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13676 2016 .pdf



Nome del file originale: 13676 2016.pdf
Titolo: 13676/2016
Autore: iweb

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Civile Sent. Sez. L Num. 13676 Anno 2016
Presidente: DI CERBO VINCENZO
Relatore: PATTI ADRIANO PIERGIOVANNI

SENTENZA

sul ricorso 1321-2015 proposto da:
MASSA MARCO C.F.

MSSMCR75D15B354F,

elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA GALLONI° 18, presso lo studio
dell'avvocato MARCELLO FREDIANT, che lo rappresenta e
difende unitamente agli avvocati CARLO DORE, GIOVANNI
DORE, giusta delega in atti;
- ricorrente -

2016

contro

1492

LIQUIGAS S.P.A.

C.V.

01993160173,

legale rappresentante pro tempore,

in persona del
elettivamente

domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 19, presso lo

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

Data pubblicazione: 05/07/2016

studio (TOFFOLETTO - DE LUCA TAMAJO RAFFAELE), che la
rappresenta e difende unitamente agli avvocati
FEDERICA PATERNO', FRANCO TOFFOLETTO, PAOLA PUCCI,
ALDO BOTTINI, giusta delega in atti;
- con troricorrente -

di CAGLIARI, depositata il 14/11/2014 R.G.N. 226/2014;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 13/04/2016 dal Consigliere Dott. ADRIANO
PIERGIOVANNI PATTI;
udito l'Avvocato DORE CARLO;
udito l'Avvocato PATERNO' FEDERICA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA, che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

avverso la sentenza n. 418/2014 della CORTE D'APPELLO

RG 1321/2015
FATTO
Con sentenza 14 novembre 2014, la Corte d'appello di Cagliari rigettava il reclamo
proposto da Marco Massa avverso la sentenza di primo grado, che, in accoglimento
dell'opposizione ai sensi dell'art. 1, cinquantunesimo comma 1. 92/2012 della società
datrice Liquigas s.p.a., aveva respinto l'impugnazione del primo, lavoratore dipendente

2012 e le conseguenti domande di condanna reintegratoria e risarcitoria, invece annullato
dallo stesso tribunale con ordinanza ai sensi dell'art. 1, quarantanovesimo comma I. cit.,
con ordine di reintegrazione a norma del novellato art. 18, quarto comma I. 300/1970 e
condanna della società datrice al pagamento, in favore del lavoratore, delle retribuzioni
maturate dal licenziamento, per la qualificazione dell'addebito, pur ritenuto provato, ai
sensi dell'art. 51 lett. L) CCNL industria chimica, con previsione di sanzione conservativa.
A motivo della decisione, la Corte territoriale riteneva l'obiettiva gravità del fatto
compiuto dal lavoratore (sollevamento da solo di tre bombole di gas del peso di 30 kg
ciascuna e caricamento sulla propria autovettura e di una quarta del peso di 40 kg con
l'aiuto di un collega il giorno 5 dicembre 2012, quando era ancora assente dal lavoro, per
il periodo dal 29 ottobre al 10 dicembre 2012 a causa di discopatie e di lombalgia da cui
affetto e che avevano richiesto due interventi chirurgici il 1° febbraio 2011 e il 6 marzo
2012), attentamente valutato alla luce delle scrutinate risultanze istruttorie e collocato
nel contesto del risalente conflitto con la società datrice, per la sua richiesta dall'anno
2010, insoddisfatta, di adibizione non più a mansioni operaie (comportanti la
movimentazione di bombole di GPL con l'ausilio di idonei macchinari per evitarne il
sollevamento) ma impiegatizie, con recente prospettazione dal suo difensore di fiducia di
azione legale in tale senso: con apprezzamento pertanto di gravità del fatto tale da non
poter essere ascritto ad una mancanza lieve quale quelle elencate nell'art. 51 CCNL
industria chimica (per tale da intendere anche la previsione di chiusura della lettera L,
relative a "mancanze recanti pregiudizio alla persona, alla disciplina, alla morale o
all'igiene":

al di là della forzata riconducibilità al pregiudizio che il lavoratore possa

arrecare a se medesimo), sanzionate con la sospensione, ma idoneo ad integrare giusta
causa di licenziamento, neppure questo qualificabile come ritorsivo, in difetto dei suoi
presupposti.
Con atto notificato il 7 gennaio 2015, Marco Massa ricorre per cassazione con quattro
motivi, cui resiste Liquigas s.p.a. con controricorso; entrambe le parti hanno comunicato
memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c.

