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oltreterra capitolo 1 2 .pdf



Nome del file originale: oltreterra_capitolo_1_2.pdf
Autore: ARTHUR MCPAUL

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OltreTerra

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OltreTerra

OltreTerra
Romanzo
Scritto da Vito Di Paola
Prefazione a cura di
Revisione a cura di Carla Brucato
Grafica a cura di Vito Di Paola

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Indice
Capitolo I …………………………………………. Gli Inquisitori
Capitolo II ……………………………………… La Zona Proibita
Capitolo III ……………………............... Fuga dalla zona proibita
Capitolo IV ……………………………. Nel gelo di New Angeles
Capitolo V ………………………………. Tra le macerie di Salem
Capitolo VI ……………………………………. I Ribelli del Nord
Capitolo VII …………………………………… Le colline dolenti
Capitolo VIII ……………………… I resti post atomici di Detroit
Capitolo IX ………………………………………… New Babylon
Capitolo X …………………………………… Nel covo dei ribelli
Capitolo XI ..……………...…………… In Viaggio verso l’ignoto
Capitolo XII …………………………..………… Una Città divisa
Capitolo XIII ………………………........ Propaganda di regime
Capitolo XIV ……………………….……........ In cerca di Britney
Capitolo XV ……………………….……………..…. Washington
Capitolo XVI …………………….……………..……. Nel Bunker

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Capitolo I
Gli Inquisitori

Anno del Signore 2174.
Quelli che un tempo furono i gloriosi Stati Uniti d'America, erano
ormai ridotti ad una landa desolata ed arida a causa dei “Grandi Flagelli”. I sopravvissuti vivevano protetti all'interno di piccole cittàbunker dagli Inquisitori, un ordine religioso che aveva ricevuto l'incarico dal Governo Provvisorio di ripopolare il territorio.
Una impenetrabile coltre nuvolosa bloccava gran parte della luce solare rendendo il clima gelido e nebbioso quasi tutto anno.
Io, a quel tempo, poco più che diciassettenne, vivevo con la mia famiglia a New Town, situata nel Distretto 6, nel territorio che un
tempo fu lo Stato Federale della Virginia.
Lo stile di vita era legato alla situazione ambientale creatasi dopo i
Flagelli. Al di fuori delle abitazioni, per gli adulti era obbligatorio
indossare una tuta di protezione dal Virus HM1 e da altre numerose
malattie presenti nell’aria che avevano contribuito a sterminare la popolazione mondiale. Fortunatamente, a partire dal 2160, i nuovi nati
furono vaccinati, sviluppando l'immunità, ed io come tutti gli altri
ragazzi, non utilizzavamo né tute né maschere protettive. Per questi
motivi, a New Town, la maggior parte delle attività sociali si svolgevano al chiuso.
La piccola città, si estendeva su un ampio bassopiano con i suoi edifici bassi e tozzi in cemento armato simmetricamente disposti secondo uno schema rettangolare. Due stradoni principali la tagliavano

