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© 2016 Fazi Editore srl
Via Isonzo 42, Roma
Tutti i diritti riservati
ISBN:

978-88-9325-087-0

www.fazieditore.it

Qualsiasi riferimento a luoghi o fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Tutti i personaggi sono frutto dell’immaginazione dell’autrice. Tranne Diablo.

Giovanna Zucca

Turno di notte
Lo strano caso del Fatebenesorelle

Gennaio 2016

Ancora nessuna traccia dell’infermiera scomparsa dal
policlinico della città. La donna risulta essere irreperibile dalle ore 21 di mercoledì 13 gennaio quando, finito il
turno presso il blocco operatorio del Policlinico Fatebenesorelle, ha fatto perdere tracce di sé.

Erminia Mangiagalli, ostinata a leggere senza gli occhiali, passò direttamente alla firma del pezzo e constatò
con fastidio che era del marito, Felice Fugazzotto, il quale, dopo anni di cattedra al liceo classico, non aveva ancora imparato a scrivere con una prosa accettabile. “Era
meglio se continuava a fare il professore di Lettere
va…”, pensò. Erminia non aveva avallato l’idea del marito di consacrare il suo tempo al giornalismo lasciando il
liceo, e soprattutto non sopportava lo stile di Felice, che
ingenuamente cercava di stimolare la curiosità dei suoi
lettori lasciando in sospeso o troncando di netto i suoi
articoli. Con grande sforzo si alzò dal divano per cercare
gli occhiali, quando il suono del campanello la fece sobbalzare. Si chiese per un istante se aprire o meno, ma poi
decise che a quell’ora non poteva essere che Anna Laura,
e si avviò di malagrazia ad aprire la porta.
«Uè, ma non ti sei nemmeno pettinata oggi?», fu il
saluto dell’amica.

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«Buongiorno cara, grazie della visita», rispose Erminia
conscia dell’aspetto che doveva avere con la tuta di acetato, i capelli arruffati e i piedi nudi.
«Cosa leggi?», chiese Anna Laura dando un’occhiata
alla pagina di cronaca del «Mattino di Padova», che l’altra teneva in mano.
«Niente, un articolo di Felice».
«Ah, e che dice?», fece Anna Laura sedendosi sul divano non senza prima aver scostato con una smorfia di
ribrezzo la coperta di pile che vi giaceva abbandonata.
«Ma questo straccio gira ancora per casa?», chiese prendendo l’oggetto con due dita e lanciandolo sul tappeto.
«Sì, gira ancora per casa», rispose Erminia.
«Oggi non avevi lezione?», chiese Anna Laura accavallando le gambe e mettendo in mostra le scarpe bicolore a
mezzo tacco che la definivano signora elegante e curata.
«No, oggi no, ancora non hai capito che il venerdì non
ho lezione? E invece tu dove stai andando tutta allisciata
di prima mattina?».
«Di prima mattina? Sono le undici, carina. Io ho già
fatto un salto in studio, sono tornata e ora vado a pranzo
dal generale».
«Mio Dio, ma perché non lo chiami marito, quel martire? Che problema hai a dire m-i-o m-a-r-i-t-o?».
«Nessun problema carina, è solo che non voglio dirlo. Lui sta a casa sua, io sto a casa mia e così ci ameremo
per sempre. Mica voglio diventare come te…».
E con un eloquente gesto portò l’attenzione di entrambe sull’aspetto di Erminia che, alzatasi dal letto,
non si era data la pena neppure di pettinarsi.
«Guarda qua», disse Erminia per fermare l’amica che
sicuramente avrebbe somministrato l’ennesimo pistolotto sulla cura di sé, come la necessità di truccarsi e vestirsi
di tutto punto anche per restare in casa.

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«Embè, è scomparsa una dal policlinico… sai quante
ne scompaiono di donne…».
«Ma non sei curiosa?».
«No. Ho troppi pensieri per chiedermi perché la gente
scompare. Sei tu la paranoica che guarda Chi l’ha visto?,
Quarto grado, Delitti e misteri. Sai, dovresti indagare su
questa morbosa mania che stai sviluppando per i casi di
cronaca. Non eri mica così una volta».
«Stai zitta va… io ho sempre avuto la passione per la
cronaca, sei tu la menefreghista. Tu pensi solo a te stessa».
«No carina, tu da quando hai scritto quel libro hai
preso una china che mi preoccupa. Ma ti pare normale
che il venerdì non si possa fare nulla perché c’è il pelato
di Quarto grado e non te lo puoi perdere?».
«Senti, ma secondo te dov’è finita questa donna?».
«Chi? L’infermiera? E che ne so. Magari era stufa del
marito ed è fuggita ai tropici con l’amante. C’è sempre
un amante in questi casi. Dai, vestiti che usciamo».
«Ma non devi andare a pranzo da Achille?».
«Ho cambiato idea. Ho deciso che andremo a spasso
io e te. Mi pare evidente che tu abbia bisogno di distrarti».
«E dove andiamo?».
«A spasso, in giro, a vedere chi ha la testa più grossa…
dai, vestiti che pranziamo fuori».

