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conversazione con Valerio Magrelli e Annalisa Manstretta .pdf



Nome del file originale: conversazione con Valerio Magrelli e Annalisa Manstretta.pdf

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intervista

interview

i.

conversazione con Valerio Magrelli e Annalisa Manstretta


conversation with


Valerio Magrelli and Annalisa Manstretta
a cura di/edited by
foto di/photo by

Davide Vargas
Annalisa Manstretta

Valerio Magrelli, docente di letteratura francese all’Università di Cassino, è nato a Roma nel 1957. Ha pubblicato cinque libri di versi. I primi tre (Ora serrata retinae, Feltrinelli 1980, Nature e venature,
Mondadori 1987, Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992), sono stati riuniti nel volume Poesie e altre poesie, cui hanno fatto seguito il poemetto Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi 1999) e
la raccolta Disturbi del sistema binario (Einaudi 2006). Sempre da Einaudi, nel 2003, sono uscite le prose intitolate Nel condominio di carne. Nel 2005 è apparso Che cos’è la poesia? (Sossella, libro
e cd audio), mentre l’anno successivo Sopralluoghi (Fazi, libro e DVD). Nel 2002, l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Annalisa Manstretta nata
a Stradella nel 1968, attualmente risiede a Milano. Ha pubblicato la plaquette Viaggi, Lietocolle Libri, 2000, con immagini di W. Xerra e la raccolta La dolce manodopera, Moretti e Vitali, 2006 (premio
Delta Poesia 2006 – opera prima; premio Orta 2006 – opera prima; premio Alfonso Gatto 2007 – opera prima) parzialmente anticipata in Poesia contemporanea. Ottavo quaderno italiano, a c.d. F.
Buffoni, Marcos y Marcos, 2004. Con la silloge “L’ombra, l’aria, la luce. Poesie pensando a Leonardo” è stata tra i sette vincitori del Premio Montale Europa 2004 per la sezione inediti.
Valerio Magrelli, was born in Rome in 1957 and teaches French literature at the University of Cassino. He has published five books of poetry: the first three (Ora serrata retinae, Feltrinelli 1980, Nature
e venature, Mondadori 1987, Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992), have been collected in the volume Poesie e altre poesie, followed by the poem Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi 1999)
and the collection Disturbi del sistema binario (Einaudi 2006). Also for Einaudi, in 2003, he has published a book of prose entitled Nel condominio di carne. In 2005 his book Che cos’è la poesia? came
out (Sossella, book and audio cd), while a year later he published Sopralluoghi (Fazi, book and DVD). In 2002, the National Lincei Academy awarded him the Feltrinelli prize for Italian poetry. Annalisa
Manstretta was born in Stradella in 1968 and currently resides in Milan. She published the plaquette Viaggi, Lietocolle Libri, 2000, illustrated by W. Xerra and the collection La dolce manodopera,
Moretti e Vitali, 2006 (which won the Delta Poetry award for 2006 – for a first work; Orta 2006 award for a first work; Alfonso Gatto 2007 award for a first work) partially anticipated in Poesia
contemporanea. Ottavo quaderno italiano, in CD for F. Buffoni, Marcos y Marcos, 2004. With her collection “L’ombra, l’aria, la luce. Poesie pensando a Leonardo” she was one of the seven winners of the
Montale European prize for 2004 for unpublished works.

Davide Vargas Tu hai scritto nel ‘92: “Le zone che circondano le metropoli stanno in agguato, aspettano”. Ad oggi quale è la situazione?
Valerio Magrelli Mi viene in mente, per associazione di idee, la definizione che Claudio Damiani – un poeta romano, traduttore di classici latini
– ha dato dai Roma, come di una città “fasciata dal verde”. Il verde protettivo dell’Etruria benderebbe cioè la città come un bozzolo. È proprio
il contrario di quanto io sostengo, parlando invece di un anello ferreo,
di un cinto che sta intorno alla metropoli, di un pozzo nero. Non si potrebbero immaginare due posizioni più diverse. Evidentemente la mia è
una visione idiosincratica. Ebbene, ho l’impressione che questo agguato
oggi sia ancora più stretto, a partire da una catena di luoghi dai nomi
maledetti, prodotti dal dissesto urbanistico. Io giro molto in motocicletta, verso le consolari e scopro immensi terreni di disordine e di caos.
Ma analogamente, per fortuna, pur senza riuscire a sposare la visione
ottimistica di Damiani, ogni tanto ho grandi sorprese: come quando ad
esempio mi sono imbattuto nel municipio di Anselmi a Fiumicino. Ecco
per me si è trattato di una vera emozione estetica.

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Davide Vargas In 1992 you wrote: “The areas surrounding the great cities are lying in wait, ready to attack”. What is the situation now?
Valerio Magrelli What comes to mind, by association of ideas, is the
definition that Claudio Damiani – a Roman poet, translator of the Latin
classics – gave of Rome, as a city “wrapped in green”. He meant that
the protective greenery of Etruria bound the city like a cocoon. What I am
saying is just the opposite, I am talking about a ring of iron, a black hole
that lies outside the metropolis. It would be hard to imagine two more
divergent positions. Evidently mine is an idiosyncratic view. And yet I get
the feeling that this ambush, this lurking danger is getting tighter and
tighter around us, starting with a chain of places with names from Hell,
products of urban disintegration. I roam around a lot on my motorcycle,
towards the consular roads and I discover these immense vacant sites
full of disorder and chaos. But at the same time, luckily, though I cannot
agree with Damiani’s optimistic view, every now and then I have the
pleasant surprise of encountering places like the city hall by Anselmi at
Fiumicino. That for me was a true esthetic thrill.

