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bello come il christallo lettera di un ragazzo gay .pdf



Nome del file originale: bello_come_il_christallo___lettera_di_un_ragazzo_gay.pdf
Titolo: BELLO COME IL ChRISTALLO - Lettera di un ragazzo gay
Autore: Chris Tamburini

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Cara mamma,
vedo che per te è difficile accettare un figlio omosessuale, ma
non ti capisco. Ho provato più volte a mettermi nei tuoi panni,
a immaginarmi come sei cresciuta, cosa ti hanno insegnato i
tuoi genitori da piccola, quali sono i tuoi valori, ma continuo a
non capire la tua reazione.
Quando un anno fa cominciai a mettermi in discussione, stavo
affrontando un periodo pesante della mia vita. Avevo bisogno
del sostegno della mia famiglia e ho scelto di aprirmi con te
per prima perché la donna che conosco ha sempre accettato
l’omosessualità. Guardavamo insieme Brokeback Mountain e
ti piaceva, quando in TV c’erano dei dibattiti sulle unioni civili,
li ascoltavi. Eri perfino favorevole alle adozioni gay. Perciò
credevo che saresti stata felice di sapere che affrontavo i
dubbi sul mio orientamento sessuale, credevo che saresti
stata orgogliosa di avere un figlio come me, che non si
nascondeva più e che ti rendeva partecipe delle sue difficoltà.
Mi sbagliavo. Pochi giorni dopo essermi confidato con te, mi
telefonasti dicendomi che non dormivi la notte, che non
potevo darti notizia peggiore, che provavi vergogna e che
stavo rovinando me stesso e la mia famiglia. Forse queste
parole resteranno dentro di me per sempre. Anche se le hai
dette pensando al mio bene, mi fanno male.
È passato un anno da quella telefonata ma ancora oggi
deglutisco quando mi chiedi con chi sono uscito, non ti guardo
in faccia quando ti rispondo che mi sono incontrato con un
ragazzo. Tutte le volte che mi fai questa domanda speri che ti
dica che mi sono visto con una ragazza. Lo so, leggo la
delusione nei tuoi occhi fermi in uno sguardo di rimprovero.
Ogni volta sento un macigno dentro di me perché mi sembra
di parlarne sempre da capo. Mi pare che tu cancelli dalla

mente le nostre discussioni sull'omosessualità ma soprattutto
mi sembra che tu abbia dimenticato quella conversazione
ormai lontana, in macchina, quando ti ho confidato di essermi
innamorato di un ragazzo e di poter essere gay.
Ci sono molte altre cose che vorrei aggiungere a quella nostra
conversazione, vorrei che tu riuscissi a vedere quanto sono
felice ora e vorrei anche averlo fatto un po’ di tempo fa, ma
continuo a sentirti chiusa e distante. Vivi facendo finta di
niente, ignori me e la mia situazione. Invece di aiutarmi mi hai
lasciato solo. Ci sei, ti vedo, so che mi vuoi bene e che
continuerai a volermene, ma qualcosa tra noi è cambiato. Non
c'è più la complicità di una volta e questo mi manca, tanto.
Vorrei che per una volta mettessi da parte i sogni che hai su di
me e provassi ad ascoltarmi, a capirmi, a conoscermi.

– MISSIONE IMPOSSIBILE –

Cara mamma,
quella mattina in macchina ti dissi che i primi dubbi sulla mia
sessualità risalgono alle elementari. In realtà avevo forse
cinque anni quando ho fatto questo pensiero. Ero in una
camera abbastanza buia, con una lampadina accesa sul
comodino, ed ero sotto le coperte insieme a un mio
compagno di classe nudo. Lui doveva andare in bagno ma io
non volevo che si alzasse, volevo restasse con me, così lo
trattenni, anche a costo di farla sul letto. E ancora non sapevo
cosa fosse il sesso.
Elementari
La prima volta che sentii la parola "omosessuale" ero a casa di
Rebecca, un’amica delle elementari. Suo fratello, di qualche
anno più grande, mi chiese di punto in bianco: "Sei
omosessuale?". Quel giorno scoprii l'esistenza di una parola di
cui non compresi esattamente il significato. Capii che non era
tanto normale per un maschietto passare l'intervallo insieme
alle femminucce e andare a casa loro dopo scuola. Certo,
durante giochi di gruppo interagivo anche con i maschi, ma
quello che loro preferivano era giocare a calcio o scambiarsi le
figurine dei Pokemon e a me sinceramente interessava una
cosa meno dell'altra. A volte però mi capitava di stringere
amicizie particolari con qualcuno di loro. Te lo ricordi Victor?
All'inizio non lo sopportavo. Oltre a copiarmi sempre durante
le verifiche, nonostante i dizionari messi apposta intorno al

banco, lui era stato scelto come protagonista maschile per il
ballo di fine anno. Io adoravo ballare ma la maestra preferì
uno cui ballare faceva schifo. Tentai invano di convincerlo a
darmi la sua parte: gli dissi che non doveva ballare per forza se
non se la sentiva e che mi sarei offerto come suo sostituto.
Alla fine la maestra ideò un ballo a coppie. L'unica coppia
formata da un maschio e una femmina fu la mia. Tu mamma
commentasti dicendo: "L'unica coppia normale". In realtà,
rispetto agli altri, Angelica e io eravamo l'unica coppia anormale. Comunque ti sto parlando di Victor per un altro
motivo. Ti ho detto che piano piano ci avvicinammo. Quando
per la prima volta m'invitò a casa sua, nella mia testa eravamo
diventati migliori amici. Un pomeriggio stavo scrivendo una
pagina di diario, era il nostro compito per casa, e tu e papà vi
siete messi a leggere. Scrissi di voler bene a Victor, voi però mi
diceste che non potevo volergli bene perché lui non faceva
parte della famiglia. E quella frase sparì dal testo.
26 marzo 2006
Caro Diario,
oggi ti scrivo per parlarti del mio nuovo migliore amico.
Si chiama Victor e siamo amici da molto tempo. In passato non
andavamo sempre d'accordo, spesso quando eravamo
compagni di banco: lui di solito guardava il mio quaderno di
nascosto e a me dava molto fastidio, così per dispetto glielo
guardavo anch'io e lui si arrabbiava. Questo succedeva sempre
e alla fine litigavamo.
Adesso però le cose sono cambiate: non litighiamo più e
andiamo d'accordo.
Chris

La seconda e ultima persona che alle elementari mi chiese “sei
gay?” fu una bambina di quinta. Io ero in quarta. Me lo ricordo
perché cominciavo ad avvertire disagio quando mi veniva
posta quella domanda. Mi faceva sentire strano, diverso in
senso negativo. Cominciavo a capire che "gay" era qualcosa di
sbagliato. E la mia risposta immediata fu: "No”.
Medie
Volevo che le medie segnassero un nuovo inizio. Scuola nuova,
ambiente nuovo, città nuova, molti amici nuovi che non mi
avevano mai visto. Ero pronto e determinato a cambiare la
mia vita, a ricominciare tutto da zero, a dare una nuova
immagine di me, un'immagine perfetta che non mi facesse
sentire a disagio e disprezzato. Nessuno avrebbe più pensato
male di me e non avrei mai più udito la parola "gay" in vita
mia. Ma l'inizio non fu molto promettente. Uno dei primi
giorni, mentre aspettavamo di entrare, un ragazzino si
avvicinò a me che parlavo sotto l'ombrello con un’amica e mi
fece questa domanda: "Ma tu sei un uomo o una donna?".
Forse era venuto misteriosamente a conoscenza del mio
nuovo diario. Ti ricordi quel diario che mi comprasti in prima
media? Quello che mi piaceva tanto? Ebbene, era un diario da
donna. Me lo fece notare il mio vicino di banco. Quando me lo
disse, sbiancai senza emettere parola. All'improvviso mi
trovavo in possesso di un oggetto pericoloso per la mia
reputazione di persona normale. Ma il vero problema era: “E
ora come faccio?”. Non potevo buttare via un diario da sedici
euro ma non potevo neppure permettere che altri miei
compagni se ne accorgessero. Così escogitai questa soluzione.
Il giorno seguente ero in classe con due diari. Quello della

banca sotto il banco, e quello color cipria nello zaino sotto i
libri. A casa trascrivevo di nascosto i compiti da un diario
all'altro in modo che nessuno sospettasse che non stessi
utilizzando quello da donna e che i miei compagni non
sapessero che ce l’avessi. Questa pazzia durò per tutto il primo
anno. Le medie non potevano cominciare peggio.
All'inizio delle medie ero felice che molti miei amici non
sapessero nulla di me, questo mi avrebbe facilitato parecchio
nel costruirmi una nuova identità. Il tentativo di nascondere il
mio passato ai nuovi compagni fu però sabotato da un vecchio
compagno delle elementari, lo stesso del diario. All'età di circa
undici anni per i maschi non è più così disgustoso parlare con
una ragazza o averla come vicina di banco e viceversa.
Nascono le prime coppiette, sbocciano i primi amori. Ce lo
stava spiegando la prof. di scienze durante una lezione in
laboratorio quando intervenne il mio carissimo vicino di
banco: "Chris sta sempre con le femmine". Avrei voluto
sotterrarmi. Perché l'hai detto? Ad alta voce poi, davanti a
tutta la classe! So che ero diverso da voi, ma non potevi stare
zitto? Forse la prof. fu così sensibile da notare il mio disagio
che rispose: “Chris è più maturo degli altri maschi”.
Anche le mie vecchie amiche non mancarono di rivangare il
passato che volevo a tutti i costi cancellare. Una volta
accompagnai a casa una di loro. Stavamo parlando della nuova
scuola, dei nuovi amici, dei professori in comune, quando a un
tratto mi ricordò che alle elementari stavo sempre con le
femmine. Venere – pensavo dentro di me – lo so che alle
elementari ero vostro amico, ma le cose stanno cambiando.
Sono in missione, devo diventare amico dei maschi, devo
sembrare normale, così nessuno potrà più dirmi niente. Le

risposi tutto contento: "Ora i maschi mi stanno più simpatici
delle femmine". Era una bugia. In poco tempo i maschi erano
già divisi nel gruppo del pullman e in quello del calcio e io non
riuscii a inserirmi.
Le prime lezioni di ginnastica furono un trauma. Il primo
giorno mi cambiai a casa per non denudarmi nello spogliatoio
e tutti lo notarono. In palestra correvamo uno dietro l'altro
lungo le linee di bordo campo. Il ragazzo che mi precedeva mi
disse in tono freddo di allontanarmi da lui perché non voleva
stare vicino a un effeminato.
L'impresa di diventare normale e essere accettato dagli altri
fallì velocemente, in più adesso ero odiato pure dalle ragazze.
Le nuove compagne, infatti, chiedevano in tono di sfida se ero
gay o etero. Io reagivo a quelle provocazioni ridendoci sopra,
fingendo che non m'infastidissero, mi sforzavo addirittura di
rispondere in modo simpatico, ma dentro soffrivo. La
situazione era inspiegabile. Più cercavo di nascondermi, più
commenti ricevevo. E non solo dai nuovi compagni di classe.
Una mattina salutai una ragazza dell'altra sezione e lei mi
rispose: "Gay". Così la salutai di nuovo per vedere se avessi
sentito male ma lei di nuovo: "Gay". Continuai a dire “ciao”
per vedere se la smetteva di pronunciare quella parola
maledetta. Avremmo durato un minuto a forza di "ciao"-"gay",
"ciao"-"gay". Alla fine mi arresi e lei ebbe l’ultima parola. Gay.
Con il passare del tempo e dei commenti, il significato che
attribuii alla parola "gay" peggiorò notevolmente. Da parola
sconosciuta divenne una vera e propria offesa personale. Un
giorno guardai una trasmissione su RealTime dove quattro
ragazze transessuali si raccontavano. Una di loro disse che da
piccola cercò la parola “transessuale” sul dizionario e

