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Amore sordo
G.Pheola

Si alzò e, in punta di piedi, sfiorando appena il pavimento, si avvicinò alla finestra
scrutando il cielo. Aveva le parvenze di una creatura non umana. Il suo passo era quello di
un fantasma, ma il suo corpo era reale, fin troppo. Il solo trascinarlo qui e lì, a mo’ di valigia,
era ormai un fardello penoso. Sedette sul davanzale, lasciando che i piedi nudi fluttuassero a
poche dita dal pavimento. Indossava un leggero abito color panna, contornato in ogni sua
parte da ricami floreali merlettati, rampicanti sul petto e sui fianchi; le maniche, di un tessuto
talmente leggero da sembrare fumo, scendevano fino ad avvolgere i polsi.
Se fosse nata nell’impossibilità di osservare la sua immagine riflessa, e avesse dovuto
affidare alla sua mente il compito di tracciare l’idea che aveva del suo aspetto esteriore, si
sarebbe figurata come una giovane donna grigia, fragile e malaticcia. Percepiva se stessa come
una pallida creatura non vivente, risplendente di luce riflessa; un salice che aveva preteso di
diventare, o forse di sembrare, un essere umano. Invece, aveva avuto l’onore, o l’atroce
disgrazia, di venire alla luce in un mondo invaso dagli specchi.
Prese a fissare i suoi tratti riflessi sui vetri della finestra. Era una giovane donna dalle
guance rosee, e aveva lunghi e folti capelli color quercia. Era un cumolo di carne morbida
impregnata del profumo del sole d’estate. Era tonda di una femminilità traboccante che in
alcune occasioni la faceva sentire a disagio. Aveva due grandi occhi simili a quelli di una cerva
ferita, nei quali si cullava un’acquosa espressione infantile e malinconica.
Gli alberi che circondavano la casa resistevano all’arrivo della nuova stagione, ancora folti
e rigogliosi. La lenta discesa di una foglia ancora verde sul davanzale esterno della finestra la
strattonò fuori dalla sua mente, riportandola alla realtà. La giovane si illuse di poter essere la
fortunata spettatrice di un evento intimo ed esclusivo quale avrebbe potuto essere la morte
della prima, sventurata, fogliolina a precipitare quell’autunno.
Poggiò una mano sui vetri; erano freddi come la raggelante giornata che avanzava al
rallentatore. Era un freddo insolito per quel periodo dell’anno. Nonostante le temperature,
le sue mani erano ugualmente sudaticce e lasciarono un’impronta sulle lastre di ghiaccio che
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