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13876 16 .pdf



Nome del file originale: 13876 16.pdf
Titolo: 13876/2016
Autore: iweb

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Civile Sent. Sez. L Num. 13876 Anno 2016
Presidente: DI CERBO VINCENZO
Relatore: AMENDOLA FABRIZIO

SENTENZA
sul ricorso 1482-2015 proposto da:
ALL SERVICE AND OTHER S.R.L. P.I. 02596080735, in
persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE
1, presso lo studio dell'avvocato FRANCESCO GHERA,
rappresentata e difesa dall'avvocato DOMENICO
2016

GAROFALO, giusta delega in atti;
- ricorrente -

1501
contro

COCCICLI ENDRIA C.E. CCCNDR80S62E882X, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA SAN TOMMASO D'AQUINO 90,

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

Data pubblicazione: 07/07/2016

presso lo studio dell'avvocato ANDREA QUATTROCCHI,
rappresentata e difesa dall'avvocato SALVATORE SPANO,
giusta delega in atti;
- controricorrente

avverso la sentenza n. 269/2014 della

CORTE

-

D'APPELLO

SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO, depositata il

DI LECCE

16/06/2014 r.q.n. 464/2013;

udita la relazione della causa svolta

nella pubblica

dé21 1/U/2S16 d,:r1 Consigliere Dott. EAB1lIO
AMENDOLA;
udito l'Avvocato SCAPPATURA PATRIZIA per delega
Avvocato CAROFALO DOMENICO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA, che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

o

R.G. n. 1482/2015

Svolgimento del processo

1.— Con sentenza del 3 luglio 2014, la Corte di Appello di Lecce - sezione
distaccata di Taranto ha integralmente confermato la pronuncia di primo grado
emessa su ricorso di Endria Coccioli nei confronti di All Service and Other Service
Srl nella parte in cui aveva così disposto: "dichiara inefficace il licenziamento
intimato alla ricorrente e condanna la società a pagare le retribuzioni omesse a
decorrere dal 20.8.2007 fino alla effettiva reintegrazione, nonché al versamento
dei relativi contributi".
La Corte territoriale - per quanto qui interessa - ha esaminato il motivo di
gravame della società con cui si eccepiva la violazione "del principio della
corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato" perché, al cospetto di un ricorso
della Coccioli in cui veniva chiesto, quale conseguenza dell'illegittimità del
licenziamento, la condanna della datrice di lavoro al pagamento di 6 mensilità
dell'ultima retribuzione globale di fatto e, comunque, di una somma non inferiore
a 2,5 mensilità, il primo giudice aveva ordinato la reintegrazione della lavoratrice,
ponendo a carico dell'azienda tutte le retribuzioni non versate dal recesso sino
all'effettivo ripristino del rapporto.
La Corte ha ritenuto infondata la censura in quanto, una volta accertato che il
licenziamento era privo della forma scritta, "l'unica sanzione che consegue è
l'inefficacia ad estinguere il rapporto di lavoro, che permane integro", per cui
"alcun limite poteva e può ravvisarsi nella domanda di condanna proposta dalla
lavoratrice e contenuta nel numero delle mensilità previste dalla legge n.
604/66".
2.— Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso affidato
a tre motivi, illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c.. La Coccioli ha resistito con
controricorso.

Motivi della decisione

3.— Con il primo motivo si denuncia nullità della sentenza per violazione
dell'art. 112 c.p.c., nella forma del vizio di ultrapetizione.
Si deduce che la lavoratrice nell'atto introduttivo del giudizio non aveva mai
chiesto, "con riferimento al capo condannatorio della domanda, né la
reintegrazione nel posto di lavoro ex art. 18 Statuto dei Lavoratori, né la

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

'