s'identificò nel suo significato. Per me era lo stesso con la
parola “gay”. Sapevo che mi rappresentava ma non volevo
accettarlo. I maschi se la dicevano tra loro declinata in
"frocio", "finocchio", "ricchione", ma il mio caso era diverso. Di
me lo pensavano davvero. E se non lo pensavano, gliene avrei
dato involontariamente conferma una mattina nello
spogliatoio. Vedevo che c’era un po’ di ressa attorno a uno dei
miei compagni. Stavano tutti guardando qualcosa. Poi uno di
loro corse da me con l’oggetto misterioso. Era un poster con
una ragazza in topless. Appena lo vidi, mi sfuggì una smorfia di
disgusto, e se ne accorsero tutti. Tutti mi guardavano e
bisbigliavano. "Hai visto che faccia che ha fatto?". Ribollivo da
quanto ero imbarazzato. Provai immediatamente a
giustificarmi dicendo che non mi piacciono le tette troppo
grosse, ma il danno ormai era fatto.
Non volendo essere amico delle femmine ma non riuscendo
neppure a essere amico dei maschi, mi ritrovai presto senza
amici. Ero passato da "più simpatico della classe", come mi
dicevano spesso le mie amiche, a essere solo. Trascorrevo
interi pomeriggi a studiare. Andavo a letto con i libri ancora in
mano. Ci mettevo ore e ore a fare esercizi relativamente
veloci. La mia vita sociale si limitava a qualche compleanno.
Uno o due l'anno, quelli dove invitano tutti insomma.
In realtà qualche amicizia riuscii a stringerla. Eravamo il
gruppo degli sfigati, ragazzi che per chissà quale motivo
faticavano a socializzare. Mi trovai molto bene con loro. Anche
perché la maggior parte erano femmine. Una in particolare mi
colpì. Emma era una ragazza piccolina in confronto a me che
superavo il metro e settanta in terza media. Capelli corti tinti
di biondo chiaro, occhi scuri, labbra carnose, viso
apparentemente dolce e innocuo che nascondeva in realtà

una certa predisposizione alla violenza. Non ricordo per quale
motivo un giorno mi diede scherzosamente un pugno nello
stomaco. Ebbi la possibilità di conoscerla più a fondo quando
ci assegnarono due banchi vicini. Lei era fidanzata con un
ragazzo di diciannove anni, viveva con la madre e il fidanzato
di lei, praticava kick boxing e frequentava gente più grande.
Forse era per questo che con i ragazzini della sua età non si
sentiva esattamente a suo agio. Con la maggior parte era
timida, parlava solo con pochi eletti. Io divenni uno di quelli.
Verso la fine della terza eravamo amici inseparabili.
Passavamo così tanto tempo abbracciati che un giorno lei volle
ricordarmi che era fidanzata e che non le piacevo. Con Emma
era come essere tornati indietro nel tempo. Mi sentivo a mio
agio e libero di fare lo scemo. Tutti i giorni ridevamo per le
cazzate che scrivevo sul suo diario e quando ci divisero
continuammo a divertirci durante le lezioni scambiandoci
stupidi bigliettini. Andai persino a casa sua un paio di volte e
non per studiare. Lei era diversa dagli altri. Le sue domande
non erano "ti piace il cazzo o la figa?". Lei mi chiedeva: "Hai
mai dato un bacio?".
Superiori
L'inizio delle superiori fu molto simile a quello delle medie.
Volevo ricominciare da capo un’altra volta. Perciò, anche se
avevo scelto il liceo di Bologna perché tutti quelli di San
Lazzaro andavano lì, quando ci fu la possibilità di specificare
nell'iscrizione se si voleva avere qualche amico in classe, io
non scrissi nulla, ricordi mamma?
Ahimè, mi ritrovai in classe tutti i maschi delle medie. Già dal
primo giorno si poteva vedere quanto fossimo uniti: loro sei

tutti insieme al centro dell'aula, io in disparte accanto a uno
sconosciuto. Non riuscii nemmeno a legare con lo sconosciuto,
che invece divenne loro amico.
Sono indeciso se assegnare il trofeo di “anno più traumatico”
alla prima media o alla prima superiore. Davvero non lo so.
Infatti, se all'inizio del liceo i commenti erano diminuiti, mi resi
subito conto di provare disagio a stare vicino alle persone con
cui avevo passato tre anni alle medie. Un semplice viaggio in
autobus divenne una sofferenza. Essere costretto a passare
venti minuti tra gente che mi conosceva era opprimente. Ma
anche in questo caso trovai una soluzione per stare meglio. La
soluzione era arrivare alla fermata un minuto prima
dell'autobus. Se potevo risparmiarmi mezz'ora di attesa
passata a parlare di cose senza senso come gli stipendi dei
calciatori o il modo in cui un mio amico scendeva le scale a
occhi chiusi, lo avrei fatto molto volentieri. Fu così che ogni
giorno dopo scuola prendevo una strada diversa dai miei
compagni. Camminavo lentamente o allungavo il tragitto pur
di passare meno tempo con loro.
Per quanto riguarda lo studio, in prima campai di rendita. Alle
medie avevo studiato anche troppo e ora il carico era
notevolmente più leggero. Avevo voti alti con poco sforzo.
Strinsi amicizia con un ragazzo moldavo che aveva difficoltà
con lo studio. Un giorno te lo feci anche conoscere. M'invitava
spesso a casa sua per studiare insieme. Avevamo in comune la
profonda simpatia per la gente di San Lazzaro. Che c'entra lui
con la nostra conversazione? Ti chiederai. Beh, mi è venuto in
mente perché un giorno, mentre passeggiavamo in città, mi
disse una frase che mi spiazzò: "Sai i nostri compagni ti
considerano uno sfigato ma ora che ti conosco meglio io ho
cambiato idea". Se da una parte apprezzai moltissimo la sua

sincerità, dall'altra fui basito, non sapevo più cosa pensare. Io
facevo di tutto perché la gente non mi notasse, per essere
invisibile: all'intervallo stavo sempre zitto, nello spogliatoio il
mio posto era nell'angolino sopra al termosifone, alla fermata
dell’autobus non c’ero ma, nonostante gli sforzi, i miei
compagni continuavano a giudicarmi e disprezzarmi.
Il primo anno non finì meglio di come cominciò. Accadde,
infatti, che mi affezionai a una mia compagna di classe. Un
giorno venne da me chiamandomi "Cri". Non l'aveva mai fatto
nessuno. Per me quel soprannome significava un sacco di
cose. Significava confidenza, significava "mi stai simpatico" e,
perché no, "ti considero un amico". Da quel momento guardai
Flavia con occhi diversi, ero interessato a conoscerla, mi
sembrava una buona persona, vedevo tanta gentilezza in lei.
Per i miei compagni invece questo mio interesse verso una
femmina poteva significare sola una cosa: mi piaceva. Me ne
stavano parlando una mattina. Prima che potessi replicare che
per me lei era solo un'amica, mi zittii appena in tempo. Quella
poteva essere una grande occasione per far capire a tutti che
non ero gay. Sì, Flavia mi piace! E cominciai ad andare dietro
una ragazza per la quale non provavo alcun interesse che
andasse oltre l'amicizia. L'apice dei miei tentativi di
corteggiamento si ebbe la mattina in cui scrissi il suo nome
alla lavagna a caratteri cubitali riempiendo le lettere di "ti
amo". Questo portò a un duplice risultato. Flavia mi bloccò su
Facebook e smise di parlarmi, agli occhi di tutti ero ancora più
sfigato di prima.
Il secondo anno cominciò bene, sul serio mamma. Ti convinsi a
farmi l'abbonamento del treno con la scusa che il pullman era
sovraffollato e non c'era mai posto per sedersi. Ora sai il vero

motivo della mia insistenza. Tu non immagini che regalo mi
facesti. Il mio viaggio per andare a scuola si trasformò in
un'esperienza meravigliosa. Interi vagoni vuoti, solo qualche
adulto qua e là diretto al lavoro. Nessuno mi conosceva,
nessuno mi guardava, nessuno mi giudicava. Potevo respirare.
Un mese dopo l'inizio del nuovo anno ci fu un'altra importante
novità: cominciai a fare sport. Il che non accadeva da quando
smisi nuoto in prima elementare. Sarei andato a kick boxing
con Emma. Ora ti racconto la breve storia che si nasconde
dietro la mia decisione. Riferii a qualche compagno del suo
invito a partecipare a un allentamento ma il giorno successivo
si sparse l'erronea notizia che avrei cominciato a fare kick
boxing con lei. "Niente di più falso! Vi ho solo detto che Emma
me l'ha proposto ma non ho alcuna intenzione di
cominciare!". Questo è ciò che avrei dovuto dire ai miei
compagni male informati. Sennonché sentii uno di loro
bisbigliare: "Non può fare kick boxing, è finocchio!". In quelle
parole trovai tutta la motivazione necessaria per iniziare uno
sport che mi affascinava quanto le conversazioni dei miei
compagni
alla
fermata
dell'autobus.
Mi
allenai
ininterrottamente per un anno e mezzo, nemmeno praticare
kick boxing mise a tacere i miei compagni. Continuavo a
sentirmi chiamare "frocio", "finocchio", "gay"...
Ragazze
Quando oggi mi dici che per te non sono gay perché in passato
mi sono piaciute delle ragazze, non so mai cosa risponderti. Mi
sembra di dover giustificarmi con te, mamma. Sì, mi sono
piaciute delle ragazze, lo ammetto, e tanto. Ho avuto quattro
o cinque cotte per ragazze nella mia vita. La prima è stata alle

elementari, due alle medie e credo una alle superiori (che non
è Flavia). Pensavo di essere innamorato di queste ragazze, solo
da poco ho capito che non lo sono mai stato. Non
completamente almeno. È stato alla fine della quinta
elementare che ho scoperto cosa volesse dire fare sesso.
Eppure io non ho mai pensato di farlo con le ragazze di cui
credevo di essere innamorato. Non ho mai provavo alcun tipo
di attrazione sessuale per nessuna di loro. Mi piacevano molto
come persone perché erano mie amiche e le conoscevo da
molto tempo, ma niente di più.
Quando vidi per la prima volta che Vladimir (il mio cugino
maggiore) aveva due tette come sfondo nel telefono, sapevo
perfettamente che non avrei mai avuto uno sfondo del genere
sul mio cellulare. Riconoscevo di non essere come lui o come
tutti i miei compagni che avevano foto di donne nude nel
telefono. Non mi eccitavano affatto. Io però volevo dimostrare
anche a me stesso di essere normale. E quando mi chiudevo in
bagno per masturbarmi, guardavo del porno etero, e mi
eccitava. Se guardo gli stessi video dei miei compagni etero,
devo essere come loro! Ma c’era un dettaglio che non volevo
accettare: tra i due pornoattori, quello a eccitarmi era l'uomo.
A volte mi veniva la tentazione di sbirciare qualche sito gay
ma, dopo averlo fatto, cancellavo la cronologia
immediatamente e mi ripetevo "questa è l'ultima volta, questa
è l'ultima volta..." e quand’anche solo pensavo alla parola
"gay", mi dicevo: "Io non lo sono. Io non lo sono!". Ma
periodicamente cedevo alla tentazione e le voci dentro la mia
testa ripetevano lo stesso ritornello. Non sono gay... Non sono
gay...

