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maybet .pdf



Nome del file originale: maybet.pdf
Autore: Federico Paschetta

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1

Maybe.

2

Il signor Lamberti stava vagando per il famoso mercatino delle pulci
di Parigi, dove passava ogni giorno per arrivare al suo ufficio da
casa. Nonostante le raccomandazioni “Stai attento, là non c’è bella
gente!”, l’uomo passeggiava tranquillo con la sua valigetta, dentro
cui era presente il suo strumento di lavoro più importante, il
computer portatile. Faceva il giornalista, un suo grande sogno fin da
piccolo.
Ogni sera quando stava tornando a casa scrutava tutta la merce e
vedeva sempre in una bancarella un libro un po’ datato che lo colpiva
perché era completamente scritto in italiano, forse l’unico di tutto il
mercato.
-

Il venditore sarà italiano, o un italiano di seconda
generazione, figlio di immigrati tricolori in terra transalpina,
anche perché un po’ la cadenza che contraddistingue la nostra
terra c’è - pensava il signore.

Il giorno successivo il giornalista arrivò mezz’ora dopo a casa. Egli
dovette sorbire per trenta minuti la storia, sì interessante, ma
raccontata in modo arcaico, di una famiglia italo-francese arrivata
nella Ville Lumière agli inizi del terzo millennio. Il discorso tra i due
iniziò quando il venditore vide avvicinarsi alla sua bancarella un
uomo di uno charme incredibile, che tutto faceva presagire tranne
che fosse italiano, o almeno così pensavano i nostri cugini
d’Oltralpe.
-

Qu’est-ce que cherchez? - Che cosa cerca? - domandò il
proprietario del piccolo locale mal arredato dove c’erano i

3

libri usati, come faceva abitualmente ai pochi clienti che si
interessavano ai titoli esposti.
-

Rien, je regarde juste - Niente, guardo solo - rispose il
signor Lamberti, con uno spiccato accento italico, stregato
sempre più da un libro che pensava di aver già letto.

-

Ah italiano! Io anche sono figlio di italiani, i miei genitori si
trasferirono qua… - cominciò il lungo racconto del
commerciante, che non ebbe mai però l’ascolto del cliente se sta cercando qualcosa le consiglio questo, è in italiano,
l’ho trovato a casa di mia mamma, è adatto sia per Lei che per
sua moglie, è una bella storia.

-

Quanto costa? - chiese il giornalista, contento di aver saputo
qualche particolare in più sul libro di cui gli importava.

-

Per Lei che viene dall’Italia le faccio uno sconto, sono €2.

-

Ecco a lei, grazie mille per la disponibilità, arrivederci e Viva
l’Italia - disse scherzando il compratore che per una misera
cifra si portò a casa un libro che, sforzandosi invano per
cercare riguardo cosa, gli ricordava un qualcosa di ignoto.

Quando arrivò a casa spiegò subito la causa del ritardo alla moglie e
gli fece vedere il manoscritto appena acquistato, edito da una casa a
lui sconosciuta.
-

L’hai già letto?

-

No, o almeno così ricordo

Da quel giorno prima di andare a dormire, nonostante a giornata
molto faticosa, i due leggevano un capitolo del libro. Li
entusiasmava, faceva loro tornare in mente la felice adolescenza,
trascorsa uno accanto all’altro, nonostante i numerosi bruschi
cambiamenti nel loro rapporto di coppia.
Il romanzo raccontava così.

4

I
Torino. Un giorno di metà Ottobre.
Fede è fermo al semaforo, nella vecchia Audi dello zio. Insieme a lui
ci sono Massi, suo zio, e Ale, sua sorella più grande di tre anni,
entrambi intenti a sentire il telegiornale mattiniero di Radio Monte
Carlo. Questo è il motivo per cui i ragazzi arrivano sempre in ritardo.
Per Fede non è molto bello, soprattutto se è uno dei tuoi primi giorni
di scuola, in un ambiente nuovo.
I compagni sembrano accoglienti, i professori no. Dopo un mese di
scuola i trentadue allievi iniziali del Liceo Classico si sono ridotti a
trenta e mancano ancora due mesi a Natale, il periodo di fine
trimestre in cui gli insegnanti assegnano quasi una verifica al giorno,
per la felicità degli allievi. In seguito veniva consegnato il tanto
atteso pagellino di metà anno, dove, solitamente, un quinto della
classe abbandonava la scuola e approdava in una scuola forse un po’
più semplice, ma che ti insegnava un lavoro, l’Istituto Professionale.

5

Ormai ci aveva fatto l’abitudine: il lunedì e il giovedì non si faceva
problemi, la professoressa di greco arrivava dopo di lei. Invece i tre
giorni rimanenti doveva inventarsi sempre scuse credibili con il
professore di latino, che arrivava sempre una decina di minuti prima
che la campanella che segnava l’entrata suonasse. Lui lo detestava.
Quella camicia nei pantaloni non gli era molto gradita. E neanche il
suo modo di spiegare: era sicuramente molto preparato, ma era
troppo noioso e i paradossi e le metafore che faceva continuamente
stancavano la maggior parte degli allievi. Fortunatamente le sue ore
erano sempre la prima o la seconda
In quella macchina nessuno si sarebbe aspettato di trovare due
avvocati e un giornalista vent’anni dopo. Sbaglio. Nessuno tranne i
genitori dei ragazzi. Uno avvocato lo era già, solo un anno prima
aveva passato il difficilissimo esame da avvocato, dopo un’eccellente
carriera scolastica, culminata con la laurea in Giurisprudenza
all’Università di Torino a 23 anni. Zio Francesco, soprannominato
‘Zietto’ per la sua tenera età alla nascita dei ragazzi aveva una
grandissima testa, ma aveva avuto anche parecchia fortuna, ad
esempio, andò a scuola con i ragazzi più grandi di un anno, essendo
nato a Gennaio.
La famiglia era una delle più importanti della zona Sud di Torino: i
nonni dei ragazzi erano proprietari di un’azienda di trasporti pubblici,
la Corsini, che fece molto successo negli anni Cinquanta, quando non
c’erano molti produttori di automobili e, quindi, non c’era la
concorrenza che c’è oggi.
Quando Fede arrivò in classe la campanella era già suonata da dieci
minuti, ma la professoressa non era ancora arrivata. Ad aspettarlo
fuori dalla classe, quando era possibile, c’era sempre Carlotta,
l’amica che conosceva maggiormente nella classe. La conosceva da
due anni, perché avevano un amico in comune, Enrico; all’inizio non
c’era grande simpatia tra i due, ma successivamente cominciarono a
conoscersi di più e a fare uscite a tre: Fede, Enrico e Carlotta. La
ragazza è molto legata ai due, perché l’hanno sempre aiutata a

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superare i suoi momenti difficili e i suoi problemi e le danno sempre
una spalla su cui piangere. Nonostante sia una bella ragazza, con due
occhi verde smeraldo, Carlotta ha sempre le sue fisse mentali, come
“le ragazze belle hanno gli addominali” o “sono una cicciona” e Fede
la riprendeva puntualmente, negando tutto. Non era realmente grassa,
e anche se lo fosse stato lui avrebbe negato ugualmente. Non la
voleva far sentire debole.
Quella mattina non fu come le altre: Fede arrivava di solito quattro o
cinque minuti in ritardo, non dieci. Zietto lasciava i ragazzi vicino al
Liceo Alfieri, dovevano camminare solo per due minuti, ma
diventavano sempre cinque. Era una cosa vantaggiosa per tutti, lo
zio, che faceva il dentista, doveva arrivare al suo ufficio, nella parte
opposta della città, in mezz’ora, e non poteva tardare: i suoi clienti
non erano come la prof di greco.
Non aveva tempo di spiegare l’accaduto alla sua amica, stava
entrando la simpatica professoressa. Dovevano imparare la prima
declinazione greca, che non era così difficile come tutti pensavano.
Era, però, sicuramente più noioso di ciò che era appena accaduto
fuori dalla scuola. Fede non poteva non dirlo a Carlotta e, soprattutto
non poteva sapere che, in futuro, gli avrebbe cambiato la vita.

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II
Erano le 6.30 del mattino e Laura, come ogni giorno, si alzò dal letto
dopo aver posticipato la sveglia tre volte. Era sempre molto stanca:
andava a dormire a mezzanotte e si svegliava presto. In quei mesi
non era triste. Non poteva lamentarsi, aveva delle amiche fantastiche,
ma si sentiva incompleta.
Fece la doccia, si cambiò e si mise le cose più carine che c’erano nel
suo guardaroba, mantenendo però il suo stile sportivo che andava
parecchio di moda in quella stagione. Si spruzzò sul collo il suo
profumo che tanto le piaceva, ‘Invictus’ di Paco Rabanne, e fece
colazione. Latte e biscotti, come sempre con i Pan di Stelle, perché le
Gocciole a parer suo sono troppo caloriche e meno buone. Mise
l’eyeliner vicino a quegli occhi marroni che trasmettevano tanta
dolcezza e il rossetto sulle labbra carnose, che non posava mai
quando baciava i coetanei sulle guance: era un privilegio di pochi.
Lavò i denti e indossò il parka, il giubbotto più richiesto
quell’inverno. Aprì la porta di casa e scese nel garage per prendere il
motorino. Era la sua routine quotidiana, niente di strano. Di solito nei
viaggi pensava, ad argomenti molto seri, nonostante sembrava non
avesse messo ancora in moto la mente, oppure restava affascinata da
ciò che le riservava la natura e da quella bellissima città che è Torino.

