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Votiamo si o votiamo no .pdf



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Grafica: Francesca Rossi, Roma - Stampa: Tipografia Ostiense, Roma

Verso il referendum
per la nuova Costituzione

Votiamo si
o votiamo no ?
Liberi Pensatori 2016

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Questo opuscolo è stato redatto da un
piccolo gruppo di liberi pensatori, privi di
tessere di partito e di interessi diretti o
indiretti nella politica, convinti che il voto
referendario che noi cittadini italiani siamo
chiamati ad esprimere avrà una importanza
analoga a quello che ebbe il referendum
Monarchia versus Repubblica, o il voto del
1948 (Fronte popolare versus Democrazia
Cristiana).
Si propone di contribuire, con il massimo
possibile di onestà intellettuale, ad una
scelta consapevole.

Per considerazioni, anche critiche, commenti
e integrazioni, così come per la disponibilità
a collaborare, l’indirizzo mail è:
liberipensatori.2016@gmail.com

www.facebook.com/liberipensatori2016

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Premessa
Verso la fine di maggio, ad una cena di amici, si parlava della nuova
Costituzione con pareri divaricati ma, ad una domanda, venne fuori
che nessuno aveva letto il testo originale: la valutazione di ognuno
si basava solo sui commenti letti sui giornali o ascoltati in televisione
o trovati in rete.
Mi parve una cosa sbagliata: a ottobre saremo chiamati a dare il
nostro giudizio su un tema fondamentale per la modernizzazione
della Istituzione più importante del Paese e rischiamo di andare in
cabina e decidere senza conoscere davvero.
Pur non essendo un esperto in materia, mi sono procurato il testo
- è cosa facilissima, basta cliccare su http://www.gazzettaufficiale.
it/eli/id/2016/04/15/16A03075/sg - lo ho letto, analizzato ed
ho condiviso l’esame di ogni articolo con gli amici su facebook.
Facendo questo lavoro ho scoperto tante cose di grande rilievo ma
che nessuno mi aveva raccontato.Ultimata la pubblicazione, come
succede spesso su facebook, si è formato un piccolo gruppo di
amici con i quali ho condiviso l’utilità di una riorganizzazione del
testo e una sua pubblicazione per una maggiore diffusione.
Innanzitutto abbiamo approfondito la conoscenza sul tema.
Abbiamo trovato un manifesto prodotto da un combattivo
“Comitato per il NO” promosso da due professori di diritto
costituzionale Alessandro Pace e Gustavo Zagrebelsky (entrambi
collocati politicamente alla sinistra della sinistra comunista) con
il sostegno de “Il fatto quotidiano”. Abbiamo trovato anche un
“Comitato per il SI” di emanazione governativa, anche questo
sostenuto da professori di diritto costituzionale, molto meno
organizzato del comitato avverso. Nel sito sono indicate le loro
ragioni, anche se formulate con una minor capacità comunicativa.
Il primo documento, che si compone di dieci domande retoriche
e, inevitabilmente, dieci risposte negative che portano al NO, ha
provocato in noi una sorta di ripulso istintivo per la tecnica veteromarxista usata (mettere in bocca all’avversario affermazioni

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non fatte, o comunque distorte, così da poter agevolmente
controbattere); il secondo ci ha disorientato per l’affastellamento
dei ragionamenti. Nessuno dei due ci ha convinto: fanno campagna
elettorale e quindi acritica. Per uno è tutto sbagliato, alla Bartali,
per l’altro è tutto giusto. Questa considerazione ci ha rafforzato
nella decisione di pubblicare questo piccolo opuscolo e metterlo
a disposizione degli amici che lo vorranno leggere e, se lo
condividessero, farlo circolare.
Dichiariamo la nostra totale impreparazione nel diritto
costituzionale: non è detto che sia una cosa negativa perché ci
pone in sintonia con chi andrà a votare.

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Obiettivi della riforma
Prima di cominciare dobbiamo chiarirci sugli obiettivi che la Riforma
si propone di raggiungere perché chi non dovesse condividerli
potrà evitare la lettura di questo opuscolo e votare convintamente
NO.
L’obiettivo principale è rafforzare l‘azione del Parlamento e la
stabilità dei governi che detengono il record mondiale per quanto
riguarda la brevità: 63 governi in 70 anni!
I principali strumenti per raggiungerlo sono:
• il rafforzamento dei poteri del governo,
• la semplificazione e la riduzione dei tempi per l’attuazione delle
politiche,
• la riduzione della conflittualità tra Stato e regioni,
• la rivisitazione dei rapporti tra Stato ed istituzioni territoriali.
Dobbiamo anche chiarirci sui punti che NON siamo chiamati a
votare:
NON siamo chiamati a dare la nostra opinione su quali sarebbero
state le modifiche che avremmo voluto noi. Leggiamo e sentiamo
dire “Sarebbe stato meglio che il Senato fosse stato abolito del
tutto”, oppure, “Avrebbero dovuto dimezzare anche i deputati”,
oppure “Non mi sta bene che i 100 nuovi Senatori abbiano l’immunità
parlamentare”, o ancora “Le norme sono scritte male”, infine,
“Avrebbero dovuto abolire le Regioni a Statuto speciale” e chi più ne
ha più ne metta. A parte il fatto che a molte di queste affermazioni
è possibile dare una risposta precisa, la scelta di voto deve essere
fatta sul testo che ci viene proposto nella sua globalità, con i pregi e
i difetti.
NON siamo chiamati a votare sull’operato di Renzi in questi due
anni di governo. Quel giudizio lo daremo quando ci saranno le
elezioni politiche. Se l’operato di Renzi ci avrà soddisfatto, quel
giorno voteremo per il suo partito, se invece non ci avrà soddisfatto,
avremo una vasta possibilità di scelta. Ora dobbiamo attenerci alle