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a croce e da ognuno di essi si diramavano altre innumerevoli vie secondarie, creando un fitto reticolato di stradine. Il centro cittadino era
situato nei pressi di un immenso piazzale circolare, circondato da edifici pieni di negozi. Gli Inquisitori non ci avevano mai raccontato
chiaramente la storia della nostra città, ma certamente fu costruita appositamente per proteggere i sopravvissuti dal clima ostile, dai virus,
dai mutanti e da eventuali nemici esterni.
I luoghi più frequentati erano la Piazza Coperta del mercato, i lunghi
corridoi di passeggio pieni di negozi o la Sala delle Adunanze (il sacro santuario di culto in cui gli Inquisitori narravano le Sacre Scritture). Il capo spirituale era il Reverendo Ralf, affiancato da numerosi
Diaconi. Essi si occupavano della gestione del culto sacro e dell'insegnamento delle Leggi di Sopravvivenza, ispirate dai primi profeti devoti al Signore Sole, il nostro unico Dio.
Ma era loro compito controllare che tutti noi rispettassimo le limitazioni imposte ai cittadini dal Governo per evitare di creare danni
all’intera comunità.
Quel giorno, durante la consueta Adunanza, il Reverendo ci narrò di
quando i nostri antichi progenitori subirono i terribili Flagelli: «Gli
Avi, abbindolati da falsi dèi, iniziarono a ribellarsi violentemente
alle leggi del nostro Padre, dimenticandosi della fede e dell'amore
per i loro stessi simili. Il Signore Sole, stanco di redarguirli, decise
di infliggere una punizione esemplare, scatenando mille terribili flagelli. Dapprima piovvero sibilanti palle infuocate che causarono milioni di morti e distrussero le maggiori città, poi si innalzarono le
acque dei mari che sommersero le terre emerse lungo le coste. Seguirono terremoti ed eruzioni vulcaniche che decimarono ulteriormente
la popolazione, ed infine per raffreddare le ferite subite dalla Terra,
fece nevicare per un anno intero, rendendo il pianeta una immensa
distesa di ghiaccio. Quando tutto ciò ebbe termine, i pochi sopravvissuti dovettero strappare con grande fatica i rari frutti che la terra
riuscì loro ad offrire. Il Signore, impietosito, decise di affidare la rinascita dell'umanità̀ al profeta Ramon Veiller, che divenne Presidente e ordinò in nome suo la creazione dei Distretti e del Circolo di
Fede Illuminato, in cui gli Inquisitori avrebbero potuto riunirsi per
tramandare l’Ordine del Nuovo Stato alle generazioni future. Grazie

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al loro prezioso servizio, furono fondate nuove città e lentamente rifiorì la vita e la speranza.
Da allora, noi pastori di anime, abbiamo continuato ad incoraggiare
gli uomini alla preghiera, consci che il Signore presto ci ridonerà̀ la
sua sacra luce portatrice di nuova prosperità̀ e gioia».
Al termine del suo lungo sermone seguì un fragoroso applauso che
rimbombò nell'immensa sala. Quando tornò il silenzio, sulla parete
retrostante apparve un filmato con le immagini della meravigliosa
flora e fauna terrestre prima dell’immane disastro.
Il Reverendo, riprendendo la parola, disse: «Un tempo la nostra
Terra fu proprio così, un paradiso di colori pullulante di vita. Ma
non abbiate timore, quando la luce del Sole tornerà a risplendere, la
vita stessa rinascerà ovunque! Diffidate da coloro che con la menzogna cercano di offuscare la vostra mente, insultando la parola del
Signore o promettendovi quello che adesso non può esistere. Il nostro
mondo è imperfetto perché imperfetto è l’uomo che continuamente
trasgredisce le Leggi del Signore, ma, egli ci premierà, perché immenso e magnanimo è il suo cuore ed infinita la sua calorosa luce.
Al di fuori di questa città c’è soltanto morte e distruzione, poche
strade sicure, la maggior parte irte di pericoli, con i Mutanti pronti
a cibarsi delle vostre carni o banditi senza scrupoli in agguato per
derubare tutti i vostri miseri averi. Non abbiate paura, qui siete al
sicuro e noi vi proteggeremo fino a quando la luce del nostro Padre
scioglierà il gelo e purificherà l’aria grazie ai suoi calorosi raggi.
Quel giorno tanto atteso, ricaccerà nelle tenebre gli esseri immondi
che turbano i nostri sogni e potremo finalmente ricostruire i gloriosi
Stati Uniti d'America come furono un tempo!».
Per tale motivo a tutti noi era vietato abbandonare la città e volle ribadirlo chiaramente: «Se le nostre piccole città possono proteggerci
dal terribile virus che ci renderebbe tutti mutanti, all’esterno nemmeno le tute potrebbero farlo. Non dubitate mai della parola del Signore, o la sua mano severa vi punirà con tremende malattie!».
Nonostante le sue raccomandazioni potessero sembrare apparentemente sincere e quasi “paterne”, provavo continuamente qualcosa di
istintivamente avverso nei suoi confronti.

