File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda .pdf



Nome del file originale: Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda.pdf
Titolo: Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda
Autore: Thomas Malory

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Microsoft® Word 2010, ed è stato inviato su file-pdf.it il 04/10/2016 alle 21:17, dall'indirizzo IP 51.179.x.x. La pagina di download del file è stata vista 5981 volte.
Dimensione del file: 4.5 MB (753 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


Thomas Malory

Re Artù e i cavalieri
della tavola rotonda
A cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini

v

Titolo originale:
Le Morte Darthur

© 1985 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano

v

Sommario

volume primo
IX
XIX
XXI
XXV
I

Introduzione
Nota bibliografica
Bibliografia della materia di Bretagna
o arturiana
Nota alla traduzione
STORIA DI RE ARTÙ
E DEI SUOI
CAVALIERI

5
44
68

88
95
108

Storia di re Artù
Libro I
Merlino
Libro II
Balin il Selvaggio
Libro III
TorePellinor
Libro IV
La guerra con i cinque re
Artù e Accolon
Galvano, Ivano e Moroldo

Storia del nobile Artù che fu imperatore col
valore del proprio braccio
129 Libro V
La nobile storia di ser Lancillotto del Lago
155 Libro VI

v

Storia di ser Gareth di Orkney che fu chiamato
Bellamano
185
Libro VII

241
289
299
312
333
344

Il libro di ser Tristano di Liones
Libro VIII
Isotta la Bella
Ser Lamorak il Gallese
Libro IX
Ser La Cotta Maltagliata
Pazzia ed esilio di ser Tristano
II Castello delle Pulzelle
Alla ricerca di ser Tristano

volume secondo
355
364
393
403
416
422
445
456
475

Libro X

Libro XI
Libro XII

La pietra di Merlino
Re Marco di Comovaglia
Alessandro l‟Orfano
La Gioiosa Guardia
La Città Rossa
II torneo di Lonazep
Ser Palamede il Saraceno
Lancillotto ed Eiaine
La pazzia di ser Lancillotto

495
505
521
533
541
547
565
583
590

Storia del Sangrail
Libro XIII
La partenza
I miracoli
Libro XIV
Ser Percival il Gallese
Libro XV
Ser Lancillotto
Libro XVI
Ser Galvano
Ser Bors
Libro XVII
Ser Galahad
II castello di Carbonek
II miracolo di Galahad

603
615
636
645

Il libro di Lancillotto e della regina Ginevra
Libro XVIII La mela avvelenata
La Bella Damigella di Astolat
II grande torneo di Westminster
Libro XIX
II Cavaliere della Carretta
VI

663
677
693
702
714

724

La morte di Artù
Libro XX
Calunnie e conflitti
La vendetta di ser Galvano
L‟assedio di Benwick
Libro XXI
II giorno fatale
La pietosa morte e dipartita da questo
mondo di ser Lancillotto e della regina
Ginevra
Personaggi principali

VII

Introduzione

Realtà e fantasia, storia e leggenda si intrecciano inestricabilmente nella massa di materiale che va sotto la definizione
di « materia di Bretagna o arturiana ». Innanzitutto, la figura
stessa di Artù che sembra affondare le proprie radici nella
realtà storica di un condottiero britanno della fine del V
secolo, che avrebbe contrastato con successo l‟avanzata degli
invasori sassoni nella natia Inghilterra . Ma non passò molto
che questo « capobanda » divenne nella tradizione re di un
vastissimo regno che si estendeva dalla Grande alla Piccola
Bretagna - e addirittura all‟Europa intera - e, dopo una
fulgida e lunghissima vita trascorsa tra conquiste e saggia
amministrazione della giustizia circondato dal « fiore della
cavalleria », ferito a morte come nelle grandi tragedie di tutti
i tempi da un figlio incestuoso, scompare dalla vista degli
uomini e si ritira in un‟isola incantata da cui un giorno
tornerà per riporsi a capo del popolo che non avrà mai
cessato di attenderlo.
Come l‟identità del suo protagonista, così quella dell‟autore del più noto « romanzo » arturiano mostra risvolti di
realtà e di leggenda. I primi studi sulla biografia di ser
Thomas Malory risalgono soltanto all‟ultimo decennio del
secolo scorso quando lo statunitense G.L. Kittredge stabilì
che Malory, nato nei primi anni del 1400, aveva vissuto a
Newbold Revell, la proprietà di famiglia nel Warwickshire,
aveva servito al seguito di Richard Beauchamp conte di
Warwick all‟assedio di Calais del 1436 e, nel 1444 o 1445, era
diventato membro del Parlamento come rappresentante della propria contea. Ma già nel 1443 la sua vita, fino allora
normale per quei tempi, sembra aver subito una svolta singolare e inspiegabile: sul suo capo pende un‟infamante accusa di furto. Poco si sa di questo primo sconcertante episodio,
ma dal 1451 i documenti diventano più espliciti. Nel 1450

IX

Malory partecipa « con altri malfattori » a un attentato contro il duca di Buckingham; nello stesso anno violenta due
volte a distanza di poche settimane la moglie di Hugh
Smyth, tale Joan; nel 1451 si rende colpevole di abigeato e
di estorsione, finché, il 23 luglio dello stesso anno, viene
arrestato e imprigionato a Coleshill. Cinque giorni dopo il
prigioniero evade, irrompe con numerosi complici in un‟abbazia cisterciense, ruba denaro e valori dai forzieri dell‟abate, insulta quest‟ultimo e si dà alla macchia. Arrestato una
seconda volta, attende il processo in diverse prigioni tra cui
la famigerata Torre di Londra, e viene rilasciato su cauzione
nel maggio del 1454. Seguono altri reati, altri arresti, altre
evasioni e perdoni. Gli ultimi documenti relativi alle sue
disavventure giudiziarie ci dicono che nel gennaio del 1460
Malory viene imprigionato a Newgate.
Non essendoci però pervenuti documenti che attestino
processi o condanne a suo carico, alcuni studiosi ritengono
che Malory sia stato perseguitato da false accuse e da calunnie, benché nei suoi scritti egli non si protesti mai innocente, e si limiti a invocare la libertà. Comunque sia, tutto
quello che sappiamo è che dal 1450 in poi Malory visse alternativamente come fuggiasco e come « cavaliere prigioniero »,
e che il suo nome compare nell‟elenco dei cavalieri al seguito
del conte di Warwick in una spedizione nel Northumberland del 1462. Era il tempo della Guerra delle Due
Rose, e allora Warwick era un lealista, seguace di Edoardo IV contro Enrico VI; quando più tardi il conte si rivoltò
contro Edoardo e si unì ai Lancaster probabilmente Malory
lo seguì. Ma allora non si spiega perché nel 1468 lo scrittore
sia stato escluso dal perdono che Edoardo IV concesse agli
altri lancasteriani.
Malory morì il 14 marzo del 1471 e il fatto che sia stato
sepolto nella chiesa dei Grey Friars presso la prigione di
Newgate suggerisce che la morte lo abbia colto tra quelle
mura.
Nella chiusa dell‟ultimo libro della sua Storia di re Artù. e dei
suoi cavalieri Thomas Malory scrive: « Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri
dall‟inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in
vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quest‟opera fu terminata nel nono anno di re Edoardo IV dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande
potenza, poiché è servo di Cristo di giorno come di notte ».

X

Un appello per essere liberato dal suo stato di prigioniero,
una preghiera per la salvezza della propria anima e una
datazione dell‟opera conclusa: il nono anno del regno di
Edoardo IV è il 1469. Sedici anni più tardi William Caxton, il
primo ad aver impiantato una tipografia in Inghilterra,
stampò i suoi scritti facendoli precedere da una prefazione in
cui dichiara:
« Dopo che ebbi portato a termine varie opere tra cui la
narrazione delle gesta di principi e di grandi conquistatori e
volumi di esempi e di dottrine, numerosi nobili e gentiluomini di diversa estrazione del regno d‟Inghilterra mi chiesero
insistentemente perché non avessi stampato il nobile racconto del Sangrail e di re Artù, rinomatissimo sovrano, il primo,
il maggiore e il più insigne tra i tre eccellenti cristiani e
proprio colui che noi Inglesi dovremmo celebrare più di ogni
altro monarca della nostra fede.
« È infatti universalmente noto che nove furono gli uomini più nobili che mai siano esistiti, e cioè tre pagani, tre ebrei
e tre cristiani. I pagani, vissuti prima dell'Incarnazione di
Cristo, furono Ettore di Troia - del quale ci è pervenuta la
storia in testi poetici e prosastici -, Alessandro il Grande e
Giulio Cesare imperatore di Roma, le cui imprese ci sono
state tramandate. I tre ebrei, anch‟essi precedenti l‟Incarnazione di Nostro Signore, sono il Duca Giosuè, che condusse i
figli di Israele nella Terra Promessa, David, re di Gerusalemme, e Giuda Maccabeo: di questi la Bibbia narra gli atti e le
nobili gesta. Dopo l‟Incarnazione, tre cristiani furono eletti
dall‟intero mondo nel novero dei migliori e più degni: il
primo fu il nobile Artù, delle cui imprese mi propongo di
trattare in questo libro; il secondo fu Carlo Magno, del quale
furono narrate le storie in diversi paesi sia in francese sia in
inglese; il terzo fu Goffredo di Buglione sulla cui vita e gesta
composi un volume per l‟eccellente principe e sovrano di
nobile memoria Edoardo IV.
« I gentiluomini di cui parlavo più sopra insistettero perché stampassi una storia di re Artù e dei suoi cavalieri contenente la narrazione del Sangrail e della morte del re medesimo, sostenendo che avrei dovuto dedicarmi alle sue gesta e
alle sue imprese piuttosto che a quelle di Goffredo di Buglione e degli altri otto, dal momento che Artù era nativo del
nostro regno e ne era stato re e imperatore, e considerando
che in francese erano già apparsi numerosi volumi su di lui e
sui suoi cavalieri.
« Io risposi che molti ritengono che Artù non sia esistito e
che i libri che ne parlano sono solo favole e finzioni, dato che

XI

molte cronache non lo menzionano e non trattano della sua
persona e dei suoi cavalieri. Ma essi, e uno in particolare,
replicarono che chiunque dichiari o ritenga che non sia mai
esistito un sovrano di nome Artù può essere accusato di follia
o di cecità perché vi sono abbondanti prove del contrario. La
prima è che nel monastero di Glastonbury si può ammirare il
suo sepolcro, come è suffragato dal IV libro, capitolo sesto e
dal VII libro, capitolo ventitreesimo del Polichronicon, secondo cui il corpo del re fu sepolto e più tardi ritrovato e
traslato in quel monastero. È inoltre possibile leggere parte
delle sue gesta e della sua caduta nel De Casu Principum di
Boccaccio e l‟intera sua vita nell‟opera sui re di Britannia
composta da Goffredo.1 Per di più, diversi luoghi dell‟Inghilterra conservano, e conserveranno in eterno, numerose vestigia di Artù e dei suoi cavalieri. Tre di esse: l‟altare di sant‟Edoardo nell‟abbazia di Westminster che reca l‟impronta del
suo sigillo in cera rossa incastonata in berillo con la scritta
« Patricius Arthurus, Britannie, Gallie, Germanie, Dacie,
Imperator »; il Castello di Dover, in cui si possono vedere il
cranio di Galvano e il mantello di Craddock; Winchester,
dove è conservata la Tavola Rotonda, e vari altri luoghi in
cui si ammirano la spada di Lancillotto e altri reperti.
« Perciò, tutto considerato, nessuno potrebbe ragionevolmente negare che sia esistito un re di questa terra di nome
Artù, anche perché in ogni contrada, pagana o cristiana che
sia, egli è reputato uno dei nove eccellenti e il primo tra i
cristiani. Anzi, della sua figura si parla maggiormente oltremare, e sulle sue nobili gesta sono stati composti più libri in
olandese, italiano, spagnolo, greco e francese di quanti ne
siano apparsi in inglese.
« Ma non basta: testimonianze su Artù si trovano nella città
di Camelot nel Galles, nelle grandi pietre e nelle magnifiche
opere in ferro che giacciono sottoterra insieme alle arche
reali e che molte persone ancora viventi hanno potuto ammirare. Ci sarebbe quindi da stupirsi che Artù non abbia maggiore fama nel proprio stesso paese se non fosse che ciò si
accorda con la parola di Dio secondo la quale nessun uomo è
profeta in patria.
« Messo di fronte a simili argomentazioni, io non potei più
negare l‟esistenza di questo sovrano. E poiché la gran messe
di opere in francese composte su di lui e sui suoi cavalieri che
ho visto e letto oltremare non è stata tradotta nella nostra