Scrivendo per l’inserto romano del “Corriere della Sera”, mi dedico
quasi esclusivamente a articoli sulla città. Così ho moltiplicato le occasioni per verificare come purtroppo questo senso di accerchiamento e
di degrado stia filtrando ovunque. Una tra le maggiori conseguenze è
l’erosione dello spazio comune: i ristoranti che mettono le sedie fuori,
poi murano sbarre d’acciaio, piantano dei pali, sembrano fortificazioni
che fagocitano lo spazio collettivo.
D.V. Perché nessuno ama più le città in cui vive?
Annalisa Manstretta Io non sarei così categorica. Le domande che mi
pongo sono: a misura di cosa sono costruite le città oggi? Quali le esigenze che le fanno crescere, a quali bisogni danno una risposta? Secondo me non si amano le città che non danno risposte a queste domande,
da cui emerge solo pressapochismo e una pluralità di spinte, spesso in
contrasto tra loro, non ben amalgamate anzi configgenti e, a volte, disastrosamente configgenti. Le città sono costruite dall’uomo, ma i luoghi
dove sorgono no. Inoltre le città europee sono antiche, alcune antichissime, la civiltà nel frattempo si è evoluta cambiando anche radicalmente
le sue esigenze, le città sono rimaste, è ovvio che facciano fatica, che
segnino il passo. Però credo che oggi, almeno in Italia, manchi una visione d’insieme, mi pare che si navighi a vista e questo spesso rende le
nostre città, soprattutto quelle grandi, poco vivibili; Milano, la città dove
vivo, è inoltre la città più inquinata d’Europa. Per le città di provincia è
un po’ diverso: ho amici a Pavia, Piacenza, Parma che sono soddisfatti
del loro contesto urbano.
D.V. Cosa ti aspetteresti dall’architettura per questi nostri luoghi?
V.M. Il mio sogno sarebbe quello di un intervento decisamente sostitutivo. Un vero e proprio baratto. In una società che avesse risolto il problema dell’energia, della coabitazione, dell’integrazione, l’ideale sarebbe intraprendere una specie di contrappasso virtuoso: costruire e abbattere.
Io non vedo altra soluzione. Si tratta letteralmente di riscattare: salvare
gli ostaggi da situazioni pesanti con uno scambio uno a uno, graduale,
senza violenza, ma che consentisse la rinascita di un’armonia.
A.M. Una maggior capacità di visione d’insieme, di progettazione a lungo termine che abbia al suo centro la qualità della vita delle persone.
D.V. Volete smentire il luogo comune che i poeti sono fuori dalla realtà...
V.M. Per me è esattamente il contrario. Io mi ritengo una centralina
per il rilevamento delle polveri sottili. Parlo per me, certo, ma di questo
sono sicuro: fare poesia coincide con un disagio linguistico ed ecologico. Ho letto ieri l’intervista a un poeta portoghese che avevo conosciuto
tempo fa, Pedro Tamen, dove si dice: “il punto di partenza per ogni
riflessione è che noi siamo in un pianeta che non è il nostro”. Io condivido in pieno questo assunto. Poi nel mio caso in particolare, una serie
di questioni fisiche, dal colore della pelle alle difficoltà respiratorie, mi
hanno costretto a divenire un’avanguardia organica, una sorta di cavia
che sente in anticipo quello che arriverà dopo. Da ragazzo andavo in motorino con un fazzoletto sulla bocca, e mi ricordo quanto i miei compagni
di classe mi prendessero in giro per questo. Di lì a poco si sarebbe
parlato di inquinamento. Per me fare poesia coincide con il martirio di
San Sebastiano: abitare il mondo moderno, ma vedendolo non solamente come una valanga di male, alla Ceronetti, bensì come un flusso di
trasformazioni. Chi fa linguaggio, insomma, si trova obbligatoriamente in
una posizione avanzata.
A.M. Beh, tutti i poeti per vivere fanno un altro mestiere, c’è chi insegna

When I write for the Rome insert of “Corriere della Sera”, my articles are
almost always about the city. In this way I have multiplied the opportunities to confirm how unfortunately this sensation of being circled and
of the deterioration that is creeping in everywhere. One of the worst
consequences of this is the erosion of the common space: these restaurants that put tables outside, then they sink steel bars and piles into the
ground and build enclosures that look like fortresses and that are gradually eating up the collective space.
D.V. Why doesn’t anybody love the city they live in any more?
Annalisa Manstretta I wouldn’t be so final about it. What I ask myself
is: what is the measure used for building cities nowadays? What are the
needs that make them grow, what are the demands that require an answer? My feeling is that we don’t love those cities that fail to respond to
those demands, where all we see is approximation and bickering, where
the demands are constant and often contrasting, and nothing ever gets
done. Cities are built by men, but the places where they are built are not.
Moreover, the European cities are very old, some ancient, and civilization
has changed in the meantime, and developed often radically different
needs, while the cities remained as they were in the past. It is clear that
they are going to undergo enormous pressures and are going to show
signs of wear. However I think that what is lacking now, at least in Italy,
is a view of the complete picture. I have the feeling that our leaders are
feeling their way along and that this is what makes our cities, especially
the large ones, so unlivable. Milan, where I live, is also the most polluted
city of Europe. In the provinces the situations is a little better: I have
friends who live in Pavia, Piacenza, Parma who are satisfied with their
urban context.
D.V. What would you expect architecture to be able to do for these cities
of ours?
V.M. My dream would be that of an effective exchange. Nothing less than
a complete trade. In a society that has solved the problem of energy,
cohabitation, integration, the ideal would be to undertake a sort of virtual
retaliation: build and destroy. I don’t see any other solution. It would
really be a case of ransoming people, saving hostages from difficult situations with an exchange, one by one, gradually, without violence, but that
would permit a rebirth of harmony.
A.M. I would expect architecture to achieve a better overall view, to have
the ability to plan for the long term, focusing on the quality of life of the
citizens.
D.V. It looks to me like you are negating the commonplace that poets live
outside of reality…
V.M. I think it is exactly the opposite. I consider myself a pollution detection unit. I speak for myself, certainly, but I am certain of one thing: writing poetry coincides with a linguistic and ecological discomfort. yesterday
I read an interview with a Portuguese poet I met some time ago, Pedro
Tamen, where he says: “the starting point for every meditation is that we
live on a planet that does not belong to us”. I share this view in full.
Then, in my case, there are a series of physical issues, from the color
of my skin to respiratory difficulties that have forced me to become an
organic vanguard, a sort of guinea-pig that experiences in advance what
will come later. As a boy I used to go around on a motorbike with a handkerchief over my mouth, I remember how much my classmates used to
tease me for that. It wasn’t until a few years later that pollution became

