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Libro .pdf



Nome del file originale: Libro.pdf
Titolo: Libro
Autore: rbertoni

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MAURIZIO MONTANARI

Il posto del panico,
il tempo dell'angoscia
Attacchi di panico, anoressiebulimie, depressioni, dipendenze:
frattura e ricomposizione del legame sociale.
L’affetto d'angoscia

Per info:
Tel. 059 793901
Cell. 347 4415461
www.montanarimaurizio.eu
mauriziomontanari@libero.it
www.liberaparola.eu
info@liberaparola.eu
Tutti i diritti sono riservati

È vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno o didattico,
con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, non autorizzata.

A Ginevra, mia figlia, perché quando Camus scriveva : 'nel bel
mezzo dell'inverno ho infine imparato che vi era in me un'invincibile
estate', so che parlava di lei.

A Romina,
che mi ha insegnato la sorpresa
dell'amore.
E a tutti quelli che ancora si ostinano a credere
che i fiori sboccino a
caso, come anche io credevo prima di
incontrarla.
A Céline, per la cura
delle sue parole.

Un libro in una notte sopportabile
O’Brien sollevò la mano sinistra, tenendo il pollice nascosto e le quattro
dita tese. “Quante sono le dita che tengo alzate, Winston?” “Quattro”.“E
se il Partito dice che le dita non sono quattro ma cinque, quante sono?”
“Quattro”. La parola terminò con un rantolo di dolore. (..) “Quante dita
sono, Winston?” “Cinque! Cinque! Cinque!” “No, Winston, è inutile. Tu
stai mentendo, tu credi ancora che siano quattro”. (...) “Quattro.
Immagino che siano quattro. Ne vedrei cinque, se potessi. Sto cercando
di vederne cinque”. (...) “Che cosa preferisci, persuadermi che ne vedi
cinque o vederne veramente cinque?” “Vederne veramente cinque”.
“Ricominciamo” disse O’Brien. (....) “Lo sai per quale motivo portiamo
le persone in questo posto?” “Per farle confessare”. “No, non è questo il
motivo. Riprova”. “Per punirle”. “No!” gridò O’Brien. “No! Certo non
allo scopo banale di estorcerti una confessione o di punirti. Tu sei qui
perché vogliamo curarti, per farti riacquistare la ragione! Ma lo vuoi
capire, Winston, che nessuno di quelli che cadono in mano nostra esce di
qui senza essere stato guarito? L’unica cosa che ci sta a cuore è il
pensiero. Noi non ci limitiamo a distruggere i nostri nemici, noi li
cambiamo”.
1984
Questo libro nasce nel periodo peggiore della mia vita. Iniziai a
scriverlo, e oggi so che ce ne saranno altri, dopo un buio che poteva
essere definitivo, ma non lo fu. Un buio calato dopo aver toccato il
vulnus peggiore che si possa incontrare in un percorso analitico: il
deragliamento delle assi portanti di un trattamento riabilitativo, ondate
controtransferali, parole censurate. Questo libro ribadisce il valore
fondante della scrittura, come elemento vitale, capace di elevare l'animo,
facendogli oltrepassare le peggiori trappole create dagli uomini. Non
appena lo terminai capii che scrivere ti mette al riparo dal diventare una
carogna, testimonia che tu e quei fatti, quei momenti, quelle persone,
eravate vicini quel giorno. Scrivere è una pietra miliare che nessuno
legge per decenni. Una pietra che poi ti ritrovi quando credevi di aver
perso memoria di quel tempo oscuro. L'incontro con l'analisi fallace
determinò un buio che si andava progressivamente allargando. La
scrittura assolse ad una funzione fondamentale divenendo un tenace
punto di sutura, prima che arrivassero l'amore e la paternità. Dovetti
scegliere in fretta. Il gorgo nel quale stavo precipitando era letale perchè
non era reale. Non era il frutto di un addio, di un distacco. Non di una
perdita, nè di un lutto. Non presupponeva un oggetto perso, non anelava
ad una riconquista. Era l'indicibile male della perdita di un non luogo, di
una posizione fittizia. Le rovine di un castello inesistente poggiato su

fondamenta teoriche inconsistenti. Per superare questa impasse, avevo
bisogno di un dolore normale, di una depressione vivibile. Celinè ebbe il
merito di riabilitarmi ad una notte sopportabile.
Il Dr. Destouches ha scritto 'Quando sei debole quello che ti da forza è lo
spogliare gli uomini che temi di più di tutto il prestigio che sei portato ad
attribuirgli. Bisogna imparare a considerarli per quel che sono, peggio di
quello che sono, voglio dire, da tutti i punti di vista. Questo ti sgombera,
ti libera e ti protegge ben oltre quello che si può immaginare. Ti dà un
altro te stesso. Le loro azioni da quel momento non producono più' quella
sporca attrazione mistica che ti indebolisce e ti fa perder tempo e la loro
commedia non è più gradevole nè più utile al tuo progresso interiore di
quella dell'ultimo dei maiali'. Questa frase mi salvò la vita, e rese il
dolore sostenibile.
Ginevra, mia figlia, è nata perché sono riuscito a mettere in salvo la mia
anima. Al suo ingresso nella vita, un castello di errori, diagnosi fallaci,
costruzioni pericolanti, crollò come le mura di Isengard. Lasciato cadere,
nel vuoto che si creò attorno a me, ho ben capito il valore della frase di
Lacan‘L'analista, dico, da qualche parte, deve pagare qualcosa per
reggere la sua funzione. Paga in parole [...]. Paga con la sua persona [...].
Infine bisogna che paghi con un giudizio sulla sua azione. È il minimo
che si possa esigere’. Monito che ha sostenuto la mia pratica clinica nel
solo modo che conosco di incedere, a schiena dritta.
Dalla fine della notte riemersero piccoli frammenti di desiderio, sospesi
dal quell'esperienza letale. Un’alba di forma e di rigore, di idee che si
rimettevano in movimento.
Queste righe sono dedicate a quegli uomini e a quelle donne che hanno
visto la loro parola strozzata. Persone che, a causa di un insindacabile
capriccio, di una caduta, di un inciampo nel cammino della vita, hanno
perso il loro posto nella trama dei legami sociali. A chi ha incontrato
l'indifferenza spietata della difesa di un arido status quo, mascherata da
normalità e buon senso comune.
A quelli che sono stati costretti a vivere da pazzi, e che da quella
condizione non sono più riusciti a riscattarsi.
A chi ancora non ha smesso di credere alla follia della contenzione del
corpo e della parola, e caparbiamente conserva la capacità di diffidare da
ogni verità assoluta.
Io vorrei parlare delle nostre sigarette. Potrei avere le mie sigarette, per
piacere Miss Ratched? [...] Io non voglio le sue sigarette. Non voglio le
sue, le sue o le sue! [...] E nemmeno le tue! Io voglio le mie sigarette!
Chi è che le dà il diritto di tenere le nostre sigarette là, sul suo tavolo,
tutte in fila e di allentarcene un pacchetto solo quando ne ha voglia?
Queste sono le indimenticabili frasi che il signor Cheswick grida prima

di essere messo a tacere in Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Questo libro è per tutti i signori Cheswick che non hanno mai incontrato
qualcuno che fumasse con loro una sigaretta.
E poi, alla mia famiglia.

IO

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

Indice
11

Introduzione

13

Capitolo primo. Il tempo di entrata. L'atelier inconsapevole

16

Capitolo secondo. Soggetti alla porta. Storie di panico, angoscia,
anoressia, dipendenza e follia

21
23

2.1 Saverio
2.1.1. Primo episodio di DAP
2.1.2. Secondo episodio di DAP
2.1.3. Terzo episodio di DAP
2.2. Vittorio
2.2.1. Motivo di ingresso: una sensazione chiamata panico
2.2.2. Il posto della blatta
2.2.3. Il significato del panico
2.2.4. Odio e maschera
2.3. Fedra
2.4 . Ramona
2.5. Georg

23
24
26

26
27
30
31
34
37
40

43 Capitolo terzo. Qualcosa di troppo. Jean Paul Sartre: l'angoscia della
cosa senza parola. Soggetti smarriti: ritiro dal legame sociale e
depressione
50

3.1. La nausea non è la depressione. Da I'«Essere e il Nulla» alla
muffa dell'analisi

53
59
64
65
66

3.2. Isolarsi: vivere o raccontare
3.3. Angoscia esistenziale e vie d'uscita
3.4. Clinica dell'imprevisto
3.4.1. Luigi, ovvero la variabile femminile
3.4.2. Alberto e la cocaina

68

Capitolo quarto. Il limite incerto tra angoscia e panico nei casi
descritti

68
70
73
75

4.1. Fedra. La difficile separazione
4.2. Saverio. O dei luoghi di transito
4.3. Vittorio. Panico in scena
4.4. Ramona . Una donna in frantumi

IO

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

77

4.5. Georg. Un salto nel vuoto

79

Capitolo quinto.
l'adagiarsi

87

Capitolo sesto. Tempo, spazio e scenario

89

Capitolo settimo. L'affetto normale. Dal continuum al senza
prodromi

91

7.1. Fenomeno transclinico. Note sul trattamento

93

Capitolo ottavo. Paura, panico e angoscia. La lettera a Fliess e il
ragazzo sulla slitta

96

Capitolo nono. Nuova forma del sintomo? La soluzione
sintomatica tra gruppo e disgregazione

105

Capitolo decimo.
dell'interrogazione

110

Capitolo undicesimo. Angoscia e cinema

110
112
114

11.1. È sicuro
11.2. Zelig
11.3. L'alba dell 'uomo

117

Capitolo dodicesimo. Angoscia e punizione nel regno del
capriccio. Dalla «Lettera al padre» ai destini dei signori K.

121
122

12.l. Figlio inadeguato
12.2. Il dono mancato
12.3. Potere personale
12.4. Amore discontinuo. L'importanza della scrittura
12.5. Matrimonio
12.6. La disperazione dell'agrimensore. A proposito della querelle su
Kafka precursore del fascismo
12.7. Uomini fuori tempo. La posizione dell'intellettuale:
dall'impegno sociale al ripiegamento intimista. Un lascito clinico

124
128
134
138
140

Posto

Tre

e

movimento .

minuti

di

Tra l'agire

troppo.