1

Goffredo di Monmouth: Historia regum Britanniae.
XII

lingua, mentre nel nostro paese ne sono apparse in gran
numero nelle lingue gallese e francese, e alcune anche in
inglese ma ben lungi dall‟essere complete, ho deciso di stampare un volume sulle sue nobili imprese e su quelle di alcuni
suoi cavalieri sulla base di una copia che pervenne tra le mie
mani e che ser Thomas Malory trasse da certi libri francesi
riducendola in inglese, e mi sono accinto all‟opera col sussidio
della scarsa abilità che Dio mi ha concesso ma con il favore e
la supervisione di nobili signori e gentiluomini.
« Ho stampato la copia che possedevo con l‟intento di mostrare a ogni uomo eletto le nobili azioni cavalleresche e le
gesta cortesi e virtuose che fruttarono onore ai cavalieri di
quei tempi e di provare come allora i malvagi fossero puniti e
spesso rimproverati o addirittura svergognati. Supplico umilmente i nobili signori e le dame, e ogni uomo di qualunque
condizione, di leggerlo, di serbarne memoria e di imitare gli
atti generosi e onesti; vi troveranno molte storie piacevoli e
liete e un gran numero di gesta di umanità, di cortesia e di
cavalleria. In esso appaiono testimonianze di cavalleria e di
cortesia, di umanità, di benevolenza, di valore, di amore e di
amicizia, come anche di viltà, di omicidio e di odio, in sostanza di virtù e di peccato. Seguite il bene e lasciate il male, e
avrete fama e rinomanza.
« La lettura di questo libro vi farà trascorrere piacevolmente il tempo, ma regolatevi a vostro talento quanto al prestarvi
fede e al credere tutto ciò che esso contiene. Sappiate comunque che esso è stato scritto per nostro ammaestramento e per
ammonirci a non cadere nel vizio e nel peccato, e con l‟intento
di esortarci a esercitare e seguire la virtù con l‟aiuto della
quale potremo conquistare fama in questa vita breve e transitoria per poi raggiungere l‟eterna beatitudine celeste. Possa
concedercela la Santa Trinità che regna nei cieli. Amen.
« Tornando al libro, che dedico a tutti i nobili principi,
signori e dame, gentiluomini e gentildonne che desiderano
leggere o sentir leggere l‟onorata e gioiosa storia del grande
conquistatore ed eccellente sovrano Artù, un tempo re di
questo regno chiàmato allora Britannia, io, William Caxton,
umile persona, presento l‟opera che ho intrapreso a
stampare ».
Dunque, nel 1485 Caxton pubblicò un volume sulle nobili
imprese di re Artù e di alcuni suoi cavalieri sulla base « di una
copia che ser Thomas Malory trasse da certi libri francesi
riducendola in inglese ». In realtà non tutte le fonti di Malory

XIII

erano francesi: gli studi più aggiornati sono giunti alla conclusione che egli ha cominciato con il tradurre in prosa il
romanzo allitterativo inglese Morte Arthure e si è rifatto a un
altro romanzo inglese in versi (Le Morte Arthur) nelle pagine
finali. Tuttavia, il grosso dell‟opera è tratto da quel « libro
francese » che egli stesso cita più volte come autorità indiscussa, cioè il cosiddetto Lancelot-Graal.
Se quindi la Storia del nobile Artù che fu imperatore col
valore del proprio braccio - il primo romanzo composto, spostato come secondo da uno dei più antichi copisti e come
quinto da Caxton - proviene appunto dall‟allitterativo Morte
Arthure, là Storia di re Artù è tratto dalla Suite du Merlin e La
nobile storia di ser Lancillotto del Lago dal Lancillotto in prosa.
Non si conosce la fonte utilizzata da Malory per la sua Storia
di ser Gareth di Orkney che fu chiamato Bellamano, mentre II
libro di ser Tristano di Liones deriva certamente dal Tristano
in prosa. Tornato poi, dalla narrazione delle gesta di alcuni
cavalieri della Tavola Rotonda, al ciclo vero e proprio di
Artù, Malory fa uso de La queste del Saint-Graal e della Mort
Artu per i suoi Storia del Sangrail e II libro di Lancillotto e della
regina Ginevra, e di nuovo dell‟inglese Le Morte Arthur (oltre
che ancora della Mort Artu) per il suo La morte di Artù?
Per quattro secoli e mezzo l‟edizione di Caxton e i vari adattamenti e ristampe che ne sono derivati furono gli unici testi
conosciuti di Malory che campeggiarono sulla letteratura
inglese, furono letti, amati e saccheggiati da altri scrittori,
ispirarono autori e artisti quali Spenser, Tennyson, i Preraffaelliti, T.S. Eliot tra quelli di lingua inglese e innumerevoli
altri in tutto l‟Occidente fino ai più recenti musicals di
Broadway e film hollywoodiani. Ma nel 1934, nella Fellows‟
Library del Winchester College ne fu scoperto un testo più
autentico in un manoscritto del XV secolo e la sua edizione,
operata da Eugène Vinaver nel 1947, rese possibile mettere
in luce gli interventi compiuti da Caxton e ottenere maggiori
informazioni sull‟autore e sul suo lavoro. Si capì in tal modo
che l‟affermazione dell‟editore secondo cui per « semplificarne la comprensione » avrebbe solo suddiviso il testo in
libri e capitoli, ribadita anche nel colophon,2 era falsa e che
in realtà egli si era preso molte più libertà di quante volesse
ammetterne.

2

« Così finisce il libro nobile e gioioso intitolato Le Morte Darthur che
tratta della nascita, vita e gesta di re Artù e dei suoi nobili cavalieri
della Tavola Rotonda, delle loro meravigliose ricerche e avventure,
XIV

Prima di tutto, il testo di Winchester mostra come Caxton
sia intervenuto anche nel fraseggio dell‟autore privando l‟opera del suo sapore originale. Poi apparve il suo tentativo di
far credere che gli scritti di Malory fossero un‟opera unitaria
suddivisa in parti, laddove è oggi evidente che si tratta di un
ciclo di otto romanzi diversi (il che spiega il fatto che spesso
si trovano nella Storia gesta di personaggi che Malory presenta in un secondo tempo in fasi precedenti della loro carriera, ovvero oscure anticipazioni di eventi che si svolgeranno più avanti e in modo diverso da quello annunciato). Inoltre, l‟editore conferì al testo il titolo complessivo di Le Morte
Darthur, che da allora entrò nell‟uso, mentre nella più antica
ristampa pervenutaci (1557) in cui si sia conservata la pagina
del titolo essa risulta essere: « La storia del nobilissimo e
degnissimo re Artù, uno dei più degni tra i cristiani, e anche
dei suoi nobili e valorosi cavalieri della Tavola Rotonda » (Le
Morte Darthur non sarebbe quindi niente altro che il titolo
dell‟ottavo e ultimo romanzo).4
Probabilmente sempre con lo scopo di presentare il testo
come un tutto unico, Caxton cancellò le « chiuse » apposte da
Malory al termine di ogni libro lasciando solo l'ultima e
privando così lo scritto di quei ripetuti appelli al Cielo che
tanto dicono della situazione e del carattere dell‟autore: « E
questo libro finisce al punto in cui ser Lancillotto e ser
Tristano giunsero a corte. Chi volesse di più, cerchi altri libri
di re Artù o di ser Lancillotto e di ser Tristano; questo fu
scritto da un cavaliere prigioniero, ser Thomas Malory, che
Dio gli mandi una buona liberazione. Amen ». E ancora: « E
ioimploro tutti voi che leggete questa storia perché preghiate per colui che l‟ha scritta affinché Dio gli mandi presto e
senza indugio una buona liberazione. Amen », eccetera. Infine, Caxton eliminò alcune incongruenze e arcaismi, come è il
caso della Storia del nobile Artù che fu imperatore col valore del
della conquista del Sangrail e che termina con la morte dolorosa e
dipartita da questo mondo di tutti quanti. Il libro fu ridotto in
inglese da ser Thomas Malory, cavaliere, come già detto sopra, e da
me suddiviso in ventun libri e in capitoli e stampato e completato
nell'abbazia di Westminster l‟ultimo giorno di luglio dell‟anno di
Nostro Signore MCCCCLXXXV. Caxton me fieri fecit. »
4
Scrive infatti Malory nell‟ultima chiusa: « Qui finisce l‟intero libro
di re Artù e dei suoi nobili cavalieri della Tavola Rotonda... E questa
è anche la fine de La morte di Artù ».

XV

proprio braccio, da lui riscritto e ridotto a circa la metà.
Tornando a Malory, su cosa riposa la sua originalità, quella
che ha fatto scrivere a Mario Praz che « la sua opera rappresenta la transizione dal romanzo medievale al romanzo
moderno »? La struttura delle narrazioni cicliche francesi (e
Malory fece principalmente uso della più complessa di esse)
era caratterizzata non già dal puro e semplice accumularsi di
materiale narrativo, ma da una continua aggregazione di
nuovi « rami » aventi lo scopo di chiarire, anticipare o fornire
gli antefatti di storie che erano già state narrate in precedenza. Avveniva così che quando una storia o un insieme di
storie venivano aggiunte come preliminari ed esplicative di
una sequenza di episodi esistenti, cui spesso si sovrapponevano, ne risultava uno schema estremamente complesso di
temi che si alternavano l'uno all‟altro e ricorrevano e si
intrecciavano in una vasta trama da cui il lettore moderno
trova oggi molto difficile districarsi.
Malory distrusse questa trama, e sulla base della fragile
struttura di frammenti disseminati qua e là costruì una narrazione piuttosto continua e coerente ponendo anche in risalto episodi singoli che staccò dal loro contesto originale. L'operazione non gli riuscì sempre molto bene e i risultati non
furono costantemente positivi, ma è innegabile che egli ebbe
una parte non di secondo piano nell‟opera di trasformazione
del romanzo ciclico in romanzo « lineare » e che contribuì a
gettare le basi di quella che per molto tempo sarebbe stata la
nuova struttura del genere romanzesco.
In ogni caso, a mano a mano che procede, l‟opera di Malory
guadagna forza e ritmo e, nell‟ultimo romanzo, quello della
morte di Artù, giunge al capolavoro.
Nello stesso tempo, però, se si inquadra la Storia nel panorama della letteratura europea precedente e contemporanea
non si può non notare che quasi un secolo era passato da
quando in Inghilterra erano apparsi gli scritti di Chaucer il
quale, sulle orme dei trecentisti italiani, aveva portato la
letteratura inglese alla pari delle altre grandi letterature
europee. Leggendo Malory sembra di essere tornati indietro,
a quel XIII secolo che ad esempio in Italia vide la composizione del Novellino. L‟argomento stesso appare antiquato, e
l‟ammirazione dell‟autore per il mondo ormai dissolto della
cavalleria primitiva può suonare anacronistica rispetto alla
nuova società borghese. Ma in realtà Malory descrive la cavalleria del XV secolo, i suoi personaggi hanno connotazioni
più inglesi che francesi, gli atteggiamenti, le usanze sono
quelli noti all‟autore per esperienza diretta. D‟altronde, ben