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Guardando i resti di un’audiocassetta nella
sosta di un viaggio d’estate
Sul ciglio dell’autostrada oscilla
e brilla bruna una capigliatura
di nastro magnetico.
Ogni auto passandole accanto l’accarezza
col vento dei pneumatici
pettinandola lenta sul guard-rail.
Una muta medusa che le onde
sospingono a riva fluttuando,
morta cosa canora, alga di nostalgia.
Se fisso quel feticcio musicale,
una spugna essiccata di voci, è per chiedermi
dove può evaporare un suono,
quale futura nube ne tratterrà le note
per preparare, domani,
la sua pioggia.

Al sole del nemico
Noi maturiamo al sole dell’ingiustizia.
Al sole dell’ostilità, noi maturiamo.
Lievitiamo al calore dell’offesa,
perché l’offesa è l’alito da cui siamo sospinti
nella fornace dove deve compiersi
la panificazione della vita.
La spiga, gonfia, pesa, piega il debole stelo,
le messi piegano il capo al sole del nemico.
Tratto da Disturbi del sistema binario
Valerio Magrelli

Che esseri aerei sono le piante,
sposate con lo spazio.
Crescono senza paura delle grandi distanze del cielo,
di quelle del vuoto sopra di loro.
L’inverno che spoglia i rami,
lo scopre con la chiarezza di un paesaggio nordico
dove ogni cosa sta nel suo contorno senza inganni.
Così ai pioppi, alle robinie e perfino ai tigli
un po’ malati del viale sotto casa
a destra e a sinistra spuntano i rami,
ma fra i rami, guarda, spunta il cielo
cresce e si allarga tutto attorno.
E se fossi nata ieri e non sapessi nulla,
penserei che il cielo nasce così,
nelle notti d’inverno dalle piante
e la mattina è già dappertutto in alto
col suo bell’azzurro e regge il sole.
(inedito)
Annalisa Manstretta

Tratto da Disturbi del sistema binario Valerio
Magrelli

nelle scuole o all’Università, chi lavora in banca, chi fa l’editor o il consulente presso case editrici o ha collaborazioni con vari giornali. Pochi
riescono a campare solo con i proventi di letture pubbliche, conferenze, inviti presso istituti di cultura, premi o proventi dalle loro opere e,
comunque, ci si arriva tardi, attorno all’età in cui quasi tutti, poeti e non,
smettono di lavorare. Basterebbe questa considerazione per scalzare il
persistente mito del poeta chiuso in una torre d’avorio che conduce una
vita inarrivabile senza “sporcarsi” con la prosaica vita di tutti i giorni.
D.V. Pensate di poter incidere sulla realtà?
V.M. Chi lo sa… Per quanto è possibile, io cerco di segnalare un disagio
e difendere dei diritti. Ho scritto ad esempio moltissimi articoli contro
le sirene delle auto. Ora non sembra, ma un tempo le sirene delle
auto erano a durata indefinita; ricordo di una notte in cui una sirena ha
suonato per cinque ore. Bene, le cose sono andate talmente avanti,
che anche in una società ottusa come la nostra, sono passate leggi che
stabiliscono limiti alla durata delle sirene. Portare l’attenzione sui tanti
snodi apparentemente logici e invece totalmente arbitrari che producono disagio, coincide con una sorta di manutenzione civica. È il mio unico
scopo.
A.M. Viviamo in un tempo in cui nessun singolo in quanto tale può
incidere fortemente sull’andamento dei macroeventi che segnano il
panorama nazionale e internazionale. Anche le personalità apparentemente più dotate di potere subiscono condizionamenti molteplici e
pressanti, spesso ogni decisione è un azzardo perché non si conoscono né si possono prevedere tutte le future implicazioni. Il poeta poi è
oggi più che mai uomo tra gli uomini, non gli vengono concessi pulpiti
o corsie preferenziali di alcun tipo. Forse è meglio così. Però, per il
fatto stesso di esistere, di dedicarsi con determinazione e rigore ad
un’attività – passione, che non fa immagine, nel senso deleterio tanto
in voga – e che tanto paga – oggi, può testimoniare un diverso modo di
interpretare, cogliere, vivere la realtà e la condizione di essere umano.
L’immaginazione, l’originalità, la creatività autentica e profonda, non di
facciata, sono strumenti fondamentali di salvezza che rendono l’uomo in
grado di costruire e non solo di subire.
D.V. C’è una tua poesia dove parli di una “capigliatura di nastro magnetico” sul ciglio dell’autostrada, e racconti le sue trasformazioni in
un’altra cosa, e le domande che questo genera. Come nasce questa
capacità di trasformare il semplice accadimento?
V.M. Direi che questo ha a che vedere con la radice neuronale del mio
fare poesia. Il mio sistema argomentativo procede per via analogica. Per
me è quasi automatico il sovrapporsi continuo di immagini, che talvolta
confina con il disturbo. Le immagini sorgono letteralmente una dall’altra,
poi si accavallano, si intrecciano, come per una disposizione strutturale.
Ritengo che, tra i libri più illuminanti per chi si occupa di poesia, si
debbano indicare i testi di Alexander Lurija, grande neurofisiologo russo
della metà del novecento. Mentre Freud ha seguito centinaia di casi
clinici, ma ognuno per un breve periodo, Lurija ne ha seguiti solo due,
ma per lunghi anni: i suoi studi sono, veri e propri romanzi neurologici,
riguardano due pazienti con difetti perfettamente speculari. Uno è un
soldato ferito in guerra che ha perso la facoltà di connettere. Ha ancora
il patrimonio mentale ed esperienzale intatto, ma non riesce più a
unirne gli elementi. Per esempio, quando cerca di scrivere la parola “cavallo”, la polverizzazione della sua memoria è tale per cui può arrivare

