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Amore sordo .pdf



Nome del file originale: Amore sordo.pdf
Autore: G.Pheola

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Amore sordo
G.Pheola

Si alzò e, in punta di piedi, sfiorando appena il pavimento, si avvicinò alla finestra
scrutando il cielo. Aveva le parvenze di una creatura non umana. Il suo passo era quello di
un fantasma, ma il suo corpo era reale, fin troppo. Il solo trascinarlo qui e lì, a mo’ di valigia,
era ormai un fardello penoso. Sedette sul davanzale, lasciando che i piedi nudi fluttuassero a
poche dita dal pavimento. Indossava un leggero abito color panna, contornato in ogni sua
parte da ricami floreali merlettati, rampicanti sul petto e sui fianchi; le maniche, di un tessuto
talmente leggero da sembrare fumo, scendevano fino ad avvolgere i polsi.
Se fosse nata nell’impossibilità di osservare la sua immagine riflessa, e avesse dovuto
affidare alla sua mente il compito di tracciare l’idea che aveva del suo aspetto esteriore, si
sarebbe figurata come una giovane donna grigia, fragile e malaticcia. Percepiva se stessa come
una pallida creatura non vivente, risplendente di luce riflessa; un salice che aveva preteso di
diventare, o forse di sembrare, un essere umano. Invece, aveva avuto l’onore, o l’atroce
disgrazia, di venire alla luce in un mondo invaso dagli specchi.
Prese a fissare i suoi tratti riflessi sui vetri della finestra. Era una giovane donna dalle
guance rosee, e aveva lunghi e folti capelli color quercia. Era un cumolo di carne morbida
impregnata del profumo del sole d’estate. Era tonda di una femminilità traboccante che in
alcune occasioni la faceva sentire a disagio. Aveva due grandi occhi simili a quelli di una cerva
ferita, nei quali si cullava un’acquosa espressione infantile e malinconica.
Gli alberi che circondavano la casa resistevano all’arrivo della nuova stagione, ancora folti
e rigogliosi. La lenta discesa di una foglia ancora verde sul davanzale esterno della finestra la
strattonò fuori dalla sua mente, riportandola alla realtà. La giovane si illuse di poter essere la
fortunata spettatrice di un evento intimo ed esclusivo quale avrebbe potuto essere la morte
della prima, sventurata, fogliolina a precipitare quell’autunno.
Poggiò una mano sui vetri; erano freddi come la raggelante giornata che avanzava al
rallentatore. Era un freddo insolito per quel periodo dell’anno. Nonostante le temperature,
le sue mani erano ugualmente sudaticce e lasciarono un’impronta sulle lastre di ghiaccio che
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permettevano alla luce di filtrare all’interno della villetta. Guardò le piccole linee che
costituivano il calco delle sue dita paffute, e il pensiero che sull’intero pianeta Terra non vi
fosse un’altra, sola, persona con quegli stessi, identici tratti identificativi, la fece rabbrividire
di solitudine. Aveva cercato con tutte le sue forze di sfuggire al martellante avvicendarsi
quotidiano di impegni e preoccupazioni, rifugiandosi infine in quell’angolino di pace, e
improvvisamente pareva essersene pentita. Sebbene aveva deciso di sottoporsi
volontariamente a una contumacia che la stava tenendo lontana dalla sua ansia sociale e dalla
realtà, in quella vecchia casa, appartenuta un tempo ai nonni di suo padre, sapeva di essere
sola.
Non era orfana, e non era stata cresciuta da genitori che l’avevano fatta sentire trascurata.
Al contrario, era stata molto amata. Non era figlia unica, e poteva contare su un ristretto
numero di persone con le quali poter dialogare con una certa spensieratezza. Malgrado ogni
cosa, ciò che in cuor suo riusciva a provare era solo un vuoto inspiegabile. Eppure da qualche
parte nel suo spirito, o nella sua anima, albergava la sensazione di essere morta.
Nella sua mente paragonava quel pericoloso torpore alla sensazione che compare di prima
mattina, allo schiudere degli occhi dopo un lungo sonno, di non essere in grado di capire se
si è ancora in vita o si e appena oltrepassato il limite.