XVI

poco è rimasto in lui della « cortesia » delle opere cavalleresche d‟oltre Manica: i cavalieri sono uomini d‟azione, non
mostrano incertezze o esitazioni, non si arrovellano nei dilemmi d‟onore e d‟amore.
Un esempio valga per tutti: nel Cavaliere della Carretta
della tradizione francese e di quel Chrétien de Troyes che
Malory non lesse, Lancillotto è diviso tra il dovere imposto
dall‟amore cortese che lo spingerebbe a compiere qualunque
sacrificio per accorrere in aiuto della sua dama Ginevra, e
l‟orrore di macchiare in modo irreparabile il proprio onore
salendo sulla carretta simbolo di ignominia. In Malory, invece, la carretta non è che un mezzo di trasporto sul quale
l‟eroe, cui è stato ferito a morte il cavallo, monta per non
proseguire a piedi gravato dal caldo e dal peso dell‟armatura. Lancillotto perciò non è posto di fronte ad alcuna scelta,
non un solo dubbio rallenta la sua azione.
Questo esempio ci riconduce a un‟altra caratteristica del
mondo poetico di Malory: la concretezza. Si parla esplicitamente del denaro versato da Ginevra ai cavalieri che partono
alla ricerca di Lancillotto impazzito, e perfino la « queste »
del Grail, sul cui significato mistico si imperniava il ciclo
arturiano francese, risulta una spedizione militare che deve,
come ogni altra, essere finanziata. A Malory non interessa la
complessità dottrinale del mito del Grail, che del resto gli
sfugge: egli tende a maneggiare solo la materia che rientra
direttamente nel suo campo conoscitivo e cerca ogni volta
che gli è possibile di stabilirne la credibilità in termini tangibilmente umani. In lui perfino il «meraviglioso» è meno
magico di quanto appaia nei romanzi francesi.
Poiché quello che più sta a cuore all‟autore è il legame di
solidarietà e di lealtà che unisce un gruppo di uomini impegnati a « conquistarsi onore cavalleresco » e a mostrare gli
uni agli altri la propria virilità, armi, tornei e avventure
dominano la scena; i sentimenti, la passione amorosa passano in secondo piano. In uno dei primi libri, a una damigella
che lo rimprovera perché non si è sposato e non è innamorato, Lancillotto risponde: « Bella damigella, non penso affatto
di prendere moglie, perché dovrei restare al suo fianco trascurando le armi, i tornei, le battaglie, le avventure ». Verso
la fine, quando esplode la contesa tra Galvano e Lancillotto,
lo stesso Artù esclama: « Sappiate che soffro di più per la
perdita dei miei buoni cavalieri che per la fuga della mia
gentile regina, perché di regine posso averne quante ne voglio, mentre non mi sarà mai più possibile riunire una simile
compagnia di valorosi!». E Tristano non appare certo un

XVII

amante appassionato, pronto com‟è in ogni momento ad
allontanarsi da Isotta per vivere le avventure dei cavalieri
della Tavola Rotonda.
Commentare la prosa di Malory è compito piuttosto difficile.
Bisogna cominciare col chiedersi se egli abbia davvero un
proprio stile. Come molti autori del suo tempo Malory scrive
in un modo quando segue da vicino le proprie fonti (traduce,
insomma, anche se lo fa asciugando, tagliando, rendendo
descrizioni e dialoghi più secchi e spesso più efficaci), e in un
modo diverso quando esprime le proprie concezioni o si
rivolge ai «nobili lettori». Con il variare dello stile delle
fonti, varia anche quello di Malory, che passa dalla maniera
allitterativa del romanzo da cui ha tratto la storia della
guerra tra Artù e l‟imperatore Lucio a quella che riecheggia
il ritmo delle stanze del romanzo inglese in versi Le Morte
Arthur, e a quella, quantitativamente dominante, della prosa
francese. Ma quando si giunge a leggere l‟ultima parte della
sua sterminata fatica si sente che l‟autore è diventato più
maturo, che lo stile si è fatto più terso e obiettivo e che egli è
in grado di maneggiarlo per esprimere con chiarezza quel
che si propone e di arricchirlo di un dialogo vivo e diretto che
sembra anticipare quello di alcuni moderni scrittori di lingua inglese.
Gabriella Agrati
Maria Letizia Margini

XVIII

Nota bibliografica

Edizioni de «Le Morte Darthur»
Tutte le edizioni dell‟opera di Malory apparse prima del 1947
si basano direttamente o indirettamente sul testo pubblicato
da William Caxton con il titolo Le Morte Darthur nel 1485. Di
questa edizione sono sopravvissute due sole copie; una, mancante di un‟unica pagina, conservata nella Biblioteca Pierpont Morgan di New York; l‟altra, mutila di undici pagine,
conservata nella Biblioteca John Rylands di Manchester. Il
testo, ristampato nel 1498 con alcune modifiche da Wynkyn
de Worde, succeduto a Caxton nella stamperia dell‟abbazia
di Westminster, ebbe almeno tre edizioni nel corso del XVI
secolo e una nel XVII.
Delle numerose edizioni moderne le più importanti sono:
1817 (Southey); 1858 e 1866 (T. Wright); 1868 (E. Strachey);
1889-91 (H.O. Sommer, in tre volumi); 1900, 1903 e 1927
(A.W. Pollard).
Nel 1934 il prof. W.F. Oakeshott scoprì in un manoscritto del
XV secolo trovato nella Fellows‟ Library del Winchester College un testo più autentico dell‟opera di Malory, che mise in
evidenza le modifiche e gli interventi operati dal suo primo
stampatore. Su tale manoscritto si basa l‟edizione del prof.
Eugène Vinaver, corredata di un glossario, di una lunga
introduzione e di un vasto commentario critico (The Works of
sir Thomas Malory, 3 voli., Oxford, 1947; seconda edizione
aggiornata, 1967).

Studi su Malory
Chambers E.K., « Sir Thomas Malory », English Association
Pamphlet no. 51, London, 1922.

XIX

Hicks E., Sir Thomas Malory, His Turbulent Career, Harvard
University. Press, 1928.
Kittredge G.L., Who Was Sir Thomas Malory?, Boston, 1897.
Matthews W., The Ill-framed Knight. A Skeptical Inquiry into
the Identity of sir Thomas Malory, University of California
Press, 1966.
Vinaver E., Malory, Oxford, 1929.

Studi critici
Bennet J.A.W., Essays on Malory, Oxford, 1963.
Field P.J.C., Romance and Chronicle. A Study of Malory Prose
Style, Bloomington and London, 1971.
Lawar J., Introduzione a Le Morte d'Arthur, a cura di Janet
Cowen, London, 1968.
Lumiansky R.M., Malory’s Originality, Baltimore, 1964.
Oakeshott W.F., C.S. Lewis, E. Vinaver, Essays on Malory, a
cura di J.A.W. Bennett, Clarendon Press, 1963.
Reiss E., Sir Thomas Malory, New York, 1966.
Scudder, Vida D., Le Morte Darthur of sir Thomas Malory: A
Study of the Book and its Sources, London and New York,
1921.
Vinaver E., Le Roman de Tristan et Iseult dans I’ceuvre de
Thomas Malory, Paris, 1925.

Traduzione italiana
Pettoello D. (a cura di), La storia di re Artù, Torino, 1958.

XX

Bibliografia
della materia di Bretagna
o arturiana

Le opere elencate sono i testi principali della materia di
Bretagna o arturiana; ove non sia citato il nome dell'autore,
esso è sconosciuto.
Annales Cambriae. Cronache gallesi (redatte verso il 950); la
prima fonte sopravvissuta che menziona la morte di Artù e
di Mordred in combattimento.
Béroul. Poeta normanno, autore di un romanzo di Tristano in
francese (1190 circa); ne sono sopravvissuti solo dei frammenti.
Caradoc di Llancarfan. Storico gallese, autore di una Vita
Gildae (1130 circa), che comprende la storia del rapimento
di Ginevra.
Chrétien de Troyes. Poeta francese (attivo tra il 1160 e il
1190); è il primo autore nelle cui opere sopravvissute si
trova menzione di Camelot, e che tratta di Lancillotto e del
suo amore per Ginevra. I suoi romanzi si basano su leggende bretoni e sulla poesia lirica provenzale, ma sono per la
gran parte nati dalla fantasia dell‟autore, riconosciuto il
maggior poeta medievale prima di Dante. Cinque sono i
suoi romanzi « arturiani » :
1. Erec et Enide.
2. Cligès.
3. Lancelot ou Le Chevalier à la Charrette (continuato dal
chierico Goffredo di Lagny per incarico dello stesso Chrétien).
4. Yvain ou Le Chevalier au Lion.
5. Perceval ou Le Conte du Gradi, rimasto incompiuto.
Dopo la morte di Chrétien sono apparse quattro diverse
« continuazioni » della storia del Graal, tutte in versi francesi:

XXI

1. Prima continuazione (1200 circa); narra la visita di
Galvano al castello del Graal.
2. Seconda continuazione (1200 circa), attribuita a Wauchier de Denain; continua le avventure del Graal.
3. Continuazione di Manessier (1210-1220 circa); racconta come Perceval conquista il Graal.
4. Continuazione di Gerbert de Montreuil (1230 circa);
altra versione della fine delle avventure di Perceval.
Didot Perceval: in prosa francese (inizio XIII secolo); continuazione del Joseph e del Merlin di Robert de Boron.
Draco Normannicus. Di Etienne di Rouen (1170 circa); versione satirica del ritorno di Artù.
Eilhart von Oberge. Poeta tedesco, autore di Tristant (1170
circa).
Goffredo di Monmouth. Cronista inglese (1100 circa-1155).
Scrisse:
1. Profetiae Merlini; incluso più tardi nella:
2. Historia regum Britanniae (1136 circa); contiene la prima « cronaca » completa e articolata che sia sopravvissuta delle vicende di Artù.
3. Vita Merlini. In versi (1148 circa); basato sulle tradizioni gallesi.
Goffredo di Strasburgo. Poeta tedesco, autore di Tristan
(1210 circa).
Guglielmo di Malmesbury. Storico normanno (nato verso il
1090); la sua De gestis regum Anglorum apparve verso il
1140. Scrisse inoltre una storia di Glastonbury, De antiquitate Glastoniensis ecclesiae, in cui ricorre largamente la
materia arturiana.
Hartmann von Aue. Poeta tedesco (1170 circa-1220 circa);
autore di Erek (1190 circa), parzialmente basato sull'Era:
di Chrétien, e di Iwein (1200 circa), versione dell‟YVam di
Chrétien.
Lancelot-Graal, detto anche ciclo vulgato o in prosa
(1215-1235). Nomi moderni del più completo e importante ciclo della materia di Bretagna, in prosa francese,
chiamato anche vulgato perché considerato la bibbia della letteratura arturiana. Si divide in cinque rami o sezioni:
1. L’estoire del Saint-Graal; storia delle origini del Graal e
di come esso fu portato in Britannia.

XXII

2. Merlin; la storia di Merlino e della giovinezza di Artù;
consiste in una versione in prosa del Merlin di Robert de
Boron e di una continuazione.
3. Lancelot; le avventure di Lancillotto e di altri cavalieri
della Tavola Rotonda; vi compare un nuovo personaggio,
Galaad.
4. La queste del Saint-Graal; narra come i cavalieri andarono alla ricerca del Graal e di come essa fu portata a termine da Galaad.
5. Mort Artu; in cui si compie il destino di Artù e dei suoi
cavalieri.
Questo è l‟ordine logico dei rami, ma non quello in cui essi
furono composti. I primi tre furono scritti per primi e sono
raggruppati in quello che è chiamato il Lancillotto in prosa, dal nome dell‟eroe protagonista di quasi tutte le avventure. La Estoire e il Merlin furono aggiunti più tardi per
completare la cronaca.
Layamon. Ecclesiastico inglese (inizi XIII secolo); autore del
poema epico Brut, segue in gran parte fedelmente il Roman de Brut di Wace; in esso Artù viene presentato per la
prima volta come un eroe nazionale.
Libro di Taliesin, II. Raccolta di antichi poemi gallesi (redatta
verso il 1275); Taliesin era un famoso bardo del VI secolo, e
probabilmente alcuni brani sono suoi.
Libro nero di Carmarthen, II. Raccolta di antichi poemi gallesi
(redatta verso il 1200).
Mabinogion. Raccolta di undici storie gallesi di varia datazione, conservate nel Libro bianco di Rhydderch (1325 circa) e nel Libro rosso di Hergest (1400 circa); le prime quattro storie o « rami » contengono tutto quanto ci è pervenuto della leggenda di Pryderi, probabilmente il prototipo di
Perceval; le ultime cinque sono incentrate su Artù o su
personaggi della materia di Bretagna.
Malory, Sir Thomas. Scrittore inglese (1410 circa-1471); autore de Le Morte Darthur, pubblicato a stampa da William
Caxton nel 1485. Benché il mondo cavalleresco da lui riproposto risenta fortemente del tempo in cui l‟opera fu
composta, essa diffuse e dette larga popolarità alle storie
della Tavola Rotonda.
Marie de France. Poetessa francese (seconda metà del XII
secolo). I Lais sono la sua opera più notevole; in particolare, il Caprifoglio narra un episodio della storia di Tristano.

