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l'animale la vera storia dell'anarchico nikos maziotis .pdf



Nome del file originale: l'animale la vera storia dell'anarchico nikos maziotis.pdf

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L’animale

La vera storia dell’anarchico Nikos Maziotis

Di
Enrico Papaccio

2

Ispirato da una storia vera.

3

PROLOGO

Erano bastati centocinquant'anni, solamente
centocinquant'anni per demolire e corrompere, petalo dopo
petalo, l'intelligenza e la speranza e poi trasformarle in oggetti
da mercato. Erano bastati centocinquant'anni, e quel sentiero
tracciato dai greci era stato cancellato.
Centinaia di milioni di morti erano stati sacrificati all'altare del
capitalismo perchè satanici profeti che fan morire moltissimi
con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro avevan
deciso che la verità era cosa per pochi eletti, e chi ne
pronunciava una diversa doveva essere annientato.
Ma nel 1989 la Grecia non poteva avere già dimenticato i
colonnelli, le minigonne vietate, i capelli corti per legge, i libri
censurati, i Papadopoulos, i Makerezos, i Ladas, il re Costantino
II e la sua fuga a Roma; non poteva avere già scordato gli
omicidi, le torture nelle caserme, la legge marziale, la violenza
della polizia, i partiti vietati e tutto quel lordume fascista della
dittatura. Nel 1989 tutto questo doveva ancora gridare per le
strade e i vicoli di Atene, nei quartieri della capitale del mondo
antico che aveva ospitato filosofi capaci, con il loro genio, di
cambiare, condizionare, evolvere, educare alla libertà della
mente metà della terra e fare invidia alla metà restante. Il
terrore di quei sette anni, la paura di quei
duemilacinquecentocinquantacinque giorni, il dolore di quelle
sessantunmilatrecentoventi ore, era per forza, per natura,
ancora vivo nelle menti e nei cuori degli eredi e figli di Pericle,
di Achille, di Omero, di Socrate. Il ricordo del Politecnico in
fiamme, della scomparsa di Panagulis e il milione di uomini e
donne al suo funerale era, necessariamente, ancora l'incubo
che turbava il sonno di un popolo così grande per sapienza e
cultura, custode dei segreti più cercati dall'umanità. Nel 1989
non cadeva solo il muro della follia che divideva il mondo in
due parti distinte ma violentate allo stesso modo con metodi
diversi ma egualmente crudeli e vigliacchi; nel 1989 non finiva

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solo un'era di oppressione e ne cominciava un'altra di
agghiacciante e schizofrenica ipocrisia. In quell'anno così
famoso nel libro della storia di fine secolo prendeva inizio
anche la triste favola d'un uomo che allora non era che un
ragazzo di soli diciott’anni, e che oggi è rinchiuso in una gabbia
dimenticata da dio dentro le viscere di una cittadina senza
strade né acqua sufficiente per tutti chiamata Domokos.
Quell’uomo, quel ragazzo, questo greco non ancora ventenne è
il protagonista della nostra storia; una storia che pretende, così
come spesso il destino impone alle cose d’accadere, d’essere
scritta per voi col sangue e con le lacrime, col dolore e con la
rabbia che solo gli ubriachi di professione, i rivoluzionari del
cazzo, i dottori in approfittologia applicata, gli esperti in
fallimento e in senso di colpa sanno mantenere vivo per le
pagine necessarie al racconto perché impegnati in una lotta
lunga una vita contro se stessi che non sanno vincere se non
ripetendosi ossessivamente che tutto finisce ma ci vuole altro
sangue, altro vino, altro vomito, e altro vino ancora. E questi
uomini, questi traditori della morale giusta, che pongono la
domanda, domandano la risposta, sanno che non esiste,
tacciono, imprecano ma la domanda continuano a portela e ti
chiedono vigliacchi se nulla ha senso la battaglia per la vita non
è forse gioco perverso, m’obbligano a domandare a voi: chi
meglio d’un alcolizzato, d’un invertito cocainomane, d’un
anarchico diabetico e cardiopatico, d’un sociopatico incapace
d’amare, d’un violento antipatico bastardo può prendersi la
briga di raccontarvi una parte della vita del nostro eroe che in
questa guerra insensata ha deciso di sacrificarsi
completamente dimostrandosi un malato anch’egli, forse d’una
malattia più nobile, forse si, forse no, chi lo sa, ma pur sempre
malato perché impegnato con tutto se stesso a tentare un
nuovo, anzi vecchio di millenni, immorale metodo per suicidarsi
con criterio: la ricerca della libertà?
Ma allora ecco che la commedia, questo suicidio, il rito della
morte auto inflitta e cercata con così tanto depravato desiderio
si prepara a compiersi, ad entrare in scena come in un teatro in
fiamme simile all’inferno, e mentre il mondo vede di nuovo
morte, di nuovo torture, di nuovo sangue innocente versato
sull’asfalto di Atene, di Salonicco, di Larissa, mentre il mondo
vede di nuovo prigioni, di nuovo, di nuovo, di nuovo, e poi vede
ancora censura, ancora repressione, ancora paura, ancora,

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ancora, ancora, e per l’ennesima volta vede violenza, per
l’ennesima volta vede menzogne, per l’ennesima volta vede
tradimento e per l’ennesima volta si spreca la parola libertà, la
parola dignità, la parola ordine, sacrificio, patria, guerra, e
libertà, e dignità, e ordine, e sacrificio, e patria, e guerra e
libertà, e dignità, e ordine, e sacrificio, e patria, e guerra, e
ordine, e libertà, libertà, libertà! e mentre nella bocca di tutti si
grida al tiranno, al mostro, al cospiratore, al criminale; e
mentre nella bocca di tutti si grida al genio, all’eroe, al santo, al
buono, al salvatore, ogni cosa, dalla più grigia alla più colorata,
dalla più insignificante alla più studiata, si mostra
semplicemente per quel che è, solamente, impietosamente
nulla.
Ma se per molti uomini il nulla non è niente, per il nostro
coraggioso eroe il nulla era la materia da plasmare, un sogno
da costruire, una realtà da dimostrare; come uno scienziato
aveva scoperto una teoria che però gli si voleva impedire di
render nota perché pericolosa, perché diversa, perché nuova,
perché probabilmente vera. Come un archeologo aveva la
certezza che la verità era lì sotto, a pochi metri dal suolo dove
camminava, una verità inconfutabile perché dimostrata dai
fatti. Ma come nei paesi ove la democrazia è un miraggio e la
corruzione una regola anch’egli era perseguitato e boicottato
per dare vantaggio ad altri, agli amici di quelli della democrazia
confusa e della corruzione regolamentata. E così su quel suolo,
su quel terreno che teneva al sicuro la verità di Nikos e le
speranze di altri come lui e che avrebbe meritato tutt’altro
trattamento, vennero stese autostrade, costruiti alberghi e
casino per permettere ai ricchi amici degli amici di andare più
velocemente negli alberghi a scoparsi le loro puttane e nei
casino a giocare i loro soldi rubati alla povera gente. Fuor di
metafora Nikos aveva un ideale, un principio politico per cui
aveva deciso di battersi a costo della vita. Aveva sentito parlare
di uguaglianza, e diavolo se se ne era convinto che
l’uguaglianza era necessaria. Aveva sentito parlare di
solidarietà, e quanto è vero iddio andava in giro dicendo che
bisognava esser solidali se si voleva essere uomini rispettabili.
Aveva sentito parlare di autogestione, e che mi venisse un
colpo se sto mentendo di capi padroni e signori era meglio non
parlare in sua presenza. Aveva sentito parlare anche di
giustizia, di pane e casa per tutti, di pace e di guerra, e che mi

