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Libretto resilienza 4 .pdf



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Laboratorio di ri-lettura del palinsesto urbano
e di valorizzazione di pratiche di resilienza

IV
Natura
Lentini, 2016

In copertina
“Paesaggio di campagna di Lentini N. 2”
Acquerello su carta. cm. 50 x 65.
G. Bordonaro. 1974.

Prefazione
Immaginazione è potere
All’indomani dell’incontro del 5 dicembre che aveva per titolo
“Elogio della diversità” ci siamo interrogati se l’idea di un evento
libero da architetture precostituite fosse ancora possibile di questi
tempi e se c’era ancora voglia di confrontarsi sull’idea di città.
Nel frattempo stavo immaginando una serie di incontri,
sempre da tenersi nella biblioteca civica di Lentini, che mettevano
al centro della discussione un libro, un classico della letteratura
universale, che andava di volta in volta raccontato sulla scorta delle
suggestioni che lo stesso provocava. Il primo libro che mi venne
in mente fu “Una storia semplice” di Leonardo Sciascia: una storia
apparentemente semplice, ma che in realtà è complicatissima,
almeno quanto è complicata la Sicilia. Il libro è stato una sorta di
testamento spirituale dello scrittore siciliano, morto pochi giorni
prima che venisse pubblicato. Da questa fase iniziale sono poi
scaturite le prime idee per la costruzione di un nuovo format
grazie anche ad alcuni richiami a opere di autori locali.
Da queste premesse nasce tutta l’impalcatura di “Città
Resiliente”, un progetto che immagina una rilettura della città da
più angolazioni diverse, che è strutturato su più livelli e su alcuni
momenti che dialogano tra di loro in un rapporto costante.
Contaminazione e incontro sono le parole chiave del progetto,
che ha anche un altro libro che sotterraneamente ne percorre tutti
gli ambiti. Sono “Le città invisibili” di Calvino, sospese tra sogno e
realtà, tra la finzione letteraria e il progetto di città “ideale”.
È questo, in estrema sintesi, il nuovo format culturale che
abbiamo presentato alla città.
Speriamo che possa essere un vero momento di confronto e
di dibattito sulla “Città” che si vuole, e che possa arricchire tutti
quelli che vorranno essere presenti anche in futuro.
Giuseppe Sanfilippo Chiarello

3

Leonia

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la
popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette
appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove
fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di
latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo
modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti
di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo
i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali,
contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni,
enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose
che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza
di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate
via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera
passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose
nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il
mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai
sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti
dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come
un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata
via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno
se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande,
e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del
gettito aumenta e le cataste s’inalzano, si stratificano, si dispiegano
su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia
eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora
la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermantazioni
e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che
circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di
5

montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne
accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che
non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva
tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature
d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i
suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se
sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là
dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse
respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo
intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura,
ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I
confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i
detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano,
si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane:
basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato
rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate,
calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel
proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con
quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma
spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della
metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti
coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo
territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.
da “Le città invisibili”, di Italo Calvino, 1972.

6

Orhan Pamuk

Erano passati vent’ anni dal suo arrivo a Istanbul. Se da
una parte si rattristava all’idea che il vecchio volto della città,
modificato dalle nuove strade, dalle demolizioni, dalla costruzione
di edifici sempre diversi, dagli enormi cartelloni pubblicitari, dai
negozi, dai sottopassaggi e dai cavalcavia, non fosse più quello
che conosceva e a cui era avvezzo, dall’altra provava gioia
perché aveva la sensazione che stessero realizzando qualcosa
specificamente per lui. Per Mevlut la città non era solo un luogo
costruito prima della sua venuta e dove, arrivando da fuori, si era
semplicemente insediato. Gli piaceva pensare che Istanbul fosse un
posto creato mentre lui ci viveva e che in futuro sarebbe diventato
molto più bello, pulito e moderno. Amava la gente che abitava
nei vecchi edifici degli anni Quaranta, con i tetti alti, l’ascensore
e il riscaldamento, costruiti prima della sua nascita, perché non
dimenticava come quelle persone l’avessero accolto con calore.
Tuttavia, sapeva benissimo che in quei vecchi edifici era ancora
un estraneo. I portieri di quei palazzi prestigiosi lo umiliavano
più spesso di chiunque altro, e così quando era lì aveva paura di
sbagliare. D’altro canto, amava le cose vecchie, l’atmosfera dei
cimiteri che scopriva nei quartieri di periferia mentre vendeva
la boza, i vetri delle moschee coperti da uno strato di polvere
così radicato da sembrare muschio, le incomprensibili iscrizioni
ottomane sulle fontane in disuso dai rubinetti d’ottone.
A volte gli veniva in mente che chiunque fosse venuto in città
si era arricchito, diventando proprietario di beni, case e terreni,
mentre lui, nonostante avesse lavorato tanto, era riuscito solo
a condurre una vita dignitosa; a quel punto però pensava che
sarebbe stato un ingrato a non accontentarsi della felicità di cui
Dio gli aveva fatto dono. A volte avvertiva il cambio di stagione 7