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Forse, avendo già abbondantemente sviluppato un profondo senso
critico ed una spiccata logica, erano sorti in me molti dubbi sulla veridicità delle sue disquisizioni teologiche, etiche, sociali e scientifiche. Tuttavia, a causa delle tante restrizioni cui dovevamo sottostare,
era difficile confrontarsi con altri ragazzi al di fuori delle Adunanze
ed in quel clima di sospetto e diffidenza, il dibattito su queste questioni non era gradito dagli Inquisitori.
Dopo che la celebrazione ebbe finalmente termine, fuori dalla sala
dell’Adunanza io e mia sorella Jennifer, trovammo ad attenderci nostro padre, appena tornato in città dopo due mesi di assenza.
Egli infatti, come la maggior parte degli adulti, lavorava nella lontana
città di Portland, alle dipendenze della NSP (National Space Program), un’azienda statale che stava realizzando delle infrastrutture a
Nord degli Stati Uniti.
Era stato mandato a casa per curarsi da una improvvisa polmonite,
ma anche perché il suo stato di salute non era dei migliori. Aveva
ormai da tempo perso quasi tutti i capelli, gli restavano pochi denti,
le dita delle mani erano ricurve e piene di calli. Sulle braccia, dietro
la nuca e sulla schiena erano presenti delle brutte vesciche e da mesi
accusava dolori alle articolazioni di tutto il corpo. Ma quella sera,
i suoi bellissimi occhi azzurri che da sempre brillavano di gioia e speranza, erano arrossati e stanchi.
A casa, esausto dopo aver percorso soltanto poche centinaia di metri,
si stese sul letto, afflitto da una tosse acuta che lo soffocava fino quasi
allo svenimento. Vederlo così mi riempì di tanta tristezza e rabbia,
non potendo far nulla per aiutarlo. Il medico degli Inquisitori che
venne poco dopo a visitarlo rimase con lui quasi un'ora.
Mia madre nell’attesa, ci tenne strette le mani, cercando di trattenere
le lacrime, mormorando incomprensibili preghiere. Quando il medico
terminò, oltre la porta, intravidi mio padre ancora con la camicia
aperta che sconsolatamente guardava il soffitto. Per qualche istante
temetti il peggio, ma poi le sue smorfie di dolore, tra un colpo di tosse
e l'altro, divennero mezzi sorrisi che si sciolsero in una rassicurante
strizzata d'occhio.
Il medico ripose le siringhe e i farmaci nella sua valigetta e rassicurò
mia madre dicendole che presto sarebbe guarito, ma poco prima di
andar via, accarezzandomi la nuca disse: «Paul, per adesso puoi stare

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tranquillo, non è necessario che tu vada a lavorare al posto di questa
vecchia roccia».
Sorrisi un po’ amaramente, mia madre sospirò per il passato spavento
accarezzando dolcemente sulla fronte la piccola Jennifer che forse
ignara del dramma che avevamo vissuto, continuava a pettinare i lunghi capelli biondi della sua amata bambola. Qualche ora dopo l'iniezione si sentì già̀ molto meglio e fece due passi nella stanza per sgranchirsi un po’ le gambe. Rimase in convalescenza soltanto pochi giorni
ed appena si riprese, ripartì per il lavoro. Sarebbe stata l’ultima volta
che l’avrei visto.
Mia madre ci abbracciò forte trattenendo le lacrime, sapeva che per
altri mesi sarebbe rimasta nuovamente sola e seppur a fatica, la nostra
vita lentamente riprese. A casa, ritornò a regnare il silenzio e la tristezza e le giornate ritornarono ad essere scandite soltanto dalle solite
Adunanze e dalle mie solitarie passeggiate sotto l'onnipresente grigiore del cielo. Mi resi conto di non essere felice e di covare un odio
inconscio verso quel mondo monotono ed infausto.
Ormai prossimi all’inverno, scese vertiginosamente la temperatura,
rendendo le vie di New Town ancor più deserte e gelide. Persino i
pochi frettolosi passanti si dileguavano frettolosamente, come anime
di passaggio più tra le vie di un vecchio cimitero.
A noi ragazzi, nelle ore più calde era consentito uscire all’aria aperta
anche senza tuta protettiva ed io spesso ne approfittavo per fare lunghe passeggiate e riflettere. Mi chiedevo come potesse realmente essere il resto del mondo oltre quelle alte mura di mattoni bianchi. Speravo dentro me che ci fosse ancora un piccolo angolo verde e luminoso, come fu un tempo, prima che i Flagelli lo rendessero sterile e
grigio.
Non riuscivo proprio a mandar giù l'idea che un dio onnipotente e
luminoso avesse potuto distruggere tutto, sterminando i suoi figli. Ma
nel profondo del mio cuore, sospettavo che i loro racconti pieni di
morte fossero soltanto storie inventate per abituarci e piegarci alla
loro obbedienza.
Gli attenti studi che compivo con perseveranza sui testi degli Inquisitori non riuscivano a soddisfare la mia sete di conoscenza ma soprattutto non bastavano a sciogliere i dubbi sulle mille incongruenze
delle loro parole. I Diaconi tuttavia, spesso mi ammonivano a non

