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Articolo Grotta .pdf


Nome del file originale: Articolo Grotta.pdf
Titolo: Microsoft Word - Articolo Grotta.doc
Autore: Angelo

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La grotta di S.Angelo
di Angelo D’Ulisse

La Majella, la “montagna madre” come in Abruzzo tutti la conoscono, è ricolma in ogni parte dei
segni della presenza umana dai tempi più antichi. La vette imponenti, le pareti alte e rocciose, le
gole ed i boschi fitti e silenziosi nascondono meraviglie dell’uomo e della natura in un’armoniosa
combinazione di spiritualità e volontà ancestrale del genere umano di essere parte integrante del
creato.
Non c’è da stupirsi, quindi, se non lontano dall’abitato pedemontano di Lama dei Peligni (Chieti),
si ha la possibilità di visitare un luogo che ci riporta indietro alla “notte dei tempi”: una grotta che ci
rivela, in assordante silenzio, la storia di popoli e uomini che seppero combinare la sacralità della
natura al culto della fede.
La grotta di S.Angelo si colloca a circa 1300 mt s.l.m. ed è raggiungibile con 2 ore di camminata
(sentiero H10) dal centro cittadino di Lama dei Peligni. Francesco Verlengia, illustre studioso
lamese (n.1890-m.1967) di larghi interessi culturali, descrive così il paesaggio: “…(omissis) la
grotta ha da una parte il bosco, di sopra ricchi e abbondanti pascoli, di sotto e dintorno rupi a picco
e abissi coperti da una vegetazione rada e selvaggia; di fronte, una luminosa e gigantesca distesa di
monti e di valli, un orizzonte amplissimo, che si perde vaporando in un tenero grigiore tra le
estreme linee dell’Adriatico e le ultime montagne del Chetino”. Ed ancora “…il fondo presenta
delle rovina di fabbriche, che, una volta, dovevano chiudere buona parte dell’apertura, e che
costituivano un romitaggio o un ricovero di monaci penitenti, e conserva un altare semidiruto”.
Lo stesso Verlengia ipotizza che la grotta “dovette essere sin dai tempi antichi meta frequente
della gente di montagna”. E’ probabile, quindi, che in tempi remoti il luogo sia stato sede di un
tempio pagano dedicato ad Apollo, mentre il culto di San Michele Arcangelo arrivò nel periodo
delle invasioni barbariche, tra il VII ed il IX secolo, sotto il dominio dei Longobardi.
La tradizione ci racconta che nella grotta di S.Angelo, agli inizi del 1300, dimorò anche l’eremita
Roberto Da Salle, discepolo di Celestino V, sebbene la prima notizia storica “certa” sia del XV
secolo, per l’esattezza del 1447: il “Registro di fuochi del Regno di Napoli”, infatti, ci segnala una
"Margarita concubina prioris Sancti Angeli de monte".
Non si hanno, invece, notizie certe in merito alla cessata conventualità della grotta che, dopo
l’abbandono, venne devastata. Secondo una tradizione locale, infatti, sappiamo che nel 1656, per
sfuggire alla peste, vi si rifugiò il ricco notaio De Camillis di Lama dei Peligni. Un secolo dopo,
presso la grotta, venne rinvenuto uno stivale pieno di monete d’oro: la popolazione locale,
supponendo che vi potessero essere altri tesori, manomise il suolo dell’eremo e distrusse quasi
interamente le mura.
Oggi la grotta si presenta con un ampio androne largo circa 20 metri e poche tracce superstiti di
muratura che permettono di ricostruirne, solo a grandi linee, la struttura originaria. Essa conserva i
resti di un piccolo altare sormontato da un'edicola lignea (che costituiva la zona presbiteriale del
complesso) ed un'acquasantiera scavata nella roccia della parete d'ingresso.
Fonti: Testi di Francesco Verlengia e Michele Tenore


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