Il

e

tempo

146

Capitolo tredicesimo. La frattura del legame sociale nelle
popolazioni tradizionali. La follia degli altri

148

13.1. Patologia e cultura. La malattia sociale: causalità e

IO
150
150

153
154
157
158
158
163
165

165
166
167

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia
normatività
13.2. La follia e la devianza. Sindromi «culture-bound» e possessione
13.2.1. I disturbi etnici
13.2.2. I culti di possessione
13.2.3. Angoscia nel corpo sociale. Capovolgimento del
discorso del soggetto
13.2.4. La ritualizzazione della devianza
13.3. Le terapie
13.3.1. Diagnosi e decorso 162
13.3.2. La soglia di tolleranza
13.4. I terapeuti tradizionali
13.5. Patologia ed emarginazione
13.5.1. Bisogni individuali e malattia sociale
13.5.2. Il culto Zar
13.6. Gli uomini, i terapeuti e il trascendente. Malattia mentale e
marabuttismo

170
173

13.6.1. Le fasi della guarigione
13.7. Medico, malato e malattia

176

Quel che rimane

178

Bibliografia

182

Filmografia

Introduzione

«Due compiti per iniziare la vita:
restringere il tuo cerchio sempre più
e controllare continuamente se tu stesso non ti trovi
nascosto da qualche parte del tuo cerchio».
F. KAKFA, Aforismi di Zurau
«Dovunque si combatta per uno spazio di dignità,
un lavoro decente, una mano d'aiuto,
dovunque qualcuno lotta per essere libero,
guarda nei loro occhi mamma e vedrai me».
B. SPRINGSTEEN, The Ghost of Tom Joad

I motivi per i quali si decide di stendere in forma
scritta il fluire di ore ed ore di parole ascoltate tra le
mura di uno studio non sono mai immediatamente
chiari. Inizialmente si tratta di sensazioni confuse, un
desiderio che prende forma man mano che queste
ore decantano e lasciano il loro prezioso distillato
impresso su fogli o fissato nel disco del MAC.
Una cosa è certa: uno degli elementi più frequenti
nei racconti degli uomini e delle donne ai quali nel
corso di questi anni ho aperto la porta è la
constatazione inequivocabile che qualcosa si è rotto.
Rotto nel senso di interrotto, spezzato, staccato. Un
momento a seguito del quale un senso di oppressione,
asfissia dei sentimenti, ansia, dolore che attanaglia lo
spirito e invalida il corpo fa il suo ingresso nella vita del
soggetto.
È il tempo dell'angoscia.
Si tratta di relazioni d'amore che finiscono di colpo,

mariti o fidanzate che muoiono d 'improvviso. Lavori
persi in una mattina, imprevisti che si abbattono sul
capo e sull'animo. Amicizie che si sciolgono, ideali che
si frantumano come cristalli. Figli che si allontanano.
In altre parole è la trama dei legami sociali che, in
un momento particolare della vita di un uomo, non
tiene più. Non riesce più a tendersi come un filato che
sostiene, avvolge e culla la persona. Da un luogo che si
riteneva sicuro e tranquillo, si avvertono i rumori di
lacerazioni imminenti, distacchi, scudisciate di capi di
corda tesa mozzata con la sciabola. E quando parlo
di legami sociali non voglio intendere le sole relazioni
tra uomini e donne, ma mi riferisco anche al rapporto
con le cose, gli oggetti, le abitudini alle quali, per un
motivo o per l 'altro, si era affidata la debole certezza
di un'esistenza serena. Punti di appoggio che, come
una imbracatura legata malamente, cedono di
colpo. Sono distacchi che, avvenuti nel tempo,
tornano poderosamente a far sentire i loro dolorosi
effetti nel qui ed oggi, manifestandosi attraverso un
sogno, un lapsus, un atto mancato. Qualcosa si è
dunque rotto all'inizio di queste storie. Da questa
incontrovertibile frattura di un legame nasce la spinta
a percorrere quel periglioso cammino teso a cercare
un filo sospeso capace di ricucire alla meglio quello
strappo.
Compito arduo che, chi più chi meno, ognuno di
noi cerca di portare a termine nel corso della vita.

I dati sensibili (anagrafici, geografici ed occupazionali) dei casi descritti sono
stati opportunamente modificati ai fini della tutela della privacy, nel complessivo
rispetto dei loro percorsi.
In alcune pagine di questo volume sono state utilizzate parti del mio
contributo Il posto del panico apparso in AA.VV., Il soggetto alla deriva.
Depressioni e attacchi di panico, Milano, Angeli, 2005.

Capitolo I. Il tempo di entrata. L'atelier inconsapevole

15

Capitolo primo
Il tempo di entrata. L'atelier inconsapevole

Aprire la porta all'im possibile, dicevo.
Il momento simbolico nel quale si inizia a fare
questo lavoro non coincide quasi mai col tempo
cronologico. Almeno ciò è vero per me. Iniziare a
ricevere persone e dedicarsi all'ascolto del discorso
del soggetto, vestito dei suoi mille paludamenti e
fangoso nell'incedere , sono due tappe ben distinte. Fasi
separate da un periodo di latenza nel corso del quale
accadono eventi che sono cruciali nel decidere se
darsi da fare seriamente con tale professione oppure
scegliere altre vie. Un periodo che ha visto lo
stemperarsi dello stupore iniziale, che è poi andato al
suo posto. Ancora fresco di pura preparazione
accademica,
mi
stavo
convincendo
che la
tripartizione nevrosi , psicosi, perversione mi avrebbe
portato ad aprire la porta ad individui i quali, da
manuale, si sarebbero mossi in maniera identica e
prevedibile, secondo una invarianza degna dei cloni di
Star Wars. E invece no: ho scoperto che dietro la
maschera dell'ossessivo, del fobico o del folle si celano
decine di uomini e donne che hanno scelto il sintomo
come strategia esistenziale per tirare avanti come
meglio era loro possibile. Un sintomo che aveva il
colore dell'irriducibile particolarità del singolo, delle sue
caratteristiche e del proprio ritmo di vita.
Solo in quel momento ho intuito l'essenza di questo
lavoro, e ho fatto mio questo concetto dell'«uno per
uno».
La questione comune alle storie che prenderò in
esame è quella del posto. Un posto che è andato
perduto, un luogo divenuto mancante. Cercherò di
descrivere e mettere in tensione i percorsi di persone

Capitolo I. Il tempo di entrata. L'atelier inconsapevole

15
che utilizzano il sintomo come stratagemma capace di
supplire a questa perdita , trasformando il malessere in
compagno di vita. Un sintomo che fa da tappo
all'angoscia e che non vuol scomparire.
Guarire. Quante volte ho sentito questo termine
ronzarmi nelle orecchie, letto o pronunciato da
colleghi. Il termine «guarire» implica l'assunzione di un
potere nelle proprie mani, che spesso e volentieri mal
si addice a questo tipo di lavoro. Ho impiegato
molto tempo a far mia questa lezione.
Quanto è lunga una vita? Poco, molto poco.
Quanto impiega quell'intreccio di corpo, pensiero e
sentimento che noi chiamiamo «sintomo» a crescere,
sedimentarsi, divenire il fedele compagno dei
pazienti? Il tempo della vita stessa sino a quel momento
vissuta. E mi domando -quand'anche la psicoanalisi
insegna che il compito nostro è quello di tendere una
mano al soggetto nel momento in cui il sintomo
comincia a fare troppo male, arrivando a minare
l'equilibrio del soggetto - sino a che punto ci si può
spingere? In base a quale tavola della Legge abbiamo
il diritto, concordemente col paziente, di fare campo
bruciato attorno al sintomo, affinché svanisca?
Vale la pena ricordare cosa Sigmund Freud scriveva in Vie

della psicoterapia psicoanalitica:
Noi ci siamo decisamente rifiutati di fare del malato che si mette nelle
nostre mani in cerca di aiuto una nostra proprietà privata, di decidere del
suo destino, di imporgli i nostri ideali e, con l'orgoglio del creatore, di
plasmarlo a nostra immagine e somiglianza per far piacere a noi stessi1.

Il sintomo fa parte della vita, spesso in maniera
stabile e regolare, riassumendone gli aspetti di
sorpresa e imprevedibilità. In nome di cosa, dicevo,
possiamo pensare di far cadere la ritualità ossessiva
in un soggetto che la porta avanti da venti anni?
Cosa mai lo aspetta dopo? Quando un individuo
bussa alla porta per domandare un aiuto, si deve

1

S. Freud, Vie della terapia psicoanalitica, in: C. Musatti (a cura di), Opere, vol. 9,
trad. it., Torino, Boringhieri, 1977, p. 24.

Capitolo I. Il tempo di entrata. L'atelier inconsapevole

15
sempre essere ben consapevoli che quel malizioso
pensiero che spesso compare, «io lo guari rò», vada
rintuzzato sino al punto, se incapaci di farlo, di
dubitare che questo sia davvero il mestiere che si vuole
fare.
I sintomi sono accessori esistenziali che spesso
diventano un'appendice dell'individuo, capaci di
sostenerlo e pacificarlo. Il sintomo è messaggio,
metafora e godimento, come ha insegnato Jacques
Lacan2.
Il luogo di analisi non deve mai tramutarsi nella
bottega della facile guarigione, ma fungere da
palestra di compromesso all'interno della quale il
terapeuta è il custode dello spazio simbolico del
soggetto. L'affidatario della stanza addobbata dai
quadri dei suoi avi, dalle scene pregnanti della sua
vita faticosamente recuperate nel tempo. Un tempo
percorso a ritroso tra quelle pareti. Egli deve fornire un
ascolto che possa indirizzare l'individuo a gestire
come meglio può la vita con un sintomo, magari
grave e persistente. Aiutarlo a destreggiarsi alla meno
peggio in quell'atelier inconsapevole. Lo scopo di
ogni buon percorso terapeutico deve essere quello
di mettere l'individuo nelle condizioni di risollevarsi
dalla caduta:
E gli era venuta anche un 'altra immagine: di se stesso che per tutta la
vita si era tenuto in equilibrio su una fune. Poi c'era stata la caduta, e lui
aveva scoperto che, anziché sfracellarsi, sapeva volare, che aveva questo
miracoloso e insospettato dono3.

2

Per un approfondimento della tematica del sintomo cfr. C. Soler, Il sintomo, La

Psicoanalisi, n. 12, 1993.
3

R.M. Pirsig , Lila, trad. it., Milano, Adelphi, 1992, p. 398.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

Capitolo secondo
Soggetti alla porta. Storie di panico, angoscia,
anoressia, dipendenza e folli a

«lo soffro di attacchi di panico. Questo è il posto
giusto, vero?».
Con questo incipit Saverio si rivolse a me molti anni
fa, suggerendomi lo spunto per un approfondimento
del disturbo da attacco di panico (indicato da qui in
avanti con l'acronimo DAP). Credo sia pleonastico
indugiare
nella
descrizione
dei
suoi
aspetti
fenomenologici, potendo per questo utilizzare la
descrizione contenuta nell’ultima versione del DSM4, che
4 Panico deriva dal latino panicus, che a sua volta è figlio del greco panikon, termine

che origina dal Dio Pan. Il Dio Pan era il Dio delle montagne e della vita agreste,
patrono del riposo meridiano. In particolar modo era detto «timor panico» o
«terror panico» quel timore misterioso e indefinibile che gli antichi ritenevano
cagionato dalla presenza del Dio Pan.
L'Attacco di Panico, nella classificazione del DSM-I V (cfr. DSM-IV Manuale
diagnostico e statistico dei disturbi mentali, edizione italiana a cura di V. Andreoli,
G.B. Cassano, R. Rossi, Milano, Masson, 2002) si manifesta nel contesto di molti
Disturbi d'Ansia (Disturbo di Panico senza Agorafobia, Disturbo di Panico con
Agorafobia, l'Agorafobia senza Anamnesi di Disturbo di Panico, la Fobia Specifica,
la Fobia Sociale, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, il Disturbo Post-traumatico da
Stress, il Disturbo Acuto da Stress, il Disturbo d'Ansia Generalizzato, il Disturbo
d'Ansia dovuto ad una Condizione Medica Generale, il Disturbo d'Ansia Indotto
da sostanze e il Disturbo d'Ansia Non Altrimenti Specificato). La caratteristica
essenziale di un Attacco di Panico è un periodo preciso di intensa paura o
disagio accompagnato da almeno quattro sintomi somatici o cognitivi su tredici.
Tutti i sintomi sono:
1) palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia;
2) sudorazione;
3) tremori fino a grandi scosse;
4) dispnea o sensazione di soffocamento;
5) sensazione di asfissia;
6) dolore o fastidio al petto;
7) nausea o disturbi addominali;