Se la morte attua un cesura della vita, dando il via ad una nuova forma di esistenza
immateriale, ad una dimensione misteriosa di non-essere, per la giovane donna non c’era
stato alcun evento prodigioso che avesse potuto segnare il passaggio dalla vita alla morte.
Aveva continuato a galleggiare inerte sul mare piatto e irremovibile degli anni, senza essere
sfiorata dalle onde nostalgiche che tornano a riva, né da quelle impetuose che trascinano al
largo. Se dunque non era morta, la sensazione di non sentirsi viva poteva essere spiegata
soltanto prendendo in considerazione l’eventualità di non essere mai venuta al mondo.
Cullandosi in un limbo fuori dallo spazio e dal tempo, fino a quel momento si era soltanto
illusa di aver vissuto.
In passato, era capitato che il suo cuore fosse stato acceso dai flebili scoppiettii di immaturi
sentimenti, ma nessuna di quelle scintille aveva illuminato la sua vita con i colori sciabordanti
di un’aurora boreale. Aveva finito per sentirsi spenta, ormai incapace di provare sensazioni
di calore e dolce serenità. Sapeva di avere amore da offrire, da offrire in cambio di nulla, ma
anche quella convinzione era ormai sopita sotto una spessa coltre di neve. Riusciva a provare
soltanto un torpore che le tarpava le ali dell’anima. Aveva bisogno di un amore che le urlasse

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contro quanto quell’amore stesso avesse bisogno di lei per poter sopravvivere. Aveva
bisogno di una violenta scossa che la riportasse, o meglio portasse, in vita.
La grande casa dei bisnonni era come lei. Tra le sue mura aveva albergato la vita, aveva
respirato la gioia; aveva oziato l’amore, aveva giaciuto la morte, e ora era che una casa vuota
e desolata, colma di soli mobili crepitanti e delimitata da pareti muffite. E lei se ne stava lì,
cullata dal fruscio delle chiome arboree, accarezzata dai freddi aliti dell’autunno, abbandonata
alle maree della natura.
Il suo rifugio era quella casa antica, nella quale ristagnava un forte odore di umidità.
Sorgeva nel nulla di un boschetto collinare, distante circa settanta chilometri dalla città in cui
la giovane donna era nata e cresciuta, e dove lavorava instancabilmente, senza tregua,
affaccendandosi fino al limite delle sue possibilità, pur di non affrontare le oscurità della sua
mente.
Uscì sul porticato, chiudendosi la porta alle spalle. Roteò la chiave nella serratura in una
sola mandata, poi la infilò in una tasca minuscola celata dai ricami dell’abito. Scese i pochi
gradini della scaletta in legno che separava la verandina dal terreno umido. Soltanto all’ultimo
gradino, nel momento in cui poggiò la punta del piede destro sul terreno scivoloso, si rese
conto di essere senza scarpe.
Compì un involontario movimento, come per risalire i gradini al fine di recuperare le
calzature, quindi cambiò idea, e si fermò. Il piede era ormai già sporco di fanghiglia; il suo
intento era quello di raggiungere il laghetto che sorgeva a pochi metri da quella
fantasmagorica abitazione, dunque pazienza, avrebbe risciacquato i piedi una volta giunta a
destinazione. Colta da un attacco della sua indecisione cronica, piantata sull’ultimo gradino,
e poggiato il peso su un piede solo come uno spaventapasseri, si ritrovò la testa invasa da
una raffica di pensieri effimeri. Avrebbe sciacquato i piedi al fiume, ma li avrebbe sporcati di
nuovo sulla via del ritorno. Allo stesso tempo non aveva voglia di sporcare il porticato e
l’ingresso della casa, né aveva intenzione di saltellare come una ranocchia sul piede sinistro
fino alle scarpe. Cosa fare? Continuò a fissarsi gli arti inferiori, infine rinunciò a proseguire
in quell’assurdo e futile monologo mentale. Titubante, mise giù anche l’altro piede.
Il contatto tra la pelle delle piante, formicolanti dal fresco autunnale, e quel terreno
umidiccio, inizialmente diede vita ad una sensazione di fastidio e disagio, facendole scorrere
un leggero brivido lungo la schiena e sulla parte posteriore delle gambe. Iniziando a muovere
passi incerti, ma regolari, uno dopo l’altro, presto si abituò alla consistenza e alla temperatura

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del suolo; dovette mantenere un’attenzione vigile e costante, al fine di evitare i ciottoli non
levigati, disseminati lungo tutto il percorso.