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modifiche introdotte nella Costituzione, che resteranno anche
quando l’attuale premier non sarà più al suo posto.
NON siamo chiamati a dare un voto favorevole “sotto ricatto”, come
sentiamo dire da molti che così hanno inteso l’impegno di Renzi a
dimettersi nel caso di vittoria del NO. A noi le dimissioni di Renzi nel
caso di sconfitta al voto referendario sembrano un atto dovuto, così
come ha fatto Cameron dopo la vittoria del leave, per cui non ci
vediamo alcun ricatto. Peraltro, lo scioglimento delle Camere non è
nella disponibilità di Renzi ma del Presidente della Repubblica che,
prima di decidere, sonderà altre soluzioni ed è probabile che le trovi
considerando che è necessaria una legge per la elezione dei senatori
e, forse, una modifica per l’Italicum. Probabilmente Renzi avrebbe
fatto meglio a starsi zitto e presentare le dimissioni nel caso di esito
negativo. Conosciamo però l’esuberanza del personaggio.
In sintesi dobbiamo dare il nostro voto sulla base di una sola
valutazione:
Il testo della riforma, nel suo complesso, è migliore o peggiore di
quello attuale?
Il metodo che ci proponiamo di usare è analizzare sinteticamente
gruppi di articoli accorpati per materia (ne abbiamo individuate
sette) e verificare se vanno o meno nel senso dell’obiettivo
annunciato con un commento per ogni materia.
Gli articoli interessati dalla riforma sono 47.
Di questi 23 si limitano a correggere il plurale con il singolare articoli 48, 58, 60, 61, 63, 66, 67, 78, 79, 80, 81, 82, 85, 86, 87, 88, 94,
96, 97, 121, 126, 132, 135. Non hanno quindi bisogno di commenti.
Ne restano quindi da commentare solo 24.
Cominciamo.

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Le modifiche di “semplificazione”
dell’ apparto statale
Articolo 99
Abolizione
del Cnel.

Il testo abrogato assegna al Cnel il compito di consulente del
governo e la possibilità di proporre leggi al Parlamento. Nel mezzo
secolo di funzionamento ha fatto proposte di legge che si contano
con le dita di due mani, peraltro neppure approfondite in un
dibattito parlamentare.
Con la sola eccezione della parentesi collegata alla presidenza De
Rita, il Cnel non ha neppure dato utile consulenza. Si è trasformato
in una seconda pensione dorata per vertici sindacali e confindustriali,
ospitati in una splendida palazzina a Villa Borghese.
Sino a qualche anno fa costava 200 milioni l’anno (equivalente di
tre ospedali da 300 posti letto). Con gli interventi degli ultimi anni la
cifra si è drasticamente ridotta ma sempre soldi buttati sono.

Articolo 114
Abolizione delle
province.

Tutti i partiti politici in campagna elettorale erano favorevoli alla
abolizione delle 100 province. Non vediamo una ragione perché ora
si debba cambiare opinione. Per inciso, i costi diretti della “politica”
vengono a ridursi di circa 1.500 stipendi e rimborsi spese al mese.
Sentiamo dire che con l’abolizione delle province vi sarebbe un
deficit di democrazia: si vota per i municipi, i comuni, le regioni, il
parlamento nazionale e quello europeo! Non crediamo che
l’obiezione abbia senso.
Possiamo dire che, fosse stato per noi, avremmo tenuto le province
e abolito le regioni. Ma, ricordiamocelo, non siamo chiamati a votare
sulla nostra Costituzione personale…

Articolo 69
Abolizione delle
indennità dei
senatori.

L’articolo in vigore stabilisce che “I membri del Parlamento ricevono
una indennità stabilita dalla Legge.”
Il nuovo testo, invece stabilisce che “I membri della Camera dei
Deputati ricevono una indennità stabilita dalla Legge.”

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Di conseguenza i futuri senatori non percepiranno indennità: altri
330 stipendi in meno e, nel futuro, riduzione del numero dei
(costosissimi) dipendenti del Senato, degli affitti e gestione dei
palazzi per gli uffici dei senatori, etc.

Articolo 59
Abolizione dei
senatori a vita.

L’attuale Costituzione affida al Presidente della Repubblica la
nomina di cinque senatori a vita scelti tra “cittadini che hanno
illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico,
artistico e letterario.”
Nel nuovo articolato resta ferma la definizione per la scelta, ma i
senatori così individuati NON sono più a vita ma durano in carica 7
anni e non possono essere rinominati alla scadenza. Inoltre ci
sembra di poter dire che non hanno più alcun emolumento, ai sensi
dell’articolo 69 sopra commentato.
In altri termini con l‘articolo 59 vengono aboliti i senatori a vita e
quelli individuati dal Presidente della Repubblica vanno a fare i
senatori “a gratis”! Naturalmente è prevista la possibilità di rifiuto
della nomina.

Articolo 122
Emolumenti
dei consiglieri
regionali.

Rispetto al precedente testo, l’articolo si giova di una aggiunta per
la quale gli emolumenti dei consiglieri regionali non potranno più
essere superiori a quelli dei sindaci dei comuni capoluogo e che nei
consigli regionali dovrà essere rispettata la parità di genere.
Questa modifica potrebbe comportare, oltre che rilevanti risparmi,
anche una moralizzazione nella corsa a farsi eleggere consigliere
che oggi unisce al poco lavoro tantissimi soldi.

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Considerazioni
Sono disposizioni di pura semplificazione che non incidono in nulla sullo
spirito della Costituzione.
Abbiamo stimato alcuni dei risparmi che ne conseguono per semplice
informazione, non perché crediamo che debbano avere una benché minima
importanza sulla decisione di voto che dovremo assumere, anzi, secondo noi
il governo sbaglia a dare importanza a questo elemento.