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

lo descrive come un evento fondamentalmente
imprevedibile, caratterizzato dall'insorgere improvviso
di un'intensa apprensione, e una sensazione di
catastrofe imminente, associato a dispnea, malessere
toracico, sudorazione e paura di morire.
Ho piuttosto voluto mettere in tensione questo
fenomeno con un affetto ben più antico e
complesso: l'angoscia. Ciò che mi ha animato è il
tentativo di inquadrare teoricamente questi due
elementi in maniera sinottica al fine di capire se il
posto in cui possiamo collocare il DAP sia lo stesso
dell'angoscia oppure no. A tale scopo ho chiesto aiuto
alla pratica clinica e ad autori che dell'angoscia
hanno fatto un tema portante della loro opera e della
loro vita, leggendoli attraverso l'insegnamento di
Freud e Lacan.
Ogni storia qui descritta è piena di angoscia,
quel fiume di ghiaccio che imprigiona spesso
l'individuo e che il terapeuta deve saper fronteggiare
interrogandosi su quanta ne può sopportare,
affinando la sua capacità di non farsene sopraffare.
L'angoscia del paziente è, per un terapeuta,
simile alle scorie radioattive che i tecnici delle centrali
nucleari sanno di dover fisiologicamente assorbire.
Ciascuno ha un proprio limite di tolleranza, e possiede i
mezzi tecnici per analizzare il livello di isotopi assorbiti
dal proprio organismo.
Tutti quelli che lavorano in una centrale nucleare
sanno sin dall'inizio a che cosa vanno incontro,
consa pevoli che esiste un punto di non ritorno.
Già, ma che cosa è l'angoscia?
Mi accorgo che mentre si cerca di definire un
concetto che si ritiene acquisito, che fa parte da
8) sensazioni di sbandamento o di svenimento;
9) derealizzazione o depersonalizzazione;
10) paura di perdere il controllo o di impazzire;
11) paura di morire;
12) parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
13) brividi o vampate di calore.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

tempo del vocabolario di un clinico, se ne resta
intrappolati.
Si scopre di colpo che quella parola che tra gli
addetti ai lavori suscita uno scontato «ah gia!», non è
di facile traduzione qualora se ne voglia parlare a chi
non è avvezzo al frasario della psicoanalisi. Forse un
poeta e uno scrittore se la caverebbero meglio.
Da dove partire, dunque?
Privilegiare la via degli autori classici, a partire da
Freud passando per la definizione manualistica del
DSM? Certo, ma non può bastare. Preferisco far
precedere le definizioni tecniche partendo, come
sovente farò in questo libro, dalle parole di un
paziente. Questo perché la clinica quotidiana insegna
e, a posteriori, offre spunti essenziali di rilettura dei
cosiddetti «testi sacri» dati con troppa superficialità per
scontati. Allo stesso modo cercherò di interrogare
scrittori e cineasti i quali, al pari dei pazienti, hanno
dimostrato di saperci ben fare con l'angoscia.
Questo paziente, oggi ex, si mise nei guai molti anni
fa. Quando ancora la Cina era un monolito
enigmatico ed impenetrabile. Toccò proprio a lui
sondare quel mondo per conto della sua azienda.
Fu una scommessa in quanto il mercato cinese era
ancora chiuso all'occidente. L'idea di impiantare in
loco uno stabilimento di piastrelle sarebbe risultato
nel tempo un'idea vincente.
Il suo arrivo non fu dei migliori. All'altezza di
Shenyang dovette lasciare l'auto all'interno della
quale viaggiava con l'interprete a causa di un
guasto. Perse in quel frangente i documenti e
l'antidiluviano telefono cellulare (quello con la
valigetta trasportabile). Fu costretto a prendere il
treno sino alla città di Hangzhou.
Solo, senza contatti, non padrone dell'idioma
poiché l'interprete lo avrebbe raggiunto viaggiando
con mezzi propri. L'arrivo alla stazione ferroviaria fu un
trauma: nessuna scritta che non fosse in cinese, nessun
riferimento comprensibile, persone che gli si

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

avvicinavano parlandogli senza che lui capisse una
sola parola. Una mattina intera di caos e confusione
nel corso della quale non poteva comunicare a
nessuno il suo stato d'animo, nessuno poteva dirgli
qualcosa di utile per orientarsi. Si sentiva smarrito,
impaurito, con la sensazione che qualcosa di brutto
potesse capitargli.
L'arrivo di un solerte poliziotto che parlava un inglese
fluente lo pacificò e smise di piangere.
Riuscì a descrivere ciò che gli era accaduto e gli
venne
offerto
un
passaggio
in auto sino
all'ambasciata italiana.
Quella sensazione di smarrimento e dispersione
derivata dalla scomparsa di punti di riferimento a lui
familiari era panico.
Prima di recarsi all'ambasciata, gli toccò fare una
tappa al locale posto di polizia per la denuncia
dell'incidente e le necessarie trafile burocratiche.
Se ne stava seduto innanzi a due funzionari che
non conoscevano nessuna altra lingua oltre al cinese.
Parlavano, ma lui non capiva cosa gli stessero
domandando. Il tono gli pareva ora amichevole, ora
minaccioso. Non sapeva che cosa rispondere a
domande che non capiva. Iniziò col declinare il suo
nome, cognome, la sua professione ed il motivo che lo
aveva condotto in quel paese. Il momento più difficile
fu quando i funzionari gli porsero un modulo da
compilare, stampato naturalmente in cinese. Decise di
scrivere gli unici dati in suo possesso: il numero di
telefono, la sua città di provenienza, il nome del titolare
della ditta e quello della moglie. Scrisse quei nomi
pietrificato, sotto lo sguardo fisso dei funzionari che
scrutava nella vana ricerca di una rassicurazione.
La pressante ed enigmatica presenza di qualcuno
che gli stava innanzi, che voleva indubbiamente
qualcosa da lui, senza che fosse dato sapere che cosa,
lo spinse a scrivere ciò che lui riteneva essere la
probabile risposta ad una domanda incomprensibile. Il
timore che questi funzionari potessero in qualche modo
trattenerlo o fargli del male andava di pari passo con
l'imperterrita inscalfibilità dei loro sguardi.
Questa è angoscia.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

Il problema dell'angoscia ha occupato Freud per
tutta la vita, dagli scritti del 1894-1895, fino alla revisione
finale di tale concetto operata nel testo Inibizione,
sintomo e angoscia5. La difficoltà di questo argomento
ci è data dalle parole dello stesso Freud:
Non è semplice definire l'angoscia. Sinora non abbiamo ottenuto
che contraddizioni, tra le quali non era possibile alcuna scelta esente da
pregiudizi. Propongo, adesso, di procedere in un altro modo [...], senza
aspettarsi di giungere in questo modo a una nuova sintesi.
L'angoscia è dunque, in primo luogo, un qualche cosa che si sente6.
Nella concezione originaria l'angoscia veniva
considerata la conseguenza della trasformazione di
una carica libidica accumulata e non scaricata,
originata da un'interferenza o un impedimento nella
scarica della tensione sessuale, «manifestazione
soggettiva del fatto che una quantità di energia
non vien dominata»7.
Venivano i n tal modo connotate le «nevrosi
d'angoscia» o «nevrosi attuali8». Nelle «psiconevrosi»
invece la causa dell'angoscia era ritenuta essere la
rimozione. L'angoscia era descritta in ultima analisi
come effetto della rimozione stessa. Nella revisione del
concetto di angoscia operata in Inibizione, sintomo e
angoscia, c'è un superamento della vecchia teoria,
abbandonata per lasciare posto alla concezione
dell'angoscia come segnale. Il segnale di angoscia è il
punto centrale dell 'opera del 1925, un meccanismo
attivato dall'Io di fronte ad una situazione di pericolo
allo scopo di scongiurare un afflusso di eccitazioni
eccessivo e non gestibile, e che fa scattare i

5

S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, in: C. Musatti (a cura di), Opere,vol. 10,
trad. it., Torino, Boringhieri, 1978.
6

Ivi, p. 280.

7

J. Laplanche,J.B. Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, trad. it., Bari, Laterza,
Tomo I, 1998, p. 35.
8

Cfr. S. Freud, Legittimità di separare dalla nevrastenia un preciso complesso di sintomi come
“nevrosi d’angoscia”, in: C. Musatti (a cura di), Opere, vol. 2, trad. it., Torino, Boringhieri,
1980.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

meccanismi di difesa.
Tale segnale riproduce in modo
attenuato
l'angoscia provata in una precedente situazione
traumatica. Tra i meccanismi di difesa attivati
dall'angoscia vi è quello della rimozione , con la quale
l'Io si protegge rimuovendo gli elementi a contenuto
ansiogeno dalla
coscienza.
In
questa
nuova
nell 'opera
concezione,
che
trova
conferma
Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni)9,
l'angoscia diventa quindi la causa della rimozione,
ponendo le basi per la formazione del sintomo.
L'angoscia «automatica», opposta al segnale di
angoscia,
è
invece
una reazione
spontanea
dell'organismo all'impatto con un surplus di eccitazioni
troppo intense ed ingestibili, quella che si definisce
«situazione traumatica»10.
Jacques Lacan, nella sua opera di rilettura del testo
freudiano, dedicherà un intero Seminario all'angoscia,
il decimo11. È a partire dall'opera di questi due autori
che ho cercato di inquadrare i casi descritti di seguito.
Si tratta di storie che hanno come comune
denominatore la frase con la quale queste persone
descrivono il loro stato di sofferenza: «Soffro di
attacchi di panico». Raccontano di un evento
acuto, un 'emergenza dolorosa ed ingestibile che
segna il loro corpo.
Sono individui che non fanno parte di gruppi o
associazioni che aggregano sotto l'insegna di un
significante comune, quanto portatori di un disagio
personale già etichettato suapte manu col significante
DAP.

9

S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di Lezioni), in : C. Musatti (a cura di),
Opere, vol. 11, trad. it., Torino, Boringhieri, 1979.
10

Per un approfondimento dello sviluppo della teoria freudiana dell'angoscia, cfr. J.R.
Greenberg, S. Mitchell, Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, trad. it.,
Bologna, Il Mulino, 1986.
11

J. Lacan, Le séminaire. Livre X. L'angoisse, Paris, Seuil, 2004. La traduzione italiana
sarà pubblicata prossimamente da Einaudi.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

2.1. Saverio

Saverio sta molto male quando inizio a vederlo.
I suoi genitori lo abbandonarono quando ancora era
in fasce, e venne adottato dagli zii paterni.
È un ragazzo magrissimo ed impacciato, pieno di
tic nervosi, ha avuto il mio nominativo da un medico di
base. Il suo motivo di ingresso è dato dagli attacchi di
panico e la sua domanda verte su come liberarsi da
questi. La sua richiesta si veste di un'urgenza
sintomatica in quanto i frequenti episodi d i panico gli
stanno complicando non poco la vita: fatica a
prendere aereo e treno, è impedito nelle commissioni
quotidiane, ha smesso di andare ai concerti di musica
jazz, sua antica passione. Nel corso dei primi incontri è
stato costretto a rimandare l'appuntamento due volte a
causa di una crisi di panico che lo colpiva al momento
di salire sul treno. Si tratta di episodi durante i quali
sopravviene un blocco del movimento, sudorazione,
affanno, tachicardia e una sensazione di «morte
imminente».

