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Anemone Estratto .pdf



Nome del file originale: Anemone_Estratto.pdf
Titolo: hamilton-le strade-pp272

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I edizione: agosto 2016
© 2016 Fazi Editore srl
Via Isonzo 42, Roma
Tutti i diritti riservati
ISBN: 978-88-9325-081-8
www.fazieditore.it

Maria Silvia Avanzato

Anemone al buio

A Gabriele,
che diventa occhi per me

Buio

«Apri gli occhi, Gloria. Sono qui».
Sopra di me una cometa bianca fa avanti e indietro, al
centro c’è qualcuno di scuro, con le corna, un mostro fermo, solido.
«Sono qui, mi vedi?».
Sento solo una fitta lancinante al fianco, una al petto e un
dolore infame alla spalla come se me l’avessero tagliata via.
Non riesco a staccarmi dal mio dolore. Sono piena di questo male e vedo mostri. Qualcosa frulla sotto il mio naso.
Una mano. Sono dita che si muovono piano, mi sfiorano.
È una donna. È un uomo.
Ho detto qualcosa. Forse ho detto: «Cosa». Ho rantolato.
Una mano calda plana sulla mia, credo di avere un polso
fracassato. E credo di sapere chi è, lì, a mollo nella luce
bianca, oltre il mio dolore. È Licia.
«Come ti senti?», la sua voce arriva a ondate, via via
più nitida. Con la mano cerca di scuotermi le dita, sono
pezzettini di legno andato a male, so che non ci riuscirà.
Uno scatto, la mano forse destra, la mano forse sinistra:
ho colpito Licia e lei si è scostata.
«Sei arrabbiata con me?», questa è ancora la sua voce e
viene da un altro punto nello spazio lattiginoso e vuoto.
«Non sento niente», riesco a distinguere la mia voce, è roca, aliena, mai sentita prima d’ora. «Cosa mi hanno fatto?».
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Licia deve essersi spostata ancora, il suo odore si è dissolto verso destra in una breve ventata di fiori freschi.
«Ascoltami, Gloria, sei in ospedale adesso. Non ricordi
nulla? Quando sono arrivata mi hanno detto che non ricordi nulla, è vero?».
«Sì», il fiato fluisce lento fra le labbra, la mia bocca
trattiene un amaro sentore di sangue.
«Non agitarti, ora. Io sono qui», di nuovo la sua mano
gentile a racchiudere la mia. «Presto starai meglio. Mi riconosci, vero? Mi senti?».
«Sì… sì, ti riconosco».
«Ti ricordi del mare, Gloria?».
Potrei risponderle e dirle che sì, qualcosa sta tornando a
prendermi: è l’immagine sfocata della casa al mare, c’è una
ciotola di porcellana verde sulla terza mensola, è lì che la
mamma di Licia ha messo i biscotti, Licia ha una carie,
niente caramelle, niente biscotti. Gloria prendi la sedia, sali, pesca nella ciotola, tirali giù. Io sono più alta di Licia e
Ada non vede. Prendo la sedia, l’avvicino appena alla mensola. Ecco, la mano piena di briciole, i biscotti spezzati,
aspettami, tieni, questi sono per te. Fuori c’è il mare e gorgoglia come brodo, vedo ombrelloni color salmone sbocciare uno dopo l’altro su una sabbia dura che il temporale
ha sfigurato. Ancora nuvole, il cielo è argento e cobalto,
pioverà ancora e non potremo uscire, ho un album a quadrettini dove disegno con Licia, cerco nell’astuccio dei pastelli e non riesco a trovare il turchese. Non è azzurro, ti dico. È turchese. E la mattina si attraversa la strada per fare
colazione alla Terrazza d’oro, un bar dove tutti conoscono
il nonno per nome. Ho male ovunque, mi hanno spezzato
le ossa con un remo da barca, mi hanno pestata e lasciata
ad asciugare sotto una grande crosta di sangue. Io voglio
bene a Licia. Nonostante tutto.
«Cosa mi è successo?», gli angoli della bocca sono duri come sughero, ogni parola mi costa bruciore.
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«Eri in auto, Gloria», perché ora mi stringe la mano così forte? Cosa vuole da me? Vorrei dirle lasciami, mi scoppia la testa. Perché mi chiami per nome? Non lo fai mai.
«Forse andavi in città, eri nella zona di Malacappa. Ti ricordi? Ricordi dove andavi? Con chi eri in macchina?».
Richiudo gli occhi e il mio respiro mi fa vibrare tutta di
nuovi dolori al costato.
«Malacappa, ti ricordi?», è ancora la voce di Licia, ma
più lieve, come se non mi volesse svegliare.
Non riesco a parlare. Non riesco più a parlare. Sprofondo in un grande buio che sembra studiato apposta per me:
non mi lascia un attimo di tregua, è un buio paludoso, mi
ci impiglio e vado a fondo in un baleno. Se avessimo superato quella curva non sarei qui.
«Dormi adesso, ne parliamo dopo».
***
Da qualche parte io sono stata un’altra, una che non
aveva paura di niente. Ricordo cosa ho detto uscendo
dall’ospedale.
«Avevo gli orecchini, qui. Dove sono?».
Ecco, è stata la prima volta che mi sono toccata. Ho
detto: «Qui», e il pollice si è posato sul lobo. Non mi stavo guardando. Cercavo a memoria il punto in cui avevo
infilato gli orecchini. E non sapevo che avrei imparato a
guardarmi così, coi pollici, col palmo della mano, col dorso. Davanti a me c’era la solita luce un po’ bianca, un po’
nera, un po’ madre di tutti i mostri.
«Allora, oggi come stiamo?».
Mantengo con quest’uomo il più sterile e formale dei
dialoghi, lo vedo a malapena e sembra grande, massiccio,
raggomitolato come un gatto sulla poltrona. Non so chi sia
e non potrei difendermi se adesso decidesse di alzarsi in
piedi e mettermi le mani intorno al collo. Non potrei pre17