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Ma pensava anche, e volentieri, ai fatti di gossip della scuola, dove
era spesso sotto i riflettori.
Come ogni mattina stava per posteggiare il suo motorino nel
parcheggio davanti alla scuola. Lì era sempre oggetto di discussione
tra i ragazzi che frequentavano il suo stesso Istituto, un pensiero
accomunava tutti: era davvero una splendida ragazza. Molti ragazzi
la circondavano e la circondarono durante la sua adolescenza fino a
quel punto, ma lei li rifiutò tutti, non era attratta da nessuno e non si
invaghì mai di nessuno, tranne un ragazzo: Noè.
Noè era un ragazzo che andava nella stessa Scuola Media di Laura,
era sicuramente considerato un bad boy, ma si sa, i bad boys
piacciono alle ragazze. Era un po’ il ‘Danny Zuko’ di Grease, il
bulletto rispettato da tutti nella scuola. Era sicuramente anche molto
intelligente, uno di quelli “intelligenti ma che non si applicano”, e, a
detta di tutti, molto carino.
Quella fu la storia più importante per Laura fino a quel momento,
nonostante durò soli due o tre mesi, che per due ragazzi di quattordici
anni è parecchio. Lei si era impegnata veramente tanto in quella love
story, ci teneva molto e gli piaceva veramente tanto Noè, ma lui, il
tipico adolescente che si vuole solo divertire e sperimentare il suo
metodo di conquista, mise fino alla relazione, dopo tutti gli sforzi di
Laura per farlo sentire amato. Fu un colpo incredibile per lei e le
rovinò l’intera estate. Inoltre, a causa di lui, si fece numerose
nemiche, ovvero le ex e le ragazze a cui piaceva Noè: in particolar
modo una certa Carlotta, la precedente fidanzata del ragazzo.
Tra le due già non scorreva buon sangue, in più Carlotta non prese
molto bene il fatto che, subito dopo la rottura del proprio
fidanzamento, il partner fece subito un’altra conquista, come se non
gli avesse scalfito minimamente il cuore. Era decisamente uno
‘spezzacuori’, così molte ragazze gli affibbiarono l’epiteto di
‘stronzo’, ma a lui non interessava: le conquiste le faceva
ugualmente.

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Di certo Laura non era una santa, dopo la sua storia con quel ragazzo
non si fidanzò più, ma ebbe ugualmente un modo per divertirsi, forse
perché annoiata dalla vita che stava vivendo, aspettando il ragazzo
giusto che gli sconvolgesse la vita. Sicuramente non erano quei pochi
con cui ebbe un’avventura di qualche minuto, vivendo una cosa che
solitamente fanno solo i fidanzati ma che con il ‘gioco della bottiglia’
ormai vediamo ovunque: il bacio. Senza passione, né sentimenti,
molto probabilmente non era un bacio, erano due adolescenti che
univano le loro labbra per attrazione fisica, l’unica cosa presente.
“Tutto si può fare a una donna, bisogna solo avere l’atmosfera
giusta” – diceva lei. In molti la biasimarono per quell’affermazione,
ma molti maschi si ingolosirono, e pensarono intuitivamente al sesso,
la causa per cui Laura fu lasciata da Noè. Sicuramente quando disse
quella frase non pensò a quello, infatti non cedette mai e non andò
mai oltre il bacio, con nessuno.
Laura era di certo malvoluta e invidiata da molte ragazze per la sua
bellezza, tante volevano la sua altezza e il suo fisico, che lei mostrava
molto bene: sarebbe riuscita a far provare invidia anche alla donna
più bella del mondo. Nonostante ciò, se ne vergognava, e avrebbe
sicuramente desiderato cambiare alcune parti del corpo, come le
spalle, considerate da lei troppo larghe, o il naso, troppo invadente. A
tutte le cattiverie che le altre adolescente le dicevano lei rispondeva
brillantemente e con la cultura, attraverso frasi dei libri che più le
piacevano, come ‘Città di carta’ o ‘Colpa delle stelle’ dello scrittore
statunitense John Green, o ‘After’ di Anna Todd. Le altre ragazze
rimanevano sempre a bocca aperta di fronte alla cultura così
sviluppata di una quattordicenne.
Dopo tutti questi pensieri arrivò al semaforo che, come tutte le
mattine, era puntualmente sul rosso. Scattò il verde ma la Ford Focus
che la precedeva non partiva, come da usanza del linguaggio stradale
italiano, dalla sua bocca partì un’espressione molto colorita che una
madre qualunque potrebbe definire ‘animalesca’. Era una delle prime
volgarità che uscivano da quel motorino, anche perché le fu regalato
un solo mese prima da suo zio, sicuramente il più benestante della

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famiglia, che sicuramente non era in un baratro, anche dal punto di
vista finanziario. Se il confronto si facesse con altri Paesi europei, il
risultato però sarebbe decisamente diverso.
La ragazza era in ritardo, anche a causa dell’inconveniente, ma le sue
intenzioni non erano sicuramente buone, ovvero imitare un mito
scolastico che è in voga da moltissimi anni: ‘marinare’ la scuola.
Lasciò il motorino nello spazio dove gli studenti lo parcheggiavano e
cominciò a camminare, per andare sempre più lontano dagli occhi
indiscreti della scuola nella quale non si era ancora completamente
ambientata. Passò in Corso Garibaldi, la strada più vicina per arrivare
al Cottini, il liceo artistico che frequentava la sua amica Anna con cui
voleva passare le ore lontano dai banchi. Per caso passò davanti al
Liceo Classico Alfieri, dove alle 8.10 di mattina tutti erano già entrati
– Che puntualità straziante – pensò tra sé e sé la ragazza. Forse non
erano esattamente tutti già sui banchi, si girò di 45 gradi a sinistra e
vide due occhi che la fissavano e il ragazzo che di colpo si fermò in
mezzo alla strada, senza entrare a scuola.
Nonostante fossero molti i pregiudizi che ella aveva sui ragazzi che
frequentavano il Liceo Classico, tutti ‘fighetti’ secondo lei, quello
sguardo non le fu indifferente, non lo vide bene il liceale, ma ne
osservò sveltamente i lineamenti lievemente femminili che la
facevano impazzire e le ricordavano tanto Leonardo DiCaprio, il suo
attore preferito.

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III
Fede faticava a parlare e a pensare, non riusciva a collaborare con
Carlotta nel tradurre la versione di greco in classe. Lui aveva gli
occhi sognanti e il sorriso stampato sulla bocca. Lei non capiva e lo
rimproverava per il suo aiuto non efficiente. Non lo aveva mai visto
così, e non comprendeva cosa gli fosse accaduto.
Il ragazzo provò a spiegare:
“Ero qua fuori, sul marciapiede davanti all’entrata della scuola, con il
mio solito ritardo… Però ho visto passare una ragazza di fronte a me,
era bellissima, mi ha sorriso e lì mi sono sciolto e non ho capito più
niente, mi ricordo solo di aver sorriso per venti minuti al ricordo di
quello, come sto ancora facendo – disse balbettando per l’emozione –
era un angelo senza ali, sempre che non le avesse per confondersi tra
noi normali – concluse in modo azzardato.
Carlotta non sapeva che dire, non aveva mai sentito dire cose del
genere e conosceva particolarmente bene la storia del ragazzo che
aveva di fronte. Fede è sempre stato uno ‘sfigato’. Ha avuto fin
dall’inizio delle elementari una cotta per una certa Margherita, una
bella ragazza con i capelli castani e due occhi azzurri come il mare.
Sicuramente non era caduto in piedi: la ragazzina era sicuramente
molto timida come lui, ma fin da piccoli entrambi erano attratti,
come tantissimi bambini. Il problema fu che lui non si fece mai

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avanti, per la sua timidezza, e ci riuscì solo nel secondo anno delle
scuole medie. Non parlò direttamente a lei, ma ebbe un tramite,
un’amica che i due avevano in comune: Sara.
Fra fu molto importante per Fede: innanzitutto fu la prima vera amica
per lui e la prima conoscenza di una persona estranea alla classe. I
due si conobbero all’età di undici anni e il motivo fu un aiuto, con
Margherita, che puntualmente arrivò. Quando l’amica entrò nella sua
vita, Fede vide cambiare totalmente la sua cerchia di amici e fu un
ritorno alle origini, rafforzando le amicizie con gli amici delle
elementari, che non vedeva da tempo. Aprì un po’ gli occhi, eliminò
alcune amicizie e legò particolarmente con colui che si rivelò
successivamente il suo migliore amico, Enrico.
La bambina, divenuta ragazza, cambiò totalmente, e da timida quale
era, diventò veramente cattiva e stronza. Cambiava opinione
volontariamente ogni ‘due per tre’, finendo sempre per favorire
quella negativa. Inoltre era aperta ad una relazione con Fede, come
disse più di una volta, ma ogni volta lei dopo un giorno gli sbatteva
la porta in faccia con un “è finita”. Fu la sua rovina. Furono colpi
veramente forti per lui, che però toccò il fondo e si rialzò, più forte
che mai.
Le poche altre cose che Carlotta sapeva di lui erano che era di un
temperamento molto romantico e amava sognare ad occhi aperti e
che per le persone con cui aveva un certo legame, che fosse
d’amicizia o sentimentale, Fede faceva di tutto per renderle felici.
Non ebbe mai avuto grandi storie d’amore soprattutto per la loro
ingombrante presenza nella sua mente e nel suo cuore.
Fede aveva inoltre enormi problemi di autostima: fuori dal campo da
basket egli si reputava una persona di infima qualità e che tutti
dovrebbero evitare, anche se non era così. Cominciò ad accusarne in
terza media, anche se i motivi risalivano al periodo più intenso della
scuffia per Margherita; lui era sempre circondato a scuola di gente
stupida o ‘sanguisughe’ che lo deridevano. Il ragazzo odiava
particolarmente queste ultime persone, in particolare una, con cui fin