In queste occasioni mi chiama al telefono,
raccontando di come sia impossibilitato a partire
bloccato davanti al convoglio, scusandosi di non
poter venire in seduta. In casi come questi chiama la
fidanzata che lo va a prendere in auto e lo riporta
a casa. Mi chiederà poi se ogni volta che gli
accade di restare bloccato può chiamarmi,
perché sente di trarne beneficio. Lo farà in tutto
due volte. Va detto che i DAP sono stati presenti
con una certa frequenza per i primi quattro mesi
del suo percorso terapeutico, ma i casi eclatanti,
quelli per intenderci con tachicardia, senso di
frammentazione e paralisi, sono stati in tutto tre o
quattro, due dei quali sono stati superati cercando
rassicurazione nella telefonata. Saverio ha condotto
una vita «separata» dagli zii, gestori di un negozio di
alimentari, dall'età di dodici anni sin verso la fine
delle scuole superiori, essendo stato per tutto

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

questo periodo un forte consumatore di d roghe.
Faceva parte di una compagnia dedita allo
«sballo» nella quale si faceva abbondante uso di
alcool, hashish e altre sostanze stupefacenti. Il
gruppo era formato da una dozzina di ragazzi, ma
solo con due di essi aveva stretto un 'amicizia
profonda. Uno più grande di lui, che finirà in
carcere
per
spaccio.
L'altro
invece,
tossicodipendente da nove anni, morirà a causa
della droga.
Mentre si dilunga nel descrivere con dovizia di
particolari quel periodo della sua vita, resta colpito da
una sua prima constatazione: quando usciva con
questi due amici storici, c'era per lui il divieto di
assumere
droghe
pesanti,
usate
invece
abbondantemente dal resto del gruppo.
Questo gli ha permesso di non sprofondare
nell'inferno dell'eroina.
Racconta di un'adesione anomala a questa
compagnia perché priva dell'elemento chiave, tipico
del classico gruppo di tossicomani; il rito collettivo del
buco, il passarsi la roba. Il condividere dandosi
appuntamento in qualche zona oscura della città.
Tutto quello che racconta non sembra soggettivato. È
un lungo ponderoso racconto, descritto come cosa
«altra da sé», senza emozioni, senza inflessioni. Guarda
l'orologio e dice «se il tempo finisce mi fermo. Me lo
dica lei».
Si dimostra capace di andare a ritroso nella
propria storia ma non ne appare mai «preso»,
scarsamente partecipe dei fatti della sua vita
raccontati alla stregua di un interminabile inventario.
Nulla di ciò che racconta sembra riguardarlo.

2.1.1. Primo episodio di DAP
A suo dire fu un attacco di panico a mettere fine
al periodo delle droghe.
Come detto, i suoi due amici del cuore pagarono

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

a caro prezzo le loro nozze con l'eroina, finendo nel
giro di pochi mesi l'uno in carcere, l 'altro morto.
Saverio perse così la motivazione a frequentare ciò
che restava del gruppo, e si diede al consumo di
anfetamine, acidi e allo sniffare colla.
Tornando da una nottata passata ad ingurgitare
alcool e pastiglie, venne colto da improvvise
accelerazioni del battito cardiaco alle quali seguì un
blocco degli arti e della respirazione, accompagnato
da uno stato di cecità transitoria.
A suo dire «la più brutta notte della mia vita».
Spaventato da questo episodio, cessò l'assunzione di
ogni tipo di sostanza, compreso l'alcool, ed abbracciò
uno stile di vita radicalmente salutista e vegetariano.
Non è dato sapere se si trarrò dell'insorgenza di un DAP
o di un effetto derivato dalle pastiglie che ingeriva.
Ripulitosi dalle droghe, tentò di riavvicinarsi alla
famiglia. Tentativo che si infranse contro la
problematicità delle sue figure parentali, da lui
definite poco presenti e non affidabili, soprattutto lo
zio.
Dal suo dire sembra che durante il periodo della
tossicodipendenza nessuno dei due si sia mai
davvero preoccupato per la sua sorte, nonostante
portasse sul suo corpo gli evidenti segni dello
sbandamento.
Un episodio appare esemplificativo di quel periodo:
rincasando di mattina dopo una notte brava, nascose
la bottiglia di rum che si era procurato in un autogrill. Lo
zio, vedendola, prese due bicchieri e lo invitò a finirla
assieme a lui. La zia non metteva becco nelle questioni
educative, troppo presa dagli affari del negozio.
Nessuna ombra di regola.
2.1.2. Secondo episodio di DAP
Terminate le scuole superiori dovette scegliere se
intraprendere la carriera universitaria o assolvere gli
obblighi militari. Optò per la leva anticipata scegliendo

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

di fare il servizio civile presso la locale sede della Croce
verde. Il momento della scelta fu contrassegnato
dall'insorgenza di episodi di DAP, che scomparvero
non appena indossò la divisa di ausiliario.
Dopo otto mesi trascorsi tranquillamente facendo il
barelliere, venne raggiunto dalla notizia della
improvvisa morte dello zio.
2..1.3. Terzo episodio di DAP
Ottenne una breve licenza per partecipare al
funerale dopodiché rientrò in servizio, ma gli attacchi di
panico fecero di nuovo la loro comparsa intensificandosi
in frequenza e in intensità, rendendo gli ultimi mesi un
calvario.
Assolti gli obblighi militari abbandonò ogni velleità
universitaria e decise di stare al fianco della zia nel
negozio. Il periodo successivo al servizio civile
rappresenta per lui un momento di cambiamento
piuttosto netto rispetto alla vita precedente. Il periodo
da lui definito «il tempo delle responsabilità». Si mette a
lavorare con la zia sostituendone di fatto il marito.
Ha accesso alla contabilità, inizia a prendere
dimestichezza con bilanci, fatture e pagamenti vari. In
seguito decide di acquistare un'enoteca messa in
vendita per fallimento, sempre assieme alla zia,
cedendo nello stesso tempo il negozio.
In poco tempo riesce a rimetterla a nuovo, ne
migliora l'aspetto, ne arricchisce il menù. Il numero di
clienti aumenta e in due anni il locale torna in attivo.
In questo periodo i DAP si placano.
Saverio si rivolge a me con questo stato. È cotitolare
dell'enoteca, abita con la zia in un appartamento
sopra il locale. Ha una fidanzata della quale, però,
parla poco e malvolentieri.
«Mio zio non ha mai voluto prendersi delle
responsabilità»: è con questa esclamazione che lo zio
fa la sua entrata nel discorso di Saverio.
Si tratta di una figura ai suoi occhi degradata,
descritta come un bevitore e un dissipatore di denaro, la

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

cui demolizione avanza con il progredire delle sedute.
Uno dei rimproveri più frequenti che gli muove è quello
di aver sperperato il denaro che l'attività fruttava,
lasciando pesare completamente le mansioni lavorative
sulle spalle della zia. Nonostante la pesantezza degli
argomenti portati e la sequela di accuse («Lei lavorava e
lui faceva la bella vita»), la rabbia di Saverio non
diventa mai odio. Sfuma piuttosto in un disa ppunto, un
accenno di condanna che vive nel momento ma non
lascia traccia nelle sue parole. Al momento della
convocazione
dal notaio
per
le
pratiche
di
successione, si scoprirono i frutti di una gestione
patrimoniale dissennata. Si svelarono molti ammanchi
nei confronti del fisco e dei fornitori. Su consiglio degli
avvocati, lui e la zia decisero di rinunciare all'eredità
dell'uomo in quanto composta per lo più da debiti. La
licenza del negozio era invece intestata alla donna.
Pendevano sanzioni per debiti contratti con le banche
e mai saldati, tasse evase, debiti di gioco insoluti con
personaggi legati alla malavita.
Lo zio prelevava il denaro per il pagamento dei
fornitori dalla cassa e lo dirottava nei suoi canali di
godimento. Il giorno in cui il notaio mostrò l'effettiva
portata dell'indebitamento, la zia di Saverio, che
sempre aveva preservato il buon nome di quell'uomo
impedendo al nipote di criticarlo, convenne col suo
giudizio: era un uomo dissoluto.
Quali sono i suoi propositi?
Dopo tre mesi circa dal nostro primo incontro,
riesce a portare in parola quelle che sono le sue
intenzioni. Ora che l'enoteca è stata risanata, la sua
intenzione è quella di vendere la licenza e rilevare
un 'edicola. Ma prima vuole sbarazzarsi dei DAP, che
sono comunque passati da una virulenza invalidante
ad una presenza sempre più sfumata. Ad un anno dal
nostro primo incontro, ogni cosa è fatta. Si è sposato,
ha ceduto la licenza dell'enoteca e col ricavato ha
rilevato l'edicola del paese nella quale lavora con la
moglie. Non racconta mai nulla della sua vita di
coppia, nessun accenno a come proceda i l ménage
familiare. Si limita soltanto a dire che «va bene» ed
«era ormai ora».

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

Ha sviluppato un feroce odio per tutti i cosiddetti
«diversi». Non solo detesta i tossicodipendenti e gli
immigrati, nei confronti dei quali prova disprezzo, ma si
rifiuta di servirli. Dà forma a queste sue pulsioni con
l'adesione ad un gruppo di estrema destra,
evidenziato da una croce runica cucita sul giubbetto
e dai capelli rasati a zero. Ha comprato Mein Kampf.
2.2. Vittorio
Vittorio è un affermato architetto. Geniale e
poliedrico , i suoi interessi spaziano dalle arti figurative al
cinema, passando per il teatro. Vive completamente
immerso nel suo lavoro, che gli procura una certa fama
e un notevole ritorno economico. Non sentendosi
appagato dalla sua professione, decide di intraprendere
la strada del commentatore televisivo in un canale
tematico.
Si rivolge a me a causa di frequenti crisi di panico
che stanno compromettendo questa sua nuova attività
televisiva.
2.2.1. Motivo di ingresso: una sensazione chiamata
panico
Si trova a dover condurre in prima persona una
dedicata
all'arredamento
e
al
trasmissione
giardinaggio, per un t otale di dodici puntate. La
trasmissione è preregistrata. Il primo giorno di lavoro,
con la troupe al seguito e il «gobbo» che tiene un
cartello con le battute che egli deve pronunciare,
accade qualcosa che lo turba profondamente. Al
momento dell'accensione della telecamera, con
l'assistente che gli punta il dito facendogli cenno di
entrare in scena, Vittorio è bloccato da un violento
senso di costrizione cardiaca, confusione, smarrimento
e dolore intercostale. Nel corso della registrazione delle
puntate successive questo disagio si ripresenta,
arrivando in alcuni casi a fargli perdere conoscenza . Di

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

fronte ha il cameraman che, spazientito, gli ordina di
salire e «calarsi in quella parte». Gli chiedo di
raccontarmi qualcosa in più nel merito , e la sua
risposta é «mi è impossibile prendere quella posizione,
è più forte di me. Non ce la faccio. Quando sono
lassù, so che la gente non vedrebbe me che recito,
ma vedrebbe tutto il casino della mia infanzia. E ne
riderebbe».
«Il casino della mia infanzia. Ne riderebbe».
Queste parole cadono come pietre nel corso della
seduta, e lo portano al pianto. L'essere deriso o
sbeffeggiato è un significante che fa in questo modo
la sua comparsa nel discorso di Vittorio.