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I rapporti tra Governo
e Istituzioni territoriali
Art. 118
Funzioni
amministrative
delle istituzioni
territoriali dello
Stato.

L’articolo vigente stabilisce come sono distribuite le funzioni
amministrative tra Stato, regioni, città metropolitane e comuni.

Art. 119
Autonomia
finanziaria e
risorse degli
istituzioni
territoriali
dello Stato.

Le modifiche rispetto al testo attuale tendono tutte a consentire un
controllo più diretto dello Stato sulle spese delle regioni, città
metropolitane e comuni.

Art. 120
Interventi
sostitutivi del
governo per
inerzia dei
consigli regionali
e delle città
metropolitane.

Il testo precedente autorizza il governo a sostituirsi alle istituzioni
territoriali dello Stato in caso di mancato rispetto di norme
internazionali, per pericolo grave per l’incolumità, etc.

Art. 126
Scioglimento
del consiglio
regionale.

Il testo precedente prevede che il Presidente della Repubblica
emetta il decreto di scioglimento “sentita una commissione di
deputati e senatori.”

Il nuovo testo aggiunge un comma per il quale “Le funzioni
amministrative sono esercitate in modo da assicurare la semplificazione e la trasparenza dell’azione amministrava, secondo criteri
di efficienza e di responsabilità degli amministratori.” Non sappiamo
dire se l’aggiunta sia necessaria, certo è positiva.

Il testo nuovo, non modificando le fattispecie, obbliga il governo,
prima di intervenire, ad acquisire il parere del Senato.

Il nuovo testo elimina la commissione ma richiede il preventivo
parere del Senato. È sulla linea dell’articolo precedente.

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Art. 116
Regioni con
speciali
autonomie.

Il testo lascia invariate le autonomie attuali. Prevede alcune
variazioni (connesse alle diverse competenze fissate dall’art. 117 che
vedremo nel seguito) alle facoltà dello Stato di delegare competenze
alle regioni, aggiungendo la condizione che una qualsiasi delega
può essere data soltanto alla regione che abbia un equilibrio di
bilancio.

Considerazioni
Sono disposizioni che consentono al governo di essere più incisivo nei
confronti delle istituzioni territoriali e vanno tutte nel senso degli obiettivi
enunciati.

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Il Presidente della Repubblica e
la Corte Costituzionale
Articolo 74
Firma delle
leggi
da parte del
Presidente della
Repubblica.

L’articolo vigente dà facoltà al Presidente della Repubblica di
rifiutare, in prima istanza, la firma di una legge con un messaggio
alle Camere. Se però le Camere confermano il testo della legge, il
Presidente deve firmarla. Questa disposizione rimane inalterata.
Si aggiunge solo che nel caso di decreti legge il tempo utile per la
loro promulgazione, nel caso il Presidente chieda chiarimenti, passa
da 60 a 90 giorni.

Il testo attuale prevede che il Presidente sia eletto in seduta
Articolo 83
Elezione del
congiunta dai deputati, dai senatori e dai delegati regionali (tre per
Presidente della ogni regione indicati garantendo le minoranze, ad eccezione della
Repubblica.
Valle d’Aosta che ha un solo rappresentante).
A conti fatti i grandi elettori sono 1006 (630 deputati, 315 senatori e
61 rappresentanti delle regioni). Nei primi tre scrutini serve la
maggioranza dei 2/3 dell’assemblea (671 voti), poi la maggioranza
assoluta dell’assemblea (504 voti).
Il che vuol dire che nei primi tre turni serve un accordo tra
maggioranza e opposizione mentre dal quarto turno in poi, a
Costituzione vigente, il governo in carica può scegliersi da solo il
Presidente in quanto, avendo avuto la fiducia della Camera e del
Senato, non può non avere i 504 voti necessari per l’elezione.
L’esperienza di dodici elezioni presidenziali (da Einaudi a Mattarella)
ci dice che solo quattro volte il Presidente è stato eletto prima del
quarto scrutinio (Gronchi, Cossiga, Ciampi e Napolitano II).
La nuova Costituzione prevede che il Presidente sia eletto in seduta
congiunta da deputati e senatori, cioè da 730 grandi elettori (630
deputati + 100 senatori). Nei primi tre scrutini serve, come ora, la
maggioranza dei 2/3 dell’assemblea (487 voti), poi dal quarto al
sesto scrutinio la maggioranza dei 3/5 dell’assemblea (438 voti),
dal settimo in poi la maggioranza dei 3/5 dei votanti.

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Per valutare in cosa cambi la nuova disposizione occorre affidarsi ai
numeri. Applicando la legge elettorale vigente con il premio di
maggioranza (Italicum), il partito vincitore delle elezioni avrà 340
voti.
I 98 voti che mancano per arrivare ai 438 voti necessari dal quarto
scrutinio in poi per l’elezione del Presidente non possono essere
attinti con i senatori neppure se il partito vincitore avesse fatto
filotto in tutte le regioni in quanto non meno di 30 dei 95 consiglieri/
senatori spettano alle opposizioni (lo vedremo all’articolo 57);
quindi al massimo può raggiungere 405 voti (340 + 65), cioè 33
voti in meno di quelli necessari per eleggere il Presidente. Nella
realtà, poi, ne serviranno di più in quanto non è probabile un filotto
generalizzato.*
I numeri dicono che il nuovo testo esige l’apporto dei voti
dell’opposizione per eleggere il Presidente della Repubblica,
mentre con la vecchia costituzione il governo dal quarto scrutinio in
poi diviene autosufficiente.
Resta da esaminare cosa possa accadere dalla settima votazione in
poi, quando cioè il quorum per l’elezione si abbassa ai 3/5 dei
votanti.
Perché con i soli propri voti (tutti compatti su un candidato –
quando mai è successo?) la maggioranza di governo raggiunga i
3/5 vuol dire che devono essere presenti in aula non più di 675
grandi elettori.
Questo significa che ben 55 grandi elettori si siano dati malati o
siano andati in settimana bianca. È chiaro che il caso si può verificare
solo se vi è a monte una scelta politica da parte delle opposizioni,
come tale non sindacabile.