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da piccolo condivise tutto e fin da piccolo fu superiore ad ogni cosa,
dall’altezza agli sport. Dall’altra parte, perciò, cominciò ad esserci
un’invidia totale, perché ormai è risaputo, quando qualcuno non sa
fare qualcosa deve insultare o invidiare chi la sa fare.
Così Fede mantenne il dominio in qualsiasi cosa, ma chi c’era
dall’altra parte, Matteo, a scuola cominciò a prenderlo in giro per
ogni cosa, ma il ragazzo non si difendeva fisicamente, era troppo
buono. Passarono tre anni e cambiarono i compagni, ma il vizietto
rimase uguale. La cosa divertente era che Matteo era sostanzialmente
un ragazzo privo di attributi, un ‘maschio-beta’, una personalità
secondaria che aveva sempre bisogno di un suo opposto, un
‘maschio-alfa’, per continuare a deridere. Fuori dalla scuola, a tu per
tu, il ‘’’nemico’’’ faceva la parte dell’innocente indifeso e infatti non
accennava mai una presa in giro.
Una quindicina di giorni fa Fede si stancò e lo inquadrò molto bene,
capì che sarebbe andato ovunque solo grazie all’aiuto straziante dei
genitori onnipresenti e che i tre che lo deridevano e lo schernivano lo
facevano solo per invidia, quella brutta bestia, che portava Matteo e i
suoi due amici a prendersi e segnarsi indelebilmente ogni
affermazione del povero ragazzo che però aveva una forza di
reazione distruttiva, che lo portò a coltivare la sua più grande
passione, la scrittura, in un ambiente serio e diligente; perché con le
parole contro qualcuno non si va da nessuna parte, solo subendole si
può capire quanto fanno male le accuse, e quando ti rialzi e ce la fai,
vedere sotto di te quel panorama con tutti gli accusatori è
un’emozione indescrivibile, condita da qualche: “Brutte merde,
dubitavate di me eh! Ora siete voi che dovete obbedire a me, chi ce
l’ha fatta? Chi è andato da qualche parte?”.
Fede cercava sempre di evitare i suoi compagni, Matteo, Lorenzo e
Leo, ma per sei ore al giorno doveva sopportarli.
Ad un tratto si sentì la professoressa di greco urlare:
“Federico, non siamo sulle nuvole!”
Per la sfortuna del ragazzo era nel momento clou, il cosiddetto

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spannung, quando la tensione si faceva sentire: era solo un sogno, ma
esso rappresentava la felicità da lui ricercata giorno e notte. Era il suo
stereotipo di felicità, due persone, lui e il suo ‘angelo’ a passeggiare
da sole a Parigi, la ville lumiere, la città che amava tanto, “chissà
come mai”. Per lui la capitale francese rappresentava il luogo
perfetto, più dell’altra meta dei sogni, New York. Oltre all’angelo,
Fede sognava il suo futuro, viaggiare, tantissimo, vivere e lavorare
nella Grande Mela, come giornalista per un quotidiani, qualunque
esso fosse. Più avanti nell’età spostarsi a Parigi, e vivere
passeggiando tra il Pont Neuf e Notre-Dame, non nel traffico di
Corso Unione Sovietica.
Ora basta sognare, prima che questi si realizzino bisogna studiare,
ma l’attenzione non restava mai per più di dieci minuti sui verbi
“βάλλω” e “ἔχω”,.
Quell’incontro, che per chiunque sarebbe stato qualcosa di normale,
lo sconvolse, non vide mai il paradiso così vicino, d’altronde, dopo
aver visto un angelo…

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IV

Laura si era messa nelle mani di Ale per farsi guidare da qualche
parte; lei non aveva mai ‘tagliato’ e non sapeva dove andare. Invece
la seconda, da grande amica, per dare informazioni aveva bisogno di
una Marlboro Light, opportunamente ‘scroccata’ all’amica. Entrambe
non si sentivano in colpa per il vizio, giustificandolo con un “massì
dai, non fa niente” o un “davanti alla mia scuola c’è chi fa di
peggio”, quest’ultimo è poco, ma sicuro. Non c’è fine come al giro
interminabile proposto da Ale per arrivare al Parco Ruffini, dimora
stabile dei ragazzi che opportunamente, quasi tutti i giorni decidono
di saltare la scuola, spesso dicendo addio alle possibilità di passare
l’anno.
I genitori di Laura erano molto attenti: la mamma, proveniente da
una famiglia meridionale, ha cercato di trasportare i concetti
fondamentali presenti nella sua famiglia nel nucleo familiare dov’era
mamma, con discreti risultati. Sicuramente la primogenita è venuta
su bene, un po’ viziata dalla nonna, come dicono tutti i genitori. O
almeno questo è ciò che pensa la mamma. Sicuramente non è
malefica né un criminale, ma le scappatelle a sua insaputa le fa.
D’altronde i criminali spesso lo sono a causa della famiglia non
onnipresente, cosa che non si può dire dei Moretti.

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Il problema della ragazza è il fumo: spende cinque euro di pacchetti
di sigarette ogni tre giorni, il che significa più di €340 durante il
periodo scolastico. Sicuramente non si fa problemi nel comprarle,
gliele passa sottobanco il suo amico Giò, il figlio del proprietario del
negozio dietro l’angolo.
Aveva cominciato quasi per gioco l’estate appena passata, avevano
cominciato a fumare anche le sue amiche e lo faceva anche il suo
fidanzato, quindi, perché non farlo? Forse non hanno ragione tutti i
medici, gli scienziati e i genitori che dicono “Quando inizi non riesci
più a smettere!”, per lei all’inizio era una cosa qualunque, quando
aveva voglia lo faceva. Successivamente, quando la storia con Noè
finì, quando voleva ricordare i bei momenti accendeva una sigaretta,
a testimoniare un amore mai finito per una e mai sbocciato per
l’altro. Le Marlboro Gold significavano Noè: lei ci pensava
continuamente, e nello stesso tempo fumava. Era quasi un antidoto
contro la tristezza e la sensazione di felicità che aveva al vederlo,
quella che poteva avere solo lei, essere protetta, sapere che se
succedesse qualsiasi cosa o cadesse il mondo ci sarebbe una persona
che direbbe “stai tranquilla, ci sono io”. Quella è la felicità per lei e
dentro quel male non c’è solo tabacco e catrame, ma, di solito, c’è il
3% di ‘ricerca della felicità’ nei pacchetti. In quello di Laura
diventava il 75% e il restante 25% era, come già detto, una sfrenata
voglia di rivivere i ricordi. In fondo era solo una quattordicenne che
aveva passato dei bei momenti e, dopo essere finiti, si era data
all’impulsiva ricerca di protezione e felicità, era quello il suo scopo
vitale.
Dopo una serie di imprecazioni per aver sporcato le sue Adidas
Superstar nuove Laura si sedette e cominciò a vedere Ale che
salutava alcuni suoi amici, che l’altra ragazza non conosceva, allora
si mise in disparte, fino a quando, come aveva visto ovunque, spuntò
una sigaretta fatta in modo diversa: sapeva benissimo cosa fosse.
Dopo essersela passata tutti, arrivò nelle mani della quattordicenne,
la più piccola del gruppo, che sentì una voce amica dire “prova, è
bellissimo” e allora la mise in bocca e tirò su. Negli occhi le

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passarono davanti le immagini di tutti gli anni di vita, dalla piccola
biondina alla fragile ragazza: aveva capito di aver fatto uno sbaglio.
Fece come se nulla fosse, ma dentro di sé qualcosa cambiò, decise di
voltare pagina, essere orgogliosa di ciò che ha fatto in passato e non
piangerci su e, soprattutto, non seguire gli altri, avere una propria
personalità.
Nonostante non fosse da tutti cambiò radicalmente alcuni suoi
pensieri, ad esempio disse “La felicità non è qualcosa da cercare,
perché la felicità è qualcosa di inarrivabile, non esiste. La vera
felicità è quello che si prova mentre si ricerca essa.”, a cui seguirono
facce sbalordite ogni volta che ne parlava con i suoi amici più seri.
Voleva cambiare, avere una propria personalità e, di conseguenza,
distinguersi dagli altri. Ad iniziare dal modo di vestirsi fino alla sua
camminata. Fu una cosa graduale, in un periodo di qualche mese.
Certamente li considerò i mesi migliori che abbia mai vissuto, perché
si accorse di avere molti pregi e peculiarità che non conosceva e
molti ragazzi conobbero la sua esistenza. Quest’ultima cosa la
rendeva soddisfatta, ma non felice. Non che la felicità sia
necessariamente avere un bel ragazzo insieme a sé, ma quello è ciò a
cui si pensa a 14 anni ed è lo stereotipo della felicità. Sicuramente
Laura non seguiva gli stereotipi, gli stessi che l’hanno sempre
declassata nell’immaginario comune a ‘bella e stupida’, lei voleva
trovare quella persona che colmasse i suoi vuoti e la sua solitudine,
che le facesse vincere battaglie e scherzare, ma, soprattutto, un
ragazzo con la testa a posto.
Come ad ‘Indovina Chi?’, con quest’ultima affermazione sono
crollate tutte le facce dei pretendenti, finché non capì che l’amore
non è da cercare, viene e va come vuole lui. Era come se in pochi
mesi avesse capito come gira la sua vita, in ogni aspetto. Non
sembrava lei stessa, pensò di essere troppo colta, e allora ricominciò
a uscire con la sua combriccola, senza sgarrare.
A quell’età tutte le relazioni amorose nascono da un “Ehi” o un “Sei
una bella ragazza” e finiscono con un “Sei uno stronzo” o

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“Vaffanculo”, inserendo nel mezzo qualche “Ti amo” esagerato,
perché è molto difficile che a quattordici anni ci si innamori di una
persona e i sentimenti, quando l’amore c’è, sono troppo forti e spesso
sono imitati. Tutto è basato sull’aspetto fisico, che sicuramente è
importante in un rapporto occasionale, non in una relazione fissa.
Laura capì che non doveva scegliere il ragazzo che le avrebbe
cambiato la vita, ma doveva essere qualcosa di naturale. Nonostante i
numerosi pretendenti fossero anche di bell’aspetto, lei li rifiutò dal
primo all’ultimo, seguendo la sua filosofia di quella cosa che non si
può capire di solito a quell’età. Allora accese il suo iPod e ascoltò
Tiziano Ferro, quelle canzoni la rigeneravano e la facevano sognare.
Sognare di essere desiderata. “Vorrei donare il tuo sorriso alla luna
perché di notte chi la guarda possa pensare a te”.

