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Amore sordo.pdf


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Lui era là fuori, sotto la pioggia. Si alzò in piedi, e, senza pensarci troppo, prese dal
guardaroba una maglia rossa con le maniche a tre quarti e lo scollo a barca, più un paio di
jeans chiari. Li indossò insieme a degli anfibi neri. Si guardò allo specchio, raccogliendo i
capelli in una coda alta in un elastico rosso. Indugiò sulla sua immagine. Non era la stessa di
pochi giorni fa, neppure la stessa del giorno precedente. Una giovane sconosciuta le appariva
in quel freddo specchio; tradendo un sorriso scosse la testa, come per scrollarsi da dosso la
questione.
Si diresse verso la porta d’ingresso. Dal portaombrelli sistemato accanto alla porta, sfilò
quello messo meglio, ovvero il meno datato degli altri. Si interrogò per qualche istante circa
provenienza di quegli ombrelli. Non erano suoi, non era stata lei a portarli in quella casa. Si
domandò a chi potessero essere appartenuti. Alzò gli occhi al cielo; perché si ritrovava ad
arrovellarsi puntualmente su questioni inutili e inconcludenti nei momenti meno opportuni.
Doveva andare a recuperare il giovane sconosciuto dalle intemperie e offrirgli un riparo; era
questa la priorità.
Uscì di casa. Ripercorse la strada che il giorno prima l’aveva condotta ad una dimensione
tra incubo e paradiso. Gli alberi e il laghetto, con la pioggia, apparivano diversi da come li
aveva visti il giorno prima. Il terreno era fangoso in ogni tratto, ma, con gli anfibi ai piedi,
non riscontrò grossi problemi a percorrere i sentieri semi-tracciati. A condurre i suoi passi
non era il suo cervello, pensante e ragionante, bensì un centro di comando alternativo, non
molto affidabile, ma perfettamente operativo, posto nella sua gabbia toracica.
Mancavano due svolte consecutive sulla sinistra, quindi si sarebbe trovata di fronte alla
tenda azzurra. Il cuore iniziò a battere all’impazzata, e davanti agli occhi si formarono le
immagini di ciò che era accaduto soltanto poche ore prima.
L’ultima svolta, lo spiazzato tra gli alberi. Si fermò. Si guardò intorno. Rise. Iniziò a ridere,
nervosamente. Doveva aver imboccato il sentiero sbagliato. Il posto non era quello. Sì,
doveva essere colpa della pioggia. Non era stato facile affidarsi alla vista. Doveva aver
sbagliato strada. Continuò a ridere, avanzando di qualche passo, continuò a guardarsi intorno.
Doveva decisamente aver sbagliato strada. Era facile perdersi. Continuò a ridere, guardando
quello spiazzato vuoto. Ripensò all’incapacità della sera prima di trovare una parola che
descrivesse lo stato d’animo verso cui il giovane uomo l’aveva condotta con dolcezza e
delicatezza.
Come aveva fatto a non trovarla prima? Quella parola. Era stata sempre lì, dentro di lei,
ma la sera prima non era riuscita a individuarla in mezzo alla marea di lettere ed espressioni

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