vedere i suoi gesti, non sono certa di aver capito dove comincino le sue braccia. Dovrei toccarlo e guardarlo con le
mani per capire com’è fatto, ma la sola idea mi ripugna.
«Ho male dappertutto», gli dico, «e non ci vedo bene».
Scommetto che si è irrigidito sulla poltrona, l’ho sentito scivolare verso il basso un attimo fa, ora si è raddrizzato come se avessi destato il suo interesse. Forse ha i capelli folti, grigi. Forse non sa come dirmi che non avrò mai
più luce di questa, la luce è finita per me.
«A seguito dell’incidente il suo nervo ottico ha riportato
un danneggiamento, ma, come le avranno già detto in
ospedale, non è una condizione permanente e la sua vista
dovrebbe schiarirsi di giorno in giorno. Non possiamo prevedere quanto tempo occorra, ma sappiamo che la recupererà».
E allora tu, chiunque tu sia, cosa diavolo vuoi da me?
Perché vieni a casa mia? Lo sento trafficare nella sua valigetta, ammesso che sia una valigetta. Ha delle carte fra le
mani e le sfoglia lentamente.
«Lei non ha voluto l’assistenza domiciliare, esatto?».
«Io non voglio estranei a casa mia», credo di averlo
detto di getto, troppo in fretta. L’ho messo sulla difensiva, ho l’impressione che si stia ritraendo sempre di più
contro lo schienale della poltrona. Sì, voglio che te ne vada. Non voglio parlarti, non ho niente da raccontare, non
ci vedo quasi più e ho male dappertutto.
«Assume regolarmente i farmaci? Gli antidolorifici, intendo», il suo tono di voce crolla verso la noia.
«Non ho scelta. Coi dolori che ho, non ho scelta».
«Non ricorda nulla dell’accaduto? Magari qualche fotogramma confuso… qualcosa che le sembra di aver sognato, un’immagine». Ora la sua voce è amichevole come
se volesse darmi a bere che siamo amici da una vita. Io ricordo di avere una sola amica ed è Licia. Dov’è Licia? A
che ora arriva?
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«So che l’auto si è schiantata contro un albero perché
me l’hanno detto in ospedale, sono uscita di strada», rispondo dosando le parole, vorrei un antidolorifico per
ognuna di loro. «So che in macchina c’ero solo io», aggiungo con un filo di voce, allargo le dita sulle ginocchia e
le sento dure, doloranti.
«Quindi ricorda che era alla guida?».
«Sì e la macchina si è ribaltata dal lato guidatore, mi
hanno detto».
«Era diretta da qualche parte, quel giorno? Lo ricorda?», quel tono gentile, ipocrita e gentile, mi trapana i lobi frontali.
«Non lo so».
«Ricorda l’impatto? L’auto si è cappottata, gliel’avranno detto. Le avranno detto che è viva per miracolo».
«Non mi ricordo», so di essere viva perché ogni giuntura me lo ricorda, ogni due secondi, con fitte atroci.
«Proviamo ad andare indietro di alcuni piccoli passi,
allora», respira pesante, come un animale ferito, si prepara all’attacco. «Premetto che non c’è nulla di allarmante
in una breve amnesia. Lei ha subito un grosso shock, dopo l’incidente. Il suo nervo ottico non è il solo ad averne
risentito, naturalmente, quindi è possibile che la sua memoria al momento sia… sia maculata, diciamo. Alcune
cose le ricorda nitidamente e altre no, è del tutto normale. Ecco perché sono qui. Allora, vogliamo verificare un
po’ attraverso alcune semplici domande? Lei ricorda il
suo nome e la sua professione? Sa in quale città ci troviamo? In che anno?».
«Certo che lo so!», vorrei alzarmi in piedi, di scatto,
mandarlo via. Le gambe si ribellano e rimangono a bruciare sotto il tessuto dei pantaloni. «Vuole che le racconti la
mia vita? Sono in casa mia, mi chiamo Gloria, ho ventinove anni, è il 2012! È ridicolo!».
«Che lavoro fa, Gloria?», ha esitato prima di chieder19

melo, potrebbe essere un tranello. Ammutolisco passandomi le mani sulla faccia, non la ricordavo così ruvida, è
quasi maschile, è mostruosa.
«Che succede? Si tocca il viso?», indaga lui, io non lo
vedo chiaramente ma lui non mi perde d’occhio.
«Vorrei guardarmi in uno specchio, le sembra così strano?», ora sono arrabbiata e la mia voce lo tradisce. Sono
molto arrabbiata e lo sarò finché Licia non entrerà in questa stanza.
«Gloria, mi dica, qual è la sua professione? Forse è insegnante? Avvocato? Lo ricorda?».
Ho la testa piena di melma, le sabbie mobili. Non posso
ricordare, adesso. È quella luce bianca che fa l’altalena davanti alle mie pupille, mi rende isterica, amplifica il dolore,
cancella le cose che so.
«Adesso non so dirlo. Sono stanca, voglio dormire».
Ha ricacciato i fogli nella sua valigetta e si è schiarito la
voce. «Glielo dico io, Gloria. Lei è lettrice. Doppiaggio e
lettura pubblica. Usa la sua voce per descrivere delle azioni, ricorda? Lei è la voce di alcuni documentari, di alcune
pubblicità, la sua voce si sente spesso in radio. Non ricorda nulla? Non si ricorda di aver mai inciso la sua voce, per
esempio? Una registrazione, un microfono. Lo ricorda?».
Mi arrendo, nascondo il volto fra le mani. «No, io non
lo so. So che ho fatto qualcosa del genere, nella mia vita.
Non so quando. Sì, in radio. In radio, forse».
«È innamorata, Gloria?», un fendente, la sua voce mi
passa attraverso come un ago. «È sposata? Ha figli?».
Mi passo una mano sulla bocca. «No, non ho figli».
«Ma è innamorata?».
Devo vomitare.
«Sì».
***

