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POLVERE DI THANAHKA (online) .pdf



Nome del file originale: POLVERE DI THANAHKA (online).pdf
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Diario del viaggio in Birmania di Helene Weifner e Paolo Orsini

Un viaggio finisce quando non hai più sogni da inseguire

Foto e testo di Paolo Orsini
dicembre 2015
1

INDICE
1.

2.
3.
4.
5.
6.
7.

8.
9.
10.
11.
12.
13.
14.

SENZA MAI DORMIRE
1.1. Da Firenze a Milano (16-12-2016)
1.2. Da Milano a Singapore (17-12-2016)
60 TONNELLATE DI FOGLIA D’ORO (Primo giorno a Yangon, 18-12-2016)
L’ALBERO SACRO DELLA BODHI (Primo giorno a Mandalay, 19-12-2016)
LA MEGALOMANIA DEL RE BODAWPAYA (Secondo giorno a Mandalay, 20-12-2016)
“UAN DOLLÀR, UAN DOLLÀR !” (Terzo giorno a Mandalay, 21-12-2016)
BAMBÙ SULL’IRRAWADDY (Crociera da Mandalay a Bagan, 22-12-2016)
DALL’ALBA AL TRAMONTO A BAGAN (Primo giorno a Bagan, 23-12-2016,)
7.1. Il volo in Mongolfiera (Intervista a Helene Weifner)
7.2. Il mercato di Nyaung U
7.3. Le altre visite del primo giorno a Bagan
NERE CIOTOLE DI BIANCO RISO ( Secondo giorno a Bagan, 24-12-2016)
NATALE A PINDAYA (25-12-2016)
DA PINDAYA AL LAGO INLE (26-12-2016)
IL SORRISO DELL’ETNIA PA-O (27-12-2016, secondo giorno su Lago Inle)
IL RIPOSO SOPRA I FIORI DI LOTO (28-12-2016, terzo giorno sul lago Inle)
IL RIENTRO SULLA TERRA FERMA (29-12-2016, dal lago Inle a Yangon)
RITORNO A YANGON (30-12-2016)
14.1. La Pagoda tutta d’oro
14.2. Il Bogyoke Aung San Market
14.3. Il Karaweik Palace

Per le fonti, si fa riferimento alla guida Loney Planet Myanmar (abbr. LP seguita dal n° della pagina), a Wikipedia, altrimenti sono citate nella nota.

2

1
SENZA MAI DORMIRE

Da Firenze a Milano (16-12-2015)
Partenza ore 16.00 da Firenze SMN con
Trenitalia Frecciarossa e arrivo in perfetto orario a
Milano Centrale. Di corsa al binario 3 per il treno per
Malpensa. Biglietti alla macchinetta (Trenord, € 6 a
persona) e saltiamo sul treno pochi minuti prima della
partenza. Arriviamo alla Malpensa - Terminal 2 - e
telefoniamo alla navetta dell’Hotel Cervo, come da
accordi al momento della prenotazione dell’albergo.
Dopo una ventina di minuti arriva un simpatico
vecchietto alla guida di un van. Subito concordiamo
l’orario di ripartenza all’indomani per l’aeroporto, con
quattro ore di anticipo rispetto al decollo. Il vecchietto
resta stupito del nostro esagerato anticipo, azzarda
una ribattuta in dialetto milanese, ma ovviamente si
adegua alle nostre decisioni. Helene ha sentito troppe
storie e letto troppi articoli di giornale su terrorismo,
controlli aeroportuali, code interminabili ai check-in e
ne è rimasta scioccata. Non vuole perdersi per nessun
motivo al mondo il viaggio della vita, costato tanti
sacrifici economici. Non posso certo darle torto anche
se la prendo un po’ in giro.

Dopo aver fatto il check in all’Hotel Cervo e
lasciate le valigie in camera, scendiamo subito per la
cena in una dignitosissima sala, con pochi ospiti, oltre
a noi. Cucina casalinga molto buona, orchidee di
plastica un po’ dappertutto. Abbiamo fame,
prendiamo un hamburger con verdure grigliate,
un’insalatona di noci e nocciole, piatto di patatine
fritte e vino rosso della casa. Chiudo con un grappino.
Quindi subito a letto. Dormita interrotta da un
improvviso pensiero ansiogeno: ma quanto denaro
posso esportare? Sono imbottito di dollari, non è che
alla dogana mi sequestrano il malloppo? Medito nel
cuore della notte di suddividerlo in varie borse in
modo che sia più difficile trovarlo. Si sveglia Helene e
per rassicurarmi e farmi dormire mi ordina di dare
un’occhiata su internet. Mi collego e apprendo che il
limite entro il quale non ci sono problemi è € 10.000.
Mi riaddormento rassicurato, mentre Helene
poveretta fa una fatica immane a riaddormentarsi,
fino a quando il mio cellulare ci sveglierà entrambi alle
6.30

Da Milano a Singapore (17-12-2015)

La navetta, questa mattina guidata da un
nero, ci porta in poco tempo al Terminal 1 di
Malpensa. Il Check in è ancora chiuso perché è
veramente molto presto. Nell’attesa assistiamo ad una
sceneggiata di una nera che urla, piange e si dispera,
insieme al suo compagno, di fronte a due poliziotti.
Probabilmente ha assaggiato l’abilità criminale
dell’Italia e ci ha rimesso borsa, soldi, passaporto,
chissà. Partenza da Milano Malpensa Terminal 1 ore
11 con la Singapore Airlines e arrivo previsto al
Singapore Changi International Airport dopo quasi 13
ore di volo. Da Malpensa siamo partiti con un’ora e
mezzo di ritardo per problemi non so di che cosa. Ci
divertiamo a controllare sul monitor di bordo il

tragitto che effettua il nostro jet e fissiamo alcuni dati:
altitudine 9448 m. , temperatura esterna da - 53° a 63° m., velocità 837 km/h . Milano →
Venezia→Sarajevo →Sofia→Mar Nero. Il cielo per ora
è sereno o con poche nuvole, Helene si è alzata ed è
andata a occupare un posto libero adiacente al nostro,
ma con finestrino e si gode il panorama dall’alto con
immenso piacere; dopo un poco la seguo e mi sistemo
accanto a lei, dato che i posti sono liberi. Arriva il
pranzo, quelli della Singapore Airlines sono
soddisfacenti, il menù è stampato in un’elegante
brochure che porteremo a casa per ricordo. Smoked
Salmon with potato salad; Beef Goulash served with
sautéed vegetables and mashed potatoes; Gaeng Phed
3

Kai, cioè un pollo al curry alla maniera Thai; infine un
buon gelato alla fragola; un vino bianco accettabile,
mentre il coffee è fatto forse con la cicoria . Finito il
pranzo siamo ancora sul Mar Nero, ma sono arrivate le
nuvole e Helene è dispiaciuta per non poter guardare
dal finestrino. Mar nero → Samsun → Batumi → Tiblisi
→ Baku → Turmekbasi → Mary → Ghazny (sotto
Kabul). Sopra l’Afghanistan le nuvole si dissolvono e la
luna piena illumina la notte delle montagne afghane.
Helene ammira estasiata le luci dei villaggi, che hanno
forme strane e bizzarre, ora rotonde ora strette e
lunghe, ora a forma di stella. Invece, ammiro, con
simile estasi, le stupende hostess della Singapore
Airlines. Indossano un elegante vestito fantasia con
fiori ruggine su fondo blu. Queste asiatiche a mio
avviso son le più belle hostess del mondo. Hanno facce
larghe, tonde, piene, ma anche lunghe come le
modelle di Modigliani. Tutte di capelli corvini,
nerissimi, raccolti in crocchie o chignon, più o meno
con la stessa acconciatura tutte quante. La fronte è
libera dai capelli, il trucco è perfetto, anche se
marcato. Il nero del rimmel contrasta in modo netto e
attraente con il biancore privo di imperfezione della
pelle dei volti. Seni piccoli, molto alte e slanciate, vite
strettissime, emergono per la loro bellezza, più che
per la loro divisa. M’incanto a guardarle, sono
l’incarnazione della bellezza femminile orientale.
Appena seduti ci consegnano delle pezzuole di spugna
bollenti di vapore per tergersi le mani prima di
mangiare. Lasciano la pelle morbida come se si fosse
utilizzato della crema. Mi leggo un breve racconto di
Dino Buzzati, resisto ad un paio di cascaggini, mi
guardo Jurassik Park che è un film facile, perché non
c’è bisogno che segua i dialoghi in inglese. Dopo il film
non so più che fare per ingannare il tempo, allora
provoco Helene, lotto con lei per conquistare almeno
un quarto d’ora di finestrino, non vuole cedere, non so
perché dato che è notte e voliamo sopra le nuvole, a
me non interessa, lo faccio solo per provocarla, ma
l’avrà vinta lei e non mi sposterò. Torno a guardare il
monitor con le informazioni di viaggio. Stiamo volando
sopra Ghazni → Dera Ismail Klan → Jang → Abobar →
Sirsa → Etawah → Gearge Town → Kuala Lumpur.
Leggo un secondo racconto di Buzzati, “L’assalto al
Grande Convoglio”, fino al secondo pranzo-colazione a
base di pollo, verdure, spaghetti cinesi ed anche
burro, marmellata, yogurt e brioscia gommosetta e
macedonia di frutta. Le hostess sono rapidissime nel

portarci via tutto perché siamo in arrivo, eccoci
finalmente a Singapore alle 6.35 ore locali. Singapore
notturna è affascinante, Helene ha ragione a difendere
coi denti il posto al finestrino. Mare nerissimo,
tempestato da milioni di luci, centinaia di navi alla
fonda nell’enorme porto, diversi minuti di volo per
sorvolarlo interamente e arrivare a compiere un
perfetto morbido atterraggio, nonostante la stazza del
bestione della Singapore Airlines.

TOPINA ERA COSÌ BELLA che i suoi genitori
decisero di farle sposare l’essere più potente che
ci fosse al mondo. Così si misero in cerca di uno
sposo. Per prima cosa andarono dal Sole.
“Oh, Sole,” lo pregarono “per piacere, sposa la
nostra bella figlia”. Il Sole acconsentì subito, ma
loro vennero presi da un dubbio e chiesero: “Ma
tu sei davvero l’essere più potente che ci sia al
mondo?”. “Be’, no,” rispose il Sole “la Pioggia
è più potente di me, perché quando piove mi
caccia via dal cielo”. “Ci spiace,” dissero i
genitori di Topina, nell’atto di tornarsene via
“ma noi vogliamo che nostra figlia sposi solo
l’essere più potente”. Andarono dalla Pioggia,
che però disse che il Vento era più potente, visto
che le nuvole portatrici di pioggia sono sempre
spinte in giro da lui. Allora andarono dal Vento,
e questi, per quanto desideroso di sposare
Topina, ammise che non era lui l’essere più
potente, visto che, per quanti sforzi avesse fatto,
non era mai riuscito a soffiar via quel Masso di
roccia che si trovava sempre sul suo cammino.
Allora andarono dal Masso di roccia, che disse
che il Toro era più potente, poiché veniva ogni
sera ad affilare le corna su di lui e così facendo
ne rompeva sempre qualche pezzo. Allora
andarono dal Toro che si rammaricò di non
essere il più potente, visto che doveva girare a
destra e a sinistra secondo gli ordini del Cuoio di
cui erano fatte le redini che lo guidavano. Allora
andarono dal Cuoio, che era felicissimo all’idea
di sposare la bella Topina, ma che dovette
ammettere anche lui che c’era qualcuno più
potente, vale a dire il Topo che viveva nella
stalla e che ogni notte veniva a rosicchiarlo.
Allora il Topo che viveva nella stalla fu scelto
come sposo. Si rivelò un tipo forte e gagliardo,
proprio il compagno che ci voleva per la
topolina.
Fonte: MAUNG HTIN AUNG, Burmese Folk-Tales,
Oxford University Press, London 1948, pp. 54-55 ripreso in
“ Storie e leggende birmane” a cura di Guido Ferraro e
Gabriella Buscaglino Traduzione dall’inglese a cura di
Guido Ferraro e Gabriella Buscaglino Nuova edizione:
ottobre 2015 © 2015 Tarka/Fattoria del Mare s.a.s. di
Franco Muzzio Piazza Dante 2 - Mulazzo (MS)

4

LA GUERRA CONTRO LE ZANZARE è iniziata già a Firenze, prima di partire, con l’acquisto del
malarone, diverse scatole a costi proibitivi. Abbiamo letto più volte il chilometrico bugiardino. Non è finita: la
nostra dotazione comprende alcuni flaconi di autan tropical e una da mezzo litro di biokill. Ogni mattina, prima
di uscire, il rito della reciproca spruzzata da capo a piedi, vestiti compresi. In valigia quasi esclusivamente
abiti chiari, con maniche lunghe; calze lunghe e berrette bianche. Helene non ha usato profumi, per il timore
che attirassero le zanzare (e poi il cocktail Cristian Dior, autan e biokil può essere letale per l’uomo, più che per
la zanzara).
Potete immaginare la nostra cocente delusione quando ci siamo accorti che, nella stagione secca, di
zanzare ce sono ben poche. In tutto il viaggio, le occasioni di incappare nei temibili insetti sono state così rare
che ricordo perfettamente i luoghi del atteso incontro: una in una toilette di un ristorante a Mandalay; un paio
mentre eravamo in attesa della partenza, prima dell’alba, da Yangon per il trasferimento in barca
sull’Irrawaddy per Bagan; un’altra l’ho fulminata nella camera del albergo di Pindaya con la paletta, che ci
eravamo portati da casa, sfidando impavidi il divieto di trasporto aereo. Sul lago Inle, nonostante il nostro
lodge poggiasse su palafitte sopra l’acqua lacustre ricoperta di sterminate distese di piante e fiori di loto
(habitat ideale per gli insetti), la situazione non è stata drammatica: le zanzare ci sono, si raccolgono a sciami e
svolazzano in circolo per ore, giungendo puntualissime al tramonto e andandosene all’alba. Non destano
alcuna preoccupazione perché non sono aggressive e perché i lodge sono muniti di fitte e solide zanzariere in
tutte le finestre e sulla porta scorrevole d’ingresso. Tenere la porta aperta lo stretto tempo necessario per
entrare ed uscire, e non dimenticarsi qualche finestra aperta, sono le uniche precauzioni da osservare per avere
la camera priva dei fastidiosi insetti. Nelle rare occasioni in cui qualche zanzara più determinata è riuscita a
penetrare le barriere protettive, è stata subito fulminata senza pietà dalla nostra micidiale paletta elettrica,
che si è rivelata un utilissimo attrezzo al punto che non abbiamo mai utilizzato la grande zanzariera sopra il
nostro letto, se non per fare qualche foto ricordo.

Dato che Helene, per nessuna ragione al mondo, avrebbe rinunciato a questo viaggio, si è premunita
in maniera molto accurata, per tutto ciò che riguarda VACCINAZIONI E PREVENZIONE contro qualsiasi
tipo di malanno. Grazie alla “complicità” di un nostro amico, che lavora al reparto Malattie Infettive e
Tropicali dell’ospedale della nostra città e che ha stilato un’accurata completa lista di vaccinazioni e un lungo
esaustivo elenco di farmaci, ci siamo attrezzati meglio di un marines di stanza in un acquitrinio tropicale.
All’ASL di Firenze, reparto vaccinazioni internazionali, abbiamo fatto un lungo colloquio con un esperto (si è
collegato al sito del Ministero e leggeva, sarei stato capace anch’io) prodigo di consigli e raccomandazioni, per
poi sforacchiarci le braccia: epatite, tetano e pasticche per il tifo. Prima di partire abbiamo iniziato la
profilassi con il malarone, anche se poi ci hanno informato che nelle zone turistiche del Myanmar la malaria è
stata debellata. In valigia hanno trovato posto diverse boccette di amuchina, disinfettanti, cerotti,
antipiretici, pasticche contro la dissenteria e il suo contrario, sintomatici contro un’infinità di sintomi, che
forse (fortunatamente) non subiremo mai, oltre alla già citata serie di flaconi per la lotta alle zanzare (vedi
capitolo a parte). Temevo che alla dogana ci avrebbero fermato per contrabbando di medicinali.
Nella nostra personalissima guerra contro il male siamo partiti con un equipaggiamento sanitario
superiore a quello del Battaglione San Marco, ma per fortuna abbiamo utilizzato poche medicine, se non il
malarone, che ogni mattina concludeva le nostre abbondanti colazioni. A titolo di cronaca (spicciola) ho avuto
soltanto un pomeriggio di febbre, disappetenza e debolezza alle gambe, verso il sesto giorno di viaggio, ma
tutto si è risolto con una lunga profonda dormita, che mi ha permesso di recuperare tutte le facoltà psicofisiche, senza utilizzare alcun farmaco. Helene ha sofferto un po’ più a lungo le sue fastidiose allergie,
soprattutto per la polvere che ci ha accompagnato sempre e ovunque, ma con gli antistaminici il disturbo si è
reso accettabile. Un giorno l’intestino è andato in tilt, si è aggiunto un po’ di mal di gola, ma il disturbo non le
ha impedito di continuare a mangiare, pure piccante, fino a quando è crollata, le è venuta un po’ di febbre, se
ne è andata a letto, ha fatto una dormita di oltre 10 ore, e tutto è passato senza problemi.