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mettere mai in discussione le Leggi del Signore. Ero sempre più insospettito dal loro comportamento e man mano che il tempo passava,
aumentava in me il dubbio che ci stessero nascondendo molte cose
sul nostro passato, sulla storia della nostra specie e sulle leggi che
regolavano il Cosmo.
Un pomeriggio, dopo l’Adunanza, mia madre si fermò a parlare con
una nuova famiglia che si era da poco trasferita a New Town. In
quell’occasione conobbi Britney, la loro figlia, una ragazza bellissima che mi colpì fin da subito per i suoi meravigliosi occhi chiari ed
il suo magico sorriso. Da allora, iniziammo a frequentarci e tra di noi
nacque una stupenda amicizia. Mi raccontò del suo passato e della
sua famiglia. Il padre, l’Ingegnere Smithson, era stato assunto in città
per l’ampliamento degli impianti energetici mentre sua madre aveva
preso occupazione come insegnante di “Storia e cultura degli
Avi” presso l'ISFF, l’Istituto Secondario di Formazione Federale.
Britney, a volte, dava l'impressione di essere un po’ altezzosa, mostrando quell'atteggiamento tipico dei figli di personaggi importanti,
ma bastava restarle vicino qualche minuto per scoprire tutta la sua
dolcezza ed umiltà̀ .
Mi raccontò che nella città dove aveva vissuto in precedenza, gli Inquisitori erano meno severi e regnava molta più libertà di pensiero,
notando come me, molte inspiegabili stranezze. Ad esempio, era capitato spesso che alcuni suoi compagni di Adunanza di ammalarsi
improvvisamente e nella maggior parte di essere allontanati per le
cure in altre città, senza far più ritorno, proprio come avveniva a New
Town.
Eravamo quasi sempre d’accordo su tutto e parlare assieme era diventato un piacere che ci portò oltre la semplice amicizia.
Un pomeriggio uscimmo nella spopolata piazza del centro per una
romantica passeggiata e dopo mille carezze e abbracci, ci baciammo.
Fu uno dei momenti più belli della mia vita e l'amore che nacque mi
avrebbe legato a lei per tutta la vita. Il nostro rapporto si solidificò
sempre più, così come il desiderio reciproco di fuggire via da quel
posto.
Per capire se gli Inquisitori ci stessero mentendo sul passato dell'umanità, proposi a Britney di chiedere a sua madre se potesse farci
accedere nella Biblioteca Comunale in cui erano custoditi i libri degli