XXIII

Morte Arthure. Romanzo allitterativo inglese (1430-40 circa).
Nennio. Monaco gallese (secolo IX); autore della Historia
Britonum, l‟opera più antica che ci sia pervenuta in cui
Artù viene identificato come il condottiero britanno che
sconfisse i Sassoni a Badon.
Perlesvaus. In prosa francese (1210 circa, ma la datazione è
alquanto incerta); narra le avventure di Perceval, Lancillotto e Galvano alla ricerca del Graal. Secondo l'autore si
tratterebbe di una traduzione di un libro latino in possesso
dell‟abbazia di Glastonbury.
Robert de Boron. Poeta francese (attivo verso il 1200), autore
di due romanzi in versi, Joseph d'Arimathie e Merlin. Il
Joseph è il più antico racconto sopravvissuto della storia
del Graal; Robert de Boron dice di averlo tratto da « un
grande libro» scritto da «grandi chierici». Del Merlin è
rimasto un solo frammento, ma una versione in prosa è
conservata nel Merlin del Lancelot-Graal.
Rustichello o Rusticiano da Pisa. Scrittore italiano, autore
del Meliadus (1271 circa), compilazione in prosa francese
della leggenda della Tavola Rotonda.
Sir Gawain and the Green Knight. Romanzo allitterativo inglese, autentico capolavoro del tardo XIV secolo.
Suite du Merlin. Frammenti di un‟opera in prosa francese
(1230-1240 circa) di un autore che afferma di essere Robert
de Boron; è un tentativo di tracciare una narrazione completa della materia di Bretagna, ma ne sono sopravvissute
solo alcune parti.
Thomas. Poeta francese (seconda metà del XII secolo); autore
di un Tristan, il più antico che ci sia pervenuto sia pure in
forma frammentaria. La versione « cortese » di Thomas ha
ispirato Goffredo di Strasburgo, la Saga norvegese del monaco Robert (1226), la Tavola Ritonda italiana (1290-1300
circa) e il poema inglese SirTristem (fine del XIII o inizi del
XIV secolo).
Tristano in prosa. Nome moderno di un romanzo francese, Le
roman de Tristan de Léonois, in cui Tristano compare come
un cavaliere della Tavola Rotonda. La prima versione fu
scritta nel 1230, forse in Inghilterra; la seconda, ampliata,
risale al 1250 circa.
Ulrico von Zatzikhoven. Ecclesiastico svizzero; autore di
Lanzelet, versione in versi tedeschi delle avventure di Lan-

XXIV

cillotto (1200 circa). L‟autore afferma trattarsi di una traduzione da un libro francese, apparentemente scritto in
Inghilterra, datogli da un cortigiano di re Riccardo I.
Wace, Robert. Cronista anglo-normanno (1100 circa-1175
circa), autore del Roman de Brut, versione ampliata in
versi francesi dell'Historia di Goffredo di Monmouth. Wace è il primo autore che menziona la Tavola Rotonda e
afferma che i Bretoni già raccontavano numerose storie su
di essa.
Wolfram von Eschenbach. Poeta tedesco, autore di Parzival
(1210 circa); questo racconto di Perceval e del Graal si
basa sul Conte du Graal di Chrétien, ma vi sono curiosi
riferimenti a un poeta provenzale di nome Kyot che avrebbe trovato la storia del Graal scritta in arabo a Toledo in
Spagna, e l‟avrebbe passata a Wolfram.
Appartengono alla materia di Bretagna anche numerosi romanzi in versi e in prosa che trattano biografie di singoli
eroi o episodi della loro vita. Tra questi: Meriaduc ou Le
Chevalier aux deux Epées; Fergus; Yder; Durmart le Gallois;
Giunglain ou Le bel Inconnu; L'Atre périlleux; Vengeance
Raguidel, in francese; Le Morte Arthur (1400 circa) in strofe
di otto versi rimati, una delle fonti di Thomas Malory,
oltre a numerosi romanzi incentrati su Galvano, in inglese; Wigalois (1210 circa) di Wimt von Grafenberg, in tedesco.

XXV

Nota alla traduzione

La ricchezza di spunti romanzeschi della Storia di re Artù e
dei suoi cavalieri, dalla quale il mondo anglosassone ha per
secoli attinto a piene mani, si dimostra appetibile anche nel
nostro tempo che vede una fioritura di opere letterarie, teatrali e cinematografiche ispirate alle avventure del re britanno e dei suoi cavalieri nella versione che ne dette Malory. Ma
proprio questa versione è la meno conosciuta dal pubblico
italiano che, per ovvie ragioni storiche e di lingua, è più
familiarizzato con il ciclo francese e con l‟ambiente
« cortese » in cui esso si svolge. Nel decidere quindi di proporre questo testo al lettore italiano abbiamo ritenuto che
l‟interesse principale di una sua rilettura riposi oggi più sul
suo carattere di « romanzo d‟avventure » che sul suo intrinseco valore di opera letteraria da inquadrare in un‟epoca e in
un contesto culturale determinati.
Malory compose testi moderni rispetto ai precedenti del
ciclo arturiano francese, ma non per questo si deve credere
che essi possano apparire « moderni » anche ai lettori odierni. Gli otto romanzi, se tradotti tali e quali, risulterebbero
innanzitutto troppo lunghi, oltre che infarciti di ripetizioni,
ridondanze, oscurità e incongruenze: a dire il vero, francamente illeggibili per chi, non nutrendo particolari interessi
filologici o storici, volesse trarne solo il piacere della lettura.
Dato che l‟unica altra traduzione italiana esistente (quella
condotta nel 1958 da D. Pettoello sul testo del Vinaver) soddisfa le esigenze di quanti vogliono leggere Malory in versione
integrale e letterale, noi abbiamo scelto di compiere un'operazione simile a quella che il primo editore di Malory fece nel
1485, ma ancora più drastica. Allo scopo di rendere scorrevole e avvincente l‟immensa opera, abbiamo costruito il testo
come un unico romanzo seguendo l‟edizione di Caxton ma
spingendoci oltre nella concatenazione degli episodi, nella

XXVI

titolazione, nell‟eliminazione per quanto possibile delle incongruenze e delle ripetizioni, nel taglio dei « rami secchi ».
In particolare, nel Libro di ser Tristano di Liones, che tra tutti
è il più caotico e sciatto, abbiamo sfrondato l'eccesso di
scontri e di duelli che nelloriginale si succedono l‟uno all‟altro con un ritmo ossessivo e spesso insensato, e abbiamo
cercato di dare ordine anticipando o posticipando episodi
che apparivano fuori posto e spezzavano, fino a renderla
inintelligibile, la continuità del racconto.
Conseguenza logica di questa scelta è stata quella di presentare una traduzione relativamente libera che, pur cercando di rendere il sapore dell‟inglese quattrocentesco di Malory, ne conserva solo in parte il fraseggiare qualche volta
troppo secco ed ellittico, più sovente involuto e complesso.
G.A.
M.L.M.

XXVII

STORIA DI RE ARTÙ
E DEI SUOI CAVALIERI

STORIA DI RE ARTÙ

Libro I

MERLINO

Come Uther Pendragon mandò a chiamare il duca di
Cornovaglia e Igraine sua moglie, e come questi ripartirono in tutta fretta
Al tempo in cui Uther Pendragon governava su tutta l‟Inghilterra, vi era in Cornovaglia un potente duca, signore di Tintagel, che gli faceva guerra da molti anni. Attraverso degli
emissari, un giorno il re lo convocò ordinandogli di portare
con sé anche la moglie, che aveva nome Igraine e fama di
essere molto assennata. Quando il duca arrivò alla presenza
del sovrano, per intercessione dei più nobili baroni si
riconciliò con lui, ma il re si innamorò di sua moglie, la
festeggiò oltre misura e desiderò di giacere con lei. Igraine,
che era una donna onesta e leale, non solo non vi consentì,
ma anzi disse al marito:
« Credo che siamo stati chiamati qui perché io vi perdessi
il mio onore. Vi consiglio quindi di andare via senza indugio
e di raggiungere questa notte stessa il nostro castello. »
Così partirono senza che il re e i suoi nobili se ne accorgessero. Ma Uther, appena lo venne a sapere, fu preso da una
grande collera e riunì il consiglio privato per metterlo al
corrente dell‟accaduto. I baroni gli suggerirono di ingiungere
perentoriamente al duca di ripresentarsi a corte con la moglie.
« Se non obbedirà al vostro comando e non verrà » aggiunsero « avrete un buon motivo per muovergli guerra. »
Così fu fatto; ma i messaggeri ricevettero una risposta che,
in breve, significava che essi rifiutavano di tornare. Allora il
re, sempre più adirato, mandò a dire esplicitamente al duca

5

che si preparasse, si rifornisse e si armasse perché entro
quaranta giorni lo avrebbe snidato dal suo più forte castello.
Ricevuto Tavviso, il duca munì e approvvigionò due sue
roccheforti, Tintagel e Terrabil, e lasciò la moglie a Tintagel
chiudendosi egli stesso a Terrabil che disponeva di molte
uscite e postierle.
Non passò molto che Uther venne in forze a porre l'assedio
al castello di Terrabil, davanti al quale fece rizzare i suoi
padiglioni. La guerra fu aspra, e le perdite furono numerose
da entrambe le parti; ma per l'ira che lo animava e per
l'amore che portava alla bella Igraine il re cadde ammalato,
e, quando il nobile cavaliere ser Ulfius andò a chiedergli cosa
lo angustiasse, gli rispose:
« Il corruccio e l'amore per Igraine sono causa di un male
da cui non potrò mai guarire. »
« Allora, mio signore, andrò a cercare Merlino, ed egli vi
darà un rimedio che sarà gradito al vostro cuore » gli disse
Ulfius.
Il cavaliere lasciò quindi la corte, e in strada gli avvenne di
imbattersi in Merlino che, travestito da mendicante, gli
domandò di chi fosse in cerca. Ulfius gli rispose che non
aveva difficoltà a dirglielo, e allora Merlino replicò:
« Ma io so già chi cerchi. Perciò non andare oltre: Merlino
sono io. Se re Uther mi ricompenserà bene e giurerà di
esaudire un mio desiderio che si volgerà più a onore e profitto suoi che miei, farò in modo che egli abbia ciò che vuole. »
« Mi adoprerò perché le tue richieste siano appagate, a
condizione che siano ragionevoli » gli rispose Ulfius.
« Allora il re avrà quello che brama. Ora va' per la tua
strada, e io ti seguirò da presso. »

Come Uther Pendragon fece guerra al duca di Cornovaglia e come, per opera di Merlino, giacque con la duchessa e concepì Artù
Ulfius, soddisfatto, tornò al galoppo da re Uther Pendragon e
gli riferì di avere incontrato Merlino.
« Dov'è? » gli chiese il re.
« Non tarderà molto, sire » fu la risposta del cavaliere che,
subito dopo, visto Merlino vicino alla porta del padiglione, lo
invitò a entrare.
6