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Il paradosso di Skolem o del bibliotecario

Questura di Padova
Venerdì 15 gennaio

«No, io non ce la posso fare. Espositooo?».
«Eh, son qua! Che c’è?».
L’ispettore Scornamiglio era di umore nero. Per ben
due volte era stato interrotto nell’attività che più lo faceva stare bene: il riordino dei raccoglitori di rapporti.
«Io non ne posso più… c’è di nuovo il marito della
scomparsa. È passato già tre volte oggi e chiede di me!
Di me, capito? Sempre di me».
«Ma chi? Il marito dell’infermiera del Fatebenesorelle?», chiese Luana che aveva notato il collega Severini
parlarne alle macchinette del caffè. «Scornamiglio sta ’nguaiato», l’aveva sentito raccontare, ridendo. «Pozzo, che
stava alle denunce, ha mandato il marito della scomparsa
da Scorna, e adesso quello lo perseguita».
«Sì, proprio lui», le confermò Scornamiglio.
«Vabbè, dai, ci penso io», rispose l’ispettore Luana
Esposito di Capodichino, Napoli, in servizio a Padova.
Il giovedì mattina, l’infermiera non era rincasata dal
lavoro, dopo il turno pomeridiano terminato alle ventuno
nel blocco operatorio del nosocomio. Da quel momento
non se n’era saputo più nulla. L’allarme era scattato solo

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nella tarda mattinata successiva. La donna, strumentista
in sala operatoria, per quella notte era reperibile. Il marito aveva pensato che fosse stata trattenuta in servizio, come successo altre volte, e, senza preoccupazioni di sorta,
se n’era andato a letto. Si era allarmato invece quando,
terminata la reperibilità alle sette dell’indomani, la moglie
non era rincasata. Aveva chiamato in sala operatoria e gli
avevano detto che la donna era andata via dal blocco alle
ventuno, come al solito. Il coordinatore infermieristico
aveva controllato le timbrature e in effetti risultava che
l’infermiera era uscita alle ore 21,04. Durante la notte non
c’erano state emergenze e quindi nessuno l’aveva contattata. La collega strumentista, subentrata nel turno della
notte, aveva risposto alla chiamata del coordinatore, confermando che la scomparsa era uscita puntuale dopo un
veloce scambio di battute su come era andato il pomeriggio. Non aveva notato in lei nulla di strano. Ma la macchina non si era mossa dal parcheggio.
Il marito attribuiva grande importanza a questo particolare. La macchina era al suo posto, dove l’aveva lasciata il mercoledì mattina, all’inizio del turno. Luana
Esposito cercò di rassicurare l’uomo: «Vorrei visionare
l’auto di sua moglie. Lei ha una copia delle chiavi?».
«Certo».
«Benissimo. Tra un’ora ci vediamo al parcheggio dei
dipendenti del policlinico».
Luana Esposito s’intenerì per lo stato d’ansia che percepiva nell’uomo, all’apparenza più anziano della moglie
che di anni ne aveva quarantacinque. Cercò di scacciare il
pensiero molesto che la donna fosse sì scomparsa, ma con
un amante più giovane, probabilmente insegnante di balli latino americani, zumba, bachata et similia. “No… non
devo pensare per preconcetti”, si disse severa. Tornò nel
suo ufficio che, nonostante il suo recente addestramento