La giovane donna prese a guardarsi intorno, domandandosi fin dove si estendesse la
proprietà relativa alla casa, dunque fin dove potesse sentirsi padrona delle briciole silenziose
di natura che danzavano davanti ai suoi occhi: gli alberi infreddoliti, i rami scricchiolanti, le
foglie morenti.
Iniziò ad intravedere i flebili raggi del sole al suo crepuscolo, che scivolavano sullo
specchio d’acqua verso cui era diretta. Gli argini del lago erano irregolari; vi erano punti in
cui il terreno era sopraelevato, e sui bordi della conca d’acqua la profondità era già notevole.
Naturalmente vi erano tratti in cui era possibile entrare gradualmente e in sicurezza in quelle
acque pacifiche, e dove il suolo fangoso, che in quei punti simulava la battigia di una piccola
spiaggia, concedeva spazio all’acqua con la lentezza di una macchina per lo zucchero filato.
Trascinò i piedi infangati fino a una dolce mezzaluna di sponda lacustre, dove l’acqua le
sfiorava appena la caviglia. Un nuovo brivido le scivolò lungo la schiena. L’acqua era gelida.
La giovane irrigidì le gambe, spostandole in blocco, imitando il moto di un’asticella di
metronomo capovolta, in modo da pulire approssimativamente i piedi.
Si guardò intorno, cercando di imprimere nella mente ogni dettaglio di quel dolce
paesaggio. Il lago non era molto ampio e, dal punto in cui si trovava, riusciva a mantenere la
vista su gran parte dei suoi confini. Gli alberi del bosco costeggiavano lo specchio d’acqua,
celando quella piccola oasi allo sguardo di chiunque non fosse a conoscenza della sua
esistenza. Il sole era sempre più basso nel cielo, e i raggi che poco prima galleggiavano beati
sul pelo dell’acqua, si erano completamente inabissati.
«Ciambella» pensò la giovane donna. «Questo bosco è una ciambella. Fitto di alberi nel
circolo esterno, ma nel suo cuore, al di sopra di questo laghetto, c’è soltanto il cielo. Mi trovo
nel buco di una ciambella».
Un minuscolo stormo di appena cinque o sei esemplari di uccelli, ai quali la giovane donna
non sapeva attribuire un nome, si librò d’improvviso dalla chioma di un albero sempreverde,
attraversando lo spazio di cielo aperto che sovrastava il lago. La velocità dell’evento la fece
sobbalzare ed estrasse di riflesso i piedi dall’acqua, indietreggiando di qualche passo, con
goffaggine e rapidità. Non riuscendo ad accorgersi in tempo di un tronchetto d’albero che
giaceva sul suolo, grande quanto un busto umano, vi capitombolò sopra senza la possibilità
di riparare la caduta con le mani. Fracassò il fondoschiena sul terreno bagnaticcio e fangoso,
lasciandosi andare a uno scroscio di versi poco femminili, quasi animaleschi. La prima

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sensazione fu indubbiamente di dolore; le successive, in gradazione, passarono dal disgusto
causato dall’essersi ricoperta di fango, al rammarico per aver rovinato un abito tanto delizioso,
e soprattutto costoso.
Si guardò intorno, studiando la situazione: come rialzarsi senza insozzarsi ulteriormente?
Mentre ragionava tra sé, una mano le apparve davanti al viso. La giovane lanciò un urlo,
agitando le gambe nel tentativo di rialzarsi, e continuando a scivolare in modo pietoso.
Pensava di essere da sola in quel ritaglio di natura e invece, evidentemente, c’era qualcun
altro. Un pescatore, un cacciatore, un potenziale maniaco omicida? Chissà per quanto tempo
era stato lì a spiarla. Dal potenziale delinquente provenne un impercettibile verso simile ad
una risata. La giovane donna che, impantanata, continuava a dimenarsi, non aveva ancora
avuto il coraggio di guardare in viso l’uomo; in preda ad un improvviso slancio di coraggio,
si decise infine ad alzare gli occhi.