R.G. n. 1482/2015

corresponsione degli emolumenti non percetti né, tantomeno, la regolarizzazione
della posizione contributiva". In particolare si eccepisce che, a fronte di una
domanda attorea con cui veniva chiesto, quale conseguenza dell'illegittimità del
licenziamento, la condanna della datrice di lavoro al pagamento di 6 mensilità
dell'ultima retribuzione globale di fatto e, comunque, di una somma non inferiore

lavoratrice, ponendo a carico dell'azienda tutte le retribuzioni non versate dal
recesso sino all'effettivo ripristino del rapporto.
Con il secondo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione dell'art. 18
della Statuto dei Lavoratori, dell'art. 2, co. 3, della l. n. 604 del 1966, degli artt.
1217, 1218, 1223, 1453 c.c..
Si lamenta che la Corte di Appello erroneamente avrebbe ritenuto che, dalla
declaratoria di inefficacia del licenziamento per vizi di forma di un dipendente di
una impresa nell'area della tutela obbligatoria, discendesse per un verso il
ripristino del rapporto di lavoro e, per altro verso, l'applicazione delle tutele di cui
all'art. 18 della I. n. 300 del 1970. Si sostiene altresì che, in ogni caso, la società
non avrebbe potuto essere condannata al pagamento di tutte le retribuzioni
medio tempore maturate a far data dal licenziamento ma solo a partire dalla
messa in mora, nella specie non ravvisabile neanche nel ricorso introduttivo del
giudizio. In ulteriore subordine si eccepisce che comunque il risarcimento avrebbe
dovuto arrestarsi alla sentenza dichiarativa dell'illegittimità del licenziamento,
non potendosi dare per scontata la sinallagmaticità del rapporto anche per il
periodo successivo all'emissione della sentenza.
Con il terzo motivo si denuncia, d'un canto, violazione e falsa applicazione
degli artt. 1227, co. 2, c.c., 2697 c.c. e 115 c.p.c., sull'assunto che la Corte
territoriale avrebbe dovuto verificare se la condotta colposa o dolosa del
lavoratore, posta in essere successivamente al licenziamento, era idonea a
determinare una riduzione del risarcimento del danno, attraverso raccoglimento

della sollevata eccezione di aliunde perceptum; d'altro canto si lamenta violazione
dell'art. 1.12 c.p.c. tenuto conto che a fronte della eccezione di

aliunde

perceptum, "già spiegata nel giudizio di gravame, oltre che in quello di primo
grado", la Corte avrebbe omesso di pronunciarsi sulla relativa eccezione, ovvero,
violazione dell'art. 132 n. 4 e 156, co. 2, c.p.c., per essere "apparente" una
motivazione che fosse ritenuta argomentata sull'inciso "tutto quanto osservato
consente di ritenere infondati i motivi dell'appello principale".

2

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

a 2,5 mensilità, il primo giudice non poteva ordinare la reintegrazione della

R.G. n. 1482/2015

4.— La Corte giudica il primo motivo di ricorso fondato.
Con esso si denuncia, ai sensi dell'art. 360, co. 1, n. 4, c.p.c., la nullità della
sentenza impugnata nella parte in cui ha respinto il motivo di appello della
società con il quale si eccepiva la violazione dell'art. 112 c.p.c. da parte del primo
giudice che, al cospetto di un ricorso introduttivo con cui veniva richiesta, quale

al pagamento di 6 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto e, comunque,
di una somma non inferiore a 2,5 mensilità, aveva invece posto a carico
dell'azienda tutte le retribuzioni non versate dai recesso del 20 agosto 2007 sino
all'effettivo ripristino del rapporto, oltre al versamento dei contributi.
L'art. 112 c.p.c., rubricato "corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato",
governa il rapporto tra le istanze delle parti e la pronuncia del giudice che non
può andare "oltre i limiti" della domanda e non può decidere "d'ufficio su
eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti".
L'affermazione della violazione di tale disposizione processuale per omesso
esame di una domanda o per la pronuncia su di una domanda non proposta
denuncia un error in procedendo del giudice di merito.
Le Sezioni unite di questa Corte (sent. n. 8077 del 2012) in proposito hanno
affermato: "Quando col ricorso per cassazione venga denunciato un vizio che
comporti la nullità del procedimento o della sentenza impugnata, ed in particolare
un vizio afferente alla nullità dell'atto introduttivo del giudizio per
indeterminatezza dell'oggetto della domanda o delle ragioni poste a suo
fondamento, il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione
all'esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito
ha vagliato la questione, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli
atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda, purché la censura sia stata
proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di
rito (ed oggi quindi, in particolare, in conformità alle prescrizioni dettate dall'art.