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crediate o no lui la giustizia, il pane e la casa li voleva per la
pace e la felicità di tutti per davvero, ma aveva deciso che per
averli si doveva fare prima la guerra. Per questo però è ancora
troppo presto, ve lo racconterò più avanti.
Per ora sappiate che la prima volta che lo hanno arrestato
Nikos aveva appena compiuto diciannove anni. Era il 15
maggio 1991. E nel 1991 Nikos era un ragazzino. Nel 1991
Nikos era un bambinetto troppo basso per sembrare un uomo e
troppo magro anche solo per somigliarci. Se al tempo vi foste
azzardati a dirgli una cosa del genere Nikos, il bambinetto
troppo basso per sembrare un uomo e troppo magro per
somigliarci, vi avrebbe preso a pugni fino a farvi cambiare idea,
ci potete scommettere. Andava in bestia se lo si chiamava
ragazzino e non gli importava quanto fossero grossi e brutti e
sporchi, lui piegava le gambe, abbassava la testa e come
andava andava. Ma che somigliasse più ad un ragazzino non lo
dico solo io. Lo dicevano tutti che Nikos non dimostrava la sua
età, che sembrava più piccolo, un bambinetto di poco meno di
sedici anni insomma, forse sedici appena compiuti, ecco. Alle
guardie che lo vennero a prendere, alla questura che quelle
guardie le aveva mandate e al Signor Ministro Varvitsiotis che a
quella questura come a tutte le altre questure del paese dava
gli ordini, di Nikos Maziotis, di anni diciannove, residente in via
Themistokleous ad Exarchia, Atene, come di tutti gli altri, non
gl’importava nulla certamente. O forse gl’importava troppo. È
la legge, dicevano. Sono le regole, ammonivano. È così che si
fa, si giustificavano. Frasi di circostanza pronunciate e ripetute
pappagallescamente dalla polizia, da impiegati governativi, da
militari in divisa e in borghese che quelle frasi le avevano
imparate a memoria dalla televisione e dai giornali facevano da
contrabbasso alle grida strazianti della madre di Nikos, che
sola, come tutte le madri del mondo, fu capace in quel
momento di tradurre in un lamento così drammatico da farlo
somigliare ad una canzone d’amore perduto il pianto del figlio
non ancora uomo che si dibatteva e si dimenava urlando canicani-cani-maledetti-cani agli agenti che lo caricavano in
macchina per portarlo via. Ma la legge, la giustizia dei tribunali,
non vede, è cieca, lo sanno tutti. I drammi lei non li vede, si
limita a provocarli, magari ogni tanto da giusto una sbirciatina
per divertirsi oppure offendersi, ma nel migliore dei casi giudica
e basta creando un nuovo dramma nel dramma.

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Si era rifiutato di andare al militare… Che si credeva, di
passarla liscia? Un anno nel carcere militare Pavlos Melas a
Salonicco. Questa era la giusta punizione, non un giorno di
meno. E se ciò lo rendeva un prigioniero di coscienza per quei
comunisti di Amnesty International e tutte quelle associazioni
filosovietiche tanto meglio, il mondo intero doveva vedere
come la pensava la Grecia su questa marmaglia pacifista. Era
appena caduto il muro santo cielo. C’erano comunisti
dappertutto. Ovunque ti girassi vedevi bandiere rosse, bandiere
nere, bandiere rosse e nere, bandiere, bandiere e di nuovo
bandiere, sempre e solo quelle fottute bandiere. Solo
nell’ultimo anno c’erano stati in Grecia quasi millecinquecento
scioperi. Millecinquecento scioperi in un solo anno.
Millecinquecento porca di quella puttana, riuscite ad
immaginarvelo? Millecinquecento scioperi e solo
ottomilasettecentosessanta ore a disposizione. Perché sono
solo ottomilasettecentosessanta le ore in un anno, non un
minuto di più. Eppure millecinquecento volte i Greci avevano
voluto dire no, millecinquecento volte avevano voluto dire nonio, millecinquecento volte avevano voluto dire non-in-mionome.
Nikos era cresciuto in questo ambiente, in questi no, in questi
non-io, in questi non-in-mio-nome. Ed era pure per questo
motivo che Nikos doveva finire nel carcere militare Pavlos
Melas di Salonicco, questa-era-la-giusta-punizione-non-unminuto-di-meno, perché le teste calde vanno messe in riga
subito. Non si poteva tollerare. Non si doveva tollerare. Non in
Grecia.
Aveva solo quattordici anni quando partecipò alla sua prima
manifestazione. Era il 17 Novembre 1985. Ricordo il giorno
esatto perché quel giorno un ragazzino di un anno più vecchio
di Nikos, aveva si e no quindici anni, Michalis Kaltezas si
chiamava, venne ammazzato da uno di quei cani-cani-canimaledetti-cani con due colpi di pistola alla testa. Gli disse
mettiti in ginocchio, Michail si mise in ginocchio, gli disse
guardami, Michail lo guardò, gli disse hai finito di fare l’eroe,
Michail non gli disse nulla ma continuò a fissarlo dritto negli
occhi. Il cane-cane-cane-maledetto-cane gli sparò in faccia due
volte con la sua pistola d’ordinanza e lo ammazzò. Michail
Kaltezas, questo il suo nome, non finì mai più di essere un eroe.
Anche con due buchi in faccia. Anche se cadavere.