l

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

della seconda, del licenziamento per giusta causa intimatogli con lettera del 28 dicembre

RG 1321/2015

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione degli artt. 15 I. 300/1970 e 112
c.p.c., in relazione all'art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5 c.p.c., per omesso esame del
fatto decisivo del carattere ritorsivo o discriminatorio del licenziamento, risultante dagli

Con il secondo, il ricorrente deduce violazione dell'art. 4 I. 300/1970 e carenza di
motivazione, in relazione all'art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5 c.p.c., per l'acquisizione
della prova del fatto contestato da risultanze processuali (dichiarazioni di Marco Massa
nel libero interrogatorio e testimoniali del suocero Salvatore Tronci) inutilizzabili, perchè
condizionate dall'illegittima utilizzazione di immagini registrate da telecamere collocate
all'ingresso dello stabilimento datoriale, in violazione del divieto di controlli a distanza.
Con il terzo, il ricorrente deduce violazione degli artt. 51, lett. L, 52 CCNL industria
chimica, 420bis c.p.c. e carenza di motivazione, in relazione all'art. 360, primo comma,
n. 3 e n. 5 c.p.c., per erronea interpretazione della prima norma contrattuale collettiva,
sbrigativamente esaminata dalla Corte territoriale ed omessa pronuncia del Tribunale
sulla sola questione interpretativa del contratto collettivo nazionale.
Con il quarto, il ricorrente deduce violazione dell'art. 2119 c.c. e carenza di motivazione,
in relazione all'art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5 c.p.c., per omesso esame dei requisiti
oggettivi, soggettivi (in riferimento all'elemento intenzionale) e di proporzionalità della
giusta causa di licenziamento, nel caso di specie inesistenti, anche considerato
l'andamento complessivo del quindicennale rapporto di lavoro tra le parti.
Il primo motivo, relativo a violazione degli artt. 15 I. 300/1970 e 112 c.p.c., per omesso
esame del fatto decisivo del carattere ritorsivo o discriminatorio del licenziamento, è
inammissibile.
Con esso il ricorrente non deduce la violazione di norme di diritto in senso proprio, per la
mancanza dei requisiti peculiari, di sussunzione dei fatto, accertato dal giudice di merito,
nell'ipotesi normativa (Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 28 novembre 2007, n.
24756), neppure mediante specificazione delle affermazioni in diritto contenute nella
sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con

le

norme

regolatrici della fattispecie e con l'interpretazione fornita dalla giurisprudenza di
legittimità o dalla prevalente dottrina: così da prospettare criticamente una valutazione
comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla Corte
regolatrice di adempiere al proprio compito istituzionale di verifica del fondamento della

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

elementi gravemente indiziari prospettati.

RG 1321/2015
violazione denunziata (Cass. 26 giugno 2013, n. 16038; Cass. 28 febbraio 2012, n. 3010;
Cass. 31 maggio 2006, n. 12984).
Sicchè esso si risolve in una censura di omessa valutazione di elementi di fatto (indicati a
pgg. 9 e 10 del ricorso), inconfigurabile alla luce del novellato art. 360, primo comma, n.
5 c.p.c., applicabile ratione temporis, che esige l'esclusiva deducibilità dell'omesso esame

Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439).
Parimenti inammissibile è la denuncia di violazione di omessa pronuncia alla stregua di
vizio di motivazione anziché di error in procedendo, ai sensi dell'art. 360, primo comma,
n. 4 c.p.c. (Cass. 4 giugno 2007, n. 12952; Cass. 24 febbraio 2006, n. 4201). Ed essa è
anche infondata per avere la Corte territoriale (lungi dal
parlato":

"non" averne

"nemmeno

così al primo capoverso di pg. 11 del ricorso) motivatamente escluso il

carattere ritorsivo o discriminatorio del licenziamento intimato (per le ragioni esposte
dall'ultimo capoverso di pg. 9 al settimo alinea di pg. 10 della sentenza).
Il secondo motivo, relativo a violazione dell'art. 4 I. 300/1970 e carenza di motivazione,
per acquisizione della prova del fatto contestato da risultanze processuali inutilizzabili,
perché condizionate dall'illegittima utilizzazione di immagini registrate da telecamere/
collocate all'ingresso dello stabilimento datoriale, in violazione del divieto di controlli a
distanza, è inammissibile sotto plurimi profili.
Innanzi tutto, esso mescola e sovrappone mezzi d'impugnazione eterogenei, che fanno
riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall'art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5 c.p.c.,
non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili
incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli
elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa
applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende
al contrario rimettere in discussione (Cass. 23 settembre 2011, n. 19443; Cass. 31
gennaio 2013, n. 2299; Cass. 20 settembre 2013, n. 21611).
Anch'esso non attinge poi i requisiti propri della violazione di legge denunciata, che
pertanto non si configura, per le ragioni dette (Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 26
giugno 2013, n. 16038; Cass. 28 febbraio 2012, n. 3010; Cass. 31 maggio 2006, n.
12984).
Inoltre, essa neppure è correttamente individuata ed invocata in una fattispecie estranea
alla previsione normativa di divieto di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori: non
di una tale violazione trattandosi nel caso di specie, ma di asserita illegittima

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053;

RG 1321/2015
utilizzazione di documenti irritualmente acquisiti (senza neppure deduzione della norma
processuale violata).
E la doglianza è anche infondata, non avendo la Corte territoriale (e neppure il Tribunale)
basato la decisione sui documenti contestati (le videoregistrazioni effettuate con gli
impianti di sorveglianza dello stabilimento datoriale), ma su un diverso ed autonomo

Salvatore Tronci) puntualmente illustrato (a pgg. 6 e 7 della sentenza).
Il vizio di motivazione denunciato è anche qui inammissibile, alla luce del novellato art.
360, primo comma, n. 5 c.p.c., applicabile ratione temporis, per la pubblicazione della
sentenza impugnata in data posteriore (14 novembre 2014) al trentesimo giorno
successivo a quella di entrata in vigore della legge 7 agosto 2012, n. 134, di conversione
del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83 (12 agosto 2012), secondo la previsione dell'art.
54, terzo comma del decreto legge citato.
Esso ha, infatti, introdotto nell'ordinamento un vizio specifico denunciabile per
cassazione, relativo all'omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui
esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito
oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (nel senso che, qualora
esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che,
nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6 e 369, secondo
cornma, n. 4 c.p.c., il ricorrente deve indicare il "fatto storico", il cui esame sia stato
omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il "come" e il
"quando" tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua
"decisività"; fermo restando che l'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per
sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa,
sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia
dato conto di tutte le risultanze probatorie: con la conseguente preclusione nel giudizio di
cassazione dell'accertamento dei fatti ovvero della loro valutazione a fini istruttori.
Sicché, detta riformulazione deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici
dettati dall'art. 12 delle preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato
di legittimità sulla motivazione. Ed è pertanto denunciabile in cassazione solo l'anomalia
motivazionale che si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto
attinente all'esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della
sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale
anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e
grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

materiale probatorio (in particolare, le dichiarazioni testimoniali del suocero del ricorrente

inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa
qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione (Cass. s.u. 7
aprile 2014, n. 8053; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439).
Il terzo motivo, relativo a violazione degli artt. 51, lett. L, 52 CCNL industria chimica,
420bis c.p.c. e carenza di motivazione, per erronea interpretazione della prima norma