vedendo passare le rondini in cielo si rendeva conto che l’inverno
era finito - e sentiva di essere invecchiato.
da Orhan Pamuk, “La stranezza che ho nella testa”, Einaudi, Torino,
2013, pagg. 306-307.

Quando urlava «Boo-zaa», Mevlut sapeva di trasmettere
davvero i suoi sentimenti alla gente nelle varie case, ma sapeva
anche che era solo un dolce, bellissimo sogno. Nascosto all’interno
di questo nostro universo, ne giace un altro, e solo tirando fuori, a
forza di camminare e pensare, la seconda persona nascosta dentro
di lui poteva raggiungere l’universo della sua immaginazione.
Mevlut si rifiutava di scegliere fra questi due mondi. Il senso
comune era corretto, ed era corretto anche il suo, personale,
intimo. Le intenzioni del cuore erano legittime, e anche quelle
delle labbra... Ecco cosa lo portava a ritenere che le parole della
pubblicità, dei manifesti, delle prime pagine dei quotidiani appese
alle vetrine dei negozi, delle scritte sui muri, significassero che
tutto ciò che pensava poteva diventare reale. La città gli inviava
segni e messaggi da quarant’anni. E Mevlut sentiva dentro di sé
l’impulso di rispondere a ciò che la città gli diceva, come faceva
nella sua infanzia. Era come se adesso toccasse a lui parlare. Ma
cosa avrebbe detto alla sua città?
[...] Due minuti dopo Mevlut era sulla soglia di un appartamento
al terzo piano di un vecchio edificio senza ascensore. Lo fecero
accomodare. Mevlut avvertì l’odore forte del raki mischiato
a quello pungente dell’umidità, intensa a causa del fatto che le
finestre dovevano venire aperte poco così da lasciare i termosifoni
al minimo. Quella che si trovò davanti, però, non era una tavolata
di persone ubriache e attaccabrighe. Nell’aria si poteva respirare,
al contrario, la festosa allegria di un gruppo di parenti e amici.
C’erano anziane signore affettuose, padri ragionevoli, mamme
chiacchierone, nonni, nonne e tantissimi bambini. Mentre i grandi
8

facevano conversazione, i piccoli scorrazzavano tutto intorno,
si nascondevano sotto il tavolo e facevano un gran baccano.
C’era una tale felicità, in quella casa, che Mevlut si senti felice
e appagato a sua volta. L’uomo era stato creato per essere felice,
onesto e aperto. Dal salone proveniva una luce calda e arancione.
Con gli sguardi di tutti i bambini addosso, Mevlut versò cinque
chili della sua boza migliore nei bicchieri. A quel punto entrò in
cucina, proveniente dalla sala da pranzo, una donna gentile, quasi
certamente sua coetanea. Enormi occhi neri, un rossetto non
troppo vistoso. E nessun copricapo.
- Bozaci, per fortuna che sei salito - disse, mi ha resa felice
sentire la tua voce. Mi ha toccata. Fai bene a vendere la boza. Per
fortuna non stai lì a chiederti se qualcuno finirà per comprarla o
no.
Mevlut era ormai sulla porta. Se ne stava andando, ma aveva
rallentato leggermente il passo. Io vendo la boza solo perché ne
ho voglia - disse.
- Non smettere mai, bozaci. Non chiederti mai chi la comprerà
fra questi palazzi e questo cemento. Tu gira per le strade.
- Non smetterò mai di vendere la boza, io. La donna gli diede
molti più soldi del dovuto. Con un gesto gli fece capire che poteva
tenere il resto come mancia. Mevlut usci in silenzio, scese giù per
le scale, davanti al portone si caricò il giogo sulle spalle e sistemò
i bidoni.
- Boo-zaa - disse, appena in strada. Mentre camminava verso il
Corno d’Oro, percorrendo una strada che si allungava all’infinito,
gli si dispiegò davanti il paesaggio che aveva visto dal balcone di
Suleyman. Ciò che voleva dire alla città, che voleva scrivere sui
muri, gli era appena venuto in mente. Proveniva da dentro di lui,
ed era tutto intorno a lui, era un’intenzione sia del cuore che delle
labbra: «Ho amato Rayiha più di ogni altra cosa a questo mondo»,
disse Mevlut tra sé e sé.
da Orhan Pamuk, “La stranezza che ho nella testa”, Einaudi, Torino,
2013, pagg. 551-554.