« Sire » disse Merlino dopo che il sovrano gli ebbe augurato
il benvenuto « conosco a fondo il vostro cuore. Se da re leale e
consacrato quale siete mi giurerete di soddisfare ogni mia
richiesta, farò in modo da appagare il vostro desiderio. »
Il re giurò sui Quattro Evangelisti.
« Ecco cosa voglio, sire » disse allora Merlino. « La prima
notte che trascorrerete con Igraine concepirete in lei un figlio
che mi farete consegnare appena sarà venuto alla luce. Io lo
alleverò dove più mi piacerà, affinché a voi derivi onore e al
bambino i vantaggi che gli spettano. »
« Sarà fatto come volete » accondiscese il re.
« Ora preparatevi » aggiunse Merlino. « Questa notte stessa
vi coricherete al fianco di Igraine nel castello di Tintagel, e
avrete le sembianze di suo marito; Ulfius assumerà l'aspetto
di ser Brastias e io quello di ser Jordans, due cavalieri del
duca. Ma badate di non rivolgere domande né a lei né ai suoi
uomini; dite che non vi sentite bene, affrettatevi ad andare a
letto, e domani mattina non vi alzate prima del mio arrivo. Il
castello non è che a dieci miglia da qui. »
Fu dunque fatto come era stato deciso. Ma poiché il duca
aveva visto il re lasciare l'assedio di Terrabil, quella stessa
notte uscì dal castello attraverso una postierla per attaccare
l'esercito regale e rimase ucciso nella sortita prima ancora
che il sovrano fosse arrivato a Tintagel. Così re Uther giacque
con Igraine più di tre ore dopo la morte del duca e, in quella
notte, concepì Artù. Allo spuntare del giorno, dopo che
Merlino fu arrivato per dirgli di prepararsi, egli baciò la
dama e partì in gran fretta. E quando Igraine sentì dire che,
secondo tutte le testimonianze, il marito era morto prima
dell'arrivo di Uther, si chiese con grande stupore chi potesse
essere l'uomo che si era coricato con lei nelle sembianze del
suo signore e ne pianse segretamente senza farne parola ad
alcuno.
Morto il duca, i baroni che dipendevano da lui pregarono
all'unanimità il re di venire a un accordo con Igraine; egli lo
concesse di buon grado, anche perché lo desiderava lui stesso, e affidò la faccenda a Ulfius che la regolasse a suo nome.
Così, infine, dama Igraine e Uther re si poterono incontrare
apertamente.
«Da ora in poi andrà tutto bene» osservò Ulfius. «Madama Igraine è bellissima, e il nostro re è un cavaliere nel
7

pieno del vigore e non ha moglie. Saremmo molto lieti se gli
piacesse di farne la sua regina. »
Tutti d‟accordo, i baroni andarono a sottoporre la proposta a Uther, ed egli vi consentì volentieri da cavaliere
gagliardo qual era. Non passò molto, quindi, che un mattino Uther e Igraine si sposarono tra la gioia e il tripudio
generale, e, per volere del re, nella stessa occasione re Lot di
Lothian e di Orkney sposò Morgawse, che sarebbe stata la
madre di Galvano, e re Nentres della terra di Garlot sposò
Eiaine. La terza sorella, Morgana la Fata, fu invece messa a
studiare in un convento dove divenne molto dotta in negromanzia. In seguito sarebbe stata maritata a re Uriens della
terra di Gore, padre di ser Ivano il Biancamano.

Della nascita di Artù, e di come fu allevato
Intanto la regina Igraine diveniva ogni giorno più grossa.
Sei mesi dopo le nozze, re Uther, una sera in cui giaceva
accanto a lei, le chiese di rivelargli, per la lealtà che gli
doveva, di chi fosse il bambino che portava in seno, ed ella
fu dolorosamente imbarazzata a dare una risposta.
« Non ti angustiare » le disse allora il re. « Se mi dirai la
verità, ti do la mia parola che ti amerò ancora di più. »
« Ti dirò tutto, sire » accondiscese alla fine Igraine, che
poi gli raccontò quello che egli già sapeva.
« Hai detto la verità » disse il re alla fine. « Quell‟uomo
ero io; perciò non ti preoccupare, perché sono io il padre del
bambino. »
Poi le riferì come ogni cosa fosse stata fatta su consiglio di
Merlino, e la regina ne fu molto lieta. Qualche tempo dopo
lo stesso Merlino si presentò al re per dirgli che doveva
provvedere al figlio.
« Come volete » gli rispose Uther.
« Ebbene, conosco un gentiluomo leale e fedele che lo
alleverà; si chiama ser Ector ed è signore di vasti possedimenti in diverse parti dell'Inghilterra e del Galles. Mandatelo a chiamare e chiedetegli, in nome della devozione che
ha per voi, di dare a balia il proprio figlio e di fare in modo
che sua moglie allatti il vostro. Appena il bambino sarà

8

nato, fatemelo consegnare, prima che sia battezzato, presso
la postierla segreta che conoscete. »
Così, quando ser Ector si presentò a corte, si impegnò con
il sovrano ad allevare il nascituro, e per questo fu riccamente
ricompensato. Dopo che la regina ebbe partorito, il re ordinò
a due cavalieri e a due dame di avvolgere il neonato in un
drappo d‟oro e di consegnarlo al povero che avrebbero trovato alla postierla del castello. In tal modo Merlino ricevette il
piccolo, che portò subito da ser Ector presso cui lo fece
battezzare da un sant‟uomo dandogli nome Artù. La moglie
di ser Ector lo allattò al proprio seno.

Della morte di re Uther Pendragon
Due anni dopo re Uther si ammalò gravemente; i nemici ne
usurparono i diritti, sferrarono battaglia ai suoi uomini e gli
uccisero numerosi sudditi. Allora Merlino gli disse:
« Sire, non potete restarvene nel vostro letto: dovete farvi
trasportare in lettiga a cavalli sul campo di battaglia, altrimenti non avrete mai ragione dei vostri nemici. Potrete vincere solo se vi presenterete di persona. »
Seguendo il consiglio di Merlino, il re fu condotto sul
campo di battaglia alla testa di un grande esercito che, a
Saint Albans, si batté contro le schiere del nord. In quel
giorno ser Ulfius e ser Brastias si cimentarono in grandi
prodezze d‟armi e gli uomini di re Uther sconfissero i nemici,
ne uccisero in gran numero e misero in fuga i superstiti. Poi
Uther fu portato a Londra per festeggiare la vittoria; ma la
malattia si aggravò, e per tre notti e tre giorni il sovrano non
fu in grado di parlare. I baroni, in grande cordoglio, chiesero
consiglio a Merlino.
« Non possiamo fare altro che lasciare che si compia la
volontà di Dio » fu la risposta che ne ebbero. « Tuttavia domattina trovatevi alla presenza del re, e con l‟aiuto del Signore io farò in modo che egli parli.»
Al mattino, Merlino si rivolse a Uther davanti a tutti i
baroni.
« Sire » gli disse a voce ben alta « dopo la vostra morte,
sarà vostro figlio Artù re di questa terra e di tutte le sue
province? »
9

Il re volse allora la testa verso di lui e tutti poterono sentire
le sue parole.
« Gli do la benedizione di Dio e la mia » disse « e chiedo che
preghi per la mia anima e reclami la corona secondo diritto e
con onore, sotto pena di rendere nulla la mia benedizione. »
Poi rese l‟anima a Dio e fu sepolto come si addiceva a un re.
La bella regina Igraine si mostrò molto addolorata, e come
lei tutti i baroni.

Come Artù venne scelto re, e dei prodigi e delle meraviglie
di una spada che egli estrasse da una roccia
Morto Uther Pendragon, il regno restò a lungo in pericolo,
perché ogni signore di potenti armate si rafforzava e molti
ambivano a divenire re. Alla fine Merlino si presentò all‟arcivescovo di Canterbury e gli suggerì di convocare a Londra
per Natale, sotto pena di scomunica, tutti i nobili e i gentiluomini d‟armi del regno, perché Gesù, che era nato in quella
notte, nella Sua grande misericordia voleva compiere un
miracolo e, come Egli era venuto per essere re del genere
umano, intendeva mostrare chi avrebbe dovuto essere il legittimo sovrano del regno.
L‟arcivescovo accolse la proposta e seguì il consiglio di
Merlino, e molti dei baroni convocati pensarono bene di
purificarsi prima di raggiungere Londra, nella speranza che
le loro preghiere potessero essere meglio accette a Dio. Fu
così che, molto prima dell‟alba del giorno di Natale, tutti gli
ordini nobili si riunirono per pregare nella più grande chiesa
della città, si trattasse di San Paolo o no il libro francese non
ne fa menzione. E quando i mattutini e la prima messa
ebbero termine, nel camposanto dietro l‟altare maggiore fu
vista una grande roccia quadrangolare simile a un blocco di
marmo, che sorreggeva nel mezzo una sorta di incudine
d‟acciaio alta un piede in cui era infitta una bella spada.
Intorno all‟arma una scritta in lettere d‟oro diceva:
COLUI CHE ESTRARRÀ QUESTA SPADA DALLA ROCCIA
E DALL‟INCUDINE È IL LEGITTIMO RE DI TUTTA L‟INGHILTERRA.

Quelli che la videro andarono a riferirne stupiti all‟arcivescovo.

10

« Restate in chiesa a pregare » disse loro il sant‟uomo. « E
che nessuno tocchi la spada finché sarà stata celebrata la
messa solenne. »
Terminati i servizi divini, tutti i nobili andarono a vedere
la roccia e alcuni, letta la scritta, tentarono di estrarre la
spada nella speranza di divenire re; ma nessuno riuscì nemmeno a smuoverla.
« Colui che vi riuscirà non si trova qui » disse l‟arcivescovo.
« Ma non dubitate che Dio ce lo mostrerà. Io intanto consiglio che siano scelti dieci cavalieri di grande rinomanza
perché la custodiscano. »
Così fu fatto; poi venne bandito che ogni uomo che lo
desiderasse avesse la facoltà di provare a estrarre la spada
dalla roccia, e i baroni indissero una giostra e un torneo per il
primo giorno dell‟anno e vi invitarono tutti i cavalieri allo
scopo di non far disperdere i nobili e il popolo, perché l‟arcivescovo era certo che Dio gli avrebbe mostrato il vincitore
della spada.
Il giorno di Capodanno, terminata la messa, i baroni cavalcarono al campo, alcuni per giostrare, altri per torneare. Tra
di essi vi era anche ser Ector accompagnato dal figlio ser Kay
e dal giovane Artù, fratello di latte di quest‟ultimo. Ser Kay,
che era stato fatto cavaliere nel giorno di Ognissanti, accortosi quando era già in cammino di avere dimenticato la
spada nell‟alloggio del padre, pregò Artù di andargliela a
prendere.
« Volentieri » rispose il giovane allontanandosi in fretta.
Giunto a casa, scoprì però che la dama e tutti gli altri
erano usciti per assistere alle giostre. Ne fu addolorato, ma
poi si disse:
"Andrò al camposanto a prendere la spada che è infitta
nella roccia. Mio fratello non deve rimanere senza un‟arma
in una giornata come questa.”
Si diresse quindi verso il camposanto; scese di sella, legò il
cavallo a un montante e si avvicinò alla tenda che nascondeva la roccia. Non trovandovi i cavalieri che vi erano stati
lasciati di guardia e che infatti erano andati alle giostre,
afferrò l‟impugnatura della spada e la estrasse con un strappo deciso, ma senza sforzo. Poi riprese il cavallo e raggiunse
ser Kay per consegnargliela. Appena il fratello la vide, la
riconobbe subito. Allora si avvicinò al padre e gli disse:
11

« Signore, ecco la spada della roccia. Dunque devo essere
io il re di questa terra. »
Ser Ector osservò l‟arma; quindi tornò indietro con i due
giovani, smontò da cavallo, entrò nella chiesa e ordinò a ser
Kay di ripetergli con precisione come l'avesse presa facendolo giurare sul Libro Sacro.
« Me l‟ha portata mio fratello Artù, signore » disse allora
ser Kay.
« E tu, come l‟hai avuta? » chiese ser Ector ad Artù.
« Ecco, signore, quando sono tornato a casa a prendere la
spada di ser Kay, non ho trovato nessuno che me la potesse
dare; allora, pensando che mio fratello non dovesse rimanere disarmato, sono venuto qui e ho estratto l‟arma dalla
roccia senza alcuna fatica. »
« Non vi erano cavalieri? »
« No. »
«Ora capisco che devi essere tu re di questa terra!»
esclamò allora ser Ector.
« Perché proprio io? »
« Perché questa è la volontà di Dio. Nessuno avrebbe
potuto prendere la spada salvo colui che sarà il legittimo
sovrano del paese. Ora fammi vedere se sei capace di riporla
dov‟era e di ritirarla fuori.»
« Non è difficile » disse Artù, rinfilando la spada nella
roccia.
E quando ser Ector cercò di estrarla a sua volta, non vi
riuscì.