Dopo un primo inspiegabile tonfo nello stomaco, la ragazza parve tranquillizzarsi, e la
mano di poco prima tornò ad apparirle davanti al viso. Dopo qualche altro tentennamento,
accettò l’aiuto e tornò a reggersi su due piedi. Allungò la testa oltre le proprie spalle cercando
di controllare le condizioni del vestito: erano a dir poco penose. Si accorse che la sua mano
stringeva ancora quella dell’uomo, e la ritrasse all’istante.
«Grazie» sussurrò, imbronciando le labbra come a voler celare l’imbarazzo.
Lo sconosciuto sorrise, ma non rispose. Era un giovane uomo, approssimativamente della
stessa età della ragazza. Era più alto di lei, di almeno una ventina di centimetri. Nonostante
fosse magro, aveva spalle larghe e un prestanza fisica che la fece sentire in soggezione. Benché
indossasse una semplice maglietta bianca e un paio di pantaloni corti color ruggine, la sua
postura eretta ed elegante, e gli occhiali agganciati fieramente sul naso, gli conferivano un’aria
straordinariamente sofisticata. Il bel sorriso con il quale aveva risposto al ringraziamento della
giovane donna perdurava, ma a dominare incontrastati sul suo volto erano due grandi occhi
scuri, accoccolati in uno sguardo sornione.
«Allora? Ti ho ringraziato! Sei sordo?» sbottò la giovane donna, nel momento in cui si rese
conto di essere rimasta a fissare lo sconosciuto troppo a lungo.
Il giovane annuì inaspettatamente. La donna contorse il volto in un’espressione di
smarrimento. Non aveva compreso il senso del gesto dell’uomo che proseguiva a sbracciarsi.
Portò un indice all’orecchio, poi alle labbra, quindi aprì entrambe le braccia, portando il collo
nelle spalle. La giovane donna infine capì, spalancando gli occhi dalla sorpresa.

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«Davvero? Sei sordomuto?» balbettò la ragazza. «Cioè, voglio dire non udente. E non
parlante, ecco. Come si dice?».
Il giovane uomo continuò a sorridere, chiudendo gli occhi per qualche istante, poi annuì,
nuovamente.
«Scusa, non lo sapevo» sussurrò la ragazza rossa di vergogna, «non volevo».
Il giovane uomo agitò la mano davanti al viso di lei, come a dirle che non c’era da
preoccuparsi. Il gesto questa volta venne compreso.
«Scusa ancora» biascicò la donna col capo chino, guardando l’uomo di sottecchi. «Ma tu
riesci a capire tutto quello che dico?».
L’uomo portò l’indice verso i propri occhi e poi lo indirizzò verso la bocca di lei. Sfiorò
con il dito le sue labbra e la pelle le si contrasse come in un brivido. Colta di sorpresa,
indietreggiò stando attenta a non capitombolare, questa volta. L’uomo si portò una mano al
petto, in segno di ammenda per aver fatto ricorso a un livello di confidenza fuori luogo; la
donna scosse la testa come a voler significare che era tutto a posto.
«Leggi le parole sulle mie labbra» borbottò, dando voce al gesto dell’uomo, e lasciando
trasparire sul suo viso l’espressione di chi è assorto in un difficile ragionamento. «Cosa ci fai
da queste parti?».
Il giovane uomo si guardò intorno come se un aiuto potesse provenire dalla natura stessa,
sforzandosi per trovare qualcosa di lampante affinché la ragazza potesse comprenderlo.
Infine la prese per mano, con molta naturalezza, provocando in lei un nuovo brivido.
Cominciò a camminare a passo spedito, conducendola in qualche luogo imprecisato verso
l’interno del boschetto. La giovane donna era ancora scalza, e in quel modo non riusciva a
tenere il passo dell’uomo. Inoltre, i piedi iniziavano a farle male. Con la mano libera afferrò
il forte braccio che la trainava. Il giovane si girò, e la ragazza indicò i piedi nudi; si fermò,
tenendola ancora per mano. Sul suo volto si formò un sorriso che presto si allargò per far
posto a una folata di risate silenziose.