9

Maria Nivea Zagarella
MEGACIVITA
Nun sacciu cchiù lu verbu di la terra
ca mi fu matri - diciunu ca matri è di li figghi mei.
Semu fatti stranii ...
Furmiculi riddiculi ‘n frastorni
semu nu ventri ca macìna e coci.




Terra, cu t’ha sbinnutu,
terra, cu t’ha trarutu,
terra mia attussicata!

Supra lu mari chianci u suli focu,
dintra li frunni sfounu l’aceddi.





Lima di marranzanu sdisulatu
nivica u piru,
ora ca ciata u ventu,
lacrimi nguttu.

Sti palazzi nchiuvati d’alluminiu,
ammuquittati spicchialusi nchiusi,
su’ latteri di surci.
N’accupa la munnizza e lu scifìu.


Assuntumati sciatanu l’aceddi ...

Sta terra ammudirnata
sapi a morti:
è figghia a nuddu,
n chianu di rapina!
10

MEGACIVITA - Non so più le parole della terra/ che mi fu madre
-dicono -/ che madre è dei figli miei // Siamo resi estranei.../ formiche
ridicole e frastornate/ siamo un ventre che macina e cuoce // Terra,
chi ti ha svenduto,/ terra, chi ti ha tradito,/ terra mia assassinata!//
Sopra il mare piange il sole fuoco,/ dentro le fronde sfogano gli
uccelli.// Lima di marranzano desolato/ nevica il pero,/ ora che
fiata il vento,/ lacrime contrariato.// Questi palazzi inchiodati di
alluminio/ ammoquettati rilucenti e chiusi/ sono trappole per sorci
/ Ci soffoca lo spreco e l’immondizia // Impietrati perdono voce gli
uccelli// Questa terra ammodernata/ conosce solo la morte:/ è figlia
a nessuno,/ piazza aperta a ogni rapina.
Maria Nivea Zagarella, da “Scacciapinzeri”, Prova d’Autore, Catania,1999.

11

SIRENU

Dormi, nica, cà a matri ti cunorta
A notti allampau ni la timpesta
e negghia scura annorba lu pinzeri
ma sapi u cori n’urtima fattura
e l’erba crisci...
svampunu li rosi,
jilata nzuccarata ra matina
ca a zagara raccama
e l’arma stuzzinìa
Di mari t’addivaju, luci e biddizza,
è naca u mari, ventu
è u ciatu miu …
SERENO - Dormi, piccola, ché la madre ti conforta // La notte
imbiancò di lampi nella tempesta/ e nebbia scura acceca il pensiero/
ma il cuore conosce un ultimo incantesimo/ e l’erba cresce .. ./
divampano le rose,/ rugiada zuccherata della mattina/ che la
zagara ricama / e l’anima stuzzica / Di mare ti ho allevata, luce e
bellezza, / è culla il mare, vento è/ il fiato mio ...
Maria Nivea Zagarella, da “Scacciapinzeri”, Prova d’Autore, 1999.

12

CAPU R’ANNATA
Spiramu ca trasi
ccu lu peri rittu l’annu ca veni
- riceva l’anticu - spiramu ...
Spiramu
ca a genti ca fuj pistata,
ca mori nto mari anniata,
da verra scannata,
s’ attrova ...na strata
Spiramu
ca a paci nni quagghia nte manu,
e latti mungemu
e meli a cannati
Spiramu
ca l’annu riala ‘bbunnanza
a cu casa nun teni
e u travagghiu cci ammanca,
li poviri Cristi ca sgumma la fami
e strica a migghiara migghiara d’annati,
furesti abbruciati, sucatu ccu l’acqua
re storti u frummentu, li storti ca a cantru
ri porcu cangiaru la Terra
Spiramu
ca a un figghiu nascennu, criscennu,
- ma tutti su’ figghi nascennu, criscennu,
la ucca di rosa, ducizza li carni,
mmiscottu lu cantu ca canta nti l’occhi ammenu cci arresta na fedda ri cielu
ppi sentiri ‘n pettu ca è Omu ...
e nun farisi zeru
13