Come Artù trasse più volte la spada dalla roccia
« Ora prova tu » ordinò ser Ector a ser Kay.
Questi si mise a tirarla con tutte le forze, ma non vi riuscì.
« Adesso tu » disse ancora il padre ad Artù.
« Volentieri » gli rispose il giovane, tirandola fuori con
facilità.
Ser Ector e ser Kay si inginocchiarono a terra.
« Ahimè, perché vi inginocchiate davanti a me, voi che
siete mio padre e mio fratello? » chiese loro Artù.
« No, mio signore, non è così. Io non sono vostro padre e
non sono nemmeno del vostro stesso sangue. Vedo che
12

discendete da un lignaggio ben più nobile di quanto credessi. »
E gli raccontò come gli fosse stato affidato, perché lo allevasse, dallo stesso Merlino. Nel sentire che ser Ector non era
suo padre, il giovane provò un profondo dolore, ma il cavaliere continuò:
« Quando sarete re, vorrete essere il mio buono e grazioso
signore? »
« In caso contrario sarei da biasimare » fu la risposta di
Artù. « Siete l‟uomo a cui devo di più insieme alla mia buona
signora e madre, vostra moglie, che mi ha nutrito e allevato
come figlio suo. Se Dio vorrà ch‟io sia re come voi dite,
potrete chiedermi tutto quello che sarà in mio potere di
concedervi, e io non vi mancherò! »
« Signore » gli disse allora ser Ector « vi chiederò solo di
nominare mio figlio ser Kay siniscalco del regno e di tutte le
vostre terre. »
« Sarà fatto, e anche di più, in fede mia! » esclamò il giovane. « Nessun altro uomo ricoprirà quella carica finché io e lui
saremo in vita. »
Dopo di che andarono dall‟arcivescovo e gli riferirono come e da chi era stata vinta la spada. Quando poi, nel giorno
dell‟Epifania, i baroni si riunirono di nuovo per provare a
estrarre l‟arma, Artù fu l‟unico a riuscirvi, con grande indignazione dei baroni che dichiararono che sarebbe stato un
disonore per loro stessi e per il regno essere governati da un
ragazzo di oscure origini. Poi si separarono, dopo aver rimandato ogni decisione all‟assemblea generale della Candelora. I dieci cavalieri furono nuovamente incaricati della
sorveglianza della spada, e fu eretto un padiglione a coprire
la roccia su cui, cinque alla volta, avrebbero vegliato in
continuazione di giorno e di notte.
Giunta Candelora, molti altri baroni si unirono ai primi
per affrontare la prova, ma fallirono tutti; solo Artù riuscì,
come a Natale, a estrarre la spada con facilità. I baroni,
irritati, rimandarono ancora la decisione alla festa solenne di
Pasqua; ma, come a Candelora, così Artù fece a Pasqua. E
tuttavia alcuni nobili rifiutarono ancora una volta di accettarlo come re e vollero posporre fino alla Pentecoste. Allora
l‟arcivescovo di Canterbury, su suggerimento di Merlino, fece scegliere dieci tra i migliori cavalieri che fu possibile
13

trovare e quelli che Uther Pendragon aveva amato di più e in
cui aveva riposto maggiore fiducia - e tra di essi vi erano ser
Baldovino di Bretagna, ser Kay, ser Ulfius, ser Brastias e
altri - e ordinò che non si allontanassero mai dal fianco di
Artù fino al giorno della festa.

Come Artù. fu incoronato, e come attribuì le cariche del
regno
Quando arrivò la Pentecoste, molti uomini di diversa estrazione si misurarono nel tentativo di tirare fuori la spada
dalla roccia, ma vi riuscì solo Artù, che la estrasse alla presenza di tutti i nobili e del popolo riunito. Subito dalla folla
si alzò un grido:
« Artù deve essere il nostro re! Non vogliamo altri indugi,
perché questa è la palese volontà di Dio. Uccideremo chiunque intendesse opporsi. »
Dopo di che ricchi e poveri si inginocchiarono invocando il
perdono di Artù per avere esitato tanto a lungo. Artù li
perdonò, poi prese la spada con entrambe le mani e l‟offrì
sull‟altare presso cui si trovava l‟arcivescovo. In tal modo fu
fatto cavaliere dall‟uomo più nobile tra i presenti.
Subito dopo si procedette all‟incoronazione, e Artù giurò ai
nobili e al popolo che sarebbe stato un re leale e giusto per
tutta la vita. Poi fece venire quanti tenevano feudi dalla
corona perché giurassero di prestare i servigi dovuti. Nella
medesima occasione accolse anche numerose lagnanze per
torti subiti dal giorno della morte di re Uther e per terre che
erano state strappate a nobili e a cavalieri, a dame e a
gentiluomini, e dispose che i feudi fossero restituiti secondo i
diritti di ognuno.
Dopo che ebbe provveduto a ristabilire l‟ordine su tutte le
contrade intorno a Londra, il re nominò ser Kay siniscalco
d‟Inghilterra, ser Baldovino di Bretagna conestabile, ser Ulfius ciambellano e ser Brastias governatore del nord, dal
Trent all‟estremo confine settentrionale, dove allora si trovava la maggior parte dei suoi nemici.

14

Come Artù indi una grande festa nel Galles in occasione
della Pentecoste, e quali re e signori vi intervennero
Poi il re si trasferì nel Galles e annunciò che, dopo l‟incoronazione, a Carleon si sarebbe tenuta una grande festa in occasione della Pentecoste.
Nel giorno fissato, re Lot di Lothian e di Orkney, accompagnato da cinquecento cavalieri, re Uriens di Gore con quattrocento e re Nentres di Garlot con settecento si presentarono a Carleon. Giunsero anche il giovanissimo re degli Scozzesi in compagnia di seicento cavalieri e il sovrano che era
chiamato il Re dei Cento Cavalieri, tutti riccamente equipaggiati sotto ogni aspetto. Venne pure re Carados con un seguito di cinquecento cavalieri.
Artù li accolse con grande gioia, perché era convinto che
tutti quei re e cavalieri fossero venuti per manifestargli affetto e rendergli onore; perciò li festeggiò molto e li coprì di
doni preziosi. Ma i re non li vollero accettare, e rimbrottarono aspramente i messaggeri dichiarando che non amavano
affatto ricevere regali da un ragazzino imberbe e di basso
lignaggio. Mandarono anche a dire ad Artù che non solo non
volevano i suoi doni, ma che anzi erano venuti per presentargli duri colpi di spada tra il collo e le spalle.
Quando al re fu riferita la loro risposta, su consiglio dei
suoi baroni si chiuse con cinquecento cavalieri nella roccaforte, alla quale i re ribelli posero l‟assedio. Ma Artù era ben
approvvigionato.
Quindici giorni dopo Merlino arrivò a Carleon e si presentò
ai re ribelli, e questi, lieti di vederlo, gli chiesero:
« Per quale motivo quel ragazzo è divenuto vostro re? »
« Signori, è figlio legittimo di re Uther Pendragon e di
Igraine, moglie del duca di Tintagel » rispose loro Merlino.
« Allora è bastardo! » esclamarono tutti.
« No; Artù fu concepito più di tre ore dopo la morte del
duca, e tredici giorni più tardi re Uther sposò Igraine. È
quindi provato che non è bastardo, e chi lo afferma sappia
che Artù sarà re e avrà ragione di tutti i suoi nemici, e che,
prima di morire, avrà regnato a lungo su tutta l‟Inghilterra e
avrà condotto sotto il proprio comando il Galles, l‟Irlanda, la
Scozia e molti altri regni.»
Alcuni dei ribelli si meravigliarono di queste parole, ma le
15

ritennero vere; altri, invece, tra cui re Lot, ne risero di spregio; mentre altri ancora chiamavano Merlino stregone. Tuttavia si accordarono che egli avrebbe fatto uscire Artù dal
castello per parlamentare, garantendogli ogni sicurezza. Allora Merlino andò a riferire al giovane re quello che aveva
fatto, aggiungendo anche che non doveva temere nulla: sarebbe potuto andare a parlare con i ribelli senza riguardo,
rispondendo loro con la fierezza di un sovrano e condottiero
perché un giorno li avrebbe sottomessi tutti, che essi lo avessero voluto o no.

Della prima guerra di re Artù, e come la vinse
Re Artù uscì dalla torre indossando sotto la veste una corazza a doppia maglia, accompagnato dall‟arcivescovo di Canterbury, da ser Baldovino di Bretagna, da ser Kay e da ser
Brastias, gli uomini di maggior merito che aveva con sé. In
quell‟abboccamento non vi fu cortesia, ma solo uno scambio
di parole forti, e Artù continuò a dichiarare che avrebbe
costretto i ribelli a piegarsi. Si augurarono reciprocamente
"state bene”, ma con malanimo, e Artù, rientrato nella torre,
si armò e fece preparare i propri cavalieri.
« Cosa farete ora? » chiese Merlino ai re ribelli. « Fareste
meglio a desistere, perché anche se foste dieci volte più numerosi non riuscireste a vincerlo. »
« Dovremmo forse accettare che un interprete di sogni ci
esorti alla viltà? » chiese re Lot.
Allora Merlino scomparve; tornato da Artù, gli consigliò di
uscire all‟assalto senza esitazioni.
Nel frattempo, i trecento migliori combattenti dei re ribelli erano passati al partito di Artù, che ne aveva tratto grande
conforto.
« Sire » gli suggerì poi Merlino « non vi battete con la
spada miracolosa finché le cose non volgeranno al peggio.
Allora sguainatela e fate del vostro meglio. »
Poco dopo il giovane re attaccava i nemici nel loro accampamento. Ser Baldovino, ser Kay e ser Brastias uccidevano a
destra e a manca che era una vera meraviglia, e lo stesso re
era sempre davanti a tutti e maneggiava la spada con tale
prodezza che perfino i nemici dovettero ammirare il suo

16

valore e il suo ardimento. A un certo punto re Lot lo attaccò
con il Re dei Cento Cavalieri e con re Carados prendendolo alle
spalle, ma Artù si volse insieme ai suoi e si batté contemporaneamente davanti e di dietro; da quel momento fu sempre il
primo nella mischia, ma poi il suo cavallo rimase ucciso, e re
Lot si affrettò a dargli addosso. Allora quattro cavalieri di
Artù lo aiutarono a rialzarsi e lo rimisero in sella; egli estrasse
la spada miracolosa e il fulgore della lama che brillava come
cento torce, abbagliò gli occhi dei nemici facendoli indietreggiare. E poiché anche il popolo di Carleon, insorto con mazze e
con bastoni, aveva loro trucidato un gran numero di uomini, i
sovrani ribelli riunirono i pochi superstiti e si dettero alla
fuga; ma Merlino consigliò Artù di non inseguirli.