Un amico
In terza la solitudine che mi accompagnava ogni giorno nel
tragitto casa-scuola fu sostituita dall'arrivo di una persona
speciale. Un anno dopo di me, altri ragazzi di San Lazzaro
presero il treno e ora i vagoni viaggiavano un po' più pieni.
Quando vidi Dagoberto una mattina salire in treno, il suo volto
non mi era nuovo. Avevamo frequentato le medie insieme, in
due sezioni diverse. Sapevo come si chiamasse, ma non avevo
mai avuto occasione di parlarci. Così a occhio mi sembrava
antipatico. Ora che mi è venuto in mente, posso raccontarti di
come ci siamo conosciuti. È stato durante un viaggio di
ritorno. Il pullman, sostitutivo del treno soppresso, era pieno
con la sola eccezione del posto accanto al mio. L'autobus non
era ancora partito e avevo già in mano il libro di storia
dell'arte. "Posso sedermi?". Alzai lo sguardo e Dagoberto era
in piedi accanto al sedile vuoto, si sedette. "Tu sei Chris,
giusto?". Parlammo per tutto il viaggio, non ricordo di che
cosa esattamente, so solo che a metà strada riposi il libro nello
zaino. Da quel giorno ci salutammo ma non ci furono altre
occasioni di dialogo fino a quando, una mattina di pioggia, io
dovetti tornare indietro perché avevo dimenticato l'ombrello
sul treno. Dagoberto mi vide e mi salutò. Quando tornai in
stazione con l'ombrello, lui mi stava aspettando. Andammo a
scuola insieme, e così sarebbe stato ogni mattina.
Dagoberto aveva il dono di capire le persone senza fare troppe
domande. Aveva capito che ero un tipo strano e non si faceva
problemi a dirmelo, specie quando percorrevamo il tragitto
per andare a scuola e io avevo un libro tra le mani. In quelle
camminate l'unico rumore che si sentiva era quello dei nostri
passi.

In quarta il ripasso mattutino era ormai una vecchia abitudine.
Per Halloween Dagoberto m’invitò in discoteca. Mi aveva
chiesto altre volte di andarci ma questa volta l'invito era serio.
Non ero mai stato in una discoteca e non morivo dalla voglia
di iniziare. Non sapevo ballare, mi vergognavo. Eppure accettai
l'invito e alla fine mi divertii. Dopo un anno, solo una cosa non
ero ancora riuscito a fare: limonare. Una sera il mio amico
moldavo mi diede una pratica dimostrazione di come
bisognasse agire per conquistare una ragazza, ma quando lo
vidi all'opera, capii subito che non sarei mai stato in grado di
affrontare una simile impresa. Solo ballare vicino a una
ragazza per farle intuire le mie intenzioni era una cosa che non
sarebbe mai potuta accadere. Una notte d'estate, tuttavia, ero
nuovamente in discoteca insieme a Dagoberto e altri amici.
Stavamo - mi correggo - loro stavano parlando con una
ragazza conosciuta qualche sera prima, quando Dagoberto si
avvicinò a me e sussurrò: "Vuole andare con te". Io credevo
fosse uno scherzo ma lui mi rassicurò. Quell'esemplare di
femmina mi stava effettivamente guardando in un certo qual
modo. Non mi piaceva un gran che, anzi, però una cosa del
genere non mi era mai capitata e quindi mi son detto "perché
no?". Ero abbastanza teso. Non avevo mai baciato una
ragazza, non sapevo fare. Stavamo ancora parlando tutti
assieme e io già pensavo a quanto sarei stato imbranato di lì a
poco. A un certo punto andammo in pista e io e lei avremmo
ballato sì e no sessanta secondi. Baciarla fu l'esperienza più
disgustosa che abbia mai fatto in discoteca. L’unica cosa che
pensavo mentre la sua lingua mi leccava e i suoi denti mi
mordevano era: “Non voglio vederti mai più”.
A fine giugno, durante una serata sulla riviera Romagnola,
conobbi una ragazza sicuramente più carina. Fu lei a

presentarsi. Il giorno dopo la aggiunsi su Facebook e
continuammo a scriverci su Whatsapp. Ci sentivamo tutti i
giorni. Restavo spesso alzato fino alle tre di notte a
messaggiare con lei.
Dagoberto sapeva tutto e un giorno, a mia insaputa, organizzò
un incontro a Lido di Dante nel bagno dove lei lavorava come
barista. Fu lei a dirmi che Dagoberto le aveva scritto. Lui si
offrì persino di accompagnarmi visto che io non avevo ancora
la patente. Apprezzai molto il suo aiuto. Quella sera mi divertii
molto. Ogni tanto io e quella ragazza ci tenevamo per mano e
la cosa mi piaceva. Verso la fine, prima che andassi via, mi
disse di essere fidanzata ma di non amare più il suo ragazzo,
che le sarebbe piaciuto mettersi con me ma che non aveva
intenzione di tradire.
Una settimana dopo andai in autobus fino al mare a portarle
una rosa bianca. Lei lavorava e non ebbe tempo da dedicarmi.
Ma qualche giorno dopo m'invitò a casa sua. Mi aprì la porta
in felpa e mutandine. Era estate ma quel giorno pioveva e non
era così caldo. Le chiesi come andasse col fidanzato. Lei mi
rispose di averlo lasciato da una settimana. Guardammo il film
che avevo portato, Midnight in Paris, seduti sul divano, mano
nella mano, senza mai andare oltre. Qualche minuto prima
della fine, lei si alzò, andò in cucina, e tornò con una tazza di
cereali. “Bello” commentò. Poi disse di avere un altro impegno
e ci salutammo. Dopo quel giorno non si fece più sentire.
"Forse voleva solo un po' di cazzo". Ho sempre apprezzato la
finezza di Emma.

– LA SVOLTA –

Cara mamma,
ero indeciso sul titolo di questo capitolo. Potevo chiamarlo
YourTrainers Group o Salvador perché entrambi hanno
contribuito a dare una svolta alla mia vita.
Probabilmente un brivido ti sarà corso lungo la schiena
leggendo YourTrainers Group. Per te quest’azienda mi ha
insegnato a essere gay. Tutte le volte che discutiamo tiri fuori
quel corso di tecniche di memoria che feci a Bologna un anno
fa, il Magister. Mi ripeti continuamente che da quando ho
frequentato quel corso sono peggiorato, non sono più io. E
ogni volta io difendevo quest’azienda, le persone che ne fanno
parte, gli amici che ho e che anche tu hai conosciuto. Ma non
sta volta. Sta volta ti dico: hai ragione. Lo confesso, hai
perfettamente ragione. È esattamente così come dici tu. Se
oggi sono gay è colpa loro, se oggi sono come mi vedi è tutta
colpa loro. Perché mi hanno insegnato a essere me stesso.
Era una giornata nuvolosa, aveva appena smesso di piovere.
Aspettavo davanti al portone di un antico palazzo di quattro
piani insieme ai ragazzi che avrebbero fatto il corso con me.
Era il primo giorno e avevo intenzione di stare sulle mie.
Sennonché due ragazze mi vennero in contro. Erano gentili e
avevano un sorriso contagioso. Mi presentarono dei corsisti
che erano arrivati prima di me. Dopo alcuni minuti altri
gruppetti si formarono davanti al portone d’ingresso: quelle
due erano riuscite a far parlare fra loro una ventina di persone
che altrimenti non si sarebbero neanche rivolte lo sguardo.
Era una cosa incredibile, il corso non era ancora cominciato e

io mi sentivo a casa. Poi il corso cominciò ufficialmente e al
quarto piano di quell’edificio, in quella sala magica, il tempo
passò velocemente. Credo personalmente che il Chris che vi
entrò non è paragonabile al Chris che ne uscì.
Quando il primo giorno Alessandra, la ragazza che teneva il
corso, disse a noi corsisti che saremmo dovuti alzarci in piedi
uno a uno e presentarci davanti a tutti, la mia reazione fu "è
proprio necessario?". Il panico aumentò quando il ragazzo
seduto accanto a me si offrì come volontario per cominciare:
io sarei venuto subito dopo! Per fortuna il fato fu dalla mia
parte e Alessandra chiamò quello seduto alla sua destra e così
via finché, alla fine, toccò a me. Credo che solo metà delle
persone sedute in sala capì il mio nome da quanto lo
pronunciai velocemente. Fortunatamente quel momento di
disagio divenne presto un lontano ricordo. Il corso fu
divertentissimo e conobbi un sacco di belle persone. Durante
tutte le pause, a tavola al ristorante, fuori mentre
passeggiavamo per tornare in sede, c'era sempre qualcuno di
gentile che parlava con me e mi ascoltava.
L’unica regola del corso era il divieto di incrociare le braccia.
Mi attenni alla regola ma incrociai un’altra parte del mio corpo
che fino allora non avevo mai incrociato: le gambe. Per me
incrociare le gambe era un segno di femminilità. I miei
compagni di classe non lo facevano, perché dovevo farlo io?
C’erano già abbastanza sospetti su di me. Al corso, per la
prima volta, incrociai le gambe in pubblico. La reazione fu
alquanto strana: nessuno disse niente. Nessuno mi guardò di
traverso, nessuno disse “gay”. Lì dentro ero libero di incrociare
le gambe, puah.
La domenica, terminata l'ultima spiegazione, Alessandra ci
chiese nuovamente di prendere il suo posto nel caso avessimo

voluto dire qualcosa. Aggiunse che non eravamo obbligati. Io
scattai subito in piedi. Dovevo assolutamente dire qualcosa,
quel corso era fantastico! Ero in piedi davanti a una
quarantina di persone che mi guardavano, in silenzio, in attesa
che parlassi. La gamba destra mi tremava, il mio corpo era
saturo di adrenalina, ma riuscii comunque a esprimermi in
modo sensato. Ringraziai i collaboratori, che ci avevano
aiutato con gli esercizi e ci avevano tenuto compagnia durante
le pause. Dissi anche di essere triste, di non voler tornare a
casa. In quei due giorni e mezzo era come se la mia paura del
giudizio avesse fatto le valigie e si fosse concessa una vacanza,
una vacanza che stava già finendo. Durante quel magico week
end mi ero sentito a mio agio, libero di essere me stesso,
sereno di parlare senza paura di sbagliare o dire cose
insensate o fuori luogo, e questo non accadeva da tantissimo
tempo. Nessuno mi criticò mai, nessuno mi guardò male o rise
di me. Tutti mi erano amici, tutti ascoltavano quello che avevo
da dire come se i miei pensieri fossero importanti, e io mi
sentivo leggero e felice come non mi sentivo da anni. E l'idea
che la mattina seguente mi attendevano le occhiate e i
commenti e le critiche dei miei compagni di scuola era come
un secchio d'acqua ghiacciata su una fiammella di liberazione
che si era appena accesa. Così, quando seppi che c'era la
possibilità di continuare a frequentare quel bellissimo
ambiente da collaboratore, accettai subito.
Salvador
All’inizio di dicembre ero a Berlino con la scuola. Non eravamo
abbinati a nessun’altra classe ma la quinta linguistico era in
gita nella stessa settimana. Poiché i professori si conoscevano,