2.2.2. Il posto della blatta
Sino a poco tempo prima, all'interno del suo studio
di progettazione gestito assieme ad altri soci, anch'essi
architetti, si occupava delle pubblicazioni nelle riviste
di settore e teneva i contatti con altri studi professionali.
Questa condizione di privilegio e autonomia si è
protratta sino a che, a causa di una flessione del
mercato, il responsabile dello studio ha operato
drastici
tagli
di
personale e
una
radicale
redistribuzione delle mansioni, determinando una
situazione per la quale Vittorio si è trovato ad
occupare una posizione marginale, privato di potere
decisionale e con una netta diminuzione dello
stipendio. Questa nuova situazione lo ha portato con
non poca sofferenza a scegliere la via della
collaborazione esterna.
Qualcosa era andato perduto.
Incapace di sopportare i tempi morti della
quotidianità e desideroso di riconquistare il vecchio
tenore di vita, si mise immediatamente in moto
contattando studi professionali concorrenti, riuscendo
in poco meno di un anno a strappare contratti
molto vantaggiosi. Tale risultato tuttavia non gli bastò,
e decise di impegnare i residui giorni liberi della

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

settimana inviando un curriculum alle reti televisive per
la conduzione di programmi.
«Ce la devo fare da solo! Devo essere
protagonista della mia vita!» sono le frasi poste a
commento di questa scelta.
Vittorio non ha mai conosciuto il padre, che morì
in un incidente d'auto poco prima che lui nascesse
insieme al fratello e alla cognata, lasciando così alla
madre già incinta di Vittorio il difficile compito di
crescere non solo il proprio figlio, ma anche il cugino,
più vecchio di lui di otto anni. Ha vissuto sino al
compimento del trentacinquesimo anno con la
madre ed il cugino, trattato dalla madre alla stregua
di un figlio. Una figura che appare in tutta la sua
problematicità nel dire di Vittorio.
«Mio cugino mi odia! Mi ha sempre odiato!».
Queste sono le frasi con le quali incornicia un quadro
d'infanzia caratterizzato da molteplici tensioni.
A suo dire il cugino ha cercato di schiacciarlo,
ridurlo in silenzio. Lo chiamava bastardo e non lo
voleva in casa, facendo l'impossibile per renderlo
imbelle agli occhi della madre. Lo mandava spesso in
giardino impedendogli di fare rientro sino a che non
avesse deciso altrimenti. «In casa mia non c'era un
posto per me!», è la frase con la quale riassume la sua
difficile adolescenza.
Ma chi è questo cugino che lo manteneva
«schiacciato come un verme» in casa sua? Lo descrive
come una persona malata, scansafatiche. Per molto
tempo depresso, inabile a qualsiasi tipo di lavoro.
La scena edipica inizia a delinearsi con maggior
precisione: il padre è mancato, il cugino ne ha
usurpato il posto cercando di mettere Vittorio fuori
gioco, fuori scena. Gli ha concesso, con la madre
complice e troppo debole per opporsi alla sua
violenza, il posto dello scarto, del rifiuto.
È difficile non trovare delle similitudini con gli affanni
patiti dal giovane Gregor Samsa, addormentatosi
uomo e risvegliatosi scarafaggio, obbligato a fare leva
sui piccoli arti per trascinare a terra quel corpo

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

deforme e goffo, quelle sembianze disgustose che
porteranno la famiglia a chiuderlo nella stanza,
dimenticandone la natura umana e privilegiando
l'aspetto orrendo dell'insetto.
Cito:
La madre guardò prima il padre con le mani giunte, poi fece due passi
in direzione di Gregor e cadde a terra [...]. Il padre chiuse il pugno con
un'espressione ostile, come se volesse respingere Gregor nella sua stanza.
Poi si guardò intorno, incerto, nel salotto, si coprì gli occhi con le mani e
pianse, il petto possente scosso dai singhiozzi[...] . •Alla sorella non restò
che far venir la madre, un giorno che il padre era fuori casa [...] Gregor
[...] era già contento che poi, alla fine, fosse venuta. Entra pure, non lo si
vede! - disse la sorella13. •
12

Ancora qualche riga sull'essere goffo che è costretto a
strisciare per non spaventare i genitori: «Cominciò a
strisciare, strisciò dappertutto, sulle pareti, i mobili e il
soffitto, e infine cadde [...] in mezzo al grande tavolo. [...]
Bastava aprire la porta, e lui sarebbe subito sparito»14.
Ancora: «La grave ferita di Gregor [...] sembrò aver
ricordato persino al padre che Gregor, nonostante la sua
presente figura, triste e, disgustosa, era un membro della
famiglia che non si poteva trattare come un nemico»15,
«Chi, in quella famiglia esausta e logorata dal lavoro,
aveva il tempo di occuparsi di Gregor?»16. •
Ma torniamo a Vittorio.
Il cugino oggi vive di espedienti, un po' folle e
sregolato,
compiendo
azioni
deleterie
e
autoflagellanti, spesso sotto l'effetto dell'alcool. Non
riesce a mantenere un posto di lavoro fisso per più di
tre o quattro mesi. È in pratica divenuto una sorta di
matto del paese.
Sovente si fa vivo a casa della madre, dicendo di volerla
fare fi nita o di essere gravemente malato. Ciò che fa
questione a Vittorio è che la madre «vive in perenne stato
12

F. Kafka, La metamorfosi, in: F Kafka, La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita, trad. it.,
Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2000, p. 85.
13 Ivi, p. 100.
14 Ivi, p. 104.
15

Ivi, p. 107.

16

Ivi , p. 108.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

di tensione per quello stronzo. Sta sempre appiccicata al
telefono ad aspettare in quale pasticcio si va a ficcare!».
Ritorna, pregnante , la questione del riconoscimento.
La dolorosa constatazione di Vittorio è quella di
non riuscire, oggi, ancora a trovare un posto agli
occhi della madre. Sentendosi invisibile al suo
cospetto, proprio come Gregor divenuto blatta
innanzi ai genitori.
Si mette a questo punto a gareggiare sull'asse del
dolore.
Irato a causa di questa donna che se ne vive in pena
per il nipote, le grida tutto il suo rammarico: «Mamma,
anche io sto male! Vado da uno psicoterapeuta!». La
madre non ha nessuna reazione.
1
In realtà, quando mi riferisce questo episodio,
incappa in un lapsus clamoroso, essendo le sue
parole precise: «Mia madre di fronte a ciò che le ho
detto non ha avuto nessuna erezione!». Non si sente
visto, non si sente considerato. Il padre è mancato e la
figura materna non si è rivelata all'altezza di proteggerlo
dalla presenza tragica e totalizzante del cugino un
tempo aggressivo e imperante, e ancora oggi
preponderante sul piano della malattia. Balza agli occhi
l'irragionevole lotta senza fine contro questo tapino,
anche oggi che egli si è arreso alla vita. Anche se
Vittorio è uscito da quell'Edipo claudicante in maniera
un po' più compensata, grazie al suo talento
professionale utilizzato alla stregua di una stampella
per stare adeguatamente in equilibrio.
Nel mondo, sembra non vedere quello che ha,
preferendo
precipitare
in
una
competizione
puramente immaginaria col cugino, ai suoi occhi
sempre e comunque il favorito.
2.2.3. Il significato del panico
Più la sua introspezione procede, più emergono
elementi che portano a fare chiarezza sull'opaco
momento di crisi che lui ha nominato panico.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

Ci sono due scene che riaffiorano dal passato, ben
chiare nella mente di Vittorio. Scene che non solo
hanno a che vedere con la tendenza del cugino a
cancellarlo dalla scena edipica, a eliminarlo come la
blatta di Kafka, ma che contengono il germe della
derisione.
Ricorda che una mattina, uscendo entrambi dalla
doccia, rimase alquanto colpito dall'aver visto il
membro del cugino che, essendo più vecchio, era
più sviluppato. Cercò, nel momento stesso della
constatazione, di strofinare il proprio pene alla ricerca
di un'erezione per compensare quella differenza. Il
cugino se ne accorse, ma sul momento non proferì
parola. Attese malignamente la prima occasione di
uscita pubblica, una gita al mare con gli amici, per
raccontare l'evento e coprirlo di ridicolo agli occhi
degli altri.
Un'altra volta, a causa di una sua azione maldestra
nel corso di una partita di calcio, il cugino lo prese per
il bavero, e lo picchiò. Lo mise in un angolo e, dopo
aver chiamato gli altri giocatori, iniziò a pestarlo.
Riaffiora in tal modo qualcosa che ha a che vedere
con la scena, gli spettatori. L'essere ridicolizzato davanti
a tutti.
La figura maschile con la quale ha trascorso l'infanzia si
è rivelata intrinsecamente malvagia.
È mancata nella scena di Vittorio la presenza
simbolica capace di fungere da separatore dalla
sregolatezza e dalla violenza di quella famiglia,
proteggendolo dal «posto del ridicolo» nel quale il
cugino lo costringeva. Una posizione che la madre non
è stata in grado di assumere.
Ecco allora che il panico lo assale quando, dopo
una vita passata nell'anonimato, facendo un lavoro
che lo ha sempre mantenuto a distanza dal contatto
diretto con gli altri, Vittorio si appresta a ritornare «sulla
scena». Una scena nella quale gli strumenti del
simbolico non paiono in grado di sostenerlo, e ogni
impalcatura sembra non reggere.
La scena che lo vede di nuovo nudo e senza

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

veli, di fronte all'Altro, esposto al ludibrio e alla
vergogna. Il panico lo colpisce e lo affonda, ma al
contempo lo avverte e lo salva, mettendolo in allarme
quando
quella
scena
minaccia
di
ripetersi
nuovamente.
Lo protegge, nella misura in cui gli impedisce di
affrontare la posizione di «uomo nudo» sguarnito di
fronte all'Altro.
2.2.4. Odio e maschera
Straripano d'odio per il cugino le sue sedute. Odio
profondo, rabbioso, che vorrebbe tramutarsi in un
passaggio all'atto. «Lo faccio interdire! Gli faccio
pagare tutto quello che mi ha fatto!». Una mattina lo
incontra per caso, in un supermercato.
Si fermano per un caffè. Dopo tanti anni di silenzio,
si parlano. Scoprendolo in difficoltà economiche, gli
presta del denaro. In seduta riflette su questo incontro,
e su quali sentimenti gli abbia suscitato. La sua
sensazione riferita è che del cugino in verità gli importi
poco o nulla, e il vederlo in quelle condizioni
miserrime abbia depotenziato l'odio che albergava
nel suo cuore. Non lo odia, ma nemmeno prova per lui
affetto. Se dovesse morire non gli spiacerebbe più di
tanto, sarebbe solo una seccatura andare al funerale.
Mai potrebbe amare chi lo umiliava in quel modo, un
uomo del quale oggi vede l'affanno. Alcune sue
affermazioni sembrano stridere con questi suoi pensieri:
Vorrei che lui si rimettesse a posto. Che si riabilitasse. Vorrei dargli
l'indirizzo di un analista che lo aiutasse a stare meglio. Ma non per lui, di
lui non mi importa nulla. Vorrei che si riabilitasse di fronte a mia madre,
che la smettesse di essere un pensiero fisso di mia madre, sempre così
malconcio.