20

«Dimmi cosa vedi», avvicino la sedia velocemente, vedo qualcosa che sembra luce, sono vicina alla finestra.
«Dimmi sinceramente cosa vedi».
Licia sospira. «Cosa vuoi sapere? Se hai un naso, una
bocca, due occhi?».
«Perché una parte del mio viso è gonfia? Ho delle bende sulle gambe e sulle braccia. Perché tutta la parte destra
della mia faccia è gonfia e dura?», mi trema la voce, vorrei
saperlo davvero. Non vorrei saperlo davvero.
«Perché hanno ricostruito, Gloria. Hanno ricostruito
una parte della tua faccia. Chirurgia plastica. Tutto tornerà a posto», sembra spossata, stare con me deve averle
fatto perdere il sonno.
«Vuoi dire che non ho più la mia faccia?».
«Voglio dire che hai subito un intervento di chirurgia
plastica e ora una parte della tua faccia ha bisogno di guarire», Licia sbuffa. Le S, sfilano fuori dalle sue labbra frusciando. Ha una voce pacata e dolce, Licia. Ma oggi no, è
nervosa, mi detesta. Odia i giorni in cui le parlo di me e
della mia faccia che non vedo più.
«Adesso preparo la cena, tu stai seduta», si alza in fretta e io ricado mollemente sulla sedia.
«Non ce la faccio a stare così. Non posso vedermi. Ho
male alle gambe, ai polsi, alla testa. Non ce la faccio».
«Dopo due settimane dall’incidente non puoi pretendere chissà quale miglioramento. Hai rischiato grosso e
non ti dovresti agitare», Licia mi liquida, la sento armeggiare attorno al piano cottura. Apre un pensile, prende
una padella, accende il fornello a gas. Ci mette pochi secondi, gli stessi che ci mettevo io, ormai sa tutto di questa
casa che evidentemente era casa mia.
«E oltre alla faccia? Il resto? Com’è messo il resto?»,
ho quasi paura a chiederglielo. L’olio inizia a soffriggere,
profumi di spezie inondano la cucina. Non li sentivo così
forti, una volta. Adesso ci passerei ore ad ascoltare un po’
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d’olio che si scalda in padella, sembra rumore di pioggia
battente, mi ci perdo.
«Sei solo bendata per via di alcune ferite. E hai riportato una frattura alla scapola destra», Licia affetta qualcosa sul tagliere di legno. Basilico fresco. Mi arriva a zaffate.
«Quindi quello che ho attorno alla schiena è gesso?
Questa cosa che non mi lascia dormire in pace, questa
specie di busto?».
«Sì, è gesso, ne avevamo già parlato».
Il silenzio ha la meglio sulle nostre voci, i profumi muoiono nell’olio caldo. Mi rendo conto di essere in lacrime,
di botto, senza capire nemmeno da quale parte di questo
corpo massacrato siano arrivate.
Ora Licia scivola fino a me, trascinando le ciabatte. Mi
prende il viso fra le mani, sento odore di fiori e menta, il
suo odore, la gomma da masticare, il profumo inglese, il
basilico che ha stretto nel pugno fino a poco fa.
«Ascoltami, non voglio che ti abbatti, è chiaro? Adesso ti
do una mano, il peggio è passato, intanto sappi che il tuo
aspetto non è terribile come credi. Sei sempre tu, fidati».
«Io ho bisogno dei miei occhi!», singhiozzo. «E sono
sola!».
L’abbraccio di Licia è leggero, tiepido. Lo bevo tutto,
piangendo nella sua spalla, senza dire niente, mentre l’olio
si arroventa in padella. Un odore di bruciato arriva a grandi falcate nella stanza, porto una mano al naso e fatico a respirare.
«Odio questa puzza! Fa’ qualcosa! Togli quella padella dal gas!».
«Va bene», risponde lei, pacata. «Ma non c’è bisogno
che ti agiti. Devi calmarti».
***
Il telefono. Il telefono è cinque passi dopo il divano e
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l’ho imparato adesso, anche se è sempre stato lì. Suona, è
un cane che abbaia. Detesto le mie mani, le apro come
fossero ali di pipistrello: destra, sinistra, destra, sinistra.
Palpo l’aria con quel solito mezzo terrore: ho bisogno di
appigli, ma ho il terrore di approdare a qualcosa che non
conosco. Se una mano toccasse la mia, adesso. Se non
fossi sola, nel mio buio.
Licia è andata via dieci minuti fa, mi ha cacciato una
pillola in bocca e mi ha detto che è mattina presto, non ha
detto l’ora. Potrebbero essere le sette, ma anche le otto.
Per me non c’è abbastanza luce, non c’è mai abbastanza
luce per stabilire a che punto sia la mia giornata infernale.
Cinque passi, stringo la spalliera del divano. Il suono
del telefono arriva forte e irritante. Un passo. Tace. Un altro passo. Non so se farò in tempo, non so se la direzione
è giusta e vorrei che Licia non fosse andata via a un’ora
che non so.
La cornetta è liscia, fredda. Ho risposto al telefono
mille volte in vita mia, ora ho paura di ribaltarlo, impigliarmi nel filo, sollevarlo dalla parte sbagliata. Ma suona
anche sotto le mie mani, quasi vibra, e se sono venuta fin
qui devo rispondere: questi cinque passi sono stati peggio
di un’arrampicata.
«Pronto?», la voce cambia quando la tieni troppo a
lungo segregata in gola. La mia, di voce, non è più la stessa. E c’è da smarrirsi in un pensiero del genere siccome la
mia, di voce, era il mio mestiere.
«Gloria? Allora ci sei».
Potrei dire che è un uomo, potrei dire di aver già sentito quell’accento di poco diverso dal mio che stringe le vocali di Gloria e fa del mio nome un suono nuovo, insolito.
Potrei dire che quel «ma allora ci sei», sembra troppo entusiasta, che nessuno dovrebbe rallegrarsi tanto di sapere
che l’avanzo di me sta ancora in piedi.
«Chi parla?».
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«Ma come? Sono Nicola», sembra stupito, dava per
scontato che l’avrei riconosciuto. Adesso, in effetti, mi si
muove qualcosa nel petto, una specie di sottile eccitazione.
So che cercavo Nicola appena sveglia, dopo l’incidente e
tutte le mattine successive, so che quando ho detto di essere innamorata pensavo a Nicola, non so come sia fatto Nicola ma credo di potermelo ricordare se mi siedo un istante a pensarci.
«Nicola…», mormoro nella cornetta e la stringo con
ambo le mani, a costo di perdere l’equilibrio. Non ho altro che questo maledetto telefono, una voce che mi parla
all’orecchio, se perdo questo rimango sola in un punto
della casa che dista cinque passi da un divano e senza Licia non sono certa di saper tornare a letto.
«È troppo presto? Ti ho svegliata?», la sua voce è gentile, apprensiva. Adesso mi torna in mente come il finale
di un film visto cento volte. Quella è la sua voce, cambiata di poco rispetto ai miei ricordi.
«No, ero già sveglia».
«Ma come stai?».
Deglutisco, cerco le parole mordendomi un labbro.
«Non posso dire di stare bene. Non sto bene. Gli occhi…».
«Sì, so già tutto. Ti ho chiamata per questo. Sono stato
agli studi di registrazione, ho chiesto di te. Mi hanno spiegato dell’incidente. Mi dispiace molto, Gloria». L’ha detto
senza quasi prendere fiato, con agitazione. È a disagio, mi
ricordava diversa, mi ricordava quell’altra, quella che non
aveva paura di niente.
«Agli studi? In radio?», la mia voce è incerta, ripesco
immagini di chissà quale altra vita. «Ah, ho capito, hanno
fatto bene a dirtelo. Non avrei saputo come fare a raggiungere il telefono e comporre un numero».
«Non c’è nessuno che ti assiste?».
«Non l’ho voluto. C’è Licia. Me la faccio bastare».
«Ma non puoi stare in casa da sola».
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«No, tranquillo, ce la faccio. Dicono che la vista mi
tornerà a breve, ho solo preso una botta tremenda, sono
tutta rallentata». Credo di avergli appena mentito. In
questi giorni di luce perennemente spenta ho imparato
che la casa è un dedalo e il mio buio è così pesante che a
volte dubito di tornare a vedere. So che vorrei abbracciare Nicola con le mie braccia mezze rotte e dimenticare i
miei giorni di luce perennemente spenta.
«Hai bisogno di qualcosa?», sembra esitante, ha paura
di offendermi.
«Licia fa la spesa e le commissioni. È tutto a posto».
Ho mentito ancora. Ho paura che venga qui e mi veda ridotta a una larva. Fuori, frattanto, qualcosa è esploso sopra il tetto. Ho sussultato, era un tuono. «Sta venendo a
piovere?».
«Qui c’è il sole… senti, Gloria, ti chiamavo proprio
per via del lavoro. Ho parlato con Frizzini, mi ha dato
qualche dritta».
Se non fossi diventata un’altra, una che non conosco,
forse direi che Frizzini è un uomo alto e pelato, con gli
occhi neri e duri come pietre e la voce cavernosa. Ed è il
mio capo. Era quello che registrava mentre sputavo nel
microfono frasi scritte da qualcun altro per me. L’ho temuto, scrutato cercando di trovare la sua approvazione
appena accennata all’angolo della bocca. È stato così per
molti anni, fra me e quella sfinge immobile. L’ho studiato.
Quando ancora potevo. E lui “me la faceva rifare”, ancora e ancora e ancora perché nella mia voce ha sempre trovato qualcosa di storto, tremolante, migliorabile.
«Delle dritte? Cosa vuole da me?», ora questa mia voce semplicemente arranca, è schiacciata dall’odio. «Cosa
ci sei andato a fare, là? E qui, speravi di venire a vedere
fino a che punto quell’albero mi ha demolita?».