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a Quantico presso l’accademia dell’FBI, ancora condivideva con Scornamiglio. “Quando me lo danno un ufficio
tutto mio?”, si chiese per l’ennesima volta trovandolo al
telefono col questore. Lo capì dal gesto del collega che indirizzò il dito indice al piano superiore a indicare la chiamata di Ruggiu. «Certo… signor questore, non dubiti signor questore. Proprio ora la dottoressa Esposito ha incontrato il marito, anzi, se vuole gliela passo subito»,
sentì dire dal vigliacco Scornamiglio, al quale non pareva
vero di avere Ruggiu al telefono.
Disperatamente Luana scosse il capo a dire: “Nooo
che gli dico?”.
«Stronzo», sibilò all’orecchio del collega. Prese la
cornetta, cercando al contempo di strappare via anche
la mano a quel lecchino di Scorna.
«Certo, signore. Guardi, avevo già deciso di andarci
oggi stesso; mi sono messa d’accordo col marito per le
chiavi dell’auto… il commissario Loperfido? No, oggi
non è in servizio, signor questore. Oggi aveva quella causa a Vicenza, non ricorda? Certo signore».
«Grazie Scorna!», lanciò il telefono sulla scrivania
del collega colpendo il portaritratti con la foto del figlio
e facendola cadere a terra.
«E stai attenta! Mi hai fatto cadere Edoardo…», e,
precipitandosi a raccogliere la preziosa effige, non degnò
più la collega di attenzione, impegnato a lustrare e controllare l’integrità del vetro. Edoardo, forse figlio di
Scornamiglio perché mater certa, pater non si sa, lo fissava con uno sguardo che a Luana sembrava diabolico, nonostante l’infante avesse appena due anni. L’immagine
pareva dire all’ignaro ispettore: “Aspetta qualche anno e
ti farò cagare sassi, babbino”. Luana lo lasciò in contemplazione del frutto dei suoi lombi e andò a cercare l’amica Gagliardi, della volante, nell’ufficio all’altro lato del

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corridoio. “Ecco, ci mancava solo l’interessamento del
questore, adesso. Che palle. Un’infermiera mal maritata
con un vecchio scompare – secondo me legittimamente,
magari se ne va a Capo Verde con un ballerino tatuato –
e il marito allerta subito gli amici, gli amici degli amici, i
conoscenti degli amici e arriva al questore. Risultato?
Rotture di palle per un caso che forse nemmeno esiste”.
La Gagliardi stava controllando i turni di servizio.
Appena la vide si alzò per abbracciarla, come loro consuetudine. «Be’, che c’è?».
«Uhh… hai sentito che l’altra sera è scomparsa quella dal policlinico?».
«Sì e allora? Che devi fare? Sono passate poche ore
per parlare di scomparsa. Chissà, tra poco rientra e magari si scopre che era andata solo a farsi un giro all’outlet».
«No, non credo», rispose Luana. «La notte fra mercoledì e giovedì era reperibile, non si sarebbe mai allontanata… ma comunque chi lo sa, pure secondo me non esiste
un caso, ma il marito, che conosce questo e quello, ha fatto chiamare il questore da non so chi».
«L’associazione amici del porchetto?», rispose ridendo la Gagliardi.
«Sì, può essere… o l’associazione sardi nel mondo. Comunque mi ha esplicitamente ordinato di occuparmene».
«E mo stai con una bella pala di fico d’india nel sedere,
giusto?».
«Così pare».
«E il commissario capo che dice?», chiese l’amica.
«Non me ne parlare, di quello stronzo».
«No… non dirmi che siete di nuovo ai coltelli», sospirò la Gagliardi che conosceva bene, molto bene la situazione di Luana e del commissario capo Loperfido.
«Ti prego Gaglia’… zitta», intimò Luana. «Zitta ti
prego. Non mi dire te lo avevo detto. Ci pensano già tut-

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ti gli altri a ricordarmelo». Luana si riferiva all’amica
Assunta che l’aveva messa in guardia dai rischi che una
relazione con un uomo quale Loperfido comportava. O
l’altra loro amica delle volanti, la Mancuso… anche lei
aveva fatto di tutto per allontanare Luana dal commissario. Per non parlare di Scornamiglio, che avendo una
moglie e un figlio, si sentiva in diritto di dare suggerimenti a tutti su come vanno le cose della vita. Ma non
c’era stato niente da fare. Nonostante ogni avvertimento
e contro ogni logica, Luana non era riuscita a impedire
che il pensiero dominasse il pensatore. Al ritorno dagli
Stati Uniti si era sentita più innamorata che mai di quel
farabutto, bifolco, cane-dotato di commissario Loperfido. Che a parole le voleva bene, ma che a fatti continuava beatamente a farsi i cazzi suoi, non volendo impegnarsi seriamente nella loro relazione e continuando a
mantenere le sue “amicizie” tra procura e questura. Il
massimo che le aveva concesso era l’affidamento condiviso del suo cane Diablo che, nonostante gli sforzi, Luana non riusciva a detestare come si sarebbe meritato.
Anzi. i due, il microcane e la poliziotta, si amavano teneramente come nessuno avrebbe potuto supporre all’inizio della loro turbolenta conoscenza.
Policlinico Fatebenesorelle di Padova
Blocco operatorio

Domenico Malvestio, coordinatore del blocco operatorio, era stremato dai continui andirivieni di membri
della direzione sanitaria nel suo angusto ufficio. Da
quando si era diffusa la notizia della scomparsa, era iniziato un turbinio di telefonate, e al momento non si vedeva la possibilità di tornarsene a casa. Nelle sale erano

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