Come Merlino suggerì ad Artù di mandare a chiamare re
Ban e re Bors, e della loro decisione di battersi
Finita la festa e portata a termine la visita nel Galles, re Artù
tornò a Londra e convocò i baroni a consiglio, perché Merlino
gli aveva detto che i sei re che gli avevano mosso guerra
avrebbero presto cercato la rivincita sulla sua persona e sulle
sue terre. I baroni dichiararono che non sapevano che consiglio dargli, ma che comunque si sentivano abbastanza forti
per fronteggiare i nemici.
« Bene » disse allora il giovane sovrano « vi ringrazio per la
vostra audacia. Parlerete con Merlino per amor mio? Ha fatto
molto per me ed è a conoscenza di molte cose, perciò vorrei
che lo pregaste di darvi il suo migliore consiglio. »
I baroni si uniformarono al desiderio del re, ed ebbero da
Merlino questa risposta:
« Vi avverto che i nemici sono molto forti e ottimi guerrieri.
Hanno già conquistato alla propria causa altri quattro re e un
potente duca e, a meno che Artù non riesca a raccogliere più
cavalieri di quanti ve ne sono entro i confini del suo regno, se
darà battaglia sarà sconfitto e ucciso. »
« Allora cosa sarà meglio fare? » gli chiesero ancora i baroni.
« Al di là del mare vi sono due fratelli, entrambi re e
guerrieri di grande valore. Uno si chiama Ban di Benwick e
l‟altro Bors di Gallia, cioè di Francia, e re Claudas, che è un
potente signore, è in guerra con loro per il possesso di un

17

castello. Claudas è molto ricco e può assoldare i migliori
uomini d‟armi, così che il più delle volte i due re finiscono
per avere la peggio. Perciò Artù dovrebbe mandare due cavalieri fidati, che consegnino loro delle lettere ben ponderate
con l‟invito di andare in suo aiuto. In cambio, Artù dovrà
giurare che li soccorrerà contro Claudas. Cosa ne dite? »
«È un buon consiglio» risposero i baroni.
Così Ulfius e Brastias furono incaricati di portare in tutta
fretta il messaggio ai due re, e, secondo il desiderio di Artù,
furono redatte delle lettere molto cortesi. Poi i messaggeri
partirono ben montati e ben armati secondo la foggia del
tempo, e passarono il mare.
Galoppavano in direzione di Benwick, quando furono sorpresi in una gola da otto cavalieri che cercarono di prenderli
prigionieri. Ulfius e Brastias li pregarono di lasciarli passare,
perché erano messaggeri inviati da re Artù a re Ban e a re
Bors.
« Allora vi cattureremo o vi uccideremo; noi siamo uomini
di re Claudas » risposero quelli.
E, così dicendo, abbassarono le lance contro Ulfius e Brastias, che si prepararono all‟attacco. Si corsero incontro con
grande violenza; i cavalieri di Claudas spezzarono le lance,
mentre quelli di Artù li disarcionavano lasciandoli in terra.
Ma, mentre questi ultimi proseguivano per la propria strada,
i sei rimasti corsero avanti per affrontarli: altri due finirono
al suolo, e così via finché furono tutti malconci o feriti.
I messaggeri raggiunsero Benwick ed ebbero la fortuna di
trovarvi entrambi i re che, informati dell‟arrivo di due cavalieri, mandarono loro incontro due gentiluomini, ser Lionse
signore della terra di Payarne e il degno ser Phariance. Quando questi seppero che si trattava di messaggeri di Artù re
d‟Inghilterra, li abbracciarono festosamente. A loro volta, i
due re vollero riceverli subito, li accolsero con affetto e dichiararono che erano benvenuti più di qualunque inviato di
ogni altro sovrano. Allora Ulfius e Brastias baciarono le
missive e le porsero ai re i quali, dopo averle lette, li festeggiarono ancora più di prima e risposero che, poiché le lettere
erano pressanti, avrebbero adempiuto al più presto al desiderio di Artù. Intanto i messaggeri si trattenessero finché
avessero voluto, e sarebbero stati onorati quanto più possibi18

le. Quindi Ulfius e Brastias riferirono loro l‟avventura con gli
otto cavalieri.
« Ah, erano davvero buoni amici! Se solo lo avessimo saputo, non ce li saremmo lasciati scappare! » esclamarono i due
re.
Ricevuti tanti doni quanti ne potevano portare e l‟assicurazione, a voce e per iscritto, che Ban e Bors avrebbero
raggiunto Artù appena fosse stato loro possibile, i messaggeri
ripassarono il mare e tornarono dal re, cui raccontarono del
successo della missione.
« Quando pensate che arriveranno? » chiese loro Artù molto soddisfatto.
« Prima di Ognissanti, sire » essi risposero.
Allora il re fece preparare per quella data una grande festa
e bandì un imponente torneo, e poi, quando i due re ebbero
superato il mare con trecento cavalieri ben equipaggiati per
la pace e per la guerra, andò loro incontro a dieci miglia da
Londra con il grande giubilo che è facile immaginare.

Del grande torneo indetto da re Artù e presieduto dai due
re Ban e Bors, e come il loro esercito passò il mare
Al banchetto di Ognissanti i tre re sedettero nella sala, mentre Kay il Siniscalco presiedeva al servizio assistito da ser
Lucano il Maggiordomo, figlio del duca Corneus, e da ser
Griflet figlio di Cardol. Dopo che si furono lavati e alzati da
tavola, settecento cavalieri si prepararono per le giostre, e
Artù, Ban e Bors, l‟arcivescovo di Canterbury, ser Ector e
varie dame e damigelle presero posto in una tribuna, adorna
di cortine d‟oro come una sala, per osservare e giudicare a
chi assegnare il premio.
Re Artù e i due re fecero dividere i settecento cavalieri in
due partiti, e i trecento del regno di Benwick e di Gallia si
unirono al partito avverso a quello di Artù. I combattenti
imbracciarono gli scudi e abbassarono le lance. Griflet fu il
primo a battersi; cozzò con un certo Ladinas con tale furore
da lasciare tutti stupiti, ma poi i due frantumarono gli scudi
e rovinarono al suolo con i cavalli, rimanendovi tanto a
lungo che si credette fossero morti. Lucano il Maggiordomo
accorse a risollevare Griflet e a rimetterlo in arcioni; poi

19

entrambi compirono imprese meravigliose con numerosi cavalieri novelli.
Intanto ser Kay, che quel giorno si distinse più di ogni
altro, si traeva fuori da un'imboscata con cinque compagni e
poi, tutti insieme, disarcionavano sei avversari. Quindi si
fecero avanti Ladinas e Gracian, cavalieri di Francia, e si
batterono talmente bene da ricevere molte lodi. Fu poi la
velta di ser Placidas che si scontrò con ser Kay e lo abbatté
insieme al cavallo. Ser Griflet se ne incollerì, e si gettò contro
Placidas con tale impeto da scaraventare in terra cavallo e
cavaliere. Ma quando i cinque re videro che ser Kay era
caduto, si adirarono fino a perdere il senno e abbatterono
cinque avversari; allora re Artù, re Ban e re Bors si resero
conto che l‟ira stava montando da entrambe le parti; balzarono in groppa ai palafreni e ordinarono che tutti rientrassero nei propri alloggi. Così i cavalieri andarono a disarmarsi,
poi ascoltarono i Vespri e infine sedettero a desinare. Dopo di
che, i tre re andarono in un giardino, consegnarono i premi a
ser Kay, a ser Lucano e a Griflet e poi si riunirono a consiglio,
convocandovi anche il saggio chierico Guinebaldo fratello di
Ban e di Bors, oltre a Ulfius, Brastias e Merlino. Infine andarono a coricarsi.
La mattina seguente, dopo la messa e la colazione, tornarono in consiglio per discutere cosa fosse meglio fare, e alla fine
decisero che Merlino avrebbe raggiunto gli uomini dei due re
con un anello di Ban come segno di riconoscimento, e che
Gracian e Placidas sarebbero partiti con lui per andare a
presidiare i castelli e le terre dei loro re.
Passato il mare e raggiunta Benwick, Gracian, Placidas e
Merlino furono accolti festosamente dal popolo, che aveva
riconosciuto l‟anello di re Ban e si mostrò lieto di sapere che i
sovrani godevano di buona salute. Poi, in adempimento agli
ordini ricevuti, quindicimila guerrieri a cavallo e a piedi si
equipaggiarono e si approvvigionarono alla perfezione, anche grazie all‟intervento di Merlino. Come concordato, Gracian e Placidas rimasero a Benwick per guarnire i castelli e
prepararne la difesa contro re Claudas, mentre Merlino si
metteva alla testa dell‟esercito. Quando però giunse alla riva
del mare, egli rimandò indietro gli uomini appiedati trattenendo solo diecimila cavalieri, con i quali si imbarcò per
l‟Inghilterra e sbarcò a Dover. Poi condusse astutamente le
20

schiere verso nord e le acquartierò in una valle appartata,
nella foresta di Bedegraine. Ripresentatosi infine ad Artù e ai
due re, riferì loro quello che aveva fatto, ed essi rimasero
stupiti per la rapidità con cui aveva svolto la missione.
Non c‟era altro da dire; perciò Artù si mise in marcia con i
ventimila guerrieri che aveva già preparati e avanzò giorno e
notte senza sosta. Intanto Merlino aveva provveduto con
un‟ordinanza affinché nessun combattente penetrasse nel
paese da questa parte del fiume Trent, se non per ordine di
Artù, in modo che i nemici non osassero spingersi in avanti
per spiare, come avevano fatto la volta precedente.

Come undici re riunirono un grande esercito contro Artù
In breve tempo, i tre re arrivarono al castello di Bedegraine
dove, con loro grande gioia, trovarono una bella compagnia
ben provveduta.
Intanto i sei re, che si erano levati in armi per il dispetto
della sconfitta subita a Carleon, erano riusciti a trarre dalla
propria parte altri cinque sovrani; perciò avevano cominciato a radunare le proprie genti, giurando che non si sarebbero
divisi nella buona come nella cattiva sorte finché non avessero uccìso Artù. Il primo a prestare giuramento era stato il
duca di Cambenec, che avrebbe condotto con sé cinquemila
armati a cavallo; poi aveva giurato re Brandegoris di Strangore, anch'egli promettendo cinquemila cavalieri. Re Clarivaus del Northumberland dichiarò che ne avrebbe condotti
tremila, e il giovane e buon Re dei Cento Cavalieri quattromila. Re Lot, ottimo soldato e padre di ser Galvano, ne
promise cinquemila; re Uriens della terra di Gore e padre di
ser Ivano si impegnò a portarne seimila, mentre re Idres di
Cornovaglia affermò che ne avrebbe messi a disposizione
cinquemila, come re Cradelement, re Agwisance d‟Irlanda, re
Nentres e re Carados. Così il loro esercito fu composto da
cinquantamila eccellenti uomini d‟armi a cavallo e da diecimila a piedi.
Preparatisi rapidamente, erano poi montati in sella e, mandati avanti gli esploratori, avevano cinto d‟assedio il castello
di Bedegraine, che apparteneva a re Artù, lasciandovi un
gruppo di armati. Infine avevano proseguito verso il luogo in
cui ritenevano che avrebbero incontrato il re in persona.
21