CAPODANNO - Speriamo che entri/ con il piede diritto l’anno
che viene/ - diceva l’antico - speriamo .../ Speriamo/ che la gente
che fugge pestata,/ che muore nel mare annegata,/ dalla guerra
scannata,/ si trovi ... una strada // Speriamo/ che la pace ci cagli
nelle mani,/ e latte mungiamo/ e miele a boccali// Speriamo / che
l’anno regali abbondanza/ a chi casa non ha / e il lavoro gli manca,/
i poveri Cristi che sgorbia la fame,/ soprusi a migliaia migliaia di
annate,/ foreste bruciate, rubato con l’acqua/ da stolti malvagi il
frumento, gli stolti malvagi / che a fogna di porco cangiarono la
Terra // Speriamo/ che a un figlio nascendo, crescendo,/- ma tutti
sono figli nascendo, crescendo,/ la bocca di rosa, dolcezza le carni,/
biscotto il canto che canta negli occhi -/ almeno gli resti una fetta di
cielo / per sentire in petto che è Uomo ... / e non farsi uno zero.
Maria Nivea Zagarella, da “Scacciapinzeri”, Prova d’Autore, 1999.

14

MUSTICHEDDI

Tavulati cunzati nte quarteri,
ri picciriddi ciciulìu e sbriu,
bacilicò,
nu rappu di racina,
pani nta l’acqua arrimuddatu
e a stidda
.
ca pirciannu sgricciava nta lu cielu ...
Na conca ro Biveri arrivisciuti,
ciarusi li labbruzzi arrifriscati,
musticheddi ri crita,
na prijera janca
ciuruta ri nnucenza antica,
a ccapu ‘i vespru
rosi ri raggera,
si l’anima s’assuppa
e tumma ‘n cielu

PICCOLE BROCCHE - Tavolate approntate nei quartieri,/ di bambini
rumorio e brio,/ il basilico,/ un grappolo d’uva,/ pane nell’acqua
ammorbidito/ e la stella/ che sbucando sprizzava nel cielo ...// Nel bacino
del Biviere sono rinate, / i piccoli orli profumati e freschi,/ le brocchette
di creta,/ una preghiera bianca/ fiorita d’innocenza antica,/ sul far del
vespro/ rose di raggera,/ se l’anima si inzuppa/ e piomba in cielo.
Maria Nivea Zagarella, da “Scacciapinzeri”, Prova d’Autore, 1999.
.

15

QUANNU VESTUNU A NUVENA
Supra a puntina vestunu a Nuvena
trina janca d’aranci e mannarini,
cielu stiddatu, nivi ri cuttuni,
sparacinu spinusu, bastarduni,
nuci e nuciddi, coccia ri racina ...
firvurusa la Terra sfira a Morti
e o Bammineddu,
ca nascìu a Bettilemmi, porta riali,
riali porta, pruvvida e materna,
a lu Bamminu ca nascìu nnuccenti
ma spini e sangu s’ accattau criscennu

NOVENA DI NATALE - Sul merletto vestono la Novena/ trina bianca
di aranci e mandarini, /cielo stellato, neve di cotone,/ pungitopo
spinoso e fichidindia, / noci, nocciole, chicchi di uva.../ fervorosa
la Terra sfida la Morte/ e al Bambinello,/ che nacque a Betlemme,
porta regali,/ regali porta, provvida e materna,/ al Bambinello che
nacque innocente/ ma spine e sangue si comprò crescendo.
Maria Nivea Zagarella, da “Scacciapinzeri”, Prova d’Autore, 1999.

16

Mauro Corona

Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono
finiti petrolio, carbone ed energia elettrica. Non occorre usare
fantasia per immaginarselo, prima o dopo capiterà, e non ci vorrà
nemmeno troppo tempo. Ma mentre quel giorno prepara il terreno,
facciamo finta che sia già qui. Ha un brutto muso, è un tempo duro,
infame, scortica il mondo a coltellate e lo spoglia di tutto. Di quel
che serve e di quel che non serve. La gente all’improvviso non sa più
che fare per acciuffare il necessario. Prova a inventarsi qualcosa e
intanto arranca, senza sapere che una salvezza esiste. Il necessario
sta dentro la natura. Ma, per averlo, occorre cavarlo fuori, prenderlo
con le mani, e la gente le mani non le sa più usare.
«Sacramento che disgrazia!» dicono. «Non sappiamo usar le
mani.»
Ma partiamo dall’inizio.
Mauro Corona, da “La fine del mondo storto”, pag. 9. Mondadori,
Milano, 2010.