«Ma sei impazzita?», è sulla difensiva, ora sì che lo riconosco. «Cosa ti prende? Sono andato a registrare, come
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sempre. Parlavano tutti di te e di quello che è successo, mi
sembra normale».
«Fatevi i cazzi vostri, allora!», quando nel mio buio alzo la voce, quella mi assorda, è una picconata nei timpani. Ha tuonato ancora, uno scroscio d’acqua si abbatte
sulle finestre e tutta la casa sembra fatta di campanellini.
Tintinna, non è pronta a ricevere uno schiaffo. Nemmeno
io lo sono, non voglio che la pioggia mi colga mentre sono in piedi. Devo solo arrivare al divano, sdraiare i pezzi
lacerati del mio corpo e aspettare che il cielo chiuda la
bocca. «Nicola, devo mettere giù adesso, qui piove».
«Mi ascolti un attimo?».
«Non posso. Piove. Devo andare». La cornetta indugia
prima di trovare l’apparecchio telefonico. Un clic viene a
dirmi che ho riagganciato. Un tuono viene a dirmi che sono appena all’inizio di un incubo.
Punto verso il divano, le mani aperte, a penzoloni a destra e a sinistra. Un muro, l’ho sfiorato. Il tavolino, mi
spezzo un’unghia. Le lacrime salgono a fiotti. Ho fretta,
fretta di arrivare al divano e allontanarmi dall’eco della
voce di Nicola.
Poi un tonfo e il pavimento ghiacciato sotto di me.
***
Due ore con gli occhi aperti senza vedere niente, immobile. La schiena ormai è una lastra di marmo, non cerco d’alzarmi, piuttosto cerco di diventare tutt’uno con le
piastrelle del pavimento e tengo la bocca aperta buttando
il mio respiro dentro e fuori. Non so che ore siano, ogni
tanto un lampo inquadra la finestra e allora anch’io, nel
nulla, ho l’impressione di vedere un bagliore che scodinzola, che si dissolve veloce e torna a essere il fondo di una
palude. Qualcosa buca ancora i miei occhi. Dovevo finire
qui, sulla superficie levigata che ho pestato per anni, per
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capire che non sono cieca. Cieca. È una parola che ho
smesso di usare, da quando lo sono diventata. E non lo
sono, se riesco a farmi friggere il cervello da ogni lampo
di passaggio, quindi qualcosa vedo, ma non abbastanza.
In due ore per terra ho avuto tutto il tempo per ricostruire Nicola nella mia testa. So come è fatto. So che è alto e asciutto, con la pelle scura che odora di troppo sole,
di bucato appena fatto. So che la sua barba punge in certi
giorni, so che ha le mani spalancate come le mie quando
cerco i muri attorno a me. No, forse non sono spalancate.
Sono solo molto grandi.
Io suonavo l’arpa, prima, la tenevo qui, da qualche parte in casa mia. Nicola rideva di me, ho voluto un’arpa per
capriccio e l’ho sempre suonata male e stentando. Leggevo le note nere, microbi in file ordinate su uno spartito.
Leggevo. Stuzzicavo le corde e sembrava una ninna nanna
cordiale sfuggita ai miei polpastrelli duri e arrabbiati, sempre confusa e stonata da sembrare tutt’altro, a un certo
punto. Sì, io non sapevo suonare l’arpa ma avrei voluto.
Forse c’è qualcuno in casa, adesso.
«Ti vuoi alzare da lì?», Nicola mi ha presa in braccio, mi
ha fatta sentire una buccia d’arancia in balia del vento.
Credo che, in mezzo al nostro abbraccio, ci fossero le mie
risate.
Sto sognando.
Ho amato Nicola e adesso mi è chiaro.
E so che una mattina Nicola non è venuto a lavorare.
Questo è un chiodo piantato a metà della mia memoria.
Ricordo scale scese di corsa e una telefonata.
Nicola torna al lavoro giovedì. Ma non torna da me, a
suonare l’arpa, fare l’amore, pensare alla cena.
È così che sono andate le cose e ora lo so, adesso che sono qui ed è come se radunassi fotografie di un’estranea innamorata mettendole in ordine sul pavimento. «Voi sapete
dove è andato, vero? Lo sapete e non me lo dite!», questa è
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la mia voce intrappolata in un ricordo, poco prima di scendere le scale e uscire dallo studio di registrazione.
Ho odiato Nicola nella scorsa vita, non credo di aver
mai smesso.
Se mi chiedessero adesso se sono innamorata, risponderei che sono morta moltissimi giovedì fa.
***
Ogni tuono getta scompiglio fra i miei nervi, i lampi si
sono dileguati o forse il buio è tornato a prendermi. Nel
freddo delle piastrelle lascio cadere un pianto a bocca
aperta che suona come un ruggito bestiale. Troppo dolore, troppe tenebre, sono il cavallo con la gamba spezzata,
sulla giostrina.
«Nonno perché quello ha una gamba rotta?».
«Perché è andato a correre nel posto sbagliato. Si chiama Gedeone».
«Degeone?».
«No, ripeti con me».
Ora casa mia parla, ha una voce che sembra nuova e
cattiva. Fruscii quasi impercettibili, come se qualcuno frugasse nella paglia, come ali d’uccello che sbattono violente
fra i rami. Credo che la porta abbia tremato. Uno scatto,
come di una chiave che gira nella serratura. Le mie mani
aperte scorrono sul pavimento, non c’è appiglio per potermi rialzare.
«Chi è?».
Lo stomaco gorgoglia, qualche spanna sopra le mie gambe sprofondate nel vuoto: pilastri di cemento che qualcuno
dovrebbe darsi la pena di ripescare dalla melma.
«Chi è?», la mia voce è timida, Frizzini avrebbe già fermato la registrazione, mi avrebbe detto due paroline.
Non posso alzarmi. Sto raggomitolata e la porta tace.
Era un tuono? Forse proveniva da un’altra direzione e l’ho
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scambiato per la serratura. Tengo le braccia vicine al petto,
sono bisce fredde.
Ancora la porta, il battito del cuore si schianta contro
le piastrelle, un nodo paralizza la gola. Adesso è aperta,
c’è qualcuno in casa. Cammina nel vestibolo, richiude la
porta, appoggia un mazzo di chiavi. Muovo la mano nel
mio buio, verso le gambe del tavolo, ma la schiena mi ricorda che sono un pezzo di gesso andato in pezzi e il mio
peso è triplicato. Il mio affanno diventa asma, i polmoni
si dimenano in questo corpo arrugginito.
Qualcuno cammina più veloce, entra nella stanza con
passo fermo e sgraziato. Non è Licia. Licia frinisce come le
ali di una libellula. È un uomo e sta fermo su di me, nel
mio buio.
«Gloria».
La voce di Nicola, ancora.
«Gloria!», un’ombra si avventa su di me, mi stringo
tutta tenendomi la pancia, emetto un verso aspirato, afono, spettrale.
«Gloria, mi senti? Ma da quanto tempo sei per terra?
Ti tiro su. Aspetta, aggrappati».
Braccia di sasso mi serrano in una morsa bollente, da
destra a sinistra: sono tutta racchiusa dal suo abbraccio,
una buccia d’arancia che scivola via. Posso dire di avere il
suo odore dentro, ora che me ne ha mandato tanto su per
il naso, ora che la mia faccia affonda nel suo petto e non
cambia espressione perché è buia. Perché non so che faccia sia, la mia faccia. E non so che odore sia il suo odore.
«Lasciami stare, sono caduta, come sei entrato?».
«Qui», mi ha messa sdraiata sul divano, rilascio debolmente il mio peso dimenticato fra i cuscini. «Mi hai fatto
venire un colpo, al telefono. Non ho più sentito niente,
ho provato a richiamare e non rispondevi».
«Come hai fatto a entrare?».
«Non ti ricordi? Avevo le chiavi».
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Aveva le chiavi, è vero. Può entrare e uscire dal mio
schifo, questa casa è stata anche sua quando suonavamo
l’arpa, quando io la suonavo sbagliando corde. Doveva restituirmele, quelle maledette chiavi, poi mi sono schiantata contro un albero, ma in fondo non ci sentivamo più al
telefono da un po’. Non ci telefonavamo più.
«Ti senti male?», la sua voce è una lenta carezza sulla
fronte.
«Non ho preso le pillole. Sono caduta perché pioveva,
non capivo dov’ero».
«Te le vado a prendere io. Hai del caffè? Ne preparo un
po’».
Nicola si risponde da solo mentre esce dalla stanza. Forse vede lo scempio che ho in faccia e ha capito che io sono
un’altra, che non sarò più quella di prima, quella che ha abbandonato senza troppe spiegazioni. Ma adesso si muove in
cucina, svelto come sempre, fischiettando a voce bassa, come se regalasse indizi di una musica che ha dentro di sé.
Posso dire che ha smesso di piovere e che Nicola è qui,
come era un tempo. Il dolore mi lascia poco a poco, nella
mia vita ridisegnata a caso, da capo.
«Se non mi azzanni, ti spiego cosa mi ha detto Frizzini», il caffè manda odore di giorno di festa, pialla il ricordo acido delle mie pillole per il dolore. Nicola, seduto sul
divano con me, esala caffè dalla labbra. Caffè e sole battente, è la sua sintesi, il suo profumo.
«Perché dovrei azzannarti se non ti vedo nemmeno?»,
l’ho detto come chi ammette di aver perso e non sa perdere.
«Gloria, questa storia della vista è passeggera, lo sai. Ci
vedrai di nuovo, come ci vedevi prima».
«Hai mai provato a pisciare al buio? Provaci. Tutte le
notti conto i passi fra il letto e la tazza del cesso e quando
mi siedo, ti assicuro, non sono nemmeno certa di essere
nel posto giusto». Volevo farlo ridere, ma la mia voce incattivita l’ha fatto sospirare.
30