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a household word. Writing poetry for me coincides with the martyrdom of
St. Sebastian: to live in a modern world but to see it not only as an avalanche of evil, the way Ceronetti does, but rather as a flow of changes.
We wordsmiths, in short, are necessarily in an advanced position.
A.M. Well, all poets have to have a day job: some teach in schools or
universities, some work in banks or as editors or consultants for publishing companies, or they write for different newspapers. Hardly any are able
to live on what they earn from public readings, conferences, invitations to
cultural institutions, awards or the earnings from their books, and in any
case that comes much later, around the age that almost everybody, poets
or not, retire. Just that consideration should suffice to overturn the persistent myth of the poet locked away in an ivory tower leading a separate
life without ‘soiling his or her hands’ with the prosaic life of every day.
D.V. Do you think you can have any effect on reality?
V.M. Who knows… As far as I can, I try to report hardship and defend
rights. I have written many articles, for example, against those loud car
alarms. Now it’s better, but I remember a time when those screaming sirens went on indefinitely – one night an alarm on my street screamed for
five hours. It finally got so bad that even in an obtuse society like ours, a
law eventually got passed setting limits as to how long a car alarm siren
could sound. Calling attention to many apparently logical but actually
totally arbitrary situations that create discomfort is my way of performing
a sort of civic maintenance. It is my only scope in life.
A.M. We live at a time in which no individual can make a really significant
impression on the progress of the macroevents that affect the national
and international scene. Even the most apparently powerful and wellequipped personalities undergo multiple and pressing influences and
often every decision is a risk because we don’t know and can’t foresee
all the future implications. The poet, in these times more than ever a
man among men, does not have any kind of pulpit to speak from. Which
is probably a good thing. However, just because poets exist, just because
they devote themselves so rigorously to an activity that is a passion for
them, that has nothing to do with the false exterior, the image, the world
of appearances that is so in vogue and that pays so well – just for that
reason poets can testify to a different way of interpreting, experiencing,
seeing reality and the human condition. The imagination, the originality,
the authentic, profound creativity of poetry – not the façade, the whitewash – are fundamental instruments capable of saving mankind and
enabling us to build and not just to submit.
D.V. There is one of your poems where you speak of a “tangled mass
of magnetic tape” beside the freeway, and that tells of its changes into
something else, and the questions that this generates. How did this ability to transform simple events develop?
V.M. I would say that this has to do with the whole neuronal root of my
poetry. My system of argument proceeds by analogies. It is automatic for
me to overlay images continuously, almost to the borderline of insanity. Images literally grow one out of the other, then they pile up and
interweave, into a sort of structural arrangement. I think that among the
most enlightening books for those who are interested in poetry are the
books written by Alexander Lurija, the great Russian neurophysiologist
of the mid-20th century. While Freud followed hundreds of clinical cases,
but each for a brief period, Lurija followed only two, but for many many
years: his studies are nothing less than neurological novels, about two

