione le sue parole e ho potuto citarla letteralmente. (I puntini
rappresentano pause nella sua parlata, non parole omesse perché non ho potuto
trascriverle. Tuttavia alcune espressioni ripetute non sono state incluse qui.) Pian piano
la riportai all'età di due anni, ma non rievocò ricordi significativi. Le diedi istruzioni chiare
e precise: «Regredisca fino all'età da cui derivano i suoi sintomi». Ero del tutto
impreparato per quello che avvenne allora.
«Vedo dei gradini bianchi che portano a un edificio, un grande edificio bianco con
colonne, aperto sul davanti.
Non vi sono portali. Indosso un abito lungo... un sacco di stoffa grezza... I capelli sono
intrecciati, biondi e lunghi.
Ero confuso. Non mi sentivo sicuro di ciò che succedeva.
Le chiesi quanti anni avesse e come si chiamasse. «Aronda...
Ho diciotto anni. Vedo un mercato davanti all'edificio. Vi sono delle ceste... Le ceste
vengono portate sulle spalle. Viviamo in una valle... Non c'è acqua. L'anno è il 1863
prima di Cristo. La zona è nuda, calda, sabbiosa. C'è un pozzo, non vi sono fiumi. L'acqua
viene a valle dai monti.» Quando ebbe riferito altri particolari topografici, le dissi di
avanzare di qualche anno e dirmi quello che vedeva.
«Vi sono alberi e una strada di pietra. Vedo un fuoco e gente che cucina. Ho i capelli
biondi. Indosso un lungo e rozzo abito scuro, e sandali. Ho venticinque anni. Ho una
bambina il cui nome è Cleastra... E Rachel. Rachel è attualmente sua nipote; hanno
sempre avuto relazioni molto strette.! Fa molto caldo.

Io ero sbigottito. Mi sentivo un nodo allo stomaco, la stanza era fredda. Le sue
visualizzazioni e i suoi ricordi sembravano precisi. Lei non procedeva per tentativi. I
nomi, le date, le vesti, gli alberi... tutto era visto con grande esattezza.
Che cosa succedeva? Come, la bambina che aveva allora, poteva essere oggi sua nipote?
Ero sempre più confuso.
Avevo esaminato migliaia di pazienti, molti sotto ipnosi, e non avevo mai incontrato
fantasie come questa, neppure nei sogni. Le ordinai di proseguire fino al tempo della sua
morte. Non sapevo bene come intervistare un paziente nel mezzo di una così evidente
fantasticheria (o ricordo?), ma ero alla ricerca di eventi traumatici derivati da paure e con
sintomi ricorrenti. Ciò che era avvenuto al momento della sua morte poteva essere stato
particolarmente traumatico.
A quanto sembrava un'inondazione o una marea stava devastando il villaggio.
«Vi sono grandi onde che abbattono gli alberi. Non vi è via di scampo. Fa freddo; l'acqua
è fredda. Devo salvare la mia bambina, ma non posso... posso solo tenerla stretta.
Annego; l'acqua mi soffoca. Non posso respirare, non posso inghiottire... acqua salata. La
bambina mi è strappata dalle braccia. Catherine ansimava e aveva difficoltà di respiro.
D'improvviso il suo corpo si rilassò completamente, e il suo respiro divenne profondo e
regolare.
«Vedo delle nubi... La mia bambina è con me. E altri del mio villaggio. Vedo mio
fratello.» Adesso riposava; quella vita era finita. Lei era ancora in trance profonda. Ero
sbalordito. Vite anteriori? Reincarnazione? La mia mente clinica mi diceva che non stava
fantasticando, che non inventava nulla. I suoi pensieri, le sue espressioni, la sua
attenzione ai particolari, tutto era diverso dal suo stato cosciente. L'intera gamma delle
possibili diagnosi psichiatriche attraversò la mia mente, ma il suo stato psichico e la
struttura del suo carattere non spiegavano queste rivelazioni. Schizofrenia? No, non
aveva mai dato prova di un disordine nel conoscere o nel pensare. Non aveva mai
sperimentato allucinazioni uditive udendo voci, né allucinazioni visive o visioni da sveglia,
né alcun altro tipo di episodi psicotici... Non andava soggetta a illusioni né perdeva i
contatti con la realtà. Non aveva personalità multiple o dissociate. Vi era una sola
Catherine, e la sua mente conscia ne era totalmente consapevole. Non aveva tendenze
sociopatiche o antisociali.
Non era un'attrice. Non usava droghe né ingeriva allucinogeni. Il suo uso dell'alcool era
minimo. Non aveva malattie neurologiche o psicologiche che potessero spiegare questa
vivida e immediata esperienza sotto ipnosi.
Si trattava di qualche tipo di ricordi, ma da dove provenivano? La mia reazione viscerale
fu di essere capitato su qualche cosa che conoscevo pochissimo: la reincarnazione e i
ricordi di vite precedenti. Non era possibile, pensai: la mia mente, educata
scientificamente, vi si rifiutava. Tuttavia il fatto era lì, ed era avvenuto davanti ai miei
occhi. Non potevo spiegarlo, ma non potevo nemmeno negarne la realtà.
«Vada avanti», dissi, un po' stanco, ma affascinato da quello che stava avvenendo.
«Ricorda qualche cosa d'altro?» Lei ricordò frammenti di altre due vite.
«Ho un abito con pizzi neri e ho unpizzo nero in testa. Ho capelli scuri con qualche filo
grigio. E l'anno 1756 della nostra èra. Sono spagnola. Mi chiamo Louisa e ho cinquantasei anni. Sto ballando, e anche altri ballano. [Lunga pausa.] Non sto bene; ho la febbre,
sudori freddi... Molti non stanno bene; la gente muore... I medici non sanno che si tratta
dell'acqua.» La portai avanti nel tempo. «Mi sto riprendendo, ma la testa mi fa sempre
male; gli occhi e la testa mi dolgono per la febbre, a causa dell'acqua... Molti muoiono.

In seguito mi disse che era una prostituta, in quella vita, ma che non me lo aveva riferito
perché si era sentita imbarazzata. A quanto sembrava, anche sotto ipnosi Catherine
poteva censurare alcuni ricordi che mi riferiva.
Poiché Catherine aveva riconosciuto sua nipote in un'antica vita, istintivamente le chiesi
se io ero presente in qualcuna
delle sue precedenti esistenze. Ero curioso di sapere
quale era stata la mia parte, se pur ve n'era stata una, nei suoi ricordi. Lei rispose subito,
in contrasto con le sue lente rievocazioni precedenti.
«Lei è il mio insegnante, seduto su una cattedra. Ci insegna con dei libri. È vecchio, con i
capelli grigi. Indossa una veste bianca [toga] ricamata d'oro... Il suo nome è Diogene.
Ci insegna simboli, triangoli. È molto sapiente, ma io non capisco. L'anno è il 1568 avanti
Cristo.» Ossia approssimativamente mille e duecento anni prima del noto filosofo greco,
il cinico Diogene. Il nome era piuttosto comune.
La prima seduta era finita. Altre, più straordinarie, dovevano ancora venire.
Quando Catherine se ne fu andata, e per parecchi giorni successivi, meditai sui particolari
della regressione ipnotica. Era naturale che lo facessi. Pochi particolari, anche se
emergenti da un'ora di terapia «normale», sfuggivano alla mia analisi mentale ossessiva,
ma questa seduta non era stata «normale». Inoltre ero molto scettico circa la vita dopo
la morte, la reincarnazione, le esperienze fuori del corpo e i fenomeni connessi. Dopo
tutto, meditava la mia parte logica, avrebbe potuto essere stata solo una sua fantasia.
Non avrei potuto dimostrare alcuna delle sue affermazioni o visualizzazioni. Ma mi
rendevo anche conto, sebbene molto profondamente, di un altro pensiero meno emotivo.
Mantieni una mente aperta, mi dicevo; la vera scienza comincia con l'osservazione. I
«ricordi» di Catherine potrebbero non essere frutto di fantasia o immaginazione.
Potrebbe esservi qualche cosa di più di ciò che incontra l'occhio, o qualsiasi altro senso.
Mantieni la mente aperta. Raccogli altri dati.
Avevo un altro pensiero tormentoso. Catherine, così pronta alle ansietà e alle paure, non
sarebbe stata troppo spaventata per sottomettersi ancora all'ipnosi? Decisi di non
telefonarle. Lasciamole digerire l'esperienza. Aspettiamo fino alla prossima settimana.
3.
Credere o non credere? Una settimana dopo, Catherine entrò nel mio studio per la
seconda seduta di ipnosi. Più bella e radiosa che mai, mi annunciò allegramente che la
sua paura di annegare, da cui era stata accompagnata per tutta la vita, era scomparsa.
La sua paura di soffocare era alquanto diminuita. Il suo sonno non era più interrotto
dall'incubo di un ponte che franava. Sebbene avesse ricordato i particolari della sua
precedente vita, non li aveva ancora completamente integrati. I concetti di vite passate
e di reincarnazione erano alieni alla sua cosmologia, e tuttavia i suoi ricordi erano così
vivi, le visioni, i suoni e gli odori così netti, la certezza di essere stata là così potente e
immediata, che lei sentiva di dovere esservi veramente stata. Non ne aveva alcun
dubbio, l'esperienza era schiacciante. Si domandava come questo si accordasse con la
sua educazione e le sue credenze.
Durante la settimana avevo riveduto le mie note prese durante un corso di religioni
comparate seguito nel mio primo anno alla Columbia. Vi erano in realtà riferimenti alla
reincarnazione nell'Antico e nel Nuovo Testamento.
Nell'anno 325 l'imperatore romano Costantino il Grande, insieme con sua madre Elena,
aveva cancellato i riferimenti alla reincarnazione contenuti nel Nuovo Testamento.
Il secondo Concilio di Costantinopoli, radunatosi nel 553, confermò questa decisione e
dichiarò eresia il concetto di reincarnazione. A quanto sembra, si pensò che questo
concetto avrebbe indebolito il crescente potere della Chiesa dando al genere umano
troppo tempo per cercare la propria salvezza. Tuttavia i riferimenti originali persistevano;

i primi padri della Chiesa avevano accettato il concetto di reincarnazione. I primi gnostici
- Clemente Alessandrino, Origene, san Girolamo e molti altri - credevano di essere già
vissuti e che sarebbero vissuti di nuovo.
Io, comunque, non avevo mai creduto nella reincarnazione. In realtà, non avevo mai
dedicato molto tempo a meditare su di essa. Sebbene la mia prima educazione religiosa
mi avesse insegnato qualche genere di vaga esistenza dell'anima dopo la morte, non ero
molto convinto di questo concetto.
Ero il maggiore di quattro figli, tutti a un intervallo di tre anni l'uno dall'altro.
Appartenevamo a una conservatrice sinagoga ebrea di Red Bank, una cittadina nel New
Jersey. Io ero quello che nella famiglia manteneva la pace e l'ordine. Mio padre era più
impegnato nella religione del resto di noi. La prendeva molto sul serio come tutto nella
vita. I successi accademici dei suoi figli erano la sua più grande gioia. Era facilmente
sconvolto dalle discordie familiari e se ne appartava lasciando a me il compito di
mediatore. Sebbene questo fosse un'ottima preparazione per la carriera di uno
psichiatra, la mia infanzia fu più dura e responsabile di quanto, in retrospettiva, avrei
preferito.
Ne sarei uscito come un giovane molto serio, abituato ad assumere troppe responsabilità.
Mia madre esprimeva sempre il suo amore. In questo non aveva limiti. Più semplice di
mio padre, si valeva del senso di colpa, del sacrificio, delle stesse difficoltà,
dell'identificazione con i suoi figli come strumenti per model- larli, tutto senza un
secondo fine. Raramente era di cattivo umore, e noi potevamo sempre contare sul suo
amore e il suo aiuto.
Mio padre aveva un buon lavoro come fotografo industriale, ma, sebbene avessimo
sempre cibo in abbondanza, il denaro era scarso. Il mio fratello più giovane, Peter, era
nato quando io avevo nove anni. Dovevamo vivere in sei nel nostro piccolo appartamento
con due sole stanze da letto.
La vita, in un ambiente così piccolo, era agitata e chiassosa, e io cercavo rifugio nei miei
libri. Leggevo continuamente quando non giocavo a baseball o a pallacanestro, le altre
mie due passioni infantili. Sapevo che la cultura era la mia strada per uscire da quella
piccola città, per quanto fosse piacevole, ed ero sempre il primo o il secondo della classe.
Quando ottenni una borsa di studio alla Columbia University, ero un giovane serio e
studioso. I successi accademici continuavano ad arrivare facilmente. Con una tesi in
chimica mi laureai con lode. Decisi di divenire psichiatra perché questo campo combinava
il mio interesse per la scienza e la mia tendenza a lavorare sulla mente umana.
Inoltre una carriera in medicina mi avrebbe permesso di esprimere le mie preoccupazioni
e la mia compassione per gli altri. Nel frattempo avevo incontrato Carole durante una
vacanza estiva in un albergo di Catskill Mountain, dove io lavoravo come aiuto cameriere
e lei era un'ospite.
Sentimmo un'immediata attrazione reciproca e un forte senso di familiarità e di
benessere. Ci scrivemmo, ci demmo appuntamenti, ci innamorammo e ci fidanzammo
durante il mio primo anno alla Columbia. Lei era brillante e bella. Tutto sembrava andare
a posto. Pochi giovani si preoccupano della vita e della morte e della vita dopo la morte,
specialmente quando le cose vanno bene, e io non fui un'eccezione. Stavo divenendo uno
scienziato e imparavo a pensare in un modo logico, spassionato, razionale.
La facoltà di medicina e la residenza alla Vale University
cristallizzarono ulteriormente
questo orientamento scientifico. La mia tesi di laurea riguardò infatti la chimica del
cervello e la funzione dei neurotrasmettitori, che sono messaggeri chimici nel tessuto
cerebrale.

Entrai a far parte del nuovo gruppo degli psichiatri biologi, che fondevano le teorie e le
tecniche psichiafriche tradizionali con la nuova scienza della chimica del cervello.
Redassi molti scritti scientifici, parlai in conferenze locali e nazionali e divenni una
personalità nel mio campo. Ero un po' ossessivo, rigido, inflessibile, ma questi erano gli
usuali caratteri di un medico. Mi sentivo perfettamente preparato a trattare qualsiasi
persona che entrasse nel mio studio per una terapia.
Allora Catherine divenne Aronda, una giovane vissuta nel 1863 a.C. O fu il processo
opposto? Ed eccola ancora qui, più felice di quanto non l'avessi mai vista.
Temetti ancora che Catherine avesse paura di continuare. Tuttavia si preparò volentieri
all'ipnosi e vi entrò rapidamente.
«Sto gettando ghirlande di fiori nell'acqua. È una
cerimonia. I miei capelli sono biondi e intrecciati. Indosso una veste scura con oro, e
sandali. Qualcuno è morto, qualcuna della casa reale... la madre. Io sono un'ancella della
casa reale, e lavoro nelle cucine. Noi mettiamo i corpi nell'acqua salata per trenta giorni,
poi li asciughiamo e le parti vengono separate. Io posso sentirne l'odore, l'odore dei
corpi.» Era spontaneamente tornata alla vita di Aronda, ma in un momento diverso,
quando il suo compito era di preparare i corpi dopo la loro morte.
«In un edificio separato», continuò Catherine, «posso vedere i corpi. Stiamo
avvolgendoli. L'anima si dilegua. Si può portare con noi quello che ci appartiene per
essere preparati per la successiva e più importante vita.» Esprimeva quello che
sembrava un concetto egiziano della morte e dell'altra vita, diverso da qualsiasi altra
delle nostre credenze. In quella religione era possibile portare le proprie cose con sé.
Lasciò quella vita e tacque. Rimase in silenzio per alcuni minuti prima di entrare in un
periodo apparentemente più antico.
«Vedo del ghiaccio, aderente alle pareti di una caverna...
rocce...» Descrisse vagamente un luogo scuro e squallido, e adesso si sentiva
visibilmente a disagio. Più tardi descrisse quello che aveva visto di se stessa. «Ero
brutta, sporca e di cattivo odore. Passò a un altro periodo.
«Vi sono alcuni edifici e un carro con ruote di pietra. I miei capelli sono scuri, coperti da
un drappo. Il carro è pieno di paglia. Io sono felice. Mio padre è lì... mi abbraccia. È... è
Edward [il pediatra che insisteva perché venisse da me]. È mio padre. Viviamo in una
valle con alberi. Nel recinto vi sono olivi e fichi. La gente scrive su carte. Su di esse vi
sono strani segni, come lettere. La gente scrive tutto il giorno, sta facendo una libreria.
È il 1536 prima di Cristo. La terra è nuda. Il nome di mio padre è Perseus.
L'anno non coincideva esattamente, ma ero sicuro che lei fosse nella stessa vita che
aveva riferito durante la seduta della settimana prima. La portai avanti nel tempo, pur
rimanendo in quella vita.
«Mio padre la conosce [ossia me]. Parlate di raccolti, di legge, di governo. Lui dice che lei
è molto intelligente, e io la ascolto.» La portai ancora più avanti nel tempo. «Lui [il
padre] giace in una stanza buia. È vecchio e malato. Fa freddo... mi sento così vuota.»
Progredì fino alla sua morte.
«Adesso sono vecchia e debole. Mia figlia è qui, presso il mio letto. Mio marito è già
morto. Il marito di mia figlia è qui, e anche i loro figli. Vi sono molte persone qui
intorno.» Questa volta la sua morte avvenne in pace. Lei stava fluttuando. Fluttuando?
Questo mi ricordò gli studi del dottor Raymond Moody sulle esperienze di persone in
prossimità della morte. Anche i suoi soggetti ricordavano di fluttuare prima di essere
respinti nei loro corpi. Avevo letto il suo libro alcuni anni prima, e adesso mi proposi di
rileggerlo. Mi domandai se Catherine poteva ricordare qualche cosa di più dopo la sua
morte, ma lei disse solo: «Sto semplicemente fluttuando». La svegliai e terminai la
seduta.

Con un nuovo, insaziabile desiderio di leggere tutto ciò che di scientifico era stato
pubblicato sulla reincarnazione, andai a caccia nelle biblioteche di medicina. Studiai le
opere del dottor lan Stevenson [vedi a tale riguardo di questo autore Reincarnazione,
venti casi a sostegno, Armenia Editore, Milano, n.d.r.), un rispettatissimo professore di
psichiatria dell'Università della Virginia, che aveva pubblicato molto nella letteratura
psichiatrica. Il dottor Stevenson aveva raccolto oltre duemila casi di bambini con ricordi
ed esperienze di tipo reincarnazionista. Molti presentavano la xenoglossia, la capacità di
parlare lingue straniere che non avevano mai udito. La sua casistica è molto completa,
ben documentata e veramente notevole.
Lessi un eccellente panorama scientifico di Edgar Mit- chell. Con grande interesse
esaminai i dati ESP della Duke University e gli scritti del professor C.J. Ducasse della
Brown University, e analizzai gli studi del dottor Martin Ebon, della dottoressa Helen
Wambach, della dottoressa Gertrude Schmeidler, del dottor Frederick Lenz e della
dottoressa Edith Fiore. Più leggevo e più volevo leggere.
Cominciai a rendermi conto che, per quanto mi fossi considerato molto preparato in ogni
dimensione della mente, la mia cultura era rimasta molto limitata. Vi sono intere
biblioteche piene di queste ricerche e di questa letteratura, che pochi conoscono. Molte
di queste ricerche sono state condotte, verificate e ripetute da stimati clinici e scienziati.
Possibile che siano stati tutti errori e illusioni? Le prove a sostegno sembravano
schiaccianti, e tuttavia dubitavo ancora. Schiaccianti o no, trovavo difficile credervi.
Tanto Catherine quanto io, a nostro modo, eravamo già stati profondamente
impressionati dall'esperienza. Catherine migliorava emozionalmente, e io ampliavo gli
orizzonti della mia mente. Catherine era stata tormentata dalle sue paure per molti anni
e stava finalmente provando qualche sollievo. Attraverso veri ricordi o vivaci fantasie,
avevo trovato un modo per aiutarla e non avevo intenzione di fermarmi adesso.
Per un breve momento pensai a tutto questo mentre Catherine entrava in trance all'inizio
della seduta successiva. Prima dell'induzione ipnotica aveva ricordato un sogno circa un
gioco fatto su un vecchio scalìno di pietra, con una scacchiera in cui vi erano dei fori. Il
sogno le era sembrato particolarmente vivido. Adesso le dissi di regredire oltre i normali
limiti dello spazio e del tempo e di vedere se il suo sogno aveva le radici in una
precedente reincarnazione.
«Vedo dei gradini che portano a una torre... da cui si
vedono i monti e anche il mare. Sono un ragazzo... Ho i capelli biondi... strani capelli.
Le vesti sono corte, bianche e nere, fatte con pelli di animali. Alcuni uomini sono in cima
alla torre e guardano intorno... Guardie. Sono sudici. Giocano, sembrano scacchi, ma non
lo sono. La tavola è rotonda, non quadrata. Giocano con pezzi, a punta, come piccoli
pugnali, che fanno entrare nei buchi. I pezzi portano teste di animali. È la zona di
Kirustan [scrittura fonetica]? Dalle parti dei Paesi Bassi, verso il 1473.» Le chiesi il nome
del luogo in cui viveva, e se poteva vedere o udire un anno preciso. «Adesso sono in un
porto di mare, e la terra scende al mare. C'è una fortezza... e l'acqua. Vedo una
capanna... mia madre cucina in una pentola di argilla. Il mio nome è Johan.
Andava progredendo verso l'epoca della sua morte. A questo punto, nelle nostre sedute,
cercavo sempre il singolo evento traumatico che poteva avere causato o spiegare i
sintomi della sua vita attuale. Anche se queste visualizzazioni notevolmente esplicite
fossero state fantasie, e io non ne ero sicuro, quello che credeva o pensava poteva
essere alla base dei suoi sintomi. Dopo tutto avevo visto persone traumatizzate dai loro
sogni. Alcuni potevano non ricordare se un trauma infantile era avvenuto in sogno, e
tuttavia il ricordo di quel trauma turbava profondamente la loro vita adulta.