5

2
60 TONNELLATE DI FOGLIA D’ORO
( Primo giorno a Yangon, 18-12-2015)

Si scende al Terminal 2 e si prende la coincidenza per Yangon al Gate E3 che raggiungiamo in poco tempo,
senza incertezze. Abbiamo alcuni minuti di attesa che impieghiamo per riempire i moduli per l’ingresso in Myanmar. Ci
imbarchiamo in un altro colosso della Singapore Airlines e in 2 h e 18’ saremo nella capitale della Birmania.
Si decolla e quasi subito ci servono il solito mix di colazione (pane, burro, marmellata, yoghurt) e pranzo
(maiale, riso e verdure). Il tragitto è sul mare, verso Bangkok, tenendo sulla destra il Vietnam e sulla sinistra Singapore.
Dovrei dormire, sono quasi 24 ore che non chiudo occhio, ma non ho sonno, sto bene, mi sento carico di energia,
siamo all’inizio del viaggio, non ho dolori né acciacchi dovuti all’immobilità forzata per lungo tempo. Helene invece è
crollata, dopo ore e ore passate incollata al suo finestrino per non perdersi neanche un chilometro del suo viaggio
notturno e diurno dall’alto dei 10.000 metri, adesso dorme profondamente, tutta rannicchiata di lato sul sedile. È
spossata anche perché ha avuto alcuni forti dolori alla testa durante gli atterraggi per la sinusite cronica che l’affligge.
Su questo volo per Yangon già un paio di assaggi di elementi caratteristici della Birmana. Allegria,
testimoniata da un gruppo di donne birmane che tutte insieme ridono, scherzano, parlano a voce alta. Un monaco,
con il tradizionale abito arancione. Ha tolto i sandali, ha tirato su i piedi nudi e li ha sistemati sotto le natiche nel sedile
dell’aereo, smanetta con un cellulare di ultima generazione, ha inforcato un paio di lussuosi occhiali d’oro e si sta
godendo il lauto pasto offerto dalla S.A. Credevo che i monaci non potessero possedere beni, se non ciabattine e
tonaca, ma questo mi sembra una vera star. Sarà la prima foto di un’interminabile serie, dato che incontreremo
monaci in mille situazioni diverse, anche molto meno agiate di questa.
Eccoci in arrivo a Yangon, la nostra eccitazione spazza via tutta la stanchezza e la tensione del volo
accumulata, con Helene non riusciamo a guardarci senza sorriderci di felicità. Atterriamo all’aeroporto Mingaladon di
Yangon alle ore 9.20 (1 h in meno di fuso orario, rispetto a Singapore) con una temperatura accettabile (27°) e,
nonostante le nostre felpe e i pantaloni pesanti, non ci sentiamo soffocare. L’aria è comunque calda e pesante. Una
serie di lunghe file al controllo passaporti, ma Helene, da guida esperta, becca quella che scorre velocemente. Anche
il recupero delle valigie è veloce. All’uscita dovrebbe esserci la nostra guida con in mano il cartello con i nostri nomi.
1
C’è una gran confusione, l’aeroporto è piccolo, ma il traffico intenso, urla, facchini, tanti giovani in longyi , cattivi
odori, luce accecante che inonda gli spazi da grandi sporche finestre, un battaglione schierato di guide con i loro
cartelli. Non siamo in un aeroporto internazionale, siamo in Birmania. Eccolo il cartello con i nostri nomi. Lo sorregge
una donna, non molto alta, lunghi capelli neri lisci, occhi piccoli e scuri, grosse labbra atteggiate a un sincero e
accogliente sorriso. Si chiama Maw e come aspetto mi sembra tipicamente birmana. Dopo le presentazioni, andiamo
allo sportello bancario per cambiare il denaro. Su consiglio della guida cambiamo 300 dollari a testa e riceviamo
389.100 kiats. Saranno sufficienti per quasi tutta la permanenza in Birmania, anche perché spesso abbiamo pagato in
dollari mentre più raramente abbiamo usato la carta di credito.
Usciamo dall’aeroporto e arriva la nostra macchina, una Toyota (come la maggior parte delle auto, insieme a
Nissan e Honda). L’autista si chiama U Thet, è scuro di pelle, con abiti eleganti chiari, freschi di stiratura. L’interno
dell’auto è lussuoso, rifiniture in radica, copertine di cotone bianco con pesanti ricami che proteggono sedili e
schienali, pesanti alti tappetini in lana, una scatola di fazzoletti di carta ricoperta di cotone ricamato con sopra il
1

Tipico capo di abbigliamento birmano, portato sia dagli uomini che dalle donne, simile al sarong, è un pezzo di stoffa che si porta come una lunga
sottana, ma che gli uomini possono abilmente ripiegare fino a formare dei pantaloni corti, per poter lavorare con più comodità.

6

coperchio un grosso coniglietto. Una scorta di bottigliette di acqua che consumeremo senza parsimonia, aria
condizionata al massimo. Helene immediatamente prenderà accordi su temperatura da mantenere non troppo bassa
e finestrini da tenere chiusi.
Il Myanmar, meglio conosciuto in occidente con il nome di Birmania, è il più grande paese del sud-est asiatico. Terra
affascinante e magica, è oggi un Paese che si trova in condizioni di immensa arretratezza e nel quale il potere è ancora nelle mani
di burocrati, militari e guerriglieri . Il resto della popolazione vive secondo i ritmi di una civiltà contadina profondamente
religiosa, senza ombra di fanatismo che le permette di sopravvivere alle difficoltà di una dura dittatura militare. Probabilmente i
primi abitanti di queste terre furono i mon; mentre nel I secolo a.C., questa zona fu abitata dai Pyu, una popolazione dedita al
commercio con la Cina e l’India. Il regno Pyu più potente era quello di Sri Ksetra, che scomparve nel 656. In seguito, questo regno
si ristabilì, ma verso la metà del IX secolo furono sconfitti dal regno di Nanzhao. I Birmani, o Bamar, cominciarono a migrare
verso la valle dell'Irrawaddy dal Tibet nel IX secolo. Nell'849, stabilirono un regno che aveva come capitale Pagan; durante il
regno di Anawratha (1044-1077), l'influenza dei Birmani si estese anche ben oltre i confini della Birmania attuale, tanto che dal
1100 alcune parti dell'Indocina erano controllate dal loro regno, che viene definito comunemente come primo impero birmano.
Verso la fine del 1200, i Mongoli sotto Kublai Khan invasero il regno, ma nel 1364 i Birmani riuscirono a ripristinare
l’ordine, stabilendosi ad Ava: in tale periodo la cultura birmana era al massimo del suo splendore. Tuttavia, nel 1527, gli Shan
saccheggiarono la città di Ava. Nel frattempo, i mon si erano ristabiliti a Pegu (Bago), che era diventato un florido centro
commerciale e un centro religioso importante. I Birmani fuggiti da Ava fondarono il regno di Toungoo nel 1531, sotto
Tabinshwehti che riunificò la Birmania e fondò il secondo impero birmano, entrando così in una nuova fase di prosperità, che durò
però poco a causa di ribellioni e per la mancanza interna di risorse necessarie per controllare le nuove acquisizioni imperiali. Nel
1613 Anaukpetlun, che aveva espulso gli invasori portoghesi, fondò una nuova dinastia ad Ava, che però fu nuovamente distrutto
nel 1752 dai mon, con l’aiuto dei francesi.. Alaungpaya stabilì allora una nuova dinastia, di Konbaung, creando il terzo impero
birmano durante il 1700.
La Dinastia Qing della Cina spaventata dalla crescita dell'influenza birmana, tentò di invaderla quattro volte dal 1766 al
1769 senza nessun esito. I monarchi successivi persero il controllo di Ayutthaya, ma conquistarono Arakan e Tenasserim. Nelle
guerre Anglo-Birmane (1824-1826, 1851-1852 e 1885-1886), la Birmania fu sconfitta dai britannici e divenne così una provincia
dell'India britannica, dalla quale si distaccò nel 1937. Durante la seconda guerra mondiale i giapponesi fecero una campagna in
Birmania, nel 1942 (invasione giapponese) cacciando i nuovi padroni, i britannici. Ma gli alleati reagirono e nel luglio 1945
ripresero il paese, con l'aiuto dell'AFPFL (Lega per la libertà delle persone antifasciste), guidato da Aung San.
Nel 1947, quest’ultimo divenne vicepresidente del Consiglio esecutivo della Birmania, in un governo transitorio. Tuttavia,
nel luglio dello stesso anno, alcuni rivali politici assassinarono Aung San e parecchi membri politici. Il 4 gennaio 1948, la nazione si
trasformò in una repubblica indipendente, conosciuta come Unione della Birmania, con Sao Shwe Thaik come primo presidente ed
U Nu come Primo Ministro. Ma, puntualmente, con l'indipendenza, arrivarono anche le richieste, avanzate dalle minoranze (chin,
kachin, karen, mon e shan) di uno Stato Federale, richieste che furono portate avanti con una guerriglia contro lo stato, che
rispose con una feroce repressione. Diversamente della maggior parte delle altre ex colonie britanniche, la Birmania non divenne
membro del Commonwealth.
http://www.viaggimyanmar.it/storia-1568-160.htm

La distanza tra l’aeroporto di Yangon e il nostro albergo è poco più di una decina di km. ma il tempo previsto
è circa 1h 30’. La Birmania si presenta a noi subito nel suo aspetto peggiore : traffico caotico, code interminabili,
cantieri stradali enormi, inquinamento a livelli elevatissimi. Una delle prime cose che la nostra guida ci fa notare è il
colore delle targhe dei veicoli birmani : rossi per quelli pubblici (bus e taxi), nere per quelle private. Si guida sul lato
destro, come da noi, ma i volanti sono rimasti sulla sinistra, come in Inghilterra, chissà perché, complicando
ulteriormente la vita all’automobilista, ma pare che nessuno ci faccia caso. Le previsioni sui tempi di percorrenza sono
confermate: un cantiere per costruire una sopraelevata paralizza l’unica arteria disponibile tra l’aeroporto e il centro
città. L’ingorgo che si è formato è impressionante, ma il nostro autista è perfetto animale da metropoli impazzita:
7

clacson suonato di continuo, improvvisi cambi di corsie, frequenti brusche accelerate e relative frenate, imbocco di
stradine sterrate come scorciatoie per guadagnare uno o due minuti. Il suo andare a scatti mette a dura prova la
nostra schiena, già deteriorata dopo il volo transoceanico di decine di ore. Ci rassegniamo ben presto che, comunque,
non c’è altro modo per arrivare in albergo.
Maw per intrattenerci ci parla un po’ in generale della Birmania in un italiano che ha imparato da autodidatta.
Parla in modo corretto e, anche se sbaglia regolarmente tutti gli accenti, bene o male si fa capire. Ha una voce bassa,
parla a scatti, quando le viene un discorso in testa corretto lo spara come una raffica, ma è dolce e disponibile, ci piace
subito e avremo con lei per tutto il viaggio un ottimo rapporto. Ogni tanto si aiuta con qualche parola in inglese con
Helene, spesso scrive su un foglietto i vocaboli italiani con relativo significato che impara da noi. Ha 47 anni ma
sembra una ragazzina, un marito impiegato, una mamma di 83 anni e una figlia di 18, ancora bambina, per il giudizio
della madre, dato che guarda “ Biancaneve e i sette nani”, legge Harry Potter, scrive moltissimo, anche in inglese,
dipinge e disegna con bravura. La madre ci ha fatto vedere un disegno molto realistico di un paio di forbici. Non ha
ancora il fidanzato e vuole andare a studiare in Thailandia. Maw è laureata in chimica, ha fatto l’università statale e
per questo difficilmente trova lavoro. Ha lavorato in aeroporto a Yangon sulle torri di controllo, poi è stata inviata a
Singapore per imparare la cartografia aerea. Finito lo studio, dopo un breve periodo come cartografa, ha abbandonato
e si è messa a studiare come guida turistica. Ha coronato il suo sogno e da tre anni accompagna i turisti in giro per la
Birmania. Abita in affitto a Yangon e insieme alla sua famiglia c’è anche l’anziana madre. In Birmania un reddito solo
non basta per pagare l’affitto, vorrebbe acquistare una casa di proprietà, ma potrebbe permettersi soltanto una casa
fuori Yangon, e se ci fossero dei trasporti pubblici decenti, lo farebbe immediatamente, ma non ci sono ed è costretta
a stare in affitto per restare nella capitale. È di etnia Burma, l’etnia dominante.
Primo impatto con Yangon nel tragitto dall’aeroporto all’albergo. La Radio Station Road è l’arteria principale
che percorriamo, a diverse corsie, abbastanza ben tenuta. I marciapiedi, invece, sono inesistenti o semidistrutti. I lati
delle strade sono corsie sterrate con molta sporcizia. Cantieri grandi e piccoli da tutte le parti per incrementare il già
abbondante inquinamento anche acustico. City taxi numerosissimi, statali e privati. Bus di tutti i tipi, molti acquistati di
seconda e forse anche terza mano dai cinesi, in condizioni pietose, frequenti quelli raffreddati ad aria e quindi con i
portelloni del motore aperti, dato il caldo torrido. I passeggeri dall’interno del bus sputano fuori la loro saliva rossa di
betel, sicché le fiancate sono lerce di strisce rosse. Maw ci informa che nel betel, un masticatorio diffuso in tutta la
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Birmania, si può mescolare anche tabacco o varie droghe . È un vero e proprio vizio di popolo.
Intorno a questa grande strada che porta direttamente al centro di Yangon c’è molta vegetazione tropicale,
passiamo davanti al giardino zoologico, a un enorme lussureggiante parco che ospita il Myanmar Golf Course, al
Kandawgyi Lake, dove trovano collocazione palazzi e case ben conservate e di bell’aspetto, anche se il verde che le
circonda è opaco, malato, avvizzito per lo smog, il caldo, la polvere.
Lungo la strada, sui marciapiedi raramente asfaltati, ci sono svariati bar, con tantissime persone, in
maggioranza uomini, ma anche molte donne, alcune addirittura da sole. Sono catapecchie coperte di lamiera, tirate su
in economia, con materiali di scarto. I tavolini e gli sgabelli in plastica sono bassi esattamente come quelli dei bambini
dei nostri asili. Non capisco il motivo di questa usanza, in Cambogia erano di altezza normale, forse perché i Birmani
sono abituati a mangiare per terra, comunque erano tutti ad altezza giusta per respirare il massimo dello smog

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I semi di Areca catechu, oltre ad essere ricchi di grassi, contengono molti tannini, uno di colore rosso, detto kuni o rosso-areca. Queste sostanze
hanno la proprietà di stimolare la secrezione salivare e favorire la digestione, hanno effetti cardiotonici e azione vermifuga e astringente. Il modo
più comune di consumare le noci di betel è quello di tagliarle in fette sottili, avvolgerle nelle foglie di pepe di betel (Piper betle), preventivamente
spolverate di calce, aggiungendo, talora, altre spezie, come cannella, noce moscata, cardamomo, catecù, ecc. Si ottiene, così, il vero e proprio betel,
sotto forma di bocconcini che vengono masticati dopo i pasti per profumare l'alito e aiutare la digestione, spesso anche per consuetudini sociali o
riti cerimoniali. La presenza delle foglie di pepe di betel aggiunge anche un blando effetto narcotico, oltre al sapore aromatico piccante.
Le noci di betel presentano, tuttavia, l'inconveniente di annerire i denti e tingere la saliva di rosso, come conseguenza dei tannini contenuti in
abbondanza(Wikipedia).

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proveniente dai tubi di scappamento dell’enorme massa di traffico cittadino. Su tutti i tavoli un bricco di caffè. I
gestori sono per la maggior parte giovani, molto magri, con l’immancabile longyi.
La nostra guida ci propone, per motivi di razionalizzazione del tempo a disposizione, di fare un primo giro di
visite prima di andare in albergo. Anche se sono 24 ore che non dormiamo, accettiamo di buon grado, nonostante che
prima, in macchina sulle code della Radio Station Road, qualche avvisaglia di spossatezza, ci avesse imposto di
chiudere gli occhi e assopirci per qualche minuto. Il programma di Maw prevede tre siti : la Botataung Pagoda con le
sue incredibili reliquie portate dall’India 2000 anni fa e conservate nel suo labirinto; la Chaukhtatgyi Pagoda per
ammirare il gigantesco Buddha disteso a mio avviso il più bello in assoluto di tutta l’Asia; la Shwedagon Pagoda, il
gioiello più grande del mondo, punto culminante di tutte le visite a Yangon, ma anche uno dei monumenti religiosi più
importanti e grandiosi di tutta la Birmania, simbolo del paese. Il programma annunciato da Maw ci toglie quel poco di
fiato che ci era rimasto, armo la macchina fotografica, estasiati dalle aspettative e pieni di eccitazione, ci accingiamo,
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con il cuore che batte, a conoscere le meraviglie del Myanmar .
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Il tour pomeridiano inizia con la visita della Botataung Pagoda . Più piccola (40 metri di altezza) e meno
maestosa della Shwedagon Paya, fu distrutta da una bomba nel novembre del 1943. Un pannello prima dell’ ingresso
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mostra la sequenza degli elementi che costituiscono gli “zedi” delle pagode birmane . È stata ricostruita con una
struttura simile alla precedente, ma con una differenza inconsueta: è cava e si può camminare all’interno in una specie
di labirinto a sezioni triangolari, nei cui angoli c’è sempre qualcuno inginocchiato a pregare. Pareti e soffitti sono
completamente rivestite di lamelle dorate, l’effetto è abbagliante. Inizia per noi il primo di numerosi stati di stupore e
ammirazione. Nelle nicchie ai lati, protetta da grate, reti, inferriate, vetrate raramente pulite, un’enorme quantità di
statue e statuette del Buddha, antiche reliquie, una montagna di oggetti in oro o argento tra i più disparati, offerti dai
fedeli, moltissime scatole per il betel. Una collezione molto vasta e ricca, ma assolutamente non fruibile visivamente a
causa della sporcizia accumulata sui vetri e per via delle grate, spesse e pesanti che la proteggono per evidenti motivi
di sicurezza, dato che i metalli e le pietre preziose sono in abbondanza. Nella parte centrale c’è la sacra reliquia di
Buddha (un capello), custodita in un tempietto di borchie d’avorio tempestato in oro e decorato con diamanti e pietre
preziose. Maw ci dice che di solito ci sono molte persone a pregare, ma oggi non è molto affollata, nonostante Yangon
sia una metropoli di 5 milioni di abitanti.
La cucina birmana gode di una pessima reputazione, dato che talvolta i piatti grondano olio e difettano della varietà tipica della cucina
thailandese o indiana. Forse il giudizio è eccessivamente negativo. La migliore cucina birmana è probabilmente quella shan. Il riso è l’elemento
fondamentale del pasto e viene consumato insieme a un vasto assortimento di piatti tipici, un’interessante mescolanza di influenze bamar, mon,
indiane e cinesi. Anche i noodles (spaghetti) di riso sono onnipresenti e mescolati con tutto, carne, pesce, verdure. Per i piatti principali sono
utilizzati spesso i gamberi (anche se sono molto costosi), i pesci, il maiale e il montone, soprattutto il pollo. Il manzo, definito carne tabù, viene
mangiato solo raramente. Una grandissima varietà di verdure, di spezie (curry – che dicono sia meno piccante di quello indiano - , masala
,peperoncini rossi), di frutta tropicale, soprattutto durante i mesi estivi, servita spesso come dessert. Ai lati delle strade, in piccole bancarelle che
vendono cibi a prezzi molto inferiori rispetto ai ristoranti, si ha la possibilità di provare diverse pietanze tipiche del posto, accompagnate spesso da
bevande calde , ma occorre fare una certa attenzione, perché a volte le condizioni igieniche possono non essere ottimali. Il piatto più conosciuto del
Myanmar, venduto praticamente ad ogni angolo di strada, è il mohinga, un brodo di pesce con curry molto saporito. Tradizionalmente è un piatto
servito a colazione, ma è possibile trovarlo ad ogni ora del giorno. Per quanto riguarda il costume birmano, se si parla di cucina, bisogna tenere
presente che bisognerebbe mangiare usando la mano destra, mentre la mano sinistra è usata solo per riempire i piatti.
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Il concetto alla base dei monumenti religiosi birmani è assimilabile a quello delle piramidi maya e azteche dell’America Centrale: l’edificio si
presenta come una simbolica montagna che il fedele deve scalare, accompagnato nel cammino da bassorilievi e affreschi di carattere sacro (LP,
377).
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Deve il nome ai 1000 capi militari che oltre 2000 anni fa scortarono le reliquie del Buddha nella transizione dall’India al Myanmar (Bo significa
capo, generalmente in senso militare, e tataung vuol dire 1000)
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La base dello stupa è fatta di mattoni coperti di lamine d’oro. Poi, dal basso verso l’alto si susseguono il basamento (circolare, ottagonale o
quadrato) costituito dalle terrazze e da una serie di anelli concentrici (pyissayan). La parte successiva è a forma di campana (khaung laungbon), al di
sopra della quale c’è il turbante (baungyit), quindi la ciotola dell’elemosina invertita (thabeik) e i petali di loto. Poi inizia il cosiddetto “germoglio di
banana” (nga pyaw bou) e quindi la corona o ombrello (hti), che di solito è la parte dove sono attaccati o contenuti più gioielli, rubini e zaffiri. Sopra
lo hti c’è la gemma di diamanti (seinbou), che può contenere pietre preziose di caratura enorme (Luigi Balzarini, Viaggio in Myanmar,
www.turistipercaso.it)

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Foto 1 - Botataung Pagoda (Yangon)

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La visita successiva è alla Chaukhtatgyi Paya , praticamente un grande capannone in acciaio e cemento che
ricovera un Buddha sdraiato gigantesco. Particolare il volto con gli occhi in vetro riprodotti perfettamente, le labbra
dipinte di rosso acceso, i piedi con le unghie laccate di rosa, la gigantesca mano poggiata sul fianco. La prima
sensazione che ricevo è che questo Buddha sia prigioniero della pesante struttura che lo ricovera, ma non ne soffra
assolutamente, estasiato nella sua femminile aria di beatitudine. L’altra sensazione è il contrasto tra il gigantismo della
statua e la piccolezza dell’essere umano inginocchiato di fronte in preghiera. La limitatezza dell’uomo rispetto al sacro,
alla religione, all’idolo.