alla seconda “a”, tuttavia, come in un orizzonte curvo, a quel punto ha
perso di vista l’inizio della parola, e non sa più come finire di scriverla.
L’altro, viceversa, è un mnemomista, ha cioè una capacità spaventosa
e incontrollabile di ricordare. In verità non riesce a dimenticare, e tiene
a mente anche una filastrocca ascoltata venti anni prima. Per lui, ogni
lettera ha un colore, un sapore, una durezza, una consistenza, che gli
rimandano la visione dell’erba, del sole, del caldo, del freddo, dell’aspro,
del dolce, in modo da restare praticamente indelebile. Ecco, per me
chi scrive poesie deve aver avuto problemi di sviluppo verbale, il che fa
tutt’uno con una ipersensibilità linguistica: il poeta è conficcato suo
malgrado nel cuore del mondo
A.M. Io non saprei dirlo. Non credo esista nemmeno una risposta
precisa a questa domanda. È come chiedere a un grande cantante da
dove arriva la sua bella voce. Per fare un esempio personale, anche se
io avessi seriamente studiato con un bravo maestro di canto per dieci
o quindici anni non avrei certo avuto una voce come quella di Maria
Callas.
D.V. Tutti possono accedere a questo potere?
A.M. Io credo di no
V.M. No, non credo… Questo potere è una specie di deficit: si tratta poi
di trasformarlo in una capacità, in una competenza. Il poeta ha un rapporto non risolto nei confronti della lingua, e proprio questo gli consente
uno sguardo eccentrico rispetto alla lingua stessa. Lo scrittore irlandese John Banville, ad esempio, dice che, pur essendo scomparsa da
duecento anni, in Irlanda la lingua gaelica circola ancora dietro l’inglese,
dandogli una sfasatura e una ambiguità che l’inglese degli inglesi non
possiede. Ecco, io potrei dire che il poeta è un irlandese della lingua: ha
una forma di estraneità che è produttiva.
D.V. Come fa l’architettura quando cerca di trasformare la realtà. Ci
sono architetture che vi interessano?
V.M. Borromini per me è uno di quegli autori che posso paragonare solo
a Montaigne. Dire che l’ho amato è poca cosa; in realtà l’ho abitato.
Mi ricordo che mio padre, ingegnere, mi mostrava tutti gli angoli, le
rotazioni delle colonne, gli attacchi delle lesene, fino a farmelo diventare
consustanziale. Ho passato ore e ore nelle sue chiese. Tra l’altro ho
studiato in una scuola sperimentale – talmente sperimentale che non
aveva nome, si chiamava soltanto “liceo sperimentale” – e avevamo dei
corsi di architettura. In uno di questi insegnava appunto Anselmi.
A proposito poi dell’architettura moderna, mi ricordo ad esempio, a Berlino, la galleria di Mies, o quella magica montagna di mattoni rossi della
Borsa di Amsterdam. Si tratta di emozioni formali a disposizione di tutti,
e non solo degli specialisti. Invece provo un vero dolore davanti a quel
muro in travertino dell’Ara Pacis. Io l’ho chiamato il “muro del pianto”,
totalmente gratuito. Rivendico questa mia incompetenza, per dire che
meglio sarebbe stata una strategia espressiva che avesse teso a nascondere totalmente le chiese preesistenti, o addirittura a demolirle. Ne
avremmo potuto discutere, mentre un errore, invece, resta inaccettabile.
A.M. Quelle degli antichi egizi, babilonesi, fenici, greci e romani perché
in stretto contatto con il territorio su cui venivano edificate, e per
modalità costruttive e per materiali e per esigenze legate alla struttura
del territorio e al clima tipico della zona in cui gli edifici sorgevano. Ma
potrei risalire a tempi ancor più remoti: i nuraghe sardi, i templi megalitici di Malta e Gozo… oppure, per avvicinarsi di più a noi, l’architettura

patients with perfectly mirror-image defects. One is a soldier, injured in
the war, who has lost the ability to connect. His mental faculties and his
experience are all there, intact, but he can’t link the elements together.
For example, when he tries to write the word “horse”, his memory is
so completely shattered that by the time he gets to the “r” he can’t remember what he started out to write and doesn’t know how to finish the
word. The other, vice versa, is a mnemonnist; that is, he has a terrible,
uncontrollable ability to remember everything. He is actually unable to
forget, and can recall a jingle he heard twenty years earlier. For him, ever
letter has a color, a flavor, a hardness, a consistency that stimulate visions of grass, sunshine, warmth or a chill, bitterness, sweetness, so as
to remain practically indelible. I think people who write poetry must have
had problems of verbal development and it all adds up to a linguistic
hypersensitivity: the poet is stuck, in spite of himself, in the heart of the
world.
A.M. II don’t know how to say it. I don’t think there even exists a real
answer to that question. It is like asking a great singer where his lovely
voice comes from. To give you a personal example, even if I had studied
music seriously for ten or fifteen years with a fine singing teacher, I certainly would never have had a voice like that of Maria Callas.
D.V. Can everyone access this power?
A.M. I think not
V.M. No, I don’t think so… This power is really a sort of deficit: the trick
is to turn it into a skill, a talent. The poet has an unresolved conflict with
language and it is just this that gives him an eccentric outlook towards
the language. The Irish writer John Banville, for example, says that though
it disappeared over two hundred years ago, in Ireland the Gaelic language
still circulates underneath English, giving it an offset and an ambiguity
that British English does not possess. That’s it, I could say that the poet
is an Irishman in his own language: he has something of the condition of
the outsider that is productive.
D.V. What does architecture do when it tries to transform reality. Are
there architectures that interest you?
V.M. To me, Borromini is one of those authors that I can only compare to
Montaigne. To say that I have loved him is too little; actually, I have lived
him. I remember that my father, who was an engineer, showed me all the
angles, the rotations of the columns, the connections of the pilasters,
until I became consubstantial with them. I spend hours and hours in
his churches. Among other things I studied in an experimental school
– it was so experimental it didn’t even have a name, it was just called
“experimental lyceum” – and we had courses of architecture and one of
these was taught by none other than Anselmi. When it comes to modern
architecture, I remember, for example, in Berlin, the gallery by Mies, or
that magic mountain of red brick that is the Amsterdam Stock Exchange.
These are formal experiences at the disposal of everyone, not just specialists. On the other hand, I feel real physical pain in front of that wall
in travertine of the Ara Pacis. I have called it the “wailing wall”, it is so
utterly needless. Here I admit my lack of competence, but insist that it
would have been better to use an expressive strategy tending to conceal
the existing churches entirely, or even to demolish them. We could have
talked about it, while an error like this is just unacceptable.
A.M. That of the ancient Egyptians, the Babylonians, the Phoenicians,
Greeks and Romans, because they were close to the land on which they