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Avi, scurendosi tuttavia in volto. Cercai in tutti i modi di convincerla
a rubarle la chiave e dopo molte insistenze, lei, acconsentì.
Qualche giorno dopo, quando ebbe termine l’Adunanza andammo di
nascosto verso il piano seminterrato in cui era ubicata la Biblioteca.
Entrammo in un'ampia sala strapiena di testi antichi che rendevano
l’aria intrisa di un forte odore d’inchiostro e umidità. Nel poco tempo
a disposizione sfogliai a caso i primi testi che mi capitarono sottomano. Mi ritrovai un vecchissimo ed ingiallito libro di astronomia.
Erano descritti numerosi corpi celesti di cui molti a noi ignoti, come
la Luna, le stelle, i pianeti ed altre meraviglie celate oltre l’impenetrabile coltre di nuvole scure.
«Paul…» disse attirando la mia attenzione, «…leggi queste pagine!
C’è scritto che qualcuno fu condannato per aver parlato pubblicamente di queste cose…»
Si riferiva a Galileo Galilei, l’astronomo italiano obbligato dagli Inquisitori a rinnegare le sue scoperte scientifiche:
“Chi non conosce la verità è sciocco, ma chi pur conoscendola la
chiama menzogna è un criminale. […] Misurate ciò che è misurabile
e rendete misurabile ciò che non lo è”.
Leggendo le sue saggie parole, mi immedesimai, provando brividi
indescrivibili. Fu come una folgorazione mistica, la prima vera prova
che il dubbio potesse essere avallato dalla certezza del vero.
“Posso misurare il moto dei corpi, ma non l'umana follia”.
Così recitava un aforisma di Isaac Newton, un altro scienziato che
studiò il cielo, sfidando la società dell’epoca. E poi ancora, scorrendo
velocemente le pagine, lessi delle citazioni di un altro studioso chiamato Einstein:
“Solo due cose sono infinite: l'Universo e la stupidità umana, riguardo l'Universo ho ancora dei dubbi”.
Ma a sconvolgermi letteralmente fu il successivo aforisma, il cui significato in quel momento non riuscii pianamente a comprendere:

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“Il problema oggi non è l'energia nucleare, ma il cuore dell'uomo.
Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma
la Quarta sì: con bastoni e pietre.”
Alcune vecchie omelie degli Inquisitori avevano lasciato intendere di
sconvolgenti guerre avvenute nel passato, ma mai essi, erano entrati
nei particolari.
Finalmente ebbi la certezza di quello che avevo sempre pensato: «La
civiltà degli Avi terminò per mano distruttiva degli uomini e non per
volere divino!» esclamai, mentre Britney spalancava incredula i suoi
occhioni azzurri.
In quell'istante per noi, crollarono tutte le certezze che ci avevano
accompagnato per una vita intera.
«Perché ci stanno nascondendo il nostro passato?» mi chiese.
«Non so…» risposi con un filino di voce.
«Eppure, mia madre non me ne ha mai parlato» aggiunse perplessa. «Non capisco, qualcosa davvero non quadra…»
Prendemmo poi un vecchio libro di storia che trattava prevalentemente avvenimenti di guerra, morte e distruzione. Sulle pagine un po'
ingiallite c'erano foto orrende di palazzi distrutti e montagne di uomini scheletrici accatastati come bestie all’interno di fosse comuni.
C'erano anche terribili macchine da guerra, missili, aerei, soldati,
bambini sporchi di sangue e fango che piangevano. Britney con un
occhio sul libro e un altro all’ingresso della biblioteca mi esortò a far
presto prima che ci potessero scoprire.
Io le risposi quasi spaventato: «Non voglio vedere la fine, la nostra
storia passata è come un racconto del terrore…»
E lei, ansiosa e preoccupata mi esortò a farlo: «Sbrigati Paul prima
che arrivi qualcuno! Leggi in quale anno sono avvenuti gli ultimi
eventi e andiamo via da qui...»
Mi feci coraggio e sfogliai velocemente tutte le pagine. Nell’ultimo
capitolo c’era scritto che nell'anno 2029 le nazioni del pianeta furono
in procinto di distruggere il pianeta, ma le pagine finali erano state
purtroppo strappate.