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Paya significa “cosa sacra”, e non solo “pagoda”; i birmani infatti lo utilizzano anche per le statue di Buddha, i luoghi di culto in generale e per una
vasta iconografia religiosa, comprendente simboli oggetto di venerazione. Per i monasteri invece il termine usato è “kyaung”.

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Foto 2 - Buddha disteso Chaukhtatgy Paya (Yangon)

La terza visita della giornata è quella cruciale del soggiorno a Yangon, la Shwedagon Paya, la cui leggenda fa
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risalire la costruzione originale a circa 2500 fa . È un complesso molto grande, che arriva a 99 metri di altezza, con
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svariate pagode e padiglioni. Lo zedi centrale è ricoperto da 60 tonnellate di foglia d’oro . Lo hti , alto 10 metri è un
rifulgere di pietre preziose e fa da supporto a un globo d’oro, che contiene diamanti, rubini, topazi, zaffiri per 1800
carati, sormontato da un eccezionale solitario di 76 carati. Mi chiedo come sia possibile che tutti questi tesori siano
privi di ogni protezione. La nostra guida ci informa che gli unici furti sono stati fatti dai venti monsonici, che ogni tanto
sradicano qualche lamella d’oro. L’effetto visivo d’insieme è spettacolare, commovente, incredibile a qualunque ora
del giorno e della notte. L’attrazione che fa questo complesso è molto forte, frequentato ogni giorno da moltitudini di
fedeli di ogni età, giovani monaci, turisti: come ogni musulmano sogna di andare una volta nella vita alla Mecca, così il
fedele buddhista desidera fare visita alla Shwedagon Pagoda. L’atmosfera che si percepisce è unica e particolare : si va
dal silenzio profondo della meditazione e della preghiera, interrotto solamente dai colpi dei gong, alla gioiosa e
animata confusione per la presenza, all’interno del complesso, di numerose attività lavorative e commerciali. Le
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La maggior parte degli archeologi concorda sul fatto che l’edificio sia stato costruito dai mon in epoca compresa tra il VI e X sec. Al pari di molti
altri antichi zedi di questo paese così soggetto ai terremoti, è stato ricostruito parecchie volte e la struttura attuale risale al 1789 (LP,47).
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Nel XV sec. ebbe inizio la tradizione di dorare lo stupa. La regina Shinsawbu, cui si devono molte delle migliorie apportate all’edificio, fece
raccogliere una quantità d’oro pari al suo peso (40 kg.) che, dopo essere stato lavorato in foglia sottile, fu utilizzato per ricoprire la struttura. Il
genero Dhammazedi fece ben di più perché offrì una quantità d’oro pari a quattro volte il suo peso e quello dellqa moglie (LP,47).
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Il pinnacolo sopra lo zedi che ha la forma di un ombrello.

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botteghe vendono fiori e frutta per le offerte, oggetti di antiquariato, libri, ombrelli cerimoniali e fiori di carta,
svariate immagini e riproduzioni del Buddha. Da ammirare anche le numerose antiche campane, finemente cesellate.

Foto 3 - Shwedagon Paya (Yangon)

Maw si dà molto da fare per illustrarci tutto il complesso, ma la stanchezza del viaggio non ci permette di
seguire con la dovuta attenzione. Helene resiste meglio di me, ogni tanto mi accorgo di dormire in piedi, per un attimo
ho avuto l’impressione che mi stesse per sfuggire di mano la macchina fotografica, sarebbe stato un disastro al primo
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giorno di vacanza. Uno dei siti più belli non solo della Birmania ma di tutto il mondo buddista, non riesco purtroppo a
godermelo come vorrei, perché sono costretto a lottare accanitamente contro la stanchezza.
Sfiniti, ma con ancora negli occhi l’oro abbagliante della Shwedagon Pagoda, arriviamo finalmente all’East
Hotel Dining Art & Craft, situato in un vialone trafficassimo, prospiciente un enorme grattacielo moderno in vetro e
cemento, con una parte ancora in costruzione. Il viale ha una parte centrale a scorrimento veloce a diverse corsie e
carreggiate laterali dove regna perenne una gran confusione. Il nostro autista, una specie di Indiana John del traffico
cittadino, fatica a trovare un posto libero per fermarsi davanti all’albergo, anche lui non ce l’avrebbe fatta senza
l’aiuto degli addetti dell’albergo, accorsi immediatamente. Auto parcheggiate ovunque, venditori ambulanti di tutto,
i soliti bar con i piccoli tavolini, negozi con montagne di merce esposta all’esterno, quasi buttata sul marciapiede,

C’ERANO UNA VOLTA DUE sorelle. La prima si sposò ed ebbe per figlio un bel bambino. La seconda si sposò anche lei, ma ebbe per figlio un
piccolo tartarughino. La sorella maggiore aveva vergogna di questo tartarughino e avrebbe voluto gettarlo in mare, ma la sorella più giovane disse
che dopo tutto era suo figlio: gli diede nome Tartaruga d’Oro e si mise ad allevarlo con sollecitudine.
I due cugini, ragazzo e tartaruga, crebbero insieme volendosi un gran bene. Quando fu arrivato a sedici anni, il ragazzo chiese a sua madre — la
sorella maggiore — di comprargli una nave, in modo che lui potesse diventare mercante. La madre acconsentì a comprargli la nave, ma a patto che
il ragazzo promettesse di non portare con sé quel suo orribile amico tartaruga: perché lei disapprovava quell’amicizia con una bestia. Il ragazzo
rifiutò di promettere, ma il cugino tartaruga annunciò che lui non avrebbe viaggiato su una nave, perché aveva paura del mare. Così la nave fu
comprata, e il ragazzo prese il mare su di essa.Aveva navigato poche miglia quando scoprì, con sua grande gioia, che il cugino tartaruga se ne stava
addormentato nella stiva, dove si era nascosto prima che la nave prendesse il largo.
Navigarono per alcuni giorni, poi incontrarono una
tempesta che spinse la nave verso un’isola abitata da orchesse. Quando la tempesta si fu acquietata, il ragazzo sbarcò sull’isola con i marinai per
raccogliere acqua fresca. Le orchesse assunsero forma umana e vennero fuori a dare il benvenuto. Il ragazzo e i suoi marinai, non sapendo che
fossero orchesse, si innamorarono di loro, tanto che il ragazzo ne sposò la regina e i marinai sposarono le altre orchesse. Quella sera le orchesse
diedero una gran festa per i loro sposi e dopo il banchetto, stanchi per la baldoria e le gozzoviglie, il ragazzo e i marinai si addormentarono. Ma
Tartaruga d’Oro restò sveglio.
Allora un’orchessa disse alla sua regina: “Signora, permetteteci di prender due e tre di questi marinai
ubriachi e portarceli nella foresta per mangiarli”. L’orchessa regina diede il suo permesso. E un’altra orchessa propose che, dato che avrebbero
dovuto stare insieme agli esseri umani per un po’ di tempo, sarebbe stato bene nascondere nella foresta i loro tre tesori: la cassetta che conteneva
tutte le loro “vite”, il rubino che valeva un reame e il tamburo a sonagli che obbediva a tutti i comandi. L’orchessa regina fu d’accordo.
Allora le orchesse presero tre marinai addormentati e se ne andarono nella foresta; ma Tartaruga d’Oro le seguì di soppiatto. Quando
furono arrivate nella foresta, le orchesse divorarono i tre marinai, poi seppellirono le ossa che erano rimaste e misero i loro tre tesori sui rami più
alti di un albero. Dopo aver fatto questo, tornarono indietro e si misero a dormire a fianco del ragazzo e degli altri marinai.
Tartaruga
d’Oro attese che le orchesse si fossero tutte addormentate e avessero preso a russare; a quel punto svegliò il ragazzo e i marinai e raccontò loro
quello che aveva visto, ma senza far cenno ai tre tesori. E siccome gli altri non volevano credergli, li portò nella foresta e mostrò loro le ossa dei
marinai morti. Consigliò al ragazzo di tornare sulla nave e salpare immediatamente; il cugino fu d’accordo e i marinai corsero sulla nave.
Tartaruga d’Oro, invece, restò indietro e non raggiunse gli altri sulla nave se non dopo essere andato a prendere dall’albero i tesori delle orchesse.
La nave non aveva percorso che poche miglia quando i marinai videro l’orchessa regina farsi sotto con il suo seguito: venivano avanti a
gran passi correndo sull’acqua e pareva proprio che per loro non dovesse esserci più scampo. E invece ecco che il nostro Tartaruga d’Oro con tutta
calma tira fuori la piccola scatola che conteneva le “vite” delle orchesse e la fa a pezzi con una spranga di ferro. Immediatamente le orchesse
morirono e i loro corpi scomparvero sott’acqua. Qualche giorno dopo arrivarono a una città il cui re aveva solo una figlia e nessun figlio maschio.
Il ragazzo si innamorò di questa figlia del re e chiese consiglio all’amico tartaruga. Questi, come si ricorderà, aveva preso con sé il rubino che
valeva un reame: con quello andò dal re, comprò il reame e poi nominò il ragazzo re della città e lo fece sposare alla principessa; quanto a lui,
tenne per sé il titolo di principe.
Passò un po’ di tempo e a Tartaruga venne la nostalgia di rivedere sua madre; chiese quindi permesso al
cugino di poter tornare indietro alla loro città. L’amico cercò di convincerlo a restare ancora un poco, ma poiché vedeva che non c’era niente da
fare, gli diede il suo permesso. Allora l’altro si accomiatò e prese con sé il tamburo a sonagli che era stato delle orchesse. Scuotendo il tamburo, gli
ordinò: “Portami a casa da mia madre!” e zacchete, si ritrovò nella sua città, proprio nella casa materna. Alla madre raccontò le sue avventure e
restò con lei in gran gioia. Ma anche il re di questa città aveva una figlia bellissima e nessun figlio maschio. I re dei sette reami confinanti avevano
mandato ambasciatori a chiedere la mano della principessa, ma il re aveva sempre rifiutato. Un giorno accadde che Tartaruga d’Oro vide la
principessa e se ne innamorò. Così, pregò sua madre di andare dal re a chiedere per lui la mano della principessa. Al principio la madre non ne
volle sapere ma poi, visto che il figlio si struggeva per la principessa al punto che non dormiva né mangiava, alla fine andò dal re. Questi,
al
sentire la sua richiesta, si mise a ridere e disse: “Se quella brutta tartaruga di tuo figlio vuole la mia figliola, dovrà costruire un ponte d’oro e un
ponte d’argento che uniscano la sua casa con il mio palazzo. E dovrà farlo entro sette giorni da oggi; se non ci riuscirà, sarà messo a morte”. La
madre corse a casa terrorizzata. “Tartaruga d’Oro, il tuo pazzo desiderio di sposare la principessa ti costerà la vita!”. Gli riferì la richiesta del re.
“Tutto qui quel che vuole che io faccia?” disse la tartaruga. “Mia cara mamma, non ti preoccupare; soltanto, svegliami di buon’ora fra sette
giorni”, e tranquillo tranquillo se ne andò a dormire. Il settimo giorno, quando sua madre lo svegliò di buon’ora, egli tirò fuori il suo tamburo a
sonagli e, scuotendolo, disse: “Voglio un ponte d’oro e un altro d’argento, che uniscano la mia casa con il palazzo del re”, e subito apparvero i due
ponti. Allora andò dal re e, con faccia tosta, gli chiese in sposa la principessa. Il re si vergognava di avere per genero una tartaruga, ma d’altra
parte doveva mantenere la parola data, e così iniziarono a fare i preparativi per il matrimonio.
Ma prima che si fosse arrivati al giorno
stabilito per le nozze, i re dei sette reami confinanti giunsero con i loro eserciti pronti a far guerra, perché giudicavano che quel re li aveva
insultati, rifiutando di dar la figlia a uno di loro. Allora il re fece venire Tartaruga d’Oro e gli disse: “Dato che tu sarai mio erede quando avrai
sposato mia figlia, è tuo compito difendere la città”. “Molto bene. Maestà” rispose la tartaruga. Andò a casa e agitò il tamburo a sonagli. “Voglio
un esercito forte abbastanza da sbaragliare i nemici” comandò, e subito apparve un possente esercito. La tartaruga si mise alla testa delle truppe e
sconfisse i sette re. In questo modo egli si guadagnò l’approvazione e la gratitudine del re, e il matrimonio fu finalmente celebrato. Se non che ora
era la principessa a essere scontenta, perché si vergognava di un marito così brutto.
Ma una mattina che si era svegliata molto prima del
solito, ella scoprì con gran sorpresa un bel giovane che dormiva accanto a lei. Saltò su spaventata e vide vicino al letto pelle e guscio di tartaruga.
Allora, comprendendo che il giovane non era altri che Tartaruga d’Oro, raccolse la pelle e il guscio di tartaruga, li portò in cucina e li buttò nel
fuoco. Il giovanotto la seguì gemendo: “Sto bruciando, vado a fuoco!”. Ma quando la principessa gli gettò addosso un secchio d’acqua fresca, si
sentì di nuovo bene.
E fu così che Tartaruga d’Oro rimase un bel giovane, e visse felice e contento con la principessa

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Fonte: MAUNG HTIN AUNG, Burmese Folk-Tales, Oxford University Press, London 1948, pp. 98-102.
ripreso in “ Storie e leggende birmane” op.cit.

motorini parcheggiati in tre o quattro file, gente che cammina disordinatamente in tutte le direzioni. Scendiamo
dall’auto e siamo frastornati, dall’afa, dal rumore, dal caos, dal cattivo odore. Un paio di facchini corrono
immediatamente per prendere le nostre valige e portarle nella hall, urlano e si agitano, contribuendo a far aumentare
il nostro sbigottimento. Saliamo le scale esterne per entrare nell’albergo senza guardarsi intorno e ci rifugiamo, con un
sospiro di sollievo, nella hall. Formalità di check-in con una sola raccomandazione: se dalla doccia non viene acqua o
solo acqua fredda telefonare alla reception. Maw ci informa che la mancia base per camerieri e facchini è di 1.000
kiats (circa un quarto di dollaro) per persona. Comincia la prima di una lunga serie di mance. Sono 24 ore che non
dormiamo, ma prima ritirarsi in camera, decidiamo di andare a mangiare in uno dei due ristoranti vicini al nostro
albergo, che ci hanno indicato Maw e l’autista.
Usciamo di nuovo nel caos del vialone prospiciente l’albergo. Siamo subito abbordati dal caldo e da una
moltitudine di conducenti di trishaw, il caratteristico carretto trainato da una bici o da un motorino. Rifiutiamo gli
inviti perché vogliamo andare a piedi, ma ci rendiamo conto che la stanchezza limita fortemente la nostra capacità di
attenzione. Data l’estrema pericolosità di attraversare strade trafficatissime e considerato che non abbiamo molto
appetito, concordiamo che non è da furbi farsi buttare sotto da una macchina al primo giorno di vacanza in Birmania
e decidiamo di tornare subito in albergo. Ceniamo all’ Amber Café Bill dell’ East Hotel, con un mix preso al buffet,
chicken and vegetables alla cinese, riso a vapore bianco e birra Myanmar, due ingredienti immancabili nella nostra
dieta per tutto il viaggio. Mentre attendiamo, mi collego per la prima volta con whatsapp per messaggiare con le mie
figlie e i nostri cari. Creo un gruppo Min-gha-la-ba con il quale resteremo in contatto con gli amici più intimi. Per ora
tutto funziona perfettamente e velocemente. Paghiamo il conto di $ 22,00, barcolliamo verso l’ascensore, saliamo in
camera. Dopo la doccia, prepariamo le valigie per il giorno dopo, dato che abbiamo un transfert aereo interno.
Andiamo a letto che non sono ancora le 21.00. Crolliamo esausti, ma un’ora dopo mi sveglio, sudato e accaldato,
ancora spossato. Mi riaddormento per risvegliarmi nuovamente a mezzanotte. Non riesco a riprendere sonno, devo
ascoltare qualche capitolo de Il dicembre del Prof. Korde di Saw Bellow che ho registrato nel mio lettore mp3. Fa un
gran caldo, c’è un fracasso infernale per un cantiere aperto nell’enorme grattacielo proprio di fronte alla nostra
camera, insomma si comincia male. Helene fortunatamente se la dorme della grossa. Finalmente riesco a prendere
sonno e faccio tutta una tirata fino alla mattina successiva.
Il termine Buddha in lingua pali significa "chi conosce o raggiunge l'illuminazione". Il fondatore del Buddhismo si chiamava in
realtà Siddharta, ed aveva come patronimico quello di Gautama o Gotama. Nacque in una famiglia principesca, del clan dei Sakya,
che viveva a Kapilavastu, in una regione che oggi fa parte del Nepal, a 170 chilometri circa dall'odierna Benares. Nacque verso la
metà del 6° secolo a.C. Suo padre si chiamava Suddhodana e la madre Mahamaya. Il giovane principe venne allevato in mezzo al
lusso, avendo a disposizione tutte le comodità ed i piaceri. A 19 anni sposò una donna bellissima, Yasodhara. Per molti anni
condusse una vita fatta di lusso e felicità domestica. Ma un giorno il giovane incontrò un vecchio, un malato, un morto ed un monaco.
Quelle quattro realtà lo colpirono profondamente. Dopo essersi reso conto che la vecchiaia, la malattia e la morte sono la sorte
dell'umanità e che vi sono delle persone che aspirano ad una vita diversa, decise di dedicarsi anche lui alla ricerca della verità. Aveva
29 anni quando decise di lasciare tutto e di ritirarsi in luoghi solitari per meditare. Si addentrò nella foresta, si rase il capo, indossò
l'abito giallo di un eremita e per sei lunghi anni cercò una soluzione. Interrogò famosi sapienti, si diede all'ascetismo più rigido ma
non riuscì a trovare la Risposta. Una notte, infine, si sedette sotto un albero e promise che non si sarebbe mosso da lì finché non avesse
trovato la Risposta. Sotto quell'albero combatté l'ultima battaglia, quella contro le inclinazioni e i desideri del cuore umano, la battaglia
contro l'amore per il mondo, l'illusione, l'aspirazione ad esistere e a gioire, contro il desiderio dell'onore, della felicità, della vita
familiare, del benessere, del potere ecc. Fu assalito dal demone Mara, ma Siddharta superò le tentazioni. Dopo quarantanove giorni di
meditazione, in una notte di luna piena del mese di maggio, in un luogo noto come Buddhagaya, egli raggiunse l'illuminazione. Da
allora fu noto come "il Buddha". Aveva circa trentacinque anni. Da quel giorno percorse per altri quarantacinque anni il nord
dell'India insegnando e predicando il suo messaggio di speranza e di felicità. Buddha morì all'età di 80 anni a Kusinara, in una
notte di luna piena nel mese di karttika (ottobre-novembre)
(Diego Fusaro, http://www.filosofico.net/ilbuddhismo.htm)