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Quella notte Atene prese fuoco. Le bottiglie Molotov
illuminavano l’aria prima di schiantarsi al suolo mostrando alle
vecchie e ai vecchi appollaiati sui balconi in un lampo di luce le
barricate costruite alla meglio dai manifestanti in rivolta
riportandogli alla mente piazza Syntagma nel ’44, quando a
combattere c’erano loro e i cani-cani-cani-maledetti-cani erano
quelli di Churchill. Le sirene della polizia che strillavano per la
città così forte da far scoppiare i timpani provocavano il pianto
dei neonati nascosti dietro i muri delle case. Le grida della
gente che supplicavano fino a far spezzare il cuore non-lotoccare-ti-prego-basta-ti-prego-basta-basta-lascialo-basta. Gli
slogan cantati fieramente che facevano ribollire il sangue e che
tutti, anche chi li sentiva per la prima volta, gridava a
squarciagola perché sentiva che quello era finalmente il suo
momento. I lacrimogeni avvolti nella carta da giornale lanciati
dai tetti dei palazzi dai poliziotti perché-così-prendono-fuocoprima-prendono-fuoco-prima-e-li-bruciamo-tutti-quei-vermi-libruciamo-tutti. I polmoni che bruciavano fino a star male. La
battaglia che osava diventare guerra-di-lunga-durata, che
provava credeva sperava di diventare rivoluzione senza
fermarsi alla semplice insurrezione. Ma questa è semantica,
letteratura, romanticismo. Quella che vide Nikos era una vera
città in rivolta, una vera città che si ribellava al sopruso, fatta di
uomini e donne vere che gridavano, di veri cassonetti in
fiamme che bruciavano, di veri eroi che tentavano di riportare il
mondo in uno stato primordiale, dove ancora non esiste il
diritto ad eleggere un padrone, dove ancora non esiste la
morale che impone agli schiavi di rimanere schiavi per sempre
dichiarando morta tutta la storia dell’evoluzione, e ‘fanculo
Darwin. Dove un uomo è un uomo e nulla di più. Dove chi parla
è ascoltato e rispettato e non deriso, umiliato e poi incarcerato
in nome di non si sa quale santa democrazia al servizio di
quegli uomini che pretendono d’essere più di semplici uomini,
più di tutti gli uomini, gli unici uomini. E allora Nikos prese in
mano un sasso e lo scagliò contro la prima vetrina che si trovò
davanti. Non perché volesse rompere quella vetrina in
particolare ma perché quella era la sua vetrina, l’unica vetrina
che potesse colpire in quel momento. Ruppe la vetrina per
riprendersi quello che gli avevano rubato, così gli avevano
spiegato che si doveva fare. Ruppe quella vetrina perché ogni
cosa, tutto, gli era stato rubato e ora lo rivoleva indietro, a

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cominciare da quella vetrina. Quando la vetrina si infranse per
scoppiare in migliaia di pezzi, quando il vetro della vetrina si
sparse per tutto il marciapiede, quando quella vetrina
scomparve cessando di esistere, Nikos, quattordicenne, così
basso da far sorridere, così magro da far pensare ad una
qualche malattia, immobile, muto, eccitato e perfino entusiasta
scopri che quella vetrina, lui, sì, proprio lui, era in grado di
romperla. Decise che non voleva nulla. Che non era quello che
lui voleva. Non voleva niente, lui. A Nikos importava un’altra
cosa. A Nikos importava che a nessuno, mai più, gli fosse
venuto in mente di portare via la felicità a qualcun’altro.
Quella notte Michail Kaltezas era morto, sepolto da un mare di
lacrime che riempirono la facoltà di chimica fino al mattino del
giorno dopo, quando le forze speciali mandate dal Signor
Ministro Kutsoiorgas (nell’85 era il Signor Kutsoiorgas il Signor
Ministro) sfollarono tutti e cinquemila gli anarchici e i ragazzi
presenti facendoli annegare in un dolore che non ha mai
smesso di soffocarci tutti.
Michail Kaltezas era morto. Ma sant'iddio era nato un altro
compagno, un altro camerata, un altro eroe, un altro Kaltezas,
un altro Panagulis, un altro Rigas Feraios: Nikos Maziotis,
residente in via Themistokleous, quartiere Exarchia, Atene. E
questa signori, questa compagni, questa camerati, è la sua
cazzo di tragedia greca. Buona lettura. E ora a me il vino, la
storia comincia.

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CAPITOLO 1
<<Corri Nikos! Corri!!>>.
<<Sto correndo, cazzo! sto correndo!>>.
<<FERMIIIII!!!!>>.
Ci stavano addosso come degli English Foxhound stanno
addosso alla volpe rossa durante una battuta di caccia. Ci
stavano braccando con un'evidenza da pugni in faccia, e lo
sapevamo. I grigi palazzoni, complici di quel senso
d'oppressione, sembravano volerci schiacciare da un momento
all'altro, esattamente come succede alla volpe rossa una volta
raggiunta la tana.
Tutto ormai sembrava perduto.
<<Prova all'Ama Lachi!!>>. Tagliò corto Nikos.
Saltellammo intorno ai tavoli scartando i verdi alberi di limoni e
piante di pomodori che li nascondono ai passanti lungo la
strada e mi gettai contro la porta a vetri del ristorante con
tanta di quella forza che se pure non fosse stata aperta l'avrei
sfondata, aiutato com'ero dall'aver corso in discesa gli ultimi
cinquanta metri.
Spinta la porta ci ritrovammo in una piccola camera nuda; di lì,
in una sala più grande ma ancora vuota di clienti. Nella foga
rovesciammo un paio di sedie attirando l'attenzione di un paio
di camerieri, i quali, guardandoci in cagnesco e infuriati come
la morte, ci mostravano il palmo della mano maledicendoci fino
alla quinta generazione, e di un terzo, grasso come un maiale,
che tentò goffamente di placcarci senza tuttavia riuscirci. Il
rumore delle sedie spinte indietro, le urla dei suoi colleghi e le
nostre non sembravano averlo raggiunto: quando entrammo in
cucina infatti sorprendemmo il cuoco a gesticolar qualcosa
contro la televisione e uscimmo dal retro senza dargli il tempo
di far nulla, tranne sbuffare infastidito come se quella fosse
l'ennesima di una lunga serie di invasioni da parte di
sconosciuti nella sua cucina. Una volta trovata la porta che
cercavamo, ossia quella che portava nel retro del ristorante, ci
ritrovammo in un piccolo cortile completamente asfaltato e
cinto da un muro. Non appena me lo vidi spuntare davanti, quel