Quello che non riuscivo a valutare pienamente era che il continuo martellamento di
influenze scardinanti, come le pungenti critiche di un genitore, può causare traumi
psichici anche maggiori di un singolo episodio traumatico.
Queste influenze dannose, perché penetrano in tutto il nostro passato, sono più difficili a
rievocarsi e a eliminarsi.
Un fanciullo continuamente redarguito può perdere la fiducia in se stesso e la stima di se
stesso, come uno che ricorda di essere stato umiliato una sola e terribile volta. Un
fanciullo la cui famiglia è divenuta povera e ha quotidiani problemi di cibo, alla fine può
avere gli stessi problemi psicologici di uno che una sola volta è quasi morto di fame.
Avrei dovuto rendermi presto conto che il continuo martellamento di forze negative
doveva essere riconosciuto e risolto con attenzione non minore di quella rivolta al
singolo e schiacciante evento traumatico.
Catherine cominciò a parlare.
«Vi sono barche, come canoe, vivacemente dipinte. È la zona degli approvvigionamenti.
Abbiamo armi, lance, fionde, archi e frecce, ma più grandi. Vi sono grandi, strani remi
sulla barca... tutti devono remare. Possiamo essere perduti; è buio. Non vi sono luci. Ho
paura. Vi sono altre barche con noi [a quanto sembra si tratta di un'incursione]. Ho paura
degli animali. Dormiamo su sudicie e maleodoranti pelli di animali. Stiamo esplorando. Le
mie scarpe sono buffe, come sacchi... legati alle caviglie... di pelle di animali. [Lunga
pausa.] La mia faccia è scaldata dal fuoco. La mia gente sta uccidendo gli altri, ma io no.
Io non voglio uccidere. Ho in mano il coltello.» Improvvisamente lei cominciò a
gorgogliare come se le mancasse il respiro. Riferì che un combattente nemico l'aveva
afferrata alle spalle stringendole il collo e le aveva tagliato la gola con un coltello. Prima
di morire aveva visto il volto del suo uccisore. Era Stuart. Allora aveva un altro aspetto,
ma lei lo aveva riconosciuto. Johan era morto all'età di ventun anni.
Si era poi trovata a fluttuare sopra il suo corpo, osservando la scena al di sotto. Era
salita verso le nubi, perplessa e confusa. Presto si era sentita spinta in uno spazio
«angusto e caldo». Stava per rinascere.
«Qualcuno mi tiene», mormorò lentamente in tono sognante, «qualcuno che mi ha
aiutato nella nascita. Indossa un abito verde e un grembiule bianco. Ha una cuffia bianca
con gli angoli piegati indietro. La stanza ha strane finestre... con molte sezioni. L'edificio
è di pietra. Mia madre ha lunghi capelli neri. Vuole tenermi. Indossa una strana...
rozza camicia da notte. A strusciarla fa male. È piacevole essere al sole e sentire ancora
caldo... È... la stessa madre che ho adesso!» Nella seduta precedente, le avevo ordinato
di osservare attentamente le persone significative in queste vite per vedere se poteva
identificarle con persone significative nella sua vita attuale. Secondo la maggior parte
degli scrittori, gruppi di anime tendono a reincarnarsi insieme più e più volte per attuare
il loro karma (debiti dovuti ad altri e a se stessi, lezioni che devono essere imparate)
nello spazio di molte vite.
Nel mio tentativo di capire questo strano, spettacolare dramma che stava svolgendosi,
ignorato dal resto del mondo, nella penombra del mio tranquillo studio, dovevo verificare
questa informazione. Sentivo la necessità di applicare il metodo scientifico, che avevo
rigorosamente usato nei primi quindici anni della mia ricerca, per valutare questo
materiale quanto mai inconsueto che usciva dalle labbra di Catherine.
Nel corso delle sedute, Catherine stessa stava divenendo un soggetto sempre più
sensitivo. Aveva intuizioni, sulla gente e sugli eventi, che si dimostravano vere. Durante
l'ipnosi, aveva cominciato a prevedere le mie domande prima che avessi l'opportunità di
esprimerle. Molti dei suoi sogni avevano un carattere precognitivo.

Una volta, quando i suoi genitori vennero a farle visita, suo padre espresse seri dubbi su
quello che stava avvenendo. Per dimostrargli che era vero, lei lo condusse in un
ippodromo. E lì, davanti ai suoi occhi, cominciò a indovinare il vincitore di ogni corsa. Lui
rimase sbigottito. Quando ebbe riconosciuto che Catherine aveva dimostrato ciò che
sosteneva, lei diede tutto il denaro che aveva vinto al primo povero che incontrò
lasciando l'ippodromo. Intuitivamente sentiva che questi suoi nuovi poteri spirituali non
dovevano essere usati per trame benefici finanziari. Per lei, essi avevano un significato
molto più alto. Mi disse che questa esperienza le riusciva un po' paurosa, ma era così
contenta dei progressi fatti, che desiderava continuare nelle regressioni. Era insieme
respinta e attratta dalle sue capacità psichiche,
specialmente dall'episodio
dell'ippodromo. Era stata una prova tangibile. Aveva il biglietto vincente di ogni corsa.
Non si trattava di coincidenze. Qualche cosa di molto strano stava accadendo nelle ultime
settimane, e io cercavo di mantenere il mio punto di vista. Non potevo negare le sue
capacità psichiche. E se queste capacità erano reali e potevano presentare prove
tangibili, i suoi resoconti di vite passate non potevano anch'essi essere veri? Adesso tornò
a una vita in cui era appena nata. Questa reincarnazione sembrava essere più recente,
ma lei non poteva identificare l'anno. Il suo nome era Elizabeth.
«Adesso sono più grande, ho un fratello e due sorelle.
Vedo la tavola da pranzo... Mio padre è lì... è Edward [il pediatra, tornato ancora come
suo padre]. Mia madre e mio padre stanno ancora litigando. Il cibo è patate e fagioli. Lui
è furioso perché sono freddi. Litigano sempre. Lui non fa che bere... Picchia mia madre.
[La voce di Catherine era Impaurita, e lei tremava visibilmente.] Da degli spintoni ai
bambini. Non è come era prima, non è più lo stesso.
Io non gli voglio bene. Vorrei che se ne andasse.» Parlava come un bambino.
Le mie domande durante queste sedute erano certo molto diverse da quelle usate nella
psicoterapia convenzionale. Io mi comportavo piuttosto come una guida, tentando di
esaminare tutta una vita in un'ora o due, cercando eventi traumatici e comportamenti
dannosi che potessero spiegare i suoi sintomi attuali. La terapia convenzionale è
condotta a un ritmo molto più particolareggiato e più lento. Ogni parola detta dal
paziente viene analizzata nelle sue sfumature e nei suoi significati nascosti. Ogni
espressione del volto, ogni movimento del corpo, ogni inflessione della voce vengono
considerati e valutati.
Ogni reazione emotiva viene accuratamente esaminata.
Tutti i modelli di comportamento vengono riuniti scrupolosamente. Con Catherine,
invece, gli anni potevano volare in pochi minuti. Le sedute con Catherine erano come
pilotare una Indy 500 a tutto gas... e cercare di riconoscere le facce tra la folla.
Rivolsi la mia attenzione a Catherine e le ordinai di avanzare nel tempo.
«Adesso sono sposata. La nostra casa ha una grande stanza. Mio marito ha i capelli
biondi. Non lo riconosco.
[Ossia non è ancora apparso nell'attuale vita di Catherine.] Non abbiamo ancora figli...
Lui è molto gentile con me. Ci amiamo e siamo felici.» A quanto sembrava, era sfuggita
all'oppressione della casa paterna. Le chiesi se poteva identificare la zona in cui viveva.
«Brennington?» mormorò Catherine esitando. «Vedo dei libri con delle strane vecchie
copertine. Quello grande è chiuso con una fascetta. È la Bibbia. Vi sono grandi strane
lettere... Lingua gaelica.» Qui disse alcune parole che non riuscii a identificare.
Non ho idea se fossero in gaelico o no.
«Viviamo nell'interno, non sul mare. Contea di... Brennington?
Vedo una fattoria con
maiali e agnelli. È la nostra fattoria. Era avanzata nel tempo. «Abbiamo due figli... il
maggiore sta per sposarsi. Posso vedere il campanile della chiesa... un edificio di pietra

molto vecchio.» Improvvisamente ebbe un colpo alla testa e si sentì male portandosi la
mano alla tempia sinistra. Disse di essere caduta sui gradini di pietra. Ma si riprese. Morì
in tarda età, nel suo letto, a casa, circondata dalla sua famiglia.
Di nuovo fluttuò sopra il suo corpo, dopo la morte, ma questa volta non era perplessa né
confusa.
«Vedo una grande luce. È meravigliosa; da questa luce si attinge energia. Restava, dopo
la morte, nella vita fra le vite. I minuti passarono in silenzio. D'un tratto parlò, ma non
nel basso mormorio che aveva sempre usato. La sua voce era adesso robusta e alta,
senza esitazioni.
«Il nostro compito è di imparare a divenire simili a Dio attraverso la conoscenza.
Conosciamo così poco. Lei è qui per essere mio insegnante. Ho tanto da imparare. Con la
conoscenza ci avviciniamo a Dio, e poi possiamo riposare.
Poi torniamo per insegnare agli altri e aiutarli.» Io ero senza parole. Ecco una lezione che
veniva da dopo la sua morte, dal suo stato di interregno tra una vita e la successiva.
Qual era la fonte di questo materiale? Non sembrava affatto provenire da Catherine. Lei
non aveva mai parlato così, usando queste parole, questa fraseologia.
Anche il tono della sua voce era totalmente diverso.
Al momento non mi resi conto che, sebbene Catherine avesse pronunciato le parole, non
aveva dato origine ai pensieri. Lei ripeteva quello che le era stato detto. Più tardi
identificò i Maestri, anime molto elevate, non attualmente nel corpo, come la fonte di
quello che aveva detto.
Esse potevano parlarmi attraverso di lei. Non solo Catherine poteva essere regredita in
vite passate, ma adesso poteva canalizzare la conoscenza dall'aldilà. Una conoscenza
bella. Io lottavo per mantenere la mia obiettività.
Era stata introdotta una nuova dimensione. Catherine non aveva mai letto gli studi della
dottoressa Elisabeth Kùbler-Ross o del dottor Raymond Moody, che hanno entrambi
scritto sulle esperienze in prossimità della morte.
Non aveva mai sentito parlare del Libro tibetano dei morti. E tuttavia stava riferendo
esperienze simili a quelle esposte in quegli scritti. Era in qualche modo una prova. Se
solo ci fossero stati più fatti, particolari più tangibili, avrei potuto verificare. Il mio
scettismo fluttuava ma rimaneva. Forse lei aveva letto delle esperienze in punto di morte
in un articolo di rivista o aveva visto un'intervista in una trasmissione televisiva.
Sebbene negasse ogni ricordo cosciente di questo articolo o di questa trasmissione, forse
ne manteneva un ricordo inconscio. Ma lei andava oltre queste nozioni e trasmetteva un
messaggio da questo stato di di interregno fra le vite. Se solo avessi avuto più fatti.
Al suo risveglio Catherine ricordò, come sempre, i particolari delle sue vite passate.
Tuttavia non potè ricordare nulla di quello che era avvenuto dopo la sua morte come
Elizabeth. Nel futuro non avrebbe ricordato alcun particolare degli stati fra le vite.
Avrebbe potuto ricordare solo le vite trascorse.
«Con la conoscenza ci avviciniamo a Dio.» Eravamo sulla strada.
4.
«La mia vita non sarebbe più stata la stessa» «Vedo una casa bianca, quadrata, con
davanti una strada sabbiosa. Della gente a cavallo va su e giù.» Catherine stava
parlando col suo solito bisbiglio sognante. «Vi sono alberi... una piantagione, una casa
grande con un gruppo di case più piccole, come case di schiavi. Fa molto caldo. È nel
Sud... Virginia?» Pensava che la data fosse il 1873. Era bambina.
«Vi sono cavalli e molte colture... grano, tabacco.» Lei e altro personale di servizio
mangiavano in una cucina della grande casa. Era negra, e il suo nome era Abby. Aveva

cattivi presentimenti e il suo corpo era teso. La grande casa era in fiamme e lei la
vedeva bruciare. La feci avanzare di quindici anni, fino al 1888.
«Indosso un vecchio abito, pulisco uno specchio al secondo piano di una casa, una casa
di mattoni con finestre... con molti vetri. Lo specchio è ondulato, non liscio, con dei nodi
alle estremità. Il proprietario della casa si chiama James Manson. Ha una strana giacca
con tre bottoni e un grande colletto nero. Ha la barba... Non lo riconosco [come
qualcuno nell'attuale vita di Catherine]. Mi tratta bene. Vivo in una casa della proprietà.
Pulisco le stanze.
Nella proprietà vi è una scuola, ma a me non è permesso di andarvi. Faccio anche del
burro. » Catherine sussurrava lentamente, usando parole molto semplici e facendo molta
attenzione ai particolari. Nei successivi cinque minuti imparai come si fa il burro. La
conoscenza di Abby, su come si sbatte il burro nella zangola, era nuova anche per
Catherine. La feci avanzare nel tempo.
«Sono con qualcuno ma non credo che siamo sposati.
Dormiamo insieme... ma non viviamo sempre insieme. Sto bene con lui, ma niente di
speciale. Non vedo bambini. Vi sono meli e anatre. Altre persone sono in distanza.
Raccolgo mele. Qualche cosa mi fa prudere gli occhi.» Catherine faceva delle smorfie
con gli occhi chiusi. «È il fumo. Il vento soffia da questa parte... È il fumo di legna che
brucia.
Bruciano barili di legno.» Adesso tossiva. «Anneriscono l'interno dei barili... catrame...
per renderli impermeabili.» Dopo l'eccitazione della seduta dell'ultima settimana, io
desideravo raggiungere ancora lo stato di interregno fra le vite. Avevamo già impiegato
novanta minuti a esaminare la sua vita come donna di servizio. Io avevo imparato molte
cose circa i copriletto, il burro e le botti. Desideravo ardentemente lezioni più spirituali,
quindi la feci avanzare fino alla sua morte.
«Non riesco a respirare. Il petto mi fa male.» Catherine ansava, evidentemente
soffrendo. «Il cuore mi fa male; batte forte. Io ho tanto freddo... tremo tutta. Catherine
cominciò a tremare. «Nella stanza c'è gente che mi fa bere delle foglie [del té]. Hanno
uno strano odore. Mi strofinano un unguento sul petto. Ho la febbre, ma sento molto
freddo.» Morì serenamente. Fluttuando verso il soffitto, potè vedere il suo corpo nel
letto, una piccola rugosa donna sulla sessantina. Stava solo fluttuando, in attesa di
qualcuno che venisse ad aiutarla. Si rese conto di una luce e di sentirsi attratta da essa.
La luce stava divenendo più brillante e luminosa. Attese in silenzio mentre i minuti
passavano lentamente. Improvvisamente fu in un'altra vita, migliaia di anni prima di
Abby.
Catherine mormorava piano: «Vedo una quantità di aglio appesa in una stanza aperta.
Ne sento l'odore. Si crede che elimini molti mali del sangue e purifichi il corpo, ma
bisogna prenderlo ogni giorno. L'aglio è anche fuori, al margine di un giardino. Vi sono
altre piante... fichi, datteri e altre. Queste piante fanno bene. Mia madre compra aglio e
altre piante. Qualcuno in casa è malato. Vi sono strane radici... A volte si tengono in
bocca, o nelle orecchie o in altri orifizi. Basta tenerle lì.
«Vedo un vecchio con la barba. È uno dei guaritori del villaggio. Dice quello che bisogna
fare. Vi è una qualche...
pestilenza... uccide le persone. Esse non vengono imbalsamate perché si ha paura della
pestilenza. Vengono solo sepolte. Tutti se ne dolgono. Sono sicuri che l'anima, in questo
modo, non può liberarsi [contrario alle relazioni di Catherine dall'aldilà]. Anche il bestiame
muore. L'acqua...
allagamenti... la gente si ammala per gli allagamenti.

[Sembra che si rendesse conto di questo particolare nei casi di epidemia.] Anch'io ho dei
disturbi per l'acqua. Fa male allo stomaco. La malattia colpisce gli intestini e lo stomaco.
Si perde una gran quantità di acqua. Cerco di vomitare l'acqua, ma questo ci uccide.
Vomito l'acqua. Vedo mia madre e i miei fratelli. Mio padre è già morto. I miei fratelli
sono molto malati.» Feci una pausa prima di portarla avanti nel tempo. Ero affascinato
dal modo con cui le sue concezioni della morte e dell'aldilà cambiavano da vita a vita. E
tuttavia la sua esperienza della morte stessa era così uniforme, così simile, ogni volta.
Una parte cosciente di lei lasciava il corpo al momento della morte fluttuando su di esso,
e poi veniva attratta da una meravigliosa luce energetica. E allora lei aspettava che
qualcuno venisse ad aiutarla. L'anima si liberava automaticamente. L'imbalsamazione, i
riti funebri, o ogni altro processo dopo la morte, non avevano niente a che fare con
questo. Era automatico, nessuna preparazione era necessaria, come passare per una
porta aperta.
«La regione è spoglia e arida... Non vedo montagne qui intorno, solo una zona piatta e
arida. Uno dei miei fratelli è morto. Io mi sento meglio, ma il dolore non è scomparso.»
Comunque non visse ancora molto. «Sono sdraiata su di un pagliericcio, con una coperta
addosso.» Era molto malata e nessuna quantità di aglio o di altre erbe poteva impedire la
sua morte. Presto fluttuò sopra il suo corpo, attratta dalla luce familiare. Attese con
pazienza che qualcuno venisse a lei.
La sua testa cominciò a volgersi lentamente a destra e a sinistra come se osservasse una
scena. La sua voce fu ancora alta e forte.
«Mi dicono che ci sono molti dèi, perché Dio è in ognuno di noi.» Riconobbi la voce, che
veniva dallo stato di interregno, dalla sua forza come dal tono decisamente spirituale del
messaggio. Quello che disse in seguito mi lasciò senza fiato: mi tolse l'aria dai polmoni.
«Tuo padre è qui, e anche tuo figlio, che è un bambino piccolo. Tuo padre dice che lo
riconoscerai perché il suo nome è Avrom, e tua figlia porta il suo nome. Inoltre la sua
morte fu dovuta al cuore. Anche il cuore di tuo figlio dava preoccupazioni perché era
volto all'indietro, come quello di un pollo. Tuo padre fece un grande sacrificio per te,
per amore. La sua anima è molto avanzata... La sua morte ha sanato i debiti dei suoi
genitori.
Inoltre voleva mostrarti che la medicina può arrivare solo a un dato punto, che le sue
mete sono molto limitate.
Catherine finì di parlare e io rimasi in un silenzio religioso mentre la mia mente cercava
di chiarire le cose. La stanza sembrava gelata.
Catherine sapeva pochissimo della mia vita personale.
Sulla mia scrivania avevo una fotografia di mia figlia bambina che rideva felice con i suoi
due dentini in una bocca per altro sdentata. Accanto a essa vi era la foto di mio figlio.
Oltre questo, Catherine non sapeva nulla della mia famiglia e della mia storia. Ero stato
bene addestrato nelle tradizionali tecniche psicoterapeutiche. Si supponeva che il
terapista fosse una tabula rasa, un foglio bianco su cui il paziente poteva proiettare i
propri sentimenti, i propri pensieri e i propri orientamenti. Questi, allora, potevano
essere analizzati dal terapista, ampliando l'area mentale del paziente. Io avevo
mantenuto questa distanza terapeutica con Catherine. Lei mi conosceva solo come uno
psichiatra, ignorando tutto il mio passato e la mia vita privata. Non avevo mai messo in
mostra i miei diplomi nel mio studio.
La più grande tragedia della mia vita era stata l'improvvisa morte del mio primogenito,
Adam, che aveva solo ventitré giorni quando scomparve, all'inizio del 1971. Circa dieci
giorni dopo che lo avevamo portato a casa dall'ospedale, aveva sviluppato problemi
respiratori e vomito convulso. La diagnosi fu estremamente difficile a farsi.