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In Birmania non esiste LA VITA NOTTURNA. In Birmania si va per
stare in silenziosa meditazione e andare a letto presto, per svegliarsi all’alba,
continuare a godere del silenzio, della brezza mattutina, dei paesaggi meravigliosi.
La tarda serata, o peggio la notte, non sono momenti consigliati ai turisti. Nelle
metropoli come Yangon o Mandalay, la popolazione locale, prevalentemente
giovane, si accalca in folle caotiche, rumorose e maleodoranti, sciamano come
miriadi di calabroni sui motorini, oppure se ne stanno seduti su piccoli sgabelli e
tavoli, lungo le strade intasate di traffico e sature di smog. A Yangon ci hanno
consigliato di rientrare in albergo non più tardi delle 21.30, sia per qualche pericolo
proveniente dagli immancabili malintenzionati, sia per l’inquinamento e il traffico.
Le strade sono sconnesse e intasate, i marciapiedi inesistenti o possono nascondere
tombini aperti come fatali trappole col rischio di finire in una fogna. Frequenti le
feste religiose con il monaco che prega, canta, ripete ininterrottamente monotone
litanie. Sono spazi dedicati alla meditazione religiosa e non è bene che il turista
passeggi con le proprie scarpe a fare fotografie tra i tappeti che i fedeli hanno steso
per inginocchiarsi di fronte al baldacchino sfavillante di lucine colorate dove sta il
monaco a pregare e cantare. Nessuno ti dice niente, sono tutti molti pacifici e
rispettosi, ma è bene che anche tu li rispetti e li lasci pregare in santa pace.
Nelle località turistiche lontane dalla capitale, come Bagan o Pindaya, la
vita notturna è più tagliata su misura per gli stranieri, numerosi sono i locali
accoglienti per bere o per mangiare. Purtroppo non si può restare a lungo in questi
locali perché sono tutti all’aperto, di fronte a strade sterrate dalle quali si alzano
uragani di polvere ad ogni passaggio di auto, che si deposita su tavoli e sedie, in un
omogeneo alone marrone chiaro che gli zelanti camerieri, armati di sudici stracci,
non riescono a eliminare prima della successiva ondata polverosa. Altro problema
per la vita notturna sono le interruzioni della corrente elettrica: i locali non dotati
di gruppo elettrogeno piombano improvvisamente nel buio, si accendono le candele
e l’atmosfera diventa molto suggestiva, se non fosse per la polvere potresti a lungo
rimanere a godertela. Le strade normalmente sono prive di illuminazione, l’unico
modo per orientarsi è utilizzare la luce delle proprie torce e o dei cellulari. Non
conviene avventurarsi di notte troppo lontano dalla strada principale o dai luoghi
conosciuti, perché il dedalo delle viuzze non ha nessun riferimento toponomastico e
se viene il buio totale rischi di perdere la via di ritorno.

Dall’Italia abbiamo portato un
paio di PRESE ELETTRICHE comprate in
un negozio di Firenze. Come precauzione per
stare tranquilli può andare, ma non sono
necessarie. Tutti i nostri alberghi, dai 3 ai 5
stelle dispongono di prese universali,
addirittura dotate di interruttore su ogni
presa singola. Non abbiamo avuto nessun
problema nel ricaricare i nostri smartphone
o le pile della macchina fotografica. Le
interruzioni della corrente elettrica si
verificano
dappertutto,
anche
nelle
metropoli o nelle città turistiche,
generalmente qualche ora al pomeriggio e
alla sera. I grandi alberghi dispongono di
generatori in funzione 24 ore su 24 e lo
stacco della corrente non è neanche
percepibile. Nelle località turistiche, bar,
ristoranti e negozi possono avere i loro
generatori. Altrimenti sono dotati di
candele. Sulle strade invece, anche per la
scarsità dell’illuminazione pubblica, può
piombare il buio siderale assoluto, quindi
una torcia o la lampadina del cellulare
(attenzione alla carica) sono indispensabili.
Pochi problemi anche con la connessione
wifi. In ogni albergo c’è e funziona, anche se
la velocità è da lumaca in villeggiatura. Lo
smartphone dialoga bene con whatsapp,
mentre per restare davanti allo schermo di
un pc per controllare la propria casella di
posta, guardare un filmato su youtube,
aprire una pagina su facebook, fare una
telefonata con skype occorre tutta la
pazienza del miglior monaco eremita.

Per tutta questa serie di motivi che mettevano in apprensione Helene, per una certa stanchezza dovuta all’intensità
delle visite durante il giorno, agli appuntamenti all’alba con la nostra guida, agli incontri prestissimo negli aeroporti
per i flight transfer, alle traversate in barca, agli incontri con monaci affamati, alla sera abbiamo fatto poca vita
notturna, preferendo spesso le lunghe e rigeneranti dormite. Alle 5 della pomeriggio terminava il servizio della nostra
guida e del nostro autista, ci riportavano in albergo e ci davano appuntamento per il giorno dopo. Capitava a volte
pertanto che dalle 17.30 eravamo già in camera e ci restavamo perché non avevamo nessuna voglia di cenare dopo le
luculliane colazioni del mattino e anche gli abbondanti pranzi nei vari ristornati dove ci portava Maw, che restava con
noi a mangiare e la cosa ci faceva molto piacere.

15

3
L’ALBERO SACRO DELLA BODHI
(Primo giorno a Mandalay, 19-12-2015)

In macchina, mentre andiamo all’aeroporto
“domestico” di Yangon, Maw ci consegna una sim
della società birmana MPT costata 5000 kiats, che
sostituisco immediatamente alla mia. Il cellulare
funziona perfettamente e adesso sono in contatto con
quello di Maw, se abbiamo bisogno o ci smarriamo,
possiamo comunicare, il costo della sim è veramente
irrisorio.

coperchio. Si chiama Uen That, sarà il nostro autista
filosofo per prossimi tre giorni . È laureato in filosofia
all’università di Mandalay. Come filosofo avrebbe
avuto ben pochi sbocchi lavorativi e quindi si è fatto
assumere come dipendente in una società che
noleggia auto con autista. Desidera diventare guida
turistica, gli manca l’esame di lingua inglese per avere
l’abilitazione. Ha 28 anni, è sposato ed ha un figlio di 4
anni e una sorella che ha sposato in italiano e vive in

Un’amica di Maw, preventivamente avvertita
dalla nostra guida, porta un longyi in dono per Helene.
Desideriamo darle una mancia ma rifiuta. Helene
regala 5000 kiats alla bimba che ha con sé per
acquistare qualche cosa per la scuola, la piccola non
rifiuta. Inchini di ringraziamento, sorrisi e foto di saluto
tutti insieme. Helene va subito a cambiarsi e si
presenta orgogliosamente con il suo longyi, comincia
l’integrazione agli usi e costumi del paese che ci
ospita. Foto insieme a Maw, anche lei naturalmente
con il longyi, tra le sedie della sala d’aspetto
dell’aeroporto. Alcuni di questi sedili hanno il Priority
Seat, c’è la figurina della donna incinta, dell’invalido e
del monaco, a cui occorre lasciare libero il posto.

Foto 4 - Aeroporto domestico di Yangon

Umbria.
Mandalay, a un primo sguardo superficiale,
appare come una griglia intricata e caotica di strade
intasate dal traffico e di anonimi e brutti palazzi in
cemento. In realtà avremo modo di apprezzare le sue
zone tranquille e alberate, i monasteri ordinati e puliti,
i quartieri artigiani vivi e laboriosi, soprattutto con lo
sguardo onnicomprensivo dall’alto della collina della
10
Mandalay Hill, dove sorgono numerosi templi

Partiamo alle 11.20 con la MANN
YADARNAPON AIRLINES e arriviamo a Mandalay,
dopo uno scalo a Heho, alle ore 12.30. Nonostante si
fosse venuti in Birmania con il pregiudizio che gli aerei
dei voli interni non fossero mai puntali, si parte
abbastanza regolari. Questi voli sono come una specie
di autobus, con vari atterraggi e decolli, restiamo in
aereo in attesa della discesa di chi è arrivato a
destinazione e della salita di chi deve partire.
A Mandalay abbiamo un nuovo autista, un
giovane con un’auto molto simile all’altra che abbiamo
avuto a Yangon, con le stoffe ricamate e gli interni in
radica, compresa la fila di santini attaccati sul vetro
dalla parte del guidatore. Fortunatamente la scatola
dei fazzoletti di carta non ha il coniglietto sul

10

Secondo i miti birmani, Buddha visitò di persona Mandalay Hill e,
sotto le spoglie di una gallina, trovò anche il tempo di correre
precipitosamente su una scogliera sul fiume, per scappare dalle
trappole del re. In epoche meno leggendarie, in realtà Mandalay
non ha assunto la forma di città fino al 1857. Il suo periodo breve,
anche se di grande importanza, come capitale birmana è durato
solamente dal 1861 fino all’occupazione inglese, avvenuta nel 1885.

16

Foto 5 - Mahamuni Paya, applicazione della foglia
d'oro

impatto ci colpisce particolarmente. Nel
tempio ci sono molte persone, la maggior
parte delle quali è inginocchiata di fronte al
Buddha a pregare, ma altre sono
accovacciate sul rosso pavimento di marmo
e leggono in silenzio i quotidiani o libri. Nel
tempio si va per pregare, ma anche per
mangiare o per istruirsi. In un padiglione
adiacente, squallido, tetro e molto affollato,
sono conservate alcune statue khmer in
bronzo, trafugate secoli prima da Angkor
Wat. La leggenda vuole che prima della
guerra con gli inglesi vi fossero raccolte
molte altre statue, bottino di numerosi furti
fatti in Cambogia. Furono fuse per costruire
i cannoni per difendersi dagli inglesi. Oggi
ne sono rimaste alcune, tra cui una del dio hindu Shiva
(che risulta evirata) e una di Airavata (dio elefante a
tre teste). Secondo una credenza locale, se si sfregano

La prima visita è alla Mahamuni Paya, tempio
rinomato per la Statua del Buddha seduto, alta 4 metri
e interamente ricoperta da uno strato di 15 cm. di
foglia d’oro che i fedeli buddisti continuamente
applicano; la statua è talmente “assalita” che gli
addetti alla lucidatura del volto d’oro del Buddha, che
deve sempre risplendere, sono costretti a fare il loro
lavoro alle 4 del mattino. Solo gli uomini possono
accedere alla statua, attraverso uno stretto
camminamento e delle scale, faccio fatica ad arrivare
vicino alla statua e subisco qualche sguardo severo,
dato
che
sono lì per
curiosare e
non
per
devozione.
Helene
è
costretta a
rimanere a
aspettare,
insieme alle
altre donne Foto 7 - Statue Kmer alla Mahamuni Paya
a pianterreno, la maggior parte delle quali genuflesse
in preghiera. Siccome lei è in piedi, qualcuno
severamente ortodosso, la fa inginocchiare. L’oro è
ovunque in questo anfratto che racchiude la statua,
dal soffitto alle pareti, la statua stessa, a parte il volto,
ha perso le sue forme originali perché continuamente
ricoperta dalle lamine d’oro. L’effetto è strabiliante e
suscita emozioni anche a un miscredente come me,
soprattutto nel vedere la sincera devozione dei
buddisti birmani. Sarà uno spettacolo ricorrente che ci
accompagnerà per tutto il viaggio, ma questo primo

Foto 6 - Mahamuni Paya, Mandalay

ripetutamente le mani su una parte del corpo delle
statue si può guarire dai mali che affliggono le
corrispondenti parti del corpo umano. Notiamo una
lunga fila di fedeli intenti in queste opere di
strofinamento.
Un salto all’enorme mercato adiacente alla
Mahamuni Paya, con decine di negozi stracolmi di
merce di ogni tipo per locali e turisti stranieri. Siamo
attirati da splendidi oggetti di artigianato, soprattutto
11
alcune perfette riproduzioni dell’arpa birmana . I
11

Considerato lo strumento musicale nazionale del Myanmar, è
utilizzata nella musica tradizionale ed è l'unica arpa ancora in uso in
tutta l'Asia. Le sue origini risalgono ad epoche antichissime (se ne
trovano tracce in civiltà coeve agli Ittiti). Diversamente dalle arpe
occidentali, la cassa armonica o risonatore si sviluppa interamente
in orizzontale. Le parti principali dell'arpa sono la cassa armonica
lunga circa 80 cm. e larga 16 cm. e il lungo manico ricurvo o cordiera
che fuoriesce in altezza dalla cassa per circa 60 cm. e funge anche da
"catena", attraversando longitudinalmente tutta la parte superiore
della cassa. Il corpo dello strumento è ricavato da una radice

17

costi sono elevati, per ora Helene si limita ad
acquistare degli infradito, molto utili perché occorre
togliersi e rimettersi le scarpe molto frequentemente.
Io testardo continuo la pulizia dei piedi con la salvietta,
ma costringo tutte le volte Helene e Maw ad aspettare
che mi sia infilato i calzini e rimesso le scarpe.

comprerà una con la riproduzione della foglia
12
dell’albero della Bodhi , sacro al Buddha. Devo
riconoscere che questi oggetti artigianali in oro sono
molto belli, originali, caratteristici e non hanno
neanche un prezzo proibitivo, soprattutto perché si
può pagare in kiats e nessuno ti fa pressioni perché tu
acquisti per forza qualcosa.

Anche se non siamo in un viaggio di gruppo,
dove sei costretto a visitare le varie “fabbriche”, certi
accordi con i tour operator sono ineludibili, e quindi
anche noi ci sorbiamo le nostre visite guidate. Oggi
siamo in un laboratorio dove lavorano le foglie d’oro
che abbiamo visto appiccicare sul Buddha dai fedeli
nella precedente pagoda. Le lamelle sono sottilissime,
in tre dimensioni e sono vendute a 8000, 6000 e 4000
kiats. Vengono ridotte in questi sottilissimi spessori da
un gruppo di uomini, che picchiano incessantemente
con
dei
mazzuoli sulla
lamella, fino a
ridurla
a
meno di un
millimetro di
spessore. Fa
un gran caldo
all’interno di
questa
fabbrica,
il
lavoro degli
uomini
è
faticoso, sono
Foto 9 - Shweenandaw Kyaung,
a torso nudo,
particolare dell'intarsio
con il longyi
avvolto a guisa di pantaloncino corto e sono sudati
fradici, ma non si fermano un attimo. In una sala
attigua, un gruppo di donne, tra cui anche una molto
anziana, accovacciate per terra, di fronte a tavolini alti
una ventina di cm. sistemano le lamelle dentro le
bustine, dopo essersi cosparse le mani di polvere di
marmo, per evitare che le lamelle si attacchino alle
dita. Poi vengono messe in mostra e in vendita nelle
sale attigue al laboratorio. Helene non resiste e ne

Rientriamo in macchina per spostarsi nel
successivo sito. Una bambina viene vicino al finestrino
e ci offre una ghirlanda di gelsomino bianco e
profumato. Ha nello sguardo un messaggio di tristezza
e di povertà talmente commovente che Helene
abbassa il finestrino e compra la ghirlanda. L’attacca
alla maniglia per sorreggersi dell’auto e ne percepisce
con piacere il dolce effluvio. Arriviamo allo

Foto 8 - Laboratorio lavorazione foglia d'oro, Mandalay

Shwenandaw Kyaung dove ci accoglie l’intenso
profumo del legno di teak, soprattutto dopo l’ultimo
restauro. Costruito dal re Mindon, lo abitò fino alla
morte nel 1878. Suo figlio re Thibaw, ossessionato dal
fantasma del padre, decise di farlo demolire e di
ricostruirne uno nuovo nel 1880 fuori delle mura. Vi
trasferì tutto ciò che rimaneva del complesso
monastico, comprese le numerose grandi sculture di
legno. Fu risparmiato dai vasti bombardamenti di
Mandalay durante la seconda guerra mondiale. Si
sono potuti così salvare stupendi intarsi in legno e
12

L'albero della Bodhi era un antico fico sacro (Ficus religiosa),
collocato all'interno dell'area in cui oggi sorge il Tempio di
Mahabodhi, a Bodh Gaya (circa 100 km da Patna nello
stato indiano di Bihar) sotto il quale Siddhartha Gautama, il maestro
religioso fondatore del buddhismo, in seguito noto come Buddha,
giunse alla bodhi (illuminazione). Secondo la tradizione buddhista,
Siddharta
Gautama meditò sotto
questo
albero,
chiamato Ashwattha nel Tripitaka, quando giunse al nirvana; Il fico
sacro, di cui l'albero di Bodhi è un esemplare, è sacro
a induisti, giainisti e buddhisti (Wikipedia).

d'albero scavata, nel quale viene inserito un lungo manico ricurvo
che termina a forma di foglia o di becco di cigno. Il piano armonico è
costituito da una pelle di cervo ( oggi si utilizzano anche altri
materiali) tesa e incollata al corpo, internamente vi è fissata una
"catena" o cordiera nel quale sono fissate le 16 corde di seta che
fuoriescono dal piano armonico attraverso piccoli fori.
Generalmente l'intero corpo dell'arpa è decorato con pezzi di mica,
oro e lacca rossa e nera (http://www.sonusdesumundu.it/ ) .