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muro alto due metri che ci bloccava la fuga quasi mi sembrò la
fine stessa materializzatasi in quel momento dal nulla solo per
noi.
<<Che hai? Salta!!>> e sorridendo un sorriso diabolico Nikos
prese la rincorsa. Come un capriolo s'arrampicò sapra i bidoni
della spazzatura. E in un attimo, senza che me ne rendessi
conto, era già in cima al muro che mi aspettava per andare
dall'altra parte.
<<Che aspetti??>>.
Cosa aspettavo? Presi anch'io la rincorsa, e facendomi coraggio
feci tutto esattamente come lo avevo visto fare a Nikos un
attimo prima, senza però la stessa convinzione negli occhi o la
stessa agilità d'un capriolo. Nonostante tutto però, sia pure con
qualche difficoltà, ci stavo riuscendo. Ero ormai quasi in cima.
Quasi. Quasi in cima... quando qualcuno mi afferrò ad una
caviglia. Bestemmiai:
<<Cazzo!>>.
<<Ti ho preso!>> quando mi voltai e vidi il brutto muso sudato
di quel ciccione del cameriere che poco prima aveva tentato di
placcarci in sala m'infuriai a tal punto che l'avrei ucciso. Non mi
faceva paura. Mi faceva solo schifo. Lo sentivo un pò come un
intruso a un funerale che fin dal primissimo instante si ostina
tenacemente a voler sedere al fianco della sorella del defunto
perchè le donne tristi son più facili da portare a letto.
<<Mollami idiota!>> e iniziai a contorcermi e ad agitarmi,
<<mollami!! mollami!!>> ma il ciccione non voleva mollare.
Allora Nikos con un balzo si buttò giù dal muro. Senza pensare
vuotò un bidone della spazzatura grande quasi quanto lui, e
prendendolo da dietro mentre lui continuava a tenermi per la
caviglia e io a sbraitargli contro di mollarmi glielo scaraventò
contro con una tale decisione che il ciccione cadendo a terra
crollò come una montagna franando fino a terra. Allora Nikos,
con la stessa agilità di prima, usandolo come una specie di
trampolino, si arrampicò di nuovo sul muro e finalmente
potemmo buttarci dall'altra parte e continuare la nostra fuga
per tentare di metterci in salvo dalla polizia. Ci buttammo nel
vuoto senza guardare, con pieno abbandono adolescenziale
nelle nostre capacità atletiche e fiduciosa speranza di riuscire.
E in effetti così fu. Atterrammo senza difficoltà e
ricominciammo a fuggire a più non posso. Il nostro obbiettivo
era raggiungere il Politecnico; una volta dentro saremmo stati

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in salvo: la polizia non avrebbe osato inseguirci fin dentro
l'università. Eravamo però entrambi stremati. Le gambe
cominciavano a farci male. Il dolore alla milza ci faceva piegare
in due dal dolore. Sapevamo che dovevamo continuare a tutti i
costi a correre, ma ogni passo in avanti era una pugnalata allo
stomaco. Nel frattempo, non so come, quei maledetti cani
erano riusciti a capire le nostre intenzioni e a fare il giro
dell'isolato prima che noi si entrasse all'Ama Lachi e ora ci
correvano dietro ancor più incazzati di prima.
<<FERMIIII!!!>>. Dovevamo continuare a tutti i costi a correre.
A tutti I costi.
<<Eccoli! Corri Nikos! Corri!>>.
<<Sto correndo, cazzo! Sto correndo!>>.

**

Centomila pugni chiusi si sarebbero dovuti stringere per le
strade di Exarchia. Duecentomila braccia armate si sarebbero
dovute ribellare nelle vie di Exarchia. Un milione di voci
avrebbero dovuto intonare gli slogan della rivoluzione nel
quartiere di Exarchia. Dieci milioni di lacrime avrebbero dovuta
bagnare le terre di Grecia per lavare via il sangue dalle piazze
di Exarchia. Un solo uomo era lì quel giorno. Un solo pugno
chiuso si strinse quella sera. Due sole braccia armate tentarono
la rivolta quel pomeriggio. Una sola voce forte come un milione
che si dispera in nome di dieci milioni di lacrime si levò verso il
cielo in segno di protesta per il sangue che sporcava la sua
terra e che le sue sole lacrime tentarono di lavare ripulendo
l’asfalto nero del suo quartiere, della sua strada, del suo paese.
La speranza di un popolo intero era nel corpo di un solo uomo.
Il pianto di Nikos arrivava fino alla fine della strada, fino al
Parlamento, fino all’università, fino al museo archeologico
nazionale, fino all’Acropoli per poi rotolare indietro per piazza
Syntagma e via via fino a via Themistokleous, nel quartiere più
ribelle di Atene, il suo quartiere, Exarchia… La disperazione di

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sua madre, il volto contratto di suo padre, la rabbia di suo
fratello sono tutt’oggi il simbolo di un rapimento legalizzato che
m’obbliga a tener la testa china sul bicchiere, punendomi
ancora dopo tanti anni in questa pulciosa taverna che puzza di
piscio e di rimorso. Quel giorno era Atene che veniva caricata in
macchina per scontare un anno nella prigione del Signor
Ministro Varvitsiotis. Quel giorno era l’umanità intera che
veniva spinta a forza dentro la volante per scontare un anno
nella galera del Signor Ministro Varvitsiotis. Quel giorno, in
quella strada di Atene, in quel quartiere di Atene, in quella città
della Grecia figlia e madre di Atene, era la libertà che veniva
messa in catene nella cella del Signor Ministro Varvitsiotis. Il
cielo grigio, stanco, noioso e immobile, vedeva il vento corrergli
via per andare a tirare tirare tirare per fermare, riportarlo
indietro, difenderlo. Lo guardavo da lontano, nascosto dietro il
muro alla fine della via all’angolo tra via Themistokleous e via
Kallidromiou mentre gridava a squarciagola contro l’ingiustizia.
Piansi quel giorno. Piansi fino a sera. Piansi fino al giorno dopo.
Piansi tutta la notte seguente. Piansi fino a sentirmi la faccia
bruciare. Piansi perché non andai ad aiutarlo, perché non andai
a tirare tirare tirare, riportarlo indietro, difenderlo come aveva
fatto solo il vento sfidando il cielo. Piansi perché solo lui, il
vento, lo aveva fatto. Solo lui aveva tentato. Perlomeno
tentato. Piansi perché mi sentii un codardo, perché eravamo
stati tutti codardi ma io più di tutti perché non andai a tirare
tirare tirare, riportarlo indietro, difenderlo. Piansi perché non
ebbi il coraggio di uscire da quel mio riparo all’angolo tra via
Themistokleous e via Kallidromous quando Nikos mi vide e con
lo sguardo mi pregò d’aiutarlo, di mostrarmi da dietro quel
muro tra via Themistokleous e via Kallidromous per urlare con
lui più forte che potevo cani-cani-cani-maledetti-cani-cani-canicani-maledetti-cani-cani-cani-cani-maledetti-cani-tornatevenea-cuccia-dal-Signor-Ministro-Varvitsiotis. Piansi, e quella sera da
vero codardo non ebbi la forza di fare altro che ubriacarmi fino
a svenire imprecando contro il cielo che non aveva aiutato il
vento, contro il vento che non aveva tirato abbastanza, contro
mio padre che non mi aveva fatto abbastanza uomo e contro
me stesso, che non sapevo far altro che ubriacarmi fino a
svenire. Mi ubriacai per vomitare l’anima codarda che mi stava
dentro e che mi aveva tenuto fermo, che non mi aveva fatto
chiudere il pugno, che non mi aveva fatto alzare il braccio