la sera del 3 dicembre uscimmo tutti insieme in un pub.
Quando entrai nel locale la sala principale era già occupata.
Quei pochi di noi rimasti in piedi trovarono posto nella saletta
attigua, in un tavolo accanto a quello dei professori. Ci
sedemmo. Il posto accanto al mio rimase vuoto, fino a quando
arrivò un ragazzo. Era alto, con un lungo giubbotto verde, un
berretto di pelo di coniglio e un viso radioso, con un sorriso
bianco e occhi neri. Si sedette accanto a me. Mentre
sorseggiavo la birra che avevo ordinato, pensavo a cosa avrei
potuto dirgli per rompere il ghiaccio ma lui si presentò. Si
chiamava Salvador, e mi guardava, sorridendo, con gli occhi e
col corpo. Portava una maglia a maniche lunghe rimboccate:
gli guardai le braccia, lunghe come le mie. Notai che indossava
un braccialetto di gomma azzurro.
Credo di aver ascoltato quella sera una delle storie più
eccitanti della mia vita. Mi raccontò di essere cileno, di essere
in Italia da otto anni, di aver vissuto sulle Alpi, vicino a
Domodossola, prima di trasferirsi in Piemonte e poi infine
affittare casa a Bologna. Mi stupii di non averlo mai incontrato
perché i primi tre anni delle superiori lui era con me allo
scientifico, anche se in una sezione diversa. La quarta la fece in
Norvegia e quando in estate tornò diede gli esami per passare
al linguistico perché aveva scoperto che gli piacevano le
lingue. Scelse la classe di francese, lingua che non aveva mai
studiato, perché andare in quella di spagnolo sarebbe stato
troppo facile per lui. Quella stessa estate, prima degli esami,
andò in Spagna per il cammino di Santiago. Quel mese lo
trasformò ulteriormente e divenne molto spirituale. Così nella
nuova classe si sentiva doppiamente diverso perché, oltre a
essere appena arrivato, era l'unico che parlava di spiritismo.
Quando mi disse che il suo sogno era diventare sacerdote,

credevo stesse scherzando. Salvador era convinto che ogni
essere debba migliorare e progredire. Quando gli mostrai il
mio disegno della Notte Stellata, disse sorridendo che l’anima
di Van Gogh si era evoluta in me.
Io ero incantato. Non avevo mai sentito una persona parlare
così. Lo sentivo vicino a me, lo capivo perché anch’io in
qualche modo ero particolare e diverso dagli altri. Soprattutto
lo stimavo tantissimo perché nonostante tutti lo avessero
scoraggiato a non cambiare scuola, lui seguì con coraggio ciò
che si sentiva di fare. Quella sera, prima di salutarci, gli chiesi il
numero. Mi disse che potevamo rivederci a Berlino uno di quei
giorni. Mi strinse la mano e mi salutò. Continuai a guardarlo
mentre si allontanava: parlava con una ragazza tenendola a
braccetto, proprio come facevo io con Emma.
I restanti tre giorni di gita li trascorsi con una sensazione di
vuoto e solitudine. I miei compagni continuavano a ripetermi
che Salvador era pazzo, uno strano da cui stare alla larga, non
comprendevano quanto lui mi avesse colpito, quanto lo
sentissi vicino a me, quanta sintonia percepissi fra noi.
Pensavo a lui in continuazione. Pensavo che non si fosse fatto
più sentire, che non ci saremmo rivisti a Berlino come mi
aveva detto, che volevo tornare a casa al più presto per
scrivergli un messaggio, e ripensavo alla sera che lo avevo
conosciuto, a quello che mi aveva raccontato, e sentivo la sua
mancanza, avevo tanta voglia di rivederlo. Ma nessuno dei
miei compagni mi capiva e io mi sentivo solo e triste.
Quando tornai a San Lazzaro girai tutte le cartolerie del paese
in cerca di un braccialetto di gomma azzurro che mi facesse
sentire in contatto con Salvador, ma nessuna lo vendeva. I
giorni successivi al mio ritorno non riuscii a trattenere
l’entusiasmo che ancora provavo per quel ragazzo. Al corso

avevo stretto amicizia con Iride, una donna buona e gentile
che mi abbracciava come un figlio. Le raccontai del magico
incontro che avevo avuto a Berlino, di quanto Salvador fosse
un ragazzo esemplare ai miei occhi e di come fremevo dalla
voglia di rivederlo. "Chiamalo" disse lei tranquillamente. No,
non posso... E se poi dice di no? Che non mi vuole più vedere?
Il giorno seguente la voglia di risentirlo prevalse sulla paura di
un possibile rifiuto, e lo chiamai. Rispose la segreteria. Più
tardi, su Facebook, capii il perché: Salvador era in Cile, e ci
sarebbe rimasto per un mese intero. Sarebbe stata una lunga
attesa.
29 dicembre 2014
Caro, carissimo Salvador,
ho tante cose da dirti che non so da dove cominciare. Parto da
ieri.
Ieri sera avevo scritto il tuo nome su Google. Ho trovato
un'intervista che hai fatto quando sei andato in Norvegia. La
cosa che mi ha colpito di più è la tua risposta quando ti hanno
chiesto le differenze tra ragazzi italiani e norvegesi. Tu hai
detto di aver notato che in Italia la gente dice grazie solo
quando ottiene qualcosa mentre in Norvegia dicono grazie
molto più spesso. Io la mattina quando prego non faccio che
dire grazie. Non so quanti grazie riesco a dire ma so che non
sono mai abbastanza per quello che ho ricevuto nella mia vita.
Il primo grazie che dico è uno dei più belli e importanti che
faccio, perché ringrazio con tutto il mio cuore di aver ricevuto
l'opportunità unica di conoscerti. Tu sei il mio primo grazie di
ogni giorno. Da quando ci siamo conosciuti non faccio che
pensarti. Ogni giorno. E ogni giorno i miei pensieri per te si
fanno sempre più profondi e intensi. Ieri sera mi sono

addormentato pensandoti. Ho sognato di addormentarmi fra
le tue braccia ed è stato un pensiero bellissimo.
Stamattina mi sono svegliato presto e sono andato a Bologna.
Dovevo vedermi con un amico per studiare matematica. Al
ritorno ero in stazione che attendevo l'autobus ma era
eccessivamente in ritardo. Poi ho scoperto che durante il
periodo natalizio quell'autobus viene soppresso. Ero a piedi.
Perfetto! Così ho telefonato a mia nonna che mi venisse a
prendere. Sapevo di avere almeno venti minuti così ne ho
approfittato per fare un giro. Ovviamente sapevo già dove
volevo andare. E sono passato da casa tua. È la seconda volta
che passo davanti alla tua casa apposta. So che abiti lì, l'hai
scritto su Facebook! La prima volta avevo tirato dritto perché
non sapevo ancora che tu fossi in Cile e avevo paura di vederti.
Oggi però sapevo che tu non c'eri e sono entrato nel cortile del
condominio. Non avevo idea di quale fosse il tuo
appartamento, così sono andato a vedere i campanelli accanto
al portone d'ingresso e guarda un po', il tuo nome! O meglio, il
tuo cognome, per altro scritto con l'accento sbagliato. So che
ci tieni che l'accento sulla "i" sia quello verso destra perché me
lo hai detto quando mi hai dato il tuo numero. Sono andato via
che quasi piangevo. Non ti ho mai sentito così lontano come in
quel momento. E in quell'istante ho veramente capito quanto
io senta la tua mancanza. Mi manchi Salvador, mi manchi
tanto. Non vedo l'ora di rivederti.
Quando sono arrivato in stazione ero strafelice, dovevi
vedermi quanto sorridevo. Avevo gli occhi lucidi per te. Ho
pensato a quanto sono fortunato ad averti incontrato e ogni
tanto mi chiedo cosa ho fatto per meritarmi un regalo così
bello. Eh non lo so! Non lo so proprio. So solo che sono felice di
questo.

In macchina durante il viaggio di ritorno non avevo
alcunissima intenzione di nascondere la mia felicità. Ho
abbracciato mia nonna appena sono salito. Per farti capire la
rarità del momento, ti dico solo che l'unico momento dell'anno
in cui l’abbraccio è prima di partire per la Romania, dove vado
ogni agosto a trovare la famiglia di mia madre. Io ero così
felice che l'ho abbracciata! Ed era tutto merito tuo! E la sua
reazione qual è stata? "Che ti è successo?" mi dice
preoccupata. E io: "Niente! Sono solo felice!". "No, dai. Adesso
mi dici che ti è successo". Era veramente in pensiero, credeva
mi fosse successo qualcosa di brutto! Però dopo sono riuscito a
convincerla. Quando ha capito che dicevo sul serio, mi ha
messo la mano sul ginocchio e ha detto "sono proprio contenta
che sei contento". Io però l‘ho subito corretta: "Non sono
contento, sono felice! Sono strafelice!". Ma non aggiunsi altro.
Non me la sentivo di parlarle di te. Non lo avevo mai fatto,
neanche quando, appena tornato dalla gita, mi chiese di
raccontarle com’era andata a Berlino. Mi sono reso conto in
quel momento che io ho parlato a tutti di te tranne che alle
persone più importanti della mia vita. Tutti i miei amici ormai
sanno che la cosa più bella che mi sia successa a Berlino è
stato conoscerti ma la mia famiglia non lo sa. Non ancora. Così
mentre ero in macchina con mia nonna e pensavo a tutti i
motivi per non parlarle di te, a un tratto mi sono detto: "Ma
perché non devo farlo? Che stupido a non averlo fatto prima".
Fatto sta che io e mia nonna abbiamo parlato di te duramente
tutto il viaggio e quando siamo arrivati a casa, ha detto:
"Magari nel mondo fossimo tutti così". Sono riuscito a parlarle
di te e a farle capire la persona che sei e la gioia che mi brucia
dentro per il solo fatto di conoscerti. Mi rendo conto ogni
giorno di più del dono inestimabile che ho ricevuto quel