«Drenaggio polmonare venoso completamente anomalo con un difetto atriale settale», ci
fu detto. «Avviene una volta su circa dieci milioni di nascite.» Le vene polmonari, che si
suppone riportino sangue ossigenato al cuore, erano dirette in modo anomalo entrando
nel cuore dal lato errato.
Era come se il cuore fosse rovesciato. Fenomeno
estremamente raro.
Un disperato intervento chirurgico a cuore aperto non potè salvare Adam, che morì alcuni
giorni dopo. Piangemmo per mesi la caduta delle nostre speranze e dei nostri sogni.
Nostro figlio Jordan nacque un anno dopo, grande balsamo per le nostre ferite.
Al tempo della morte di Adam, io ero rimasto incerto circa la scelta della psichiatria come
carriera. Stavo svolgendo il mio internato di clinica medica e mi era stata offerta una
posizione stabile in questo campo. Dopo la morte di Adam, decisi di abbracciare la
professione di psichiatra. Ero furioso che la medicina moderna, con tutte le sue capacità
e le sue tecniche progredite, non avesse potuto salvare mio figlio, un bambinetto di
pochi giorni.
Mio padre era stato in eccellente salute finché aveva avuto
un grave attacco cardiaco
nel 1979, a sessantun anni. Sopravvisse per il momento, ma il cuore era rimasto
irrimediabilmente danneggiato, e morì tre giorni dopo. Tutto questo era avvenuto circa
nove mesi prima del mio appuntamento con Catherine.
Mio padre era stato un uomo religioso, più in senso ritualistico che spirituale. Il suo
nome ebraico, Avrom, gli si adattava meglio dell'inglese Alvin. Quattro mesi dopo la sua
morte, nacque nostra figlia Amy, e le fu imposto anche il nome di lui.
Adesso, nel 1982, nella penombra del mio tranquillo studio, un'assordante cascata di
verità segrete veniva versata su di me. Nuotavo in un mare spirituale e l'acqua mi
piaceva. Mi sentivo sulle braccia la pelle d'oca. Catherine non poteva sapere tutto questo.
Non era possibile nemmeno prenderlo in considerazione. Il nome ebraico di mio padre, il
fatto che avevo avuto un figlio morto nelle prime settimane di vita per un difetto cardiaco
che si presenta una volta su dieci milioni, le mie incertezze sulla medicina, la morte di
mio padre e il nome di mia figlia, tutto questo era troppo, troppo specifico e troppo vero.
Questo non sofisticato laboratorio tecnico era un canale per una conoscenza
trascendentale. E, se poteva rivelare queste verità, che cosa d'altro vi era? Dovevo
conoscere di più.
«Chi», farfugliai, «chi è lì? Chi le dice queste cose?» «I Maestri», mormorò lei, «gli Spiriti
Maestri mi parlano. Mi dicono che ho vissuto ottantasei volte nello stato fisico.» Il
respiro di Catherine rallentò, la sua testa smise di volgersi a destra e a sinistra.
Riposava. Volevo proseguire, ma le implicazioni di ciò che aveva detto mi distraevano.
Aveva realmente avuto ottantasei vite? E che dire dei «Maestri»? Era possibile? Le
nostre vite potevano essere guidate da spiriti che non hanno corpi fisici ma sembrano
possedere grande conoscenza? Vi sono gradini che conducono a Dio? Era reale tutto
questo? Trovavo difficile dubitarne considerando ciò che lei mi aveva appena rivelato,
tuttavia lottavo per credere. Stavo superando anni di programmazione alternativa. Ma
nella mia testa, nel mio cuore, nella mia carne, sapevo che aveva ragione. Stava
rivelando delle verità.
E che dire di mio padre e di mio figlio? In un certo senso essi erano ancora vivi; non
erano mai realmente morti. Mi parlavano, anni dopo la loro sepoltura, e lo provavano
dandomi specifiche e segrete informazioni. E poiché tutto ciò era vero, mio figlio era
progredito spiritualmente come Catherine aveva detto? Aveva accettato di nascere e di
morire ventitré giorni dopo per aiutarci nei nostri debiti carmici e, inoltre, per darci
informazioni sulla medicina e il genere umano e per ricondurmi alla psichiatria? Mi
sentivo molto rincuorato da queste idee. Sotto il gelo che provavo sentivo muoversi un

grande amore, un forte sentimento di unione e di collegamento con il cielo e con la
terra. Avevo perduto mio padre e mio figlio. Era bello avere ancora loro notizie.
La mia vita non sarebbe più stata la stessa. Una mano aveva raggiunto e alterato
irreversibilmente il corso della mia esistenza. Tutte le mie letture, che erano state
condotte con attenta critica e distacco scettico, cadevano al punto giusto. I ricordi e i
messaggi di Catherine erano veri. Le mie intuizioni circa l'esattezza delle sue esperienze
erano state giuste. Disponevo di fatti. Disponevo di prove.
Tuttavia, anche in quell'istante di gioia e di comprensione, anche in quel momento di
esperienza mistica, l'antica e familiare parte logica e dubbiosa della mia mente faceva
un'obiezione. Forse era solo ESP o qualche capacità psichica. Certo è una capacità, ma
non dimostra la reincarnazione né gli Spiriti Maestri. Questa volta, però, fui più accorto.
Le migliaia di casi ricordati nella letteratura scientifica, specialmente quelli di bambini
che parlano lingue straniere che non hanno mai udito, che hanno segni di nascita nel
punto di precedenti ferite mortali, o che conoscono dove sono stati conservati o sepolti
a migliaia di chilometri di distanza, decenni o secoli prima, tutto faceva eco al messaggio
di Catherine. Io conoscevo il suo carattere e la sua mentalità.
Sapevo quello che era e quello che non era. No, questa volta la mia mente non poteva
ingannarmi. La prova era troppo forte e schiacciante. Tutto questo era reale. Lei
l'avrebbe confermato via via che le nostre sedute progredivano.
A volte, nel succedersi delle settimane, avrei dimenticato il potere e l'immediatezza di
questa seduta. A volte sarei ricaduto nel tran tran della vita quotidiana preoccupandomi
delle solite cose. I dubbi sarebbero riapparsi. Era come se la mia mente, quando non
veniva messa a fuoco, tendesse a tornare ai vecchi modelli, alle vecchie credenze e al
vecchio scetticismo. Ma allora mi dicevo: questo è realmente avvenuto! Mi rendevo conto
di quanto sia difficile credere a questi concetti senza avere avuto un'esperienza
personale. L'esperienza è necessaria per aggiungere la credenza emotiva alla
comprensione intellettiva. Ma l'impatto dell'esperienza si attenua sempre più o meno.
Da principio non compresi perché cambiavo tanto. Sapevo di essere più calmo e
paziente, e gli altri mi dicevano di quanto apparissi in pace, di quanto sembrassi più
riposato e felice. Sentivo di avere più speranza, più gioia, più risolutezza. Albeggiava in
me la convinzione di non avere più paura della morte. L'idea della morte o della non
esistenza non mi spaventava. Avevo meno paura di perdere gli altri, pur con la certezza
che li avrei perduti. Quanto è j potente la paura della morte. Gli uomini fanno di tutto per
evitarla: crisi della mezza età, relazioni con persone più giovani, chirurgia estetica,
ossessione della ginnastica, accumulazione di beni materiali, procreazione perché un
nome non scompaia, sforzi per essere sempre più giovane, e così via. Noi siamo
paurosamente preoccupati della nostra morte, spesso tanto da dimenticare il vero scopo
della nostra vita.
Stavo anche divenendo meno ossessivo. Non sentivo il bisogno di controllarmi
continuamente. Sebbene tentassi di essere meno serio, questa trasformazione era
difficile per me. Avevo ancora molto da imparare.
In realtà la mia mente era adesso aperta alla possibilità e anche alla probabilità che le
affermazioni di Catherine fossero vere. Gli incredibili fatti circa mio padre e mio figlio non
potevano essere stati ottenuti con i sensi consueti. Le sue conoscenze e le sue capacità
dimostravano con certezza un'imponente facoltà psichica. Crederle era sensato, ma
restavo diffidente e scettico su quello che leggevo nella letteratura popolare. Chi erano
queste persone che riferivano fenomeni psichici, la vita dopo la morte e altri stupefacenti
eventi paranormali? Erano addestrati nel metodo scientifico di osservazione e di verifica?
Nonostante la mia sconvolgente e meravigliosa esperienza con Catherine, sapevo che la

mia mente, naturalmente critica, avrebbe continuato a esaminare ogni fatto nuovo, ogni
elemento di informazione. Avrei controllato se esso rientrava nel modello costruito in
ogni seduta. Lo avrei esaminato da ogni punto di vista col microscopio dello scienziato. E
tuttavia non potevo più negare che il modello era già lì davanti a me.
5.
Raggiungere i Maestri Eravamo ancora nel mezzo della seduta. Catherine terminò il suo
riposo e cominciò a parlare di statue verdi di fronte a un tempio. Io uscii dalla mia
fantasticheria e ascoltai. Era in un'antica vita, in qualche parte dell'Asia, ma era ancora
con i Maestri. Incredibile, pensai fra me.
Parla di vite precedenti, di reincarnazione, e tuttavia, a confronto con i messaggi dei
Maestri, sembra una regressione. Comunque stavo già rendendomi conto che doveva
attraversare una vita prima di poter lasciare il suo corpo e raggiungere lo stato di
interregno fra le vite. Non poteva raggiungere questo stato direttamente. E solo là
poteva raggiungere i Maestri.
«Le statue verdi sono davanti alla grande costruzione di un tempio», mormorò piano,
«un fabbricato con pinnacoli e sfere scure. Sul davanti vi sono settanta gradini, e là,
dopo averli saliti, vi è una sala. Sta bruciando dell'incenso.
Nessuno ha le scarpe. Le teste sono rasate. Hanno il volto rotondo e gli occhi scuri. La
loro pelle è scura. Io sono là.
Mi sono fatta male a un piede e sono andata là per cercare aiuto. Il mio piede è gonfio;
non posso camminare con esso. Vi si è infilata qualche cosa. Mi mettono sul piede delle
foglie... Strane foglie... Tannis? [Il tannino, o acido tannico, che si trova naturalmente
nelle radici, nel legno, nella corteccia, nelle foglie e nei frutti di molte piante, è stato
usato fin dall'antichità come medicina per le sue proprietà coagulanti o astringenti.] Per
prima cosa il mio piede è stato purificato. È un rito per gli dèi. Nel mio piede vi è qualche
veleno. Ho pestato qualche cosa. Il ginocchio è gonfio. La gamba è pesante, con delle
strie [avvelenamento del sangue?]. Mi fanno un buco nel piede e vi mettono qualche
cosa di molto caldo.» Catherine si dibatteva adesso per il dolore. Stava anche soffocando
per qualche pozione terribilmente amara che le avevano dato da bere. La pozione era
fatta con foglie gialle. Guarì, ma le ossa del piede e della gamba non furono più le
stesse. La feci progredire nel tempo. Vide solo una squallida e povera vita. Viveva con la
famiglia in una piccola capanna di una sola stanza, senza tavolo. Mangiavano una sorta
di riso, un cereale, ma avevano sempre fame. Invecchiò rapidamente senza sfuggire alla
povertà e alla fame, e morì. Attesi. Attesi ma non potei assistere all'esaurimento di
Catherine. Prima che la potessi svegliare, tuttavia, mi disse che Robert Jarrod aveva
bisogno del mio aiuto. Non avevo idea di chi fosse Robert Jarrod, né di come potessi
aiutarlo. Non vi fu altro.
Dopo essersi svegliata dalla trance, Catherine ricordò ancora molti particolari della
rievocazione della sua vita passata. Non ricordava nulla delle sue esperienze dopo la
morte, nulla dello stato di interregno né della incredibile conoscenza che era stata
rivelata. Le feci una domanda.
«Catherine, che cosa significa per lei la parola "Maestri"?» Lei pensava che fosse un
torneo di golf! Adesso migliorava rapidamente, ma aveva ancora difficoltà a integrare il
concetto di reincarnazione nella sua teologia. Per questo decisi di non parlarle ancora dei
Maestri. Inoltre non ero sicuro di come annunciare a qualcuno che lei era una medium
incredibilmente dotata, capace di canalizzare una meravigliosa conoscenza
trascendentale da parte di Spiriti Maestri.
Catherine accettò di permettere a mia moglie di assistere alla prossima seduta. Carole è
una bene addestrata e molto dotata assistente psichiatrica, e io desideravo la sua

opinione su questi incredibili avvenimenti. Quando le ebbi riferito quello che Catherine
aveva detto di mio padre e di nostro figlio Adam, fu lieta di aiutarmi. Io non trovavo
difficoltà nel prendere nota di ogni parola pronunciata nelle vite precedenti, quando
Catherine sussurrava molto lentamente, ma i Maestri parlavano molto in fretta, e io decisi
di registrare tutto.
Catherine ritornò una settimana dopo per una nuova seduta. Continuava a migliorare,
con sempre meno paure e ansietà. Il suo miglioramento clinico era preciso, ma io non
ero ancora sicuro del perché andasse tanto meglio.
Aveva ricordato di essere annegata come Aronda, di avere avuto la gola tagliata come
Johan, di essere stata vittima di un'epidemia dovuta all'acqua come Louisa, e altri terribili
eventi traumatici. Aveva anche sperimentato o risperi- mentato vite di povertà e di
servitù e violenze nella sua famiglia. Queste ultime sono esempi di minitraumi quotidiani,
che pure colpiscono la nostra psiche. Il ricordo di entrambi questi tipi di vita poteva
contribuire al suo miglioramento. Ma esisteva un'altra possibilità. L'esperienza spirituale
in se stessa poteva essere di aiuto? Il sapere che la morte non è quello che appare
poteva contribuire a un senso di benessere, di diminuzione delle paure? Poteva l'intero
processo, e non i ricordi stessi, far parte della cura? Le capacità psichiche di Catherine
aumentavano, e lei diveniva sempre più intuitiva. Aveva ancora problemi con Stuart, ma
si sentiva capace di affrontarlo con maggiore efficienza. I suoi occhi scintillavano, la sua
pelle era luminosa. Mi annunciò che durante la settimana aveva avuto uno strano sogno,
ma poteva ricordarne solo un frammento. Aveva sognato che la rossa pinna di un pesce
le si era conficcata nella mano.
Si sottomise al trattamento rapidamente e facilmente.
Raggiunse un profondo livello di ipnosi in pochi minuti.
«Vedo un certo tipo di rupi. Sono su queste rupi e guardo in basso. Dovrei cercare delle
navi... si suppone che lo faccia... Indosso qualche cosa di blu, dei pantaloni blu...
pantaloni corti con strane scarpe... scarpe nere... con le fibbie. Le scarpe hanno fibbie,
scarpe molto buffe... Guardo l'orizzonte, non vi sono navi. Catherine mormorava piano.
La feci progredire nel tempo fino al successivo evento significativo della sua vita.
«Beviamo birra, birra forte. È molto buio. I boccali sono grossi. Sono vecchi, rafforzati da
cerchi di metallo. C'è un odore molto cattivo in questo luogo, e c'è molta gente.
Gente chiassosa. Tutti parlano facendo molto chiasso.» Le chiesi se poteva udire
qualcuno che la chiamava per nome.
«Christian... Il mio nome è Christian.» Era ancora un maschio. «Stiamo mangiando un
certo cibo e beviamo birra. È buio, e il gusto è molto amaro. Ci mettono del sale.» Non
riusciva a sapere l'anno. «Parlano di una guerra, di navi che bloccano dei porti. Ma non
sento dove questo avviene. Se stessero un po' zitti potrei capire, ma tutti parlano e
fanno chiasso.» Le chiesi dove si trovava. «Hamstead... Hamstead [scrittura fonetica]. È
un porto, un porto di mare nel Galles.
Parlano inglese.» Progredì nel tempo fin quando Christian fu nella sua nave. «Sento
l'odore di qualche cosa, di qualche cosa che brucia. È un odore terribile. Legno bruciato
ma anche qualche altra cosa. Fa pizzicare le narici... Qualche cosa nella lontananza è in
fiamme, qualche tipo di nave, una nave che veleggia. Stiamo caricando! Stiamo
caricando qualche cosa che contiene polvere da sparo.» Catherine diveniva visibilmente
agitata.
«È qualche cosa con polvere da sparo, molto nera... Si attacca alle mani. Bisogna
muoversi in fretta. La nave ha una bandiera verde. La bandiera è scura... È una bandiera
verde e gialla. C'è una specie di corona con sopra tre punti.» Improvvisamente Catherine
fece una smorfia di dolore.

Era in un'estrema angoscia. «Oh», rantolò, «che dolore in questa mano, che dolore in
questa mano! Vi è del metallo, del metallo ardente in questa mano. Mi brucia! Oh! Oh!»
Ricordai il frammento di sogno e capii il significato della rossa pinna conficcata nella sua
mano. Bloccai il suo dolore, ma lei continuava a gemere.
«Le schegge sono di metallo... La nave su cui eravamo è stata distrutta... sulla fiancata
sinistra. Adesso controllano il fuoco. Molti uomini sono stati uccisi... molti uomini. Io sono
sopravvissuto... solo la mia mano è ferita, ma col tempo guarisce.» La feci avanzare nel
tempo, fino al suo successivo evento significativo.
«Vedo una specie di negozio di stampe, stampano qualche cosa con lastre incise e
inchiostro. Stampano e rilegano libri... I libri hanno copertine di cuoio e sono tenuti
insieme da stringhe, stringhe di cuoio. Vedo un libro rosso...
un libro di storia. Non posso leggere il titolo; non hanno finito di stampare. I libri sono
meravigliosi. Le copertine sono di cuoio liscio. Sono libri meravigliosi; insegnano tante
cose.» Ovviamente Christian era felice di vedere e toccare i libri e si rendeva
oscuramente conto della possibilità di imparare in questo modo. Tuttavia sembrava
essere molto ignorante. Feci progredire Christian fino all'ultimo giorno della sua vita.
«Vedo un ponte sopra un fiume. Sono vecchio... molto vecchio. Mi è difficile camminare.
Cammino sopra il ponte... verso l'altro lato... Sento un dolore, una pressione al petto,
una pressione terribile... Il petto mi duole! Oh!» Catherine emetteva suoni gutturali
sperimentando l'apparente attacco di cuore che Christian subiva sul ponte. Il suo respiro
era rapido e debole; il volto e il collo erano coperti di sudore. Cominciò a tossire e ad
ansare. Io ero preoccupato.
Lo sperimentare un attacco di cuore avuto in una vita precedente era pericoloso?
Questa era una nuova frontiera, nessuno sapeva le risposte. Finalmente Christian morì.
Catherine giaceva adesso tranquilla sul lettino, respirando profondamente e
regolarmente. Emise un profondo sospiro di sollievo.
«Mi sento libera... libera», mormorò piano. «Mi sento fluttuare nel buio... Fluttuare. Vi è
intorno della luce... e spiriti, altra gente.» Le chiesi se aveva qualche idea sulla vita che
aveva appena finito, la sua vita come Christian.
«Avrei dovuto essere più incline a perdonare, ma non lo sono stata. Avrei dovuto
perdonare il male che mi hanno fatto, ma non ho perdonato. Non ho perdonato le offese.
Le ho tenute entro di me per molti anni... Vedo occhi... Occhi.
«Occhi?» feci eco avvertendo il contatto. «Che tipo di occhi?» «Gli occhi degli Spiriti
Maestri», sussurrò Catherine, «ma devo aspettare. Devo pensare a delle cose.» I minuti
passarono in un silenzio teso.
«Come saprà quando sono pronti?» chiesi ansioso rompendo il lungo silenzio.
«Mi chiameranno», rispose. Passarono altri minuti. Poi, improvvisamente, la sua testa
cominciò a volgersi da una parte all'altra, e la sua voce, forte e ferma, segnalò il
cambiamento.
«Vi sono molte anime in questa dimensione. Io non sono l'unica.
Dobbiamo essere pazienti. È una cosa che non ho mai imparato... Vi sono molte
dimensioni...» Le chiesi se era stata lì in precedenza, se si era reincarnata molte volte.
«Sono stata in piani diversi varie volte. Ognuno è un piano di più alta coscienza. Il piano
in cui si va dipende da quanto abbiamo progredito...» Rimase ancora in silenzio. Le chiesi
quale lezione doveva ancora imparare per progredire. Rispose immediatamente. «Che
dobbiamo condividere la nostra conoscenza con gli altri. Che abbiamo capacità le quali
vanno molto oltre quelle che usiamo. Alcuni di noi se ne rendono conto molto prima di
altri. Che dobbiamo controllare i nostri difetti prima di giungere a questo punto. Se non lo
facciamo, li portiamo con noi in un'altra vita. Solo noi possiamo liberarci... delle cattive
abitudini che abbiamo accumulato nello stato fisico. I Maestri non possono farlo per noi.