Ecco un passo ulteriore: la preoccupazione per la
madre, il desiderio di sgravarla dal pensiero del nipote
errabondo e problematico nasconde, in ultima analisi,
ancora il dramma della scena rubata. Riabilitare il

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

cugino per toglierlo dalla posizione di «infermo»,
posizione che gli conferisce anche oggi quell'unicità
avuta sin dai tempi dell'infanzia.
Molto tempo è stato necessario per un lavoro di
rettifica soggettiva circa la consistenza di questa
lotta, l'aleatorietà di un confronto con un soggetto
oggi debole e alla deriva.
L'odio è stato un micidiale freno alla sua riflessione,
che ha rallentato il tempo di analisi.
Nel corso delle sedute Vittorio mi racconta le sue
difficoltà nell'entrare in contatto con le persone, espone
il suo claudicare nel campo dei legami sociali, il suo
affanno con l'altro. Tale riflessione è il prodotto
benefico del drammatico crollo sul limitare dello studio
televisivo. Sino al momento del panico, infatti, Vittorio
non ha mai seriamente riflettuto sul suo passato, sul
perché del grande odio verso il cugino. Non è mai
riuscito a storicizzare alcuni eventi della sua vita. Come la
slavina irrompe e si riversa sulla foresta modificandone
radicalmente l'aspetto, distruggendo alberi secolari e
aprendo con la sua forza nuovi sentieri riportandone
alla luce più antichi, così la crisi di panico costituisce
per Vittorio un potente motore di riflessione che lo porta
ad indagare sul suo passato, con capacità e dedizione.
Relazionarsi con le persone, è molto difficile. In televisione, invece, è
più facile. Perché c'è la maschera. Si riesce ad impersonare chi si vuole.

La maschera, quel passepartout che gli permette di
relazionarsi senza affanni con amici e collaboratori, si
dimostra sulla scena inadeguata a proteggere le sue
nudità. Andare in onda, momento per definizione nel
quale si prende una maschera, ha significato per lui,
paradossalmente,
la
caduta
della
maschera:
l'irruzione del vissuto nefasto della scena nella quale il
cugino lo menava e lo ridicolizzava, ridotto a oggetto
preso di mira.
Un altro punto problematico è la sua difficoltà
nelle relazioni amorose. Ne ha avute poche e poco
gratificanti, di breve durata. Dice: «Vorrei avere
contatti con le donne senza dover usare o

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

raccontare il mestiere che faccio», senza usare la
maschera quindi. Gli dà fastidio doversi far
precedere dal significante «architetto», desiderando
essere amato solo per quello che è, «nudo. Anche se
i n tal modo appari rei per quello che sono, un
meschino». Testimonia in tal modo la nefasta eredità
della scena traumatica essenziale, che gli consegna
un marchio di inferiorità e debolezza.
Dopo molto tempo incontra una donna e inizia a
frequentarla.
Prova per lei una sola attrazione sessuale ed è
molto lontano dal discorso amoroso. Lei, di fronte a
tale dichiarazione di intenti, proferisce un garbato no
e si chiama fuori.
La reazione che egli prova è un intenso e
subitaneo attacco di panico, che lo coglie nel
momento in cui, dopo una breve ed aspra
telefonata, lei chiude ogni possibilità di rapporto,
rifiutando la sua richiesta di un rapporto meramente
sessuale.
Di nuovo si ripresenta la scena del rifiuto, con la sua
sessualità esibita e rifiutata in quanto tale.
Vittorio è cambiato: oggi è un soggetto in
movimento interiore che tende alla soggettivazione
intento a scandagliare ciò che è avvenuto nel suo
passato. Ma nella realtà patisce un momento di
immobilità trovandosi costretto ad interrompere la sua
attività televisiva ed il rapporto con la ragazza
incontrata. L'insorgenza del panico ha sì determinato
in lui un blocco momentaneo, ma il momento
dell'andare in onda ha creato le condizioni grazie alle
quali la sua scena familiare, gravida di tutte le
conflittualità e contraddizioni descritte, è andata a
sostituirsi alla scena del copione che egli doveva
interpretare. Una drammatica elisione tra il proprio
passato
e
il
presente,
un'insopportabile
sovrapposizione che lo ha fatto crollare. La crisi
violenta gli ha imposto un tempo di riflessione,
trovandosi impreparato di fronte a qualcosa di non

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

lavorato simbolicamente, che è affiorato in maniera
inaspettata. Oggi è impegnato in un lavoro minuzioso
e particolare condotto a ritroso nel tempo, trattando
in seduta molti significanti che sino a quel momento
erano stati per lui delle monadi incomprensibili, con
le quali non aveva mai seriamente voluto fare i
conti: l'odio per il cugino, il non trovare un posto, la
sua tendenza a mostrarsi alla madre attraverso il
canale del dolore e del lamento.
Sarà il tempo a dire se Vittorio riuscirà a mettere
ordine nel passato, affinando la capacità di
elaborare la scena perturbante del ridicolo alla
quale è stato esposto mettendola al suo posto, per
poi
tentare
nuovamente
la
carriera
di
commentatore televisivo, a tutt'oggi abbandonata,
o cercare di nuovo l'incontro con una donna.
2.3. Fedra
Vedo Fedra da circa tre anni. Chiese un aiuto
perché attraversava un periodo caratterizzato
dall'insorgenza di violenti attacchi di panico, come lei
stessa li definì.
Le sensazioni riferite sono quelle di «dolore
dell'anima», difficoltà nel respiro, blocco del pensiero
e delle azioni.
Il momento più critico, a seguito del quale si è
rivolta a me, si verifica quando, uscita di casa dopo
una violenta lite familiare, viene sopraffatta da uno di
questi «attacchi», perde il controllo dell'automobile e
finisce in una scarpata. Al nostro primo incontro mi
riferisce di soffrire da molto tempo di un dolore non
definibile,
un
malessere
che
l'ha
sempre
accompagnata, e che solo nell'ultimo periodo è
sfociato in queste violente ed invalidanti crisi che le
impediscono di «andare avanti».
Fedra ha 26 anni, un fidanzato, lavora in un
negozio di scarpe e vive con i genitori.
All'età di 16 anni restò incinta a seguito di un

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

rapporto occasionale con un animatore turistico nel
corso di una vacanza in un paese tropicale. Tornata in
Italia, non sentendosi pronta ad affrontare la
maternità, prese la decisione di abortire. Per questo si
recò in clinica accompagnata soltanto dalla zia.
Rovescia in seduta la rabbia verso la madre che,
interpellata, non se la sentì di accompagnarla perché
era «sconveniente» mostrarsi con una figlia che stava
per abortire senza nemmeno essere sposata. La madre
viene tratteggiata nel corso degli incontri come una
figura bigotta ed anafettiva, col pensiero fisso di darle
da mangiare, incapace di aiutarla in quel delicato
momento.
Per contro c'è un padre assente, allora come oggi
annullato e relegato nello spazio perimetrale della
televisione,
privato
di
un qualsivoglia potere
decisionale.
Uscita dalla cli nica la sensazione provata e mai
più dimenticata fu quella di essere «sola, senza
nessun punto di appoggio o di riferimento». Il
momento dell'aborto è un punto buio, pesante
ingombro del passato col quale non è mai riuscita a
fare i conti. È proprio da quel momento che sono
comparsi episodi di vomito autoindotto ed ha fatto la
sua comparsa la sensazione di morte dell'anima.
Apprendo in questo modo che da circa dieci anni
soffre di una forma di anoressia restrittiva, priva di
abbuffate, che le sta segnando non poco il corpo. A
tal proposito non ha mai chiesto nessuna forma di
aiuto.
Le mura del mio studio si tramutano di colpo in un
palco dal quale ella si produce in una ininterrotta
serie di rivendicazioni nei confronti della madre, che
originano dal momento in cui quella donna «doveva
esserci e non è venuta». La famiglia di Fedra riassume
molte delle caratteristiche della situazione edipica
tipica dell’anoressica così com'è abituato a vederle
chi si occupa di clinica.
Nel corso dei suoi racconti la madre viene

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

descritta come invasiva, non rispettosa del limitare
degli spazi della figlia, intenta a rimpinzarla di cibo e
a ricercare per lei un posto riconosciuto in società,
avendo già «deciso» dai tempi delle scuole medie
per Fedra un futuro da avvocatessa, da dare in
sposa a qualche avvocato della zona. A tale figura
fa da contrappunto un padre inerme, rammollito,
incollato al divano, incapace di porsi come punto di
interdizione tra lei e la voracità materna, dando in
più occasioni prova di non accorgersi della figlia per
tutto il periodo della adolescenza. Il dialogo familiare
non è mai realmente esistito.
Questo insieme di cose ha sedimentato in lei una
rabbia giunta praticamente intatta sino ad oggi.
Quando parla del padre esprime rancore, rimpianto
per la sua assenza. Della madre, invece, lamenta
l'incombenza e l'insistenza nel preparare per lei
diversi tipi di diete e di rimedi al suo stato di disagio,
nessuno dei quali è mai stato preso in considerazione
dalla ragazza.
Spesso volano piatti e parolacce.
Fedra vomita solo tra le mura di casa, quasi sempre
alla sera, quando la madre l'aspetta per cenare
assieme. Nonostante allunghi sempre più gli orari di
ritorno dal lavoro l'incontro è inevitabile, e le liti si
intensificano in frequenza ed acredine.
Nel tempo l'angoscia diviene una costante della
sua giornata, e quelli che lei definisce «attacchi» si
intensificano comparendo non solo sulla soglia
dell'abitazione, ma anche durante il tragitto che dal
lavoro la riporta a casa. L'idea di dover tornare in
quel luogo blocca di fatto Fedra.
Più di una volta scoppia a piangere sulle scale di
casa prima di riuscire a suonare il campanello. Nel
corso delle sedute arriva sempre più a soggettivare
l'impossibilità di fare ritorno a casa, e svela che l'unico
motivo valido per il quale non se ne è mai andata è
un piccolo coniglio che vive con lei nella sua camera,
dove lo accudisce e gli prepara da mangiare. Il