«Ti fa ridere, questa cosa?» ululò la donna, riappropriandosi della sua mano con uno
strattone, incrociando le braccia sul petto, e indossando un’espressione offesa. Il giovane
uomo, accortosi del «grave sgarro» tornò serio di colpo, tradendo a tratti dei sorrisetti divertiti.
Porse la mano alla donna dallo sguardo contrariato, e di malavoglia la giovane accettò la presa.
Lungo tutto il tragitto dal laghetto alla destinazione ignota, la donna cercò di memorizzare
quanti più dettagli riusciva a percepire in quel paesaggio apparentemente ripetitivo e
indistinguibile. Cercò di non lasciarsi sfuggire alcuna svolta, alcun passaggio, così da essere

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in grado di ritornare alla strada principale, in caso di necessità. Non aveva intenzione di
abbassare le difese, nonostante quel giovane non allarmava in lei i sensibilissimi radar che le
avevano sempre permesso di analizzare rapidamente le persone equivoche e le situazioni di
pericolo che era ritrovata ad affrontare nella sua vita.
Dopo circa dieci minuti di cammino, i due giovani si ritrovarono davanti ad una tenda da
campeggio. Nei pressi della canadese, circondati da pietre di diversa grandezza e forma,
giacevano sul terriccio umido i resti di un fuocherello acceso, dunque spento.
Il giovane uomo lasciò la presa della giovane donna, indicando l’interno della tenda con
la mano aperta, sospesa a mezz’aria. La donna fissò per qualche istante la tana socchiusa,
quindi spostò lo sguardo verso il punto di boschetto dal quale erano giunti, come per
controllare che la via di fuga fosse libera. Si guardò attorno, osservò la zona in cui era piantata
la tenda, soffermandosi sulle spoglie del fuocherello estinto.
Il giovane uomo entrò per primo nella tenda, sedendovi a gambe incrociate e tenendo
spalancata la fessura d’entrata. Fece segno alla sua ospite di avvicinarsi, toccando il
soprassuolo della tenda due volte, come ad indicarle di accomodarsi. La giovane donna tornò
a guardarsi intorno, poi, titubante, stringendosi nelle spalle, decise incoscientemente di
seguire lo sconosciuto.
Il comportamento che aveva assunto nell’ultimo quarto d’ora della sua vita rappresentava
esattamente l’opposto di quello che l’aveva caratterizzata fino a quel momento. Era sempre
stata una persona cauta, giudiziosa, diffidente.
Entrò. In un angolino c’erano un paio di libri in disordine. La giovane ospite poté
riconoscere un vecchio romanzo di inizio Novecento che non aveva mai finito di leggere,
avvolto in una copertina rigida rossa. Nell’angolo opposto c’era uno zaino aperto, color fango,
dal quale sbucavano vestiti ed oggetti messi alla rinfusa. Accanto al giovane c’era un cuscino
e una coperta ripiegata, poggiata su di esso.
La giovane donna avrebbe dovuto sentirsi a disagio. Avrebbe dovuto scappare via dalla
tenda. Avrebbe dovuto scandagliare quel luogo angusto con lo sguardo, alla ricerca di un
oggetto potenzialmente letale, per poterlo afferrare all’evenienza, e difendersi da qualunque
tipo di azione a lei avversa. Era questo che le diceva la sua vigile coscienza. Eppure, la giovane
aveva girato la manopola del volume e aveva messo a tacere la sua mente. Era calma, come
non lo era da molto, troppo tempo.
La camminata l’aveva stancata, ed ora sedeva tranquilla, sui talloni infangati, davanti a uno
sconosciuto che continuava a sorriderle. Era un sorriso talmente dolce e rassicurante che era

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inspiegabile la sensazione che pian piano sentiva montare in lei di volerlo prendere a schiaffi;
c’era qualcosa, in quel sorriso, che la faceva arrabbiare a morte. La faceva sentire diversa da
quella che era sempre stata. Si sentiva ribaltare le viscere ad ogni gesto, ad ogni movimento
di quel giovane uomo.
Il silenzio regnante nella tenda era assordante come il battito del cuore di lei che temette
di udirlo echeggiare in quello spazio ristretto. Chiuse gli occhi, per un lungo attimo, nel vano
tentativo di calmare il cuore che aveva preso ad accelerare e che le rimbombava nel petto e
nelle orecchie. Aveva paura che anche l’uomo potesse riuscire a sentire quel battito, ma poi
ricordò. Non poteva sentire alcun suono prodotto attorno a lui.