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verso quel cielo grigio come aveva fatto il vento, che solo, nella
più tetra solitudine, aveva tentato d’opporsi all’ingiustizia, per
fermarla, per riportarlo indietro, difenderlo.
Così quell’anima codarda che mi agghiacciava il sangue nelle
vene mostrandomi per la prima volta in vita mia il mio vero
volto; quell'anima codarda che mi rendeva così diverso da
Nikos, così piccolo davanti a Nikos, così debole in confronto a
Nikos; quell'anima codarda mi faceva schifo. La odiavo. Io
stesso mi odiavo. E la colpa era della mia anima. Di quella
puttana della mia anima.
Una legge malata, ancor più malata di tutte le altre, lo voleva
punire per punire tutti quanti. E io... io non avevo fatto niete. Lo
stava punendo per punire tutti quanti. E nessuno faceva niente.
Lo avrebbe punito per dire a tutti quanti che osare non è
permesso e-se-osi-conosci-la-punizione. Un governo di ladri lo
voleva criminale agli occhi del popolo. Lo stava facendo
criminale del popolo. Lo avrebbe reso criminale in nome del
popolo. E nessuno, nessuno al mondo faceva niente. Ma anzi
quel mondo che non faceva niente, che aveva smesso di
sognare, di credere nel domani, nel futuro, nell’evoluzione della
specie e che aveva tradito e pugnalato alle spalle le speranze, i
desideri, i sogni di uno dei suoi figli più puri ora lo voleva
chiuso in una prigione militare per punirlo perché aveva osato,
per renderlo criminale perché non doveva osare. Un solo pugno
chiuso si alzò verso il cielo quel giorno di maggio del 1991, ed
era il pugno di Nikos Maziotis, di anni diciannove, residente in
via Themistouclis, quartiere Exarchia, Atene.
Mi voltai terrorizzato dall’altra parte quando la volante mi
sfrecciò davanti a tutta velocità con le sirene spiegate lungo via
Themistouclis. In quel breve attimo sentii gli occhi di Nikos
addosso. In quel breve attimo della durata di forse un secondo
o anche meno un brivido gelido mi corse lungo la schiena
perché sapevo che mi stava guardando da dietro il finestrino
della volante della polizia, che mi chiedeva d’aiutarlo mentre se
ne spariva, rapito dai cani-cani-cani-maledetti-cani, da via
Themistouclis mentre io gli voltavo le spalle per la paura di
finire in gabbia con lui.
Fottuti-cani! Era tutto quello che sapevo fare per lui, gridare:
fottuti-cani! Lo avevano portato via. Cazzo-cazzo-cazzo-fottuticani-fottuti-cani. Ecco tutto quello che sapevo fare per lui:
imprecare. Dopo tutto quello che avevamo passato insieme,

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dopo tutte le risate nelle taverne, le litigate alle riunioni del
movimento, dopo tutto quel gridare, dopo tutto quel cantare,
saltare, correre, ubriacarci dopo aver gridato-cantato-saltatocorso insieme, dopo aver pianto insieme, aver protestato
insieme, dopo esserci promessi reciprocamente che non
avremmo mai smesso di sognare un mondo nuovo, dopo che
avevamo promesso al mondo che lo avremmo reso nuovo
insieme, dopo esserci chiamati compagni per la prima volta
insieme lasciandoci scappare un sorriso di soddisfazione, Nikos,
il mio amico Nikos, il compagno Nikos, lo avevano portato via e
io mi ero voltato dall’altra parte.

**

Arrivò a Salonicco la sera stessa facendosi tutto il viaggio
ammanettato nel retro del furgone blindato che aveva l’ordine
di portarcelo. Era sera tardi. Le luci al neon bianche ricordavano
i corridoi di un ospedale. L'odore acre del disinfettante quasi lo
confermava. Gli fecero vuotare le tasche. Svuota-le-taschecoglione-svuota-le-tasche. Lo perquisirono. Sta-fermo-coglionesta-fermo. Gli presero le impronte. Da-qua-la-mano-coglioneda-qua. Lo spogliarono. E-sta-fermo-coglione-sta-fermo. Lo
fotografarono. Sorridi-coglione-sorridi. Lo umiliarono. Lo
picchiarono. Lo incarcerarono. Chiusero a chiave. Se ne
andarono. Benvenuto-coglione-benvenuto.
Nove mesi dei dodici previsti inizialmente. Nove mesi rubati
alla sua vita. Nove mesi dietro le sbarre a guardare il golfo di
Salonicco attraverso la gabbia. A guardare il mare, le barche
ormeggiate al porto, il traffico della città, che gli ricordavano la
vita di fuori, che gli ricordavano che quella lì fuori non era che
una gabbia più grande, più bella, più affollata ancora di quella
in cui stava ora, ma pur sempre di una maledetta fottuta
gabbia si trattava. E se lo ricordava ogni volta che guardava la
vita di fuori attraverso la gabbia. Nove mesi passati a gridare
che non si sarebbe piegato mai. Che non sarebbe mai stato dei
loro. Che potevano tenerlo in gabbia quanto volevano, mai-maimai-sarò-uno-dei-vostri. Tenetemi-rinchiuso-come-un-animalesono-un-animale-tenetemi-rinchiuso-tenetemi-rinchiuso lo si