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

coniglio per Fedra è un elemento simbolico
fondamentale, oggetto
privilegiato
e antico,
sedimento che fa da zavorra nei confronti del
desiderio della madre, mattone posto tra lei e l'Altro
minaccioso ed invadente.
Infatti,
non
appena
rincasa,
corre
immediatamente dall'animale e sta in camera con lui,
al riparo dalla tavola imbandita col cibo materno.
Dopo
molte
sedute,
ritorna
sulla
sera
dell'in cidente in automobile.
Cosa era accaduto di più grave rispetto alle altre
giornate?
La madre era entrata nella sua stanza e aveva
dato da mangiare al coniglio. Questo mandò Fedra
su t utte le furie, ne nacque una lite furiosa a seguito
della quale si precipitò fuori di casa accusando un
senso di costrizione cardiaca, mancanza di respiro e
paralisi delle braccia. Salita in auto si verificò
l'incidente.
Compare un abbozzo di lavorazione della
domanda, poiché, dopo tanta sofferenza, Fedra
avverte ormai impellente la necessità di dover «andare
via da lì per poter sopravvivere». Sono i primi
movimenti di separazione.
Chiede aiuto al fidanzato, che non si dimostra
pronto e chiede ancora un anno di tempo per poter
fare il grande passo. Nel pieno dell'estate è al
culmine della sua prostrazione fisica, all'apice della
sua magrezza e ormai resa invalida dagli stati di
panico che la affliggono anche nel corso della notte.
Morde il freno e impone al fidanzato una scelta
affermando: «O lui viene, o io vado sola! Ormai ho
deciso. Tanto ho il mio coniglio». Fedra prende in mano
le redini del proprio destino togliendo la delega che
aveva affidato alla refrattarietà del fidanzato, che si
adegua al suo desiderio e accetta di seguirla.
Oggi vivono assieme nella nuova casa con
l'inseparabile coniglio. Le crisi di panico sono
scomparse. L'angosc i a, un
tempo compagna
costante della sua vita, è ormai localizzata soltanto

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

nei cosiddetti «giorni di festa», quando si reca dai
genitori per le visite di cortesia.
Le crisi di vomito si sono attenuate ma non sono
scomparse.
2.4. Ramona
Ramona arriva per la prima volta in seduta con
una carta d'identità, un'angoscia incontenibile e
l'idea che il naso non sia più al suo posto.
Lei lo vede? Mi può garantire che il mio naso è ancora lì? E può
confermarmi che il nome e il cognome che sono scritti sulla carta
d'identità sotto la mia foto corrispondono proprio al mio volto?

Questo inizio di discorso appare più chiaro e
coerente alla luce della domanda iniziale che questa
ragazza mi ha posto. La sua prima telefonata risale a
due anni e mezzo fa, in un tardo pomeriggio invernale,
mentre ero intento a chiudere lo studio.
«Lei è uno psicologo? Può aiutarmi? Mi sono persa».
«Certo» rispondo io, «vuole prendere un appuntamento?».
«No, sono qua sotto, posso salire?».

Entra una ragazza minuta, curata, con le mani
sulle tempie, quasi a voler contenere un 'emicrania. È
in evidente affanno, il respiro esce a fatica, corre
dentro lo studio e si catapulta sulla sedia. «Lei mi
vede? Mi vede tutta? Mi sono persa» dice ansimando.
«Certamente, io la vedo» rispondo.
Questa frase, che si rivelerà un elemento costante
di tutto il percorso di Ramona, determina un immediato
calo dell'angoscia.
«Ah bene, sono tranquilla. Lei vede il mio naso al suo posto? E se
le do la mia carta d'identità , lei mi conferma che quella nella foto sono
io?».
«Certo».
«Ora sono più serena!».

Ramona ha 24 anni, e sino a poco tempo fa la sua
vita scorreva tranquilla. Viveva in casa con i genitori

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

ed il fratello, studentessa in lingue, una tesi quasi
pronta da discutere, un progetto di matrimonio dopo
il lavoro. Un anno prima di inoltrare la domanda di
tesi il padre viene colpito da una grave forma di
leucemia fulminante alla quale fece seguito un
ricovero che non lasciò nessuna speranza di
sopravvivenza.
Il padre che non aspettava che quella laurea, che
sino all'ultimo l'aveva incoraggiata e sostenuta. Il padre,
impiegato alle poste, impegnato da sempre in una
lotta con la madre contraria alla scelta universitaria,
preferendo avviare Ramona al lavoro nei campi,
come il fratello che si guadagna da vivere in una
cooperativa che si occupa di raccolta di frutta.
È una famiglia indigente, che vive grazie ad un
sussidio di disoccupazione e che si è vista assegnare
una casa popolare da due anni. Il vicinato, a
conoscenza della loro difficile situazione, affida spesso
alla madre lavori di piccolo giardinaggio o minime
commissioni nei negozi di alimentari. Lo sforzo per far
laureare la figlia minore ha in effetti comportato un
sacrificio per tutti i componenti. Ciononostante il padre
mai ha rinunciato all'idea di avere una figlia
dottoressa, accollandosi fior di straordinari pur di
permetterle la frequenza in una Università del nord
Italia.
Ramona aveva un fidanzato della sua età, con il
quale avrebbe voluto sposarsi e fare una famiglia,
progetti che non si sono mai concretizzati a causa
della poca volontà di costui, uomo piuttosto libertino e
con una predilezione smodata per il sesso con
ragazze più giovani.
Il padre morì, di notte, tre giorni dopo il ricovero. La
famiglia intera accorse al suo capezzale assistendo
impotente alla sua scomparsa. È in questa occasione
che qualcosa, nella vita di Ramona, si spezza,
trasformando il momento del dolore in una porta
verso l'abisso della follia che la inghiottirà.
Ricorda che la sera stessa del lutto, il fidanzato le
chiese di avere un rapporto orale, dentro all'ospedale.

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

«Puttana, puttana! Non puoi dirmi di no sempre!» sono
le parole che questo uomo scagliò addosso al suo
diniego.
Tramortita e disgustata da tale richiesta, iniziò a
vomitare. Fuggì a casa dalla madre la quale però la
accolse a male parole, dicendole che «ora che tuo
padre è morto, la festa è finita. Te ne vai a lavorare!».
A dire il vero la madre acconsentì che la ragazza
sostenesse la tesi, visto che si trattava di poche
settimane di attesa e le tasse universitari e erano ormai
pagate. Ma Ramona sapeva che dopo aver
raggiunto quel traguardo, avrebbe dovuto mettere
via ogni velleità di usare quel titolo, obbligata ad
affiancare il fratello nel lavoro della raccolta della
frutta, perché priva di mezzi di sostentamento.
Era tuttavia troppo tardi, quel micidiale scenario di
eventi aveva incrinato qualcosa dentro la ragazza.
Dopo il funerale del padre il suo stato emotivo
cambiò repentinamente.
Cadde in uno stato di confusione, perse il sonno
e l'appetito.
Fece ricorso ad ansiolitici per
fronteggiare una angoscia acuta che stava
montando.
Si isolò dal mondo rifiutandosi di andare a discutere
la tesi. Si barricò in casa chiedendo aiuto al fidanzato,
lanciandogli diversi appelli affinché mantenesse la sua
parola di costruire con lei un futuro. «Portami via da
qua» scrisse in un messaggio al telefono cellulare del
fidanzato. Quell'uomo, svelando di non avere la
benché minima intenzione di convolare a nozze, se la
diede a gambe. Restavano la madre ed il fratello ad
attenderla fuori dalla stanza per accompagnarla al
lavoro.
Ma quando Ramona uscì, non era più la stessa
persona.
La scomparsa del padre, unica figura capace di
sostenerla nel suo desiderio di una professione futura
come interprete, la violenta scoperta della vera

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

natura del fidanzato, la certezza che la madre aveva
ormai su di lei campo libero la portarono al tracollo.
Le crisi di angoscia si fecero più acute, i tentativi di
uscire di casa e cercarsi un piccolo lavoro scemarono
nel tempo a causa di un senso di disgregazione
corporea che crebbe sino a tramutarsi nella
sensazione di smarrire gli arti per strada.
Subì due ricoveri coatti, nel corso dei quali le
venne diagnosticata una grave forma di schizofrenia.
Uscita dall'ospedale tornò a casa, dove ad attenderla
c'era la madre con gli stessi propositi di avviarla ai
lavori agricoli.
La sua situazione degenerò ben presto, arrivando
a
soffrire
di
allucin azioni
visive
e
uditive,
accompagnate da gravi distorsioni della percezione
del proprio corpo.
Le liti con la madre arrivarono al punto da allarmare
le forze di polizia che più di una volta dovettero
intervenire sollecitate dalle telefonate dei vicini.
Dopo un mese di sedute, consapevole della
gravità del caso, convocai la famiglia. Si presentò solo
la madre, la quale ascoltò senza fiatare quello che
avevo da dirle: feci ogni sforzo per farle capire che
sua figlia attraversava un periodo di crisi difficile da
compensare, che era necessario restarle vicini,
aiutandola a placare la sua angoscia. Le consigliai di
non
assumere
atteggiamenti
minacciosi
che
avrebbero potuto avere su di lei effetti catastrofici.
Dissi che la figlia non era in grado di ritornare ad
avere contatti con le persone tout court, almeno non
senza aver tentato un 'opera minima di sostegno che
potesse aiutarla a rimettersi in piedi.
Al termine del mio i ntervento la madre poggiò sulla
scrivania un secco: «Sì dottore, ma quando è che può
andare a lavorare? La stagione della frutta è ormai
avanzata». Ci misi più del dovuto a capire che avevo
a che fare con un delirio non solo della figlia, ma
anche della madre.
Ramona venne mandata dopo pochi giorni a

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

raccogliere le pere, esperienza che ebbe termine
nell'arco di un pomeriggio, a causa dei fenomeni
elementari che sopravvennero e che resero impossibile il
suo stare con altre persone.
Allucinazioni,
senso
di
disgregazione
e
frantumazione del corpo, stati acutissimi di angoscia
che la rendevano ormai completamente invalida.
Lo psichiatra del locale centro di igiene mentale,
da me interpellato, concordò nel definire assai grave
lo stato nel quale Ramona si trovava e le prescrisse
pertanto dei farmaci antipsicotici necessari per una
minima stabilizzazione. Grazie a questa azione
congiunta, Ramona è riuscita ad avere una pensione di
invalidità, il che ha placato un po' le richieste materne.