18

Foto 10,11 - Kuthoday Paya

da inferriate, ma ai tempi di Maw
bambina ci si poteva nascondere
all’interno.
Incontriamo una splendida
fanciulla birmana con sulle guance la
foglia dell’albero della Bodhi realizzata
con il thanahka. Molti i cani randagi che
dormono sulle guide verdi dove
dovremmo camminare, ma dato che
abbiamo i piedi scalzi preferisco, per
non prendere qualche pulce, camminare
sulle infuocate piastrelle di ceramica
dell’ampio piazzale.
ricchissime laminature in oro, che rappresentano le 10
13
Jataka . Peccato che la scarsa luce che penetra
all’interno della grande sala non permetta all’oro di
rilucere come dovrebbe. I monasteri in legno di teak
sono una caratteristica onnipresente del paesaggio del
Myanmar, un aspetto importante del patrimonio
culturale del paese. Ne troveremo ovunque, ogni
villaggio ha il suo con variazioni di costruzione e di
decorazione, che riflettono gli stili culturali locali.
La successiva visita è alla Kuthodaw Pagoda,
citata in tutte le guide come il più grande libro del
14
mondo. Infatti i 15 volumi del Triptaka , sono stati
incisi su 729 grandi lastre di pietra; ciascuna di queste
pietre sono state messe al riparo in una piccola
pagoda, per proteggerle dalla pioggia e dal sole;
queste centinaia di pagode sono state raccolte attorno
a uno stupa centrale alto 57 metri, completamente
dorato. Quando il re Mindow convocò qui il V sinodo
buddista, incaricò 2400 monaci di leggere l’intero
corpus canonico buddhista e, senza interruzioni, vi
impiegarono quasi sei mesi.

I Bamar, detti anche Birmani
costituiscono la maggioranza della popolazione
(circa il 70%).
Si pensa siano migrati
anticamente dall’Himalaya e già nel XI sec.
dominavano gran parte del territorio che oggi
forma il Myanmar dalla loro capitale Bagan.
Quando, nel XIX gli inglesi conquistarono la
Birmania, furono i Bamar a subire le perdite più
gravi e molte usanze di corte, quando la
monarchia venne abolita, furono perdute.
Nonostante un ostinato attaccamento ad antiche
credenze (come quella dei nat), i bamar, dai
conducenti di trishaw ai generali, sono devoti
buddhisti. I Foto
monaci
di grande
11 godono
- Kuthoday
Paya, rispetto e i
mezzi
di Mandalay
comunicazione
danno
conto
quotidianamente degli atti meritori compiuti
dalle massime autorità di governo presso i
principali luoghi di culto buddhisti del paese, in
linea con una tradizione di patrocinio iniziata dai
sovrani birmano. Il regime militare è stato sul
punto di rendere il buddhismo religione di stato
(come aveva fatto il primo ministro U Nu nel
1960); inoltre, nel tentativo di compattare la
popolazione, il governo ha introdotto lo studio
della lingua bamar (birmano) nelle scuole di tutto
il paese, ragion per cui, anche le altre etnie,
parlano il birmano come seconda lingua (LP,337).

Anche Maw ha la sua personalissima storia da
raccontarci : quando era bambina, i suoi genitori un
giorno vennero a pregare alla Kuthoday Paya. Mentre
loro pregavano, lei s’incontrò con altri bambini e si
misero tutti quanti a giocare a nascondino. A
quell’epoca le stupe che contenevano le lastre di
marmo con le incisioni del Triptaka erano tutte quante
aperte. Oggi le stupa sono chiuse e le lastre protette
13

Storie delle vite passate del Buddha, tema ricorrente negli
affreschi e nei bassorilievi dei templi.
14
I “tre canestri” cioè le tre scritture buddiste classiche : 1) Vinaya
(disciplina monastica) ; 2) Sutta (discorsi del Buddha); 3)
Abhidhamma (filosofia biddhista)

19

Riprendiamo la macchina e ci inerpichiamo verso la Mandalay Hill che con i suoi 230 m. di altezza è l’unico
punto elevato dal quale si possa ammirare il tramonto sulla piana di Mandalay. Per arrivare in cima dobbiamo
arrampicarci a piedi nudi tra scalinate, rampe e percorsi piastrellati, passando tra decine di banchi con souvenir per i
turisti. Sulla sommità, costruita dal re Anawrahta nel 414, possiamo ammirare la stupenda Su Taung Pyai Pagoda, che
significa “pagoda che esaudisce i desideri”, per secoli luogo di pellegrinaggio importante per i buddisti, dalla quale
possiamo ammirare uno splendido tramonto sulla piana di Mandalay. Una piacevole brezza accarezza i pensieri,
restiamo assorti a contemplare il disco rosso del sole al tramonto, osserviamo i monaci che conversano con i fedeli,
guardiamo una varia umanità di tutte le razze, affacciate alle terrazze per godere del panorama, o appoggiata alle
colonne per riposarsi dopo la ripida salita. Tra tutti, parliamo con un’anziana signora cinese, che abita al confine tra la
Birmania e la Thailandia. Ha fatto la scuola cattolica in Cina con il missionario italiano Colombo, molte monache erano
italiane, ha studiato inglese, adesso è in pellegrinaggio, apprezza il longyi di Helene e l’ha fermata apposta tra la folla
per rimarcare la sua ammirazione. Interessante un raccoglitore in metallo di vasi d’acqua di coccio (sono più di venti)
con sopra degli ombrellini bianchi. Nelle pagode l’acqua è d’obbligo e gratuita.

Foto 12 - Su Taung Pyai, Mandalay Hill

20

A sera, dato che l’autista ci aveva terrorizzato, consigliandoci, se fossimo usciti, di rientrare in albergo entro le
21.30, decidiamo di cenare nel ristorante dell’albergo. Mi stupisco perché credevo che la Birmania fosse un posto
tranquillo, senza grandi problemi di sicurezza. Maw non ci ha messo in guardia. Il Bill Restaurant dell’albergo, anche se
molto più caro (24,50$) di quelli che avremmo trovato fuori e ci impone il pagamento in dollari, è dignitoso e il
mangiare accettabile. Solito mix di cucina birmana e cinese, vermicelli with au Soon Salad ( 3 $) immangiabili, perché
troppo carichi di peperoncino; ottimi i gamberetti e i cetrioli cotti (7 $), buono il pesce, forse un branzino in salsa
piccante (steamed lemon Hamotton Fish, 7 $), il tutto accompagnato solito riso bianco ( 1 $ a scodella). I vermicelli
sono talmente roventi che resteremo condizionati per tutto il viaggio, chiedendo a tutti i camerieri dei ristoranti cibo
“no spicy”. Questa sera cambiamo birra, proviamo la Tiger (2 $ a bottiglia). Ci accompagna musica tradizionale
birmana, lui suona uno xilofono, lei un’arpa. Interessante, suggestivo, fa molto atmosfera esotica, ci piace. Dopo un
po’ ci sembra ripetitiva e noiosa, e ci isoliamo senza rammarico nella nostra conversazione.

Foto 13 - Tramonto da Mandalay Hill

21

UNA VOLTA, UNA COPPIA di vecchi afflitti dalla povertà si fermò a riposare fuori del villaggio, sotto un albero di
tamarindo. Disse il vecchio a sua moglie: “Mi sento così stanco per aver raccolto la legna. Come vorrei che fossimo ricchi!”.
“Non ti preoccupare, marito caro,” rispose la moglie “se avremo fortuna, ci capiterà di scoprire
un vaso pieno d’oro nascosto sotto terra”. Il vecchio rise, messo di buon umore dalla allegra risposta della moglie. Il nat che
stava nascosto in quell’albero di tamarindo sorprese quella conversazione e, trovandola simpatica, decise di far loro una
piacevole sorpresa.
Quella notte, a un certo punto, il vecchio svegliò la moglie. “Moglie cara,” disse tutto eccitato
“ho fatto uno strano sogno. Lo spirito di quell’albero di tamarindo mi è apparso e mi ha chiesto di tirar fuori un vaso pieno
d’oro sotterrato ai suoi piedi, tre passi a est.”
“Curioso,” rispose la moglie “ho fatto anch’io lo stesso sogno e quando tu mi hai chiamato,
stavo per svegliarti”.
“Be’, non dovremmo essere così sciocchi da eccitarci tanto” disse il marito. “Di certo il sogno
non vuol dire niente, è solo che ci siamo addormentati avendo in testa le nostre chiacchiere sull’oro”. Così si
riaddormentarono.
Se non che, alcuni ladri stavano passando vicino a quella casa e sorpresero quella
conversazione. Corsero subito all’albero di tamarindo e, scavando una buca tre passi a est dalla sua base trovarono un vaso
di terracotta. Tolsero il coperchio, accesero una luce e videro un gran serpente arrotolato dentro, profondamente
addormentato. Allora rimisero il coperchio e si sentirono pieni di rabbia verso quel vecchio.
Il capo dei ladri disse indignato: “L’unica spiegazione è che lui abbia trovato il vaso con dentro
il serpente e l’abbia di nuovo sotterrato. Poi, quando ha sentito i nostri passi, sapendo che eravamo lì a origliare, ha
raccontato una storia. Quel vecchiaccio bugiardo voleva proprio farci morire per i morsi del serpente. Faremo morire lui e
sua moglie al nostro posto”.
I ladri, dopo aver accuratamente fissato con una corda il coperchio del vaso, lo portarono alla
casa dei due vecchi. Sentendoli russare capirono che erano profondamente addormentati; allora scivolarono in casa e
lasciarono il vaso ai piedi del loro letto.
Quando fu mattina, la vecchia si svegliò e, vedendo il vaso, chiamò il marito tutta eccitata.
L’uomo slegò la corda, tolse il coperchio e scoprì che il vaso era pieno d’oro.
Così i due vecchi divennero ricchi e da allora in poi vissero nel lusso.
Fonte: MAUNG HTIN AUNG, Burmese Folk-Tales, Oxford University Press, London 1948, pp. 180-182
ripreso in “ Storie e leggende birmane” op.cit.

Dopo cena, nonostante l’avvertimento, usciamo con il fermo proposito di rientrare per le 21.30. Il personale
dell’albergo, facchini, uscieri e tassisti rincarano la dose, avvertendoci di stare attenti. Helene non è tranquilla, lo
sento, ma vuole uscire per forza, c’è un mercato notturno a pochi passi dal nostro albergo, vuole dare un’occhiata e
fare qualche foto col cellulare. Nella strada perpendicolare c’è una festa religiosa, andiamo a vedere. La strada è stata
chiusa al traffico, hanno disteso per terra degli enormi tappeti rossi dove la gente resta seduta o distesa, oppure
inginocchiata nei momenti di preghiera. È stato costruito, all’inizio della strada, un grande baldacchino, pieno di luci di
tutti i colori che si accendono a intermittenza, addobbi dorati o argentati, sotto il quale un monaco prega, canta,
predica. Usa un altoparlante, quindi la sua voce si sente fin da molto lontano, la sentiremo anche dalla nostra camera
e farà da sottofondo ai nostri tentativi di addormentarsi fino alle 22.30. La maggior parte dei fedeli sono donne, molti i
bambini, qualche uomo. Tutti hanno dei cappelli o dei copricapo tradizionali. Helene non vuole rimanere a lungo,
molti ci fissano, siamo elementi discordanti e poi camminiamo tra loro con le scarpe, è proibito, loro sono tutti scalzi.
Ci allontaniamo per andare verso il mercato, nella speranza che sia ancora aperto. Purtroppo le bancarelle stanno
chiudendo, c’è cattivo odore in giro, molta sporcizia, buio spesso e profondo in alcuni punti, ancora molto traffico.
Non ci sentiamo assolutamente a nostro agio e decidiamo di ritornare velocemente in albergo.

22

Statue e immagini del Buddha e struttura dei templi, a una
prima superficiale occhiata, possono sembrare molto simili, ma non è
assolutamente vero. Rispondono a alcuni canoni di rappresentazione e
architettura molto rigidi, ma ricchi di importanti variazioni. Per
apprezzare i canoni strutturali e le loro variazioni occorre
concentrare la propria osservazione su una serie, molto ampia e
variegata, di elementi.
Per il Buddha, le varie posizioni, in piedi, seduto, disteso.
Gli occhi. Lo sguardo, la bocca e il sorriso. Se lo guardi da
lontano sorride, se lo guardi da sotto sembra arrabbiato. Le mani e
le varie posizioni delle braccia. Le unghie dei piedi e delle mani.
I colori, il rosa, l’ocra e l’oro.
Per i templi, le varie strutture geometriche, quadrate o
ottagonali. La forma a campana o a bulbo, con le guglie dorate che
possono avere diamanti incastonati o centinaia di campanelline. Le
pagode sono disseminate di offerte in denaro dei fedeli, raccolte
in trasparenti teche; oppure offerte in cibo e frutta, sistemate nei
vassoi. Le bacchette di incenso. L’acqua nei caratteristici orci.
Le campane e rintocchi con il batacchio di legno. I gòng con
qualcuno sempre disposto a percuoterlo con regolare cadenza.
I
bianchi ombrelli di stoffa di tutte le dimensioni e altezze. I fiori
di tutti i tipi raccolti nei vasi. Le ghirlande di gelsomino e i
festoni colorati e scintillanti. L’inchino con le mani giunte e la
prostrazione a terra sui tappeti. La genuflessione di fronte alle
gigantesche statue del Buddha.

23

4
LA MEGALOMANIA DEL RE BODAWPAYA
(Secondo giorno a Mandalay, 20-12-2015)

Sveglia alle 6.30, perché l’appuntamento con la guida è per le 7.30 e vogliamo fare la nostra consueta
abbondante colazione al Gold Yadanar Hotel, una variegata scelta di salato di cucina cinese, con pollo, verdure,
manzo, spaghetti, noodles, riso, oltre all’ampio settore dolce. La macchina viene a prenderci e ci dirigiamo verso il
fiume. All’uscita di Mandalay dobbiamo pagare un pedaggio, così naturalmente all’entrata. Raramente viene
consegnata una ricevuta, quindi mi chiedo che fine faranno quei soldi che il nostro autista paga e che fanno parte del
costo del viaggio a nostro carico. Finiscono nelle tasche dei generali? Il pedaggio è dovuto perché all’interno dell’auto
ci sono due stranieri come noi, una specie di tassa di soggiorno.
Foto 14 - Riva dell'Irrawaddy, Mandalay

Foto 15 - Mingun, stazione dei taxi

Arriviamo all’imbarcadero, praticamente un punto dove l’argine, piuttosto scosceso del fiume Ayeyarwady,
presenta una rudimentale scalinata in legno, fangosa e scivolosa, che Helene percorre con molta circospezione.
Veniamo accolti da alcuni maiali che grufolano nel fango e non capisco perché siano qui. A fianco della nostra barca ci
sono altre barche che hanno trasportato rena dal fiume, dentro grossi sacchi. Ogni sacco viene scaricato sulla testa di
una bambina che lo trasporta per pochi metri sulla ripida salita dell’argine, per poi depositarlo sulla testa di un’altra
bambina che fa altri pochi metri, e così una lunga catena fino ad arrivare in cima all’argine, sulla strada, dove tutti i
sacchi vengono caricati su un camion e portati via. Il fango del fiume è ovunque, nei corpi e nelle vesti logore dei
bambini lavoratori. Ancora il sole non ha fatto la sua apparizione, chissà da quanto tempo questi bambini sono qui a
sgobbare, per una misera paga.
Saliamo sulla barca per mezzo di una semplice asse messa tra la riva e il ponte della barca. Helene ha paura di
cadere nel fiume e avanza con molta lentezza. Noto il terrore nel suo sguardo. Partiamo alla volta del villaggio di
Mingun alle 8.30. Abbiamo modo di vedere e fotografare il sorgere del sole lungo il fiume Ayeyarwady, le barche, le
casupole di legno e bambù, qualche barcone più lussuoso sede di ristoranti, molte attività lavorative lungo il fiume,
cave, depositi di materiali. Durante la navigazione incontriamo numerose chiatte, praticamente degli zatteroni, lunghe
almeno una cinquantina di metri e larghe circa 10, fatte con tronchi di bambù legati tra loro. Sopra una tenda e uno o
due motorini. Sono i tagliatori e venditori di bambù che percorrono tutto il fiume per vendere in città i loro tronchi.
Vivono quasi sempre sul fiume, sopra queste zatterone.
24

Foto 16 - Renaioli al lavoro, Irrawaddy, Mandalay

La giornata è fredda, Helene è tutta intabarrata e Maw, protetta soltanto da uno scialle di lana, trema come
una foglia. Grigiore e foschia, acqua limacciosa, pesante di terra, contorni di tutto sfumati nella nebbia mattutina,
comprese le pagode che emergono soltanto con le loro punte dorate. Il cielo uniformemente grigio e il freddo non mi
mettono di buon umore e non mi viene voglia di fare foto. La barca è riservata solo a noi, ormai siamo abituati a
viaggiare da soli con la nostra guida. Due uomini di equipaggio, il comandante e un marinaio, ci offrono il benvenuto
con del tè cinese. Poco dopo, il marinaio ricompare con quattro album di splendide foto della Birmania, Helene è
interessata all’acquisto, lui chiede 15.000 kiats ad album, io ne offro 50.000 (€ 35,00) e lui accetta di corsa. Ci
rendiamo conto di aver speso un po’ troppo, quei renaioli visti prima forse ci mettono mesi per guadagnare stessa
cifra, ma le foto, fatte da fotografi birmani di un certo livello, sono stupende. Quando il sole è un po’ più alto e ci ha
riscaldato, il marinaio ci propone una colazione di ciambelle fritte di fagioli, bananine e caffè. La Coca Cola si paga e
visto che già abbiamo dato, decidiamo di bere solo caffè.
Foto 17 - Mingun , venditore di cappelli

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Foto 18- Panorama dalla Mingun Paya

Arriviamo a Mingun. È un piccolo villaggio famoso per la più grande campana del mondo, pesante una
novantina di tonnellate, che fedeli e turisti possono suonare, percuotendola con un grosso batacchio di legno. Siamo
accolti, a pochi metri dall’argine del fiume dove siamo sbarcati, da un nutrito gruppo di “taxi”. Si tratta di carri in
legno, con bellissime capote di bambù intrecciato, trainate da coppie di buoi, guidati da autisti con larghi cappelli di
bambù, che indossano anche se oggi il sole non ha il coraggio di farsi vedere. Più avanti comincia l’ immancabile serie
di negozietti ambulanti, ma i venditori non ti asfissiano, anzi sono talmente ospitali e sorridenti, disposti a farsi
fotografare anche con i loro piccoli in braccio, che Helene familiarizza subito e commossa, cade nel loro astuto trucco
e cede alla tentazione dell’acquisto, mentre io scatto fotografie in quantità.
Mingun significa “il posto per il riposo del re” che qui sostava mentre era in costruzione la pagoda e i due
grandi leoni in pietra, lavori iniziati nel 1790, andati avanti per decenni. Sarebbe dovuta diventare la pagoda più
grande del mondo se il re Bodawpaya non fosse morto nel 1819. È rimasta l’enorme struttura in mattoni, un quadrato
largo 72 metri. L’altezza della terrazza inferiore raggiunge i 140 metri e le guide dicono che sia la più alta pila di
mattoni della terra. La salita in cima alla pagoda è d’obbligo anche se Maw pare tema lo sforzo, siamo scalzi e i gradini
sono ripidi, sconnessi e sporchi di polvere e detriti. Arrivare sulla terrazza superiore e godere di tutto il panorama della
piana di Mandalay è esperienza unica e assolutamente da gustare. Come tutti i turisti arrivati fin quassù piantiamo le
nostre bandierine sulla cima sotto forma di pose strane e buffe per le foto di rito. Helene è affascinata dalla vista della
sterminata pianura, anche se immersa nella foschia mattutina. Il contrasto tra l’azzurro metallico del fiume
Ayeyarwady e il verde cupo della fitta vegetazione tropicale è stupendo, soprattutto nei punti in cui, dalla fitta
boscaglia, emerge lo scintillio delle punte dorate delle pagode e delle loro bianchissime strutture.
Anche la discesa presenta diverse difficoltà per la forte pendenza della scalinata e, adesso, anche per il
maggior affollamento di turisti che creano code e blocchi. Quando siamo costretti a restare fermi per far passare i
gruppi, l’occhio cade su migliaia di bastoncini di incenso che i fedeli birmani hanno incastrato per devozione nella
montagna di mattoni che forma la struttura della pagoda.
Foto 19 - Bastoncini di incenso sulla Mingun Paya

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Foto 20 - Mingun

Una volta tornati a terra proseguiamo la passeggiata,
passando dall’immancabile mercatino, per arrivare alla
Mingun Bell, la più grande campana del mondo, fatta
costruire dal megalomane re Bodawpaya con circa 90
tonnellate di bronzo. È sospesa da terra di mezzo metro e
piegandosi si può entrare dentro, cosa che Helene fa
immediatamente. All’interno incontra almeno una dozzina di
turisti che scattano foto in tutta comodità, tanto per rendersi
conto della grandezza (diametro 5 metri, altezza 4 metri, un
miniappartamento in pratica). È anche perfettamente
funzionante, infatti Helene, una volta uscita, prende il grosso batacchio in legno e la colpisce più volte, per il piacere
acustico di coloro che sono rimasti all’interno.
La visita di Mingun prevede anche la bellissima Mya Thein Tan Paya che ci accoglie con il suo bianco
abbagliante. Costruita dal re Bagyidaw nel 1816, tre anni prima di salire al trono, in onore della moglie preferita, la
principessa Hsinbyume. Le sette terrazze intorno alla pagoda rappresentano le sette catene montuose intorno al
Monte Meru, la montagna sacra per il Buddhismo. Gravemente danneggiata nel 1838 da un terremoto, il re Mindon la
restaurò nel 1874.
Prendiamo un horsekart per tornare all’imbarcadero dove ci attende la nostra barca. Breve ma piacevole
passeggiata sul carretto, tra le polverose larghe strade di Mingun, anche se le innumerevoli buche e il duro legno del
piano del carro dove siamo accovacciati, ci sconnettono tutte le ossa della schiena. Riprendiamo la barca per
proseguire fino alla città di Sagaing, dove ci attenderà il nostro autista con l’auto.