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V

Era finita la lezione di greco e c’era l’intervallo, nessuno usciva dalla
classe, si era formato un bel gruppo tra i compagni e non avevano
voglia di andare nel corridoio, tra gli occhi indiscreti di tutti i ragazzi
più grandi. La maggior parte degli allievi aveva paura del giudizio
degli altri, il che era diventato molto popolare tra i giovani con
l’arrivo istantaneo dei social network. Chiunque poteva sapere ogni
cosa riguardo ad ogni persona, e con ciò ci si poteva far condizionare
ulteriormente dall’opinione che un amico poteva avere su una tal
persona.
In quel momento Fede pensò subito di cercarla su Instagram o su
Facebook, ma non aveva la minima idea di come trovarla.
Quell’angelo non era mai stata da quelle parti o, quantomeno, non
l’aveva mai vista. Vista la sua incapacità nel trovarla, chiese a una
sua compagna, Beatrice, di aiutarlo. Quest’ultima, con anni da
pettegola alle spalle, accolse volentieri il quesito.
Descriverla con due ali non era possibile, allora si sforzò di ricordare
com’era la ragazza che incontrò due ore prima.

20

-

Aveva i capelli lisci neri e due occhioni scuri che potevano
essere solo dipinti per coglierne la bellezza – disse il
ragazzino.

-

Sono un po’ scarse come caratteristiche principali, ci sono
migliaia di ragazze con capelli e occhi scuri, sarà impossibile
individuarla! – appuntò la ragazza esperta in questo
argomento.

-

La speranza è l’ultima a morire! Ma poi, se cerchi nella città
di Torino, non dovrebbe essere molto difficile – aggiunse
Fede – non c’è davvero nient’altro che puoi fare per aiutarmi?

I due cercarono la ragazza sui social per tutto l’intervallo, ma non
trovarono alcuna soluzione. Intanto la professoressa di
matematica era arrivata e due interminabili ore aspettavano i
ragazzi che non ce la facevano più. Sicuramente Fede non amava
questa materia, ma non la odiava come altri e il suo 8 e mezzo di
media lo dimostrava. Quella giornata però non seguì quasi
interamente la lezione, impegnato a scoprire la ragazza che gli
avrebbe sconvolto la vita, o almeno così pensava.
Il ragazzo cercò tutti i ragazzi più popolari della città, ma niente,
non la trovava e sentiva come se qualcuno gli impedisse di sapere
chi fosse. Allora gli venne un colpo di genio e pensò che se una
ragazza bella così non avesse molti seguaci e non fosse
rintracciabile il risultato sarebbe stato che ella non aveva alcun
profilo social. Beata lei possiamo dire, così non doveva subire lo
stress che derivava da quell’inferno chiamato social network.
Era quella l’ipotesi più concreta, ma Fede non gettò la spugna,
nonostante fosse a conoscenza delle sue minime possibilità di
sapere, quantomeno, il nome e il cognome o il numero di
telefono.
Allora chiese aiuto a Carlotta, senza conoscere però la faida che
ci fu tra le due sei mesi fa. Non se n’era interessato, a maggior
ragione perché in quel periodo non era legato a lei come lo è ora.

21

Se ne sarebbe sicuramente ricordato, ma, come si sente dire
spesso, “al cuore non si comanda” e quindi non pensava che lo
avrebbe influenzato particolarmente. Poi è grazie a questi episodi
che si capisce quali sono i veri amici, che ti accettano e ti
apprezzano per quel che si è e non per quel che si fa.
Per la fortuna di Fede, Carlotta non riconobbe quella ragazza dalla
descrizione del suo amico, anche perché era tutto passato e, anche se
soffrì parecchio, non pensava più alla sua ‘storia d’amore’ con Noè.
Non sapeva cosa fare e a chi rivolgersi, allora perse le speranze, triste
e malinconico, con un solo pensiero in testa.
Pensava veramente che quel viso dolce e quegli occhi scuri che erano
la spada e lo scudo di una guerriera, gli avrebbero sconvolto la vita.
Senza fiumi di parole, stati su Facebook e pubblicità varie, solo io e
te, perché nessun’altro potrà mai capire quanto mi senta meglio con
te e quanto amore ti do e ti darò, per sempre.
Eppure non la conosceva, e forse non l’avrebbe mai conosciuta.
Forse è meglio così – disse il ragazzino – sicuramente non ho voglia
di passare altri otto anni inseguendo una ragazza e rovinando ciò che
tutti definiscono il periodo più bello della propria vita, l’adolescenza.
Impeccabile. Il discorso non fa una piega. Ma ciò che ti rovina ti può
far diventare grande, e viceversa; così, colei che ti può distruggere la
vita può farti passare i momenti più belli della tua vita. Il segreto è,
guarda il caso, l’amore. Sarebbe bellissimo rimanerne immuni o
disinteressati, ma esso colpisce chiunque, forse non tutti reagiscono
allo stesso modo, ci sono i guerrieri, che provano a combatterlo,
accettandolo alla fine come qualcosa con cui conviverci, chi scrive
manifesti per ogni minimo mutamento dentro di sé, e chi ci convive,
in silenzio.
Fede era uno di questi ultimi, lui solo una volta ha condiviso ciò che
pensava, e non è finita molto bene. In un mondo in cui tutto è reso
enorme, lui ogni cosa la rende invisibile agli altri. Parla di tutto con
chiunque, ma delle cose serie ne parla solo con i suoi migliori amici.

22

Aveva emozioni contrastanti, voleva conoscerla a tutti i costi, ma
non sapeva come e soprattutto pensava che una ragazza incantevole
così non si sarebbe mai interessata a un ragazzo che tutti definivano
‘normale’ o ‘sfigato’ come lo era Fede. Forse il ragazzo esagerava,
ma l’immagine che aveva visto quasi dieci ore prima se la ricordava
in quel modo.
Avrebbe tanto desiderato che fosse diversa, lontana da quei canoni di
stile e di bellezza: le Adidas, i Rayban, il Parka… era tutto ormai
così, tutti avevano le stesse cose e chi non le aveva era come escluso.
Eppure Fede non aveva niente di tutto ciò. Non era un alternativo,
non era un hipster, era semplicemente un ragazzo che si vestiva con
camicie o magliette e maglioncini, come piacevano a lui. Poi i jeans e
le All-Star, non perché andassero di moda, lo fanno e lo faranno per
sempre, ma erano così comode, nonostante gli facessero il piede
molto lungo.
Era troppo stressato di tutto questo, non accadde niente, ma secondo
Fede era tutto in fermento ed era successo tutto troppo velocemente.
Si teneva tutto dentro e se fosse successo qualcosa ci avrebbe pensato
successivamente. Pensò che fosse la scelta più corretta, in fondo
nessuno ti può aiutare, i vari ‘ambasciatori’ o semplicemente ‘amici
in comune’ non esistono, a quell’età oltre all’aspetto fisico non c’è
niente, quindi se uno è carino ci stai insieme, altrimenti no. In fondo
l’amore è tra due persone, nessuno può interpretarlo.

23

VI

Da quell’iPod prese spunto innumerevoli volte, i cantanti erano
sempre gli stessi, Tiziano Ferro, Jovanotti, Briga, e anche
l’argomento era sempre lo stesso. Laura era ossessionata da
quell’argomento, le sarebbe tanto piaciuto avere un ragazzo al suo
fianco, che la trattasse come un trofeo, o una principessa, ma
l’adolescenza, e anche la vita, non è tutta rose e fiori. Quelle canzoni
però non facevano altro che spingerla in quella direzione. Il mondo
dei sogni.
Però il mondo in cui viveva tutti i giorni non era minimamente
paragonabile a quello in cui le sarebbe piaciuto vivere, si doveva
adattare. Ormai non è più come una volta, la gente si conosce su quei
famosi social network, che hanno rovinato la vita di tutti, si frequenta
un po’ e finisce tutto, con tutte queste innovazioni le cose durano
molto di meno, ma sono trattate come se ci fossero da tanto. Ormai il
pudore non esiste e i ragazzi dicono i loro primi “ti amo” all’età di
otto anni o a ragazze che non hanno mai visto prima.
Insomma, Laura vorrebbe vivere negli anni ’60 o ’70, quando la
gente si divertiva, e non con i giochi per smartphone, e non litgava
con WhatsApp. Per questo motivo non ha mai utilizzato alcun social.
Non è egocentrica e non si vuole far giudicare dagli altri.

24

Semplicemente non ne ha bisogno, sa benissimo che le persone che
frequenta le può contattare, e delle altre persone non le importa.
Preferisce di gran lunga leggere un bel libro che cercare le foto di un
bel ragazzo, non ha bisogno di un bel ragazzo, forse vorrebbe avere
una persona al suo fianco, ma la fiducia nelle persone non c’è, ormai
tutti i ragazzi sono stronzi. Ma la persona di cui ha bisogno non
esiste, o almeno crede, è troppo esigente.
Laura si sente ancora un po’ in colpa per ciò che è accaduto quella
mattina.
Mai più lo farò – penso tra sé e sé.
Non le è piaciuto affatto, troppo casino, troppa gente che non
conosceva, si sentiva un po’ spaesata. La verità è che tutti la
conoscono per qualcosa che non è, per le sue esperienze passate, per
le sue amiche che non frequenta più che sicuramente non erano
amate da tutti. Il passato ti segna, in maniera incredibile. Ciò che
succede non sarà mai cancellabile nell’immaginario comune, ed è per
questo che Laura quella mattina non si trovò affatto a suo agio,
anziché essere insieme a qualcuno con cui si divertirebbe o, ancora
meglio, a scuola.
Andare a scuola la annoia parecchio, d’altronde, altrimenti ci
andrebbe al posto di saltarla. Fosse stata per lei non sarebbe andata in
quell’Istituto Tecnico, ma le pressioni della madre e la poca volontà
di studiare la mandarono in quella scuola.
Le pressioni non erano solo della mamma, erano anche di suo fratello
maggiore, Andrea, il motivo era semplice: i soldi.
La famiglia di Laura è sicuramente molto diversa dallo stereotipo di
famiglia perfetta. Nei film o in televisione vediamo sempre le
famiglie riunite a mangiare dove si parla di ciò che è accaduto
durante la giornata. Scordatevelo. La storia è più da USA. Era
proprio il contrario di ciò che si vede nelle pubblicità della Barilla.
Quella casa era quasi un inferno. Suo papà abbandonò la famiglia
quando Laura aveva cinque anni, dopo aver dato alla luce tre