Se decidiamo di lottare fra noi e di non liberarci, porteremo i nostri difetti in un'altra vita.
E solo quando decidiamo di essere abbastanza forti per dominare i problemi esterni, non
li avremo in una vita successiva.
«Dobbiamo anche imparare a non avvicinarci solo a coloro le cui vibrazioni sono le
stesse delle nostre. È normale sentirci attratti da qualcuno che è sullo stesso livello in cui
noi siamo. Ma questo è errato. Dobbiamo anche avvicinarci a coloro le cui vibrazioni
sono negative... rispetto alle nostre. Questo è l'importante... aiutare costoro.
«Ci sono stati dati poteri intuitivi che dovremmo seguire e non cercare di resistervi.
Quelli che resistono si troveranno in pericolo. Non siamo mandati indietro da ogni piano
con eguali poteri. Alcuni di noi possiedono maggiori poteri di altri perché sono stati
accumulati in altre vite.
Così gli uomini non sono stati tutti creati eguali. Ma infine raggiungeremo un punto in cui
saremo tutti eguali.
Catherine fece una pausa. Sapevo che queste idee non erano sue. Lei non aveva basi
nella fisica né nella metafisica; lei non sapeva nulla di piani, di dimensioni e di vibrazioni.
E oltre questo, la bellezza delle parole e dei pensieri, le implicazioni filosofiche di queste
affermazioni, andavano tutte oltre le capacità di Catherine. Lei non aveva mai parlato in
un modo così conciso e poetico. Io potevo sentire un'altra, più alta forza che operava
sulla sua mente e sulle sue corde vocali per tradurre in parole questi pensieri, perché io
potessi capire. No, tutto questo non era Catherine.
La sua voce assunse un tono di sogno.
«Le persone che sono in coma... sono in uno stato di sospensione. Non sono ancora
pronte a passare in un altro piano, finché non hanno deciso se vogliono passarvi o no.
Solo loro possono deciderlo. Se hanno la certezza di non poter più imparare nello stato
fisico... allora è concesso loro il passaggio. Ma, se possono imparare ancora, devono
tornare indietro, anche se non vogliono. Questo è per loro un periodo di riposo, un
periodo in cui i loro poteri mentali possono riposare.» Così le persone in coma possono
decidere se ritornare o no, a seconda di quanto hanno ancora da imparare nello stato
fisico. Se sentono che non hanno più nulla da imparare, possono entrare direttamente
nello stato spirituale, nonostante la medicina moderna. Questa informazione si conciliava
bene con le ricerche pubblicate sulle esperienze in prossimità della morte e sul perché
certuni sceglievano di tornare. Ad altri non era concessa la scelta: dovevano tornare
perché avevano ancora da imparare. Naturalmente
tutti coloro che erano stati
intervistati sulle loro esperienze in prossimità della morte erano tornati nei loro corpi. Vi
è un'impressionante rassomiglianza nelle loro storie. Essi si distaccano dai loro corpi e
«osservano» i loro sforzi di risuscitazione da un punto al di sopra del corpo.
Infine si rendono conto di una luce brillante o di una fulgida figura «spirituale» nella
distanza, a volte alla fine di un tunnel. Non sentono dolore. Quando divengono
consapevoli che i loro compiti sulla terra non sono ancora compiuti e che devono
tornare nei loro corpi, sono immediatamente riuniti a essi e ancora una volta avvertono il
dolore i e le altre sensazioni fisiche.
Molti miei pazienti hanno avuto esperienze in prossimità della morte. Il resoconto più
interessante è stato quello di un uomo d'affari di successo, sudamericano, col quale ho
avuto varie sedute di psicoterapia convenzionale circa due anni dopo il termine del
trattamento di Catherine. Jacob era stato investito e lasciato in stato di incoscienza da
una motocicletta in Olanda, nel 1975, quando era sulla trentina. Ricorda di avere
fluttuato sopra il suo corpo e guardato la scena dell'incidente, prendendo nota dell'arrivo
dell'ambulanza, del medico che esaminava le sue ferite e del crescente numero dei
curiosi. Si era reso conto di una luce dorata nella distanza e, mentre la avvicinava, aveva

visto un monaco con un saio scuro. Il monaco gli aveva detto che non era ancora giunto
il tempo del suo trapasso e che lui doveva tornare nel suo corpo. Jacob sentì la saggezza
e il potere del monaco, il quale gli riferì alcuni futuri eventi della sua vita, che si
realizzarono tutti più tardi. Jacob fu riportato nel suo corpo, riprese coscienza in un letto
di ospedale, e, per la prima volta, provò un terribile dolore.
Nel 1980, mentre viaggiava in Israele, Jacob, che è ebreo, visitò la Grotta dei Patriarchi
in Hebron, che è un luogo sacro per gli ebrei e per i musulmani. Dopo la sua esperienza
in Olanda era divenuto più religioso e aveva cominciato a pregare spesso. Vide la vicina
moschea e si mise a pregare con i musulmani che erano lì. Dopo un poco si alzò per
andarsene. Un vecchio musulmano gli si avvicinò dicendo: «Lei è diverso dagli altri.
Molto raramente gli ebrei si mettono a pregare con noi». Il vecchio fece una pausa
guardando attentamente Jacob prima di continuare.
«Lei ha incontrato il monaco. Non dimentichi quello che le ha detto.» Cinque anni dopo
l'incidente e a migliaia di chilometri di distanza, un vecchio sapeva dell'incontro di Jacob
con il monaco, incontro che era avvenuto mentre Jacob era in stato di incoscienza.
Nel mio studio, meditando sulle ultime rivelazioni di Catherine, mi domandai che cosa i
nostri primi Padri pensassero dell'affermazione che non tutti gli uomini sono creati
eguali. La gente nasce con inclinazioni, capacità e poteri sviluppati in altre vite. «Ma
infine raggiungeremo 57 un punto in cui saremo tutti eguali.» Sospettai che questo
punto doveva essere distante molte, moltissime vite.
Pensai al giovane Mozart e alle sue incredibili capacità infantili. Era anche questo il
risultato di facoltà anteriori? A quanto sembra, noi riportiamo le doti come riportiamo i
debiti.
Pensai a come gli uomini tendono a riunirsi in gruppi omogenei, evitando e spesso
temendo gli estranei. Questo era la radice dei pregiudizi e delle ostilità di gruppo. «Noi
dobbiamo anche imparare ad avvicinarci non solo a coloro le cui vibrazioni sono simili alle
nostre.» Ad aiutare queste persone diverse. Sentivo la verità spirituale delle parole di lei.
«Devo tornare», riprese Catherine. «Devo tornare. Ma io volevo udire ancora. Le chiesi
chi era Robert Jarrod. Lei aveva fatto il suo nome nell'ultima seduta, dicendo che aveva
bisogno del mio aiuto.
«Non lo so... Può essere in un altro piano, non in questo.» A quanto sembrava, non
poteva trovarlo. «Solo quando vuole, solo se decide di venire da me», mormorò, «mi
manderà un messaggio. Ha bisogno del suo aiuto.» «Io non so ancora come posso
aiutarlo», dissi.
«Non so», rispose Catherine. «Ma riguarda lei, non me.
Era interessante. Tutto questo materiale era indirizzato } a me. O dovevo aiutare Robert
Jarrod ricevendo degli insegnamenti? Non avevamo mai sentito parlare di lui.
«Devo tornare, ripetè. «Devo prima andare alla luce. Improvvisamente apparve
preoccupata. «Oh, oh, ho aspettato : troppo... E devo aspettare ancora perché ho
tardato.» Mentre aspettava, le chiesi che cosa vedeva e sentiva.
«Altri spiriti, altre anime. Anche loro aspettano.» Le chiesi se vi era qualche cosa da
insegnarci mentre lei aspettava.
«Potete dirci quello che dobbiamo sapere?» chiesi.
«Loro non sono qui per dircelo», rispose. Affascinante.
Se i Maestri non erano lì per essere ascoltati da lei, Catherine non poteva comunicarmi
da sola quelle conoscenze.
«Sono molto inquieta a restare qui. Voglio andare... Quando sarà il momento opportuno
me ne andrò.» Passarono ancora minuti silenziosi. Finalmente dovette essere giunto il
momento opportuno. Lei era caduta in un'altra vita.

«Vedo dei meli... e una casa, una casa bianca. Vivo in questa casa. Le mele sono
marcite... vermi, non sono buone da mangiare. Vi è un dondolìo, un dondolìo
sull'albero.» Le chiesi di guardare se stessa.
«Ho dei capelli chiari, capelli biondi; ho cinque anni. Il mio nome è Catherine.» Fui
sorpreso. Era entrata nella sua vita attuale; era Catherine a cinque anni. Ma doveva
essere lì per qualche ragione.
«È successo qualche cosa, Catherine?» «Mio padre è arrabbiato con noi... perché non
dovevamo essere fuori. Lui mi colpisce con una bacchetta; molto forte; fa male... Io ho
paura.» Gemeva e parlava come una bambina. «Continuerà finché non avrà fatto male a
tutti noi. Perché ci fa questo? Perché è così cattivo?» Le ingiunsi di guardare la sua vita
da una prospettiva più alta e di rispondere lei stessa alle sue domande. Avevo
recentemente letto di persone capaci di farlo. Alcuni scrittori la chiamano prospettiva del
proprio Io Superiore o Maggiore. Ero curioso di sapere se Catherine poteva raggiungere
questo stato, seppure esisteva. Se avesse potuto, sarebbe stata una potente tecnica
terapeutica, una scorciatoia per l'introspezione e la comprensione.
«Lui non ci ha mai voluti», mormorò molto piano. «È convinto che siamo stati degli
intrusi nella sua vita... Non ci vuole.» «Nemmeno suo fratello?» chiesi.
«Sì, mio fratello ancor meno. Non hanno mai voluto mio fratello. Non erano sposati
quando... lui venne concepito. Questo risultò una sorprendente nuova informazione per
Catherine: lei non aveva mai saputo di una gravidanza prematrimoniale. Sua madre, in
seguito, confermò l'esattezza di quella rivelazione.
Sebbene stesse raccontando una vita, Catherine mostrò adesso una saggezza e una
prospettiva equilibrata sulla sua vita che, in precedenza, erano state limitate solo allo
stato di interregno, o spirituale. In qualche modo vi creò una parte più alta della sua
mente, una sorta di super conscio. Forse era l'Io Superiore descritto da altri. Sebbene
non fosse a contatto con i Maestri e con la loro spettacolare conoscenza, nello stato
superconscio lei possedeva tuttavia profonde intuizioni e informazioni come quella del
concepimento di suo fratello. La Catherine conscia, da sveglia, era molto più ansiosa e
limitata, molto più semplice e, in confronto, superficiale. Non poteva entrare in questo
stato superconscio. Mi domandavo se i profeti e i saggi ; delle religioni orientali e
occidentali, i cosiddetti «attualizzati», non potessero valersi di questo stato superconscio
per ottenere la loro saggezza e la loro conoscenza. Se così era, tutti noi avevamo la
capacità di farlo perché dovevamo tutti possedere questo superconscio. Lo psicanalista
Cari Jung si era reso conto dei diversi livelli di coscienza.
Scrisse dell'inconscio collettivo, uno stato simile al super- conscio di Catherine.
Sarei divenuto sempre più frustrato dall'insuperabile abisso tra il conscio intelletto di
veglia di Catherine e il suo superconscio livello mentale di trance. Quando era ipnotizzata,
io potevo avere affascinanti dialoghi filosofici con lei a livello superconscio. Da sveglia,
tuttavia, Catherine non aveva alcun interesse per la filosofia e le materie affini. Viveva
nel mondo dei particolari quotidiani ignorando il genio che era in lei.
Frattanto, suo padre continuava a tormentarla e la ragione stava divenendo evidente.
«Ha molte lezioni da imparare?» le chiesi.
«Sì... è così.
Le chiesi se sapeva quello che doveva imparare. «Questa conoscenza non mi è rivelata.»
Il suo tono era distaccato e distante. «Quello che mi è rivelato è ciò che è importante
per me, quello che riguarda me. Ogni persona deve preoccuparsi di sé... di costruire il
suo io... interamente.
Abbiamo lezioni da imparare... tutti noi. Devono essere imparate una alla volta... in
ordine. Solo allora possiamo sapere quello di cui il nostro prossimo ha bisogno, quello

che gli manca o che ci manca per essere completi.» Parlava in un sussurro, e i suoi
bisbigli davano una sensazione di amoroso distacco.
Quando Catherine parlò ancora, le era tornata la voce infantile. «Mi fa star male. Mi fa
mangiar roba che non mi piace. È un certo cibo... Lattuga, cipolle, cose che detesto. Me
le fa mangiare, e sa che starò male. Ma non gliene importa!» Catherine cominciò ad
ansare. Le mancava l'aria. Di nuovo le suggerii di osservare la scena da una prospettiva
più elevata, di capire perché suo padre si comportava così.
Catherine parlò in un bisbiglio stridulo. «Deve riempire qualche vuoto che ha in sé. Mi
odia per quello che ha fatto.
Mi odia per questo e odia se stesso.» Io avevo quasi dimenticato l'aggressione sessuale
di quando lei aveva tre anni.
«Così deve punirmi... Io devo aver fatto qualche cosa per indurlo a questo.» Lei aveva
solo tre anni e suo padre era ubriaco. Tuttavia aveva portato questo senso di colpa entro
di sé fin da allora. Le spiegai quel che era ovvio.
«Lei era una bambinetta. Adesso deve liberarsi da questo senso di colpa. Non ha fatto
niente. Che cosa può fare una bambina di tre anni? Non è stata lei; è stato suo padre.»
«Allora deve avere odiato anche me», sussurrò piano.
«Lo conoscevo fin da prima, ma adesso non posso valermi di questa informazione. Devo
tornare a quel tempo.» Sebbene fossero trascorse parecchie ore, io volevo risalire alle
loro precedenti relazioni. Le diedi istruzioni particolareggiate.
«Lei è in uno stato
profondo. Adesso conterò alla rovescia, da tre a uno. Lei si troverà in uno stato più
profondo e si sentirà totalmente sicura. La sua mente sarà libera di vagare ancora a
ritroso nel tempo, fino al momento in cui il legame con suo padre nella sua vita attuale è
cominciato, fino al momento che ha avuto l'influenza più significativa su quello che è
avvenuto nella sua infanza tra lei e lui. Quando dirò "uno" lei recederà fino a quella vita e
la ricorderà. È importante per la sua cura. Può farlo. Tre... due... uno.» Vi fu una lunga
pausa.
«Non lo vedo... Ma vedo della gente che viene uccisa!» La sua voce divenne alta e forte.
«Noi non abbiamo il diritto di arrestare bruscamente delle vite prima che abbiano vissuto
il loro karma. E noi lo stiamo facendo. Non ne abbiamo il diritto. Essi subiranno un
maggiore castigo se li lasciamo vivere. Quando muoiono e vanno nell'altra dimensione,
soffriranno là. Si troveranno in uno stato di estrema inquietudine. Non avranno pace. E
saranno mandati indietro ma le loro vite saranno molto difficili. E dovranno
riappacificarsi con coloro che hanno ferito per le ingiustizie che hanno commesso contro
di loro. Essi arrestano le vite di costoro e non hanno il diritto di farlo. Solo Dio può
punirli, non noi. Saranno puniti.» Passò un minuto di silenzio. «Se ne sono andati»,
mormorò. Gli Spiriti Maestri ci avevano dato quel giorno ancora un altro messaggio,
forte e chiaro. Non dobbiamo uccidere, quali che siano le circostanze. Solo Dio può
punire, Catherine era esausta. Decisi di rimandare la ricerca della connessione con suo
padre nella vita passata e la feci uscire dalla trance. Lei non ricordò altro che le sue
incarnazioni come Christian e come piccola Catherine. Era stanca, ma in pace e rilassata,
come se le fosse stato tolto un grande peso. I miei occhi incontrarono quelli di Carole.
Anche noi eravamo esausti. Avevamo rabbrividito e sudato, aggrappandoci a ogni parola.
Avevamo condiviso un'incredibile esperienza.
6.
Si svelano profonde verità Da questo momento fissai le sedute settimanali di Catherine
per la fine della giornata, perché duravano varie ore.
Quando arrivò, la settimana successiva, aveva ancora quello sguardo pieno di pace.
Aveva parlato per telefono con suo padre. Senza dargli particolari, lo aveva, a suo modo,

perdonato. Non l'avevo mai vista così serena, e mi meravigliai della rapidità del suo
progresso. Era raro che un paziente con ansietà e paure così croniche e profonde
migliorasse in maniera così eclatante. Ma, ovviamente, Catherine non era una paziente
comune, e il corso preso dalla terapia era certamente unico.
«Vedo una bambola di porcellana su una specie di mensola.» Era rapidamente caduta in
una trance profonda. «Vi sono libri presso il caminetto, ai due lati. È una stanza in una
casa. Vi sono candelieri presso la bambola. E una pittura... la pittura di un volto, un
volto maschile. È lui...» Stava considerando attentamente la stanza. Le chiesi di
descriverla.
«Una specie di tappeto sul pavimento. È molto peloso, come... Sì, è una pelle di
animale... Una pelle di animale che copre il pavimento. A destra vi sono due porte a
vetri--. che portano a una veranda. Vi sono quattro gradini...
colonne sul fronte della casa e quattro gradini. Portano a un sentiero. Intorno vi sono
grandi alberi... Fuori vi sono! dei cavalli legati con le briglie... ad alcuni pali che sono!
davanti alla casa.» «Sa dove si trova?» chiesi. Catherine trasse un profondo! respiro.
«Non vedo un nome», mormorò, «ma l'anno, l'anno deve essere in qualche parte. È il
diciottesimo secolo, ma io non... Vi sono alberi e fiori gialli, fiori gialli molto graziosi.» Fu
distratta da questi fiori. «Hanno un meraviglioso profumo; un profumo dolce, i fiori...
strani fiori, fiori grandi... fiori gialli con centro scuro. Tacque, rimanendo tra i fiori.
Ricordavo un campo di girasoli nel sud della Francia. Le chiesi del clima.
«È molto temperato, ma non è ventoso. Non fa freddo I né caldo.» Non facciamo alcun
progresso nell'identificare il luogo. La riportai nella casa, lontano dagli affascinanti fiori
gialli, e le chiesi di chi era il ritratto sopra la mensola.
«Non posso... Comincio a udire Aaro... il suo nome è Aaron.» Le chiesi se era il
proprietario della casa. «No, il proprietario è suo figlio. Io lavoro qui.» Ancora una volta
svolgeva mansioni di domestica. Non aveva mai nemmeno! remotamente rivestito il
ruolo di una Cleopatra o di un Napoleone. Coloro che dubitano della reincarnazione,
compreso me stesso con la mentalità di scienziato che avevo fino a due mesi prima,
spesso puntano sulla frequenza di incarnazioni di persone famose, molto superiori a
quelle che ci possiamo aspettare. Adesso mi trovo nella condizione più inconsueta di
avere reincarnazioni provate scientificamente esatte nei miei uffici del Dipartimento di
Psichiatria. E veniva rivelato molto più della reincarnazione.
«La mia gamba è molto...» continuò Catherine, «molto pesante. Mi fa male. Sembra
quasi che non sia lì. La mia ' gamba è ferita. I cavalli mi hanno dato un calcio.» Le dissi
di guardare se stessa.
«Ho i capelli bruni, bruni e ricciuti. Porto una specie di ] cuffia... una specie di cuffia
bianca... un abito blu con una sorta di grembiulino... un grembiule. Sono giovane, non
una bambina. Ma la gamba mi fa male. È appena successo. Mi fa un male terribile.»
Soffriva visibilmente molto.
«Il ferro... il ferro. Mi ha dato un calcio col suo ferro. È un cavallo molto, molto cattivo.»
La sua voce divenne più bassa e il dolore finalmente scomparve. «Posso sentir l'odore
del fieno raccolto nel fienile. Vi sono altre persone che lavorano nelle stalle.» Le chiesi
quali erano i suoi compiti.
«Sono responsabile del servizio... del servizio nella grande casa. Mi occupo anche un
poco della mungitura.» Volevo sapere di più sui suoi padroni.
«La moglie è piuttosto grassoccia, molto trascurata. E vi sono due figlie... Io non le
conosco», aggiunse anticipando la mia domanda se qualcuno era apparso nell'attuale vita
di Catherine. Le chiesi della sua famiglia nel diciottesimo secolo.

«Non so; non li vedo. Non vedo nessuno con me.» Le chiesi se viveva lì. «Vivevo lì, sì,
ma non nella casa grande.
In una casa molto piccola, fatta per noi. Vi sono polli. Noi raccogliamo le uova. Sono
uova scure. La mia casa è molto piccola... e bianca... una stanza. Vedo un uomo. Vivo
con lui. Ha i capelli molto ricci e occhi azzurri.» Le chiesi se erano sposati.
«Secondo la loro concezione di matrimonio, no.» Era nata lì? «No, sono stata portata qui
quando ero molto piccola. La mia famiglia era poverissima.» Il suo compagno non le
sembrava familiare. Le dissi di avanzare nel tempo fino al secondo evento significativo di
questa vita.
«Vedo qualche cosa di bianco... bianco con molti nastri.
Deve essere un cappello. Un tipo di cappello con piume e nastri bianchi.» «Chi porta
questo cappello? È forse...» Mi interruppe.
«La signora della casa, naturalmente.» Mi sentii un po' 'ciocco. «È il matrimonio di una
delle sue figlie. Tutti sono Biniti per la celebrazione.» Le chiesi se sul giornale si parlava
del matrimonio. In tal caso le avrei fatto cercare la data.
«No, non credo che vi siano giornali, qui. Non vedo! nulla di simile.» Risultava molto
difficile documentare questa vita. «Si vede presente a questo matrimonio?» chiesi. Lei
rispose subito a voce più alta.
«Noi non siamo al matrimonio. Possiamo solo guardare ; la gente che viene e va. La
servitù non è ammessa.
«Quali sono i suoi sentimenti? «Odio.
«Perché? La trattano male?» «Perché siamo poveri», rispose piano, «e siamo legati a
loro. Abbiamo così poco in confronto con quello che hanno ] loro.
«Ha mai lasciato quella casa? O ha sempre vissuto là?» Rispose vivacemente: «Ho
sempre vissuto qui». Sentii la sua tristezza. La sua vita era insieme difficile e senza
speranza. La feci progredire fino al giorno della sua morte.
«Vedo una casa. Io sono a letto, giaccio sul letto. Mi danno qualche cosa da bere,
qualche cosa di caldo. Sa di menta. Mi duole molto il petto. Mi è difficile respirare...
Sento dolori al petto e al dorso... Sono brutti dolori... Mi è difficile parlare.» Respirava
rapidamente e poco profondamente, con gran pena. Dopo alcuni minuti di agonia, il suo
volto si distese e il suo corpo si rilassò. Il respiro tornò normale.
«Ho lasciato il mio corpo.» La sua voce divenne più forte e alta. «Vedo una meravigliosa
luce... Vi sono persone che mi si avvicinano. Vengono ad aiutarmi. Persone meravigliose.
Non hanno paura... Mi sento molto leggera...» Vi ; fu una lunga pausa.
«Ha qualche idea sulla vita che ha appena lasciato?» «Più tardi. Per ora sento solo pace.
E un momento di conforto. Dobbiamo essere confortati. L'anima... Qui l'anima trova
pace. Lasciamo dietro di noi tutte le nostre pene corporee. La nostra anima è in pace e
serena. È una meravigliosa sensazione... meravigliosa, come se il sole splendesse
sempre su di noi. La luce è così brillante! Tutto viene dalla luce! Da questa luce viene
energia. La nostra anima viene qui immediatamente. È quasi come una forza magnetica
da cui siamo attratti. È meraviglioso. È come una fonte di potere. Io so come guarire.»
«Ha un colore?» «Vi sono molti colori.» Fece una pausa, riposando in questa luce.
«Che cosa sta sperimentando?» arrischiai.
«Nulla... solo pace. Si è fra amici. Sono tutti qui. Vedo molte persone. Alcune sono
familiari; altre no. Ma siamo qui, aspettando.» Continuò ad aspettare mentre i minuti
passavano lentamente. Decisi di affrettare il passo.
«Ho una domanda da farle.
«Su che cosa?» chiese Catherine.