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Foto 21 - Mya Thein Tan Paya

Foto 22 - Pon Nya Shin Paya

Lungo il fiume ammiriamo le coste circostanti fitte di vegetazione e di innumerevoli piccole pagode,
monasteri e abitazioni. È un paesaggio unico al mondo, la cifra stilistica del paesaggio birmano. Siamo incantati,
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perché scorre davanti a noi, come in un film. Finalmente il sole è piantato in cielo con orgoglio e ha dato forte
brillantezza a tutti i colori. Siamo al limite della commozione per questo paesaggio di natura e di costruzioni umane.
Sagain infatti significa “alberi che incombono sul fiume”, è città spirituale nella quale abitano più di 6000 monaci e i
birmani la utilizzano come rifugio spirituale dallo stress e dalle sofferenze della vita. Il fiume è anche frenetico
brulicare umano, sia per le svariate attività lavorative, sia per le mansioni domestiche (numerosi birmani si immergono
per lavarsi , le donne vengono a lavare i panni, i bambini restano immersi a giocare praticamente tutto il giorno)
Dopo lo sbarco, la prima visita è alla Umin Thounzeh (trenta grotte), un porticato a forma di luna crescente
circondato da colonne con 30 porte e all’interno 45 Buddha, che rappresentano il periodo tra il momento
dell’illuminazione iniziale e il raggiungimento del nirvana. Cominciamo a salire la collinetta per arrivare alla Soon U
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Ponya Shin Paya situata sulla cima. Soon U significa “prima colazione”: la leggenda narra che nella vita anteriore del
Buddha, la prima colazione fosse offerta dagli spiriti. Il grande Buddha centrale ha accanto un enorme coniglio in
bronzo, attualmente utilizzato per raccogliere le elemosine. Le pareti della pagoda sono ricoperte da numerosi dipinti
con le storie della vita del Buddha, con cui i birmani insegnano il buddhismo ai loro bambini. Lo stupa centrale,
costruito nel 1312, interamente ricoperto d’oro, è alto 29 m. ed è stupendo.

Foto 23 - Umin Thounzeht
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La leggenda vuole che la struttura fosse magicamente apparsa durante la notte, costruita da Ponya, il fedele ministro del re, in un turbine di
attività sovrumana ispirato da una magica reliquia del Buddha che aveva scoperto in una scatola di noce di betel. Il mito fantasiosamente sostiene
che lo stesso Ponya fosse di magica discendenza, poiché il padre era “volato”a Sagaing dalle montagne dell’Himalaya migliaia di anni prima,
giungendo a una curiosa comunità composta dal Buddha, sette eremiti e un orango con un fiore. La genealogia birmana non annoia mai. (Myanmar,
Loney Planet, Edizione 2012, pag. 248)

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Mentre discendiamo, tra scalinate e terrazze piastrellate con motivi geometrici a tenui colori pastello, senza
un filo di polvere e con la ceramica perfettamente lucidata che risplende al sole, incontriamo una monaca americana
che, “intervistata” da Helene, ci racconta la sua storia. Professoressa in un’università degli USA, a seguito di un viaggio
in Birmania, fatto per approfondire il suo desiderio di meditazione, venne colpita da una sorta di illuminazione al
punto da decidere che il destino della sua vita non sarebbe potuto essere altro che lasciare la carriera universitaria in
America e dedicarsi alla vita monastica in Birmania. Ogni tanto rientra negli Sati Uniti per ritrovare parenti ed amici,
non smette i suoi abiti da monaca, i suoi familiari l’hanno accettata così com’è, adesso sostiene di aver trovato la pace
e la serenità della vita.
Riprendiamo l’auto e arriviamo alla città di Amarapura che significa “città immortale”, una volta fiorente per
le tessiture. Ancora oggi vi sono numerose fabbriche di tessuti, ne visitiamo una. La visita successiva è al Monastero di
Maha Ganayon , fondato nel 1914, famoso per la rigidità dell’insegnamento. All’interno, più di 800 monaci,
provenienti da tutta la Birmania, studiano le sacre scritture. Superati i rigidissimi esami, vengono inviati ai loro villaggi
o città, e possono a loro volta fare gli insegnanti nei monasteri, come docenti non solo esperti di sacra scrittura e
storia del Buddha, ma anche come specialisti di etica e di comportamento.
Discendendo in auto da Sagaing Hill su una strada tortuosa e polverosa, notiamo mura ricoperte per
chilometri di centinaia di lapidi, nelle quali sono incisi i nomi e le offerte dei donatori che hanno sovvenzionato la
costruzione, il restauro e il mantenimento del monastero. Una quantità di denaro enorme, finita tra le mura del
complesso monastico. Sedute sul bordo della strada, inondate da nuvole di polvere a ogni passaggio di auto, delle
povere donne, ridotte in miseria, chiedono l’elemosina. Lo fanno in un modo incomprensibile per noi, gettando verso
l’auto in arrivo un pezzo di stoffa, una coperta, un asciugamano, forse per richiamare l’attenzione del guidatore,
quindi si alzano e tendono la mano per chiedere il denaro. Sostengono la stoffa con le braccia a formare una specie di
cesto, forse per raccogliere al volo l’offerta che dovesse essere loro lanciata dall’auto in corsa. Non credo che molte
auto si fermino, ma la polvere che respirano quella è assicurata ad ogni passaggio di auto.
Al tramonto andiamo a fare due passi sul ponte U Bein che dicono essere il ponte pedonale in teak più lungo
del mondo. Si trova sul lago Taung Thaman, subito prima di entrare in città a Mandalay. Siamo in compagnia di molti
adolescenti e giovani: la passeggiata al tramonto sul ponte è il massimo del romanticismo e, in effetti, è molto
suggestiva, anche se l’affollamento ne riduce il fascino. Le coppie non sono numerose, svariati gruppi di ragazzi e
ragazze fanno lo struscio per tutti i 1,2 km. di lunghezza del ponte. Nel sottostante poco profondo lago, molte barche
coloratissime portano i turisti in giro. Qualche pescatore, immerso fino alla vita, lancia la propria rete. Sotto il ponte,
sulle rive del lago, molti bar, tavoli e sedie di plastica sudicia, sotto grandi ombrelli fatti con foglie di palma, pieni di
avventori che si godono il tramonto e l’aria fresca. Ogni tanto si vede passare un contadino a piedi o su un carro
trainato da una coppia di buoi. Quando il disco rosso del sole tocca il basso orizzonte sul lago, si alzano centinaia di
cellulari per la foto ricordo del mitico tramonto. Dopo pochi minuti dalla scomparsa del sole, l’aria si raffredda in pochi
istanti, il buio comincia a avvolgere ogni cosa, ma non diminuisce l’allegria dei ragazzi, anzi pare che la frenesia
aumenti, forse l’eccitazione è portata dall’aria notturna. Si accendono le luci delle bancarelle, si vedono fumare le
pentole con il mangiare messo a cuocere sulle griglie o sui fornelli, si percepiscono gli odori dei fritti e degli arrosti.

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Foto 24 (1-2-3) - Barche sul lago Thaung Thaman dall’U Bein Bridge

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Ancora un paio d’ore di fregola per i ragazzi presenti, ma non per noi che decidiamo di tornare in albergo per
la solita strada super trafficata, piena zeppa di motorini e col pedaggio da pagare. A cena andiamo in un ristorante
indicatoci dalla nostra guida, vicino all’albergo. Cucina cinese, costo irrisorio, tavolacci in plastica sudicia, quasi sulla
strada, pavimento sconnesso, con varie buche, in una delle quali Helene infila una gamba della sedia, finendo in terra.
Accorrono in soccorso i camerieri che la sollevano, tra le mie risate, dato che non si è fatta male. Ogni tanto arrivano
in visita cani randagi, il nostro atteggiamento è di assoluta indifferenza e quindi ci lasciano in pace. Prendiamo un paio
di birre, a differenza della maggior parte degli altri avventori che di birre se ne fanno portare addirittura una cassa
intera. Helene trova in un tappo della sua birra Myanmar un premio di 200 kiats, possiamo andare a incassarli quando
vogliamo e in qualsiasi locale. Vicino ai tavoli le sputacchiere per il betel. Un posticino rustico, caratteristico, modesto,
ma con un grande e moderno schermo televisivo, dove trasmettono una partita della Juventus. A me, tifoso della
Fiorentina, cosa mi è toccato vedere in Birmania !

Foto 25 - Tramonto sul Thaung Thaman lake

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“UAN DOLLÀR, UAN DOLLÀR !”
(Terzo giorno a Mandalay, 21-12-2015)

Anche oggi levataccia, per prendere una barca, a
noi riservata, che ci porterà in escursione a Inwa, sulle rive
dell’Irrawaddy, tranquillo villaggio, in una zona di
sterminati campi di riso, di banane, di barbabietole da

Foto 26 - Barcaiolo sull'Irrawaddy

zucchero, costellati da stupa e monasteri, nel tipico
affascinante paesaggio birmano. Il modo più suggestivo
e molto utilizzato di visita è a bordo di uno sgangherato
ma efficiente e colorato horsekart, trainato da un
povero magro ronzino, guidato da un altrettanto magro
birmano. Le strade sono rigorosamente sterrate e
polverose, ma da queste parti passano solo motorini e
qualche autocarro, le buche carezzano la spina dorsale.
Foto 27 - Guidatore di horsekart
Appena scesi dalla barca ci abbordano due
giovanotti con tutta la loro mercanzia. Riusciamo a
svicolare con destrezza dalla loro morsa, saltando sull’horsekart, ma i due baldi giovinastri si affiancano con le loro
biciclette e, pedalando come forsennati, non ci mollano di un metro. Il nostro ronzino, non certo un purosangue da
gran premio, non riesce a distanziarli, loro ci seguono instancabili per diversi chilometri fino a Inwa, nonostante
abbiano nelle loro sacche una gran quantità di oggetti molto pesanti in pietra, giada e bronzo. Se mi volto indietro e
incrocio i loro sguardi, scattano le labbra in larghi sorrisi e mostrano le mani con qualche oggetto. Forse meditano di
fare una vendita al volo, mentre l’horsekart corre lungo la strada, sollevando la polvere che finisce addosso ai due
disgraziati. Imperterriti continuano a pedalare, a offrirci la loro mercanzia, a indicarmi le pagode affinché possa fare le
mie foto. Quando il calesse arriva a destinazione e scendiamo ci circondano, hanno il fiatone ma sono ben determinati
a non lasciarci andare via. Premiamo il loro sacrificio, comprando due collanine e due braccialetti per la stratosferica
cifra di 25.000 kiats.

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La prima visita è al Bagaya
Kyaung, un monastero in legno di
teak, sorretto da 267 tronchi il più
grande dei quali misura 18 m. di
altezza e 2,7 di circonferenza. A
Helene piace da matti abbracciarli e
farsi fotografare. L’interno è buio con
alcune sciabolate di sole che filtrano
dalle finestre socchiuse. In uno di
questi coni di luce troviamo un
monaco che si riscalda al sole,
l’immagine è stupenda. L’interno è
silenzioso, anche se percorso da
molti turisti, si respira, come in tutta
la Birmania, un’autentica spiritualità.
Gli intarsi sono bellissimi, con motivi
ripetuti che raffigurano fiori di loto,
pavoni,
figure
geometriche.
Incredibilmente belle le grandi cornici
intarsiate, con motivi decorativi
religiosi, che circondano le porte e le
finestre, sia quelle esterne che quelle
interne.
Riprendiamo
il
nostro
calesse e continuiamo questo
stupendo giro in mezzo alla silenziosa
campagna birmana, incontrando ogni
tanto zedi dorate la cui sommità
sovrasta
bianchissime
pagode.
Foto 28 - Bagaya Kyaung
Costeggiamo risaie e piantagioni di
banano, accompagnati dalla colonna sonora dello scalpiccio degli zoccoli del nostro destriero, e giungiamo alla Yadana
Hseemee Paya, piccolo sito in mattoni con alcune antichissime stupa e un Buddha, ombreggiato da un enorme
secolare albero. All’interno un pittore accovacciato davanti all’esposizione dei suoi numerosi dipinti in vendita e un
bambino, con un costumino coloratissimo, che tenta di venderci qualcosa per
tutto il tempo che siamo rimasti all’interno del complesso.
Risaliti in calesse, proseguiamo il nostro cammino tra sterminati campi di
banani. In alcuni punti la strada si fa stretta e passa proprio in mezzo alle piante di
banano, purtroppo senza frutti. In altre si trotta tra le risaie. I contadini dividono
la risaia in vari settori con sentieri e dighe, fatte da tronchi e fasciame secco.
Piantano il riso in un settore e successivamente lo allagano. Dopo la raccolta il
settore deve essere prosciugato, per la nuova semina e questo si fa manualmente,
con una specie di draga, praticamente un cucchiaione che scorre su un cavo,
raccoglie l’acqua dal settore da prosciugare e la getta, al di là della diga, nel
contiguo settore da allagare. È un movimento avanti e indietro da ripetere con la
forza delle braccia migliaia di volte. Per risaie di diversi ettari ho visto lavorarci un
singolo contadino.
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Foto 29 – Piccolo venditore alla
Yadana Hseemee Paya

Foto 30 - Risaie e pagode nella campagna di Inwa

Arriviamo al Me Nu Oak Kyaung, costruito nel 1822 in mattoni e stucco col ocra, con intricate sculture,
contrariamente all’usanza dell’epoca di costruirli in legno. Per questo ha resistito fino a oggi, sconfiggendo gli incendi
e le intemperie; la struttura è scolorita e dissestata, ma proprio per questo ha un suo particolare fascino. Come nella
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maggior parte dei templi birmani, grandi e maestose chinthe sorvegliano l’ingresso e introducono all’interno, il
quale ripara diverse statue e immagini del Buddha. Il monastero raccoglie una grande varietà di stupa in calce bianca o
in mattoni, tutti sormontati da imponenti hti, alcuni ricoperti d’oro. Giungiamo qui nella calura opprimente del
mezzodì, ma vale la pena salire le scale che sormontano le varie terrazze e arrivare fino in cima, sotto la guglia dorata
della stupa principale, per ammirare il panorama, dopo essersi soffermati a studiare le intricate sculture e gli stucchi
molto elaborati che si trovano un po’dappertutto.
Riprendiamo il viaggio con il nostro horsekart. Lungo la strada, in questa campagna a qualche km da
Mandalay, si possono ammirare diversi mestieri, oltre al contadino nella risaia. I fiumi da queste parti sono ricchi
d’oro, quindi troviamo spesso i cercatori d’oro. Dozzine di uomini, ma anche qualche donna, setacciano rena e sassi
alla ricerca delle pepite, ammucchiano grosse quantità di detriti ai bordi della strada, forse per essere utilizzati in
seguito nell’edilizia. I carbonai, creano dei pezzi di carbone a forma di disco del diametro di circa 30 cm. con dei fori
all’interno per facilitare la combustione. Una volta cotti allineano i dischi sulla strada, davanti alla propria fornace, in
attesa dei compratori. I benzinai vendono benzina solo per le moto, contenuta dentro le bottiglie di plastica dell’acqua
minerale ed esposte su uno scaffale a bordo strada. Di solito, se ne stanno distesi su sdraio a aspettare il cliente,
all’ombra di grandi alberi. A volte è presente l’ “autogrill”, un carretto carico di bibite e snack.
In questi dintorni di Mandalay si trovano una gran quantità di bottegucce con prodotti alimentari di ogni
genere; negozi che vendono abbigliamento, di provenienza sicuramente cinese, thailandese o indiana; carretti e
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Divinità guardiana per metà leone e metà grifone.