«Come ti chiami?» chiese la giovane donna, spinta da un’improvvisa curiosità, aspettandosi
che lui le mostrasse un documento, per facilitare la risoluzione dell’enigma. Invece il giovane
prese uno dei libri che si trovavano nella tenda, e aprì una pagina a caso. Prese a indicare,
lentamente, mostrandole a lei di volta in volta, cinque lettere che andarono a formare un
nome. Ora conosceva il nome dello sconosciuto. A sua volta, una volta chiuso il libro, il
giovane puntò l’indice verso il volto della giovane donna.
«Il mio?» chiese conferma la donna «Vuoi sapere il mio nome?».
L’uomo annuì col capo. La giovane pronunciò lentamente il suo nome, e la persona che
sedeva di fronte a lei mosse le labbra come se lo stesse decantando a sua volta, ma non sgorgò
alcun suono. Ripeté di nuovo quel movimento di labbra. Una, due, tre volte, infine sorrise.
Un brivido le rotolò lungo schiena. Un nervosismo strano e fastidioso riempì la conca di
calma che si era fatta posto nel suo animo. Si sentiva derubata di qualcosa; innanzitutto della
sua lucidità e del suo autocontrollo. Sentiva il suo spirito afferrato da una mano gentile ma
fredda, e trascinato via, lontano da se stessa, verso un luogo ignoto.
La sua piccola mano si mosse istintivamente, e incontrollabilmente, a toccare quelle labbra
impudenti che pronunciavano in silenzio il suo nome. Erano carnose e fresche. Premette le
dita sul labbro inferiore. In quel momento il giovane arrestò il movimento della bocca e anche
il sorriso che aveva danzato instancabilmente su quelle labbra fino a poco prima, era sparito.
Questa scomparsa fece realizzare alla giovane donna di aver compiuto un gesto fuori luogo.
Fece per ritirare di scatto la mano, ma i riflessi del giovane furono più rapidi, e riuscì a
trattenere il braccio di lei per il polso.
La guardò negli occhi. Senza mai distogliere lo sguardo, riavvicinò la mano della giovane
donna alla sua bocca, ora semiaperta. Sfiorò con le labbra le dita, ad una ad una. Baciò il
palmo della mano. Poi posò le labbra delicatamente sul dorso. Un nuovo brivido la percosse.

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Avrebbe voluto chiedergli tante cose, ma era consapevole che non avrebbe potuto rispondere
a nessuna. L’uomo raccolse anche l’altra mano fra le sue, la portò ugualmente alle labbra,
compiendo lo stesso rituale. La donna non riusciva a vedere altro che gli occhi profondi che
la fissavano, e le labbra calde che la carezzavano. Non riusciva a udire altro che il silenzio che
avvolgeva, come un caldo abbraccio, il rumore di quei dolci baci. Erano spariti gli alberi. Era
svanita la macchia di fango sul vestito. Si era dissolto il canto degli uccelli. Si era volatilizzato
ogni peso dal suo spirito.
Per un attimo il giovane socchiuse le palpebre e, a quel segnale, la donna avvicinò il volto
al suo. Quando egli riaprì gli occhi, si ritrovò sotto i grandi occhi di lei a fissarlo. Ponevano
domande che, inutilmente, la bocca avrebbe voluto chiedere, e ricercavano risposte che,
invano, le orecchie avrebbero atteso.
Gli occhi di lui iniziarono a parlarle, calmandola. La distanza tra i loro visi si riduceva di
pari passo che la distanza delle loro anime andava assottigliandosi. Le cento domande e le
mille risposte, da chiedere e da concedere, si annullarono in un bacio. L’essere della giovane
si espanse. L’onda di sensazioni che la stava travolgendo era troppo grande per essere
contenuta in un unico corpo, per questo meta dell’onda tornò indietro, verso quel mare
aperto e tremendamente silenzioso. Le labbra del giovane divennero le sue labbra, la sua
bocca divenne quella dell’uomo. Le loro mani divennero un unico fusto d’edera che andava
ad arrampicarsi lungo la corteccia ruvida di quelle indescrivibili sensazioni.