* una stima sulla ripartizione dei seggi tra maggioranza ed opposizione, in base
alla composizione attuale dei Consigli regionali, darebbe 52 delegati alla attuale
maggioranza e 43 alle opposizioni.

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Le considerazioni esposte sono decisive per poter riaffermare che
la nuova norma, in tutte le situazioni, è più garantista delle
precedente, anche in presenza dell’Italicum.

Articolo 73
Controllo
preventivo di
legittimità delle
leggi elettorali.

Il nuovo testo prevede che, a richiesta di almeno un quarto
dei deputati, le leggi che disciplinano le elezioni dei deputati o
dei senatori devono essere sottoposte all’esame delle Corte
costituzionale. Sino alla pronuncia della Corte la legge non entra in
vigore.

Articolo 134
Esame delle
leggi elettorali
da parte della
Corte
costituzionale.

Quest’articolo conferma il compito della Corte di esaminare
preventivamente la legittimità delle leggi elettorali per le elezioni
dei deputati e dei senatori, come previsto dall’articolo 73.

Articolo 135
Composizione
della Corte
Costituzionale.

La Corte costituzionale rimane costituita da 15 giudici, cinque
nominati dal Presidente della Repubblica, cinque dalle supreme
magistrature (ordinaria e amministrativa) e cinque di spettanza
politica. Il testo attuale prevede che vengano eletti in seduta
comune tra Camera e Senato con la maggioranza dei 3/5.
Il nuovo testo stabilisce che, invariata la maggioranza dei 3/5 dei
voti per l’elezione, dei cinque giudici di spettanza della politica, tre
vengono eletti dalla Camera dei Deputati e due dal Senato. Valgono
le considerazioni fatte per l’elezione del Presidente della Repubblica:
per eleggere i giudici costituzionali serve sempre l’apporto delle
opposizioni. Verosimilmente tre saranno scelti dalla maggioranza e
due dalle opposizioni, come ora.

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Considerazioni
La nuova formulazione degli articoli 73, 83 e 134 sono una delle grandi novità
della riforma. Vanno a riparare due errori della attuale Costituzione per la
quale:
a) la maggioranza può eleggersi da sola il Presidente, che vede così indebolito
il suo ruolo di garante;
b) la maggioranza può confezionarsi leggi elettorali su misura senza controllo
preventivo da parte di nessuno altro organo dello Stato; con la nuova
Costituzione le leggi elettorali devono avere il filtro di legittimità della Corte
costituzionale prima di entrare in vigore: se questa norma fosse stata
presente nella vecchia Costituzione avremmo evitato il Porcellum e, forse,
l’Italicum.
Chi votasse NO al referendum deve mettere in conto di perdere, assieme al
resto, anche questa norma.
Nonostante l’evidenza dei numeri, i critici della riforma, imperterriti, continuano
a sostenere che la nuova formulazione metterebbe gli organi di garanzia
(Presidente della Repubblica e Corte costituzionale) in mano alla maggioranza
prodotta dal premio: è un falso totale, come risulta dal commento del testo. È
vero l’opposto.
Data l’importanza dell’argomento e visto che da tante parti si racconta che un
motivo decisivo per dire NO alla nuova Costituzione sia l’attuale legge
elettorale, ci sembra opportuno inserire in questo opuscolo, per completezza
di informazione, qualche considerazione sull’Italicum. Intanto un dato di fatto:
l’Italicum è da qualche mese all’esame della Corte Costituzionale che,
naturalmente, attenderà l’esito del referendum per valutarlo.
Ne consegue che se davvero l’Italicum fosse disallineato con il dettato
costituzionale, come affermano molti, la Corte lo boccerà. Se non lo bocciasse,
vorrebbe dire che non rappresenta un problema per la salvaguardia delle
istituzioni repubblicane.

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Nel primo caso il Parlamento dovrà affrettarsi a confezionare una nuova
legge che, se prevalessero i Si, prima di entrare in vigore, dovrà avere
l’assenso della Corte. In caso contrario andremo al voto con un’altra legge
sub judice, con le conseguenze che abbiamo già sperimentato.
Altri sostengono che, con l’Italicum, sia stato tolto di fatto al Presidente della
Repubblica il potere di individuare il primo ministro.
A costoro va ricordato che questo potere è stato attenuato ma non eliminato
sin dal 1994, cioè da quando è invalsa la abitudine di collegare il nome di un
partito a quello del leader e che la nuova Costituzione non cambia di una
virgola i poteri del Presidente.
Nel 1994 le elezioni furono vinte da Forza Italia, che nei suoi manifesti aveva
il nome di Berlusconi e il Presidente Scalfaro gli diede l’incarico, dopo le
liturgiche consultazioni. Ciò non gli impedì di conferirlo a Dini quando
Berlusconi perse la fiducia del Parlamento per un ripensamento di Bossi. Lo
stesso accadde quando Prodi, incaricato primo ministro nel 1996 per aver
vinto le elezioni con la congerie di partiti che lo sostenevano, venne sfiduciato
dal Parlamento. Il Presidente diede l’incarico a D’Alema prima e poi ad
Amato. Sino a giungere ai nostri giorni quando Bersani non perse le elezioni
ed ebbe l’incarico. Non ottenne la fiducia e l’incarico passò prima a Letta e
poi a Renzi.
Incalzano i critici che con l’Italicum il vincolo per il Presidente al rispetto dei
risultati delle urne è più forte. È vero! Sarà la Corte a stabilire se questo
maggiore vincolo vada a confliggere con i poteri del Presidente. A noi pare,
però, che se il voto popolare ha dato una indicazione precisa, è conseguente
che il Presidente la segua.
Possiamo quindi tutti attendere fiduciosi la sentenza della Corte e disancorare
il giudizio sulla Costituzione dalla legge elettorale vigente e convenire che
l’argomento dell’Italicum come un buon motivo per votare NO, non ha
alcuna sostanza.