366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4)".
Tale principio di diritto, sebbene testualmente affermato con specifico
riguardo ai vizi afferenti alla nullità dell'atto introduttivo del giudizio, è stato in
seguito considerato applicabile da questa Corte anche all'ipotesi - quale quella
all'attenzione del Collegio - in cui si lamenta la violazione dell'art. 112 c.p.c.
perché il giudice avrebbe pronunciato su di una domanda non proposta, ovvero

3

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

conseguenza dell'invalidità del licenziamento, la condanna della datrice di lavoro

R.G. n. 1482/2015

oltre i limiti dell'originaria domanda (cfr. Cass. n. 8008 del 2014; conf. Cass. n.
21397 del 2014).
Invero l'inosservanza del precetto processuale contenuto nella norma che
regola il rapporto di interdipendenza tra istanze delle parti e decisione del giudice
configura un vizio riconducibile alla previsione dell'art. 360, co. 1, n. 4, c.p.c. ed

Suprema Corte: e la nullità dipende da un difetto di attività dei giudice o delle
parti, cioè proprio da un fatto processuale, sul quale dunque il giudizio verte e del
quale la Corte di cassazione deve necessariamente poter prendere cognizione.
La "rottura della corretta sequenza procedinnentale" - per usare le parole delle
Sezioni unite - "investe in ultima analisi anche il medesimo giudizio di cassazione
e dunque colui che vi è preposto deve direttamente accertarsene", per cui tanto
"giustifica - ed al tempo stesso impone - anche al giudice di legittimità di
conoscere dell'error in procedendo in ogni suo aspetto", non risultando coerente
postulare che il suo esame "debba ridursi alla valutazione di sufficienza e logicità
della motivazione del provvedimento impugnato, sol perché la cognizione del
fatto processuale in ordine al quale il vizio è stato dedotto implichi un'attività
connotata anche da profili valutativi o interpretativi".
Anche laddove si denunci la discrasia tra chiesto e pronunciato, il vulnus al
principio della domanda e del contraddittorio, a prescindere dalla motivazione
dell'interpretazione offerta dal giudice di merito al contenuto o all'ampiezza della
domanda stessa, realizza un vizio che, prodottosi nel corso del processo, non può
poi non contagiarne l'intero sviluppo successivo.
Pertanto, in coerenza con la

ratio decidendi espressa nella richiamata

pronuncia delle Sezioni unite e con le pronunce che hanno dato ad essa seguito,
una volta che la parte interessata abbia fatto oggetto di specifico motivo di
ricorso ai sensi dell'art. 360, co. 1, n. 4, c.p.c., il vizio di pretesa violazione
dell'art. 112 c.p.c. da parte del giudice di merito, sempre che esso abbia
costituito oggetto di motivo di appello (cfr. Cass. SS.UU. n. 15277 del 2001),
indipendentemente dalle motivazioni offerte nei precedenti gradi, consente a
questa Corte, rispettate le condizioni di arnmissibilità e procedibilità, di esaminare
il ricorso introduttivo del giudizio, al fine di verificare contenuto e limiti della
domanda azionata.
Premesso che non possono essere più poste in discussione, in ragione
dell'intervenuto giudicato interno, tutte le altre statuizioni non oggetto di