25

bambini, salvo poi ritornare numerose volte in condizioni
obbrobriose. L’alcol. L’alcol lo rovinò. Egli andò via di casa con un
conto corrente pieno di soldi, data anche la buona famiglia da cui
proveniva, ma in una settimana prosciugò tutto, senza lasciare alcun
fondo alla moglie e ai figli. Poi un tumore lo colpì e morì.
La mamma Monica si è sempre fatta in quattro per i suoi figli, anche
se il più grande ormai aveva quasi acquisito la carica paterna nella
famiglia. Dopo un po’ però la mamma non riuscì più e allora Andrea
dovette cominciare a lavorare, infrangendo ogni suo sogno
universitario.
La mancanza di una figura paterna vera Laura la sentì molto durante
la sua infanzia, quando tutti i bambini dicevano “Mio papà fa il
carabiniere”, “Mio papà fa il medico” e lei che diceva “Io non ho un
papà”. La ragazza vorrebbe rivederlo suo padre, per dargli una mano,
o forse solo per vedere che persona fosse.
Per questo motivo, lei crebbe con un carattere molto forte, che
conoscono tutti, ma mai con una valvola di sfogo, una persona con
cui parlare di qualunque cosa, anche le cose dolci, che si tiene ancora
dentro.
Nessuno conosce la sua storia, altrimenti qualcuno in più la
apprezzerebbe. Dopo un’infanzia così, chi non sarebbe cresciuto
pieno di paure o, comunque, segnato a vita? Laura.
Lei è una persona di cui nessuno conosce l’infanzia e le
caratteristiche. Si nota subito che è una ragazza bella e solare, ma
nessuno direbbe che è timida, ama vestirsi in modo elegante, a
differenza di come la gente si veste normalmente, e, a volte, le piace
stare sola. Pensare, sognare, immaginare, queste sono cose che ama
alla follia fare, e nessuno lo direbbe, nemmeno sua madre. Forse
perché non c’è mai a casa e, nonostante ci provi, non riesce a
occuparsi pienamente di tutti i tre figli.
Così Laura piuttosto che stare a casa preferisce uscire, stare un po’ in
giro con le amiche, che tanto amiche non sono. Lei le frequenta

26

ancora perché lì c’è Federica, la sua storica migliore amica che,
andando avanti negli anni, l’ha abbandonata e ha preferito altre
ragazze a lei. Questo gruppetto è infatti composto da Laura,
Alessandra, Federica e altre due sue grandi amiche. Però sono tutte
troppo diverse da Laura, sono troppo appariscenti e egocentriche,
secondo il linguaggio comune le definirebbe con il termine ‘oche’ o
‘galline’, sono sostanzialmente questo. Però non può rinnegarlo
perché in questo modo rimarrebbe sola a casa e senza amiche,
sempre che loro possano essere definite come tali, quindi “meglio
che niente”.
Le ragazze sono false tra di loro, come Giuda, ma è questo che le
rende dannatamente attraenti. Sono attrici, non sai mai cosa pensano
davvero. Cambiano opinione in un istante: due minuti prima ti chiude
la bocca con un bacio e due minuti dopo lo fa con un ‘vaffanculo’, ti
volta le spalle e se ne va furiosa. Però quando la insegui correndo
con il sorriso stampato sulle labbra è contenta, sempre.
Laura tra sé e sé diceva sempre
-

Ora mi impongo e le faccio vedere che ci sono anch’io e ho
una personalità e un carattere forte come loro, sono più
istruita e acculturata e non sono ‘oca’ come loro.

Ma finiva come sempre, le quattro che ‘comandavano’, litigavano e
facevano pace e lei sempre fuori da tutto questo, come uno spettatore
non pagante, ma ad assistere ad uno spettacolo che di bello non ha
nulla.
Neanche i discorsi che facevano la entusiasmavano granché: si
parlava solo e sempre di ragazzi.
-

Ma guarda quanto è bello questo!

-

È meglio quest’altro, è il più figo della scuola.

-

Ma guarda che addominali!

27

A Laura non piacevano proprio, né i discorsi, né le ragazze: eppure
non riusciva a trovare qualche amica che soddisfacesse ciò di cui
aveva bisogno e avesse qualcosa in comune con lei. Con questo non
negava che le piacessero i ragazzi ma, come tutto, dopo un po’ che lo
fai sempre ti viene la nausea.
Non poteva nemmeno contraddirle e cambiare argomento, altrimenti
dalle bocche delle ‘ochette’ usciva un colorito:
-

Laura, adesso sei diventata lesbica?

Come se questo fosse un problema o qualcosa di cui vergognarsi. Più
delle parole, però, a Laura davano fastidio gli atteggiamenti delle sue
‘amiche-nemiche’. Quelle risatine dopo ogni frase, che spesso
dimostrava la loro chiusura mentale, l’omofobia, la discriminazione
sessuale, la xenofobia, la paura di ciò che è diverso. Non ne poteva
più. Voleva una boccata d’aria, una svolta, un cambio.

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Un paio di mesi dopo.

29

VII
Sdraiato sul divano, ‘How I met your mother’ in televisione e lui
a navigare su Internet e mandare messaggi su WhatsApp con i
suoi amici. Per Fede anche quel venerdì era la solita routine dopo
una giornata alquanto faticosa a scuola. Il venerdì però era un
giorno speciale per il ragazzo, il suo preferito: andava a letto tardi
e viveva con una tranquillità immensa quel giorno, che precedeva
la sua scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta che era la
scuola, il weekend. Inoltre l’ultimo giorno della settimana
scolastica precedeva anche la partita settimanale di pallacanestro,
lo sport che praticava, in cui era discretamente bravo.
Erano le quattro di pomeriggio e Fede si stava preparando e stava
facendo il borsone per l’allenamento previsto mezz’ora dopo. Era
di fretta, ma dava ugualmente uno sguardo al suo iPhone 4,
perennemente aperto su Instagram, il suo social network
preferito. Però il ragazzo vide una foto che lo colpì, era una
semplice foto scattata da una classe, con tutti gli studenti muniti
di cappello da Babbo Natale. Lo colpì perché Fede riconobbe una
faccia familiare, che aveva già visto.
Però non aveva tempo, doveva scappare e andare nella sua vera
casa, il parquet del Palazzetto dello Sport della sua città. Lui non
era normale, Fede cambiava totalmente quando toccava il legno

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con le sue Nike tanto comode ma che, essendo alte solo fino alla
caviglia, lasciavano intravedere la parte che più disprezzava del
suo corpo, le gambe.
-

Sono due stecchini - diceva ironicamente - una gamba tua
equivale a due mie.

Ci scherzava su con Carlotta, ma un po’ se ne vergognava,
eppure non ne poteva far nulla. “una serie di squat al giorno
toglie il medico di torno” era la filosofia di Fede. In ogni caso,
però, i polpacci rimanevano ugualmente piccoli: genetica.
la grandezza delle gambe non è importante nelle sorti di una
partita di basket, così Fede vide una sua gande passione diventare
quasi un lavoro, mentalmente ma anche dal punto fisico. Era tutti
i giorni ad allenarsi, e in estate frequentava il campetto del
quartiere. Era un’altra persona dentro il campo, da ragazzo
debole e insicuro si trasformava in una belva spietata e sicura di
sé o, almeno, questo è ciò che lui percepiva.
Due ore dopo il ragazzo arrivò a casa sfinito. Ad aspettarlo c’era
la mamma e il papà con le gambe sotto il tavolo, pronti per
mangiare ciò che l’estro di mamma Lorena proponeva. La sorella
Ale arrivava puntualmente con un ritardo di dieci minuti, quando
il resto della famiglia aveva già finito di consumare il primo
piatto.
Dopo la cena Fede si sdraiava sul divano e guardava la sua serie
tv preferita, “Shameless”, ma era venerdì e tutta la stanchezza
accumulata durante la settimana si faceva sentire, allora alle dieci
di sera sprofondò in un sonno molto profondo, non senza aver
dimenticato una cosa che si doveva ricordare di fare.
Chissà a cosa stava pensando durante il sonno. Molti avrebbero
pensato alla partita che lo vedeva protagonista il giorno
successivo, determinante per il campionato. “Acqua, acquissima”
non stava pensando a nulla riguardante ciò. In quei giorni si
sentiva parecchio abbandonato e solo, non usciva molto con i

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suoi amici, studiava e si distraeva giocando a basket. Era pieno di
paranoie, che nessuno sarebbe riuscito a immaginare: pensava di
essere quasi ‘emarginato’ dalla società, si sentiva diverso, non era
come i suoi coetanei. Le sigarette non le toccava e la birra non la
beveva, nella società odierna così ogni persona sarebbe
etichettata con il termine ‘sfigato’.
Fede non era uno ‘sfigato’. Era interessante e aveva molti pregi
che nessuno avrebbe potuto nemmeno immaginare.
Erano le 11 di mattina e dopo un lungo sonno Fede si svegliava;
quel raggio di sole che, come diceva Jovanotti, avrebbe donato a
qualcuno in quel momento era il capo espiatorio di tutta la rabbia
del ragazzo. Non voleva svegliarsi, anche se doveva fare i
compiti, che certamente non avrebbe fatto di sabato. Nonostante
fosse quell’ora Fede si sentiva davvero stanco, come tutti i giorni,
egli aveva elaborato una sua teoria: “Si è più stanchi quando ci si
sveglia che quando si va a dormire”, erano passate dodici ore, ma
sembrava che non ne fosse passata neanche una. Entrava nella
‘fase REM’ e sognava, si impegnava a sognare, ma non riusciva a
controllare nulla. Sognava guerre immaginarie, crimini familiari,
sperando di non incappare in un dejavu. Ma si immaginava anche
sogni lieti: vivere a New York, incontrare i suoi idoli, giocare in
NBA, non tutti molto accessibili.
Tra tutte le notti in cui si lasciava trasportare dai suoi pensieri
c’era sempre una caratteristica che tutti i sogni avevano in
comune. In ognuno di questi c’era una storia difficile, una
difficoltà in più che abbelliva il tutto. Fede si rispecchiava
interiormente in ciò: egli aveva molti problemi psicologici,
certamente non estremamente importanti e confondibili con altri
problemi di importanza maggiore, che non lo facevano dormire
completamente tranquillo, ma che con l’età e il sostegno delle
persone accanto a lui poteva combattere e distruggere.
Il suo fisico, il pensiero delle altre persone nei suoi confronti, il
ruolo che ricopriva nel cuore delle persone che frequentava,

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erano solo alcune delle preoccupazioni che attanagliavano
l’adolescente.
Dopo un periodo iniziale in cui doveva capire dove e chi fosse e
in che epoca si trovasse, Fede si rese conto di essersi dimenticato
qualcosa la sera prima.
-

Ma cosa dovevo fare ieri sera? - pensò tra sé e sé.