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L’ ampliamento delle forme
di democrazia diretta
Articolo 75
Referendum.

All’articolo “storico” viene aggiunto un comma per il quale la
proposta referendaria è approvata anche se si reca al seggio il 50%
dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei Deputati, purché a
richiedere il referendum siano stati almeno 800.000 elettori.
Viene cioè abbassato lo sbarramento dal 50% degli aventi diritto a
circa il 30%, se fanno testo le ultime tornate elettorali e che è stato
il motivo del fallimento della maggior parte dei quesiti referendari
degli ultimi anni.

Articolo 71
Proposte di
legge di iniziativa
del Senato,
del popolo e
referendum
propositivi.

Con questo articolo vengono previsti tre nuovi strumenti per
legiferare:
• al nuovo Senato è data la facoltà di proporre disegni di legge che
la Camera ha l’obbligo di esaminare entro sei mesi dalla richiesta;
• le leggi di iniziativa popolare possono essere proposte con
150.000 firme (tre volte più del precedente testo) ma questa
volta l’emanando regolamento parlamentare dovrà garantire i
tempi e i modi di esame;
• è istituito il referendum popolare propositivo e d’indirizzo che
sarà disciplinato da apposita legge.

Considerazioni
I referendum sono stati strumenti importanti per fare avanzare il Paese verso
conquiste civili che il Parlamento non aveva la forza o la volontà di
consegnarci. Per indirli occorreva un tema di interesse generale che
permettesse una grande mobilitazione popolare e uno sforzo organizzativo
ed economico ingente per la raccolta delle firme, in quanto i mezzi di
comunicazione erano molto meno pervasivi di quelli attuali.

Verso il referendum per la nuova Costituzione

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Chi riusciva nell’impresa ben meritava di proporre all’attenzione del Paese la
sua visione e di caricare sulla finanza pubblica il costo della sua celebrazione,
l’ultimo è costato circa 400 milioni di €.
A nostro parere, con il passare del tempo, questo strumento è stato abusato.
I quesiti si sono trasformati da generali a settoriali ed è diventato troppo
facile raggranellare le firme per imporre al Paese un quesito referendario,
tanto che il suo principale obiettivo, spesso, si è surrettiziamente trasformato
in una clava contro il governo di turno. In questo una responsabilità la ha
anche la Cassazione che lascia passare, con un certo lassismo, quesiti
incomprensibili ai più.
Pensavamo che l’istituzione del referendum propositivo, l’abbassamento del
quorum, che obbligherà tutti i cittadini responsabili ad esprimersi sui quesiti,
l’obbligo di esaminare le leggi di iniziativa popolare, piacessero agli
innamorati di questo strumento di democrazia diretta, come i Radicali.
Sbagliavamo. A loro non piacciono per nulla perché non hanno recepito le
indicazioni che avrebbero dato in corso d’opera, come l’autocertificazione
delle firme (!). Se così non fosse non si chiamerebbero Radicali.
Fosse stato per noi, avremmo lasciato le cose come stavano ma, lo ripetiamo,
non siamo chiamati a votare sulla nostra Costituzione personale…

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Il nuovo Parlamento
Articolo 55
Il Parlamento.

Con questo articolo si fissano, per titoli, i compiti della Camera dei
Deputati e del Senato. Il primo e ultimo comma restano inalterati. Il
secondo, terzo, quarto e quinto sono nuovi.
Il secondo comma dice che “Le leggi che stabiliscono le modalità di
elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini
nella rappresentanza”. È la moda del momento, che non entusiasma,
ma tant’è!
Il terzo comma pone il capo ad ogni deputato l’onore di
rappresentare la nazione (speriamo che lo meritino).
Il quarto comma affida alla sola Camera dei Deputati il rapporto di
fiducia con il governo, il controllo sul suo operato, la funzione di
indirizzo politico e legislativa.
Il quinto comma definisce le competenze del Senato:
• rappresenta le istituzioni territoriali,
• esercita funzioni di raccordo tra Stato e istituzioni territoriali,
• concorre nella funzione legislativa nei casi stabiliti da altri articoli
della Costituzione,
• concorre all’esercizio delle funzioni di raccordo tra Stato,
istituzioni territoriali e Unione europea,
• concorre a esprimere pareri sulle nomine di competenza del
governo,
• concorre alla verifica dell’attuazione delle leggi dello Stato,
• partecipa alle decisioni dirette alla formulazione e all’attuazione
degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea.

Articolo 70
Funzioni delle
due Camere.

L’articolo vigente si compone di un solo comma: “La funzione
legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere.” Fine della
trasmissione.
La nuova formulazione si compone di sette commi che regolano la
divisione dei poteri tra le due camere. Vediamoli uno ad uno.
Primo comma. La funzione legislativa è esercitata da entrambe le