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Il nostro amore non è un’alleanza
per sopravvivere a condizioni difficili:
bilocale con cucina abitabile.
Senti come la nostra organizzazione
parla un suo misterioso linguaggio
vicino a quello degli uccelli
che stanno sopra il ciliegio.
Siamo semplici e millenari
come le migrazioni delle antilopi
all'alterna stagione.
Ci è cresciuta una riserva mobile di spazio:
quello per ciascuno
e quello per stare insieme.
O forse sono entrati in silenzio i nostri nonni
con la loro maestria contadina
e hanno allargato la casa
per farci abitare in questa posizione invidiabile
luminosa e asciutta
dove tutto cresce senza fatica.
Da: La dolce manodopera

rurale delle cascine padane, così in armonia e con il territorio su cui
sorgevano e così funzionali agli usi per i quali venivano costruite.
D.V. Nelle tue poesie c’è molta natura. Quale è il tuo rapporto con la
natura?
A.M. Grande emotività ma anche curiosità, ascolto, voglia di imparare.
Sono affascinata dalla grande competenza della natura, dalla bellezza
insita nelle sue soluzioni. All’interno del discorso sulla natura io inserisco anche il vivere dell’uomo nel suo interno; la natura è metaforicamente un grande utero, e questo è già stato detto, ma la cosa sorprendente è che sia rovesciato, a cielo aperto. Dunque simultaneamente
ti include e, in un certo senso, ti lascia faccia a faccia con l’universo.
Questa seconda caratteristica della natura è quella che ha lasciata
aperta all’uomo la possibilità del ragionamento, della ricerca, della conquista di soluzioni. La natura è anche, per me, una fonte di equilibrio,
di giustezza, una sorta di filo d’Arianna che silenzioso guida durante la
composizione dei testi poetici.
D.V. Nella natura trovi la bellezza?
A.M. Anche adesso, che è giugno, nella casa dei miei genitori, guardando fuori dalla finestra vedo il viale dei tigli e sento tutto intorno il loro
magnifico profumo, questo per me è bellezza, o la forma delle foglie così
appropriata al loro compito e così armonica, o la struttura della mano
umana, la sua duttilità, la precisione incredibile delle sue performances.
Vedi, bellezza ce n’è ovunque, il problema è che molti la confondono con
la banalità, con l’ovvio.
D.V. In una poesia scrivi: “Noi maturiamo al sole dell’ingiustizia”…..
V.M. Questa poesia, e tutta la sezione del libro che la contiene, ha
un’origine privata: una serie di delusioni e scoperte che ho voluto
raccontare tentando di riportarle a una logica maligna. Ho riflettuto sulla
difficoltà di una comunicazione profonda, sulla fine della possibilità
stessa della comunicazione.
D.V. A proposito dell’“anatra-lepre” nello stesso libro come nasce l’interesse per questa ambiguità?
V.M. Molto spesso ignoro dove mi porti la ricerca poetica, e questo mi
piace molto. Io avevo un’intenzione specifica che partiva da segnali
verbali. Ad esempio il bisticcio tra Erika/Irak. È stata per me la cellula
iniziale: assodata la stessa matrice di violenza nei termini Erika e Irak,
ho cercato di metterli in rapporto. Nello stesso modo, dal punto di vista
espressivo, ho giocato sulla sovrapposizione etica/ottica, per una riflessione sull’etica risolta come un gioco di percezione. In una recensione
al libro, Andrea Cortellessa faceva notare che tutte le poesie precedenti
− quelle sulla famiglia − parlano di nuovo di una specie di ambiguità, di
un disturbo del sistema binario nel senso della paternità. Ciò conferma
che, nella poesia, accade come nella matematica: si trova una formula,
prima ancora di conoscere fino in fondo la sua applicabilità.
D.V. Tu sei un poeta della ragione, lucido. Conviene oggi avere questo
sguardo così lucido?
V.M. Considera che il mio primo libro è uscito quasi trenta anni fa. All’origine c’era in me un’istanza razionale molto forte, poi mi sono spinto
sempre di più verso campi poco controllabili, in zone in cui operare al
buio. Rimane comunque una fiducia almeno volontaristica nel tentativo
di comprendere. Mi viene in mente quella bellissima immagine di Leibniz sulle “piccole percezioni oscure”. Andare verso queste pieghe della
mente-mondo, mi interessa enormemente. Per esempio: che cosa è il