Fece l’accesso a uno dei suoi social network, Instagram, dove era
molto attivo, ma non cambiava la sua immagine del profilo da tre
mesi, dalla sua fantastica vacanza in crociera. Quell’immagine
rappresentava tantissimo, le coste di Παλαιοκαστρίτσα gli facevano
tornare in mente ricordi caldissimi di un’estate che non avrebbe
dimenticato. Visualizzò numerose foto dei suoi amici, che di amici
forse avevano solo l’appellativo, poi gli venne un lampo di genio.
-

Ecco cosa mi ero dimenticato! Analizzare quella foto che
aveva qualcosa di strano!

Innanzitutto di strano aveva chi caricò la foto, la sua ex-compagna di
scuola Martina, con cui all’inizio dell’avventura delle medie ebbe
molto da ridire, finendo poi per volersi bene, nonostante molti
compagni additassero i due come innamoratti. Non caricava mai foto
su Instagram. Fortunatamente per Natale fece un’eccezione. Il
mistero riguardava però la ragazza nella sua foto. Quei capelli castani
e sottili li aveva già visti, come gli occhi nocciola protetti da ciglia
lunghissime che quando venivano sbattute sarebbero riuscite a far
invidia alle modelle di ‘Victoria’s Secrets’. Però non gli faceva
tornare in mente alcun ricordo.
Fede cercava in ogni modo di visualizzare il tag, ma evidentemente
la compagna di classe raffigurata nella foto non aveva un profilo sul
social con la miniatura della Polaroid.
-

Strano - pensò il ragazzo che nel frattempo stava
mangiando uno dopo l’altro tutti i Pan di Stelle immersi nel
thè caldo - una ragazza così carina non può non possedere

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profili di questo tipo: dovrà vantarsi con le amiche di quanti
likes ha ricevuto una sua foto no?
La risposta era semplice: no. Nonostante fossero stati quelli che lo
condannarono con i suoi precedenti ‘amori’, il liceale aveva
anch’egli pregiudizi nei confronti dei suoi coetanei, più che estetici o
del ceto sociale, i suoi pregiudizi erano soprattutto riguardo
l’istruzione. Come un nutrito numero di suoi compagni di classe e
non solo, Fede spesso se la tirava e si vantava del liceo che
frequentava, discriminando le scuole che nell’immaginario comune
si trovano ad un livello inferiore, gli Istituti Tecnici e Professionali.
Come i liceali erano spesso chiamati ‘secchioni’, gli allievi di queste
scuole, che sono considerate “di serie B”, sono sbeffeggiati con
nomignoli poco divertenti e anche offensivi, come ‘capre’, ‘pecore’ o
‘ignoranti’, anche se il quoziente intellettivo degli individui in
questione fosse stato più alto.
Gli altri semplicemente non se la prendevano e ci scherzavano su,
prendendo come gioco le cose che dall’altra sponda erano dette
seriamente. Nonostante l’apertura mentale immensa e l’intelligenza
di cui disponeva Fede non si rendeva conto che le persone non
fossero tutte uguali e ciò e di conseguenza le raggruppava in diversi
‘insiemi’, senza capire che ciò ad una persona piace, ad un’altra può
creare un effetto contrario, ciò che è motivo d’orgoglio per una può
essere motivo di vergogna per un altro.
Dopo aver fatto un ragionamento molto strano il ragazzo chiuse
l’applicazione e mandò un messaggio a Martina, che non sentiva da
parecchio tempo. Passò parecchio tempo a ragionare su che tipo di
messaggio e che testo scriverle.
-

Ehi - scrisse alle 10.10 di un sabato mattina qualsiasi, con la
tensione per la partita che si faceva sentire e tanti compiti da fare
che tanto avrebbe fatto il giorno successivo.

Un rozzo “Wee” fu la risposta della ragazza. Di colpo Fede pensò di
rinunciare alla ‘missione’, ma la posta in palio era alquanto

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prestigiosa secondo lui, allora decise di continuare a mandarle
messaggi nel tentativo di strappare qualche informazione in più e
aggiungerle al bagaglio vuoto che c’era nella mente del teenager.
“Marty, mi puoi dire come si chiama la ragazza affianco a te
nell’ultima foto che hai messo su Instagram, please – chiese Fede,
sapendo di ricevere un responso positivo dalla ‘missione’ a causa
della stima che c’era e delle risate che i due si fecero alle medie. I
due ragazzini erano inoltre legati per le vicende lavorative dei
familiari. Infatti la mamma e la zia del ragazzo erano avvocato,
colleghe del padre della ragazza.
“Perché lo vuoi sapere?” - domandò lei, con una faccina persuasiva
al fondo del messaggio.
“Perché mi sembra di averla già vista in giro, è di Torino? Come si
chiama? - tuonò il ragazzo - Renditi un po’ d’aiuto visto che la
conosci!
“Si, è di Torino, ma il nome non te lo voglio dire perché oggi sono
birichina” diceva ironicamente Martina, che non sapeva quando male
e sulle spine facesse stare Fede.
“Dai, non fai ridere! Ti prego, mi dici come si chiama? Quanto ti
costa? Grazie”
“Va bene” - concluse lei.
Allora in un minuto il viso del ragazzo si colorì di sollievo e felicità
allo stato puro, come se gli fosse successo qualcosa di magnifico.
Pensò tra sé e sé:
“Finalmente ce l’ho fatta! - un’espressione vittoriosa si fece viva
tra i suoi lineamenti delicati - Sono due giorni che cerco di capire
come si chiami!”
Eppure sapeva solo il nome, ma gli bastava per far tornare un sorriso
così splendente come solo i suoi migliori amici hanno visto. Non

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sapeva chi fosse, né che facesse, ma gli bastò il ricordo di uno
sguardo, una camminata per capire meglio che persona fosse.
La mamma notò qualcosa di strano rispetto al solito e, con la sua
immensa dolcezza gli chiese:
“Fede, c’è qualcosa che non va?”
“No. Tutto come al solito. Comunque la partita stasera è alle 6 eh.”
- cercava di sviare il teenager.
“Ok. Ma è successo qualcosa di strano che ti vedo così sorridente?”
- chiese la madre dall’occhio molto attento.
Quella domanda non ebbe mai una risposta, o, ancor meglio, la
risposta fu il silenzio. Una cosa dal potere incredibile, ma invisibile,
che influenza qualsiasi cosa. Nessuna parola fa più male del silenzio.
Non il ‘visualizzato e non risposto’ di WhatsApp.
Quella volta però il silenzio ci fu a causa delle cuffie, o finse di non
sentire. In ogni caso Fede accese l’iPod e mise Empire State of Mind
di Jay-Z e Beyoncè su on, nulla lo caricava di più. Non pensava a
nulla. Mi sbaglio. Pensava a quei due occhi marroni e quei capelli
lisci, la sua dipendenza.

36

VIII
Laura era a casa, sdraiata sul suo letto, a guardare la sua serie
televisiva preferita, The Vampire Diaries, ovviamente a causa della
presenza di Ian Somerhalder: non che la trama fosse brutta, ma
mettere come protagonista uno così, alto, bello, con gli occhi di
ghiaccio è una mossa da masochisti. Lei non era la sola a farlo, a
quasi tutte le ragazze che guardavano la serie non interessava più di
tanto la trama, men che meno a lei, che nell’ultimo periodo sta
andando un po’ in crisi a vedere tutte le sue compagne di classe con
qualcuno fuori dalla scuola ad aspettarle.
Era frustrante al momento, ma quando arrivava a casa capiva che i
loro fidanzati non erano come Ian, non che lei si aspettasse di essere
tra le braccia dell’attore un decennio dopo, ma voleva qualcosa di
più, anche perché nel passato recente qualcosa per Laura era
cambiato: finalmente aveva trovato un’amica che faceva per lei. La
conosceva da anni, si chiama Carola, e ha già stretto un buon
rapporto, forse un po’ ‘gonfiato’ dai pensieri della ragazza che,
abituata a stare con gente con cui non si trova bene, ha un po’
ingrandito il tutto dopo aver trovato una bella compagnia.
Sicuramente non la conosce ancora perfettamente, ma un rapporto di
amicizia così ce l’ha avuto solo in passato con Federica, speriamo
che non naufraghi anche questo.