Improvvisamente lo spirito della giovane liberò quello dell’uomo, facendo ritorno nel suo
corpo. Il ritorno alla coscienza le fece riaprire gli occhi che aveva serrato stretti. Realizzò la
portata della follia che le era capitata, e, spaventata, lasciò la presa di quel dolce abbraccio,
rialzandosi in piedi. Sgusciò istantaneamente fuori dalla tenda; il giovane la seguì, cercando
di riafferrarle il braccio, ma con prontezza si allontanò di qualche passo, continuando a
fissarlo. Se la giovane non fosse scappata in quel momento, non avrebbe avuto più il coraggio
di andare via.
Il cielo era illividito dalle tonalità cupe della sera. La giovane era giunta in quel luogo che
il sole ancora illuminava flebilmente il cielo. Quanto tempo aveva trascorso in quella tenda?
Erano stati pochi minuti, o svariati anni? Voltò le spalle all’uomo dopo essersi affacciata, per
un’ultima volta, in quegli occhi profondi e oscuri. Sentiva lo sguardo intristito del giovane
perforarle la schiena. Mosse uno, due passi. Ne mosse altri. Sempre più larghi, sempre più
veloci. Prese a correre, poi si fermò di colpo. Si voltò un’ultima volta; il sorriso che si stagliava

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sul suo volto illuminò quell’ombroso ritaglio di natura, e disegnò anche sul viso dell’uomo
un ampio raggio di sole.
Riprese a camminare, quindi a correre. Sapeva dove svoltare, ricordava i sentieri da
imboccare. Correva. Il vento le bagnava il viso, le pettinava i capelli. Dimenticò di essere
scalza. Correva. Tornò al laghetto, ma non si fermò. Correva. Non correva in quel modo da
quando, ancora bambina, saltava giù dal letto la mattina di Natale, per raggiungere l’albero e
scartare per prima i regali portati da Babbo Natale. Si fermò soltanto una volta giunta davanti
alla casa dei bisnonni. Lasciò penzolare le braccia, e cercò di recuperare fiato, guardando la
casa. Non le era mai parsa così bella, prima di allora. Aveva il fascino dei tesori antichi, creduti
perduti per immemorabile tempo, e poi ritrovati da qualche abile o fortunato archeologo.
Entrò in casa. Si diresse verso il bagno a passo spedito, senza curarsi delle impronte
fangose che stava lasciando sul freddo pavimento. Riempì la vasca, si spogliò degli abiti sudici
lasciandoli scivolare sul pavimento, dunque si immerse. Dapprima calò all’interno della vasca
le gambe; seguirono la pancia, e subito dopo le spalle; infine immerse anche la testa. Aprì gli
occhi. Filtrato da quella coperta d’acqua, il mondo appariva sfocato e traballante. Sensazioni
di irrequietezza e instabilità, miste ad euforia e incredulità, non le davano tregua. Si concesse
quel lungo bagno per riordinare i pensieri e le emozioni.
Nell’intero vocabolario che costituiva la conoscenza della sua lingua madre, non riusciva
a trovare una parola che descrivesse con precisione il maremoto che stava scardinando la
parte più intima di se stessa.
Uscì dal bagno dopo essersi asciugata per bene e, avvolta nell’accappatoio, si recò nella
camera da letto che un tempo era stata quella dei nonni di suo padre. Aprì l’armadio, e scelse
una camicia da notte. Non aveva fame, non avrebbe mangiato. L’unica cosa di cui aveva
bisogno era rivestirsi, sprofondare tra le calde coperte del letto con la speranza di capire al
risveglio, col consiglio della notte, cosa le fosse accaduto.
Così avvenne. Malgrado lo stato di agitazione, una volta infilatasi nel letto non faticò a
prendere sonno, e non si svegliò neppure una volta durante la notte, riuscendo a riposare,
invece, come una tartaruga in letargo fino alla mattina.
Quando aprì gli occhi, vide che l’orologio sul comodino segnava le sei e ventitré. Guardò
fuori dalla finestra. Pioveva con una ferocia inaudita. In alcuni momenti scrosciavano dal
cielo getti d’acqua pesanti e paradossalmente veloci, come se qualcuno si divertisse a
scaraventare sulla terra titaniche secchiate d’acqua. Si alzò a sedere sul letto, spostando le
coperte da un lato.