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were built, and used methods of construction and materials linked to
the structure of the land and the climate typical of the area. But I could
go even farther back: the Sardinian moorage, the megalithic temples of
Malta and Gozo… or, closer to us, the rural architecture of the Po Valley
farmhouses, that harmonize so well with the territory on which they stand
and were so functional to the uses for which they were built.
D.V. In your poetry you often write about nature. What is your relationship
with nature?
A.M. I am greatly drawn to nature but I am also curious about it. I listen
to it and try to learn things. I am fascinated by the immense wisdom of
nature, of the intrinsic beauty of its solutions. When I write about nature
I include human live as part of it; nature is, metaphorically speaking, a
great uterus, and this has already been said, but the surprising thing is
that it is turned inside out, all in the open. Thus at one and the same
time it includes you and in a sense it leaves you face to face with the
universe. This second characteristic of nature is what has given mankind
the opportunity to reason, to search, to conquer solutions. Nature is a
source of equilibrium for me, of all that is right and just, a sort of guiding
light that shines silently while I compose my poetic texts.
D.V. Do you find beauty in nature?
A.M. Even now, in June, here at my parents’ house, I can look out the
window and see the avenue lined with lindens and breathe their magnificent fragrance and that, for me, is beauty, and so is the shape of the
leaves, so appropriate to their task and so harmonious, or the structure
of the human hand, its docility, the incredible precision of its performances. You see, beauty is everywhere, the problem is that many mistake
it for banality, for the obvious.
D.V. In a poem you write: “We ripen in the sun of injustice”…..
V.M. This poem, and the entire section of the book that contains it, has a
private origin: a series of disappointments and discoveries that I wanted
to tell and try to report with a certain malicious logic. I reflected on the
difficulty of a profound communication, on the end of the very possibility
of communication.
D.V. With regard to the ”duck-hare” in the same book, how did your interest for this ambiguity develop?
V.M. Very often I have no ideal where my poetic research is going, and
this is something I particularly treasure. I had a specific intention that
started from verbal signals. For example the pun between Erika [a young
Italian girl who stabbed her mother and brother to death, trad.note] and
Iraq. This was the initial cell: the link was the same deadly violence that
both words called to my mind, and I tried to find other relations. In the
same way, from the expressive viewpoint, I played with ethical/optical exchanges, for a reflection on ethics resolved as a game of perception. In a
criticism of the book, Andrea Cortellessa pointed out that all the previous
poems – the ones about the family – speak again of a sort of ambiguity, an interference with the binary system in the sense of paternity. This
confirms that poetry does something that you find in mathematics: you
find a formula even before you fully understand its applicability.
D.V. You are a poet of reason, clear-thinking. Is it worthwhile to think so
clearly nowadays?
V.M. Consider that my first book came out almost thirty years ago. It
originated from a very strong rational pull, then I kept moving forward
towards field that were less controllable, into zones where I was com-

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tradimento? Non solo nell’amore, ma anche nell’amicizia o in un patto.
Come si può sopravvivere a un tradimento? Non parlo di chi lo subisce,
ma di chi lo fa. È un campo forse bizzarro per la scrittura poetica, ma
resto convinto che la poesia debba avere uno scopo gnoseologico.
D.V. Tu usi parole “esatte” che provengono dallo stesso sguardo lucido.
Faccio anche a te la stessa domanda: conviene oggi avere questo
sguardo così lucido?
A.M. È fondamentale. Il problema che oggi vedo più chiaramente è di
avere sempre più a che fare, nella vita di tutti i giorni, con persone che
non hanno sguardo; magari hanno una gran competenza sulle immagini
ma, appunto, non hanno sguardo: messi in un paesaggio vero, con le
sue complessità, non vedono nulla. L’immagine viene colta solo quando
è già data come tale. in questo secondo senso, purtroppo, noi viviamo
nel mondo dell’immagine, ma in giro c’è pieno di ciechi.
D.V. Come coltivate il vostro spirito? Come vi prendete cura di voi?
V.M. In due modi, come nell’agricoltura: intensivo ed estensivo. Intensivo nel senso che conduco dei lavori veramente accaniti, lunghi, difficili.
Per una specie di “legge del judo”, cerco sempre di trasformare la
deficienza in forza, sfruttando gli errori. Per me un errore che non viene
sfruttato rappresenta una macchia. Per esempio, ho un problema di
insonnia. All’inizio maledicevo tutte le ore passate nel letto a inseguire
il sonno, finché ho deciso di sfruttare quelle ore per leggere libri particolarmente difficili, che alla fine saranno il frutto di questa malattia. Ora
ho quasi finito “La Gerusalemme liberata”. Accanto a tutto questo, c’è
invece la parte estensiva: vedo molta televisione, mi piacciono i video
musicali, seguo i programmi che mi indicano i miei figli. È come un investimento da cui traggo sempre qualcosa. È importante tenere aperto in
sé un settore di disponibilità senza chiusure preliminari.
A.M. Ritagliandomi alcuni fine settimana per andare a casa dei miei
nelle colline dell’Oltrepo’ pavese e stare da sola a passeggiare in campagna, a piedi o in bicicletta. In quei giorni esco di casa per due o tre
ore la mattina e per altrettanto tempo il pomeriggio. Osservo, ascolto
e annuso il più possibile, porto con me un taccuino di appunti, talora
annoto idee o particolari. Mi piace molto disegnare. Appena riuscirò ad
organizzarmi prenderò qualche lezione per impararne meglio la tecnica
dell’acquerello, penso che potrà arricchire molto il mio spirito di osservazione
D.V. Una domanda che ricorre in tutte le mie interviste è: che rapportoavete con il sud?
A.M. Nessun legame profondo dovuto a lontane origini o parentele, lo
conosco anche poco, se devo essere sincera. Ho passato le vacanze
per due anni consecutivi nel Salento, mi ha colpito molto la luce, la
pietra chiara delle case e delle facciate delle chiese, l’aria leggera, così
diversa da quella della pianura padana, la limpidezza del cielo stellato
nelle notti estive… qui la canicola lo rende spesso lattiginoso, le stelle
in estate sembrano molto più lontane e fioche.
V.M. Poco prima che cominciassimo questa nostra conversazione, ho
spedito un articolo con un titolo, “Paesaggio con serpente”, desunto
da Fortini. Per me il sud è questo. La bellezza totale di natura e cultura
è irraggiungibile; credo che il sud dell’Italia rappresenti un punto di
incandescenza assoluta. Eppure, tutto questo è inquinato dal cancro tremendo della criminalità e del degrado. Qualcosa di analogo l’ho trovato
in Colombia, un paese di una bellezza veramente impressionante, in cui
violenza e bellezza non si riescono a dissociare. Il compito del futuro dovrebbe appunto consistere nel disinnescare questo legame maledetto.
In un libro sul paesaggio italiano, Consolo ed io, senza neppure conoscerci, scrivemmo esattamente la stessa cosa su Acitrezza, dove hanno
costruito un pontile davanti ai bellissimi scogli del film di Visconti “La
terra trema”. Risultato: non si vedono più gli scogli, il pontile ha provocato un erosione della spiaggia, ha modificato le correnti, e i pescatori
hanno smesso di pescare. Allora si impone una riflessione: come
dimostra Acitrezza, la bellezza non viene distrutta incidentalmente. Direi
piuttosto che, pur di distruggere la bellezza, una comunità è disposta
a pagare di tasca propria prezzi altissimi. E finisco con un racconto di
Ginevra Bompiani in cui parla il poeta Carlo Betocchi. Intervistato in
ospedale, Betocchi indica dalla finestra una discarica che distrugge
il paesaggio senese, e commente: gli italiani, che hanno avuto dagli
dei il dono della bellezza, la devono sopprimere a tutti i costi, “perché
non sopportano la sua tragicità forestiera”. Ebbene, questa è la nostra
maledizione.