Intanto le città sono diventate cimiteri a cielo aperto.
Si sotterrano i morti, si bruciano i cadaveri, ma questi
aumentano ogni giorno. Si muore nelle case, per le strade, nei
palazzi, nei cortili. Rimangono in piedi i più forti, quelli sani, non
troppo vecchi. Le donne, e qui sta la sorpresa, resistono quanto
gli uomini e di più. E si danno da fare. Dopo i primi disperamenti,
diventano tigri. Difendono i loro bambini come mai avevano fatto
dai tempi della pietra. Non solo i loro, difendono i bambini di
tutti. Basta che ci sia bisogno e le si vede partire come saette.
Tuttavia, nonostante sforzi, cure e attenzioni, l’inverno
17

maledetto uccide prima di tutto bambini e vecchi. Poi è il turno
di quelli che facevano corsi di sopravvivenza. I vecchi possono
morire, ormai non servono a niente. In quelle condizioni meglio
andare in pace all’altro mondo piuttosto che vedere la fine di
questo. Perché quell’inverno infame si porta nella gerla la fine
del mondo. La fine del mondo storto. Un mondo pieno di roba
superflua che, dài e dài, finisce per scoppiare. Un’anguria marcia
disfatta dalle scarpe ferrate dell’ eccesso. Del di più.
Quell’inverno è da castigo. Non di Dio ma degli uomini. Gli
uomini si sono castigati da soli. Hanno cominciato a castigarsi
quando hanno smesso di adoperare le mani e di conseguenza
anche il cervello. Si sono castrati da soli, non sanno più nemmeno
accendere un fuoco.
Si salva la gente di montagna e di campagna, ma non tutta.
Solo quella di una certa età. Le ultime generazioni con le mani
non sanno fare niente. All’infuori di seghe e computer, non le
usano. Per muover le mani s’intende saper fare lavori antichi.
Quelli che, cinquant’anni fa, conoscevano tutti. Tagliare legna,
spaccarla, accendere il fuoco. Ammazzare una gallina, spennarla,
filare la lana, fare a maglia. Eseguire lavori di artigianato. Più
importante ancora, coltivare la terra, seminar gli orti, i campi,
falciare, seccare il fieno, costruire mulini per macinare la farina.
Saper tagliare il bosco al tempo giusto. Oppure conoscere le erbe,
quelle per guarire, quelle da mangiare. Riconoscere i funghi buoni
da quelli velenosi, le bacche, i frutti selvatici. Insomma lavori
così. Invece, di questa cultura salvavita non sa più niente quasi
nessuno. Solo qualche vecchio montanaro o contadino di pianura,
il resto zero.
Quell’inverno che porta la fine del mondo storto è un inverno
di vita grama e morte. La gente, non essendo capace di cavarsela
con le mani, né di usare la natura per vivere, incappa nel freddo e
nella fame e muore. Amen.
da Mauro Corona, “La fine del mondo storto”, Mondadori, Milano, 2010,
pag. 9.

18

Le famose “P” dell’epoca frenetica sono scomparse. Progettare,
produrre, programmare, prevaricare, progredire, promuovere,
primeggiare, prostituire, promettere, prelevare e milioni di altri
verbi sono spariti.
Ora, nel tentativo solenne e silenzioso di resistere e durare a
lungo, tra i sopravvissuti trionfano le “A”. Arrangiarsi, arrabattarsi,
arrampicarsi, arrancare, arrivare all’indomani e via di questo
passo.
Ma, nello sforzo collettivo di chi è rimasto in vita, non prende
piede la parola” arraffare”. Parolina all’ ordine del giorno ai tempi
buoni. Arraffare stava in cima al vocabolario, era l’undicesimo
comandamento, il sogno di tutti. Arraffare ricchezza, potere,
visibilità, plance di comando, sesso.
L’istinto di arraffare è scomparso. Non perché la morte
bianca e nera lo abbia estirpato dalla mente dei superstiti. Quella
propensione è incisa nel Dna dell’uomo, nessuno gliela può
togliere. Però può essere sopita, accantonata, messa a dormire.
Questo succede nelle situazioni estreme, quando all’orizzonte
avanza la prospettiva di un disastro collettivo. Come nell’inverno
della fine del mondo storto. All’inizio il vecchio istinto ebbe la
meglio e tutti cercarono di arraffare. Poi, i rimasti vivi capirono
che per farcela occorreva collaborare, donare, aiutare, e la bieca
tendenza fu messa da parte.
Ora nessuno arraffa più, non gli conviene. Primo, se lo beccano
viene fatto fuori. Qualche mese prima, sarebbe stato mangiato.
Secondo, arraffare non avrebbe senso. Quello che c’è è a servizio
e portata di tutti. E non c’è uomo o donna, giovane o vecchio
che non si dia da fare per creare, costruire e produrre quello che
manca. Tutti collaborano. Senza capi, comandanti o dirigenti. Non
esiste più nessuna gerarchia. Al massimo ci sono i buoni esempi,
consiglieri, gente che meglio di altri sa fare qualcosa. Si tratta
soprattutto di contadini e montanari. Quelli che sanno di terra, di
legno, di verde, di muschio.
Piano piano la speranza riempie l’animo dei sopravvissuti. E
anche la forza fisica, messa a dura prova dal freddo e dalla fame
19