mercoledì sera a Berlino. Vorrei tornare indietro e sentire il tuo
profumo, ascoltare la tua voce che mi sto pian piano
dimenticando, ma sono sicurissimo che ci rivedremo!
Quando sono tornato a casa questo pomeriggio, ho cercato tra
le tue foto di Facebook quelle che mi suscitavano più emozioni.
Ne ho salvate alcune nel telefono e d'ora in poi quando le
guarderò sorriderò sempre e sarò più felice. Prima di
disconnettermi ho anche visto che eri online. Lì per lì mi son
detto "Mah... cosa gli scrivo?" e poi ecco queste tre pagine di
cose da dirti! Non vedo l'ora che sia capodanno solo per avere
una scusa innocua per scriverti. Non vedo l'ora di vederti il
prossimo anno. Mi manchi da morire.
1 gennaio 2015
Caro, carissimo Salvador,
oggi è l'inizio di un nuovo anno. Il 2014 è veramente stato un
anno sorprendente. Ho fatto un sacco di nuove esperienze, ho
conosciuto nuove persone. Ho conosciuto te. Il 2015 sarà
fantastico, me lo sento.
Stanotte sono rimasto sveglio fino alle quattro per farti gli
auguri. Ho scritto il messaggio qualche ora prima di
mandartelo, volevo essere sicuro che fosse bello. La versione
originale diceva che ti facevo gli auguri con tutto il mio cuore.
Anche se era vero, dopo ho deciso di toglierlo per paura che ti
sarebbe parso strano. Chissà quante altre persone ti avranno
scritto!
Volevo parlarti di una cosa. Un weekend al mese c'è il corso di
tecniche di memoria. La domenica, al termine della giornata,
c'è una visualizzazione. In questa visualizzazione Alessandra, la
nostra istruttrice, ti dice di immaginarti davanti a uno
specchio, quando sarai grande, con la persona che ti ha fatto

crescere. Le prime due visualizzazioni che ho fatto mi avevano
commosso, tuttavia i messaggi che ne ho tratto e che poi ho
trascritto erano veramente banali e finivo per non guardarli
più. Durante la scorsa visualizzazione mi ero imposto di
immaginare te davanti a quello specchio. Noi c’eravamo
conosciuti dieci giorni prima di quella domenica di corso.
Ebbene, è stata la visualizzazione peggiore che abbia mai
fatto. Mi ero imposto di vedere quello che volevo e non ci ero
riuscito. Faticavo a immaginarti perché mi stavo sforzando
invece che lasciare fluire i miei pensieri. Il messaggio che ho
scritto dopo, però, è la cosa più meravigliosa che potessi
immaginare. Rileggendola, anche adesso stento a credere di
averla scritta io. Non per vantarmi ma sembra uscita dalla
mente di uno di quei filosofi o guru che quando li vai a studiare
riescono a farti star bene con le loro parole e a migliorarti la
giornata! A parte gli scherzi, è un messaggio veramente bello
che voglio condividere con te.
"Smetti di trovare scuse per ogni cosa. Smetti di lamentarti per
quello che va storto. Sfrutta tutto il tempo che hai a
disposizione per diventare una persona migliore e migliorare le
persone intorno a te rendendoti il loro esempio. Alzati dal letto
all'ora che decidi e non rimandare quello che vuoi fare. Ogni
volta che rimandi qualcosa poi hai meno tempo per farla.
Trasforma i tuoi pensieri inutili in pensieri positivi e utili.
Dedicati a tutto ciò che ti piace e non trascurare i tuoi obiettivi
perché ciò che raggiungerai e come lo raggiungerai dipenderà
totalmente da te, dall'impegno che ci hai messo e dal tuo
entusiasmo. Raccogli tutta la legna che trovi per trasformare
la scintilla della tua motivazione in un incendio. Ascolta le
persone meravigliose che ti stanno intorno e che hai avuto la
fortuna di conoscere. Impara da loro tutto quello che possono

insegnarti e poi metti in pratica i loro insegnamenti. Caro
Salvador, anche se non so se ci rivedremo, non importa dove,
come e quando questo accadrà: tu hai portato un uragano di
energia e voglia di fare nella mia vita che non puoi
immaginare e che non trovo le parole giuste per fartelo capire.
Tu sei il mio esempio da seguire e ti ringrazio per aver scelto di
conoscermi e di parlarmi. Grazie.
PS Spero, anzi, voglio ringraziarti diventando una persona
migliore e diventare come te un esempio per gli altri".
Grazie Salvador per aver scelto di conoscermi.
Lettera dopo lettera, giorno dopo giorno, cominciavo a
rendermi conto che quello che provavo per Salvador era ben
altro che un sentimento di forte amicizia. Era un’emozione più
profonda, e quello che io cercavo in Salvador non era un
amico, bensì qualcosa di più, era un compagno. Una sera
Sofia, una collaboratrice, mentre camminavamo per le vie del
centro di Bologna verso il ristorante, stava ascoltando la storia
di Salvador. A un certo punto mi fermò, mi chiese: "Chris, non
sentirti costretto a rispondere, rispondimi solo se vuoi. Tu cosa
provi per lui?". E io senza pensarci due volte le risposi:
"Amore". Ero innamorato di un ragazzo, me ne rendevo conto.
E per me non era un problema, anzi. Il motivo per cui accettai
questo sentimento senza alcun timore era perché lo percepivo
come qualcosa di naturale. Fino a quel momento entravo di
tanto in tanto nei siti porno gay ma essere coinvolto
completamente da un uomo non mi era mai successo.
Dopo l'epifania feci un altro corso firmato YourTrainers Group,
il One, un corso dedicato alla crescita personale. Se il Magister
mi sembrò il corso più bello del mondo, al One vissi qualcosa
di più profondo e intenso ed emotivamente coinvolgente. Ti

parlo del One, mamma, perché è durante questo corso che ho
raccontato a qualcuno, per la prima volta nella mia vita, il mio
passato, tutte le volte che mi sono sentito dire gay da
qualcuno, il rapporto con i miei compagni... Non versai
neanche una lacrima ma mi tremavano le mani. Il fatto di
aprirmi a due ragazzi appena conosciuti e che probabilmente
non avrei più rivisto mi aiutò a non trattenere alcun segreto.
Naturalmente loro non avevano una risposta, non potevano
rivelarmi qualcosa che avrei dovuto scoprire per conto mio. Mi
dissero che forse avevo preso troppo sul serio ciò che i miei
compagni dicevano scherzando, che non dovevo avere fretta
di saltare a delle conclusioni e che magari c'era la possibilità
che io fossi bisessuale. Anche se tu mamma non eri d’accordo
che io partecipassi al One, per me è stata un’esperienza
fondamentale perché, oltre ad essermi aperto per la prima
volta, ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie
che mi hanno dato la forza e il coraggio di continuare a essere
me stesso.
12 gennaio 2014
Caro Salvador,
eh sì... per me il 2015 non è ancora arrivato. Perdona l'errore.
Sono le undici di sera e il One è appena finito. Voglio scriverti.
Ho bisogno di farlo più per me che per te. Ti sembrerò egoista
ma voglio solo ricordarmi per sempre la giornata di ieri.
Ieri è stata la giornata più intensa delle quattro che ho
trascorso qui a Castel San Pietro. Il momento più emozionante
è stato quello dei saluti. La prima che è venuta a salutarmi è
stata una ragazza dello staff che il giorno dopo sarebbe
tornata in Spagna. Mi ha detto questo: che sono un ragazzo
sincero e che ha visto la purezza dentro di me quando per la

prima volta aveva visto i miei occhi. Vorrei tanto aver capito
tutto quello che mi ha detto ma è riuscita a commuovermi lo
stesso.
Il secondo a salutarmi è stato Claudio. Premetto che per
quanto tra noi due si fosse creata una magica sintonia,
rimanevano l'uno per l'altro due perfetti estranei perché non
solo ci conoscevamo da quattro giorni ma praticamente non
avevamo mai parlato durante il One. Ebbene, Claudio è venuto
da me e mi ha detto parole così meravigliose che credo non me
le abbia mai dette nessuno. Ha detto che i doni che vede in me
sono la sincerità, la nobiltà d'animo, ha detto che tutti quelli
del mio team volevano avermi vicino perché sapevano che
avevo qualcosa di speciale. Ha detto che devo essere me stesso
come lo sono stato con loro, che devo piangere senza
vergognarmi e che una persona buona come me, se saprà
essere se stessa, sarà circondata d'amore. Vorrei avere una
registrazione di quello che mi ha detto perché mi ha detto delle
cose così belle che piangevo e non sono riuscito a capirle tutte.
L'ho abbracciato come un fratello.
Poco dopo si è avvicinata una signora del mio team con la
quale non ho proprio mai parlato. Ho pianto tra le sue braccia
mentre mi diceva che ero speciale. Chiara, una ragazza sempre
nella mia squadra, ha detto che in me vede abbondanza. La
mia Buddy, la ragazza con cui ho svolto tutti gli esercizi in
questi giorni, mi ha detto di continuare a vivere così come sono
perché ho la capacità di attrarre a me le persone. Mhael, un
bambino di dieci anni, è venuto a salutarmi. L'ho sollevato e ci
siamo abbracciati forte. Sua mamma ha detto che vede luce
nei miei occhi con la quale sono in grado di disintegrare ogni
ostacolo alla mia felicità. Luis e Andrea mi hanno detto che
sono stati felici di conoscermi. Stefano, infine, mentre ci

abbracciavamo, mi ha detto che sono fantastico e ha
aggiunto: "Ricordati quello che ti ho detto stamattina. Devi
essere forte. E se hai bisogno chiamami, io ci sarò. Io per te ci
sarò".
Non credevo di aver dato tanto a delle persone che a mala
pena conoscevo ma loro mi hanno dato molto di più. Luis mi
aveva annunciato che io sarei stato la persona più felice alla
fine del One e probabilmente ha avuto ragione. Ricorderò
questa giornata per sempre.
Quando sono tornato a casa mia mamma mi ha chiesto se mi
sono fatto dei nuovi amici. Le ho fatto vedere la foto (che ora
conservo nel portafoglio) del mio bellissimo team. Le ho
risposto che sì, ho trovato degli amici meravigliosi che mi
amano per quello che sono. Li avrò sempre nel cuore. Li amo
tanto.
Lo stesso giorno che tornai a casa dal One, Salvador tornò dal
viaggio in Cile. Non persi tempo e gli scrissi il giorno seguente.
Ci saremmo incontrati il lunedì successivo alle venti e trenta in
un bar di Bologna, il Novecento. La mattina del grande evento
la mia felicità era palpabile. I miei compagni di classe avevano
notato che sorridevo un po’ troppo e mi chiesero il perché, ma
non ricevettero risposta.
Al Novecento
Arrivai davanti al bar con venti minuti di anticipo. Era un mese
e mezzo che sognavo quel giorno e finalmente quel giorno
arrivò. Salvador sarebbe arrivato da un momento all'altro e io
non sapevo in che posizione mettermi per aspettarlo. Provai
vari modi di stare in piedi: appoggiato al muro, a gambe unite,

leggermente divaricate, con le mani in tasca o unite, il lato
della strada migliore... Salvador arrivò in bicicletta con due
minuti di ritardo. Aveva lo stesso berretto col pelo di coniglio
che indossava a Berlino. Era bellissimo, più bello di come me
lo ricordavo. Quando parlò, finalmente risentii la sua voce, e i
ricordi ormai sfocati di quella sera lontana tornarono
improvvisamente più nitidi.
Entrammo in un locale caldo, luminoso e accogliente.
Prendemmo posto in un tavolino appoggiato al muro,
nell'angolo in fondo alla piccola sala. Era un bar letterario
squisitamente decorato con mobili di legno verniciato con
tonalità pastello, libri su scaffali alle pareti, sedie intorno a
tavolini in vetro e marmo e due poltrone di velluto verde e
rosso vicino all’entrata. Salvador indossava una camicia di
cotone rosso con squadrature nere, io un paio di jeans azzurri
e una camicia blu scuro. Ero felicissimo di avere Salvador tutto
per me. Mi parlò del viaggio in Cile, di aver rivisto la famiglia
che non vedeva da sei anni, di aver conosciuto il padre.
Approfondimmo il discorso sullo spiritismo e mi spiegò di
credere che ogni cosa avesse uno spirito, perfino un sasso, e
che col tempo sarebbe evoluta in qualcosa di più complesso e
migliore. Poi fu il mio turno. Non so con quale coraggio decisi
di parlargli dei miei obiettivi per il nuovo anno: tra questi c’era
una storia d’amore omosessuale. Non arrivammo a quella
parte: si fecero le dieci e tre quarti e lui doveva tornare a casa.
Uscimmo dal Novecento dopo aver consumato due caffè.
Salvador slegò la bicicletta e prima di andarsene mise la mano
nella tasca del giubbotto e ne trasse un cioccolatino. Veniva
dal Cile, era un dolcetto che lui mangiava sempre da piccolo e
quello che ora teneva in mano lo aveva preso apposta per me.
Me lo diede. Non poteva farmi sorpresa più bella! Ero felice.