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Improvvisamente, un Diacono degli Inquisitori che stava attraversando il corridoio accorse verso l'ingresso urlandole contro: «Hey tu
ragazzina, cosa ci fai qui? Cosa hai in mano?»
Britney rimase senza parole, impietrita. L’uomo si avvinghiò verso
di lei strappandole cruentemente il libro di storia dalle mani per mollarle poi una sberla sul viso. Io istintivamente mi nascosi dietro un
ampio scaffale all’interno della libreria, evitando che mi vedesse.
Senza darle nemmeno il tempo di rispondere, l’uomo richiuse la porta
a chiave e la esortò ad allontanarsi. Tremando di paura, attesi che
andassero via per poi fuggire rocambolescamente dalla finestra. Passai una nottata d'inferno, corroso dal rimorso di aver messo nei guai
la persona che più amavo.
Il giorno seguente la rividi all'Adunanza. Era seduta con il capo chino
verso pavimento, al fianco dei suoi genitori che guardavano fisso l'altare cerimoniale. Mi lanciò una fugace occhiata accennando un sorriso quasi invisibile. Attesi con il batticuore la fine del rito di fede per
poterle parlare.
«Tesoro mio, ho pianto tutta la notte per te... come stai? Ti ho messo
proprio in un pasticcio!» commentai sconsolato.
«Va tutto bene Paul, non preoccuparti...» rispose sorridendomi amaramente.
«Sei sicura che vada tutto bene? I tuoi sono venuti a sapere qualcosa?» insistetti, sfiorandole una mano.
«Per il momento non mi hanno detto nulla. Non credo che quel Diacono vada a spifferare la cosa, semmai temo che potrebbe aver fatto
rapporto agli Inquisitori...» rispose preoccupata.
«Evitiamo per un po’ di destare sospetti, vedrai che se ne dimenticheranno presto» le dissi, cercando di confortarla.
L’episodio sembrò non aver scalfito il nostro amore e la nostra amicizia, ma iniziarono ad accadere fatti assai strani. Notammo che
quando restavamo da soli, qualcuno degli Inquisitori veniva sempre
a disturbarci, come se non volessero che stessimo assieme.
Non passò molto tempo che i sospetti divennero certezza: «Britney,
lascia stare il povero Paul! Gli stai sempre addosso!» le intimò un
Diacono dopo l’Adunanza.
«Ma non stavamo facendo nulla di male, signore…» gli rispose.

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«Paul è uno dei nostri migliori studenti e non vorrei che gli mettessi
in mente strane idee… Dai torna da tua madre che ti sta aspettando
fuori dalla Sala».
Britney mi guardò incredula e con sguardo remissivo, obbedì allontanandosi. Da quel momento fummo costretti a vederci molto meno
e sempre più di nascosto pur di restare assieme.
«Britney, tesoro, sono desolato per averti messa nei guai» tornai a
ripeterle, afflitto da tremendi sensi di colpa. «Io sarei anche pronto a
morire per te! Nessuno potrà mai dividerci!» le ribadii, con le labbra
vicino alle sue, avvolti entrambi nell’ombra, dietro al casolare disabitato dove avevamo deciso di vederci il pomeriggio.
«Dobbiamo fare attenzione però Paul, sto notando che continuano a
tenermi sempre più il fiato sul collo...» mi fece notare sempre più
preoccupata.
E tra un'ipotesi e l'altra, finimmo come sempre per baciarci e trascorrere assieme attimi indimenticabili in cui nulla sembrò scalfire la nostra irresistibile e reciproca attrazione.
Una settimana dopo, notai in lei qualcosa di anomalo: «Ciao…» mi
disse «Come va?»
«Bene, e a te?» le risposi preoccupato per la sua strana fiacchezza.
«Non benissimo, ma capita...» mi rispose, lasciando in sospeso la
frase.
Il suo viso era insolitamente scarno e sofferente, come se stesse nascondendo un grande dolore. Quando glielo chiesi apertamente, abbassò lo sguardo, confermando indirettamente i miei timori. L’abbracciai per confortarla, ma poi i cattivi pensieri passarono e finimmo
per scioglierci in mille dolcissimi baci.
«Devi riguardarti però, tesoro» le raccomandai.
«Lo farò̀ ...» mi rispose timidamente e dopo qualche tenera frase, il
tempo a nostra disposizione terminò.
«Ora devo andare, Paul. Ci vediamo domani alla solita ora qui, se
vorrai…»
Pensai e ripensai alla sua salute precaria, preoccupato che fosse stata
contagiata da qualche terribile virus.
Il giorno seguente, durante l'Adunanza si sentì male e dovettero intervenire gli ausiliari medici per ricoverala al Pronto Soccorso. Fu un
vero e proprio pomeriggio di ansia e tristezza per me, in trepida attesa