2.5. Georg
Voglio ora soffermarmi su un breve racconto di
Franz Kakfa intitolato Il verdetto.
Il protagonista, Georg, ha un amico che vive nella
lontana Russia con il quale intrattiene un segreto
rapporto epistolare. Decide, dopo molte titubanze, di
scrivergli per renderlo partecipe del suo avvenuto
fidanzamento: «Ho serbato per ultima la novità migliore.•
Mi sono fidanzato con una certa signorina Frieda»17.
Questa amicizia è da tempo una zona franca, un luogo
celato al padre nel quale riversare le proprie
confidenze e le proprie intime speranze.
Lo stato di soggezione nei confronti del genitore è
tale che prima di imbucare quella missiva, gravida di un
contenuto rivelatore della futura separazione dalle mura
.
di casa, sente la necessità di passarne il vaglio: «Prima di
imbucare la lettera, ho voluto dirtelo»18. Il padre, che
emana forza e possanza se ne sta in una stanza buia e
reagisce alla notizia disconoscendo la verità del figlio,
negando che egli possa avere un contatto col
mondo: «Tu non hai amici a Pietroburgo. Sei sempre
stato un buffone e non hai avuto ritegno neanche con

17

F. Kafka, Il

verdetto,

in: F. Kafka, La

pubblicati in vita, cit., p. 39.
18

Ivi, p. 41.

metamorfosi e altri racconti

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

me. Com'è possibile che tu abbia un amico proprio là!
Non posso crederci»19.
Le flebili parole del protagonista vacillano contro
l'incedere
violento
dell'argomentare
paterno:
«Saranno tre anni che il mio amico è stato qui da noi
in visita. Mi ricordo che a te non piaceva molto.
Almeno due volte ho negato, davanti a te, la sua
presenza»20.
Il padre non tollera nessun movimento di
separazione, con le mani tiene stretta la catena
dell'orologio di Georg mentre il figlio lo trasporta sul
letto.
Poi, d'improvviso, il genitore svela la sua verità: «Il tuo
amico lo conosco bene»21 afferma,
«non c'è nessuno
.
che insegni al padre come intuire le intenzioni del
figlio»22. Quell'uomo dunque sapeva dell'amico russo, e
aveva coltivato con lui dei contatti all'insaputa di
Georg.
Da lì in poi è un precipitare di accuse e rivelazioni.
.
L'intenzione di matrimonio viene
demolita dalle
parole del padre che urla: «E adesso che credevi di
averlo sopraffatto, [...] il mio signor figlio ha deciso di
sposarsi!»23.
1
Tanto l'amicizia coltivata in segreto quanto il contenuto

epistolare erano in realtà un terreno violato.
«Mio figlio concludeva affari che io avevo
preparato [...]. Io sono ancora, e di gran lunga, il più
forte [...] e la tua clientela ce l'ho qui in tasca! »24, frasi
che spezzano ogni speranza di aver costruito una
strada propria che lo affrancasse dal potere
economico del padre. Bisogna scorrere le splendide
righe che fanno seguito alla rivelazione per capire
cosa sia il panico «raccontato».

19

Ivi, p. 42.

20

Ibidem.
Ivi, p. 43.
Ibidem.
Ivi, pp. 43-44.
Ivi, p. 45.

21
22
23
24

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

Panico che deflagra quando la messinscena cade
definitivamente:
Con il tuo amico ho stretto una splendida alleanza [...]. Lui sa
tutto, sciocco ragazzo, sa tutto! Gli ho scritto io, perché hai dimenticato
di portarmi via la carta e la penna . [...] spiegazza nella mano sinistra,
ancora chiuse, le tue lettere, mentre nella destra tiene le mie per
leggerle! [...] Dunque ora sai cosa è esistito oltre a te, finora sapevi solo
di te! In verità, sei stato un bimbo innocente25.

L'oggetto separatore non regge all'urto della violenza
paterna, e si dissolve. Da lì scaturisce ilverdetto: il padre
lo condanna a morte, «alla morte per acqua»26. Georg
si precipita fuori e si uccide gettandosi nel fiume.
Lasciamo, per ora, questi casi. Più avanti verranno
ripresi e messi in tensione tra di loro. Non prima di aver
aggiunto qualcosa.

25

Ibidem.

26

Ivi, p, 46.

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

Capitolo terzo
Qualcosa di troppo. Jean Paul Sartre:
l'angoscia della cosa senza parola. Soggetti
smarriti: ritiro dal legame sociale e
depressione

«Questo è il tempo,
giunge lentamente all'esistenza , si fa attendere,
e quando viene si è stomacati perché ci si accorge
che era già lì da un pezzo».

J.P. SARTRE, La nausea
Anche Jean Paul Sartre ha incontrato l'angoscia, e
ci ha lasciato una magistrale lezione su come trattare
questo affetto con gli strumenti filosofici propri
dell'Esistenzialismo.
Mi avvicinai a La nausea molto tempo fa,
incuriosito
ma
impreparato
alla
portata
di
quest'opera. Un'opera che, oggi lo vedo bene,
fornisce straordinari
strumenti
clinico-teorici utili
all'ascolto di un certo tipo di pazienti.
A suo tempo la vita di Mr. Roquentin mi incuriosì
a tal punto che avvertii il bisogno di scriverne, ma fui
impedito nel proseguire dalla sensazione che poco si
poteva aggiungere al tema dell'angoscia e della
nausea così come erano trattati.
Ricordo che di quell'opera mi piacque l'idea che
le parole entravano piano, dopo le cose.
Rimasi stupito dalla capacità dell'autore di
descrivere il quotidiano narrando un'emozione che
decantava senza essere strozzata dai vocaboli.
Affascinato dalla sua maestria nell'usare verbi che
non precedono il vissuto, scritti con una mano sapiente
che muove la penna solo dopo che sì, è deciso che sì,

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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

quella è proprio l a frase migliore.
Dopo il giusto tempo.
Un secondo dopo, tutto è morto.
Da quella lettura imparai che la parola deve saper
virare mentre plana sulla cosa, un attimo prima di
iniziare a nominarla. Un attimo dopo è tardi, è già in
atto il processo di necrosi.
La parola cadaverizza la cosa. Per questo motivo la
cosa è indicibile, intrasmissibile. L'emozione che la cosa
porta con sé è destinata a morire con chi la prova.
Trasmettere è volgarizzare .
Volgarizzare è uccidere.
Solo in seguito, avvicinandomi alla psicoanalisi, capii
che queste parole null'altro esprimevano che il limite
estremo del linguaggio, l 'azione letale del significante
quando in tacca la cosa, per dirla con Lacan. Limite
che segna l'incapacità a portare in parola quel «di
più» che sfocia nel sintomo. Sintomo che, avendo
caratteristiche di messaggio e metafora, si disfa quando
viene parlato.
Ci vuole, certo, una incosciente dose di superbia
nel voler annoverare questo gigante della letteratura
nel computo dei «casi» in questo libro descritti. Ma solo
oggi riesco a leggerlo con un occhio particolare,
sedimento lasciato dalla mia pratica lavorativa. Solo
oggi mi accorgo che la modalità di avvicinarsi alle cose,
agli oggetti, al legame sociale dell'autore è del tutto
simile all'approccio di alcuni soggetti che sono passati
nel mio studio.
Cosa fa l'autore? Incontra oggetti, si sofferma su di
essi, li descrive con una dovizia di particolari
impressionante. Dopodichè li esaurisce, giungendo ad
una descrizione talmente articolata e mi nuziosa che
suscita nausea nel lettore.
«Ci sono poche cose belle e vere come il farsi il caffè
con la vecchia moka e la tovaglietta colorata, col
profumo che ti allontana mille miglia dal mondo per
riportarti in un universo completamente tuo». Ecco, io
avrei voluto mille volte iniziare un racconto con questo
incipit, mille volte la sensazione di qualcosa che sento

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia

nell'aria mentre sta vivendo mi prende e mi stordisce
come un profumo, come un rumore inatteso, e mi guida
la mano per scriverne. Ma appena mi fermo, appena mi
accingo a fermarla, a scriverla...tac! Ecco la morte. Un
senso di disgusto e di azzeramento, di stasi, una
oblomovite mi affliggono e mi rimettono a sedere, mi
gelano. E nessuno di quegli oggetti o di quelle
sensazioni passa nella scrittura ma continua la sua vita.
Una vita che non può essere testimoniata.
Il sorgere della parola uccide la cosa che stava
sbucando, e che chiedeva di esser ra ppresentata ma
senza passare per la parola, pena la morte e la stasi.
Addirittura questa Nausea sopraggiunge ancor prima
di compiere l'atto della scrittura, mentre si apre la
tastiera o mentre ci si accinge a sfilare il cappuccio
della stilografica.
Quella sensazione, quel movimento di energia pura
data da un'azione o da un insieme di azioni, vive solo se
non ti avvicini ad esse. Se lo fai, se osi tanto da sfiorarle
e fermarle, esse muoiono, si cristallizzano. Come la
sabbia colorata e dorata esiste fino ad un attimo prima
che la mano si immerga nel fondale e la brandisca,
per poi rivelarsi poltiglia informe ed incolore nel
momento in cui la mano si riapre in superficie per
mostrare il trofeo.
Fino ad un secondo prima che la mano si
chiudesse, la sabbia viveva. Era colorata, semovente,
trasmetteva riflessi. Quello che si estrae dallo specchio
dell'acqua non è più tale, appare invece come un
grumo di granuli morti, morti un attimo prima che le
dita si schiudessero. A questo proposito Sartre dice,
parlando delle note di un pezzo jazz: «Non hanno
sosta, un ordine inflessibile le fa nascere e le distrugge
[...]. Mi piacerebbe trattenerle, ma so che se arrivassi
ad afferrarne una, tra le dita non mi resterebbe che un
suono volgare e languido»27.
Si tratta di un flusso, che vive nella sua continuità e
nella
sua
temporaneità.
Fermarlo,
fotografarlo,
ufficializzarlo significa ucciderlo.
27

J.P. Sartre, La nausea, trad. it., Torino, Einaudi, 1990, p. 36.

78

Il posto del panico, il tempo dell'angoscia
Ancora Sartre:

Restano però uno o due storie vive. [...] Ne pesco una, rivedo l o
scenario, i personaggi , gli atteggiamenti. D'un tratto mi fermo: ho sentito
una sdrucitura, ho visto spuntare una parola sotto la trama delle
sensazioni. Indovino che questa parola finirà ben presto per prendere il
posto di molte immagini che amo. Allora mi fermo di colpo [...] mi metto
subito a pensare ad altro [...]. Invano: la prossima volta che li evocherò
una buona parte di essi sarà•congelata28.

Mi sovviene un altro esempio: il pesce che nuota
controcorrente nei rivoli del fiume, guizzando tra i sassi
e rimandando riflessi dorati in superficie, non è lo
stesso pesce che una volta catturato giace immobile
bruno e bloccato in una espressione abulica nel
congelatore. Lo è sì, ma al prezzo di essere morto. La
sua morte avviene nel momento esatto in cui
abbocca all'amo e viene strappato fuori dall'acqua.
La vita del pesce è fatta di una serie infinita di atti
microscopici che vivono il tempo necessario per morire
e lasciare il posto a loro stessi, nemmeno la fotografia
(e si che è veloce!) ce la fa a cogliere l'esistenza del
pesce.
Fotografare il portiere nell'atto di abbrancare la
palla in volo nell'angolo alto ha come conseguenza
quella di uccidere l'atto di questo atleta.
La parata è tale solo se la si vede nascere, quando
l'atleta con l 'occhio intuisce dove il pallone andrà a
ficcarsi, quando il piede più lontano dalla sfera dà la
spinta al corpo che si protende verso l'aria, si inarca,
seguito dal movimento delle braccia che vanno a
chiudersi ad uncino e lo abbrancano, ricadendo e
chiudendo una traiettoria irripetibile.
Sartre di una sequenza come questa dice che
«nulla può interromperla e tutto può spezzarla»29.
Ancora: «Questa frase io l'avevo pensata; [...]
adesso si era impressa nella carta [...]. Le lettere
adesso non brillavano più, erano asciutte. [...] non
28

Ivi, p. 51.

29

Ivi, p. 37.


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