«Frizzini ha parlato con Licia ed è tutto a posto. Ti
possono sostituire. Appena ci vedrai bene potrai tornare
a lavorare, loro ti aspettano e la tua trasmissione rimarrà
in programma, potrai ricominciare a registrarla quando
vorrai. Hai la fortuna di lavorare con la voce e potresti
studiare un modo per lavorare da casa, ad esempio».
«Perché? Mi credi incapace di fare dieci chilometri?».
Non so perché l’ho detto. Un fascio di luce, il pedale
del freno, un vetro che esplode contro un palo nero. Non
avrei dovuto dirlo.
«A quello ci penserai più avanti, con calma», posa il
cucchiaino nella tazzina, le sue mani cercano la mia, di
tazzina, la sollevano, la appoggiano per terra. Non avrei
saputo dire se il caffè fosse finito, probabilmente sì, deve
averlo visto.
«Il punto è che, provvisoriamente, un’altra lettrice
prenderà il tuo posto. Solo per un breve periodo. Potrai
stabilire tu fino a quando. Appena stai meglio torni, Frizzini è al corrente di tutto».
«Sì, ma cerca di rimpiazzarmi, è questa la verità! Mi ha
già data per persa, tanto lo sanno tutti come sono ridotta!».
«Gloria, calmati, io non sono venuto qui per questo,
okay? Sono venuto qui per spiegarti come stanno le cose».
«Non puoi prendere tu il mio posto?».
«No», l’ha scandito con una specie di rabbia che mi
mette sull’attenti. Vorrei guardare i suoi occhi e capire a
cosa sta pensando.
«Perché no?».
«Perché non posso fare avanti e indietro. Non posso
venire qui tutti i giorni». Tentenna fra una frase e l’altra,
come se cercasse il modo migliore per darmi una brutta
notizia. «Vivo a Piacenza, adesso».
«A Piacenza?», sono isterica. La voce si scombussola in
un risolino artefatto. Nicola è lontano da me, non vive più
qui, le mie mani si torturano a vicenda. «Con chi vivi? Vi31