«Qualcuno... lei o i Maestri...» Esitai. «Credo che il capire questo ci aiuterà. La domanda
è questa: scegliamo il momento e i modi della nostra nascita e della nostra morte?
Possiamo scegliere la nostra condizione? Possiamo scegliere il nostro ritorno? Credo che
il capir questo attenuerà molto le sue paure. C'è lì qualcuno che possa rispondere a
questa damanda?» La stanza era fredda. Quando Catherine parlò ancora, la sua voce
era profonda e più sonora. Era una voce che non avevo mai udito in precedenza. Era la
voce di un poeta.
«Sì, scegliamo quando vogliamo entrare nel nostro stato fisico e quando vogliamo
lasciarlo. Sappiamo quando abbiamo compiuto quello che siamo stati mandati quaggiù a
compiere. Sappiamo quando è venuto il momento, e accettiamo la nostra morte. Perché
sappiamo che non possiamo ottenere niente altro dalla nostra vita. Quando abbiamo
tempo, quando abbiamo avuto il tempo di ridare energie alla nostra anima, ci è concesso
di rientrare nello stato fisico. Coloro che esitano, che non sono sicuri di tornare qui,
possono perdere la possibilità che era stata data loro, la possibilità di portare a termine
quello che devono fare nello stato fisico.» Capii immediatamente e completamente che
non era! Catherine a parlare.
«Chi mi parla?» implorai. «Chi mi ha parlato?» Catherine rispose col suo consueto
bisbiglio: «Non so.
la voce di qualcuno molto... qualcuno che controlla le e se, ma non so chi sia. Posso solo
udire la sua voce e cerca di riferire quello che dice».
Anche lei sapeva che questa conoscenza non veniva da lei, né dal subconscio né
dall'inconscio. Lei in qualche modo ascoltava, e poi mi riferiva, le parole o i pensieri di
qualcuno molto speciale, qualcuno che «controllava le cose». Così era comparso un altro
Maestro, diverso da quello o da quelli da cui erano provenuti i precedenti messaggi di
saggezza. Questo era uno spirito nuovo, con una voce e uno stile caratteristici, poetico e
sereno. Era un Maestro che parlava della morte senza alcuna esitazione, e tuttavia la cui
voce e i cui pensieri erano pregni di amore. Quell'amore era caldo e reale, e allo stesso
tempo distaccato e universale. Io mi sentivo felice, non oppresso, né commosso o
costretto. Ricambiavo una sensazione di amoroso distacco o di distaccato amore che
sentivo vagamente familiare. Il bisbiglio di Catherine divenne più forte. «Io non ho fede
in costoro.» «Non ha fede in chi?» chiesi.
«Nei Maestri.» «Non ha fede?» «No. Mi manca la fede. Perché la mia vita è stata così
difficile. Non avevo fede in quella vita.» Stava giudicando con calma la sua vita nel
diciottesimo secolo. Le chiesi che cosa aveva imparato in quella vita.
«Ho imparato odio e risentimento, a covare in me i miei sentimenti verso gli altri. Ho
dovuto anche imparare che ' non ho controllo sulla mia vita. Vorrei avere controllo, ma
non ne ho alcuno. Devo avere fede nei Maestri. Essi vogliono guidarmi, ma io non avevo
la fede. Mi sembrava di essere condannata fin dall'inizio. Non ho mai considerato le cose
con gaiezza. Dobbiamo avere fede... dobbiamo avere fede. E io dubito. Ho scelto di
dubitare invece che di credere.» Fece una pausa.
«Che cosa dovrebbe fare, e io dovrei fare, per migliorarci? Le nostre strade sono le
stesse?» chiesi. La risposta venne dal Maestro che la settimana prima aveva parlato di
poteri intuitivi e di ritorno dal coma.
La voce, lo stile, il tono erano del tutto diversi da quelli di Catherine e da quelli del
maschio e poetico Maestro che aveva appena parlato.
«La strada di ognuno è fondamentalmente la stessa.
Tutti noi dobbiamo imparare certe attitudini mentre siamo nello stato fisico. Alcuni di noi
sono più pronti, nell'accettarle, di altri. La carità, la speranza, la fede, l'amore...

dobbiamo tutti conoscere queste cose, e conoscerle bene. Non si tratta solo di una
speranza, di una fede e di un amore...
tante cose si alimentano in ognuno di essi. Vi sono tante vie per dimostrarle. E tuttavia
abbiamo preso contatto solo con una piccola parte di ognuna...
«Coloro che appartengono agli ordini religiosi vi si sono avvicinati più di ognuno di noi
perché hanno fatto voto di castità e di obbedienza. Hanno rinunciato a tante cose senza
chiedere nulla in contraccambio. Tutti gli altri di noi continuano a chiedere compensi e
giustificazioni per il loro comportamento... quando non vi sono compensi, i compensi
che vogliamo. Il compenso è nel fare, ma nel fare senza aspettarsi nulla... nel fare non
egoista.» «Io non ho imparato questo», aggiunse Catherine nel suo lieve bisbiglio.
Per un momento rimasi confuso dalla parola «castità, ma ricordai che la radice significa
«puro, riferendosi a uno stato molto diverso da quello di una semplice astinenza
sessuale.
«...Non ho imparato a non essere troppo indulgente», continuò. «Tutto ciò che è fatto
in modo eccessivo... è un eccesso... Lei capirà. Lei in realtà capisce.» Fece ancora- una
pausa.
«Sto tentando», dissi. Poi decisi di concentrarmi su; Catherine. Forse i Maestri non se
n'erano ancora andati. ; «Che cosa posso fare per meglio aiutare Catherine a superare le
sue paure e le sue ansietà? E a imparare le sue lezioni. È questa la miglior via o dovrei
cambiare qualche cosa? O sfruttare qualche area specifica? Come posso aiutarla nel
miglior modo?» La risposta venne con la voce profonda del Maestro poeta. Io mi sporsi in
avanti sulla mia sedia.
«Lei fa quello che è giusto. Ma questo è per lei, non per 1 la paziente.» Ancora una volta
il messaggio era a mio beneficio più che a quello di Catherine.
«Per me?» «Sì. Quello che noi diciamo è per lei.» Non solo si riferiva a Catherine in terza
persona, ma diceva «noi». Erano infatti presenti molti Spiriti Maestri.
«Posso sapere i vostri nomi?» chiesi, trasalendo immediatamente per il carattere
mondàno della mia domanda.
«Ho bisogno di guida. Devo conoscere ancora tante cose.» La risposta fu una poesia
d'amore, una poesia sulla mia vita e sulla mia morte. La voce era dolce e tenera, e io
sentii l'amoroso distacco di uno spirito universale. Ascoltai con reverenza.
«Lei sarà guidato nel tempo. Sarà guidato... nel tempo.
Quando avrà compiuto quello che è stato mandato qui a compiere, la sua vita avrà
termine. Ma non prima. Lei ha ancora molto tempo dinanzi a sé... molto tempo.» Ero
insieme ansioso e sollevato. Mi sentivo felice che non fosse più specifico. Catherine stava
divenendo inquieta. Parlava in un basso bisbiglio.
«Non riesco, non riesco... tento di trovare la mia vita...
non riesco. » Sospirò, e sospirai anch'io. I Maestri se n'erano andati. Meditai sui
miracolosi messaggi, messaggi molto personalizzati che venivano da fonti molto spirituali.
Le implicazioni erano schiaccianti. La luce dopo la morte e la vita dopo la morte; la nostra
scelta quando nasciamo e quando morremo; la sicura e non mai errata guida dei Maestri;
le vite misurate in lezioni imparate e doveri compiuti, non in anni; carità, speranza, fede
e amore; dare senza aspettarci compensi... questa nozione era per me. Ma a quale
scopo? Che cosa ero stato mandato qui a compiere? I drammatici messaggi e gli eventi
rovesciatisi su di me nel mio studio rispecchiarono profondi cambiamenti nella mia vita
personale e in quella della mia famiglia. La trasformazione divenne in me sempre più
consapevole. Per esempio, andavo in auto con mio figlio a una partita universitaria di
baseball quando ci trovammo imbottigliati in un ingorgo. Io ho sempre detestato il
traffico, e adesso avremmo perso il primo inning o i primi due. Mi accorsi di non essere

irritato. Non me la prendevo con qualche guidatore incapace. I muscoli del mio collo e
delle spalle erano rilassati. Non riversavo la mia irritazione su mio figlio e passavamo il
tempo chiacchierando tranquillamente. Mi accorsi di voler solo passare un buon
pomeriggio con Jordan, guardando un gioco che piaceva a entrambi. Lo scopo del
pomeriggio era di stare insieme. Se mi fossi irritato, tutta la gita sarebbe stata rovinata.
Pensai ai miei figli e a mia moglie domandandomi se in precedenza eravamo stati uniti.
Non avevamo forse scelto di condividere le prove, i drammi e le gioie di questa vita?
Eravamo forse eterni? Sentii per loro un grande amore e una grande tenerezza. Mi resi
conto che le loro debolezze e i loro errori erano cose da poco. In realtà non avevano
importanza. Importante era l'amore.
Mi trovai anche a considerare le mie debolezze, per la stessa ragione. Non era necessario
che tentassi di essere
perfetto e controllato in ogni momento. In realtà non era,
necessario far sempre colpo.
Fui felice di poter condividere questa esperienza coi Carole. Spesso parlavamo, dopo
cena, delle mie sensazioni e delle mie reazioni nelle sedute con Catherine. Carole ha una
mente analitica e molto ben fondata. Lei sapeva come tendessi a condurre l'esperienza
con Catherine in modo attento e scientifico, e faceva l'avvocato del diavolo per aiutarmi a
considerare obiettivamente le informazioni che'; ricevevo. Via via che le prove critiche
dimostravano che Catherine rivelava realmente grandi verità, Carole partecipava alle mie
apprensioni e alle mie soddisfazioni.
7.
Ricordi di vite passate Una settimana dopo, quando Catherine arrivò per la seduta, io
ero pronto a far scorrere il nastro dell'incredibile dialogo della settimana scorsa. Dopo
tutto, lei mi aveva fatto avere quella poesia celestiale oltre alla rievocazione della sua vita
passata. Io le dissi che mi aveva riferito informazioni sulle esperienze dopo la morte,
anche se non ricordava niente dello stato di interregno o spirituale. Lei era riluttante ad
ascoltare. Migliorata e felice in modo schiacciante, non aveva bisogno di ascoltare questo
materiale. Inoltre era tutto, in qualche modo, «misterioso». Io riuscii a persuaderla. Era
meraviglioso, bello, esaltante, ed era avvenuto attraverso di lei. Volevo condividerlo con
lei.
Ascoltò sul nastro il suo dolce bisbiglio solo per pochi minuti, e poi mi pregò di smettere.
Disse che era troppo misterioso e che la metteva a disagio. In silenzio ricordai: «Questo
è per lei, non per la paziente».
Io mi domandai quanto sarebbero continuate queste sedute perché lei andava
migliorando ogni settimana. Adesso rimanevano solo poche increspature nel suo stagno
una volta burrascoso. Aveva ancora paura dei luoghi chiusi, e la sua relazione con Stuart
si limitava a minimi contatti.
Altrimenti il suo progresso era notevole.
Da mesi non avevamo avuto una seduta di psicoterapia convenzionale.
Non erano'più
necessarie. Chiacchieravamo per pochi minuti considerando gli eventi della settimana, e
poi passavamo rapidamente alla regressione ipnotica. Sia a causa dei ricordi di gravi
traumi o di mini-i traumi quotidiani nella vita attuale, o del processo di rivivere
esperienze, Catherine era virtualmente guarita. Le sue fobie e i suoi attacchi di panico
erano quasi scomparsi Non aveva più paura della morte né di morire. Non temeva più di
perdere il controllo. Gli psichiatri usano adesso alte dosi di tranquillanti e di antidepressivi
per trattare persone con i sintomi di Catherine. Oltre a queste medicine, i pazienti
seguono spesso un'intensa psicoterapia o sedute di gruppo per la terapia della fobia.
Molti psichiatri credono che sintomi come quelli di Catherine hanno una base biologica,
che vi sono deficienze di una o più sostanze chimiche cerebrali.

Quando ebbi ipnotizzato Catherine in uno stato di trance profonda, pensai quanto
notevole e meraviglioso fosse il fatto che, in un periodo di settimane, senza l'uso di
medicine, di terapie convenzionali o di terapia di gruppo, lei si trovasse quasi guarita.
Questo non era solo la soppressione dei sintomi, del digrignare i denti, del vivere una
vita tormentata da paure. Era la guarigione, l'assenza di sintomi. E adesso era radiosa,
serena e felice oltre le mie più audaci speranze.
La sua voce fu di nuovo un dolce sussurro. «Sono in un edificio, qualche cosa con un
soffitto a volta. Il soffitto è blu e dorato. Vi sono altre persone con me. Sono vestite...
vecchio... una sorta di abito, molto vecchio e sporco. Non so come siamo arrivati qui. Vi
sono molte figure nella stanza. E anche alcuni oggetti, alcuni oggetti che stanno su
qualche struttura di pietra. Vi è una grande figura d'oro a un capo della stanza. Sembra...
È molto grande, con ali. È molto malvagia. Nella stanza fa molto caldo, molto caldo... Fa
molto caldo perché nella stanza non vi sono aperture. Dobbiamo stare lontani dal
villaggio. Vi è in noi qualche cosa che non va.» «È malata?» «Sì, siamo tutti malati. Non
so che cosa abbiamo, ma la nostra pelle muore. Diventa nerissima. Sento molto freddo.
L'aria è asciutta e stantia. Non possiamo tornare al villaggio. Dobbiamo stare lontani.
Alcuni volti sono deformati.» Questa malattia sembrava terribile, come la lebbra. Se
aveva mai avuto una vita affascinante, non stava parlando certo di quella. «Per quanto
tempo dovete restare qui?» «Per sempre», rispose tristemente, «fino alla morte. Non c'è
cura per questo male.» «Sa il nome della malattia? Come è chiamata?» «No. La pelle
diventa arida e si raggrinza. Io sono qui da anni. Altri sono appena arrivati. Non c'è
ritorno. Siamo stati scacciati... per morire.
Conduceva un'esistenza sciagurata, viveva in una grotta.
«Dobbiamo andare a caccia per mangiare. Vedo una sorta di bestia selvaggia, a cui
diamo la caccia... con le corna.
È scura con le corna.» «Qualcuno viene a farvi visita?» «No, non possono avvicinarci,
altrimenti prendono la stessa malattia anche loro. Siamo stati maledetti... Per qualche
male che abbiamo fatto. E questa è la nostra punizione. I grani di sabbia della sua
teologia stavano continuamente scorrendo nella clessidra delle sue vite. Solo dopo la
morte, nello stato spirituale vi era un benvenuto e una rassicurante fermezza.
«Sa in che anno è?» «Abbiamo perso il senso del tempo. Siamo malati; aspettiamo solo
la morte.» «Non vi è speranza?» Sentivo la sua disperazione.
«Non vi è speranza. Morremo tutti. Ho molto dolore nelle mani. Tutto il mio corpo è
esaurito. Sono vecchia. Mi è difficile muovermi.» «Che cosa avverrà quando non potrà
più muoversi?» «Siamo portati in un'altra grotta e abbandonati alla| morte.» «Che cosa
fanno dei morti?» «Chiudono l'ingresso della grotta.
«Avviene che chiudano la grotta prima che le persone ; siano morte? Cercavo un indizio
per la sua paura dei luoghi chiusi.
«Non lo so. Non sono mai stata lì. Sono nella stanza con altre persone. Fa molto caldo.
Giaccio lì, contro il muro.» «A che cosa serve la stanza?» «È per il culto... molti dèi. Fa
molto caldo.» La feci avanzare nel tempo. «Vedo qualche cosa di bianco. Vedo qualche
cosa di bianco, una sorta di baldacchino.
Stanno muovendo qualcuno.» «È lei?» «Non so. Darò il benvenuto alla morte. Il mio
corpo soffre tanto.» Le labbra di Catherine si erano assottigliate per il dolore, e lei
ansava per il caldo della grotta. La portai fino al giorno della sua morte. Ansimava
ancora.
«Le è difficile respirare?» chiesi.
«Sì, fa tanto caldo... sento... tanto caldo, è molto buio.

Posso vedere... e non posso muovermi.» Stava morendo, paralizzata e sola nella grotta
calda e buia. L'ingresso della caverna era già stato chiuso. Era atterrita e disperata. Il suo
respiro divenne più celere e irregolare, e per fortuna morì, terminando questa vita di
angoscia.
«Mi sento leggerissima... come se fluttuassi nell'aria.
Qui vi è molta luce. È meraviglioso!» «Soffre?» «No!» Fece una pausa e io aspettai i
Maestri. Invece fu portata via. «Sto cadendo velocemente. Torno in un corpo!»
Sembrava meravigliata al pari di me.
«Vedo dei fabbricati con colonne. Vi sono molti fabbricati. Noi siamo fuori. Vi sono
alberi... Alberi di ulivo... tutt'intorno. È molto bello. Stiamo osservando qualche cosa... La
gente porta delle maschere stranissime; coprono i loro volti. È qualche festività.
Indossano vesti lunghe e hanno il viso coperto da maschere. Fingono di essere quello
che non sono. Sono su una piattaforma... siamo seduti lì.» «Assistete a una
rappresentazione?» «Sì.
«Che aspetto ha? Si guardi.
«Ho i capelli scuri. I miei capelli sono intrecciati.» Fece una pausa. Il modo con cui si era
descritta e la presenza di ulivi mi ricordarono la vita di Catherine come greca mille e
cinquecento anni prima di Cristo, quando io ero il suo maestro, Diogene.
Decisi di investigare.
«Conosce la data?» «No.» «Vi sono con lei persone che conosce?» «Sì, mio marito è
seduto accanto a me. Io non lo conosco [nella vita attuale].» «Avete figli?» «Sono in
attesa di un bambino.» La sua scelta delle parole era interessante, in qualche modo
antiquata e del tutto diversa dallo stato cosciente di Catherine.
«Suo padre è lì?» «Non lo vedo. Lei è qui, in qualche parte, ma non è con me.» Dunque
avevo ragione. Eravamo risaliti a trenta cinque secoli fa.
«Che cosa faccio, lì?» «Sta osservando, ma insegna. Insegna... Insegna... Noi abbiamo
imparato da lei... quadrati e cerchi, strane cose.
Diogene, lei è qui.» «Che altro sa di me?» «Lei è vecchio. In qualche modo siamo
imparentati... lei è il fratello di mia madre.» «Conosce altri della mia famiglia?» «Conosco
sua moglie... e i suoi ragazzi. Lei ha dei figli.
Due di loro sono maggiori di me. Mia madre è morta; è morta molto giovane.» «L'ha
allevata suo padre?» «Sì, ma adesso sono sposata.» «E aspetta un bambino?» «Sì. Ho
paura. Non voglio morire quando il bambino nascerà.» «Come è successo a sua madre?»
«Sì.» «E ha paura che succeda anche a lei?» «Succede spesso.» «È il suo primo figlio?»
«Sì, sono atterrita. Lo aspetto presto. Sono molto grassa.
Mi muovo a fatica... Fa freddo.» Si era portata avanti nel tempo. Il bambino stava per
nascere. Catherine non aveva mai avuto un bambino, e io non ne avevo aiutato a
nascere nessuno nei quindici anni seguiti al mio corso di ostetricia nella facoltà di
medicina.
«Dov'è?» chiesi.
«Sono sdraiata su qualche cosa di duro come pietra. È { molto freddo. Ho le doglie...
Qualcuno deve aiutarmi.
Qualcuno deve aiutarmi.» Le dissi di respirare profondamente; il bambino sarebbe nato
senza dolori. Lei ansimava e gemeva insieme. Il suo travaglio durò alcuni minuti
penosissimi, e poi il bambino nacque. Era una femmina.
«Si sente meglio, adesso?» «Molto debole... quanto sangue!» «Sa come la chiamerà?»
«No, sono troppo stanca... Voglio il mio bambino.» «Il suo bambino è qui», improvvisai,
«è una bella bambina.» «Sì, mio marito è contento.» Era esausta. Le dissi di fare un
breve sonnellino e di svegliarsi riposata. Dopo un paio di minuti si svegliò.