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sentiva strillare come un ossesso per ore intere tanto che più di
una volta le guardie lo fecero tacere a modo loro. Ma Nikos
ricominciava, tenetemi-rinchiuso-come-un-animale-sono-unanimale-tenetemi-rinchiuso-mai-mai-mai-sarò-uno-dei-vostri. E
mentre Nikos gridava che era un animale, noi della gabbia di
fuori prendavamo coraggio. E mentre Nikos gridava che lo
dovevano tenere rinchiuso, noi della gabbia di fuori iniziavamo
ad ascoltarlo. E mentre Nikos gridava contro quelli che si
dicevano uomini e che umanamente lo tenevano in gabbia, le
nostre grida si univano alle sue perché mai-mai-mai-Nikossarebbe-dovuto-diventare-uno-dei-loro. Associazioni umanitarie
di tutto il pianeta chiedevano il suo rilascio. Montagne di
telegrammi, di fax, di lettere arrivavano da ogni dove
all’indirizzo di un altro Signor Ministro, il Signor Ministro
Papakonstandinou, il Ministro degli Affari Esteri, al suo
Ministero, ad Akadimias boulevard numero 1, 10671, Atene,
Grecia. Dear Minister… Monsieur le Ministre… Estimado
Ministro… E ancora Herr Minister… Gentile Ministro…
Manifestazioni del movimento studentesco protestavano per la
sua incarcerazione in tutta la Grecia, in Italia, in Francia. Nove
mesi dei dodici previsti inizialmente. Nove mesi rubati alla sua
vita. Quel che accadde in quei nove mesi dietro le mura della
prigione militare di Salonicco Nikos non ce lo volle raccontare
mai. Non lo avrebbe fatto mai. Neppure se glielo avessimo
chiesto implorandolo. Neppure se facendolo sarebbe stato
d’aiuto a qualcun altro. Il motivo è piuttosto sciocco se volete,
anzi, molto più che sciocco. Forse addirittura stupido.
Profondamente stupido. Ma Nikos aveva allora, e ancora oggi lo
mantiene, un codice d’onore tutto suo che gli vieta di
descriversi come vittima quasi che ammetterlo comporti
un’altra sconfitta, un altro dolore, un altro soffrire. In-guerranon-c’è-uomo-che-non-soffra-e-se-io-soffro-è-perché-combatto
era il massimo a cui si poteva aspirare quando si chiedeva a
Nikos della prigione. Cinquantasei giorni di sciopero della fame,
tanto fu necessario per il suo rilascio. Non-lo-voglio-faculofanculo-non-lo-voglio-portalo-via-via-via! Per cinquantasei giorni
consecutivi un ragazzino di nemmeno vent’anni e poco più di
cinquanta chili rifiutò di mangiare qualsiasi cosa gli portassero.
Non-lo-voglio-fanculo-fanculo-non-lo-voglio-portalo-via-via-via!
Un giorno di più e lo avrebbero ammazzato perché lui di
indossare quella divisa militare non ne voleva sapere. Perché

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lui, un ragazzino di nemmeno vent’anni e cinquanta chili,
piuttosto che fare il soldato, il cane-cane-cane-maledetto-cane,
piuttosto che servire gli uomini che umanamente tengono in
gabbia altri uomini, lui, l’animale, sarebbe morto di fame. E lo
avrebbe fatto urlando tenetemi-in-gabbia-sono-un-animalesono-un-animale-tenetemi-in-gabbia-mai-mai-mai-sarò-uno-deivostri.

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CAPITOLO 2
Mai-mai-mai-fu-uno-dei-loro. Nikos venne arrestato ancora una
volta nel ’94 e nel ’95. Nel ’94 perché insieme ad altri
cinquanta occupò illegalmente la facoltà di Economia e
Commercio in solidarietà con i compagni Balafas e Kabouris in
sciopero della fame da dietro le sbarre del carcere di
Korydallos; nel ’95 invece lo arrestarono insieme ad altri
cinquecento per quella che oggi ricordiamo come La Rivolta del
Politecnico, rivolta finita nel sangue sparso dalle truppe speciali
mandate contro ragazzini dai tredici ai vent’anni dal governo
socialista innamorato della libertà di Papandreou, l’americano
cresciuto in America che aderiva all’internazionale, che aveva
studiato alla Harvard University prima di prestare servizio nella
marina militare a stelle e strisce, e poi era diventato Primo
Ministro con i soldi della Casa Bianca che stranamente di sentir
chiudere le basi Nato mentre il suo compatriota gli ringhiava
contro e regalava banche a poveri immigrati come lui
rimpatriati in Grecia dal paese di Marylin Monroe e Katherine
Hepburn e che facevano carriera così in fretta da potersi
comprare squadre di calcio e giornali filo-socialisti ad appena
trentacinque anni, no, agli americani stranamente non pareva
dispiacere troppo. O forse sì, ma valli a capire tu questi
americani che la libertà loro se la comprano coi dollari e se i
dollari non bastano ci sono sempre i carri armati…
Nikos invece era un uomo più semplice e più che degli
americani lui si ricordava ancora dei morti ammazzati dalla
polizia; si ricordava ancora dei ragazzini morti con due buchi in
faccia, degli sbirri Melistas colpevoli di omicidio e rilasciati dopo
soli quattro anni perché i cani-cani-cani-maledetti-cani mandati
dal Signor Ministro Varvitsiotis sono cani-cani-cani-maledetticani e i cani-cani-cani-maledetti-cani mandati dal Signor
Ministro Varvitsiotis possono tutto perché a mandarli è il Signor
Ministro Varvitsiotis, e se le madri dei ragazzini morti
ammazzati con due buchi in faccia dalla polizia non lo
capiscono è perché non hanno capito la democrazia; Nikos si
ricordava anche dei professori uccisi dalle squadracce di
fascisti forse-amici-del-Signor-Ministro-Varvitsiotis (diciamo
forse perché il Signor Ministro Varvitsiotis è gran brava persona

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e di squadracce di fascisti non vuol sentir parlare e noi certo il
Signor-Ministro-gran-brava-persona-Varvitsiotis non lo vogliamo
contrariare di sicuro) mandate per fermare le occupazioni cheal-Signor-Ministro-gran-brava-persona-Varvitsiotis-nonpiacevano-e-allora-mandava-i-cani-cani-cani-maledetti-caniche-poi-uccidevano-i-ragazzini-con-due-buchi-in-faccia-e-se-lemadri-dei ragazzini-morti-non-capiscono-è-perché-non-hannocapito-la-democrazia; si ricordava ad esempio del Professor
Nikos Temponeras, ucciso a Petrasso perché lui con le
occupazioni era d’accordo. Ma lo sanno tutti che i professori se
sono d’accordo con gli studenti sono-solo-degli-alternativi-edella-democrazia-non-hanno-capito-nulla-ma-proprio-nulla. Si
ricordava anche dei corpi carbonizzati nel centro commerciale
di Atene morti perché i cani-cani-cani-maledetti-cani avevano
pensato bene di appiccare il fuoco per stanarli-tutti-questiragazzini-che-la-democrazia-non-l’hanno-capita-e-allora-glielaspieghiamo-noi; si ricordava di Spiros Dapergolas e di
Christoforos Marinos e di tutti gli altri manifestanti arrestati a
Salonicco; si ricordava dei manganelli sulla schiena e sulle
piante dei piedi perché se-picchi-sulle-piante-dei-piedi-queibastardi-non-camminano-per-giorni. Si ricordava di tutto Nikos,
e forse pure degli americani che i Colonnelli li avevano
sostenuti e ai Papadoupolos avevano stretto la mano con tutti
gli onori pagati-con-i-dollari-e-se-i-dollari-non-bastano-ci-sonosempre-i-carri-armati…
Se credete che Nikos fosse un delinquente perché lo
arrestarono così tante volte è perché avete una strana
concezione della giustizia e ancora non avete sentito nulla della
sua storia e non mi avete lasciato il tempo di parlare. Nikos i
dollari non li aveva e i carri armati non sapeva dove trovarli,
ma la libertà la voleva comunque e che fossero gli americani, i
colonnelli, i Karamanlis, i Papadoupolos o i Papandreou non
faceva grande differenza. Lui con quella gente non ci voleva
stare e dalle strizzatine d’occhio delle Marylin Monroe e delle
Katherine Hepburn non sapeva che farsene.
Nel 1996 finalmente si presentò l’occasione che stava
aspettando. E allora sì che tutto fece di lui un delinquente di
quelli che fan gridare nella bocca di tutti al tiranno, al mostro,
al cospiratore, al criminale; allora sì che nella bocca di tutti si
gridò al genio, all’eroe, al santo, al buono, al salvatore mentre
ogni cosa, dalla più grigia alla più colorata, dalla più