4

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

è la nullità della sentenza o del procedimento a dover essere sindacata dalla

R.G. n. 1482/2015

ecifica impugnazione, viene in rilievo il capo di domanda contenuto nelle
onclusioni del ricorso introduttivo con cui si chiede, sul presupposto
dell'accertata invalidità del recesso impugnato, "conseguentemente condannare
la società, ... a titolo di risarcimento del danno a causa dell'illegittimo
licenziamento, al pagamento, in favore della ricorrente, di una somma pari a 6

non inferiore a 2,5 mensilità, o comunque a quella somma che il giudice stabilirà,
oltre svalutazione monetaria ed interessi legali come per legge, dal sorgere del
debito all'effettivo pagamento".
La Corte territoriale ha ritenuto che, una volta accertato che il licenziamento
era privo della forma scritta, "l'unica sanzione che consegue ... l'inefficacia ad
estinguere il rapporto di lavoro, che permane integro", per cui "se esso va
esattamente considerato tamquam non esset, la relativa declaratoria da parte del
giudice non può avere altro contenuto né incontrare il limite di conclusioni
eventualmente diverse formulate al riguardo dalla parte"; in particolare secondo la sentenza impugnata - "alcun limite poteva e può ravvisarsi nella
domanda di condanna proposta dalla lavoratrice e contenuta nel numero delle
mensilità previste dalla legge n. 604/66".
L'assunto non può essere condiviso, perché il limite espresso nel numero delle
mensilità previste dalla I. n. 604 del 1966 doveva essere riconosciuto come tale
al fine di non vulnerare il principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato
e, quindi, i principi della domanda e del rispetto del contraddittorio.
Invero, acclarata l'inefficacia del licenziamento per vizio di forma in impresa
non assistita dal regime di stabilità reale - non risultando in alcun modo che la
lavoratrice avesse richiesto e che il giudice adito avesse inteso riconoscere la
tutela di cui all'art. 18 della I. n. 300 del 1970 nella versione di testo all'epoca
vigente - le conseguenze di tale inefficacia sono, per le Sezioni unite di questa
Corte (sent. n. 508 del 1999) che "il recesso non produce effetti sulla continuità
del rapporto ed il lavoratore ha diritto non già alle retribuzioni, ma al risarcimento
del danno, da determinarsi secondo le regole generali dell'inadempimento delle
obbligazioni".
Trattandosi di risarcimento del danno, eventualmente commisurato alle
mancate retribuzioni, pur non avendo rilievo l'imprecisione nella qualificazione
formale dell'attribuzione (cfr. Cass. n. 11946 del 2005), comunque per il capo di
condanna che ne richiede la liquidazione opera il principio per il quale, ove

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto percepita, comunque in misura

.G. n. 1482/2015

o

ttore abbia quantificato la pretesa risarcitoria in un importo determinato, così

ponendo un preciso limite all'ammontare del

quantum richiesto, incorre in

ultrapetizione il giudice che condanni il convenuto al pagamento di una somma
maggiore di quella risultante dalla quantificazione operata dall'istante (Cass, n.
6096 del 2006; Cass. n. 1752 del 2005; Cass. n. 5363 del 2001).

introduttivo innanzi riportate, parte ricorrente ha espressamente contenuto la
richiesta di risarcimento del danno quale conseguenza dell'impugnato
licenziamento in una misura compresa tra 2,5 e 6 mensilità dell'ultima
retribuzione globale di fatto percepita, per cui è incorso nel vizio di ultrapetizione
il giudice che ha condannato la società al pagamento di una somma eccedente il
limite del quantum richiesto.
Né tale limite poteva dirsi superabile con il riferimento "a quella somma che il