Come gli undici re combatterono contro Artù, e molti
grandi fatti di guerra
Le truppe che erano state mandate per consiglio di Merlino a
perlustrare il paese si incontrarono con l‟avanguardia dell‟esercito del nord, e riuscirono a farsi rivelare la direzione da
cui giungevano le schiere nemiche e dove si sarebbero acquartierate per la notte; poi lo riferirono ad Artù che, su
avviso di re Ban e re Bors, fece mettere a ferro e fuoco le terre
attraverso cui sarebbe passato il nemico e, a mezzanotte,
piombò sull‟accampamento avversario con tale violenza da
far rovinare i padiglioni sulle teste dei dormienti. Anche gli
undici re compirono atti di valore, ma prima che sorgesse il
mattino diecimila loro buoni guerrieri erano stati uccisi. Ai
ribelli ne erano rimasti ancora cinquantamila; tuitavia dovevano affrontare una prova ben più difficile.
« Ora, sire, dovrete seguire il mio avviso » disse Merlino ad
Artù quando l‟alba stava per spuntare. « Prima che il giorno
sia chiaro, vorrei che re Ban e re Bors andassero ad appostarsi con i loro diecimila uomini in un bosco qui vicino, e che
non si muovessero prima che voi e i vostri abbiate combattuto a lungo. Quando poi sarà giorno fatto, voi dovrete mostrare il vostro esercito proprio davanti alla strada, così che il
nemico lo possa vedere bene. Esso acquisterà baldanza nel
constatare che non siete più di ventimila e vi lascerà venire
avanti di buon grado. »
I tre re e tutti i baroni approvarono il piano, e quando al
mattino gli eserciti si trovarono di fronte quello del nord si
sentì molto rincuorato.
Ulfius e Brastias, cui erano stati affidati tremila uomini,
attaccarono con violenza uccidendo a destra e a manca da far
meraviglia, ma gli undici re, umiliati dal fatto che una compagnia tanto ridotta compisse simili prodezze, contrattaccarono
con forza. A ser Ulfius fu ucciso il cavallo, ed egli dovette
continuare a battersi a piedi; lottò eroicamente, ma poiché il
duca Eustace di Cambenec e re Clarivaus del Northumberland continuavano a incalzarlo, Brastias, che aveva visto il
compagno in difficoltà, colpì di lancia il duca facendolo rovinare in terra con il cavallo. Poi si gettò su Clarivaus che si era
volto contro di lui: entrambi finirono disarcionati e storditi, e
i loro cavalli ne ebbero i ginocchi squarciati fino all‟osso.
22

In quel mentre sopraggiunse ser Kay il Siniscalco con sei
compagni che si batterono meglio che poterono, ma subito
gli undici re accorsero: ser Griflet e ser Lucano il Maggiordomo furono gettati in terra con i cavalli dai re Brandegoris,
Idres e Agwisance, e la mischia si fece più aspra da entrambe
le parti. Quando ser Kay vide che Griflet era appiedato, si
scagliò contro re Nentres e lo disarcionò, poi gli prese il
cavallo e lo portò al compagno, aiutandolo a rimontare in
sella. Con la medesima lancia ferì anche grevemente re Lot,
dopo averlo disarcionato a sua volta. Allora il Re dei Cento
Cavalieri gli galoppò incontro, lo abbatté e consegnò il suo
cavallo a re Lot, che gliene fu molto grato. Ma ser Griflet, alla
vista di ser Kay e di ser Lucano il Maggiordomo privi di
cavalcatura, impugnò una lancia acuminata, robusta e squadrata e gettò a terra Pinel, gli prese il destriero e lo dette a
Kay.
Re Lot, invece, abbatté Melot della Roccia per dare il suo
cavallo a re Nentres che aveva visto appiedato, e lo stesso
fece il Re dei Cento Cavalieri, disarcionando Gwinas di Bloi
per porgerne il destriero a re Idres, che poi aiutò a rimontare
in sella. Re Lot gettò in terra anche Clariance della Foresta
Selvaggia per darne il cavallo al duca Eustace, e alla fine gli
undici re, tutti rimontati in sella, dichiararono che si sarebbero vendicati del danno subito in quella giornata.
Intanto sopraggiungeva Artù che, alla vista di Ulfius e di
Brastias appiedati, in grave pericolo di vita e malconci per i
calci dei cavalli, si gettò come un leone contro re Cradelement del Galles del Nord, lo colpì al fianco facendolo cadere,
poi afferrò il suo destriero per le redini e lo porse a ser Ulfius
dicendo:
« Prendilo, vecchio mio, ne hai molto bisogno. »
«Mille grazie» gli rispose il cavaliere.
Tutti i combattenti ammirarono poi le gesta di Artù il
quale, quando si accorse che il Re dei Cento Cavalieri aveva
disarcionato ser Ector per dare il suo buon destriero a re
Cradelement, lo colpì furiosamente sull‟elmo con la spada
spezzandoglielo insieme allo scudo: i frammenti delle armi
caddero al suolo mentre la lama affondava nel collo del
cavallo, e il re e il destriero rovinavano in terra. Intanto ser
Kay aveva tolto la cavalcatura a ser Morganor, il siniscalco
del Re dei Cento Cavalieri, per darla al padre, il quale aveva
23

subito assalito un cavaliere di nome Lardans e, toltogli il
cavallo, lo aveva porto a ser Brastias che ne aveva molto
bisogno, perché era già tutto pesto. Questi allora si accorse
che Lucano il Maggiordomo, che era disteso a terra come
morto sotto le zampe dei cavalli, era stato preso di mira da
ben quattordici nemici, nonostante il valoroso aiuto di ser
Griflet. Ser Brastias percosse quindi sull‟elmo uno degli assalitori e gli fendette la testa fino ai denti, a un altro fece
volare un braccio sul campo, colpì un terzo a una spalla, e
spalla e arto finirono in terra, mentre Griflet, visti i rinforzi,
menava un tale fendente alla tempia di un avversario che
testa ed elmo volarono via; poi gli tolse il destriero e lo
consegnò a Lucano, invitandolo a montarvi e a vendicare le
ferite ricevute, perché nel frattempo ser Brastias aveva ucciso un cavaliere e rimesso in sella ser Griflet. Poi ser Lucano si
avvide che re Agwisance aveva ucciso Moris della Roccia;
allora gli corse incontro con una lancia corta e robusta rovesciandogli in terra il cavallo e, infuriato per aver trovato
appiedati ser Bellias di Fiandra e ser Gwinas, uccise due
cavalieri novelli e rimise in sella i compagni.

Ancora della stessa battaglia
La battaglia divampava con grande violenza. Artù, lieto di
vedere i propri cavalieri ancora in arcioni, combatteva al
loro fianco, e il frastuono delle armi risuonava sull‟acqua e
nel bosco. Intanto re Bors e re Ban si erano preparati: imbracciati gli scudi e indossate le armature, cominciarono ad
avanzare con tale baldanza che i nemici tremarono e fremettero.
Lucano, Gwinas, Brian e Bellias di Fiandra erano intanto
impegnati in un aspro scontro con i sei re ribelli - Lot,
Nentres, Brandegoris, Idres, Uriens e Agwisance - e, affiancati da ser Kay e da ser Griflet, li incalzavano a tal punto che
essi facevano molta fatica a difendersi. Artù allora si rese
conto che la battaglia non riusciva ad arrivare a termine e,
furioso come un leone, spinse il cavallo di qua e di là, a destra
e a sinistra, e non si fermò finché non ebbe ucciso venti
nemici, ferendo gravemente re Lot a una spalla e costringendolo ad abbandonare il campo.

24

Poi Ulfius, Brastias e ser Ector si scontrarono con il duca
Eustace e con i re Cradelement, Clarivaus del Northumberland, Carados e con il Re dei Cento Cavalieri, e li fecero
indietreggiare. Fu allora che re Lot, lamentando i danni
patiti da lui stesso e dai propri compagni, disse agli altri
sovrani:
« Se non faremo come ho pensato saremo uccisi tutti. Lasciate che prenda con me quindicimila uomini e che resti in
disparte insieme al Re dei Cento Cavalieri, a re Agwisance, a
re Idres e al duca di Cambenec. Voi altri sei vi batterete per
un certo tempo con i restanti dodicimila, poi noi subentreremo in forze. Altrimenti non riusciremo mai a vincere. »
Così si separarono, e i sei re mossero a battaglia e combatterono a lungo. Ma proprio allora re Ban e re Bors balzarono
fuori dall‟agguato, e l‟avanguardia guidata da Lionse e da
Phariance si scontrò con re Idres e con i suoi provocando una
tremenda mischia con lance spezzate, colpi di spada e grande massacro di uomini e di cavalli. Quando però re Idres
stava per soccombere, intervenne re Agwisance che, con
l‟aiuto del duca di Cambenec sopraggiunto con una numerosa compagnia, ridusse Lionse e Phariance in punto di morte.
I due cavalieri erano quindi in grave pericolo e sarebbero
stati ben lieti di poter tornare indietro, eppure riuscirono a
districarsi valorosamente insieme ai propri uomini. Re Bors,
però, adirato e addolorato al tempo stesso nel vederli respinti, si avventò in avanti a una tale velocità che i suoi uomini
ne divennero paonazzi.
« Gesù, proteggici dalla morte e dalle mutilazioni! » esclamò re Lot riconoscendolo. « Siamo in estremo pericolo,
perché quell‟uomo laggiù è uno dei più nobili del mondo, cui
i migliori cavalieri vorrebbero fare corona. »
«Chi è?» gli chiese il Re dei Cento Cavalieri.
« Re Bors di Gallia, ma non capisco co.me sia arrivato qui a
nostra insaputa. »
« Lo avrà aiutato Merlino » commentò un cavaliere.
« Andrò a battermi con lui » fece allora re Carados. « Se
vedete che ne ho bisogno, venitemi in aiuto. »
«Andate» gli dissero gli altri. «Noi faremo tutto quello
che potremo. »
Carados e i suoi avanzarono lentamente fino a un tiro
d‟arco da re Bors, poi i due corpi di battaglia lasciarono
25

correre i cavalli, mentre l‟eccellente cavaliere Bleoberis, figlioccio di re Bors, levava alto il vessillo del proprio signore.
« Ora vedremo come portano le armi questi Britanni del
nord! » disse il re e, scontratosi con un cavaliere, lo trafisse di
lancia e lo gettò morto al suolo.
Poi trasse la spada e compì tali prodezze da stupire tutti i
contendenti. Anche i suoi cavalieri si batterono molto bene e
disarcionarono re Carados. Ma il Re dei Cento Cavalieri corse
coraggiosamente ad aiutarlo, poiché, nonostante fosse molto
giovane, era un ottimo guerriero.

Ancora della stessa battaglia
Ecco allora giungere in campo re Ban, fiero come un leone e
con le insegne a bande verdi in campo d‟oro.
« Ahimè, ora temo davvero che saremo sconfitti! » esclamò
re Lot vedendolo. « Quello è il cavaliere più valoroso del
mondo e anche l‟uomo più rinomato. Moriremo o saremo
costretti a ritirarci, ma se dovremo farlo sarà bene che impieghiamo valore e saggezza, perché altrimenti perderemo
ugualmente la vita! »
Re Ban si gettò fiero nella mischia; i colpi riecheggiarono
nuovamente nel bosco e sul fiume e re Lot pianse per la pietà
e per il dolore di vedere tanti valorosi avviati alla morte. I
due eserciti del nord, che si erano separati, si affrettarono a
riunirsi, per il terrore ispirato loro dalla potenza di Ban,
mentre i tre re e i loro cavalieri continuavano a infuriare al
punto che lo spettacolo di tanti combattenti in fuga straziava
il cuore.
Re Lot, il Re dei Cento Cavalieri e re Morganor riuscirono
eroicamente a radunare i propri uomini e a tenere il campo
per l‟intera giornata; anzi, il Re dei Cento Cavalieri, tentando
di arginare i danni provocati da re Ban, gli si gettò contro
assestandogli un colpo violento sulla sommità dell‟elmo. Dolorante e intontito, Ban montò in grande collera e gli si
scagliò addosso a sua volta, spronando e alzando lo scudo; in
tal modo gli asportò un pezzo di scudo e la sua spada, scivolando sulla corazza, gli calò sulle spalle e troncò la gualdrappa d‟acciaio del cavallo, ferendo la cavalcatura e arrivando a
fermarsi solo a terra. Allora il Re dei Cento Cavalieri balzò

26


Documenti correlati


Documento PDF re artu e i cavalieri della tavola rotonda
Documento PDF emx125 250
Documento PDF 4 trophy ii east coast trophy x la stampa 2
Documento PDF lucky planet tabloid speciale mondiale 3
Documento PDF l animale la vera storia dell anarchico nikos maziotis
Documento PDF briganti e brigantaggio nella valle di suessola


Parole chiave correlate