«Si sente meglio, adesso?» «Sì... Vedo degli animali. Portano qualche cosa sul dorso.
Dei panieri. Nei panieri vi sono molte cose... cibo... alcuni frutti rossi... È un bel posto?»
«Sì, con molto cibo.» «Conosce il nome del luogo? Come lo chiama quando uno straniero
le chiede il nome del villaggio?» «Catthenia... Cathenia.» «Sembra una città greca»,
suggerii.
«Non lo so. Lei non lo sa? Lei ha viaggiato fuori del villaggio ed è tornato. Io no. Era una
ritorsione. Poiché in quella vita, ero suo zio, più vecchio e più sapiente, lei chiedeva a
me se conoscevo la risposta alla mia stessa domanda. Purtroppo io non la sapevo.
«Ha vissuto tutta la sua vita in quel villaggio?» chiesi.
«Sì», mormorò, «ma lei viaggia, e così conosce quello che insegna. Lei viaggia per
imparare, per conoscere la terra... le varie strade commerciali così da poterle disegnare
e fare delle mappe... Lei è vecchio. Lei va con i giovani perché conosce le carte. Lei è
molto sapiente.» «Di quali carte parla? Carte delle stelle?» «Lei, lei conosce i simboli. Lei
può aiutarli a fare... aiutarli a fare mappe.
«Riconosce altre persone del villaggio?» «Non le conosco... ma conosco lei.» «Bene.
Come sono le nostre relazioni?» «Ottime. Lei è molto gentile. Mi piace stare accanto a
lei; mi da molto conforto... Lei ci ha aiutato. Ha aiutato le mie sorelle...» «Tuttavia verrà
il momento in cui dovremo lasciarci, perché sono vecchio.» «No.» Non era pronta a
considerare la mia morte. «Vedo del pane. Del pane schiacciato, molto schiacciato e
sottile.» «Vi sono persone che mangiano quel pane?» «Sì, mio padre, mio marito e io. E
altri del villaggio.» «In quale occasione?» «È una... una festa.» «Suo padre è lì?» «Sì.»
«Il suo bambino è lì?» «Sì, ma non è con me. È con mia sorella.» «Guardi attentamente
sua sorella», le suggerii pensane do al riconoscimento di una persona significativa
nell'attuale vita di Catherine.
«Sì. Non la conosco.» «Riconosce suo padre?» «Sì... sì... Edward. Vi sono fichi, fichi e
olive... e frutti rossi. Vi è pane schiacciato. E hanno macellato delle pecore. Le stanno
arrostendo.» Vi fu una lunga pausa. «Vedo qualche cosa di bianco...» Era progredita
ancora nel tempo. «È una bianca... una cassa quadrangolare. Mettono lì le persone
quando muoiono.» «Dunque è morto qualcuno?» «Sì... Mio padre. Non mi piace
guardarlo. Non voglio! guardarlo.» «Deve guardarlo?» «Sì. Lo porteranno via per
bruciarlo. Mi sento molto triste.» «Sì, capisco. Quanti figli ha?» Il reporter che è in me
non le lasciava la libertà di addolorarsi.
«Ne ho tre, due maschi e una femmina.» Dopo avere risposto alla mia domanda, tornò
alla sua tristezza. «Hanno messo il suo corpo sotto qualche cosa, sotto una coperta...»
Sembrava molto addolorata.
«Sono morto anch'io in questo periodo?» «No. Lei sta bevendo del succo d'uva, succo
d'uva in una tazza.» «Che aspetto ho, adesso?» «Lei è molto, molto vecchio.» «Si sente
meglio adesso?» «No! Quando lei morrà sarò sola.» «È sopravvissuta ai suoi figli? Loro si
prenderanno cura di lei.» «Ma lei conosce tante cose.» Sembrava una bambina piccola.
«Tirerà avanti. Anche lei sa molte cose. Sarà al sicuro.» La rassicurai e lei sembrò
tranquillizzarsi.
«È più serena? Dove si trova, adesso?» «Non so.» A quanto pareva era passata nello
stato spirituale, sebbene non avesse sperimentato la sua morte in quella vita. Questa
settimana avevamo percorso due vite con notevoli particolari. Attesi i Maestri ma
Catherine continuava a riposare. Dopo vari altri minuti di attesa, chiesi se poteva parlare
agli Spiriti Maestri.
«Non ho raggiunto quel piano», mi spiegò. «Non posso parlare se non lo raggiungo.»
Non raggiunse quel piano. Dopo avere atteso parecchio la feci uscire dalla trance.
8.

La vita dopo la morte Passarono tre settimane prima della seduta successiva.
Durante la mia vacanza, sdraiato su una spiaggia tropicale, ebbi il tempo e la distanza
per riflettere su quello che era trapelato dalle sedute con Catherine: regressioni ipnotiche
in vite passate con particolareggiate osservazioni e spiegazioni di oggetti, processi e fatti
di cui non aveva conoscenza nel suo stato normale di veglia; miglioramento dei suoi
sintomi grazie alle regressioni, miglioramento nemmeno remotamente raggiunto con la
psicoterapia convenzionale nei primi diciotto mesi di trattamento; rivelazioni
freddamente esatte sullo stato spirituale dopo la morte, che portavano conoscenze a cui
lei non aveva accesso; poesia spirituale e lezioni sulle dimensioni dopo la morte, sulla
vita e sulla morte, sulla nascita e la rinascita, da parte di Spiriti Maestri che parlano con
saggezza e in uno stile molto al di sopra delle capacità di Catherine. Vi erano in realtà
molte cose da considerare.
Negli anni avevo trattato molte centinaia, forse un migliaio, di pazienti psichiatrici che
riflettevano l'intero spettro dei disordini emozionali. Avevo diretto unità di degenti
interni in quattro delle principali scuole mediche. Avevo trascorso anni in sale di
emergenza psichiatrica, in cliniche con pazienti esterni e in varie altre istituzioni
esaminando e trattando pazienti esterni. Sapevo tutto sulle allucinazioni uditive e visive
e sulle illusioni della schizofrenia. Avevo trattato molti pazienti con sintomi incerti e
disordini di carattere isterico, comprese le dissociazioni o personalità multiple. Ero stato
docente sulla tossicodipendenza e l'alcolismo al National Institute of Drug Abuse (NIDA),
e conoscevo perfettamente la gamma degli effetti i della droga sul cervello.
Catherine non aveva alcuno di questi sintomi o sindromi. Quello che era avvenuto non
era una manifestazione di malattia psichiatrica. Lei non era una psicotica né aveva
perso i contatti con la realtà, non aveva mai avuto allucinazioni (vedere o udire cose che
non esistono effettivamente) né illusioni (false credenze).
Non faceva uso di droghe e non aveva caratteri sociopatici. Non aveva una personalità
isterica né mostrava tendenze | alla dissociazione. In altre parole, era generalmente
consapevole dì quello che faceva e pensava, non procedeva con un «pilota automatico»,
e non aveva mai avuto dissociazioni o personalità multiple. Le informazioni che
produceva andavano spesso al di là delle sue capacità coscienti sia per stile che per
contenuto. In parte era particolarmente paranormale, come i riferimenti a specifici
eventi e fatti del mio passato (a esempio le conoscenze su mio padre e mio figlio), come
del suo. Aveva conoscenze, a cui non aveva mai avuto accesso, né mai aveva raccolto,
sulla sua vita presente. Queste conoscenze, come l'intera esperienza, erano estranee
alla sua cultura e alla sua educazione, e contrarie a molte delle sue credenze.
Catherine è una persona onesta e relativamente semplice. Non è una studiosa, e non
potrebbe avere inventato i fatti, i particolari, gli eventi storici, le descrizioni e la poesia
che giungevano attraverso di lei. Come psichiatra-e scienziato, ero certo che il materiale
aveva origine in qualche parte della sua mente inconscia. Senza alcun dubbio era reale.
Anche se Catherine fosse stata un'abile attrice, non avrebbe potuto ricreare questi
avvenimenti. Le conoscenze erano troppo esatte e troppo specifiche, e andavano oltre
la sua capacità.
Meditai sullo scopo terapeutico di esplorare le vite passate di Catherine. Ora che
eravamo entrati in questo nuovo regno, il suo miglioramento era inaspettatamente
rapido, senza alcuna medicina. In questo regno vi è qualche potente forza guaritrice,
una forza evidentemente molto più efficace della terapia convenzionale e delle medicine
moderne. Questa forza comprende il ricordare e il rivivere non solo eventi traumatici di
grande importanza, ma anche i traumi quotidiani del nostro corpo, della nostra mente e
del nostro ego. Nelle mie domande, quando esaminavamo le vite, io cercavo i caratteri

di questi traumi, come cronico eccesso emotivo o fisico, povertà e inedia, malattie e
inconvenienti, persecuzione e pregiudizi persistenti, ripetuti fallimenti e così via. Tenevo
anche d'occhio quelle più gravi tragedie come un'esperienza traumatica di morte, una
violenza sessuale, una catastrofe di massa, o qualsiasi altro avvenimento spaventevole
che avesse potuto lasciare un'impronta permanente. La tecnica era simile a quella della
revisione dell'infanzia nella terapia convenzionale, eccetto che l'estensione del tempo era
di parecchie migliaia di anni invece dei soliti dieci o quindici. Le mie domande erano
dunque più dirette e più impegnative che non in una terapia convenzionale, ma il
successo della nostra esplorazione non ortodossa era indiscutibile. Lei (e altri che in
seguito avrei trattato con la regressione ipnotica) stava guarendo con meravigliosa
rapidità.
Ma vi erano altre spiegazioni per i ricordi che Catherine aveva di vite passate? Questi
ricordi potevano essere contenuti nei suoi geni? Questa possibilità è scientificamente
remota. La memoria genetica richiede un passaggio ininterrotto di materiale genetico da
generazione a generazione. Catherine viveva in tutte le parti della terra e la sua linea
genetica era interrotta ripetutamente. Poteva morire
in una inondazione con la sua
discendenza, o essere senza figli, o morire in gioventù. Il suo potenziale genetico
terminava e non veniva trasmesso. E che dire della sua sopravvivenza dopo la morte e
del suo stato di interregno fra le vite? Là non vi era corpo e certo non vi era materiale
genetico, e tuttavia i ricordi continuavano. No, la spiegazione genetica doveva essere
scartata.
Che cosa pensare dell'idea di Jung dell'inconscio collettivo, riserva di tutti i ricordi e di
tutte le esperienze umane, ini cui talora ci si può imbattere? Culture diverse spesso
contengono simboli simili, anche nei sogni. Secondo Jung, l'inconscio collettivo non era
personalmente acquisito, ma ,| «ereditato» in qualche modo nella struttura del cervello,
Include motivi e immagini che spuntano di nuovo in ogni cultura senza collegarsi ad
alcuna tradizione storica o disseminazione. Penso che i ricordi di Catherine fossero troppo
specifici per essere spiegati con la concezione di Jung. ! Lei non rivelava simboli né
immagini o motivi universali, i Riferiva particolareggiate descrizioni di persone e luoghi
specifici. Le idee di Jung sembravano troppo vaghe. E c'era anche da considerare lo
stato di interregno fra le vite. Tutto compreso, la reincarnazione era la più convincente.
La conoscenza di Catherine non solo era particolareggiata e specifica ma andava anche
oltre la sua capacità conscia. : Conosceva cose che non potevano essere state
racimolate in qualche libro e poi temporaneamente dimenticate. Le sue conoscenze non
potevano essere state acquistate nell'infanzia e poi soppresse o represse dalla coscienza.
E che dire dei Maestri e dei loro messaggi? Tutto questo era giunto attraverso Catherine,
ma non era di Catherine. E la loro sapienza era riflessa anche nei ricordi che Catherine
aveva delle sue vite. Io sapevo che queste informazioni e questi messaggi erano veri. Lo
sapevo non solo per i molti anni di attento studio degli uomini, delle loro menti, dei loro
cervelli e delle loro personalità, ma anche intuitivamente, fin da prima della visita di mio
padre e di mio figlio. Il mio cervello, con i suoi anni di attento addestramento scientifico,
lo sapeva, e lo sapevano anche le mie ossa.
«Vedo dei vasi con dentro dell'olio.» Nonostante l'intervallo di tre settimane, Catherine
era rapidamente caduta in trance profonda. Era entrata in un altro corpo, in un altro
tempo. «Nei vasi vi sono oli diversi. Sembra essere una bottega o una qualche sorta di
magazzino. I vasi sono Tossi- rossi... fatti con qualche tipo di terra rossa. Hanno attorno
strisce blu, strisce blu sul sommo. Vedo qui degli uomini...

vi sono uomini in questa cantina. Stanno muovendo le giare e i vasi e raccogliendoli in
una certa area. Le loro teste sono rase... Non hanno capelli. La loro pelle è scura... pelle
scura.» «Lei è lì?» «Sì... sto sigillando alcune giare... con una sorta di cera...
sigillo l'estremità delle giare con della cera.» «Sa a che cosa servono questi oli?» «Non lo
so.» «Si vede? Si guardi. Mi dica che aspetto ha.» Fece una pausa mentre si osservava.
«Ho una treccia. Ho i capelli intrecciati. Indosso un lungo... un abito lungo. Ha l'orlo
esterno dorato.» «Lei lavora per questi sacerdoti - per questi uomini - con la testa
rasata?» «Il mio compito è di sigillare le giare con la cera. Il mio compito è questo.» «Ma
lei ignora per che cosa queste giare sono usate?» «Sembra che siano usate per qualche
rito religioso. Ma non sono sicura... di che rito si tratti. Vi è una qualche unzione,
qualche cosa sulla testa... Qualche cosa sulla testa e sulle mani... sulle mani. Vedo un
uccello, un uccello d'oro, attorno al mio collo. È piatto. Ha una coda piatta, una coda
molto piatta, e la testa è volta in giù... verso i miei piedi.» «I suoi piedi?» «Sì, deve
essere portato così. Vi è una nera... una sostanza nera appiccicaticcia. Non so che cosa
sia.» «Dov'è?» «In un contenitore di marmo. La usano, ma non so a quale scopo.» «Vi è
nella cantina qualche cosa che lei possa leggere così da dirmi il nome del paese - del
luogo - in cui vive, o la data?» «Sulle pareti non c'è nulla; sono vuote. Non conosco il
nome.» La feci progredire nel tempo.
«C'è una giara bianca, una sorta di giara bianca. Il manico all'estremità superiore è d'oro,
intarsiato d'oro.» «Che c'è nella giara?» «Un qualche unguento. Ha qualche cosa a che
fare con il passaggio nell'altro mondo.» «È lei la persona che deve operare questo
passaggio?» «No! Non è nessuno che conosca.» «È ancora il suo lavoro? Preparare le
persone a questo passaggio?» «No. Deve farlo il sacerdote, non io. Noi procuriamo solo
ai sacerdoti gli unguenti, l'incenso...» «Quanti anni sembra avere, adesso?» « Sedici.
«Vive con i suoi genitori?» «Sì, in una casa di pietra, una sorta di abitazione di pietra.
Non è molto grande. È molto calda e asciutta. Il clima è molto caldo.» «Vada nella sua
casa.» «Ci sono.» «Vede altri membri della sua famiglia?» «Vedo un fratello, anche mia
madre è lì, e un bambino piccolo, il bambino di qualcuno.» «È il suo bambino?» «No.»
«Che cosa è significativo, adesso? Vada a qualche cosa di significativo che spieghi i suoi
sintomi nella sua vita attuale. Abbiamo bisogno di capire. Si può sperimentarlo con
sicurezza. Vada agli eventi.» Lei rispose con un sussurro molto basso. «Tutto a suo
tempo... Vedo della gente che muore.» «Gente che muore?» «Sì... non sanno perché.»
«Una malattia?» Improvvisamente mi venne l'idea che lei fosse ancora in un'antica vita
alla quale era già regredita. In quella vita una pestilenza proveniente dall'acqua aveva
ucciso il padre di Catherine e uno dei suoi fratelli.
Anche Catherine aveva avuto quella malattia, ma non ne era morta. Il popolo usava aglio
e altre erbe per cercare di difendersi dalla pestilenza. Catherine era rimasta sconvolta
perché i morti non venivano imbalsamati in modo appropriato. Ma adesso c'eravamo
avvicinati a quella vita da un altro punto di vista. «È qualche cosa che ha a che fare con
l'acqua?» chiesi.
«Lo credono. Molta gente sta morendo.» Io conoscevo già la conclusione.
«Ma lei non muore, non muore per questo?» «No, io non muoio.» «Ma si ammala.
Diviene malata.» «Sì, ho molto freddo... molto freddo. Ho bisogno di acqua... Acqua.
Dicono che viene dall'acqua... E da qualche cosa di nero... Qualcuno muore.» «Chi
muore?» «Mio padre, muore, e anche un mio fratello. Mia madre sta bene; si riprende; è
molto debole. Devono seppellire i morti. Devono bruciarli, ma la gente è sconvolta perché
questo è contrario alle pratiche religiose.» «Quali erano queste pratiche?» Mi
meravigliavo della consistenza dei suoi ricordi, fatto per fatto, esattamente come aveva

raccontato questa vita alcuni mesi prima. Di nuovo questa deviazione dalle normali
usanze funebri la turbava.
«La gente veniva messa in grotte. I corpi erano custoditi in grotte. Ma prima, i corpi
dovevano essere preparati dai sacerdoti. Dovevano essere avvolti e unti. Venivano
conservati - in caverne, ma adesso la terra è allagata... Dicono che l'acqua è cattiva. Non
bevono l'acqua.» «Vi è un mezzo di cura? Qualche cosa che funzioni?» «Ci davano delle
erbe, diverse erbe. Gli odori... le erbe e... si odorano i profumi. Io posso odorarli!»
«Riconosce il profumo?» «È bianco. Lo appendono al soffitto.» «È come l'aglio?» «Viene
appeso... le proprietà sono simili, sì. Le sue proprietà... Ce lo mettiamo in bocca, nelle
orecchie, nel naso, dappertutto. L'odore era forte. Si credeva che impedisse agli spiriti
maligni di entrarci nel corpo. Porpora... Un frutto o qualche cosa di rotondo coperto di
porpora, una buccia di porpora su di esso...» «Riconosce la civiltà in cui è? Le sembra
familiare?» «Non so.» «Il frutto di porpora è di qualche genere? «Tannis.
«E questo vi aiuta? Serve contro la malattia?» «Serviva a quel tempo.» «Tannis», ripetei
cercando ancora di vedere se parlava di ciò che noi chiamiamo tannino o acido tannico.
«Lo chiamavano così? Tannis?» «Io... continuo a sentire "tannis".» «Che cosa di questa
vita si è inserito nella sua vita attuale? Perché torna a regredire qui? Che cosa vi è che la
turba così?» «La religione», sussurrò rapidamente Catherine, «la religione di quel
tempo. Era una religione di paura... paura.
C'erano tante cose da temere... E tanti dèi.» «Ricorda i nomi di qualche dio?» «Vedo
degli occhi. Vedo un nero... qualche tipo di...
Sembra uno sciacallo. È una statua. È una sorta di guardiano... Vedo una donna, una
dea, con una sorta di copricapo.» «Conosce il suo nome, il nome della dea?» «Osiride...
Sirus... qualche cosa di simile. Vedo un occhio... un occhio, solo un occhio, un occhio in
una catena.
È d'oro.» «Un occhio?» «Sì... chi è Hathor?» «Chi?» «Hathor! Chi è?» Io non avevo mai
sentito parlare di Hathor, sebbene sapessi che Osiride, se la pronuncia era giusta, era il
fratello e marito di Iside, una delle principali divinità egiziane.
Più tardi seppi che Hathor era la dea egiziana dell'amore, della gaiezza e della gioia.
«È una divinità?» chiesi.
«Hathor! Hathor.» Vi fu una lunga pausa. «Un uccello...
è piatto... piatto, una fenice.» Rimase ancora silenziosa.
«Avanzi nel tempo, adesso fino all'ultimo giorno di questa vita. Vada all'ultimo giorno, ma
prima di essere morta. Mi dica quello che vede.» Lei rispose con un bisbiglio dolcissimo.
«Vedo della gente e dei fabbricati. Vedo sandali, sandali. C'è una veste rozza, una sorta
di veste rozza.» «Che succede? Arrivi adesso al momento della sua morte. Che cosa le
succede? Può vederlo.» «Non lo vedo... non mi vedo più.» «Dov'è? Che cosa vede?»
«Nulla... solo oscurità... vedo una luce, una luce calda.» Era già morta, era già passata
nello stato spirituale. Evidentemente non aveva bisogno di sperimentare ancora la sua
morte.
«Può raggiungere quella luce?» chiesi.
«Ci sto andando.» Stava tranquilla, aspettando ancora.
«Adesso può guardare le lezioni di questa vita? Ne è consapevole?» «No», mormorò.
Continuò ad aspettare. D'improvviso parve sveglia, sebbene i suoi occhi rimanessero
chiusi, come sempre quando era in trance ipnotica. La sua testa sii volgeva da un lato
all'altro.
«Che cosa sta vedendo, adesso? Che cosa succede?» La sua voce divenne più forte.
«Sento... qualcuno che parla.