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insignificante alla più studiata, si mostrava semplicemente per
quel che era, solamente, impietosamente nulla.
Immaginatevi… Immaginatevi la cosa più bella che vi riesce
d’immaginare. Poi raddoppiatela. Moltiplicatela per cento, per
mille, per centomila. Provate ad immaginare un mare azzurro
come il cielo di Palermo o di Ischia o di una qualsiasi altra
località dell’Italia meridionale in un estate piena di sole ritratto
su di una cartolina da due soldi che per nostalgia vi ostinate a
tenere appesa alla porta del frigo perché vi fa sentire leggeri
come durante le vacanze; e immaginatevelo trasparente e così
pulito da poterci guardare attraverso senza bisogno
d’immergervi, pieno di pesci d’ogni specie che vi nuotano
diretti chissà dove dietro chissà quale scoglio; e poi
immaginatevi questo mare così perfetto che bagna spiagge
d’avorio altrettanto perfette toccate da rotoli di spuma bianca
sui quali si potrebbero scrivere come su dei fogli le più
magnifiche delle poesie mai scritte. Immaginatevi monti
disseminati di reperti archeologici dell’antichità classica e del
periodo cristiano ricoperti di pini addobbati di foglie lineari,
dritte e acute come spilli ma non pungenti ma dolci al tatto
come fili d’erba di colore verde glauco; e poi se vi riesce
immaginatevi abeti verdi bruno alti quaranta metri che toccano
nuvole capaci di disegnar ogni cosa nella fantasia dei bambini e
degli adulti mai cresciuti; e continuate con degli olivi con
cortecce grigio chiare quasi vicine ad un giallo anch’esso
bruno, ma questa volta d’un giallo bruno come il sole, come
quando dopo un’intera giornata, stanco, affaticato, dal giallo
limone del mattino sta per passare a quell’arancione prima del
tramonto; e poi immaginatevi gruppetti di capre curiose che
pascolano in prati dorati su montagne e colline dove hanno nidi
uccelli come gufi e sparvieri e cornacchie marine e che non
sono mai ripide e ostili ma gentili, lente, che v’accompagnano
fino alla cima facendovi scordare la fatica mentre attraversate
fiumi e torrenti tra cicale che friniscono acute e la brezza di un
vento caldo che arriva dal mar Egeo e che affettuoso
v’accarezza la pelle del viso. Immaginatevi questi pini, questi
abeti, questi olivi mentre vi parlano ricordando l’infanzia di
Aristotele e il passaggio dell’esercito di Serse con i suoi due
milioni di uomini passati lungo i secoli per quei sentieri di sassi
e terra marrone, polverosa, ricca dei profumi della storia.
Immaginatevi zollette di zucchero grandi come case.

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Immaginatevi quelle zollette di zucchero che fan da casa ai
pescatori. Immaginatevele tutte uguali ma sempre diverse, con
reti appese nei giardini a ricordarvi che quella è gente che
lavora e tavoli di legno pronti per la festa della sera a spiegarvi
che di lavorare a quella gente non dispiace; immaginatevi gatti
che oziano sulla strada in viuzze costeggiate da case
imbiancate a calce e bambini che giocano su pontili tra
modeste barche di legno dipinte di blu messe a riposo dai padri
e fratelli maggiori che li guardano giocare mentre bevono e
mangiano cibi che al ristorante vi costano un occhio della testa
e che questi padri e questi fratelli hanno raccolto con le loro
mani prima di darli alle mogli e alle sorelle che quei cibi li
trasformano in-cibi-che-al-ristornate-vi-costano-un-occhio-dellatesta-e-che-questi-padri-e-questi-fratelli-maggiori-invecemangiano-dopo-averli-raccolti-con-le-loro-mani-mentreguardano-i-bambini-giocare-sul-pontile-tra-le-barche-di-legnodipinte-di-blu-messe-a-riposo.
Immaginatevi un luogo dove la gente si sveglia col sorriso e la
sera va a letto ridendo perché vive dentro a tutto questo. Poi
immaginatevi una bomba atomica che esplode come ha fatto
ad Hiroshima e a Nagasaki. Immaginatevi arsenico e mercurio
che contaminano il suolo infiltrandosi nei fiumi e nel mare.
Immaginatevi sfratti, espropri e materiali di scarto.
Immaginatevi i pini, gli abeti e gli olivi che prima vi parlavano
dell’infanzia di Aristotele e dell’esercito di Serse composto da
due milioni di uomini passati di là qualche secolo prima venire
sradicati e bruciati. Immaginatevi quindici milioni di litri
d’acqua al giorno mischiati con sette tonnellate di cianuro per
fare un buco così grande che le tonnellate di roccia fatte
esplodere al giorno sono centomila. Immaginatevi che da un
giorno all’altro le modeste barche di legno dipinte di blu non ci
sono più e i bambini nemmeno perché quella adesso non è più
casa loro ma è la casa della TVX Gold, una multinazionale
dell’oro canadese alla quale il-governo-innamorato-dellalibertà-del-socialista-americano-Papandreou-che-avevamandato-le-forze-speciali-contro-ragazzini-dai-tredici-aiventanni-ha-deciso-di-concedere-il-diritto-di-scavo-e-abbassogli-americani-e-viva-il-socialismo-e-la-libertà.
E a questo punto dovete smettere d’immaginare e dovete
mettervi nei panni di quei padri e quei fratelli, di quelle mogli e
di quelle sorelle di quei bambini che prima giocavano dove