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Le stava simpatiche perché era uguale a lei, al di là dell’aspetto e dei
capelli e gli occhi scuri e magnifici che avevano entrambe, nel
carattere e finalmente Laura si sentiva capita da qualcuno.
Certamente non uscivano per la città tutti i giorni, anche perché
un’osservazione comune era:
“Non mi piace tanto andare in giro perché incontri la gente, anche
quella che non vorresti vedere e sarebbe meglio che non incontrassi.”
Ma la cosa che più la meravigliava era il fatto che con Carola potesse
parlare di qualsiasi cosa con una tranquillità disarmante: ragazzi,
ragazze, problemi, qualunque cosa, anche perché si conoscono da
dodici anni, hanno praticamente passato l’infanzia insieme, salvo poi
allontanarsi un po’ nel periodo delle elementari e delle medie a causa
della diversa scuola.
Inoltre la ragazza l’ha introdotta a un gruppo su WhatsApp con
ragazze di tutta Italia, con una passione comune: leggere. Infatti negli
ultimi tempi Laura ha aumentato notevolmente la mole dei libri letti,
anche a causa di questa nuova amicizia e dei libri che le ha
consigliato finora. Entrambe hanno le medesime passioni e hobby,
ciò che piace fare a una piace anche all’altra. Si sentiva bene, anche
senza un ragazzo che la aspettasse all’uscita della scuola.
Dopo qualche minuto a vedere l’attore, non la serie, squilla il
telefono. Dall’altra parte della cornetta c’è la sua nuova amica. Erano
le sei e mezzo di sera e, come tutte le sere, le due si facevano una
chiacchierata di un’oretta, tanto la bolletta non la pagavano loro.
Carola oggi però era diversa, aveva quel tono malinconico che si
riusciva a sentire quando parlava, ma alla domanda:
“Tutto ok?”
La risposta fu un sereno:
“Si si”

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Di sereno però c’erano solo le parole che lei pronunciava e alle quali
solo un estraneo poteva credere. D’altronde, come affermava in
modo leggermente maschilista ma anche ironico il fratello maggiore
di Laura: “Non sai mai quando le ragazze sono arrabbiate, quando
non lo sono ti dicono di no, ma ti arriva la stessa risposta anche
quando lo sono!”
La ragazza non sapeva che cosa domandare alla sua amica per avere
una risposta che si differenziasse dal “sto bene”, “tutto a posto”. E
ogni volta che gli faceva una domanda che andasse a parare su
quell’argomento si arrabbiava, con sé stessa, sapeva che se l’avessero
fatto a lei le avrebbe dato parecchio fastidio e dopo un po’ avrebbe
risposto male, ma quelle risposte rassicuranti rappresentavano in
realtà una richiesta indiretta d’aiuto e, nonostante la conoscesse da
soli due mesi, Carola rappresentava molto per lei e Laura doveva
aiutarla.
Dopo qualche minuto la ragazza che rispondeva alle domande in
modo molto sereno distolse l’attenzione sui suoi pensieri e la
catalizzò sulla serie che entrambe guardavano senza grande interesse.
A questo punto le due cominciarono a parlare di Shawn, il nuovo
personaggio, il rubacuori che sulla scena doveva rubare il posto al
protagonista, ma che dal pubblico a casa non otteneva l’effetto
sperato.
“Occhi chiari e capelli chiari allo stesso tempo non piacciono
granchè, coinvolgono molto di più i capelli scuri e due occhi di
ghiaccio” dicevano le due, confrontandosi e arrivando alla fine alla
stessa affermazione conclusiva.
Ovviamente spesso parlavano di ragazzi (le donne non lo ammettono
mai, ma è quello il loro argomento principale). Alle solite domande
fintamente amichevoli “Chi ti piace?”, “A chi vai dietro?” non si
affidava Carola, a parte il fatto che molte ragazzine lo chiedono per
non assicurarsi conflitti con eventuali sfidanti nella lotta verso un
ragazzo, non ne aveva bisogno, non era affatto pettegola e pensava
parecchio a sé stessa. Inoltre, se avesse voluto, avrebbe saputo il

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fatidico nome, quindi non era una cosa molto importante, certamente
meno di The Vampire Diaries.
Ad un certo punto però il dubbio sorse dall’altra parte reggente della
coppia, Laura.
“Perché non vuoi sapere chi mi piace? Se non mi confido con te con
chi altro lo posso fare?” – il ragionamento della fanciulla che non
faceva una piega.
“Boh, non lo so. Io sinceramente non ho a che fare con nessun
ragazzo con cui voglio costruire qualcosa di serio, quindi non riesco
a immedesimarmi in te, se ci fosse un qualche ragazzo nel tuo cuore,
e non riuscirei ad aiutarti.” – controbatté Carola mentre pensava agli
impegni del giorno successivo.
Il discorso naufragò, come al solito, in concetti comuni e si ritornò a
parlare di ragazzi e scuola.
Si faceva tardi e Laura aspettava che la mamma la chiamasse per
mangiare. Questa faticò ad arrivare, ma alle nove e mezza di sera la
ragazza sentì uno schiamazzo provenire dalla voce della mamma
Lorena. Era però appena arrivata dal lavoro: si faceva in quattro per
dare ciò che volevano i figli, viziati un minimo durante il periodo
trascorso insieme alla nonna, dopo la morte del padre.
Come tutti i venerdì si mangiava la pizza a casa Moretti e si parlava
della settimana trascorsa, nonostante la situazione non fosse delle
migliori, erano tutti pieni di euforia e aspettavano il weekend,
finalmente un po’ di riposo. Non per tutti. Davide, chiamato fin da
piccolo “Dado”, il fratellone che era una sorta di figura paterna nella
famiglia lavorava, anche nel fine settimana, come cameriere nel bar
di un suo amico e, essendo anche un ragazzo bello e gentile, riusciva
anche a guadagnarsi qualche mancia da parte dei clienti.
“Chi me lo fa fare” - era una domanda che sorgeva spesso nella
mente del giovane.

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“Per la famiglia, per gli sforzi di mia mamma, per la mia vita” - la
risposta spontanea che arrivava dopo uno smarrimento iniziale. Lui
lo faceva innanzitutto per sua mamma che, nonostante la perdita di
un marito sempre presente, è riuscita ad andare avanti e dare tutto
l’amore materno possibile ai figli. Per la famiglia, perché nonostante
non pretendessero molto i suoi fratelli, le tasse e le bollette bisognava
pagarle. La situazione era molto simile a una serie televisiva che
guardava Davide prima che la situazione peggiorasse e fosse
costretto a lavorare. La serie racconta di una famiglia scalcinata, un
padre alcolizzato e sei figli a carico, si chiama Shameless.
Infine lo faceva per la vita, perché i suoi sogni non si erano ancora
realizzati e forse in futuro non si sarebbero realizzati, ma perché
abbandonare le speranze? Voleva andare a vivere in Cina, a fare lo
chef, in un rinomato ristorante italiano. Non era sicuramente
impossibile da realizzare, era sicuramente più facile che il suo sogno
da bambino, come molti, il calciatore. In fondo la vita in quel Paese
non è nemmeno così costosa. Con i risparmi di un anno dei due
lavoretti che faceva poteva tranquillamente scappare a Shanghai a
cercare fortuna, ma evidentemente, come gli avevano insegnato al
gruppo parrocchiale una decina d’anni prima “Dio decide la tua
strada”, quella non sarebbe stata la sua, la famiglia aveva bisogno di
lui.
Laura però il giorno dopo era impegnata, non era solo riposo, doveva
uscire con un ragazzo, non rappresentava granchè per lei, ma la
attirava molto, soprattutto per il suo modo di fare, ma certamente non
era quella persona da cui cercava di strappar via il meglio e con cui
‘fondare’ qualcosa. Carola era in trepida attesa perché non le piaceva
vedere la sua amica triste, anche se non lo era, lo era lei, ma non
sapeva il motivo, ma aveva il presentimento che stesse per accadere
qualcosa di orribile.
Erano le nove e mezza di sera, ma sembrava che fossero le due di
notte, tutti dormivano. Erano tutti stanchi, per una settimana pesante
passata a lavorare per due e a studiare per un’altra. Forse mi devo

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correggere, perché Laura non studiava spesso, forse possiamo dire
mai, perdeva troppo tempo a guardare film e uscire, anche se la sua
amica non voleva. Non studiava perché semplicemente non ne aveva
bisogno, aveva ugualmente voti discreti e faceva ciò che le piaceva.
Nelle dodici ore di sonno sognava tanto, ma non ci credeva molto,
perché fin da bambina tutti i sogni che ha sempre fatto sono svaniti
nel nulla. A tre anni sognava di camminare nel prato mano nella
mano con la persona che più amava e che più le aveva insegnato fino
a quel momento, suo padre, ma “Dio aveva altri scopi per lui”, come
diceva sua mamma, fin dalla scomparsa prematura di quella persona
stupenda. Poi sognava di essere una campionessa di nuoto, ma una
lieve malattia alle gambe si rivelò peggio di quel che si pensava che
fosse e obbligò la ragazza ad abbandonare lo sport che più le piaceva
fare. Come quest’ultimi, molti altri sogni svanirono nel corso degli
anni e Laura si trovò ad essere realista più che ottimista e iniziò a
dubitare di molte cose, soprattutto i sogni, che però continuava
ugualmente a fare e sognava cose belle, con una minima speranza
che possa concretizzarsi, ma con un’enorme certezza che non possa
succedere.
Ma nessuno le ha mai fatto perdere la testa, a parte Noè, ma alla fine
quel ragazzo si rivelò solo un amore dal punto di vista fisico, invece
lei voleva qualcuno che le facesse girare la testa e le stravolgesse
tutte le idee che in quattordici anni si era fatta, in qualsiasi campo.
Eppure non poteva sognarlo, perché il cervello non può inventarsi
facce nuove e, a parte qualcuno, a Laura non importava nulla dei
maschi che conosceva; non voleva sognarlo, perché pensava
realmente che i sogni portassero ‘sfiga’ e facessero sì che ciò che più
vorresti non accadesse mai. Le è già successo. Nessuno le aveva mai
detto che sognare è una cosa magnifica.

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IX
Fede era pensieroso, non sapeva cosa fare, come fare, in tutto. Non
sapeva come agire, si sentiva spaesato soprattutto con le ragazze.
Quel nome che Martina gli disse fu una botta incredibile dal punto di
vista morale, perché l’aveva riconosciuta per il cognome, era
l’acerrima nemica di Carlotta. Non sapeva minimamente che fare,
non che l’opinione della sua amica influenzasse in un certo modo le
emozioni e ciò che provava Fede, ma sicuramente in piccolo lo
condizionava. La cosa di cui aveva più paura era che non avrebbe
potuto avere il suo appoggio e il suo aiuto se gli fosse servito. Stava
troppo correndo, non la conosceva neppure, non ci aveva mai parlato,
lei non sapeva chi fosse lui, e meglio così, e l’aveva vista una sola
volta. Questa volta però voleva fare da sé, non gli importava di
niente e voleva che nessuno si intromettesse tra lui e la persona con
cui voleva costruire qualcosa.
Alt, limite di velocità sorpassato per la seconda volta. Pena ritorno
alla realtà. Stava andando troppo veloce e bruciando le tappe, stava
semplicemente sognando, e quella ragazza la riteneva giusta per
sognare, non gli piaceva, non era innamorato, semplicemente lo
aveva colpito uno sguardo durato una frazione di secondo.