«Che cosa dice?» «Parla della pazienza. Bisogna avere pazienza...» «Sì, continui.» La
risposta venne dal Maestro poeta. «Pazienza e tempestività... Tutto viene quando deve
venire. Una vita non può essere condotta a gran velocità, non può essere attuata
secondo un programma come tanti vorrebbero. Dobbiamo accettare quello che ci giunge
in un dato tempo, e non chiedere di più. Ma la vita è senza fine, noi non moriamo mai;
non siamo mai realmente nati. Noi passiamo solo attraverso diverse fasi. Non vi è fine.
Gli umani hanno molte dimensioni. Ma il tempo non è come ci appare, consiste piuttosto
in lezioni che vengono imparate.» Vi fu una lunga pausa. Poi il Maestro poeta continuò.
«Tutto diverrà chiaro per lei a suo tempo. Ma lei deve avere la possibilità di assimilare la
conoscenza che le abbiamo già dato.» Catherine era silenziosa.
«Vi sono qui altre cose che dovrei imparare?» chiesi.
«Se ne sono andati», sussurrò piano Catherine. «Non odo più alcuno.
9.
Il diamante in fiore Ogni settimana uno strato di paure e di ansietà nevrotiche veniva
tolto a Catherine. Ogni settimana lei appariva un poco più serena, un poco più dolce e
paziente. Era più fiduciosa, e la gente era attratta verso di lei. Catherine si sentiva più
affettuosa e gli altri ricambiavano il suo amore. Il diamante interno che rappresentava la
sua vera personalità brillava più fulgido per tutti quelli che lo vedevano.
Le regressioni di Catherine si estendevano per millenni.
Ogni volta che entrava in trance ipnotica, io non avevo idea di dove i fili delle sue vite
sarebbero emersi. Dalle caverne preistoriche all'antico Egitto, ai tempi moderni, lei si era
presentata. E tutte le sue vite erano state amorosamente sorvegliate, in qualche luogo al
di là del tempo, dai Maestri. Nella seduta odierna, lei emerse nel ventesimo secolo, ma
non come Catherine.
«Vedo una fusoliera e una pista di atterraggio, una sorta di pista di atterraggio»,
sussurrò piano.
«Sa dov'è?» «Non riesco a vedere... Alsaziano?» Poi, con maggior sicurezza:
«Alsaziano».
«In Francia?» «Non so, solo alsaziano... Vedo il nome Von Marks, Von Marks [fonetico].
Una sorta di elmetto scuro o cappello...
un cappello con sporgenze. La truppa è stata distaiti, Sembra una zona molto remota.
Non credo che vi sia una città vicina.
«Che cosa vede?» «Vedo degli edifici distrutti. Vedo edifici... La zona è stata sconvolta
da... bombardamenti. È un'area molto ben nascosta.» «Lei, che cosa sta facendo?»
«Aiuto a raccogliere i feriti. Li stanno portando via.» «Si guardi. Si descriva. Si guardi e
dica che cosa indossa.» «Ho una sorta di giacchetta. Ho i capelli biondi. Gli occhi azzurri.
La mia giacca è molto sporca. Vi sono molti feriti.» «È stata addestrata a raccogliere i
feriti.» «No.» «Vive qui o vi è stata portata? Dove vive?» «Non so.» «Che età ha,
all'incirca? «Trentacinque anni. Catherine aveva ventinove anni, aveva occhi scuri, non
azzurri.
Continuai a chiedere.
«Ha un nome? È scritto sulla sua giacca?» «Sulla giacca vi sono delle ali. Sono un
pilota... una sorta di pilota.» «Vola in aeroplano?» «Sì, devo farlo.
«Chi la fa volare?» «Sono in servizio di volo. È il mio lavoro.» «Lancia anche le bombe?»
«Sull'aereo ho un mitragliere. C'è un ufficiale di rotta.» «Con quale tipo di aeroplano
vola?» «Una sorta di elicottero. Ha quattro eliche. E un'ala fissa.» Ero divertito perché
Catherine non sapeva nulla di aeroplani. Mi domandavo che cosa pensava che fosse
un'ala fissa. Ma, come per la preparazione del burro o l'imbalsamazione dei cadaveri,

sotto ipnosi possedeva molte conoscenze. Solo una frazione di queste conoscenze,
tuttavia, le serviva per la mente cosciente di ogni giorno. Continuai a farle domande.
«Ha una famiglia?» «Non è con me.» «È al sicuro?» «Non so. Temo... temo che
torneranno. I miei amici stanno morendo!» «Chi teme che tornerà?» « I nemici.» «Chi
sono?» «Gli inglesi... le forze armate americane... gli inglesi...» «Sì. Ricorda la sua
famiglia?» «Ricordarla? C'è troppa confusione.» «Regredisca nella stessa vita, fino a un
tempo più felice, prima della guerra, il tempo in cui era a casa con la sua famiglia. Può
vederla. So che è difficile, ma voglio che si rilassi. Tenti e ricordi.» Catherine fece una
pausa, poi bisbigliò: «Sento il nome Eric... Eric. Vedo un bambino biondo, una bambina».
«È sua figlia?» «Sì, deve essere... Margot.» «E vicina a lei?» «È con me. Siamo a una
colazione all'aperto. È una bella giornata.» «C'è qualche altro con lei, oltre a Margot?»
«Vedo una donna con i capelli scuri, seduta sull'erba.» «È sua moglie?» «Sì... Non la
conosco», aggiunse riferendosi al riconoscimento di qualcuno nella vita attuale di
Catherine.
«Conosce Margot? Guardi attentamente Margot. La conosce?»
«Sì, ma non sono
sicura... L'ho conosciuta in qualche parte.» «Le verrà a mente. La guardi negli occhi.» «È
Judy», rispose. Judy era attualmente la migliore amica di Catherine. Vi era stata
un'immediata simpatia al loro
primo incontro, ed erano divenute intime amiche,
implicitamente fiduciose l'una dell'altra, ognuna conoscendo i pensieri e i bisogni
dell'altra prima che venissero espressi in parole.
«Judy?» ripetei.
«Sì, Judy. Le assomiglia... sorride come lei.» «Sì, va bene. A casa è felice o vi sono dei
problemi?» «Non vi sono problemi. [Lunga pausa.] Sì, sì, è un tempo di inquietudini. Vi è
un grave problema nel governo tedesco, la struttura politica. Troppa gente vuol prendere
direzioni diverse. E questo, alla fine ci dividerà... Ma io devo combattere per la mia
terra.» «Ha forti sentimenti per la sua terra?» «Non mi piace la guerra. Sento che
uccidere
è
male,
ma
devo
fare
il
mio
dovere.»
«Adesso torni nel luogo in cui era, all'aeroplano a terra, ai bombardamenti e alla guerra.
È passato del tempo; la i guerra è cominciata. Gli inglesi e gli americani stanno gettando
bombe su di voi. Torni là. Vede ancora l'aeroplano?» «Sì.» «Lei ha ancora le stesse
opinioni circa il dovere, l'uccidere e la guerra?» «Sì, moriremo per nulla.» «Che cosa?»
«Moriremo per nulla», ripetè in un sussurro più alto.
«Nulla? Perché per nulla? Non vi è gloria in questo? Non difende la sua terra e i suoi
cari?» «Moriremo per difendere le idee di poche persone.» «Anche se sono i leaders del
suo paese? Possono avere torto...» Lei mi interruppe rapidamente.
«Non sono leaders. Se lo fossero non vi sarebbero tante lotte interne... nel governo.»
«Alcuni li considerano pazzi. Per lei è così? Un potere folle?» «Dobbiamo essere tutti folli
per lasciarci guidare da loro, per permetter loro di condurci... a uccidere della gente.
E a uccidere noi stessi...» «Ha lasciato degli amici?» «Sì, tre sono ancora vivi.» «Ve n'è
qualcuno a cui lei sia particolarmente vicina? Nel gruppo del suo aeroplano? Il suo
mitragliere e il suo ufficiale di rotta sono ancora vivi?» «Non li vedo, ma il mio aereo non
è stato distrutto.» «Lei vola ancora?» «Sì, dobbiamo affrettarci a portare fuori della pista
gli aerei che rimangono... prima che quelli ritornino.
«Entri nel suo aereo.
«Non voglio. Sembrava che potesse discutere con me.
Ma lei deve portarlo fuori della pista.» «È così insensato...» «Quale professione
esercitava prima della guerra? Ricorda? Che cosa faceva Eric?» «Ero comandante in
seconda... Su di un piccolo aeroplano, un aeroplano da carico.» «Così era pilota anche

allora?» «Sì.» «Questo la teneva molto tempo lontano da casa?» Lei rispose molto piano,
tristemente: «Sì».
«Avanzi nel tempo», le ordinai, «fino al prossimo volo.
Può farlo?» «Non vi è un prossimo volo.» «Le succede qualche cosa?» «Sì.» Il suo
respiro si andava accelerando, e lei cominciava ad agitarsi. Era avanzata fino al giorno
della sua morte.
«Che cosa sta succedendo?» «Sto correndo via dal fuoco. I miei compagni sono stati
distrutti dal fuoco.» «Lei sopravvive?» «Nessuno sopravvive... nessuno sopravvive a una
guerra. Io sto morendo!» Respirava a fatica. «Sangue! Sangue dappertutto! Ho un
dolore al petto. Sono stato colpito al
petto... E la gamba, e il braccio. Mi fanno tanto
male...» Era in agonia; ma presto il suo respiro rallentò e divenne più golare; i suoi
muscoli facciali si rilassarono e lei assunse aspetto di serena pace. Riconobbi la serenità
dello stato a transizione.
«Sembra che stia meglio. È finita?» Lei rimase in silenzio e poi rispose molto
dolcemente.
«Sto fluttuando... lontano dal mio corpo. Non ho corpo.
Sono ancora spirito.» «Bene. Riposi. Ha avuto una vita difficile. Ha sperimentato una
morte difficile. Adesso ha bisogno di riposare. Si rinfranchi. Che cosa ha imparato da
questa vita?» «Ho imparato cose sull'odio... sull'uccidere insensato... ' sull'odio mal
diretto... sull'odiare persone senza sapere .j perché. Siamo guidati a farlo... dal male,
quando siamo j nello stato fisico...» «Vi è un dovere più alto del dovere verso la propria
terra? Qualche cosa che avrebbe potuto impedirle di uccidere? Anche se le fosse stato
comandato? Un dovere verso | lei stessa?» «Sì...» Ma non approfondì l'idea.
«Adesso sta aspettando qualche cosa?» «Sì... aspetto di entrare in uno stato di
rinnovamento.
Devo attendere. Verranno per me... verranno...» «Bene. Desidererei parlare con loro
quando verranno.» Aspettammo alcuni minuti. Poi bruscamente la sua voce divenne alta
e forte, e parlò il primo Spirito Maestro, non il Maestro poeta.
«Lei ha ragione nel pensare che questo sia il trattamento appropriato per chi si trova
nello stato fisico. Lei deve sradicare le paure dalla loro mente. Quando c'è la paura vi è
uno spreco di energie. Li distoglie dal compiere quello che erano stati inviati a compiere.
Tenga i suoi suggerimenti per coloro che le stanno attorno. Essi devono essere anzitutto
portati a un livello molto, molto profondo... dove non possano più sentire il loro corpo.
Allora lei può raggiungerli. Le difficoltà esistono... solo alla superficie. Lei deve
raggiungerli nel profondo delle loro anime, dove vengono create le idee.
«Energia... tutto è energia. In quanto tale viene sprecata.
Le montagne... dentro le montagne vi è pace; nel centro tutto è calmo. Ma i guai
appaiono all'esterno. Gli uomini possono solo vedere l'esterno, ma lei può andare molto
più nel profondo. Bisogna vedere il vulcano. E per vederlo bisogna entrare nell'intimo.
«Essere nello stato fisico è anormale. Quando si è nello stato spirituale, si è nello stato
naturale. Quando siamo mandati indietro è come se fossimo rimandati a qualche cosa
che non conosciamo. Ci occorrerà maggior tempo.
Nel mondo dello spirito dobbiamo aspettare, e poi siamo rinnovati. Vi è uno stato di
rinnovamento. È una dimensione come le altre dimensioni, e lei è quasi riuscito a
raggiungere questo stato...» Questo mi colse di sorpresa. Come potevo avvicinarmi a
questo stato di rinnovamento? «L'ho quasi raggiunto?» chiesi incredulo.
«Sì. Lei conosce molto più degli altri. Lei capisce molto di più. Sia paziente con loro. Loro
non hanno le conoscenze che ha lei. Gli spiriti saranno mandati ad aiutarla. Ma lei ha

ragione in quello che fa... Continui. Questa energia non deve essere sprecata. Lei deve
liberarsi dalle paure.
Questo sarà la sua principale arma...» Lo Spirito Maestro tacque. Io meditai sul
significato di questo incredibile messaggio. Sapevo che mi stavo liberando con successo
delle paure di Catherine, ma questo messaggio aveva un significato più globale. Era più
di una semplice conferma dell'efficacia dell'ipnosi come strumento terapeutico. Implicava
anche qualche cosa di più della regressione in vite passate, che sarebbe stato difficile
applicare alla popolazione in genere, soggetto per soggetto. No, io credevo che si
riferisse alla paura della morte che è la paura nell'intimo del vulcano... La paura della
morte, questa nascosta
e continua paura che nessuna quantità di denaro o di potere
può neutralizzare, è nell'intimo. Ma se la gente sapesse che «la vita è senza fine; che
quindi non moriamo mai; che non siamo realmente mai nati», allora questa paura si
dissolverebbe. Se sapessero di avere già vissuto innumerevoli volte e che vivranno altre
innumerevoli volte, quanti si sentirebbero rassicurati! Se sapessero che gli spiriti stanno
intorno a loro per aiutarli nello stato fisico, e che dopo la morte, nello stato spirituale, si
uniranno a questi spiriti, ; compresi i loro cari scomparsi, come si sentirebbero confortati!
Se sapessero che gli «angeli» custodi esistono realmente, quanto si sentirebbero più
sicuri! Se sapessero che gli atti di violenza e di ingiustizia contro i nostri simili non
rimangono ignorati ma devono essere ripagati in amore in altre vite, quanta meno
rabbia e quanto meno desiderio di vendetta accoglierebbero nel loro cuore. E se
realmente, «noi ci avviciniamo a Dio per mezzo della conoscenza», a che servirebbero i
beni materiali, o il potere, fini a se stessi e non come mezzi per avvicinare Dio? L'essere
avidi o affamati di potere non ha alcun valore.
Ma come raggiungere la gente con questa conoscenza? La maggior parte degli uomini
recita preghiere nelle loro chiese, sinagoghe, moschee, o templi, preghiere che
proclamano l'immortalità dell'anima. Tuttavia, quando il culto è finito, tornano alle loro
abituali competizioni, alle loro avidità, ai loro maneggi e ai loro egoismi. Tutto questo
ritarda il progresso dell'anima. Così, se la fede non è sufficiente, forse la scienza potrà
essere di aiuto. Forse le esperienze come quella di Catherine e mia devono essere
studiate, analizzate e riferite in un modo distaccato e scientifico da persone addestrate
nelle scienze comportamentali e fisiche. Tuttavia, a quel tempo, scrivere un articolo
scientifico o un libro era l'ultima cosa a cui pensassi, una remota e molto improbabile
possibilità. Io mi facevo domande circa gli spiriti che sarebbero stati rimandati sulla terra
per aiutarmi. Aiutarmi a fare che cosa? Catherine si agitò e prese a mormorare:
«Qualcuno ha nominato Gideon, qualcuno ha nominato Gideon... Gi- deon. Lui cerca di
parlarmi».
«Che cosa dice?» «È qui intorno. Non vuole fermarsi. È una sorta di guardiano... qualche
cosa. Ma adesso gioca con me.» «È uno dei suoi custodi?» «Sì, ma sta giocando... salta
tutt'intorno.
«Credo che voglia farmi conoscere che è qui intorno...
dappertutto.» «Gideon?» Ripetei.
«È qui.» «La fa sentire più sicura?» «Sì. Tornerà quando avrò bisogno di lui.» «Bene. Gli
spiriti sono intorno a lei?» Rispose in un sussurro, dalla prospettiva della sua mente
superconscia. «Oh, sì... molti spiriti. Vengono solo quando vogliono. Vengono... quando
vogliono. Siamo tutti spiriti. Ma altri... alcuni sono nello stato fisico e altri in un periodo
di rinnovamento. E altri sono guardiani. Ma tutti andiamo là. Anche noi siamo stati
guardiani.» «Perché tornate sulla terra a imparare? Perché non potete imparare come
spiriti?» «Vi sono diversi livelli di apprendimento, e alcuni di essi dobbiamo raggiungerli a
nostre spese. Dobbiamo sentire il dolore. Quando si è spirito non si soffre. È un periodo

di rinnovamento. L'anima si rinnova. Quando si è nello stato fisico, nella carne, si può
soffrire; si può essere offesi. Nella forma spirituale non si sente. Vi è solo felicità, un
senso di benessere. Ma è un periodo di rinnovamento per... noi.
L'interazione fra le persone nella forma spirituale è diversa. Quando si è nello stato
fisico... si possono sperimentare relazioni.» «Capisco. Andrà tutto bene.» Lei era tornata
silenziosa.
Passarono alcuni minuti.
«Vedo una carrozza», cominciò, «una carrozza blu.
«Una carrozzina da bambini?» «No, una carrozza in cui si è trasportati... Qualche cosa
di blu! Una frangia blu in cima, blu all'esterno...» «È tirata da cavalli?» «Ha delle grandi
ruote. Non vi vedo dentro alcuno, ma vi sono attaccati due cavalli... uno grigio e uno
scuro. Il nome del cavallo grigio è Mela, perché gli piacciono le mele. L'altro si chiama
Duca. Sono molto belli. Non vogliono mordermi. Hanno grandi piedi... grandi piedi.
«Vi è anche un cavallo brutto? Un cavallo diverso? «No, sono molto belli.» «Lei è lì? «Sì.
Posso vedere il suo naso. È molto più grande di me.» «Lei è nella carrozza?» Dalle sue
risposte sapevo che era un bambino.
«Vi sono cavalli. Vi è anche un bambino.» «Lei quanti anni ha?» «Sono molto piccola.
Non so. Credo di non saper contare.» «Conosce il bambino? È un suo amico? Suo
fratello?» «È un vicino. È qui per... qualche ricevimento. Vi è un matrimonio... o qualche
cosa di simile.» «Sa chi si sposa?» «No. Ci dicono di non sporcarci. Ho i capelli scuri... e
scarpe tutte abbottonate di fianco.» «Sono abiti da ricevimento? Begli abiti?» «È un
bianco... un tipo di abito bianco con un... qualche cosa di increspato, e si allaccia sul
dorso.» «La sua casa è vicina?» «È una grande casa», rispose la bambina.
«Vive lì?» «Sì.» «Bene. Adesso può guardare nella casa; andrà tutto bene. È un giorno
importante. Anche altre persone saranno vestite bene, con abiti speciali.» «Stanno
cucinando, molti cibi.» «Ne sente l'odore? Sì. Stanno facendo un certo tipo di pane.
Pane... carne... Ci dicono di andarcene.» Ne fui divertito. Le avevo detto che avrebbe
potuto entrare benissimo, e adesso la mandavano via.
«La chiamano per nome?» «...Mandy... Mandy ed Edward.
«È il bambino?» «Sì.» «Non vogliono che rimanga nella casa?» «No, hanno troppo da
fare.» «Quali sono le sue sensazioni?» «Non ci badiamo. Ma è difficile restare puliti. Non
ci lasciano far nulla.» «Assisterete al matrimonio, più tardi?» «Sì... Vedo molta gente. La
sala è affollata. Fa caldo, è una giornata calda. C'è qui un parroco; il parroco è qui...
con uno strano cappello, un grande cappello... nero. Gli copre la faccia... è un suo modo
di portarlo.» «È un giorno felice per la sua famiglia?» «Sì.» «Sa chi sta per sposarsi?»
«Mia sorella.» «Ha molti più anni di lei?» «Sì.» «La vede, adesso? Indossa l'abito di
nozze?» «Sì.» «È bella?» «Sì. Ha molti fiori nei capelli.» «La guardi attentamente.
Ricorda di averla conosciuta in altri tempi? Guardi i suoi occhi, la sua bocca...» «Sì. Credo
che sia Becky, ma è più piccola, molto più piccola.» Becky era amica di Catherine e sua
compagna di lavoro.
Erano intime, tuttavia Catherine si doleva dell'atteggiamento critico di Becky e delle sue
intromissioni nella propria vita.
Dopo tutto era un'amica, non faceva parte della famiglia.
Ma forse la distinzione, adesso, non era così netta.
«Lei... lei mi vuol bene...» «Si guardi intorno. I suoi genitori sono qui?» «Sì.» «Le
vogliono bene anche loro?» «Sì.» «Bene. Li guardi attentamente. Dapprima sua madre.
Guardi se la ricorda. Le guardi la faccia.» Catherine trasse alcuni profondi respiri. «Non la
conosco.