del CCNL, è inammissibile.
Anche qui è ravvisabile, quale ragione di inammissibilità, la confusa combinazione di
mezzi d'impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate
dall'art. 360, primo comma, n. 3 e n. 5 c.p.c., per la già illustrata non consentita
prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili (Cass. 23 settembre
2011, n. 19443; Cass. 31 gennaio 2013, n. 2299).
Ma il mezzo viola pure i principi di autosufficienza del ricorso, per la mancata trascrizione
della disposizione contrattuale collettiva denunciata (Cass. 26 luglio 2011, n. 16289;
Cass. su. 25 marzo 2010, n. 7161; Cass. 2 aprile 2002, n. 4678) e di specificità del
mezzo, ai sensi dell'art. 366, primo comma, n. 4 c.p.c., per l'indicazione, assolutamente
vaga, derle altre clausole contrattuali" alla luce delle quali essa debba essere interpretata
(così a pg. 18 del ricorso).
Deve, infine, essere ribadita l'inammissibilità del vizio di motivazione denunciato, alla
luce del novellato art. 360, primo comma,

n. 5 c.p.c., applicabile ratione temporis,

esclusivamente relativo ad omesso esame circa un fatto decisivo oggetto di discussione
tra le parti, per le ragioni sopra esposte (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 10
febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439).
Il quarto motivo, relativo a violazione dell'art. 2119 c.c. e carenza di motivazione, per
inesistenza dei requisiti oggettivi, soggettivi e di proporzionalità della giusta causa di
licenziamento, anche considerato il quindicennale rapporto di lavoro tra le parti, è
infondato.
E' noto, in tema di licenziamento per giusta causa, che il lavoratore debba astenersi dal
porre in essere non solo i comportamenti espressamente vietati ma anche qualsiasi altra
condotta che, per la natura e per le possibili conseguenze, risulti in contrasto con gli
obblighi connessi al suo inserimento nella struttura e nell'organizzazione dell'impresa,
dovendosi integrare l'art. 2105 c.c. con gli artt. 1175 e 1375 c.c., che impongono
l'osservanza dei doveri di correttezza e di buona fede anche nei comportamenti
extralavorativi, sì da non danneggiare il datore di lavoro (Cass. 10 febbraio 2015, n.
2550).

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

contrattuale collettiva ed omessa pronuncia del Tribunale sulla questione interpretativa

RG 1321/2015
»t E d'altro canto, la giusta causa di licenziamento deve rivestire il carattere di grave
negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro e, in particolare, dell'elemento
fiduciario, dovendo il giudice valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al
lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze
nelle quali sono stati commessi e all'intensità del profilo intenzionale, dall'altro, la