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pletely in the dark. I never lose faith, however, in preserving at least the
desire to understand. That lovely image of Leibnitz comes to mind, on the
“obscure little perceptions”. To go towards these folds in the mind-world
interests me tremendously. For example: what is betrayal? I don’t mean
just in love, but even in friendship or in a pact. How can one survive a betrayal? I’m not referring to the betrayed, but to the betrayer. It is perhaps
a bizarre field for poetic writing, but I remain convinced that poetry must
have a gnoseological purpose.
D.V. You use “exact” words that come from that same clear outlook.
Let me ask you the same question: is it worthwhile to think so clearly
nowadays?
A.M. It’s essential. The problem that I see more clearly today is always
having to do, in daily life, with people who don’t have that same clear
view; they may have great competence on the images but, you see, they
don’t have that ability to see things: if you put them in a real landscape,
with all its complexity, they see nothing. The image is grasped only when
it is already given as such. In this latter sense, unfortunately, we live in
the world of images, but all around us is blindness.
D.V. How do you cultivate your spirit? How do you take care of yourself?
V.M. In two ways, like in agriculture: intensive and extensive. Intensive
in the sense that I carry out works that are really strenuous, lengthy and
difficult. For a sort of “law of judo”, I always try to transform deficiencies
into strengths, taking advantage of errors. For me an error that is not exploited is a black mark. For example, I have a problem of insomnia. In the
beginning I cursed the hours spent lying in bed in pursuit of sleep, until
I decided to take advantage of those hours to read particularly difficult
books, that in the long run will be the happy result of this ailment. Now
I’ve almost finished “Jerusalem Delivered”. Alongside all this, there is the
extensive part: I watch television a lot, I like TV musicals and I follow the
programs my children tell me about. It’s like an investment from which I
always gain something. It is important to keep a sector open in yourself
without preliminary closures.
A.M. By keeping a few weekends for myself, when I can go to my parents’
house in the hill country near Pavia. I stay by myself and take walks in the
country, or ride my bicycle. On those days I spend two or three hours in
the morning out of doors, and the same amount of time in the afternoon.
I look, listen and smell as much as I can. I take a notebook with me and
jot down ideas or details. I like to draw too. As soon as I manage to get
organized I’ll take a few lessons to learn watercolor technique, because I
think it could enhance my spirit of observation.
D.V. This is a question I always ask: what is your relationship with the
south?
A.M. No deep bond through distant origins or relatives, I am not very familiar with it at all, if I must say so. I spent two vacations in a row in the
Salento area, I very much liked the light and the light-colored stone of the
houses and façades of the churches, the light air, so different from that
of the Po valley, the clear starry skies of the summer nights…here the
muggy heat gives the sky a milky cast, and the stars in summer seem
more distant and tremulous.
V.M. Just before we began this conversation, I sent an article entitled “Landscape with serpent”, taken from Fortini. For me that is the
south. The total beauty of the nature and culture is unreachable; I think
southern Italy is a point of absolute incandescence. And yet, all this is
contaminated by the terrible cancer of crime and deterioration. I found
something like this in Colombia, a country of impressive beauty, really,
where violence and splendor cannot be separated. The task of the future
should be to untangle this tragic bond. In a book on the Italian landscape, Consolo and I, without even knowing each other, wrote exactly the
same thing about Acitrezza, where they built a wharf in front of the gorgeous cliffs seen in Visconti’s movie “The Earth Trembles”. The result is
that you can’t see the cliffs any more, the wharf caused an erosion of the
beach and altered the currents, and the fishermen no longer fish there.
This is something to think about: Acitrezza shows that beauty is not
destroyed accidentally. I would say, rather, that just to destroy its beauty,
a community is willing to pay a very high price out of its own pocket. And I
would end with a story by Ginevra Bompiani in who quotes the poet Carlo
Betocchi. Interviewed while he was in the hospital, Betocchi points to a
dump, visible from his window, that destroyed view of Siena and comments: the Italians, who received the gift of beauty from the gods, must
destroy it at all costs, “because they cannot bear its tragic foreignness”.
I’m afraid that is our curse.

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conversazione con Valerio Magrelli e Annalisa Manstretta.pdf - pagina 2/4
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