vi ancora da solo? Perché a Piacenza? È a cento chilometri da qui».
«Vivo da solo». Ha mentito. Ha risposto a una sola domanda, l’unica che richiedesse una bugia. Il suo respiro è
cambiato, il caffè è sfumato via con le tazzine vuote. Ha acceso una sigaretta e il fumo mi pizzica in faccia. «Vuoi un
tiro?».
Serro le labbra e scuoto la testa.
«Hai smesso di fumare?», chiede lui.
Non ricordo di aver mai fumato. E se anche volessi farlo, rischierei di darmi fuoco alle sopracciglia, non saprei
dove spegnere il mozzicone. Comunque accetto la sigaretta solo per tenerla in mano.
«Di’ a Frizzini che faccia come gli pare». Lapidaria, mi
raggomitolo in un angolo del divano.
«Non sono venuto a tormentarti», la sua mano ha sfiorato distrattamente la mia. L’ho ritratta. Ho pensato che
vorrei non esistesse. Che non vedesse i resti della mia faccia atteggiati a una smorfia risentita. So di essere ancora
più brutta, quando il mio volto diventa una maschera
d’odio. Vorrei sapere fino a che punto sono pietosa, o
spaventosa o deforme.
Vorrei che tornassimo indietro, al centro di un pomeriggio bianco e pulito scritto per noi, dove io possa mutilare l’arpa con le dita e sentirlo ridere. E vederlo ridere.
Non abbiamo più molto da dirci, Nicola lo sa e si accerta di avermi sepolta tutta con una vecchia coperta che
tengo sul divano, riconosco l’odore di piede, di muffa, di
vecchiume. Ha spento una sigaretta qui vicino, puzza di
carta bruciata.
Si richiude la porta alle spalle dopo aver messo le tazzine sporche nell’acquaio, io cerco di salutarlo, ma mi addormento sotto la spinta violenta delle mie pillole. Ancora buio, più intenso. Quello di una testa che non ha più
motivo di restare vigile, quello di una testa messa a mollo
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nella varechina, così, perché non dia fastidio con un pensiero di troppo.
***
Due donne sedute sul divanetto.
Una è la conduttrice, ha i capelli rossi, l’ombretto scuro
le appesantisce il viso, quel taglio non le dona, la invecchia. L’altra è mia madre, indossa un abito blu notte con
lo scollo a barca. La gonna scopre gambe gracili, abbronzate, accavallate. Ha un braccialetto vistoso, grossi tasselli
di madreperla che ondeggiano sulle pieghe della gonna e
non è ancora morta.
«Oltre l’attrice, la donna», incalza la conduttrice. «Ma
sappiamo che anche le storie d’amore più incredibili, quelle che sembrano una favola, non sempre trovano un lieto
fine».
«So a cosa si riferisce», mia madre risponde con una voce tagliente e nasale, ha un accento straniero che profuma
di luoghi lontani, alza le spalle con un debole sorriso di circostanza. «Mi aspettavo la domanda trabocchetto, quando
sono venuta qui».
***
Licia.
Ha aperto la finestra, c’è odore di pioggia che asciuga
lenta sull’asfalto, qualche clacson, qualche cigolio del
quartiere: finestre, fili del bucato, televisioni accese. Non
mi ero mai accorta di vivere in un quartiere del genere,
sembra indolenzito dal maltempo. La vita ricomincia dopo il temporale, ma a stento, in sordina. Come la mia.
Una vita che domani potrebbe non esistere più e nessuno
se ne accorgerebbe. Chi si ricorda di un fagotto lercio
raggomitolato su un divano?
33