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Non voleva essere troppo invadente, ma voleva sapere qualche cosa
in più su quella ragazza, o almeno capire come ‘agire’, evitando di
fare come ha sempre fatto, essere aiutato da qualcuno o sbagliare.
Errare humanum est, sbagliare è umano, ma non sempre e,
soprattutto, quando di mezzo c’è qualcosa di importante. Era troppo
timido.
La prima persona con cui parlò fu Ludovica, praticamente la sua
migliore amica (sì, ne aveva più di una, erano due e mezzo). Lei era
una bellissima ragazza che frequentò le elementari con Fede, non si
conoscevano molto, ma in seguito fondarono una solida amicizia,
finché l’anno scorso, per motivi lavorativi, si dovette spostare con
l’intera famiglia a Ischia, nella famosa costiera amalfitana, un
paradiso terrestre. Con lei poteva parlare di ogni cosa, sapeva che
non avrebbe detto nulla contro di lui, specialmente alle spalle.
Sinceramente fu la prima persona che venne a sapere dei suoi fatti
perché Fede aveva paura delle reazioni dei suoi amici più cari, poiché
conosceva le varie amicizie e gli ‘odi’ presenti tra le ragazze, molti
più rispetto ai ragazzi.
Ludovica fu ovviamente stupita, perché era ancora rimasta a
Margherita, sua storica amica. Poi gli disse che, nonostante fosse
isolata dal mondo, se ci fosse stata qualsiasi cosa che avrebbe potuto
fare, avrebbe aiutato il suo amico. Inoltre chiese a Fede che cosa gli
avesse fatto nascere quella scintilla e perché fosse la prima con cui
parlava di questa situazione nonostante le numerose amicizie che
aveva vicino a sé.
“Perché il mondo nacque da quegli occhi: Dio quando creò il mondo
si dovette ispirare a quegli occhi e da essi colorò la terra. Poi non so
cosa, non è come sembra, non mi piace, ma mi attrae e mi ispira. poi aggiunse - ne ho parlato con te perché ti posso considerare a
tutti gli effetti come una migliore amica, hai fatto tanto per me e fai
ancora, so che faresti tanto per rendermi felice e io farei lo stesso. Ci
conosciamo da dieci anni, quindi mi conosci bene. Ti voglio bene.”

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Quest’ultima frase la ripeteva di continuo, era importantissima per
lui e glielo voleva dimostrare, con i fatti non era possibile, allora ci
provava almeno con le parole.
Tra di loro c’era una strana sintonia, quando abitavano nella
medesima città spesso non si parlavano nemmeno, ma c’era qualcosa
in più, si capivano con uno sguardo, infatti per Fede era più che
un’amica, era una sorella, e da essa la chiamava: lei era Ludo e lui
FeFe (si chiamavano così solo tra di loro). Nonostante a Fede non
piacesse questo diminutivo, però la pronuncia che ne veniva fuori era
magnifica.
Ludo diede un enorme aiuto al ragazzo, ottenne il numero di telefono
della ragazza di cui tanto si era interessato Fede da lei e seppe anche
qualche notizia in più su di lei, più che notizia si potevano
considerare pettegolezzi belli e buoni. Almeno aveva una sicurezza,
comunque andasse con l’aiuto dei suoi amici, lui aveva il suo numero
di cellulare e con un normale messaggio di WhatsApp poteva
conoscerla facilmente. Fede però non puntava a questo, lui voleva
conoscere la gente senza usare i social. Però voleva un minimo
conoscere questa ragazza, nonostante fosse un po’ contrario per come
l’avrebbe presa Carlotta.
Ludo disse a Fede che cosa scrivere nel messaggio ‘d’apertura’, ma
lui non lo fece, il problema non era la voglia di farlo, ma l’impatto, il
pensiero immediato che lei avrebbe avuto su sé stesso, lo stesso che
giocò a suo sfavore in numerose occasioni. Non lo fece mai, anche
per paura di essere invadente, di disturbare. Forse avrebbe avuto
bisogno di una mano da Martina, e conoscere meglio quella ragazza
attraverso lei, ma, sapendo com’è fatta la sua ex-compagna di classe
non si azzardò a chiedere un aiuto, più semplicemente non si fidava
di lei.
Okay che non si fidi perché seppe di che pasta era fatta, ma perché
non le diede almeno una possibilità? Tutti hanno un cuore e
capiscono quali cose sono importanti relativamente, per un teenager)
e quali no, quando essere attivo mentalmente e quando fare la

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‘marionetta’ per fare ridere qualcuno. Anche Fede pensava la stessa
cosa, ma sentiva nell’aria quel non so che di negativo, aveva paura
che la gente lo deridesse e lo schernisse, nonostante non ci fosse
alcun male a voler conoscere meglio una persona, ma il mondo è
pieno di ragazzi che basano la propria vita sull’invidia e sulla
derisione nei confronti degli altri, in un continuo conflitto, per
cercare di risultare in fondo migliore, ma di che cosa? Di nulla..
Inoltre, nella sua mente, sottovoce e malinconicamente, Fede si
chiedeva di continuo il perché c’è dovuto essere tutto questo, perché
quest’ammirazione o come si voglia chiamare sia nata e perché si è
invaghito proprio di quella ragazza, che non è benvoluta né dai suoi
amici e né nell’immaginario comune. La risposta si trova da sé, anzi,
in quel caso la trovò sfogliando il suo libro di storia, per merito della
civiltà greca, la teoria del Fato e del Destino.
Nonostante il ragazzo fosse credente e, prima di andare dormire, oltre
a fare il suo allenamento quotidiano per gambe e braccia, pregava:
diceva la solita frasetta che, a suo parere, in qualche modo lo
proteggeva, egli pensava che ci fosse una creatura superiore a
qualsiasi autorità, che potesse decidere qualsiasi cosa. Altrimenti
perché la persona con cui legò più nell’ultimo anno, Carlotta
appunto, era la stessa alla quale qualche anno prima indirizzava
sgradevoli insulti?
Forse Fede aveva proprio ragione, le vere amicizie e i veri amori non
nascono da una richiesta di amicizia, da un messaggio, da una
domanda; ma piuttosto da un’esperienza, un qualcosa di
indimenticabile. La sua teoria risultava sempre più vera quando,
entrando nelle bacheche altrui su Ask, il social network che più
andava di moda in quel periodo, vedeva settimane prima due persone
che si improvvisavano grandi amiche o molto innamorate e poco
tempo dopo le stesse che si azzuffano e dicevano parole non proprio
al bacio l’un l’altra.

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L’estate successiva

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X
Grosseto, Toscana.
Passarono otto mesi dal periodo tormentato di Laura e finalmente si
sentiva libera, di poter essere sé stessa e, facilmente, poter
comandare qualcuno, utilizzando la tecnica dell’attrazione e della sua
immensa bellezza: ormai aveva il pieno controllo mentale e anche del
suo corpo, lo apprezzava, si sentiva in pace con il suo ego.
Per sua immensa fortuna la ragazza non perse più la testa per nessuno
in quel periodo, e le uniche relazioni che ebbe avuto le intraprese per
puro divertimento, perché quei ragazzi la facevano ridere.
Mentre passeggiava per la spiaggia con la sua amica Carola vide un
ragazzo che la fissava. Intimorite le due accelerarono il passo e
fecero finta di niente. Non sapeva cosa volesse quella persona da lei,
anche perché arrivata al proprio ombrellone Laura era impaurita, a
causa della potenza e della cattiveria che quello sguardo trasudasse,
nei limiti di un’espressione facciale. Lei ne aveva ricevuti parecchi di
sguardi fino a quel momento e le piaceva essere al centro
dell’attenzione, sotto i riflettori, ma evidentemente aveva ragione la
nonna materna che in ogni occasione possibile diceva:

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“Stai attenta bella, c’è certa gente al mondo”… “Non dare retta a
nessuno”. Riecheggiavano nella sua mente le parole che la nonna,
forse un po’ troppo apprensiva, diceva spesso. Il suo istinto
femminile le disse che quel tizio, come la maggior parte dei ragazzi
più grandi aveva in mente solo una cosa: il sesso. Forse bisognava
prendere con le pinze le parole di Laura perché era ormai circa un
mesetto che con l’esclamazione “Che schifo, che schifo!” le ritornava
continuamente in mente la domanda molto esplicita e con termini
molto volgari che un diciassettenne di un paesino vicino al suo, che a
malapena conosceva, le fece.
In casa Moretti il sesso non è mai stato un tabù, anche perché la
mancanza del padre ha fatto sì che la mamma di Laura conducesse
una vita pressoché casta. Però domande di quel tipo le fecero sempre
paura: trovava quell’argomento una cosa lontana, ma sempre più
vicina, le convinzioni che le bambine avevano da piccole si stavano
pian piano distruggendo, riducendo l’età in cui avveniva con
l’avvento delle nuove generazioni. Laura ne era consapevole,
pensava spesso alle frasi che la sua professoressa cinquantenne di
italiano diceva nel periodo delle scuole medie: “Fino all’età di 16
anni pensavo di essere stata trovata da piccola in un campo dai miei
genitori, in quei tempi non si sapeva niente su ciò che riguardasse il
sesso, ma anche l’amore.”
Si avvicinava sempre più l’età canonica in cui i teenager
cominciavano a “diventare più grandi” e a “divertirsi in altro modo”,
facevano l’amore, ma di amore avevano solo il nome: era una cosa
orribile e senza alcun valore morale, ma era da grandi, era un
modello a cui ispirarsi.
Laura ne era terrorizzata, in fondo, nonostante fosse stata amica per
molto tempo con ragazze che si rivelarono successivamente dai facili
costumi, lei aveva paura di queste cose. Rispettava il proprio corpo e
sbraitava contro chiunque le toccasse il lato b, cosa molto comune al
tempo, figurati chi ne abusasse. La paura della fanciulla nasceva dal
fatto che lei si affezionasse facilmente e, magari in un periodo

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