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venditori ambulanti per ogni tipo di merce di provenienza locale,
come le stuoie di bambù che i birmani delle campagne usano
per dormire (in città si usa il materasso). Le stuoie sono di due
dimensioni: per single e matrimoniali. Entriamo in una casalaboratorio di ciotole di legno di bambù smaltato. Un’intera
famiglia vi lavora, compreso un bimbo di tre anni che tiene
stretta tra le sue manine una ciotola e ce la mostra silenzioso e
impassibile. Il resto della famiglia è composto da un boss sui 40
anni che ci accoglie con squisita ospitalità, un paio di anziani che
continuano a lavorare in silenzio, accovacciati per terra, sopra le
loro ciotole, senza degnarci della minima attenzione; alcune
donne che ci spiegano i processi di lavorazione e ci mostrano i
prodotti. Helene, naturalmente, ha fatto la sua parte di brava
turista occidentale, acquistando una bella ciotola smaltata di
nero.
Quello dello shopping imposto dai venditori ambulanti
è un problema esistente anche in Birmania, seppur a livelli moto
meno fastidiosi dei paesi arabi. I bambini ti seguono con la loro cantilena continua “uan dollàr, uan dollàr”, ma dopo
qualche decina di metri, se resti impassibile, mollano la presa; il problema è che i bambini lasciano troppo presto la
scuola per fare i venditori di souvenir ai turisti; i giovani maschi sono più aggressivi e determinati, anche perché il
guadagno è facile e senza particolari fatiche, considerato soprattutto il fatto che l’alternativa potrebbe essere il duro
lavoro nei campi. Al ritorno, all’imbarcadero sul fiume, prima di saltare sulla nostra barca, una ragazza, non meno
insistente e determinata, vende una pipa in rame e terracotta intarsiato a Helene, mentre io fotografo due fanciulle
molto carine, pulite e ben vestite, una rarità nelle campagne, che preparano alcune collanine. Una delle due ha sulle
guance una foglia disegnata con il thanahka, un disegno finissimo e molto ben fatto. Acconsente a farsi fotografare, la
ritraggo con uno splendido orgoglioso sorriso. La madre della ragazza è quella che ha venduto la pipa a Helene.
Insieme a un’altra donna sono sulla riva del fiume, sedute
su un piccolo pontile di legno, a lavare i panni, in un punto
dove l’acqua è miracolosamente quasi limpida. Usano del
detersivo in polvere che cospargono in abbondanza sui
vestiti da lavare, strofinano e schiumano energeticamente
con una grossa spazzola, per poi risciacquare tutto
nell’acqua del fiume. Non oso chiedere di fare foto (in
realtà ne ho fatta una di nascosto) perché le donne sono
seminude; poi capisco il perché : dopo il bucato, si
insaponano e si tuffano nel fiume per fare il bagno.
Prima di salire di nuovo in barca, aspettiamo che
alcune donne abbiamo scaricato un gran numero di sacchi
di riso e un uomo sia salito sulla barca, non senza difficoltà
con il proprio motorino, e ritorniamo verso Mandalay. Ci
attende il nostro autista per portarci al ristorante, la lunga
passeggiata in calesse ci ha messo appetito. Pranzo all’
Unique Myanmar Restaurant, per 21.500 kiats mangiamo
zuppa di vegetables, pollo al curry e il classico Myanmar
Set, vale a dire mix di cucina birmana piccante con carne e
verdure, solita birra e riso bianco.
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Foto 31 e 32 - Yadana Hseemee Paya

Prima di rientrare in albergo ci tocca la visita di un’altra “fabbrica”. Ieri quella dei tessuti, oggi quella del
legno. Queste visite entusiasmano Helene, che acquista sempre qualcosa, ma lasciano perplesso me, sento puzza di
tarocco, non certo ai livelli della Cina quando visitai uno di questi laboratori dove le operaie ai telai erano delle
“attrici” che smisero di lavorare appena noi turisti lasciammo la fabbrica e entrammo nello showroom. Questi
artigiani del legno, che comunque fotografo da ogni punto di vista, se ne stanno chini con la massima concentrazione
sui loro modellini, già del tutto ultimati, a ritoccare con qualche utensile dei piccoli particolari. Nell’attiguo magazzino
troviamo una tale quantità di prodotti finiti, che quei pochi operai che abbiamo visto non avrebbero potuto produrre
nemmeno se avessero lavorato giorno e notte tutta la vita. Altra caratteristica interessante : nonostante queste
fabbriche siano l’esaltazione della produzione locale, non altrettanta fortuna ottiene la moneta locale, qui vogliono bei
dollaroni, in perfette condizioni di salute. Tutti i prezzi sono esposti in $ , le carte di credito sono ben accette ma devi
pagare un 3% in più di commissione.

Foto 33 - Me Nu Oak Kyaung

Il turno di Maw e dell’autista è terminato, ci salutano e se ne vanno; dato che è metà pomeriggio e che
abbiamo del tempo libero, facciamo una passeggiata nei dintorni dell’albergo. Esperienza che dura poco più di un ora,
Helene vuole rientrare in albergo, impaurita dal traffico caotico, disgustata da nauseabondi odori provenienti dalle
fogne a cielo aperto, frastornata dai rumori dei clacson che suonano in continuazione. Le strade sono a più corsie,
intasate da macchine, camion e autobus, e una gran quantità di motorini che trasportano persone e merci, intere
famiglie anche di 4 persone, genitori e due figli in un unico motorino. C’è l’obbligo del casco, ma la maggior parte non
se lo può permettere. In tanti fanno i tassisti con il motorino, credo senza alcuna licenza e abbordano i turisti per
strada, molti con i calessi motorizzati. La circolazione è caotica e senza regole, grazie alla scarsa presenza di polizia
urbana. I motorini tagliano continuamente la strada in tutte le direzioni, sbucando all’improvviso da strade laterali.
Mamme con bimbi piccoli, vanno contromano in mezzo alle macchine, che sfrecciano da tutte le parti, cambiando
continuamente di corsia per guadagnare pochi metri, come fa tranquillamente il nostro autista. Le donne quando
siedono nel sellino posteriormente tengono le gambe da una sola parte, anche perché con il longyi è impossibile
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divaricarle. Se invece sono sole indossano pantaloni. I motorini sono talmente numerosi che in alcune strade sono
parcheggiati in terza o quarta fila e mi chiedo quello che lo ha parcheggiato nella prima fila come fa a uscire.
La passeggiata, oltre alla pericolosità di attraversare la strada perché non esistono passaggi pedonali (e se
anche esistessero il pedone è l’ultimo che ha la precedenza) è funestata dall’odore nauseabondo che a folate ci
aggredisce. Sotto i marciapiedi scorrono le fogne. I marciapiedi non sono altro che lastre separate messe una vicino
all’altra sopra la fogna. Spesso sono sconnesse o mancanti, quindi è pericoloso camminare, specialmente se va via la
luce e resti al buio, puoi finire dentro un tombino. Nelle strade prive di marciapiede non ci sono fogne, ma la puzza è
ancora più intensa perché ci sono mucchi di spazzatura un po’ ovunque. E dire che ho visto numerosissime donne
spazzino, con le loro divise verdi, spazzare le strade, anche quelle sterrate, anche di notte. Le bancarelle, i mercati, i
negozi sono talmente tanti e grandi produttori di rifiuti che non è facile rimuoverli tutti.
Entriamo, per ripararsi dall’inquinamento acustico e atmosferico, in un moderno outlet, attirati dai cartelloni
pubblicitari che lo esaltano come grandioso, esteso su 7 piani. In realtà, soltanto il secondo piano è terminato e
allestito con tutti i negozi, mentre tutti gli altri sono al grezzo, ancora con i cantieri aperti. Lo scopriamo per sbaglio,
uscendo con l’ascensore all’ultimo piano, dove c’è una scuola. Vediamo molti studenti, con i loro libri sottobraccio,
camminare in mezzo ai laterizi, ai sacchi di cemento e alle cataste di mattoni. Nell’outlet del secondo piano ci sono
molti negozi di abbigliamento, marche italiane, scarpe sportive, abiti cinesi a pochissimo prezzo. Qualche gioielleria
con prodotti in giada, una gioielleria
thailandese con oro e diamanti. Chiediamo
IL BUDDHISMO THERAVADA (diffuso anche in Cambogia,
il prezzo di un paio di orecchini in oro e
Laos, Sri Lanka e Thailandia) differisce da religioni come
l’induismo, l’ebraismo, l’islam e il cristianesimo perché non si basa
diamanti, la commessa premette subito che
sull’adorazione di una o più divinità, ma è piuttosto un sistema
si tratta di merce autentica, poi prende una
psico-filosofico. Oggi questa definizione raccoglie una gran varietà
calcolatrice, picchia un po’ sui tasti e ci
di interpretazioni del credo fondamentale, che prendono tutte le mosse
mostra la cifra: 530 $. Tra le boutique e le
dall’illuminazione di Siddharta Gautama. La scuola theravada
gioiellerie, anche un negozio microscopico
sostiene che il raggiungimento del nibbana (nirvana) richiede
che vende macchinette per contare i soldi.
l’impegno dell’individuo, mentre secondo la scuola mahayana gli
Negozi e corridoi sono quasi deserti,
individui devono attendere che tutta l’umanità sia pronta per la
soltanto noi come stranieri, più che altro
salvezza. La dottrina mahayana non rifiuta l’altra scuola, ma
giovani ragazze. Le numerose commesse,
sostiene di averla estesa. Da parte loro i buddhisti theravada
carine, ben vestite e perfettamente
considerano l’altra versione come un’errata interpretazione degli
truccate, ma inoperose. Acquistiamo per
originali
del Buddha.
estrema
sintesiinsicontanti,
potrebbe la
24.900 Kiats una maglietta con sul davanti un insegnamenti
orso che va su
un monociclo.
DopoInche
ho pagato
dire
che
il
buddhismo
theravada
è
più
austero
e
ascetico
e,
commessa prima scrive prezzo e numero dell’articolo a penna su un registro, poi ripete l’operazione su una secondo
tastiera di
alcuni,
più
difficile
da
mettere
in
pratica
rispetto
alla
versione
un pc e infine batte lo scontrino alla cassa. Partita doppia? Ho dato 25,000 kiats, nello scontrino c’è segnato il resto di
(LP, 371)
10 cent., ma in Birmania non esistono i centesimimahayana
di Kiats, perché
allora il prezzo non è intero?
Usciamo dall’outlet e decidiamo di correre in albergo, perché adesso, a tutti i frastuoni e i cattivi odori di
fogna e smog, si sono aggiunti quelli delle fritture e delle zuppe dei ristoranti. Non sono ancora le 19.00 ma in
Birmania si cena presto. In albergo, dato che non abbiamo ancora fame, mi metto al pc per scaricare un po’ di mail
dalla mia posta, collegarmi con la mia libreria online, leggere un po’ di Repubblica. È lunedì, il quotidiano tratta più che
altro di calcio, nel campionato la Fiorentina ha battuto il Chievo ed è seconda in classifica, a 1 punto dall’Inter che è
prima. Sono felice e desidero vedere i goal di Kalinic su youtube, ma la connessione è lentissima, dopo un po’ mi passa
la voglia e raggiungo Helene in camera, che nel frattempo ha sistemato le valigie perché domani lasciamo questo
albergo. Partiremo alle 6 di mattina, rendez-vous in hall alle 5.45 con Maw, quindi forse è meglio andare a dormire.
Non ho ancora sonno, mi collego per messaggiare con le mie figlie e alcuni amici su whatsapp. Non riesco a prendere
sonno, mentre Helene è già crollata e dorme della grossa, la stanza è troppo calda, nonostante l’aria condizionata
accesa al massimo da ore, troppo rumorosa per il sottofondo continuo del traffico, gli acuti stridori dei clacson, i
rombo delle moto. Dalle 20.00 inoltre la festa religiosa della strada accanto ha ripreso in pieno la propria attività, il
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monaco che prega con l’altoparlante, i fedeli che cantano le loro litanie. Solo la stanchezza può sconfiggere questo
generale fracasso e indurre al sonno, ma oggi abbiamo fatto solo mezza giornata di visite e quindi non sono stanco.
Ripensando alla giornata non riesco a comprendere il motivo per cui Maw non ci ha fatto assistere al pasto dei monaci
nel monastero di Mahagandayon, come da programma. L’ora del pasto era alle 11.30 ma non abbiamo fatto in tempo,
nonostante noi fossimo puntuali alle 8.30 nella hall come concordato, per via della lunga passeggiata con l’horsekart.
Perché inserirlo nel programma, farmi venire l’acquolina in bocca e poi non realizzarlo?
Maw avrà in serbo una gradita sorpresa per rimediare a questa lacuna.

Il Buddhismo in Birmania è presente prevalentemente nella sua tradizione Theravada, praticata dall'89% degli abitanti; è il
paese buddhista più religioso in termini di percentuale di monaci rispetto alla popolazione e di percentuale di reddito speso per
la religione. Prevalenza di aderenti si ha tra le etnie Bamar, Shan, Rakhine, Mon, Karen, oltre che tra la diaspora cinese meglio
integrata; i monaci, noti collettivamente come Sangha, sono da sempre membri molto venerati della società. In alcuni gruppi
etnici il buddhismo theravada viene praticato in concomitanza col culto nativo degli spiriti-Nat (soprattutto la richiesta di una
loro intercessione negli affari mondani).
Per quanto riguarda la religiosità quotidiana, due sono le pratiche più popolari: acquisire meriti per la vita futura attraverso le
scelte e decisioni attuali (il percorso più comune seguito dai buddhisti birmani) e la meditazione Vipassana; il percorso detto
"Weizza" è invece un po' meno seguito, essendo piuttosto una forma esoterica legata all'occulto. La via dei meriti implica la
stretta osservanza dei cinque precetti (astenersi dall'uccidere; dal prendere ciò che non è dato; dalla cattiva condotta sessuale;
dal mentire; dall'assumere bevande fermentate che provochino disattenzione) e l'accumulo di merito attraverso le opere di
carità e le buone azioni commesse (generosità-Dāna) al fine d'ottener una rinascita favorevole.
La storia del buddhismo in Birmania conta con tutta probabilità più di due millenni di vita; secondo il "Mahavamsa", cronaca
in lingua Pali del V secolo di Ceylon, l'imperatore Ashoka inviò due monaci, Sona e Uttara, in terra Thai ed alcuni storici
registrano l'arrivo dei monaci reali in Birmania nel 228 a.C.: portavano con sé anche libri e testi sacri.
Durante l'amministrazione britannica della nazione birmana le politiche del governo sono state spiccatamente secolari, quindi i
monaci non erano protetti dalla legge; il buddhismo non è mai stato patrocinato dal governo coloniale e ciò ha provocato
tensioni ricorrenti tra la popolazione e i governanti europei. Vi fu inoltre una forte opposizione per gli sforzi missionari cristiani
nel tentativo di convertire gli abitanti.
A partire dal 1948, quando il paese ottenne l'indipendenza dall'impero britannico, sia i governi civili che militari succedutisi nel
tempo hanno per lo più sostenuto la religione; ma durante il regime militare di Ne Win (1962-88) si tentò di riformare la
Birmania attraverso la cosiddetta "via birmana al socialismo", che conteneva in parte anche elementi buddhisti.
Durante la rivolta 8888 * , molti monaci che parteciparono attivamente vennero trucidati dai soldati del Tatmadaw: il
successivo regime militare, il consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (CSPC) pur avendo inizialmente favorito il buddhismo,
non ha mancato di perseguitare tutti quelli che risultassero contrari alla dittatura, fossero essi buddhisti, cristiani o musulmani
(Wikipedia).
(*) : La Rivolta 8888 fu un'insurrezione nazionale il cui fine era la democrazia, che iniziò l'8 agosto 1988 in Birmania. Finì il 18 settembre,
dopo un sanguinoso colpo militare. A causa delle rivolte, fu fondato il Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo. Durante il periodo della
crisi Aung San Suu Kyi emerse come icona nazionale. Dopo la rivolta 8888, ci fu un'altra serie di insurrezioni, tutte soppresse dal governo
militare. Durante la rivoluzione, migliaia, o anche di più, monaci e civili (principalmente studenti) furono uccisi dal Tatmadaw (Forze armate
birmane). Il caso presso il ponte rosso, dove i militari aprirono il fuoco sulla folla di studenti protestanti che stavano attraversando il ponte, è
indimenticabile per la causa democratica birmana (Wikipedia).

39

6
BAMBÙ SULL’IRRAWADDY
(Crociera da Mandalay a Bagan, 22-12-2015)

Foto 34 - L'alba sull'Irrawaddy

Oggi è prevista una crociera in un barcone del Malikha River Cruise per il trasferimento da Mandalay a Bagan
sull’Irrawaddy con partenza ore 6.50. Arriviamo all’imbarcadero alle 6.00 con un certo anticipo, ci siamo svegliati alle
5.00 perché avevamo il rendez-vous con Maw nella hall dell’albergo alle 5.45. È ancora buio, ma c’è già un po’ di
traffico in giro. Numerose donne spazzino con le loro casacche verdi, che ammucchiano la spazzatura ai bordi delle
strade, in attesa che passi la macchina a raccoglierla. All’imbarcadero, nonostante l’ora, solito nugolo di facchini pronti
a prenderci i bagagli e a aiutarci a salire sulla barca. Elargizione della mancia canonica di 1.000 kiats a chi ci aiuta.
Helene corre sul ponte scoperto per prendere la migliore posizione, ma non ci sono problemi, a quest’ora siamo i
primi ad essere saliti sulla barca. È freddo e tira una bella brezza mattutina ghiaccia, ma siamo attrezzati con felpe,
giubbotti, berretti, quindi ci sistemiamo sulle nostre sdraio e aspettiamo la partenza. Dovremo rimanere su questa
barca fino al tramonto, quindi possiamo prendercela comoda, ma siamo eccitati all’idea della lunga navigazione su
questo largo fiume limaccioso. La barca si riempie di turisti, in tutto saremo una quarantina, molti americani, qualche
francese, una giapponesina che viaggia da sola. Quando più tardi il sole comincerà a martellare con i suoi raggi
ultravioletti, lei si proteggerà con un equipaggiamento da guerriero galattico: giubbotto impermeabile con cappuccio,
pantaloni lunghi e scarpe alte da ginnastica; per il viso un equipaggiamento particolare: una visiera di plastica fumé
che porterà ininterrottamente abbassata a coprirle totalmente il volto e la mascherina di carta filtrante sulla bocca.
L’unico momento della giornata che emergerà mostrando le fattezze di essere umano sarà quando andrà in toilette,
per il resto è rimasta tutto il viaggio immobile sulla sdraio a leggersi un piccolo libro dai caratteri in verticale.

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Foto 35 – La spettacolare skyline della pagoda all’alba

La prima emozione è vedere l’alba. Il sole spunta sopra la riva che non è molto alta, tra le chiatte, i barconi, le
basse costruzioni. Siamo in partenza proprio mentre il sole comincia la sua lenta salita verso il cielo. Anche la nostra
andatura è lenta, ci metteremo tutto il giorno per arrivare a Bagan.
Verso le 8.00 facciamo colazione con pane
abbrustolito nel quale abbiamo spalmato del burro e
della marmellata presi a cucchiaiate da alcune ciotole.