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Camere per le leggi:
• di revisione della Costituzione e comunque costituzionali;
• di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la
tutela delle minoranze linguistiche;
• relative ai referendum popolari (abrogativi e propositivi) e di
iniziativa popolare;
• che determinano l’ordinamento, le elezioni, gli organi di governo,
le funzioni fondamentali dei comuni e delle città metropolitane;
• sulle forme associative dei Comuni;
• sulle norme generali, le forme e i termini della partecipazione
dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle
politiche dell’unione europea;
• sui casi di ineleggibilità e incompatibilità con l’ufficio di senatore;
• sulla attribuzione dei seggi del Senato;
• di ratifica dei trattati europei;
• sull’ordinamento speciale per Roma, in quanto capitale d’Italia;
• sulle condizioni particolari di autonomia alle regioni;
• sulle deleghe alle regioni di compiti di competenza dello Stato, o
accordi tra regioni;
• sulle attribuzione dei patrimoni degli enti territoriali;
• sulle autorizzazioni al governo di sostituirsi agli enti territoriali;
• sui principi generali a cui devono riferirsi le leggi regionali sulle
elezioni dei rispettivi consigli;
• sui principi per l’accorpamento dei comuni.
È possibile che abbiamo dimenticato, o non perfettamente tradotto,
tutte le fattispecie, in tal caso ce ne scusiamo. Comunque, si tratta
di un elenco che ripete quello che i singoli articoli già definiscono di
competenza di entrambe le Camere. Il comune denominatore dei
singoli punti dell’elenco è che sono temi che vanno incidere o sul
territorio o sull’Europa. La previsione che se ne debbano occupare
entrambe le Camere è quindi in sintonia con il compito che la nuova
Costituzione affida al Senato.

20 Votiamo si o votiamo no ?

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Secondo comma. Tutte le altre leggi sono approvate dalla Camera
dei Deputati.
Terzo comma. Le leggi approvate dalla Camera dei Deputati
vengono trasmesse al Senato che, entro dieci giorni dall’invio, può
decidere di esaminarle se vi è una richiesta in tal senso di 1/3 dei
suoi componenti. Il Senato ha 30 giorni per proporre modifiche
sulle quali la Camera si pronuncia in via definitiva e la legge va al
Presidente della Repubblica per la promulgazione.
Quarto comma. Nel caso, su richiesta del governo motivata dalla
“tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero
l’interesse generale”, la Camera dei Deputati legiferi in materia che
preveda l’intervento del Senato, questo ha il diritto di esaminare il
provvedimento nel tempo di 10 giorni e la Camera dei Deputati
potrà discostarsi dalle modifiche proposte dal Senato solo a
maggioranza assoluta dei suoi componenti.
Quinto comma. Il Senato esamina la legge di bilancio e il rendiconto
consuntivo approvati dalla Camera dei Deputati e può proporre
modifiche entro 15 giorni dalla trasmissione.
Sesto Comma. Le questioni di competenza tra le due Camere sono
risolte dai presidenti della Camera e del Senato.
Settimo comma. Il Senato ha facoltà di svolgere indagini conoscitive
e formulare osservazioni sugli atti in discussione alla Camera dei
Deputati.

Articolo 57
Composizione
del Senato.

Il Senato sarà composto da 95 membri (oltre i 5 scelti dal Presidente
della Repubblica nei modi previsti dall’articolo 59 già commentato)
“rappresentativi delle istituzioni territoriali”, cioè delle regioni, delle
province autonome, delle città metropolitane e dei comuni.
I consigli regionali e i consigli delle province autonome di Trento e di
Bolzano eleggeranno, con metodo proporzionale, i senatori tra i

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propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci
del capoluogo dei rispettivi territori.
La ripartizione dei seggi tra le regioni è effettuata in funzione del
numero degli abitanti, con un minimo di due senatori.
La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi
dai quali provengono.
Una apposita legge regolerà le modalità di attribuzione dei seggi,
che devono essere attribuiti in ragione dei voti espressi, e di elezione
dei membri del Senato.
Tra tutti gli articoli esaminati, questo a noi sembra quello scritto
peggio, in particolare il comma che rimanda alla emananda legge
per le modalità di attribuzione dei seggi e l’elezione dei membri del
senato. Anche se ne conosciamo il motivo - l’articolo è frutto di un
compromesso d’aula - è certo che è venuto fuori un testo che
Manzoni, anche prima di lavare i panni in Arno, non avrebbe mai
condiviso.
Indipendentemente dal cattivo italiano, però, è inequivocabile che
l’articolo obblighi il Parlamento a emanare una legge che mandi a
Roma, per ogni regione, un numero di senatori proporzionale ai voti
espressi dagli elettori, votati dai cittadini con voto di preferenza e
che l’emananda legge sarà preventivamente sottoposta al parere
di legittimità della Corte costituzionale – come previsto
dell’articolo 73, anche questo già commentato.

Articolo 64
Funzionamento
della Camera.

Nel nuovo testo viene aggiunta la seguente previsione: “I
regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze
parlamentari. Il Regolamento della Camera dei Deputati disciplina
lo statuto delle opposizioni.” Sembra questa una norma di garanzia
per le minoranze.

22 Votiamo si o votiamo no ?

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Considerazioni
Con gli articoli 55 e 70 ci siamo imbattuti nel cuore della modifica della
Costituzione: la fiducia al Governo è data solo dalla Camera dei Deputati che
diviene l’unica “fabbrica delle leggi”, anche se con il supporto, in alcuni casi,
del Senato.
Questa modifica elimina il rischio delle maggioranze divaricate che
impantanano l’azione del governo, responsabilizza il governo che perde gli
alibi (“non ho potuto fare quello che volevo perché il Parlamento è lento e
non avevo il 51% dei voti” – vi ricorda qualcuno?), velocizza il processo
decisionale, necessario nel nostro mondo sempre più competitivo che non
aspetta i tempi della politica. Non si dica che, quando si vuole, le leggi si
fanno in tre giorni: sono eccezioni che accadono solo quando sono tutto
d’accordo, e quindi nel caso di leggi a favore della casta. Chi fa questa
obiezione dimostra una opposizione di principio, non sostenuta da alcuna
logica.
A coloro che sono innamorati dei vecchi ritmi è un articolo che non può
piacere. In questo caso fanno bene a votare NO, ma prima dovrebbero farsi
un approfondito esame di coscienza e ricordarsi di quante volte è capitato
loro di trovarsi distonici con il Parlamento e “i politici” per i continui rimandi
tra una camera e l’altra di provvedimenti urgenti che però non venivano mai
fuori. E la legislatura finiva con un nulla di fatto.
La principale funzione del nuovo Senato motiva la sua composizione di
espressione diretta dei consigli regionali e delle grandi città le cui istanze
sono così direttamente rappresentate. Il numero ridotto dei membri
comporterà una riduzione della rappresentanza dei partiti minori ma insieme
consentirà una rappresentanza dei partiti regionali. I consiglieri/senatori
saranno scelti tra gli eletti dal popolo: una parte utilizzando la legge per
l’elezione dei sindaci (che a noi sembra essere la migliore leggere elettorale
che abbiamo), un’altra utilizzando le varie leggi per le elezioni dei consigli
regionali.