«Guardi suo padre. Lo guardi con attenzione. Guardi la sua espressione, i suoi occhi...
anche la bocca. Lo conosce?»
«È Stuart», rispose subito. Così Stuart era affiorato
ancora una volta. Meritava di indagare ancora.
«Quali sono le sue relazioni con lui?» «Io gli voglio molto bene... lui è molto buono con
me.
Ma lui pensa che io sia una seccatura. Pensa che i bambini siano dei fastidi.» «È troppo
serio?» «No, gli piace giocare con noi. Ma noi facciamo troppe domande. Tuttavia è
molto buono con noi, solo che noi facciamo troppe domande.» «Questo ogni tanto lo
annoia?» «Sì, dobbiamo imparare dal maestro e non da lui. Andiamo a scuola per
questo... Per imparare.» «Queste sembrano le sue stesse parole. Le dice così?» «Sì, lui
ha cose più importanti da fare. Deve andare alla fattoria.» «È una grande fattoria?» «Sì.»
«Lei sa dov'è?» «No. Non parlano mai della città e dello Stato? Dicono il nome della
città?» Lei fece una pausa ascoltando attentamente. «Non riesco a sentirlo. Rimase
ancora in silenzio.
«Bene, vuole esplorare ancora in questa vita? Vuol andare avanti nel tempo o questo è...
Lei mi interruppe. «Questo è sufficiente.
Durante tutto questo processo con Catherine, io ero stato riluttante a discutere le sue
rivelazioni con altri professionisti. In realtà, eccetto Carole e pochi altri che erano
«sicuri», non condivisi con nessun altro queste notevoli informazioni. Sapevo che le
conoscenze ottenute dalle nostre sedute erano vere ed estremamente importanti,
tuttavia l'incertezza sulle reazioni dei miei colleghi mi faceva mantenere il silenzio. Ero
preoccupato della mia reputazione, della mia carriera e di ciò che gli altri potevano
pensare di me.
Il mio personale scetticismo era stato eliminato dalle prove che, settimana per settimana,
venivano dalle sue labbra. Spesso facevo scorrere i nastri delle mie registrazioni per
sperimentare nuovamente le sedute, con tutto il loro dramma e la loro immediatezza. Ma
gli altri dovevano fondarsi sulle mie esperienze, potenti, ma tuttavia non vissute da loro.
Mi sentivo in dovere di raccogliere più numerosi dati.
Via via che io accettavo i messaggi e credevo in essi, la mia vita diveniva più semplice e
più soddisfacente. Non c'era bisogno di finzioni, di ostentazioni, di recitare parti o di
essere diversi da quello che si è. Le relazioni divennero più oneste e dirette. La vita
familiare era meno confusa e più rilassata. La mia riluttanza a condividere la saggezza
che mi era stata data attraverso Catherine, cominciò a diminuire. Con mia meraviglia i
più erano molto interessati e volevano saperne ancora. Molti mi parlarono delle loro
private esperienze di fenomeni parapsicologici, come la ESP, il déjà vu, le esperienze
fuori del corpo, i sogni di vite passate e altri. Molti non avevano mai parlato di queste
esperienze neppure con le loro mogli. I pazienti avevano ; quasi tutti paura che,
confidando queste esperienze, gli altri, anche i loro familiari e terapeuti, li avrebbero
considerati strani e anormali. E tuttavia questi fatti parapsicologici sono molto comuni,
molto più frequenti di quanto si I creda. Solo la riluttanza a parlare degli avvenimenti
psichici, li fa apparire così rari. E quanto si è più altamente istruiti, tanto più si è riluttanti
alla confidenza.
Lo stimato direttore di un importante dipartimento eli nico nel mio ospedale è un uomo
ammirato internazionalmente per la sua competenza. Parla con il suo defunto padre che
più volte lo ha protetto da seri pericoli. Un altro professore ha sogni che gli forniscono le
soluzioni dei suoi ; complessi esperimenti di ricerca. I sogni sono invariabilmente esatti.
Un altro medico molto noto sa usualmente chi lo chiama al telefono prima di rispondere.
La moglie del direttore di Psichiatria in una università degli stati medio-occidentali ha
una laurea in psicologia. I suoi progetti di ricerca sono sempre attentamente

programmati ed eseguiti. Non aveva mai detto ad alcuno che, quando aveva visitato per
la prima volta Roma, era andata per la città come se avesse una cartina stradale
impressa nella memoria.
Sapeva senza possibilità di sbagliare quello che c'era dietro il prossimo angolo. Sebbene
non fosse mai stata in Italia e non conoscesse la lingua, gli Italiani molto spesso le si
rivolgevano in italiano prendendola continuamente per una del luogo. La sua mente non
riusciva a rendersi conto di quelle esperienze romane.
Io capivo perché questi professionisti altamente istruiti rimanevano chiusi. Io ero uno di
loro. Non possiamo negare le nostre esperienze. E tuttavia la nostra educazione era in
molti modi diametralmente opposta alle informazioni, alle esperienze e alle credenze che
avevamo accumulato. E così tacevamo.
10 Conoscere il futuro La settimana passò rapidamente. Io avevo ascoltato più volte il
nastro dell'ultima seduta. Come stavo avvicinandomi allo stato di rinnovamento? Non mi
sentivo particolarmente illuminato. E adesso gli spiriti sarebbero stati mandati in mio
aiuto. Ma che cosa si supponeva che avrei fatto? Quando lo avrei saputo? Sarei stato
all'altezza del compito? Sapevo di dovere aspettare ed essere paziente.
Ricordavo le parole del Maestro poeta.
«Pazienza e tempismo... Tutto viene quando deve venire... Tutto le sarà chiaro a suo
tempo. Ma lei deve avere l'opportunità di assimilare le conoscenze che le abbiamo già
dato. Così dovevo aspettare.
All'inizio di questa seduta, Catherine riferì un frammmento di sogno che aveva avuto
alcune notti prima. Nel sogno viveva nella casa dei suoi genitori, e un incendio era
scoppiato durante la notte. Lei manteneva il controllo e aiutava a evacuare la casa, ma
suo padre indugiava e sembrava indifferente alla drammaticità della situazione.
Lei lo spinse fuori, ma lui si ricordò di qualche cosa che aveva lasciato in casa e fece
tornare Catherine tra le fiamme per recuperare quell'oggetto. Non riusciva a ricordare di
che si trattava. Decisi per il momento di non interpretare
il sogno, ma di aspettare e
vedere se si presentava l'opportunità quando lei era ipnotizzata.
Entrò rapidamente in una profonda trance ipnotica. «Vedo una donna con un cappuccio
sopra la testa, che non | le copre il volto ma solo i capelli.» Poi rimase in silenzio.
«Può vederlo adesso? Il cappuccio?» «L'ho perso di vista... Vedo una sorta di stoffa nera,
del broccato con disegni in oro... Vedo un edificio con particolari strutture... bianche.
«Riconosce l'edificio? «No.» «È un grande edificio? «No. Vi è sullo sfondo una montagna
con della neve sulla sommità. Ma l'erba è verde nella valle... in cui siamo.» «Può entrare
nell'edificio?» «Sì. È fatto di una sorta di marmo... molto freddo a toccarsi.» «È un tipo
di tempio o di edificio religioso?» «Non so. Penso che possa essere una prigione.»
«Prigione?» ripetei. «Vi è gente dentro l'edificio? O nei pressi?» «Sì, dei soldati. Hanno
uniformi nere con spalline d'oro...
nappe d'oro pendenti. Elmetti neri con dorature... Qualche cosa di appuntito e dorato sul
sommo... dell'elmetto... E una fascia rossa, una fascia rossa attorno alla vita.» «E vi sono
soldati intorno a lei?» «Forse due o tre.» «Lei è lì?» «Sono in qualche parte, ma non
nell'edificio. Però vi sono vicina.» «Si guardi intorno. Guardi se può vedere se stessa...
Le montagne sono lì, e l'erba... e il bianco edificio. Ve ne sono altri?» «Se vi sono altri
edifici, non sono vicini a questo. Io ne vedo uno, e dietro di esso... un muro.
«Pensa che sia un forte, o una prigione, o qualche cosa del genere?» «Potrebbe essere,
ma... è molto isolato.» «Perché è importante per lei?» [Lunga pausa.] «Conosce il nome
della città o della regione in cui è? Dove sono i soldati?»
«Continuo a vedere
"Ucraina".» «Ucraina?» ripetei, affascinato dalla diversità delle sue vite. «Vede l'anno?
Può vederlo? O un periodo di tempo?» «Mille e sette, mille e sette», rispose incerta, poi

si corresse: «Mille e settecentocinquantotto... mille e settecento- cinquantotto. Vi sono
molti soldati. Non so che cosa vogliano fare. Con lunghe spade curve.» «Che cos'altro
vede o sente?» chiesi.
«Vedo una fontana, una fontana dove abbeverano i cavalli.» «I soldati sono a cavallo?»
«Sì.» «I soldati vengono chiamati con qualche altro nome? Si chiamano fra loro con un
nome speciale?» Lei rimase in ascolto.
«Non odo nulla.» «Lei è fra loro?» «No.» Le sue risposte erano ancora quelle di un
bambino, brevi e spesso monosillabiche. Ero costretto a essere un intervistatore molto
attivo.
«Ma li vede da vicino?» «Sì.» «Si trova in città?» «Sì.» «Vive lì? «Credo di sì.» «Guardi se
può trovare se stessa e dove vive.» «Vedo degli abiti molto stracciati. Vedo un bambino,
un maschietto. Le sue vesti sono stracciate. Lui ha freddo...» «Ha una casa nella città?»
Vi fu una lunga pausa.
«Non vedo questo», continuò. Sembrava avere qualche ditticoltà a mettersi in
comunicazione con questa vita Era piuttosto vaga nelle sue risposte, e incerta.
«Bene. Conosce il nome del ragazzino?» «No.» «Che cosa succede al ragazzino? Lo
segua. Guardi che cosa avviene.» «Qualcuno che gli è caro è prigioniero.» «Un amico?
Un parente?» «Credo che sia suo padre.» Le sue risposte erano brevi «E lei il
ragazzino?» «Non ne sono sicura.» «Sa che cosa prova per il fatto che suo padre si trova
in prigione?» «Sì ha molta paura, paura che possano ucciderlo » «Che cosa ha fatto suo
padre?» «Ha rubato qualche cosa ai soldati, delle carte o qualche cosa di simile.» «Il
ragazzino non può capire completamente?» «No. Non rivedrà mai più suo padre.» «Non
potrà più rivederlo? «No.
O Prigione? «No!» rispose. La sua voce tremava. Era molto sconvolta, molto triste. Non
dava molti particolari, tuttavia era visibilmente ^ agitata dagli eventi di cui era testimone
e che sperimentava.
«Lei può sentire quello che il ragazzino sente», continuai, «le sue paure e le sue ansie.
Le sente?» «Sì.» Rimase ancora silenziosa.
«Che cosa avviene? Adesso vada avanti nel tempo. So che è difficile. Vada avanti nel
tempo. Succede qualche cosa.
«Suo padre viene giustiziato.
«Che coSa sente lui, adesso?» no «È stato giustiziato per qualche cosa che non ha fatto.
Ma loro uccidono senza alcuna ragione.» «Il ragazzino deve essere molto sconvolto da
tutto questo.» «Non credo che capisca appieno... quello che è accaduto.» «Ha altri a
cui rivolgersi?» «Sì, ma la sua vita sarà molto dura.» «Che cosa avverrà di lui?» «Non so.
Probabilmente morirà...» La sua voce era così triste. Rimase ancora in silenzio, poi parve
guardarsi attorno.
«Che cosa vede?» «Vedo una mano... una mano che si chiude
attorno a qualche cosa... di bianco. Non so che cosa sia...» Cadde ancora nel silenzio e i
minuti passarono.
«Che cos'altro vede?» chiesi.
«Niente... buio. Era morta o in qualche modo si era dissociata dal triste ragazzino che
viveva in Ucraina più di duecento anni fa.
«Ha lasciato il ragazzino?» «Sì», mormorò. Riposava.
«Che cosa ha imparato da questa vita? Perché era importante?» «La gente non può
essere giudicata affrettatamente. Bisogna essere giusti con gli altri. Molte vite sono state
rovinate per essere state giudicate troppo in fretta.» «La vita del ragazzino è stata breve
e dura a causa di quel giudizio... contro suo padre.» Vi fu ancora silenzio.
«Sì. Tacque ancora.

«Adesso vede qualche altra cosa? Ode qualche cosa?» «No.» Ancora una risposta breve
e poi silenzio. Per qualche ragione, questa breve vita era stata particolarmente
snervante. Le ingiunsi di riposare.
«Si rilassi. Si rassereni. Il suo corpo si guarisce da solo; la sua anima riposa... Si sente
meglio? È riposata? È stato difficile per quel bambino. Molto difficile. Ma adesso lei
riposa. La sua mente può portarla in un altro luogo, in un altro tempo... altri ricordi. Sta
riposando?» Decisi di seguire il frammento di sogno sulla casa che bruciava, il gingillarsi
noncurante di suo padre, e il suo averla rimandata nell'incendio per ricuperare qualche
sua cosa.
«Adesso ho una domanda circa il sogno che ha avuto...
su suo padre. Può ricordare, può farlo con sicurezza. È in trance profonda. Ricorda?»
«Sì.» «Lei rientrò nella casa per prendere qualche cosa. Ricorda che cosa?» «Sì... era
una scatola di metallo.» «Che cosa vi era perché lui volesse così assurdamente farla
rientrare in una casa in fiamme?» «I suoi francobolli e le sue monete... Voleva salvarli»,
rispose. Il suo particolareggiato ricordo del contenuto del sogno sotto ipnosi contrastava
completamente con il suo ricordo appena abbozzato da sveglia. L'ipnosi era uno
strumento potente, non solo nel permettere l'accesso alle più remote e nascoste zone
della mente, ma anche nel permettere ricordi molto più particolareggiati.
«I suoi francobolli e le sue monete erano molto importanti per lui?» «Sì.» «Ma rischiare
la sua vita tornando in una casa in fiamme solo per i francobolli e le monete...» Lei mi
interruppe. «Non pensava di mettermi a rischio.» «Pensava che lei fosse sicura?» «Sì.»
«Allora perché non è andato lui?» «Perché pensava che io potessi andare più in fretta.»
«Capisco. Ma tuttavia lei era in pericolo?» «Sì, ma lui non se ne rendeva conto.» «Vi era
un particolare significato per lei in questo sogno? Circa le sue relazioni con suo
padre?«Non so.
«Lui non parve avere molta fretta nel lasciare la casa in fiamme.» «No.» «Perché era così
tranquillo? Lei era veloce; vedeva il pericolo.» «Perché lui cerca di sottrarsi alla realtà.»
Colsi questo momento per interpretare una parte del sogno.
«Sì, è una sua vecchia abitudine e lei fa sempre qualche cosa per lui, come andare a
prendere la scatola. Spero che potrà imparare da lei. Ho l'impressione che il fuoco
rappresenti lo scorrere del tempo, che lei si renda conto del pericolo e lui no. Mentre lui
indugia e la manda a prendere degli oggetti, lei ne sa molto di più... e ha molto da
insegnargli, ma lui non sembra voler imparare.
«No», convenne lei. «Non vuole.
«Io vedo il sogno così. Ma lei non può costringerlo. Solo lui può rendersene conto.» «Sì»,
convenne ancora, e la sua voce si fece profonda e alta, «non ha importanza che il nostro
corpo bruci nel fuoco se noi non ne abbiamo bisogno...» Uno Spirito Maestro aveva
presentato una prospettiva del sogno del tutto diversa. Io mi meravigliai di questo
improvviso intervento, e potei solo ripetere il pensiero.
«Non abbiamo bisogno del nostro corpo?» «No. Attraversiamo tanti stadi quando siamo
qui. Abbiamo dapprima il corpo di un bambino, poi quello di un fanciullo, dal fanciullo
passiamo in un adulto e da un adulto a un vecchio. Perché non dovremmo fare un passo
al di là e lasciar cadere il corpo adulto per elevarci a un piano spirituale? È quello che
facciamo. Noi non smettiamo di crescere; cresciamo continuamente. Quando giungiamo
sul piano spirituale, continuiamo a crescere anche lì. Attraversiamo diversi stadi di
sviluppo. Quando arriviamo siamo bruciati.
Dobbiamo attraversare uno stadio di rinnovamento, uno stadio di apprendimento, e uno
stadio di decisione. Decidiamo quando vogliamo tornare, dove, e per quale ragione.

Alcuni scelgono di non tornare. Preferiscono proseguire verso un altro stadio di sviluppo.
E rimangono nella forma spirituale... alcuni più a lungo di altri, prima di tornare. È tutto
crescita e apprendimento... continua crescita. Il nostro corpo è un veicolo per noi solo
finché siamo qui. Solo la nostra anima e il nostro spirito durano per sempre.» Io non
riconoscevo la voce né lo stile. Un «nuovo» Maestro stava parlando e parlando di una
conoscenza importante. Io volevo sapere di più circa questi regni spirituali.
«L'apprendimento nello stato fisico è più veloce? Sono queste le ragioni per cui non tutti
rimangono nello stato spirituale?» «No. L'apprendimento nello stato spirituale è molto più
rapido, molto più accelerato che nello stato fisico. Ma noi scegliamo quello che dobbiamo
imparare. Se dobbiamo tornare per lavorare attraverso una relazione, torniamo.
Se abbiamo finito con le relazioni, andiamo avanti. Nella forma spirituale si può sempre
venire a contatto con coloro che sono nello stato fisico, se si desidera. Ma solo se questo
è importante... Se si devono dir loro cose che loro devono sapere.» «Come stabilite
questo contatto? Attraverso che cosa giunge il messaggio?» Con mia sorpresa, rispose
Catherine. Il suo bisbiglio fu più rapido e sicuro. «A volte si può apparire a quella
persona... e avere lo stesso aspetto che si aveva quando eravamo lì. Altre volte si può
stabilire un contatto mentale. Talora il messaggio è criptico, ma più spesso la persona sa
a che cosa si riferisce. E capisce. È un contatto da mente a mente.» Io dissi a Catherine:
«La conoscenza che lei ha adesso, questa informazione, questa sapienza, che è molto
importante... perché non è accessibile a lei quando è sveglia e nello stato fisico?».
«Credo che non la capirei. Non sono capace di capirla. Allora, forse io posso insegnarle a
capirla, così che non la spaventi e lei possa imparare.» «Sì.» «Quando lei sente le voci
dei Maestri, essi dicono cose simili a quelle che lei mi sta dicendo adesso. Lei deve
condividere con me una grande quantità di informazioni.» Ero perplesso per le nozioni
che lei possedeva quando era in questo stato.
«Sì», rispose semplicemente.
«E questo viene dalla sua mente?» «Ma ve lo hanno messo loro.» Così lei dava credito ai
Maestri.
«Sì», ammisi. «In qual modo posso meglio comunicarglielo così che lei progredisca e
perda le sue paure?» «Lei lo ha già fatto», rispose piano. Aveva ragione; le sue paure
erano quasi scomparse. Da quando erano cominciate le regressioni ipnotiche, i suoi
progressi clinici erano stati incredibilmente rapidi.
«Quali lezioni ha bisogno di imparare, adesso? Qual è la cosa più importante che lei deve
imparare durante questa vita per poter continuare a progredire e prosperare?» «La
fiducia», rispose subito. Aveva capito qual era il suo principale compito.
«La fiducia?» ripetei, sorpreso dalla rapidità della sua risposta.
«Sì. Devo imparare ad avere fede, ma anche a confidare negli altri. Io non lo faccio.
Penso che tutti cerchino di farmi del male. Questo fa sì che rimanga lontana dagli altri e
dalle situazioni da cui probabilmente non dovrei star lontana. Questo mi fa stare con
persone da cui dovrei allontanarmi.» La sua intuizione era imponente quando si trovava
in stato superconscio. Lei conosceva le sue debolezze e la sua forza. Conosceva le zone
che richiedevano attenzione e lavoro, e sapeva quello che doveva fare per migliorare le
cose. L'unico problema era che queste intuizioni dovevano raggiungere la sua mente
conscia e dovevano essere applicate alla sua vita di veglia. L'intuizione superconscia era
affascinante, ma da sola non era sufficiente a trasformare la sua vita.
«Chi sono coloro da cui dovrebbe stare lontana?» chiesi.
Lei fece una pausa. «Ho paura di Becky. Ho paura di Stuart... Temo che qualche cosa di
male mi verrà... da loro.» «Può allontanarsi da tutto questo?» «Non completamente, ma
da alcune delle loro idee, sì.

Stuart sta cercando di tenermi prigioniera, e ci riesce. Sa che ho paura. Sa che temo di
essere lontana da lui, e si vale di questa consapevolezza per tenermi con lui.» «E
Becky?» «Lei cerca sempre di togliermi la fiducia in persone di cui mi fido. Quando io
vedo il bene, lei vede il male. E cerca di piantare questi semi nella mia mente. Io sto
imparando ad avere fiducia... in persone di cui dovrei fidarmi. Ma lei mi riempie di dubbi
sul loro conto. Questo è il suo problema. Io non posso lasciare che mi faccia pensare a
suo modo.» Nello stato superconscio, Catherine sapeva determinare i principali difetti di
carattere in Becky e in Stuart. La Catherine ipnotizzata sarebbe stata un eccellente
psichiatra empaticamente e infallibilmente intuitivo. La Catherine sveglia non possedeva
queste capacità ed era mio compito gettare un ponte sull'abisso. Il suo imponente
miglioramento clinico mostrava che una parte di questo stava filtrando. Cercai di
rafforzare quel ponte.
«In chi può avere fiducia?» chiesi. «Pensi a questo. Chi sono coloro in cui può avere
fiducia e imparare da loro, e avvicinarli? Chi sono?» «Posso avere fiducia in lei»,
mormorò. Lo sapevo, ma sapevo che doveva avere fiducia ancor più nelle persone che
incontrava nella sua vita quotidiana.
«Sì, lei può. Lei mi è vicina, ma deve essere più vicina anche alle persone della sua vita,
persone che possono essere con lei più di quanto io possa.» Volevo che lei fosse
completa e indipendente, non dipendente da me.
«Posso avere fiducia in mia sorella. Non conosco gli altri. Posso avere fiducia in Stuart,
ma solo fino a un certo punto. Lui mi vuol bene, ma è confuso. Nella sua confusione mi
fa del male senza saperlo.» «Sì, è vero. Vi è un altro uomo in cui può avere fiducia?»
«Posso avere fiducia in Robert», rispose. Era un altro medico dell'ospedale. Erano buoni
amici.
«Sì», ammise.
L'idea di conoscenze future era per lei sconcertante e conturbante. Era stata così precisa
circa il passato. Attraverso i Maestri aveva conosciuto fatti specifici e segreti.
Poteva anche conoscere fatti futuri? E, in tal caso, potevamo noi condividere questa
precognizione? Un migliaio di domande mi si presentarono alla mente.
«Quando prende contatto con la sua mente supercon- scia, come adesso, e ha questa
saggezza, sviluppa anche capacità nella sfera sensitiva? Le è possibile guardare nel
futuro? Per quel che riguarda il passato ha fatto molto.» «E possibile», ammise, «ma
adesso non vedo nulla.» «È possibile?» ripetei.
«Credo di sì.
«Può farlo senza esserne spaventata? Può andare nel futuro e ottenere informazioni
neutre, che non la spaventino? Può vedere il futuro?» La sua risposta fu rapida: «Non lo
vedo. Non me lo permettono». Sapevo che si riferiva ai Maestri.
«Le sono attorno, adesso?» «Sì.» «Le parlano?» «No. Controllano tutto.» Dunque,
essendo controllata, non le era permesso di spiare nel futuro. Forse non avevamo nulla
da guadagnare, personalmente, da un'occhiata di questo genere. Forse l'avventura
avrebbe reso Catherine troppo ansiosa. Non insistetti.
«Lo spirito che le era vicino prima, Gideon...
«Sì.
«Che cosa vuole? Perché è qui? Lo conosce?» «No, non credo.» «Ma la protegge dai
pericoli?» «Sì.» «I Maestri...» «Non li vedo.» «A volte hanno dei messaggi per me,
messaggi che aiutano lei e me. Questi messaggi sono utili per lei anche se non vengono
pronunciati? Mettono pensieri nella sua mente?» «Sì.» «Essi controllano fin dove lei può
andare? Quello che lei può ricordare?» «Sì.» «Quindi vi è uno scopo in questo dispiegarsi
di vite...» «Sì.» «...Per lei e per me... Per insegnarci. Per portarci la scomparsa della


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