dell’inverno, ritorna. Ora, il caldo dell’estate, il lavoro, il muoversi
a piedi, il mangiare poco hanno reso i superstiti essenziali,
selezionati, sani. Come i predecessori centocinquanta anni
prima, hanno messo dentro il loro corpo quella tempra naturale
che è propria degli animali. E nella testa hanno fatto crescere la
sicurezza e la serenità della rassegnazione, del non pretendere
nulla, dell’ accontentarsi di stare al mondo adoperando i giorni
nella tranquilla ricerca di vita. E la sera stanno a guardare
lontano, immaginando un mondo migliore, in perfetto accordo
con il Pianeta che è rimasto.
da Mauro Corona, “La fine del mondo storto”, Mondadori, Milano, 2010,
pag. 9.

20

IU M’ARRIORDU. ..
Iu m’arriordu
un munnu ... picciriddu:
avìa l’ucchiuzzi
e a vucca zuccarini,
sataa nta l’erva,
si sgargiaa i rinocchia,
sciarri, chianciuti,
joca,
doppu ... era crisciutu!
Vutaru i tempi,
stracanciau lu senzu,
ora su’ pupi sgreuti e
scannaliati
picciriddi e carusi,
n’ammugghiata,
a panza gghina
e ‘mmizzigghi accattati,
muschitti ‘i strata l’autri
e li fati smirdati ...
Si a nnuccenza è svinnuta
e fami e vai
su’ a lavina ri Cristi (allammicusu
trivulu do cori),
pirchì lu suli iardi lu punenti
e a luna annaca stiddi ...
e mina u ventu?
IO MI RICORDO... -Io mi ricordo / un mondo ... di bambini: / avevano
occhi / e bocca di zucchero, / saltavano nell’erba; / si sbucciavano i
ginocchi, / pianti, litigi, / giochi, / dopo … erano cresciuti! // I tempi si
sono capovolti, / cambiato senso il vivere, / ora sono pupazzi smaliziati e /

21

senza grazia / fanciulli e ragazzi, / una informe ammucchiata, / la pancia
piena / e vezzeggi superpagati, mosquitos gli altri / e le favole smerdate
... // Se l’innocenza è svenduta / e fame e pene / sono un diluvio di Cristi
(sfinimento e / tribolo del cuore), / perché il sole continua a incendiare il
ponente / e culla la luna le stelle ... / e soffia minaccioso il vento?
Maria Nivea Zagarella, da “Memoria e Strammarii”, Comune di
Francofonte, 2005.

22

PAPARINI
Russi fuddetti arrirunu
ncampagna:
a staciuni
paparini salijàu,
varcuzzi d’ali ...
Sonunu l’ervi,
s’arriposa u celu
Arrisagghiatu
circàa na nota
u cori
e a l’antrasatta
s’attruvò
nto coru ...

PAPAVERI - Rossi folletti ridono/ in campagna:/ seminò papaveri/ la

bella stagione,/ barcucce d’ali ...// Suonano le erbe,/ vi riposa il cielo//
Agghiacciato/ cercava lieta una nota /il cuore// e all’improvviso/ si trovò/
nel coro ...
Maria Nivea Zagarella, da “U rologgiu re nichi”, Morrone Editore, 2010.

23

TERRA ARRAMAZZATA
Quannu allatu mi viju
tantu di terra arramazzata,
donu divinu mistiriusu ... chinu,
sta terra
ca na zappa nun manìa,
mori ri siti,
la munnizza ammogghia,
sta terra c’havi i rarichi malati
e nfetta i zotti pruvuli maligna,
l’alivi ca si torciunu allamati,
l’aranci scorpa,
pali ri ventu fausi,
vitra spicchianti a scanciu
ri maisi, stimpuniati
li vigni ppi cucciari
- abbabbanuta lagnusia ri frazza‘nutili cosi sordi di farfanti,
quannu lu sacrifizziu
senza sangu e chiantu
viju ri sta terra, isula/carnàla,
cchiù mi cci ncarcu,
ppi tinilla, l’ugna
e a peddi
e l’ossa,
ppi ‘un falla scinniri a sdirrubbu,
ppi ‘un falla cariri a la morti