fiduciario, su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro, sia tale, in concreto, da
giustificare la massima sanzione disciplinare (Cass. 18 settembre 2012, n. 15654; Cass.
2 marzo 2011, n. 5095; Cass. 13 dicembre 2010, n. 25144).
Inoltre, la sussistenza in concreto di una giusta causa di licenziamento va accertata in
relazione sia della gravità dei fatti addebitati al lavoratore (desumibile dalla loro portata
oggettiva e soggettiva, dalle circostanze nelle quali sono stati commessi nonché
dall'intensità dell'elemento intenzionale), sia della proporzionalità tra tali fatti e la
sanzione inflitta: per la quale ultima, rileva ogni condotta che, per la sua gravità, possa
scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto
pregiudizievole agli scopi aziendali, essendo determinante, in tal senso, la potenziale
influenza del comportamento del lavoratore, suscettibile, per le concrete modalità e il
contesto di riferimento, di porre in dubbio la futura correttezza dell'adempimento,
denotando scarsa inclinazione all'attuazione degli obblighi in conformità a diligenza,
buona fede e correttezza (Cass. 16 ottobre 2015, n. 21017; Cass. 4 marzo 2013, n.
5280; Cass. 13 febbraio 2012, n. 2013).
Ebbene, nella valutazione che le pertiene, in ordine alla verifica della concretizzazione
operata dall'interprete della giusta causa di licenziamento quale clausola generale,
tramite valorizzazione dei fattori esterni relativi alla coscienza generale e dei principi
tacitamente richiamati dalla norma, quindi mediante specificazioni che hanno natura
giuridica e la cui disapplicazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di
legge (Cass. 26 aprile 2012, n. 6498; Cass. 2 marzo 2011, n. 5095; Cass. 13 dicembre
2010, n. 25144), reputa questa Corte che la Corte d'appello sarda abbia fatto corretta
applicazione dei suenunciati principi di diritto. E che essa abbia pure accertato la
ricorrenza concreta degli elementi del parametro normativo, sotto il profilo del giudizio di
fatto demandatole, incensurabile in cassazione se, come nel caso in esame, privo di errori
logici e giuridici (Cass. 26 aprile 2012, n. 6498; Cass. 2 marzo 2011, n. 5095; Cass. 13
dicembre 2010, n. 25144): e ciò anche in specifico riferimento al requisito di
proporzionalità, che esige valutazione non astratta dell'addebito, ma attenta ad ogni
aspetto concreto del fatto, alla luce di un apprezzamento unitario e sistematico della sua

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, per stabilire se la lesione dell'elemento

RG 1321/2015
gravità, rispetto ad un'utile prosecuzione del rapporto di lavoro, assegnandosi rilievo alla
configurazione delle mancanze operata dalla contrattazione collettiva, all'intensità
dell'elemento intenzionale, al grado di affidamento richiesto dalle mansioni, alle
precedenti modalità di attuazione del rapporto, alla durata dello stesso, all'assenza di
pregresse sanzioni, alla natura e alla tipologia del rapporto medesimo (Cass. 13 febbraio

A ciò la Corte territoriale ha correttamente ed esaurientemente provveduto, accertando,
in esito ad un argomentato e coerente percorso motivo esente da vizi logici né giuridici
(per le ragioni esposte a pgg. da 7 a 9 della sentenza), come il comportamento del
lavoratore non abbia integrato una violazione del dovere di fedeltà, né sia riconducibile ad
alcuna delle ipotesi elencate nell'art. 51 CCNL industria chimica sanzionate con la
sospensione, dovendo piuttosto essere ascritto, tenuto conto del ricostruito contesto del
rapporto lavorativo in un clima da anni conflittuale, ad un quadro di "slealtà, che induce a
dubitare seriamente della correttezza dei suoi rapporti futuri con l'azienda, e che giustifica
pertanto il recesso della Liquigas s.p.a." (così al primo capoverso di pg. 9 della
sentenza). Dove il lessico dubitativo ha un chiaro tenore retorico, non nutrendo la Corte
territoriale incertezza alcuna, sulla base della ricostruzione della vicenda operata (e, per
le ragioni dette, insindacabile nell'odierna sede di legittimità), in ordine alla rottura
definitiva del rapporto fiduciario tra le parti, tale da non consentire la prosecuzione del
rapporto lavorativo.
Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso, con la regolazione
delle spese del giudizio, secondo il regime di soccombenza.

P.Q.M.
La Corte
rigetta il ricorso e condanna Marco Massa alla rifusione, in favore della controricorrente,
delle spese del giudizio, che liquida in C 100,00 per esborsi e C 4.500,00 per compensi
professionali, oltre rimborso per spese generali in misura del 15 % e accessori di legge.
Ai sensi dell'art. 13, comma

lquater d.p.r. 115/2002, dà atto della sussistenza dei

presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di
contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma lbis dello
stesso articolo 13.
Così deciso in Roma il 13 aprile 2016
Il consigl .

st.

CORM SUPREMA DI CASSALIONE

Il Presidente

'

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

2012, n. 2013).


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