Quel cioccolatino voleva dire che almeno per una volta, per un
istante, in quel paese lontano, Salvador mi aveva pensato. Mi
strinse la mano ma io lo abbracciai.
“Ti sei visto con Salvador?”. Giulio, un mio compagno di classe
che si fa chiamare "Re", era in giro per Bologna quella sera.
Non potevo negare e non lo feci. Ammisi le mie colpe: “Sì, mi
sono visto con Salvador”. Disse che ero pazzo. Salvador era
strano, particolare, e io non dovevo frequentarlo. Ma quelle
che diceva erano parole vuote per me. Nessuno dei miei
compagni conosceva il ragazzo di cui ero innamorato.
I giorni seguenti incontrai Salvador per caso dopo scuola: ci
abbracciammo e parlammo su cosa fosse per noi la felicità.
Intanto al corso confidai i dubbi sul mio orientamento sessuale
a un collaboratore gay. “L’avevo capito” disse lui
sorridendomi. Aveva capito che avremmo parlato di
omosessualità e aveva intuito che potevo essere gay.
L’incontro con Salvador e i miei sentimenti per lui divennero il
motivo principale della conversazione. “Lo vuoi come amico o
come fidanzato? Devi dirglielo. Devi dirgli cosa provi” fu il suo
suggerimento. Riflettei qualche giorno al modo migliore per
farlo e il primo lunedì di febbraio, dopo due settimane esatte
dall’appuntamento al Novecento, io mi rivedevo col ragazzo di
cui ero innamorato per dirgli “qualcosa d'importante”. Dopo
un’oretta di studio, io e Salvador uscimmo dalla biblioteca che
stava per chiudere. Ero teso: avevo promesso a me stesso che
quella sera gli avrei detto tutto ma volevo trovare il luogo
adatto per farlo, un luogo tranquillo e isolato. Intanto ci
sedemmo su una panchina fuori dalla gelateria con due coni in
mano. Decisi che la mia dichiarazione d’amore sarebbe stata
l’ultima cosa da fare quella sera. Parlammo a lungo davanti

alla gelateria ma l’unica cosa che rammento fu una
discussione sugli abbracci, e non perché sia un bel ricordo.
Salvador mi chiese perché abbracciassi sempre le persone. Gli
dissi di essere una persona espansiva cui piace il contatto
fisico. “Quando mi hai abbracciato fuori dal Novecento mi
sono sentito in imbarazzo”. Quella frase fu come un fulmine a
ciel sereno: non sapevo cosa pensare. Provai una sensazione
di malessere. Gli chiesi spiegazioni. Lui non era abituato al
contatto fisico e abbracciava solo sua madre. In quel momento
quella bugia mi parve sincera e ne fui rincuorato. Parlammo di
musica, mi disse il titolo di una canzone che stava ascoltando
ultimamente, Stay Alive. A un certo punto ci alzammo: si era
fatta ora di cena e Salvador mi avrebbe accompagnato alla
macchina. Il conto alla rovescia cominciò. Quel tragitto a piedi
fu una specie di via crucis. Ciò che mi disse mentre
camminavamo fianco a fianco, lui con la bicicletta in mano, fu
peggiore della cosa sugli abbracci. “C’è qualche ragazza che ti
piace?” mi chiese Salvador. Che razza di domanda è? Non
avevamo mai parlato di ragazze, perché proprio ora che sto
per dichiararti il mio amore? Gli risposi girato dall’altra parte:
“No”. In fondo questa risposta era sincera: lui era un maschio.
“Tu?”. “Io sì. C’è una mia compagna di classe che mi piace”.
Come se non bastasse, aggiunse: “Hai presente quando mi hai
detto che dovevi dirmi una cosa importante? In quel momento
mi hai fatto sentire importante. Vorrei incontrare una ragazza
che mi faccia sentire come mi fai sentire tu”. Dietro al mio
sorriso si nascondeva un’abissale delusione. Non potevo
credere che Salvador non fosse gay. Credevo che il motivo per
cui lo avessi conosciuto quella sera al pub di Berlino fosse
perché eravamo destinati a stare insieme, ma le sue parole
rivelavano un futuro diverso. A lui piacevano le ragazze e

l’idea che noi due ci saremmo potuti fidanzare sarebbe
rimasta nient’altro che un’idea. Mi ero fatto una promessa e
intendevo mantenerla. Gli chiesi di sederci lungo un viale. Era
giunto il momento. Ci accomodammo su una panchina
illuminata da un lampione. Non c’era nessuno per strada.
Avevo trovato la tranquillità che cercavo. Tirai fuori una delle
lettere che gli avevo scritto mentre era in Cile. Scelsi quella
che più esprimeva ciò che provavo per lui senza assegnargli
un’etichetta. Lesse con gli occhi.
“Quindi tu sei innamorato di me?”. Mi spiazzò la tranquillità
con cui mi formulò quella domanda. “In un certo senso sì”.
Non gli risposi con un semplice “sì” per paura. Una risposta
così secca avrebbe potuto spaventarlo o allontanarlo da me o
entrambi. Infatti, nonostante tutto, continuavo a sperare che
in fondo lui fosse gay ma non avesse il coraggio di ammetterlo.
Mi disse di aver capito ciò che provavo per lui, ma non si
aspettava che mi rivelassi così presto. Quello che aggiunse non
fu qualcosa del tipo “non sono gay”. Disse: “Non me la sento
di mettermi con un uomo”. La sua risposta confermò i miei
dubbi sulle sue paure di accettarsi. Ero triste ma non piansi
davanti a lui. “Credo che questo sia il momento di un
abbraccio” disse infine, e mi strinse forte. A casa cenai
piangendo mentre ascoltavo Stay Alive.
Diamoci un taglio
Fu soltanto un mese dopo che trovai il coraggio di porgli la
fatidica domanda: “Sei gay?”. La sua risposta fu negativa. Era il
27 di febbraio e io gli avevo chiesto di rasarmi la testa. C’era
un motivo ben preciso. Davanti alla gelateria, infatti, Salvador
non mi aveva solo detto che il mio abbraccio lo aveva

imbarazzato: mi aveva raccontato che all’età di quattro anni
subì un intervento alla testa che gli lasciò una cicatrice
permanente. Fino a quest’estate se ne vergognava e la teneva
nascosta con i capelli, ma dopo il cammino di Santiago chiese
al suo migliore amico di rasarlo per mostrare la cicatrice a
tutti. All’inizio si sentiva a disagio, ma in breve ci fece
l’abitudine e ora la mostra senza problemi. Io ho vissuto lo
stesso rapporto con l’omosessualità. Prima di fare il corso di
tecniche di memoria e di conoscere Salvador mi vergognavo
dei miei dubbi e cercavo in tutti i modi di nasconderli. Poi,
piano piano, ho cominciato a parlarne: la prima volta mi
tremavano le mani, ora invece mi sembrava una cosa del tutto
normale. Così, come gesto simbolico, gli chiesi di tagliarmi i
capelli. Andammo a casa sua. Mi sedetti in salotto, a torso
nudo, con un asciugamano sulle spalle. Per sbaglio con la
macchinetta mi fece due piccoli tagli sulla punta delle
orecchie: Van Gogh. Mi tagliò i capelli corti corti. Mi disse che
sembravo un afroamericano. Sempre quel giorno gli feci un
regalo: era un poster. Raccontava questa storia. Una mattina
un uomo, camminando su una spiaggia, vide un bambino
intento a rigettare in mare le stelle marine che si erano
spiaggiate per la bassa marea. “Che fai?” Chiese l’uomo.
“Butto in mare le stelle marine”. “Ma la spiaggia è coperta di
stelle, non ce la farai a salvarle tutte!”. Il bambino si guardò
intorno, poi tornò a gettare le stelle in mare. Disse: “Per queste
ho fatto la differenza”. Dissi a Salvador che lui è come quel
bambino perché cercando di fare la differenza per il mondo, è
riuscito a farla per me. Era grazie a lui se mi stavo scoprendo e
non potevo chiedere di innamorarmi di una persona migliore.
Più tardi andammo in bici in centro. Mi aveva caricato sul tubo
superiore e anche se ero scomodo ero felice perché ero

letteralmente circondato dalle sue braccia e avevo il suo viso
vicino al mio. Il fuoco che provavo per lui ormai si era assopito
e non sentivo alcun imbarazzo a stargli così vicino. Il mio cuore
era colmo di una gioia indescrivibile.

– CINQUE COMPLEANNI –
Quando tornai a casa quel lunedì sera dopo aver rivelato i miei
sentimenti a Salvador, mi arrivò un suo messaggio. Mi
chiedeva se quello che gli avevo appena confidato dovesse
restare segreto. Gli dissi di non vergognarmi dei miei
sentimenti, per me non c'era alcun problema. Mi venne in
mente in quel momento che anch’io avrei potuto fare la stessa
cosa con i miei amici.
I miei migliori amici
Andai da Dagoberto due giorni dopo. Da come mi fece
accomodare mi sembrò di essere dallo psicologo. Io sul
divano, lui su una sedia girevole di fronte a me. Gli chiesi di
mettersi con me sul divano per farmi sentire più a mio agio.
Non fu facile cominciare il discorso, era la prima volta che mi
aprivo a un amico. Per non essere troppo diretto gli parlai
della gita a Berlino e della sera in cui conobbi Salvador finché,
a un certo punto, gli dissi: "Io sento per Salvador dei
sentimenti che vanno oltre l'amicizia". Non gli dissi di essere
innamorato di lui o di essere gay, ma di essere in dubbio. "Ho
pensato che mi avresti detto di essere gay prima che entrassi".
La sua risposta non mi stupì, Dagoberto aveva il dono di capire
le persone. Anche se in passato mi aveva più volte dimostrato
di non essere molto aperto verso gli omosessuali, la nostra
amicizia non fu danneggiata in alcun modo, neanche quando i
dubbi sulla mia sessualità divennero certezze. E nonostante gli
uomini non divennero mai gli argomenti delle nostre
conversazioni, continuammo a fare le stesse cose di prima:

andavamo in palestra e facevamo pure la doccia insieme. Fu
proprio nello spogliatoio che un giorno mi disse la cosa più
bella di sempre. Lo vedevo felice e sorridente e gli chiesi se
c’era un motivo. “Perché non dovrei essere felice? Ho tutto
quello che potrei desiderare. Una bella casa, una famiglia, dei
buoni amici, e tu sei uno di quelli”.
Il giorno dopo andai a confessarmi da Emma. Eravamo a
Ravenna, dove lei momentaneamente viveva, in un bar di via
Diaz. Sedevamo a un tavolino con due tazze di cioccolata
calda. "Hai presente Salvador, il ragazzo che ho conosciuto a
Berlino? Beh, mi piace". Lei continuò sorseggiare la sua
cioccolata come se nulla fosse. "Emma? Mi hai sentito?".
Poggiò la tazza e in tutta tranquillità mi rispose: "Sì sì ma io
l'avevo già capito".
E io che speravo di darle uno scoop. Lei già sapeva. Aveva
capito che ero innamorato di Salvador dal giorno in cui gliene
parlai, dal modo in cui gliene parlai, dal tono della voce. Le
spiegai perché quel lunedì sera era tornato a casa in lacrime,
le dissi di essere in dubbio, e le chiesi se lei avesse mai avuto
un sospetto su di me. “No, perché tu hai parlato sempre di
ragazze”.
Fu una serata bellissima perché per la prima volta mi aprii
completamente con la mia migliore amica. Anche lei si aprì
con me e mi parlò del suo fidanzato. Io ero venuto a sapere da
un amico che lei stava con un uomo di quarantatré anni. Il
motivo per cui non me ne aveva parlato era perché aveva
paura di quello che potessi pensare di lei. Da quella sera le
cose cambiarono in meglio, tanto che quel 5 febbraio segnò
l’inizio di una nuova fase della nostra amicizia. Ora non ci sono
più segreti fra noi. Se prima il sesso era un tabù, ora è un

argomento normale delle nostre conversazioni. Quella sera
ridemmo tanto e scoprimmo tante cose l'uno dell'altra.
Quando tornai a casa, mi arrivò un suo messaggio. Era
orgogliosa di me.
I compagni di classe
Con i miei amici più intimi quello dell'omosessualità diventava
via via un argomento più semplice e leggero da affrontare.
Ogni volta che mi aprivo con qualcuno era come se il legame
con quella persona si rinsaldasse. La cosa che mi sorprendeva
maggiormente era che nessuno di loro diceva di aver mai
avuto sospetti su di me, quando io davo per certo il contrario.
Non sapevo a chi e a quante persone Salvador stesse parlando
dei miei sentimenti per lui, ma ogni volta che io lo facevo con
qualcuno mi sentivo libero e felice e così leggero da potermi
stendere su una nuvola e guardare il mondo dall'alto. Le
uniche persone all'infuori della mia famiglia che continuavano
a non sapere erano i miei compagni di classe. Era mercoledì 25
febbraio e io ero in classe impegnato nella simulazione
d'esame di matematica. Ero appena arrivato dal corso. Quella
sera, insieme a tutti i collaboratori, eravamo andati a cena
fuori, ma casualmente quella sera era presente anche il marito
di Alessandra, una persona fantastica, e il destino volle che
proprio il ragazzo che compiva gli anni quella notte parlò con
lui di amore e relazione. Fu un regalo bellissimo sentirlo
parlare. Tutti i ragazzi del centro sapevano di me e io mi
sentivo davvero nudo, senza segreti, senza paura.
Dunque, ero in classe reduce dal primo festeggiamento. In
teoria avrei dovuto svolgere il test, in pratica stavo
immaginando cosa avrei dovuto fare di lì a poco. Dopo scuola,

infatti, sarei andato con i miei compagni a pranzare
all'America Graffiti e passai la maggior parte della mattinata
con l'amletico dubbio "glielo dico o non glielo dico?". Quando,
finita la lezione, scoprii che metà classe non poteva venire a
festeggiare, ne rimasi deluso e sollevato. Ero dispiaciuto che
Flavia avesse altri impegni ma con sette persone si sarebbe
creata un'atmosfera più intima di quanto non sarebbe
successo con tutti e diciotto. Il pranzo fu alquanto silenzioso.
Eravamo quattro ragazzi - compreso me - e quattro ragazze. In
realtà il silenzio era solo da parte mia. Gli altri ridevano e
scherzavano mentre io pensavo. Non mi sembrava il luogo più
adatto per la mia dichiarazione, ma d'altra parte non avrei più
avuto un'occasione del genere. Un altro fattore a supporto del
"glielo dico" era la mia convinzione che il mio rapporto con
loro non sarebbe potuto peggiorare ulteriormente. Presi
finalmente una decisione quando fu il momento di pagare. I
miei compagni mi mandarono a prendere lo scontrino e
quando tornai con la ricevuta in mano, uno di loro la prese e
calcolò: "Allora... 106 diviso sette...". E io: "Perché diviso
sette? Siamo in otto". "Shh" disse. Guardai i miei compagni
pagarmi il pranzo. Mi sentii un po’ in colpa perché per
l’occasione mi ero concesso un delizioso frullato di fragola
extra, avrei dovuto spendere più di loro. Ma ero felice. Li
guardavo senza parole e pensavo: "Cavolo, mi stanno pagando
il pranzo, un minimo di bene me lo vogliono... D'accordo,
glielo dirò". Stavamo uscendo dal locale attraverso la porta di
vetro quando gridai: "Aspettate un attimo! Devo dirvi una
cosa". Ci sedemmo a un tavolino fuori dal locale. Io ero capo
tavola, gli altri erano seduti intorno, due rimasero in piedi. I
loro occhi erano fissi su di me. Ai lati avevo il ragazzo che più
di tutti mi ha dato del "gay". A destra Ada rideva per un ignaro

motivo. Quella in piedi aveva la giacca in macchina e mi diceva
di sbrigarmi mentre io ancora cercavo le parole giuste per
cominciare. Il Re teneva la testa nascosta fra le braccia
incrociate come se dormisse. "Ehm - balbettai - credo che
sappiate tutti cosa sto per dirvi. C’è una scritta sul mio diario
che dice “sono malato di cazzo”. "C'entra Salvador?" chiese
qualcuno. Raccontai loro tutto quanto, i dubbi che mi
trascinavo dalle elementari e che ho continuato a nascondere
fino a quel momento, l'importanza che ha avuto conoscere
Salvador e di essermi innamorato di lui. Dissi che se fino a quel
momento c’era distacco tra me e loro era perché non mi ero
mai fidato di loro al punto da aprirmi, avevo paura dei loro
giudizi. Ada non rideva più. Mi mise una mano sul braccio:
"Ma Chris, noi ti vogliamo bene comunque". Quella frase fu
uno schiaffo. Scoppiai a piangere. "Credevo mi odiaste”, dissi
singhiozzando. Invece mi avevano appena detto e dimostrato
il contrario. Le ragazze mi abbracciarono tutte, mi
ringraziarono per essermi aperto e mi offrirono il loro aiuto. I
ragazzi cominciarono fin da subito a fare gli scemi con
domande imbarazzanti, ma ora non mi dava più fastidio. Ero
libero e felice. Sapevo che la mattina dopo, fino alla fine della
scuola, sarei entrato in classe senza paura ma soprattutto
sarei entrato in una classe di amici.
Quando tornai a casa, andai a trovare Dagoberto per passare
un po' di tempo anche con lui. Piansi fra le sue braccia
descrivendogli come avevano reagito i miei compagni. Il
motivo della mia gioia era anche un messaggio che il Re mi
aveva appena inviato: “Oh Chris scusa se oggi mentre parlavi
stavo a testa bassa ma avevo intuito quello che avresti detto e
quindi per non avere brutte reazioni stavo basso perché io uso
spessissimo gay frocio finocchio ricchione come offesa (molto

probabilmente continuerò a farlo) quindi niente hai del
coraggio, anche se la figa è bellissima e dovresti apprezzarla
dopotutto ce n'è di più per me. A parte gli scherzi sei un
grande. Spacca il culo a tutti”. Più tardi scoprii che il motivo
per cui Ada rideva era perché il Re aveva azzeccato
l'intuizione.
La sera feci un salto a casa per spegnere le candeline e
mangiare un po’ della torta che mi avevi comprato nella
pasticceria vicino dove lavori, mamma. Infine andai a trovare
Emma. Passammo la serata a parlare di ragazzi carini e a
commentare foto di pettorali e torsi nudi. Che bello.
Dopo quel giorno, il rapporto con i miei amici di classe era
tutta un'altra cosa. Paradossalmente, ora che era ufficiale,
quasi nessuno mi dava più del “gay” e quando succedeva non
mi dava affatto fastidio, sapevo che scherzavano e che mi
volevano bene. Franco, che più di tutti aveva dimostrato di
disprezzare i gay quando in prima superiore, davanti a tutti, a
voce alta, disse "non voglio finocchi in classe", era diventato il
ragazzo più simpatico della classe. Mi domandava sempre
novità, era curioso e mi guardava sempre con un sorriso. Le
ragazze, con cui non avevo mai avuto tanta confidenza,
divennero una sorta di confessionale. Parlavo loro di tutto e
loro mi capivano e mi ascoltavano. Sentivo che tra noi non
c'era più distacco ma amicizia e fiducia. Quando arrivò il
giorno, Davide mi disegnò un “cazzo d’aprile” e mi disse anche
di aver scritto lui quella famosa frase sul mio diario.
Una delle tante conseguenze positive del mio coming out fu il
mio rapporto con la palestra, che ne beneficiò infinitamente. A
differenza di tutti gli studenti normali, infatti, io odiavo le
lezioni di ginnastica. Siccome i maschi in classe erano il doppio
delle femmine, le lezioni terminavano spesso con una partita

di calcetto, sport dove io ero assolutamente impedito. Se
toccavo la palla era perché la prof. diceva ai miei compagni di
passarmela o per sbaglio. Tutte le volte che calciavo sbagliavo,
facevo autogol o la passavo agli avversari. Dare un calcio a un
pallone significava essere al centro dell'attenzione, significava
venire criticato e disprezzato per la mia incapacità, per un
errore che puntualmente commettevo: un incubo. Ebbene,
dopo il mio compleanno le cose cambiarono. Ero sempre
pronto a ricevere la palla, a intercettarla, a rubarla agli
avversari, a tirarla dove doveva andare, senza paura di
sbagliare, senza paura di niente. In pochissimo tempo divenni
un difensore fortissimo. Nella formazione delle squadre non
venivo più scelto per ultimo. Certo, qualche errore continuavo
a commetterlo, ma tutti si accorsero del mio cambiamento e
nello spogliatoio Vittorio mi disse: "In queste ultime due
lezioni sei stato fortissimo". Davide aggiunse: "Sei
fondamentale". Anche in classe, durante le lezioni teoriche,
ero visibilmente cambiato. Il mio muso era finalmente sparito.
Un'espressione di felicità aveva sostituito una smorfia seria
d’indifferenza. Un giorno il Re voleva che Riccardo indovinasse
chi gli avesse appena rubato il posto a sedere. Gli fornì questo
indizio: "È una persona che sorride". Ero io.