TERRA ABBANDONATA - Quando a fianco mi vedo/ tutta questa terra
abbandonata,/ dono divino misterioso ... pieno,/ questa terra/ che la zappa

24

non lavora,/ muore di sete,/ l’immondizia avvolge,/ questa terra che ha le
radici malate/ e infettano le sorgenti polveri maligne,/ gli olivi si rattorcono
inariditi,/ sterpi gli aranci,/ pale di vento fasulle,/ e specchi fotovoltaici al
posto/ dei maggesi, sradicate/ le vigne a piluccare/ - rintontonita inerzia
di braccia -/ inutili cose riciclaggio di farfanti,// quando il sacrificio/ senza
sangue e pianto/ vedo di questa terra, isola/carnaio,/ di più vi affondo,
a trattenerla,/ le unghie/ e la pelle/ e le ossa,// per non farla cadere a
precipizio,/ per non farla scendere dentro la morte.
Maria Nivea Zagarella, da “Forajocu a la cuddata”, Morrone Editore,
2013.

25

DDU SFANTASIARI RI GIUIELLI A MARI ...
Simmuliata prizìusa ri giuielli ...
Nta l’unni
satavanu, lucennu,
(sbrigghiu ri sonnu)
ninfi nginiuseddi

Un frischittulu forsi sunava

ri pasturi ...

o ri pueta u meli
ncantaturi
L’etterna majarìa era
ro suli, ca
addimurannu nni ssi celi celi
pruvulicchia ri rai
cotula a mari e
picciutteddi valurusi
a sfizziu
si nn’apparanu l’unni
frinzi e capizzi



azzizzatizzu sfrazzitu
ri sbrizzi!

QUELLA FANTASIA DI GIOIELLI A MARE ... - Preziosa dissemina
di gioielli …/ Sull’ onde/ saltavano, splendendo,/ (fuga di sogno)/ ninfe
vezzosette// Un fischietto forse suonava / di pastore .../ o di poeta il miele/
incantatore// L’eterna magia era/ del sole, che/ nei cieli tardando/ a mare
versa/ cipria di raggi,/ fanciullette l’onde/ se ne ornano a gara/ frange e
guanciali,/ agghindatissimo vezzo/ fregio di schizzi!
Maria Nivea Zagarella, da “Forajocu a la cuddata”, Morrone Editore,
2013.

26

SCACCO
Si è resa torbida la natura
vuota ed esanime
come un tizzone riarso e sbriciolato.
Quali bestie scacciate
fissi e mutilati
da rovine di secoli emergiamo
stravolti e senza memoria.
Se larve gemono per il pane
odorano i fiori veleno
fra una bestemmia e una preghiera
sei
deriso nell’obesità
rivoltolato nell’odio
crocifisso nel bisogno
maschera senza più maschere
Uomo
se la morte almeno ti salvi!

ETNA
Le nubi si sono tuffate
sugli strapiombi.
Sparita la cima
bianchi ventagli scendono
svenati.
Maria Nivea Zagarella, da “Assiomi”, Edizioni Greco, Catania, 1981.

27

CHIAROSCURO
Nascosta in gomitoli di buio
ha acceso una lampada la luna
al balcone turchino della notte
Maria Nivea Zagarella, da “La farfalla e il mare”, Ibiskos Editrice,
Empoli, 1992.

PAPAVERI
Sfavilla nel fosso
un bouquet di papaveri rossi ...
sono
occhi che urlano,
sono
labbra che sanguinano,
e nella terra si avvolgono
- che li culla come piccoli al petto
della madre
Maria Nivea Zagarella, da “Dove volano i gabbiani”, Morrone Editore,
2010.

28

STIMMATE
Stimmate sono
siciliane,
scavate nella roccia
delle ossa,
dal mare lavorate
al cesello estuoso
delle estati,
a zagare imbrigliate
dardeggianti
ove aria s’asseta
d’aromi e
di sale
e tra i sassi dirompe agave
regale
IL NOCE
Gemmava spoglio nell’aprile
il noce,
cattedrale nuda
Svettava divina epifania
sopra gli aranci
verdi filiere terrazzate in basso
popolo curvo di sterpi ed erbe
(dismessa la campagna)
e lui ... levato nell’aerea sponda
semplice
assoluto
Maria Nivea Zagarella, da “SUSSURRI (fuori giro) DEL TRAMONTO,
Morrone Editore, 2013.