Ci rendiamo conto che non sarà facile far
passare le ore fino all’arrivo, nonostante ci scorra
davanti, come un film, la vita del fiume: chiatte che
trasportano ghiaia e sabbia, altre che hanno
accatastato montagne di sacchi di riso; numerosissime
barche di pescatori con rombanti piccoli motori, l’elica
fissata in fondo ad una lunga pertica. Pescano con dei
retini, non tanto grandi, posti all’estremità di un lungo
bastone di bambù, si piazzano in mezzo al fiume con 67 barche a formare una specie di diga in attesa del
passaggio del pesce. La nostra barca è costretta a
virare per evitarli. Comunque, anche se il fiume
presenta lunghi tratti diritti, la navigazione raramente
è in linea retta, non solo per la presenza dei pescatori,
ma anche di isolotti, secche segnalate con pali di
bambù conficcati, chiatte ferme. Il traffico del fiume è
più o meno quello delle metropoli cittadine. Ci sono

Foto 36 - Pescatori

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delle enormi zattere fatte con tronchi di bambù, sopra
le quali vivono e lavorano i raccoglitori di bambù, che
tagliano e trasportano in su e in giù per tutto il fiume
gli enormi tronchi. Sopra queste zatterone abbiamo
trovato tende, motorini, intere famiglie con bambini
piccoli. Passano qui sopra, al freddo e all’umido, gran
parte dell’anno.

pagode, bianche abbaglianti, rosse di mattoni,
rilucenti d’oro, che spuntano qua e là tra la fitta
vegetazione. Vediamo un grande Buddha seduto,
ricoperto d’oro, che dà le spalle a una serie di pagode.
È come stare davanti a uno schermo dove passano le
immagini simbolo che raccontano tutta la storia
religiosa della Birmania. Ma non solo, anche scene di
vita quotidiana e lavorativa dei suoi abitanti: dalle
immense chiatte che trasportano di tutto, tronchi,
fusti di carburante, migliaia di sacchi di riso, alle
piccole imbarcazioni dei pescatori che lanciano le loro
reti, dalle navi turistiche, alle barche dei locali.

Foto 37 - Raccoglitori di bambù

Ogni tanto, tra la vegetazione rigogliosa
lungo le adiacenti basse colline, spunta qualche cima
dorata di pagoda. La riva è comunque generalmente
piatta e priva di vegetazione, costellata di baracche,
raggruppate in piccoli villaggi o isolate. Il giorno è
chiaro, la temperatura ha abbandonato i livelli quasi
polari della notte e dell’alba, siamo tutti molto più
elettrizzati e felici. Seduti nelle nostre sdraio, ben
coperti e riparati dal vento, ci godiamo uno spettacolo
unico, indimenticabile, caratteristico del paese che
stiamo visitando: basse colline ricoperte di alberi che
costeggiano il grande fiume, migliaia di stupe e

Foto 38 - Pagode sulla sponda dell'Irrawaddy

Il via vai di imbarcazioni è continuo in tutte le
direzioni, il grande fiume non ha un percorso regolare,
un letto ben delimitato, ma è tutto un frastagliarsi in
mille rivoli collaterali, tra pericolosissime secche e
immensi slarghi che sembrano più laghi che fiumi.

Foto 40 - Pescatori in attesa del passaggio del pesce

Foto 39 - Le guglie delle pagode tra la fitta vegetazione

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Foto 41 - Un grande Buddha seduto spalle alla pagoda

Passa una chiatta che trasporta centinaia di
orci di cotto, utilizzati per i liquidi, come in antichità, in
particolare da sistemare nelle pagode e nei monasteri
per la distribuzione dell’acqua ai fedeli e ai monaci.

Questa deve essere zona di fornaci perché
troviamo, lungo la riva, enormi cataste di questi orci
color rosso. Mentre navighiamo, dato che non
abbiamo nulla da fare che godersi lo splendido
paesaggio, a Helene viene un’idea in testa e non riesce
a scacciarla: ha sentito che a Bagan fanno le escursioni
in mongolfiera e vuole provarci. Incarica Maw di
informarsi e prenotare. Io non mi lascio trascinare
visto anche il costo (Maw ci dice 380,00 $ a persona).
La nostra guida fa alcune telefonate e prenota, basterà
passare dall’ufficio di Bagan della compagnia e pagare
per avere il biglietto e sperare che le condizioni
meteorologiche lo permettano, ma non mi sembra che
siano previsti grossi sconvolgimenti climatici per
domani. L’eccitazione di Helene schizza alle stelle e il
pasto che facciamo verso mezzodì, a base di insalate di
riso dentro bustine di plastica e qualche bananina, le
sembra
il
più
buon
pasto
di
sempre.

Foto 42- Deposito di orci in attesa del trasporto

43

Foto 43 - Inwa Bridge

Durante il lungo tragitto passiamo sotto due
grandi ponti in acciaio e cemento. Il primo, vicino a
Mandalay, l’Inwa Bridge, è il più vecchio, costruito
dagli inglesi nel 1934. Fino al 1990 è stato l'unico
ponte che attraversava l’ Ayeyarwady. Col tempo e
con l’aumento del traffico pesante, la sua capacità di
carico si è ridotta e nel 2002 si dette iniziò alla
costruzione di uno nuovo, che fu, accanto a quello
vecchio, inaugurato l'11 aprile 2008. Il secondo, molto
più lungo, è l’Ayeyarwady Bridge di Pakokku. Maw
dice che i piloni del ponte fanno diga e la sabbia si

Foto 44 - Ayeyarwaddy Bridge

accumula, creando secche e problemi alla navigazione.
Il pericolo delle secche è serio, il barcone è costretto a
fare improvvise virate e lunghi giri per evitarle, in un
paio di occasioni sono stati spenti i motori e, prima di
ripartire, un ragazzo, con un lungo bastone di bambù
verniciato di bianco, ha saggiato da prua la profondità.
Il comandante era all’erta e dava i segnali di rotta al
timoniere.

C’ERANO UNA VOLTA DUE GIOVANI CHIAMATI BUONASORTE E TUTTOZELO. Vivevano nel medesimo villaggio, ma di carattere erano molto diversi.
Buonasorte non amava lavorare e si affidava alla fortuna, mentre Tuttozelo era sempre impegnato nel lavoro e nella fortuna non ci credeva. Buonasorte se ne restava a casa
sua, mentre Tuttozelo risaliva regolarmente il corso del fiume Irrawaddy per portar giù zattere di bambù. Siccome il bambù aveva raggiunto alti prezzi in quella zona,
Tuttozelo era ricco e possedeva parecchio bestiame.
Un giorno i genitori di Buonasorte lo rimproverarono di essere un fannullone e gli imposero di andare a lavorare con
Tuttozelo sull’Irrawaddy. Buonasorte raccontò a tutti gli amici che era la sua buona stella che lo spingeva ad andare e che di certo sarebbe stato per lui un viaggio molto
fortunato. Il viaggio d’andata fu senza sorprese per Buonasorte, così Tuttozelo lo prese in giro: “E allora, dov’è tutta quella gran fortuna che ti aspettavi di trovare nel
viaggio?”. “Aspetta”, rispose l’altro la “fortuna viene adagio ma sicura”.
Durante il viaggio di ritorno si levò una tempesta e le zattere di bambù dovettero essere ormeggiate sulla riva. Si erano fermati in un luogo selvaggio e desolato, e Tuttozelo
schernì Buonasorte: “E allora, è tutta qui quella gran fortuna che ti aspettavi di trovare nel viaggio?”, e tutti i loro compagni di lavoro scoppiarono a ridere. Buonasorte, stufo
di queste beffe e risate alle sue spalle, se ne andò a fare una passeggiata sulla riva del fiume.
“Guarda che, se sei in ritardo, non ti aspetteremo” gli gridò Tuttozelo. Ma Buonasorte rispose: “Se la mia fortuna vuole che mi lasciate indietro, non mi lamenterò”. Andò più
avanti, finché giunse a uno specchio d’acqua trasparente come cristallo. Volendo bagnarsi in un’acqua così chiara, ci saltò dentro; e subito si trovò trasformato in una scimmia.
Tuttavia non si lamentò. “Se la mia fortuna vuole che io finisca i miei giorni da scimmia, per me va bene” disse a se stesso.
Camminò ancora per un po’ e trovò una pozza d’acqua fangosa. “Proverò anche questa” si disse, e ci saltò dentro; subito ritornò un essere umano. Allora, trovati due vasi lì
vicino, ne riempì uno con l’acqua trasparente come cristallo e l’altro con l’acqua fangosa; poi tornò coi due vasi alle zattere, ancora ferme perché la tempesta non era passata.
“Cosa hai lì?” chiese Tuttozelo.
“Nient’altro che acqua” rispose Buonasorte.
“Che dono meraviglioso dalla tua fortuna” lo schernì Tuttozelo. “Un regalo d’acqua per uno che lavora sul fiume”. Buonasorte non rispose. Intanto la tempesta era diminuita
e ripresero il loro viaggio.
Le zattere fecero sosta ad una città e Tuttozelo scese a terra per incontrare certi mercanti di bambù. Buonasorte se ne stava pigramente seduto sulla sua zattera a guardare un
acquaiolo che faceva una nuotata dopo aver riempito le sue anfore d’acqua. Allora Buonasorte ebbe un’idea. Preso il suo vaso d’acqua chiara come cristallo, andò presso quelle
anfore, ne scelse una a caso, la vuotò a metà e ci versò dentro quell’acqua prodigiosa. “Adesso vedremo chi è fortunato abbastanza, o sfortunato abbastanza, da bagnarsi in
quest’acqua” ridacchiò Buonasorte.
L’acquaiolo venne a prendere le anfore per andare a fare il suo giro di vendita in città. Ora, il re di quella città aveva una bella figlia, e il caso volle che proprio quella mattina
non ci fosse acqua abbastanza nel suo bagno, perché le cameriere si erano scordate di procurarla. Siccome la principessa si era molto arrabbiata, una delle cameriere corse fuori
a cercare un vaso d’acqua: incontrò l’acquaiolo e comprò una delle sue anfore, per risparmiarsi di andare sino al fiume. Le toccò proprio quella in cui Buonasorte aveva versato
l’acqua trasparente come cristallo. Logico che, appena ci si immerse, la principessa si trasformasse in una scimmia!
Il re mandò i suoi araldi in giro per la città ad annunciare che una qualche magia aveva trasformato in scimmia la principessa, e che qualunque mago avesse saputo guarirla
l’avrebbe avuta in matrimonio. Buonasorte udì e si recò a palazzo con il suo vaso di acqua fangosa. Non appena la spruzzò sulla principessa, lei ridiventò un essere umano. Così
Buonasorte sposò la principessa, diventando principe ereditario, e quando il re morì fu re a sua volta.
Qualche tempo dopo, una stagione sfortunata colpì Tuttozelo. Le sue zattere furono interamente distrutte da una tempesta, tutto il suo denaro fu rubato e tutto il suo bestiame
morì, a parte una mucca malandata. “Il mio vecchio aiutante Buonasorte adesso è un re” pensò. “Se vado da lui con questa mucca e gli dico che è tutto quello che mi rimane,
di sicuro sarà così impietosito da darmi oro e gioielli”.
Così andò al palazzo con la sua mucca malandata. Le guardie lo fermarono alla porta e gli chiesero cosa avesse a che fare con il re. Alla vista delle spade scintillanti di quelle
guardie, Tuttozelo perse il suo sangue freddo e non seppe più che dire. Una delle guardie,
44appoggiandosi alla spada, gli domandò di nuovo: “Allora, cos’hai da fare col re?”. Al
che egli scappò via lasciando la sua mucca con le guardie. Fu così che Tuttozelo divenne un povero mendicante.
Fonte: MAUNG HTIN AUNG, Burmese Folk-Tales, Oxford University Press, London 1948, pp. 109-112.
ripreso in “ Storie e leggende birmane” op.cit.

Foto 45 - Barca sull’Irrawaddy

Foto 46 - Tramonto sull'Irrawaddy

Il sole comincia a calare. Ci allertiamo tutti quanti per
ammirare il tramonto sull’Irrawaddy, preparo la macchina
fotografica e comincio freneticamente a scattare. Mi viene alla
mente un’altra crociera, quella sul Nilo, e un altro spettacolare
tramonto tra le palme. Adesso siamo quasi tutti in piedi a guardare
il sole che si sta per coricare dietro gli alberi, il problema è che
siamo tutti dalla parte della barca dove sta tramontando, la
facciamo pericolosamente sbilanciare e il capitano ci deve urlare di
rimetterci a sedere, altrimenti ci rovesciamo. Tra l’altro siamo in
zona secche e quindi procediamo con la massima lentezza e
circospezione. Adesso il sole è tramontato, il cielo è rosso e lo
skyline nero delle punte delle stupa è meraviglioso, sono immagini
bicolore che credo ci rimarranno per sempre impresse nella
memoria.
La nostra crociera è finita. Siamo arrivati a Bagan, le
operazioni di discesa sono difficoltose perché la stazza della barca
45

ha distrutto il minuscolo pontile in legno che avevano approntato per farci scendere e quindi il comandante decide di
far “incagliare” la barca sulla riva, così possiamo scendere direttamente sulla riva. Su questa spiaggia c’è movimento,
si percepisce immediatamente l’aria frizzante e vacanziera, Bagan è cittadina con spiccate tendenze turistiche, molto
frequentata anche dai birmani. Da una parte vediamo un palco e sentiamo della musica. Ci avviciniamo per curiosare.
Maw spiega che è una rappresentazione per il culto dei nat. Musica molto forte sparata da tre musicisti e balli
piuttosto scatenati di una coppia di quelle che credo siano drag-queen birmane. Maw mi illumina: sono due uomini
che personificano le mogli dei nat, che danzano per richiamare lo spirito affinché possa entrare nel corpo della
persona che lo ha invocato. Dato che la nostra solerte guida ci avverte che può capitare che, per un fatale errore, lo
spirito entri nel corpo di uno spettatore, decidiamo di andare verso l’albergo .

In talune occasioni il culto dei nat va oltre la semplice offerta propiziatoria e si spinge nel regno
dell’invocazione spiritica. In questo ambito il rito più diffuso è il nat pwe (festa degli spiriti), uno speciale evento
musicale che dovrebbe indurre i nat a convenire nel luogo prescelto.

KO GYI KYAW
Per attirare un nat a una festa occorre l’intervento di un medium, detto nat-gadaw (moglie del nat) che
può essere una donna o un uomo travestito, il quale con canti e danze, invita il nat a prendere possesso del suo corpo.
I nat amano la musica rumorosa e allegra, quindi durante queste feste i musicisti percuotono con grande intensità
gong, tamburi e xilofoni, producendo un baccano che si potrebbe quasi definire una forma arcaica di rock and roll.
Nel corso del nat pwe c’è sempre il rischio che lo spirito decida di possedere non il medium, ma uno degli spettatori.
Uno degli spiriti più frequentemente evocati è quello di Ko Gyi Kyaw (grande fratello Kyaw), un nat
ubriacone che risponde alle offerte di liquore tracannato dalla nat-gadaw. Quando entra nel corpo di qualcuno,
questo nat si abbandona a danze lascivie, quindi lo stato di trance indotto da Ko Gyi Kyaw è una prospettiva
decisamente imbarazzante per il malcapitato posseduto.
Una volta che si è stati posseduti da un nat, l’unico modo per evitare che lo spirito faccia ritorno più e più
volte consiste nell’affidarsi all’opera di un vecchio monaco buddhista esperto in esorcismi: si tratta di pratiche che
possino durare giorni o addirittura settimane. Chi trascura una simile procedura può essere condannato a portare il
marchio dei nat per il resto della vita. Le ragazze che sono state possedute da un nat non possono sposarsi se prima
non sono state sottoposte a un esorcismo idoneo (LP, 374)

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Prima di andare in albergo occorre passare a prendere il ticket per il volo in mongolfiera. La società si chiama
Ballons over Bagan , il pilota sarà un certo David Head e il costo si conferma sui 390,00 $ , si accettano anche le carte
di credito. L’appuntamento è per l’indomani, ore 5.25 a.m. , verrà un pulmino a prendere il passeggero direttamente
in Hotel.
È notte, fa freddo, non c’è diffusa illuminazione da queste parti e poi spesso scompare. Forse è il caso di
andare in albergo, l’autista che è di queste parti ci porta immediatamente allo Sky Palace Hotel. Anche la sua auto,
come tutte le altre è agghindata con immagini sacre, nastrini rossi e bianchi per invocare la protezione degli spiriti nat.
Mangiamo in albergo e poi ci mettiamo subito a dormire, vista la levataccia di domani per il volo in mongolfiera.

Foto 47 - Tramonto a Bagan

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Foto 48 - Alba a Bagan

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DALL’ALBA AL TRAMONTO A BAGAN
(Primo giorno a Bagan, 23-12-2015)

Giornata molto impegnativa e fitta di visite e eventi straordinari. Si inizia con il tour in Mongolfiera da parte di
Helene (se ne è andata di soppiatto, senza svegliarmi, quando era ancora buio) e si finisce con l’arrampicata sulla
Shwesan Daw Paya per vedere il sole che tramonta tra le guglie delle pagode. Come noi tanti turisti: alla mattina sui
cieli di Bagan decine di mongolfiere, al tramonto sulla Pagoda centinaia di persone, ma gli spettacoli resteranno
indelebili nella memoria di tutti quanti.

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La zona archeologica ha una superficie di 67 kmq e offre alla vista migliaia di templi, da quelli che svettano
dalla fitta vegetazione con imponenti pinnacoli ricoperti d’oro , a quelli di appena uno o due metri di altezza; la terra
non è arida, circondata da una parte dal fiume Irrawaddy e dall’altra dai Monti Shan. Oltre che in mongolfiera, la
percorreremo comodamente con la nostra auto, passando da strade per lo più sterrate e polverose, prive di
illuminazione artificiale, o da sentieri pieni di sterpaglie, senza alcuna indicazione o punti di riferimento. La possibilità
di perdersi, per chi non è del posto, è altissima.

Foto 49 e 50 - Tramonta il sole a Bagan

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Nella piana di Bagan ci sono oltre 2.200 monumenti ancora in piedi e rimangono un numero uguale di rovine o di altre prove di strutture del

passato. L'ottimo "Inventario dei Monumenti a Pagan" di Pierre Pichard ha individuato 2.834 monumenti. Terremoti, inondazioni e invasioni hanno
distrutto soprattutto le parti più alte di molti templi e stupa. Diversi tra i monumenti esistenti sono stati ristrutturati, riordinati, ridipinti e 'abbelliti'
nel corso degli anni. Sia birmani che stranieri, inoltre, da lungo tempo hanno attuato un saccheggio sistematico dei manufatti e dei tesori.
Avventurieri occidentali e archeologi nella seconda parte del XIX secolo hanno rimosso molte statue, affreschi e altre antichità per portarle nei
musei ed esporli al pubblico, anche se molti di questi reperti sono stati distrutti durante le guerre in Europa nel XX secolo. Anche se l'attuale
governo del Myanmar ha vietato l'esportazione di antichità, importanti elementi continuano a scomparire nelle mani di ricchi collezionisti privati, un
tragico destino che ha colpito numerosi siti di interesse storico e architettonico. L'essere stato elevato a "Patrimonio dell'Umanità" potrebbe
rivelarsi sia una benedizione che una maledizione. Più visitatori potrebbero portare reddito necessario per la zona, ma potrebbe anche aumentare
la commercializzazione e l'ulteriore distruzione di questo eccezionale patrimonio. Prof. Robert D. Fiala ( www.cultore.com )

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