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Amore sordo.pdf


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sul suo volto illuminò quell’ombroso ritaglio di natura, e disegnò anche sul viso dell’uomo
un ampio raggio di sole.
Riprese a camminare, quindi a correre. Sapeva dove svoltare, ricordava i sentieri da
imboccare. Correva. Il vento le bagnava il viso, le pettinava i capelli. Dimenticò di essere
scalza. Correva. Tornò al laghetto, ma non si fermò. Correva. Non correva in quel modo da
quando, ancora bambina, saltava giù dal letto la mattina di Natale, per raggiungere l’albero e
scartare per prima i regali portati da Babbo Natale. Si fermò soltanto una volta giunta davanti
alla casa dei bisnonni. Lasciò penzolare le braccia, e cercò di recuperare fiato, guardando la
casa. Non le era mai parsa così bella, prima di allora. Aveva il fascino dei tesori antichi, creduti
perduti per immemorabile tempo, e poi ritrovati da qualche abile o fortunato archeologo.
Entrò in casa. Si diresse verso il bagno a passo spedito, senza curarsi delle impronte
fangose che stava lasciando sul freddo pavimento. Riempì la vasca, si spogliò degli abiti sudici
lasciandoli scivolare sul pavimento, dunque si immerse. Dapprima calò all’interno della vasca
le gambe; seguirono la pancia, e subito dopo le spalle; infine immerse anche la testa. Aprì gli
occhi. Filtrato da quella coperta d’acqua, il mondo appariva sfocato e traballante. Sensazioni
di irrequietezza e instabilità, miste ad euforia e incredulità, non le davano tregua. Si concesse
quel lungo bagno per riordinare i pensieri e le emozioni.
Nell’intero vocabolario che costituiva la conoscenza della sua lingua madre, non riusciva
a trovare una parola che descrivesse con precisione il maremoto che stava scardinando la
parte più intima di se stessa.
Uscì dal bagno dopo essersi asciugata per bene e, avvolta nell’accappatoio, si recò nella
camera da letto che un tempo era stata quella dei nonni di suo padre. Aprì l’armadio, e scelse
una camicia da notte. Non aveva fame, non avrebbe mangiato. L’unica cosa di cui aveva
bisogno era rivestirsi, sprofondare tra le calde coperte del letto con la speranza di capire al
risveglio, col consiglio della notte, cosa le fosse accaduto.
Così avvenne. Malgrado lo stato di agitazione, una volta infilatasi nel letto non faticò a
prendere sonno, e non si svegliò neppure una volta durante la notte, riuscendo a riposare,
invece, come una tartaruga in letargo fino alla mattina.
Quando aprì gli occhi, vide che l’orologio sul comodino segnava le sei e ventitré. Guardò
fuori dalla finestra. Pioveva con una ferocia inaudita. In alcuni momenti scrosciavano dal
cielo getti d’acqua pesanti e paradossalmente veloci, come se qualcuno si divertisse a
scaraventare sulla terra titaniche secchiate d’acqua. Si alzò a sedere sul letto, spostando le
coperte da un lato.

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