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Il continuo rinnovo del Senato ad ogni elezione regionale rende la sua
composizione più vicina alla sensibilità del momento e bilancia (parzialmente)
l’eventuale disamore della gente per il parlamento eletto qualche anno
prima.
I critici dicono che sarebbe stato meglio abolire questo senato. Fanno finta di
non sapere che in molti paesi europei esistono Camere che hanno analoga
mission e composizione. Costituiscono antenne utili per captare le necessità
dei territori. A nuova Costituzione in vigore sarà possibile, con legge ordinaria,
abolire la conferenza Stato/regioni.
È una novità, e come tale tutta da sperimentare, che però va sicuramente nel
verso di semplificare e migliorare la produttività della “fabbrica delle leggi”,
che è la funzione del Parlamento.

24 Votiamo si o votiamo no ?

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I nuovi poteri del Governo
Articolo 77
Decreti legge.

Con il nuovo articolo viene confermata la possibilità per il governo
di emanare decreti legge (cioè provvedimenti che hanno il valore di
legge appena promulgati ma che perdono di efficacia se non
vengono approvati dal Parlamento entro 60 giorni dalla
promulgazione).
Viene confermata la proibizione di ricorrere a “provvedimenti
provvisori con valore di legge”, appunto i decreti legge, in materia
costituzionale, elettorale e per la ratifica di trattati internazionali, e
per l’approvazione di bilancio e consuntivi.
Il nuovo testo chiarisce che il governo può emanare decreti
legge per “l’organizzazione del procedimento elettorale e dello
svolgimento delle elezioni” (lo ha sempre fatto ma non era
esplicitato nel testo della Costituzione), mentre inibisce
espressamente al governo la possibilità di reiterare disposizioni
contenute in decreti legge non convertiti nel tempo previsto e di
ripristinare l’efficacia di norme di legge dichiarate illegittime dalla
Corte costituzionale. Stabilisce inoltre che i decreti legge devono
contenere misure di immediata applicazione e di contenuto
specifico, omogeneo e corrispondente al titolo, nonché il divieto di
immettere in corso di approvazione disposizioni estranee all’oggetto
o alla finalità del decreto.

Articolo 72
Esame prioritario
dei disegni di
legge proposti
dal governo.

Rispetto al testo precedente, a parte le precisazioni conseguenti
alla differenziazioni di funzioni tra le due Camere, la novità risiede
nell’ultimo comma per il quale, per le materie di esclusiva
competenza della Camera dei Deputati, il governo può chiedere
che un disegno di legge, indicato dallo stesso governo come
essenziale per l’attuazione del suo programma, sia iscritto con
priorità all’ordine del giorno e sottoposto all’approvazione entro 75
giorni (5 per l’iscrizione e 70 per l’esame). In questi casi, il tempo
concesso al Senato per esaminarlo è ridotto a 15 giorni. Tutto l’iter
quindi va a completarsi in 90 giorni o poco più se il Senato formula
osservazioni.

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Considerazioni
Le due disposizioni si bilanciano. La prima va a proibire l’abuso che i governi,
di tutti i colori, hanno fatto dello strumento del decreto legge, recependo il
parere degli esperti in materia. La seconda consente al governo di chiedere
al Parlamento di occuparsi di una legge, con tempi di approvazione non
dissimili da quelli previsti per i decreti legge e con tre rilevanti differenze
i) il tempo a disposizione della Camera dei Deputati per esaminare il
provvedimento sarà il doppio perché occorrerà una sola lettura;
ii) le norme non entrano in vigore al momento della proposta;
iii) si ridurrà il ricorso al voto di fiducia, ora sostanzialmente obbligato dalle
due letture nel breve tempo di 60 giorni.
È sicuramente questa un’altra norma cardine per il raggiungimento
dell’obiettivo della riforma e per questo trova tanti critici, per lo più si tratta
di personalità (!) appartenenti alla sinistra storica La loro paura è che il
governo eletto dal popolo possa diventare troppo incisivo. Quando si dice la
fiducia nella democrazia.

26 Votiamo si o votiamo no ?

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Il rapporto tra Stato e Regioni
Articolo 117
Divisione dei
poteri legislativi
tra Stato
e regioni.

Il testo del vigente si divide concettualmente in tre parti: nella prima
vengono indicate le materie di competenza esclusiva dello Stato,
nella seconda le materie di legislazione concorrente e nella terza si
stabilisce che alle regioni va la potestà legislativa di “ogni materia
non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”.
Il nuovo testo ribalta il concetto: abroga per intero la legislazione
concorrente e indica con precisione le materie di potestà
regionale.
Infine la prima parte di competenza esclusiva dello Stato viene di
molto ampliata. Tornano allo Stato materie importanti come le
infrastrutture strategiche, le grandi reti di trasporto, la produzione,
trasporto e distribuzione dell’energia, l’ordinamento delle
professioni, la tutela dei beni paesaggistici, il commercio con
l’estero, gli ordinamenti scolastici, l’istruzione universitaria e la
programmazione della ricerca scientifica, etc.
Anche per questo articolo, come per l’articolo 55, ci vorrebbe un
esperto, questa volta di gestione della cosa pubblica, per poter
pesare compiutamente la portata pratica delle modifiche introdotte.
Noi non lo siamo e quindi ci asteniamo da dare giudizi definitivi.
Possiamo dire però, limitatamente per materie di cui abbiamo
conoscenza
sufficientemente
approfondita
(professioni,
infrastrutture), che a noi sembrano modifiche sacrosante. Fosse
stato per noi, ne avremmo previste anche altre, ad esempio in
materia di Sanità.
Nell’articolato viene introdotto un altro comma con il quale si
stabilisce che lo Stato può intervenire sulle materie di competenza
delle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o
economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse
nazionale” .
Un ulteriore comma rende possibile alla Stato di delegare alle
regioni l’esercizio della potestà legislativa di propria competenza
esclusiva.