Licia è qui, potrei giurarci.
Mi passa un fazzoletto sulla fronte.
«Guarda come hai sudato. Ma perché ti sei agitata così?», la sua voce piomba limpida nel salone, come un campanellino che dichiara la fine del sonno.
«Nicola è stato qui», sto rantolando, il fiato sembra
avermi lasciata.
«Cosa?», Licia fa un piccolo movimento sul divano.
Devo averla contrariata. «Ma che stai dicendo?».
Non mi prende sul serio. Odio non essere presa sul serio. Cerco di raddrizzare la schiena fin dove il dolore me
lo permette.
«Stai ferma, ora. Devo cambiarti, sei fradicia», esclama
Licia, alzandosi.
«Hai capito cosa ho detto? Nicola ha usato il suo mazzo
di chiavi ed è venuto qui».
«Ma è impossibile», la sua voce arriva attutita dalla
mia camera da letto.
«Se non ci credi, guarda nel lavello. Ci sono due tazzine, abbiamo bevuto il caffè».
La sento muovere un attimo dopo verso la cucina.
«Qui non c’è niente».
«Guarda meglio, l’ho sentito metterle nel lavello».
«Ti dico che non ci sono. E nemmeno la moka». Apre
un pensile. «Ecco, è al suo posto, non è stata usata. Se
vuoi un caffè, te lo preparo io».
«Licia, sono sicura!», il fiato mi esplode in gola sotto la
spinta della rabbia. La mia è rabbia. Non vedere nulla,
non essere creduta. Rabbia.
«L’avrai sognato, non parliamone».
«Ma mi hai preso per scema? È stato qui finché non ho
preso sonno!».
La sento sospirare e tornare con passo lento verso il divano. Mi toglie le ciabatte con un gesto rapido e mi sfila i
pantaloni della tuta. Mi sento un neonato e cerco di aiu34

tarmi con le mani, le sue sono più veloci, più sicure. Mi
arrendo e lascio che mi infili dei nuovi pantaloni, quelli
del pigiama, riconosco la pressione leggera della flanella.
«Gloria, è probabile che i farmaci ti lascino un po’ intontita, ne stai prendendo molti e tutti assieme. Te lo dico
perché è impossibile che Nicola sia stato qui, fidati, lo so».
«Ma gli ho parlato!», cerco la sua mano e la trovo debole, sui bottoni della mia maglia. Stringo come un’ossessa. Se avessi gli occhi glielo farei capire con uno sguardo,
ora sta alle mie dita sembrare convincenti. «Credi che abbia dimenticato la sua voce e il suo odore?».
Ero io a fumare sigarette al posto suo? Ero io a dialogare con me stessa? O semplicemente il suo ricordo è
passato a trovarmi e non potrò mai spiegarlo a parole?
Licia sospira di nuovo e sento che non è a suo agio. La
sua mano lascia la mia con uno scatto che sembra dettato
dallo sfinimento. «Oh, allora, Gloria, parliamoci chiaro.
Tu cosa ricordi di Nicola?».
«Che domanda è? Tutto!».
«Sei sicura? Non puoi ricordare tutto, non puoi».
Perché ho sempre dubbi? Perché non potrei mettere
mai la mano sul fuoco su quanto dico? «Sì, che sono sicura. So che stavamo insieme».
«E ti ricordi quando?», ha il tono sterile di un professore. Non trovo amicizia nella sua voce. Non trovo Licia,
nella sua voce.
«No, ma so che è vero». I nervi risalgono lungo le mie
corde vocali, pizzicano e mi fanno ondeggiare la voce.
«Infatti, è vero. Ma è stato un anno fa, Gloria. Da allora non vi siete più sentiti». Ora Licia è lontana da me, in
piedi, irriconoscibile. Mi sta guardando come io non posso fare, mi sta guardando dall’alto e non so cosa veda.
«Lui è stato agli studi di registrazione e gli hanno detto
del mio incidente. Allora è venuto qui con le chiavi di casa, ne aveva ancora una copia. Ti sembra così strano?», è
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una lotta fra me e lei, è una lotta fra me e il buio. Devo dimostrarle che sto dicendo la verità, ad ogni costo.
«Non è strano, Gloria. Non è possibile», spazientita, si
allontana. «Ora preparo la cena».
«No, aspetta!», vorrei alzarmi e mi aggrappo al bracciolo del divano. Avverto il pericolo, rimango in una posa
scomposta. «Perché dici che è impossibile? Ti giuro che
era qui, durante il temporale!».
«L’avrai sognato», mi dà le spalle.
«No, ti dico!».
«Gloria, per l’amor del cielo, piantala!», si è voltata di
scatto verso di me, ha spostato l’aria. «Nicola si è sposato
e vive all’estero. Punto. Non pensarci più».
Ho l’affanno. Ho l’affanno mentre ricado a peso morto fra i cuscini. «Ma era qui, prima». Non so se mi ha sentita, parlo troppo piano anche per me stessa. «Allora è
tornato. Chiedi a Frizzini. Si sono visti!».
Ora Licia ha posato qualcosa sul tavolo, una ciotola. È
di nuovo vicino al divano, non saprei dire in che punto
della stanza, ma la sento respirare. «Ti dice niente il nome
Simone Briganti?».
«No. Chi è?».
«Il tuo capo».
«Il mio capo è Frizzini, vuoi scherzare? Me lo ricordo
bene, il mio capo!».
Ora si è avvicinata di qualche passo e la sua voce scivola verso un tono sempre più basso.
«Lo era, Gloria. Ha ceduto la radio a Briganti sei mesi fa».
«Ma non è vero!», i miei occhi di calce riescono ancora
a piangere di rabbia, ogni lacrima è un macigno. «Ha parlato con Nicola!».
«Al suo posto c’è Simone Briganti, da sei mesi».
«Ti giuro che non lo conosco, non ho mai sentito parlare di quell’uomo in tutta la mia vita! Me lo ricorderei!», mi
sta asciugando le lacrime col fazzoletto, delicatamente, re36