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Lui era là fuori, sotto la pioggia. Si alzò in piedi, e, senza pensarci troppo, prese dal
guardaroba una maglia rossa con le maniche a tre quarti e lo scollo a barca, più un paio di
jeans chiari. Li indossò insieme a degli anfibi neri. Si guardò allo specchio, raccogliendo i
capelli in una coda alta in un elastico rosso. Indugiò sulla sua immagine. Non era la stessa di
pochi giorni fa, neppure la stessa del giorno precedente. Una giovane sconosciuta le appariva
in quel freddo specchio; tradendo un sorriso scosse la testa, come per scrollarsi da dosso la
questione.
Si diresse verso la porta d’ingresso. Dal portaombrelli sistemato accanto alla porta, sfilò
quello messo meglio, ovvero il meno datato degli altri. Si interrogò per qualche istante circa
provenienza di quegli ombrelli. Non erano suoi, non era stata lei a portarli in quella casa. Si
domandò a chi potessero essere appartenuti. Alzò gli occhi al cielo; perché si ritrovava ad
arrovellarsi puntualmente su questioni inutili e inconcludenti nei momenti meno opportuni.
Doveva andare a recuperare il giovane sconosciuto dalle intemperie e offrirgli un riparo; era
questa la priorità.
Uscì di casa. Ripercorse la strada che il giorno prima l’aveva condotta ad una dimensione
tra incubo e paradiso. Gli alberi e il laghetto, con la pioggia, apparivano diversi da come li
aveva visti il giorno prima. Il terreno era fangoso in ogni tratto, ma, con gli anfibi ai piedi,
non riscontrò grossi problemi a percorrere i sentieri semi-tracciati. A condurre i suoi passi
non era il suo cervello, pensante e ragionante, bensì un centro di comando alternativo, non
molto affidabile, ma perfettamente operativo, posto nella sua gabbia toracica.
Mancavano due svolte consecutive sulla sinistra, quindi si sarebbe trovata di fronte alla
tenda azzurra. Il cuore iniziò a battere all’impazzata, e davanti agli occhi si formarono le
immagini di ciò che era accaduto soltanto poche ore prima.
L’ultima svolta, lo spiazzato tra gli alberi. Si fermò. Si guardò intorno. Rise. Iniziò a ridere,
nervosamente. Doveva aver imboccato il sentiero sbagliato. Il posto non era quello. Sì,
doveva essere colpa della pioggia. Non era stato facile affidarsi alla vista. Doveva aver
sbagliato strada. Continuò a ridere, avanzando di qualche passo, continuò a guardarsi intorno.
Doveva decisamente aver sbagliato strada. Era facile perdersi. Continuò a ridere, guardando
quello spiazzato vuoto. Ripensò all’incapacità della sera prima di trovare una parola che
descrivesse lo stato d’animo verso cui il giovane uomo l’aveva condotta con dolcezza e
delicatezza.
Come aveva fatto a non trovarla prima? Quella parola. Era stata sempre lì, dentro di lei,
ma la sera prima non era riuscita a individuarla in mezzo alla marea di lettere ed espressioni

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che turbinavano nella sua coscienza. Continuava a ridere. Muovendo un passo dopo l’altro
nel fango, lasciò cadere l’ombrello all’indietro, dietro di lei. Sotto la pioggia, mosse un altro
passo. Ai suoi piedi c’era qualcosa. Si trattava del cerchio di pietre che delimitava le spoglie
del fuocherello che aveva notato il pomeriggio precedente. Smise di ridere. Aprì la bocca.
Inizialmente non vi uscì alcun suono. Riprovò con maggiore sforzo.
«Felicità» sussurrò, gettandosi in ginocchio nel fango, con la pioggia che le scorreva sugli
occhi e dagli occhi. Era quella la parola che aveva a lungo cercato in quelle ore, in quelle
settimane, in quei mesi, in quegli anni. Era riuscita a trovarla, come era riuscita a trovare la
strada per la tenda, ma di essa non vi era più alcuna traccia.

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