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tra quelle gelide pareti di cemento armato. Verso sera, finalmente la
dimisero. La vidi uscire con una mascherina anti contagio sul viso,
braccata dai suoi genitori che la scortavano sottobraccio come se
fosse stata arrestata. Cercò di svincolarsi chiedendo loro di potermi
salutare un attimo. Si avvicinò, mi disse semplicemente che aveva
contratto un virus del ceppo HM1, fortunatamente non mutante, ma
comunque molto aggressivo e debilitante. I medici le avevano prescritto un lungo periodo di quarantena e convalescenza a casa. Mi
scese una lacrima di profonda tristezza, intuendo che non l'avrei vista
per molto tempo.
La rabbia fu così grande che dentro di me sorsero le più strane congetture. Di fatto, per molti giorni non ebbi più sue notizie.
Nelle lunghe passeggiate solitarie non feci altro che riflettere su come
poterla rivedere e scoprire nuove prove sulla falsità degli Inquisitori.
Eppure, in città non c'era nessuno che mi potesse aiutare, perché la
maggior parte della gente era asservita ad essi, rispettandoli come autorità illustri ed indiscutibili. Il mondo degli adulti era fatto di raccomandazioni e competizioni personali per primeggiare in tutte le iniziative religiose e culturali. Quella parvenza di solidarietà era soltanto
un atteggiamento falso per ben figurare, ma nessuno era abituato ad
aiutare il prossimo. Ognuno era pronto ad infangare alle spalle la reputazione di un concittadino alla prima occasione favorevole.
Degli oltre novemila abitanti, nessuno sembrava essersi accorto di
essere in realtà rinchiuso in un carcere da cui era impossibile uscirne
liberamente. Come iniziai ben presto a scoprire, c'era dietro un disegno complesso di cui non era facile comprenderne i retroscena.
Immerso nella penombra di quel mondo senza Sole, afflitto dalla solitudine e dalla malinconia, privato persino della mia amata Britney,
pensai di arruolarmi nella Brigata Giovanile della Guardia Cittadina
al fine di entrare in un sistema sconosciuto e studiarlo dall'interno.
Seppur totalmente contrario alla violenza e alla vita militare, quell'esperienza mi permise di imparare cose nuove di cui avrei fatto tesoro
in seguito.
Nella prima lezione, ad esempio compresi il grande valore dello stare
in gruppo e del rispetto per il commilitone di brigata. I tutor, ci parlarono di tolleranza per il prigioniero e di compassione per il nemico