29

IL GRANDE BLUFF ETNEO
Dal continente sono calate
a macchia d’olio di progresso
le casermopoli dello shopping
allegro-festivo
.
andante-feriale
.
arpìe per ossessi!
Tra ruspe e capanni
sfiancato boccheggia
il manto verde etneo,
urente ahi! lava
di rossore
... e Etna si addorme
biancorosa ai tramonti
su pattumi fulgenti
di scialo e
di bluff
Maria Nivea Zagarella, da “Dove volano i gabbiani”, Morrone Editore,
2010.

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31

Disegno a carboncino di Ciricò. G. Bordonaro. 2006.

Città dei poeti

Haec ratio quondam morborum et mortifer aestus
finibus in Cecropis funestos reddidit agros
vastavitque vias, exhausit civibus urbem.
Nam penitus veniens Aegypti finibus ortus,
aera permensus multum camposque natantis,
incubuit tandem populo Pandionis omni.
Inde catervatim morbo mortique dabantur.
Principio caput incensum fervore gerebant
et duplicis oculos suffusa luce rubentis.
Sudabant etiam fauces intrinsecus atrae
sanguine et ulceribus vocis via saepta coibat
atque animi interpres manabat lingua cruore
debilitata malis, motu gravis, aspera tactu.
Inde ubi per fauces pectus complerat et ipsum
morbida vis in cor maestum confluxerat aegris,
omnia tum vero vitai claustra lababant.

32

Un tempo, questo tipo di morbo e flusso di morte
rese micidiali i campi nei territori di Cecopre,
devastò le strade e impoverì la città di abitanti.
Nato, in verità, nei territori di Egitto, proveniente dall’interno,
dopo avere attraversato vaste regioni di cielo e fluttuanti distese
marine,
si abbatté alla fine su tutto il popolo di Pandione.
E allora a masse erano consegnati alla malattia e alla morte.
All’inizio avevano il capo infuocato da un calore intenso
ed ambedue gli occhi vermigli per un bagliore diffuso.
Le fauci inoltre sudavano, annerite all’interno
dal sangue e il passaggio della voce si bloccava, una volta ostruito
dalle ferite;
la lingua, interprete dell’animo, stillava gocce di sangue,
debilitata dalla malattia, impacciata nel movimento, ruvida al tatto.
Poi quando la forza della malattia, attraverso la gola, aveva invaso
il petto ed era confluita, ai malati, fin dentro il cuore afflitto,
allora in verità vacillavano tutte le barriere della vita.

da Lucrezio, De rerum natura, libro VI, vv. 1138 - 1153.
Traduzione dal latino a cura di
Caterina Battiato

33

Finestra sul futuro

La nuova Lentini, sorta nell’ultimo quarantennio, è caotica,
slabbrata, disarmonica, priva di forma e di qualità; non costituisce
un organismo, non ha un’anima percepibile, non è “definibile”.
Gli spazi pubblici, che dovrebbero costituire il “bene comune”,
non sono altro che spazi di risulta, aree residue ammorbate
di sterpaglie o, nel migliore dei casi, cementate o asfaltate
ignobilmente.
Non uno di questi spazi possiede una “qualità”, non uno è stato
progettualmente risolto per consolidare il senso di appartenenza
alla comunità o pensato per generare nel cittadino il senso della
bellezza, il piacere dell’eleganza e dell’armonia.
Il fallimento più clamoroso è stata l’incapacità di inglobare,
nelle dinamiche economiche e sociali della moderna città, il
Centro Storico. Ne è derivato un progressivo e inesorabile
depauperamento e svuotamento fino all’attuale condizione di
totale marginalizzazione ed abbandono.
La città ha espulso il suo cuore e la sua anima, la sua memoria,
la propria parte identitaria.
Esso non è più parte della città ma “altro”.
Capisco lo scoramento delle nuove generazioni e la difficoltà
che manifestano nel mostrare legami con la loro città; comprendo
la loro difficoltà nell’identificarsi con un luogo, senza qualità, che
non possiede una propria fisionomia. I “luoghi” che compongono
il tessuto urbanistico storico non possono essere rimpiazzati dai
“non luoghi” della città contemporanea.
Cosa fare allora?
Su quali strumenti far leva per innescare un salvifico processo
di “resilienza”?
Può la Natura essere uno di questi?
34

Può essa coniugarsi con la dimensione “artificiale”
dell’Architettura al fine di dare qualche risposta alle impellenti
necessità urbane?
Domenico Zagami

35

Finito di stampare per conto di “Città Resiliente”
nel mese di maggio 2016
presso la Biblioteca Civica “Riccardo da Lentini”,
Via Aspromonte, 5 - 96016 - Lentini (SR)


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