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Considerazioni
Messa in conto la contrarietà degli accaniti regionalisti che hanno ogni buona
ragione per votare NO, qualsiasi cittadino di buon senso dovrebbe essere
entusiasta di questo ritorno al passato.
Come tutti dovremmo ricordare, fu il governo D’Alema che diede molti nuovi
poteri alle regioni ed introdusse materie in cui la legislazione diveniva
“concorrente”, cioè di competenza sia dello Stato che delle regioni. Lo fece
per motivi elettorali con il fine di contrastare l’ascesa della Lega nelle vicine
elezioni, che invece perse (la storia si ripete!).
La norma delle materie concorrenti e quella che tutto il resto spettava alle
regioni ha dato tanto lavoro ai giudici costituzionali ed ha rallentato o fermato
tanti provvedimenti utili allo sviluppo del Paese.
I critici affermano che questo articolo, insieme a quello che distribuisce le
competenze tra Camera dei Deputati e Senato aumenterà i conflitti di
competenze. A noi sembra che sia vero il contrario. L’eliminazione totale di
“materie concorrenti” e la norma per la quale ciò che non è elencato tra i
compiti delle regioni torna allo Stato dovrebbe sostanzialmente annullare i
conflitti tra stato e le venti regioni. Potrà certamente creare nuovi motivi di
conflitto tra Camera dei Deputati e Senato, se non saranno risolti dall’incontro
dei due presidenti, ma saranno almeno venti volte di meno. Comunque la
Corte costituzionale sta li apposta!
L’articolo si propone di riequilibrare la situazione a favore dello Stato centrale
e costituisce un altro dei cardini della riforma.

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Conclusione
Il nostro piccolo gruppo si è accostato alla lettura delle modifiche
della Costituzione con nessuna informazione diretta ma con un
ventaglio variegato di posizioni preconcette.
Ad analisi completata, ci siamo convinti che il testo che ci viene
proposto sia decisamente migliore del precedente e in grado di
favorire il raggiungimento degli obiettivi che la riforma si propone:
• rendere più incisiva l’azione dei governi, ai quali verranno a
mancare gli alibi se non realizzasse i programmi promessi in
campagna elettorale, senza ridurre nessuno dei poteri delle
istituzioni di garanzia;
• consentire un controllo maggiore dello Stato sulle istituzioni
territoriali;
• garantire che il Presidente della Repubblica venga eletto con
l’apporto delle opposizioni;
• evitare che le leggi elettorali entrino in vigore priva di un parere
positivo della Corte costituzionale;
riaffidare allo Stato competenze che solo menti obnubilate
potevano assegnare alle singole regioni.*
In altri termini migliora la legge per antonomasia, la Costituzione.
Le obiezioni dei critici si sono rivelate infondate, frutto di letture
faziose, di pregiudizi ideologici e di odio verso l’attuale governo e il
suo leader.
Addirittura i critici hanno sostenuto il NO perché il Parlamento non
avrebbe legittimità in quanto eletto con i Porcellum, dichiarato
incostituzionale - pura malafede in quanto la sentenza delle Corte è
chiarissima sulla legittimità del Parlamento -, oppure perché
sarebbe stata imposta dal governo, mentre il testo iniziale, di
matrice governativa – non è proibito - è stato modificato in centinaia

* Molti degli attuali critici, che ora fanno le pulci al testo, allora sedevano in Parlamento:
nessun pentimento?

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di punti dalle commissioni di merito ed è stato oggetto di migliaia
di votazioni, alcune anche a scrutinio segreto, e senza mai porre la
fiducia. Anche qui c’è chi scrive il contrario approfittando della
distrazione di tanti lettori.
Una ultima considerazione. Sempre i critici dicono: votate NO,
intanto dopo la miglioriamo noi la Costituzione, in quattro e
quattr’otto. Altra prova di malafede totale. È solo il caso di ricordare
che la volontà di riformare alcuni istituti della Costituzione non è
idea di Renzi. Si è provato a modificarli nei primi anni ’80 con una
commissione presieduta dal liberale Aldo Bozzi. Poi ci provò De
Mita e poi D’Alema (che fece un pasticcio con Berlusconi). Le
modifiche più importante furono varate nel 2001, con i disastri che
abbiamo commentato, e nel 2006, bocciata però dal referendum
popolare.
Se perdessimo questa occasione, passeranno alcuni lustri prima
che si possa ottenere un adeguamento delle istituzioni
repubblicane per avvicinarle alle necessità dei tempi che viviamo.

30 Votiamo si o votiamo no ?

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Chi volesse contribuire alla diffusione di
questo opuscolo è sufficiente che lo richieda
all’indirizzo mail:
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www.facebook.com/liberipensatori2016

Fino all’esaurimento delle copie che, con
nostra libera e modesta sottoscrizione,
abbiamo fatto stampare glielo faremo
recapitare gratuitamente.

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Grafica: Francesca Rossi, Roma - Stampa: Tipografia Ostiense, Roma

Finito di stampare nel mese di luglio 2016

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