– ARTURO –
Ero dai nonni, in mansarda, seduto sul parquet illuminato dal
sole. Era il 28 gennaio e io avevo appena finito di pranzare e
mi stavo rilassando quando mi arrivò un messaggio di
Salvador. M'invitava a raggiungerlo in biblioteca per studiare
insieme. Gli risposi senza esitare, corsi di sotto a farmi la
doccia, mi vestii velocemente e arrivai in stazione appena in
tempo per prendere l'autobus. Quando arrivai in biblioteca il
mio entusiasmo si affievolì. Seduto vicino a Salvador stava un
altro ragazzo, suo amico, intento a studiare per il test della
Bocconi: l'invito a studiare in biblioteca non era riservato a
me. Scambiai due parole con Salvador, quindi studiammo in
silenzio ognuno per proprio conto. Fuori dalla biblioteca,
quello spilungone con i capelli castani legati in un codino, mi
disse queste testuali parole: "Ora che possiamo fare casino, mi
presento. Arturo". E mi porse la mano. Salvador nel frattempo
stava togliendo il lucchetto dalla bici. Aveva fretta perché lo
aspettavano alla mensa dei poveri. "Salta su che ti porto in
stazione" mi disse. Io gongolavo dentro di me. Che bello, sarei
salito in bici con Salvador, che bello, che bello! "Vai pure se
devi andare, accompagno io Chris". Salvador non mi chiese
nemmeno se fossi d’accordo, prese e se ne andò. Rimasi solo
col suo amico, ignaro di avermi appena rovinato un momento
di gioia.
Con Arturo andammo a prendere una pizza kebab, la sua
preferita, e camminammo verso la stazione. Parlammo tutto il
tempo di Salvador. Loro due erano amici da alcuni anni e si
conoscevano molto bene. Mi descrisse accuratamente le "fasi"
di Salvador, chiamate così perché, ogni volta che lo rivedeva

dopo un lungo viaggio, era una persona diversa da quella che
era partita. Quel ragazzo aveva una voce calda e tranquilla, mi
trasmetteva calma e serenità. Quando arrivammo in stazione,
mancavano ancora venti minuti. Ci sedemmo sulla panchina di
ferro all'inizio della pista ciclo-pedonale delimitata da tronchi,
spogli per l'inverno e neri per il buio, con le luci della stazione
in lontananza. Si fumò una sigaretta mentre gli parlavo di me,
di cosa avrei voluto fare dopo il liceo, di quali fossero le mie
passioni. Finita la sigaretta, mi disse di abitare vicino alla
stazione, così mi offrii di accompagnarlo. Proseguimmo per il
viale alberato e svoltammo a destra lungo una strada di belle
case signorili. Ci fermammo davanti a una di quelle. "Eccoci
qua". Se prima ce l'avevo con lui per aver lasciato andare
Salvador senza di me, ora gli ero grato perché mi aveva dato
l’occasione di conoscerlo. Arturo mi fece una buona
impressione, era buono e gentile, ero quasi felice che Salvador
avesse invitato pure lui in biblioteca. Gli chiesi se potessi
abbracciarlo e mentre ci stringevamo, gli dissi che speravo
davvero di rivederlo presto, così mi lasciò il suo numero.
L'intermediario
Qualche giorno dopo avergli detto tutto quello che provavo
per lui, Salvador smise di rispondere al telefono e sparì pure
da Facebook, non riuscii più a contattarlo. Così i primi
messaggi che scrissi a Arturo erano per chiedergli come stava
Salvador. Era sera e, dopo avermi detto che Salvador era
semplicemente un po’ depresso come ogni tanto gli accade,
parlammo un po’ di noi due. Lui era andato al cinema a vedere
The Imitation Game, io gli dissi che il giorno dopo sarei dovuto
rimanere a Bologna. Mi domandò dove sarei andato per

pranzo e gli risposi che avrei mangiato solo da qualche parte.
Mi chiese se mi andasse di vederci. Mi portò in uno di quei
locali giapponesi con piattini colorati che scorrono lungo un
rullo. Era la prima volta che prendevo due bacchette in mano
e Arturo mi fece un video imbarazzante mentre tentavo
inutilmente di afferrare quel cibo che ogni volta ricadeva nel
piatto. A un certo punto chiesi una forchetta. Mangiai molto
bene, era tutto squisito e quei piattini colorati erano davvero
carini, ma la cosa più buona fu il dessert: una ciotolina di
tiramisù. Appropriato.
Usciti dal ristorante, ad Arturo venne la pazza idea di andare a
trovare Salvador per tirarlo su di morale. Lui non sapeva
niente di quello che era successo tra noi. Non trovai una
buona scusa per non farlo, forse perché avevo voglia di
vederlo. Arrivammo davanti all’ingresso del condominio giallo
sbiadito di quattro piani e suonammo il campanello
dall’accento sbagliato. Salimmo due rampe di scale ed
entrammo in un monolocale abitato da quattro persone ma
quel pomeriggio, in casa, c'erano solo Salvador, suo fratello e
sua madre. Rimasi in silenzio per tutto il tempo, l'unico
momento in cui parlai fu per salutare e rispondere a qualche
domanda di cortesia. Salvador era stanco, con poche energie e
voglia di fare, di parlare, di sorridere. La sua testa e i suoi
pensieri erano su un altro pianeta. Quando tornai a casa
Salvador mi scrisse che gli dispiaceva di avermi visto a disagio.
Due canguri
Era l'ultimo week end di febbraio, il mio compleanno doveva
ancora arrivare, e a Bologna c'era il Magister. Il lunedì
successivo sarei dovuto andare a Milano con la scuola a una

mostra di Van Gogh. Chiesi ad Arturo se potesse ospitarmi la
domenica notte perché avrei finito tardi. Arrivai davanti a casa
sua all'una e mezza in compagnia del mio trolley rosso. Lui
aveva puntato la sveglia e scese ad aprirmi. Era la prima volta
che entravo in casa sua ed era davvero bella. Arredata con
oggetti e mobili preziosi, statue e vasi di porcellana. Salimmo
le scale di pietra coperte di tappeto verde e proseguimmo su
una rampa di vetro che portava all'ultimo piano. La sua
camera nel sottotetto era grande e spaziosa. Dalla finestrella
sulla scrivania si scorgevano le stelle fra le nuvole nere.
Eravamo sotto le coperte del suo divano letto a luci spente.
Arturo era molto stanco ma io lo tenni un po’ sveglio con le
mie domande su Salvador.
Sabato arrivò in fretta. Quel giorno Dagoberto e io andammo a
pranzo al McDonald ma il viaggio in macchina non fu molto
piacevole. Gli dissi di essermi iscritto su un sito di incontri gay.
Era l’unico modo che avessi per conoscere altri ragazzi gay e
confrontarmi. Lui mi guardò come se fossi scemo. "Tu non sei
gay!" continuava a ripetere “A te piace la fica, te lo dico io,
fidati!”. Non capivo. Che fine aveva fatto il ragazzo che una
settimana prima aveva abbracciato un amico in lacrime? Al
ritorno andai a riprendermi il trolley rosso. Arturo rimase sul
ciglio della porta d’ingresso a scambiare due parole con me.
"Salvador mi ha detto che ti ha tagliato i capelli". "Voila!"
esclamai levandomi il berretto. Mi mostrai allegro e sereno ma
ero adirato per la discussione con Dagoberto e volevo
parlargliene per sfogarmi, ma come potevo? Lui non sapeva di
me e Salvador in più Dagoberto mi stava aspettando in
macchina. Gli chiesi se uno di quei giorni saremmo potuti
uscire.

Il martedì successivo Arturo e io eravamo in un bar di Bologna
a prendere un caffè shakerato. Gli raccontai dei cinque
compleanni, della sera in cui lessi la lettera a Salvador, tutto.
Ascoltò in silenzio, sorrise mentre gli parlavo di come fosse
migliorato il mio rapporto con i miei compagni, sembrava
felice per me. In stazione, mentre aspettavamo il treno, mi
venne in mente una domanda per non finire il nostro incontro
in silenzio. "Cosa ti dà la tua ragazza che senza di lei non
avresti? Cosa aggiunge alla tua vita?". Mi sembrava una
domanda normale detta da un ragazzo che non è mai stato
fidanzato, invece toccai un argomento delicato. Arturo non
riuscì a rispondermi. Farfugliò qualcosa ma non capii niente
per il treno che frenava sulle rotaie. Prima che salissi, mi disse:
"Mi rende un po’ più felice". E il treno partì.
Il venerdì sera di tre giorni dopo stavo per mettermi a letto
quando il telefono vibrò. Era un messaggio di Arturo, mi
chiedeva se il giorno dopo fossi libero. Voleva finire quel
discorso cominciato in stazione. Io francamente non ci
pensavo già più. Arrivai a Bologna alle cinque del pomeriggio.
Era una fredda giornata di sole e così ne approfittammo per
una bella passeggiata. Andammo fino in centro e dopo essere
usciti dal Novecento ci sedemmo sui gradini sotto i portici
della piazza. Martedì mi ero aperto con lui e ora lui voleva fare
lo stesso con me. Parlammo a lungo e mi rivelò cose molto
intime e personali, alcuni problemi che aveva, e anche se
l’unico modo che avevo di aiutarlo era ascoltarlo, lo feci molto
volentieri. Ero felice e grato della fiducia che mi dava.
Andammo a casa sua a far merenda. Conobbi sua madre e sua
nonna e assaggiai una fetta di torta alla fragola delicata e
cremosa. Arturo continuò a parlarmi tutto il tempo, finché non
scese la sera. In stazione ci abbracciammo. Restammo

abbracciati a lungo senza mai staccarci. E mentre ci
abbracciavamo mi disse: "Se qualcuno ci vede ora, non
m'importa cosa pensa" disse mentre ci stringevamo. Il giorno
dopo gli mandai la foto di due canguri che si abbracciano con
scritta questa frase: un abbraccio vuol dire "tu non sei una
minaccia. Non ho paura di starti così vicino. Posso rilassarmi,
sentirmi a casa. Sono protetto e qualcuno mi comprende”. La
tradizione vuole che quando abbracciamo qualcuno in modo
sincero, guadagniamo un anno di vita. Gli dissi di sentire vera
ogni parola di quella frase ma soprattutto ero certo che quello
che ci legava era una profonda comprensione reciproca e che
quella sera avevo guadagnato un giorno di vita.
Sorpresa!
Lunedì 16 marzo avevo una lezione pomeridiana che sarebbe
finita alle quattro. Mandai un messaggio a Salvador per
chiedergli di vederci per quell'ora, giusto per salutarci prima
che io prendessi il treno per tornare a casa. Mi disse che
doveva studiare. Così inviai lo stesso messaggio ad Arturo ma
da lui non ricevetti nemmeno risposta, tanto che finita la
lezione mi dimenticai pure di avergli fatto una domanda.
Eppure alle quattro trovai un ragazzo con i capelli legati
appoggiato al muro di fronte all'entrata della scuola. Arturo mi
guardava con un sorriso, era lì per me. Andammo al Cafè del
Viale a bere qualcosa. Ci sedemmo in veranda per tenere
d'occhio il grande orologio della stazione. "Devo dirti una
cosa" disse di punto in bianco. I miei occhi lo fissavano
impietriti in attesa che lui continuasse. "Sono due settimane
che non fumo per colpa tua. Vorrei comprarmi il pacchetto
ma, quando mi avvicino al negozio, mi ricordo la faccia che hai


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