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La riforma del processo tributario oggi.pdf


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rinnegando, peraltro, quanto da essa stessa affermato nel 1969 (sentt. nn. 6 e 10) e svuotando, in
questo modo, la forza precettiva dell’art. 102 e della VI disposizione transitoria della Costituzione,
sul divieto di istituzione di giudici speciali.
E so bene che il d.lgs. n. 545 del 1992 ha introdotto ulteriori modifiche. Si è sempre trattato,
però, in definitiva, di maquillage normativi, perché non sono mai intervenuti a sciogliere i veri nodi
intrecciati dalla scelta, da un lato, di sottrarre al giudice ordinario la tutela di diritti pieni, quali
quelli del contribuente avverso le pretese dell’erario, e, dall'altro, di mantenere giudici onorari
applicati alle commissioni tributarie.
D'altra parte, anche la riforma del 1972 mantenne la competenza del giudice ordinario in
terzo grado, in alternativa a quella della commissione centrale. E la mantenne anche per le liti
relative ai tributi doganali e ad altri tributi minori, proprio come la mantenne, per questi, la riforma
del 1992. Solo in tempi recentissimi si è ampliata la giurisdizione speciale a tutte le liti in materia
tributaria, pur residuandone ancora alcune, marginali, di spettanza del giudice civile.
Il giudice onorario, invece, è rimasto. Su questo punto voglio spendere una parola di
chiarezza, forse pronunciata in maniera cruda, ma che reputo necessaria. Il valore complessivo delle
controversie presentate nel 2015 è di 34 miliardi di euro, il valore medio della singola controversia
è di circa 130 mila euro e i ricorsi con valore superiore ad un milione di euro rappresentano, in
entrambi i gradi di giudizio, circa tre quarti del valore complessivo del relativo contenzioso in
entrata1.
Dall'esito di queste cause può dipendere la "vita" o la "morte" di molte aziende e di molte
persone. Continuare a considerare la giustizia tributaria come una giustizia di serie B, di risulta o a
"scappa tempo" non è più accettabile. Non è accettabile che se ne occupi un giudice onorario,
istituzionalmente non togato, part time; un giudice mal pagato, reclutato senza concorso per esami,
fuori dalle regole della legge sull'ordinamento giudiziario, alle "dipendenze" dirette del ministero
dell'economia e delle finanze e quindi anche all'apparenza privo di terzietà.
Per nascondere questa inconfutabile realtà, non si faccia il gioco del cambio del nome.
Ribattezzare le commissioni: “tribunali tributari”, lasciando invariato tutto il resto, sarebbe un
trucco di puro illusionismo. "A rose is a rose, is a rose, is a rose", le cose sono quelle che sono
(Gertrude Stein, Sacred Emily, 1913).
E non si dica neppure che anche in altre giurisdizioni è prevista la figura del giudice
onorario e che questa figura è espressamente disciplinata dal r.d. 30 gennaio 1941, n. 12,
sull’ordinamento giudiziario. L’osservazione sarebbe ingannevole giacché nella
giurisdizione tributaria esso può essere ed anzi è soltanto onorario, mentre nelle altre
giurisdizioni può essere anche e marginalmente onorario2.
Insomma, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio relitto storico. E tale rimane anche se i
più recenti interventi legislativi (legge n. 111 del 2011) hanno cercato, surrettiziamente, di porre
rimedio a questa grave anomalia, introducendo, nell’organico della magistratura tributaria,
1

Dalla Relazione annuale 2015 sul contenzioso tributario del Ministero dell'economia e delle finanze, Dipartimento
della giustizia tributaria.
2 Lo ha scritto lucidamente Tesauro, Manuale del processo tributario, Torino, 2013, 7 ss. Su questi aspetti, recentemente, cfr.

anche Tabet, Giusto processo e giustizia tributaria nella giurisprudenza della Corte costituzionale, in Rass. trib., 2013, 383 ss.

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