spirando adagio. Pazienza. Ecco cosa usa con me. Pazienza, una continua, inattaccabile pazienza, come quella che
serve coi vecchi, coi pazzi, coi bambini.
«Magari adesso non lo ricordi, ma lo ricorderai». È
gentile, pronuncia tutto come se mi dovesse imboccare di
parole. «Vedi? Hai solo sognato ciò che la tua mente ricordava. Ricordavi che Nicola vivesse in città e l’hai immaginato mentre entrava in casa per sapere come stavi.
Avresti voluto che sapesse dell’incidente. E gliel’hai fatto
dire da Frizzini, che tu ricordi ancora come il tuo capo.
Forse hai più memoria a lungo termine che a breve. Magari rammenti i fatti di sei mesi fa e non del mese scorso,
ma è questione di tempo. Recupererai terreno anche se
spero che avvenga il più tardi possibile perché io voglio
che tu sia serena, non voglio che ti agiti rivangando ex fidanzati».
Mi rannicchio contro la spalliera del divano, cerco di
spazzare via le mie lacrime a palmo aperto. «Frizzini… ha
lasciato la radio?».
«Era malato da anni, non ne aveva fatto parola con
nessuno. Ha preferito prendersi un periodo di riposo e
ha venduto a Briganti che da solo possiede tre quarti delle antenne cittadine».
«E la moglie di Nicola? Chi è?».
«Non ne ho idea. Matrimonio lampo. So solo che un
anno fa lui è andato a vivere con lei».
«Dove? A Piacenza?».
«No, lontano, credo in Austria. Perché dovrebbe andare a vivere a Piacenza?».
«Subito dopo di me… si è sposato. Come se niente
fosse…».
«Lo so, Gloria». Ha un tono grave, mi rimprovera, mi
tiene a bada il cuore.
«Ma così, all’improvviso? Proprio lui che è sempre stato contrario al matrimonio?», c’è uno strascico codardo
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di sconfitta nella mia voce. Non sono felice per lui. Vorrei
non ricordare nemmeno un attimo di lui. Vorrei che la
mia testa lo lasciasse cadere giù, verso un immenso vuoto
di nomi che non mi dicono nulla e volti che non ho mai
incontrato nemmeno per strada.
«Adesso non pensarci, non pensarci più, prometti?»,
la carezza di Licia è un miracolo breve, entra dentro di
me come aria di montagna, mi ripulisce. «Sicuramente
hai memoria di tutto, ma ora le carte sono un po’ mischiate, devi solo rimetterle in ordine e ci vorrà del tempo
ma non devi per forza ricostruire ogni piccola cosa. I farmaci non ti aiutano. Sei costantemente sedata».
«Quando potrò farne a meno?».
«Sicuramente non oggi e non domani», si rialza e torna
in cucina. Per lei il discorso è chiuso. Per lei esiste solo la
cena, riordinare, assicurarsi che dorma. È lì che finiscono i
suoi pensieri.
«Voglio ricordarmi tutto, Licia», le sussurro, sapendo
che non può sentirmi. «Voglio ricordarmi ogni cosa».
Lei accende la radio, in cucina. Un notiziario. Un pezzo
hip hop. La pubblicità. Hanno inaugurato ieri un nuovo
locale, aperto anche la domenica a pranzo. Il meteo. Acqua, ancora acqua, per almeno altri tre giorni. Forti perturbazioni da Nord colpiranno tutta l’Europa centrale,
con particolari rovesci su…
Ho ancora sonno e non posso dormire. Questo sonno
maledetto mi sta mangiando la testa, mi sta portando via
tutti i ricordi. Voglio vedere ogni cosa, guardare una scena
a caso, un cane che ciondola in un vicolo, un bambino che
aspetta l’autobus, una finestra spalancata dal vento, il bacio di una coppia anziana alla stazione. Voglio guardare e
sapere.
Cerco di alzarmi approfittando dell’assenza di Licia.
Non correrà qui dicendo: «Che diavolo fai?», e rimettendomi giù, non mi farò sentire. Io ho un disperato bisogno
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delle mie gambe, deve permettermi di usarle: se continua
a farmi da baby sitter non ricomincerò mai più a vivere
come una persona normale, come quella di prima.
Allungo i palmi verso il tavolino, lo trovo lì dove ricordavo, ho preso bene le misure, provo una specie di sollievo: un giorno potrei imparare a prendere le misure per
ogni cosa. Un giorno, al buio, potrei vivere meglio. Ora
una gamba per volta, oltre la fodera sgualcita del divano.
I piedi in ordine sul pavimento, uno, due. Posso alzarmi,
sono quasi in piedi.
Le mie mani cercano un nuovo appiglio e le mie gambe
fanno un ultimo sforzo. La mano destra trova una superficie liscia, di vetro, fredda. Un piatto, un vaso. Sul fondo c’è
qualcosa, è morbido, farinoso. Cenere. È un posacenere.
Ecco, un mozzicone.
Due mozziconi.
«Ora vengo a tirarti su e ti metto a tavola», annuncia
Licia dalla cucina.
Nicola è stato qui, ho due mozziconi sul palmo della
mano.

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