giudice stabilirà", pure presente nelle conclusioni del ricorso, non solo per il
contenuto meramente formale dell'inciso, che non manifesta una ragionevole
incertezza sull'ammontare del danno effettivamente da liquidarsi (v. Cass. n.
7272 del 2012 e Cass. n. 6350 del 2010), ma soprattutto perché il rimettersi al
giudice nella specie assume il significato non certo di consentirgli di superare la
soglia legale delle 6 mensilità, quanto piuttosto di affidarsi alla sua discrezionalità
nello stabilire l'importo dovuto tra il minimo ed il massimo fissato dall'art. 8 della
I. n. 604 del 1966, sebbene erroneamente invocato.
Per completezza si osserva che il caso all'attenzione del Collegio è ben diverso
dalle ipotesi in cui questa Corte ha ritenuto non violato l'art. 112 c.p.c. per
l'accoglimento di una domanda che rientri in quella, di maggiore ampiezza,
ritualmente proposta dalla parte. Così il giudice, ritenendo carenti le condizioni
per l'operatività dell'invocata tutela reale, può condannare il datore di lavoro alla
riassunzione del lavoratore o, in alternativa, a corrispondergli l'indennità di cui al
citato art. 8, trattandosi di domande in rapporto di "continenza" (Cass. n. 9460
del 1991). In analogo senso si è affermato, in tema di inefficacia del
licenziamento, che, se il dipendente illegittimamente licenziato aveva chiesto
l'applicazione dell'art. 18 della legge n. 300 del 1970, e quindi anche il
risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni maturate dal giorno in cui il
licenziamento ha trovato attuazione, il giudice, accertato che non sussistono
requisiti dimensionali per l'applicazione dell'art. 18, deve accordare, sussistendo i
relativi presupposti, la tutela in tal caso applicabile (dichiarazione di inefficacia

6

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

Nella specie, come risulta chiaro dalla lettura delle conclusioni dell'atto

R.G. n. 1482/2015

e
del licenziamento e risarcimento dei danno), essendo tale tutela omogenea e di
ampiezza minore rispetto a quella prevista dall'art. 18 (Cass. n. 13375 del 2003).
Parimenti deve ritenersi ammissibile la domanda, proposta per la prima volta in
appello dal lavoratore illegittimamente licenziato, diretta ad ottenere la
riassunzione ex art. 8 della legge n. 604 del 1966, ove in primo grado il

lavoro ex art. 18, atteso che la prima deve ritenersi compresa, come minus, in
quest'ultima (Cass. n. 8906 del 1997). Il principio ricordato in base al quale una
pretesa più ampia contiene in sé una pretesa di minore portata ha trovato di
recente conferma e applicazione anche con riferimento al nuovo testo dell'art. 18
della I. n. 300 del 1970, come modificato dalla I. n. 92 del 2012 (Cass. n. 23073
del 2015).
Diversamente dalle ipotesi citate, però, nella presente controversia il giudice
ha invece riconosciuto una tutela più ampia di quella circoscritta con la domanda
introduttiva dalla parte, con inequivocabile violazione dell'art. 112 c.p.c..
5.— Conclusivamente, in accoglimento del primo motivo di ricorso la sentenza
impugnata deve essere cassata per il rilevato vizio processuale, onde consentire
al giudice del rinvio indicato in dispositivo di pronunciarsi nel merito (v. Cass. n.
13892 del 2005; Cass. n. 19274 del 2004) sulle conseguenze patrimoniali
derivanti dalla declaratoria di inefficacia del licenziamento nei limiti della
domanda come innanzi esposti, provvedendo altresì sulle spese del giudizio. In
considerazione della nuova pronuncia che si renderà necessaria sulle pretese
risarcitorie, restano assorbiti gli altri motivi del ricorso per cassazione in quanto
attinenti al

decisum

già cassato.

P.Q.M.
La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbiti gli altri motivi,
cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di
Appello di Bari, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 13 aprile 2016
Il co igliere est.

Il Presidente

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

lavoratore medesimo abbia proposto la domanda di reintegrazione nel posto di


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