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morente, ma a colpirmi particolarmente furono le lezioni teoriche in
caso di attentato o attacco militare dei "ribelli".
Ci accennarono anche alla figura quasi mitica del "mutante", che da
sempre terrorizzava i sopravvissuti ma allo stesso tempo affascinava
tutti noi per quell'alone di mistero che lo circondava. Gli istruttori ci
spiegarono le loro caratteristiche peculiari e le tecniche di difesa per
sopravvivere alle loro aggressioni. Ci vennero insegnate anche le preziosissime tecniche di sopravvivenza in situazioni estreme e furono
gettate le basi per l'utilizzazione di un'arma da fuoco da guerra.
In seguito, passammo alle esercitazioni pratiche sotto la guida del
Sergente Istruttore Conrad Toofart ed in una di quelle lezioni ebbi
modo di conoscere e stringere amicizia con Henry Parker, il responsabile della Brigata Giovani, un ragazzo poco più grande di me, ma
già in servizio da diverso tempo. In un’altra lezione di strategia militare, il relatore Ben Rodríguez, ci rivelò la presenza di numerose aree
vietate persino a noi cadetti, disseminate in tutto il vasto territorio
degli Stati Uniti, le cosiddette “Zone Proibite”.
Henry, durante una pausa ricreativa, ci rivelò l'esistenza di uno di
questi siti a pochi chilometri da New Town, classificata con codice
distrettuale “M372". Si trattava di un'antica città degli Avi ormai ridotta ad un ammasso di ferraglia contorta, macerie e palazzi diroccati.
Fu sempre lui a raccontarci di come ex cadetto provò ad addentrarsi
per una scommessa tra commilitoni, facendo ritorno con un ghiotto
bottino di antiche monete d'oro, gioielli, diamanti ed altri oggetti preziosi. La curiosità e le domande da porgli furono tante dopo aver
ascoltato la sua storia.
«Come fece ad uscire da New Town senza essere scoperto dai militari?» gli chiese uno dei ragazzi.
«In realtà, non potrei dirvi nulla in merito, ma vi basti sapere che
esiste un cancello affidato soltanto a noi cadetti...» rispose Henry con
aria da saccente.
«Adesso si spiega tutto» pensai tra me e me, desiderando più di ogni
altra cosa visitare quel posto per scoprire nuove informazioni sugli
Avi e magari recuperare un bellissimo oggetto di valore per Britney.
Anch'essa, come tutte le ragazze della sua età, adorava i gioielli ed

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ero certo che avrebbe apprezzato tantissimo un dono così raro e prezioso. Quando le lezioni terminarono, chiamai in disparte Henry, cercando di convincerlo ad aiutarmi a visitare la Zona Proibita.
«Le tua è una forte motivazione. A pensarci bene, potresti farmi un
grande favore se davvero ti recassi laggiù...!» disse, accennandomi
ad un qualche tipo di accordo poco lecito.
«Di cosa si tratta?» gli chiesi.
«Si dice che in quella vecchia città abbandonata ci sia un palazzo
con un gran colonnato il quale si apre verso una piazza centrale, al
cui interno sarebbero ancora custoditi meravigliosi oggetti di valore» disse.
«A cosa ti riferisci in particolare? Oro?" gli chiesi.
«La dentro non troverai oro...» aggiunse con fare misterioso. «Ma
bensì apparecchiature elettroniche degli Avi. In particolare me ne
serve una grande quanto un libro, ma sottile quanto un quaderno, in
grado di mostrare sulla sua superficie immagini in movimento, un
po’ come quella che usa spesso il Reverendo Ralph durante le Adunanze»
Lo guardai nel profondo degli occhi, spiazzato da questa sua richiesta: «Sono disposto a tutto pur di andare laggiù!» esclamai deciso.
Ed egli, sghignazzando rispose: «Bene. Allora ci vediamo tra tre
giorni alla Porta B1 e ricordati di equipaggiarti con una lunga corda
che ti servirà per la fuga. Non parlare a nessuno di questa cosa o
saranno guai seri, amico!»
Accettai senza troppo pensarci e quando arrivò il momento, mi presentai al luogo indicatomi.
«Usa la corda per scendere lungo la rupe in sicurezza, io ti aspetterò
qui fino alle ore 18. Ricordati che se dovessi fare tardi, il collega che
mi sostituirà non ti aprirebbe, anzi, saresti immediatamente arrestato
per evasione...» disse ammonendomi Henry, mentre azionava la leva
di apertura della possente inferriata.
Seppur dubbioso per la follia che stavo per compiere, sospirai e misi
da parte ogni indugio. Pochi oltre le mura, mi ritrovai sul ciglio della
rupe che scendeva abbastanza scoscesa verso il fondo valle. Grazie
alla fune, ben legata ad un piccolo masso, mi aiutai nella discesa, iniziando finalmente quell’avventura verso l’ignoto che avrebbe per
sempre cambiato la mia vita.

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