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aveva giocato Aristotele e dove era passato Serse con il suo
esercito di due milioni di uomini qualche secolo prima e ora non
giocavano più perché-si-doveva-dare-spazio-allamultinazionale-canadese-dell’oro-TVX Gold-con-i-suoi-quindicimilioni-di-litri-d’acqua-al-giorno-mischiati-con-sette-tonnellatedi-cianuro-per-fare-un-buco-così-grande-che-le-tonnellate-diroccia-fatte-esplodere-al-giorno-sono-centomila.
Che ci siate riusciti o no questo non importa. Al vostro posto ci
riuscì Nikos a mettersi nei loro panni, e di lasciare sola quella
gente che si svegliava al mattino col sorriso e andava a dormire
la sera ridendo non ci pensava neanche. Per lui era una cosa
normale, quasi come camminare. Forse perché aveva sentito
parlare di solidarietà, e quanto è vero Iddio andava in giro
dicendo che bisognava essere solidali se si voleva essere
uomini rispettabili; o forse perché aveva sentito parlare di
uguaglianza, e diavolo se se ne era convinto che l’uguaglianza
era necessaria. Fatto sta che appena seppe cosa stava
accadendo nella baia di Strimonikòs salì sulla sua scassatissima
Fiat 125p d’un inguardabile color albicocca e gli andò a parlare
di autogestione, della stessa autogestione di cui aveva sentito
parlare lui da ragazzino. E che mi venisse un colpo se sto
mentendo di capi padroni e signori dopo quanto disse Nikos a
quella gente della baia di Strimonikòs era meglio non parlare,
ve lo assicuro.

CAPITOLO 3
Non ci si svegliava più al mattino col sorrise e non si andava
più a letto la sera ridendo nella baia. Il coprifuoco, la legge
marziale, i cani-cani-cani-maledetti-cani ad ogni angolo di
strada con i loro posti di blocco e i loro mitra; la loro terra
violentata su commissione in cambio di denaro sinonimo di
libertà per quella gente, stuprata per un poco di denaro che

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rendeva libera certa gente, derubata per avere un poco del
denaro che custodiva suo malgrado dentro di sé e ridotta ad un
paesaggio lunare come dopo lo scoppio d’una bomba atomica
per far più ricca un po’ di gente, desertico come dopo una
bomba atomica fatta esplodere da quella gente, fangoso come
dopo lo scoppio d’una bomba atomica nonostante vi vivesse
della gente; i loro fiumi prima d’acqua pulita, limpida, fresca,
ed ora inquinati e puzzolenti, che sanguinavano come i corpi
maciullati dopo lo scoppio d’una bomba atomica su di una città
piena di gente, non più azzurri ma rossi per via del mercurio e
dell’arsenico, che li facevano sanguinare, rossi come il sangue
di un moribondo prossimo alla morte, che sanguinavano feriti,
rossi come il sangue, mortalmente rossi come il sangue a
dimostrazione che la terra può sanguinare come la gente, può
morire come la gente, che la terra, la loro terra, era stata viva e
ora stava morendo colpita a morte dalla bomba atomica
lanciata dal governo democratico innamorato della libertà del
socialista Papandreou sulla gente della baia di Strimonikòs e
viva-viva-viva-la-libertà; le loro case tutte uguali ma sempre
diverse abbattute come i loro alberi e i loro uliveti che avevano
visto crescere Aristotele e fatto da cornice al passaggio dei due
milioni di uomini dell’esercito di Serse fatti bruciare e ridotti in
cenere; le loro vite tra le barche dipinte di blu svendute come i
prodotti in saldo dei discount di provincia ora, in nome della
libertà, della democrazia, di Papandreou e di chissà che altro,
avevano dovuto cedere il posto ai materiali di scarto, alle
escavatrici, alle ruspe, a giganteschi camion grandi quanto
case di tre piani, ai container-ufficio e ‘fanculo-a-quella-gente.
Nella baia di Strimonikòs non ci si svegliava più col sorriso e
non si andava più la sera a letto ridendo. Quella gente della
baia di Strimonikòs non si svegliava più col sorriso e non
andava più a letto ridendo perché sotto la loro baia, dentro il
cuore della loro baia, qualcuno aveva trovato l’oro, l’oro della
baia. E-fanculo-la-gente-perché-l’oro-bisogna-averlo-ad-ognicosto, a qualsiasi costo, anche a costo di strappare il sorriso
alla gente, la casa, la vita, la dignità, la baia, il cuore della
gente. Perché l’oro, il loro oro, il metallo giallo che aveva fatto
così ricco il famoso Re Mida da farlo morire di fame e che stava
dentro la loro bellissima terra serviva a far uscire dai palazzi di
Atene, di New York, di Londra l’entusiastico grido degli imbecilli

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eredi di Re Mida: siamo-più-ricchi-viva-viva-viva-la-libertà-echissenefrega-della-gente.
Lo sa dio cosa passò per la testa di Nikos quando parcheggiò la
sua scassatissima Fiat 125p d’un inguardabile color albicocca
davanti la sede del comitato no-miniera.
Faceva un tempo infame quel lunedì mattina. La sede del
comitato non era altro che una semplicissima casa a due piani
dipinta di bianco con l’intonaco un poco scrostato, un tetto di
tegole rosse e le inferriate alle finestre e una grossa porta in
legno a due ante in quello che una volta doveva essere stato il
centro di qualcosa e che i cartelli stradali, unici sopravvissuti
alla devastazione messa in atto dalla TVX Gold, indicavano
senza ombra di dubbio essere il centro del paese. Intorno alla
casa, probabilmente il vecchio comune dai tempi della grande
guerra o anche prima, il nulla. Macerie al posto dell’erba delle
aiuole. E il nulla. Carcasse di case in demolizione o già
demolite. E il nulla. Negozi con tristi cartelli: chiuso. E il nulla.
Una fontana spenta, arida, vuota. E sempre e solo il nulla. Un
gran puzzo di bruciato inquinava l'aria. Dalle finestre del
secondo piano pendeva uno scalcagnato e logoro lenzuolo.
Occupava tre quarti della facciata dell’edificio e arrivava fino a
coprire la parte più alta della porta d’ingresso. Sopra il
lenzuolo, a caratteri grandi, vi stava una scritta a vernice spray
nera un poco sciolta dalla nebbia e dalla pioggia: comitatocittadino-no-miniera.
Il tempo non perde tempo, e così nemmeno Nikos. Senza
esitare entrò nell’edificio, e il nulla d’un colpo sparì. Subito sulla
destra, dietro una rinsecchita scrivania di legno giallo
sommersa da volantini, giornali e opuscoletti, sistemata alla
bell’è meglio lungo un corridoio troppo stretto ma bene
illuminato e dall’aria accogliente, appassionata, lo accolse una
signora anziana, piccolina, tutta vestita di nero circondata da
altre signore anziane, piccoline e tutte vestite di nero come lei
indaffarate a far chi una cosa chi un'altra e che ti davano
l’impressione che fossero in cerca della formula magica capace
di far resuscitare un morto che non si potevano permettere di
lasciare senza vita. Energicamente, senza lasciargli il tempo di
dir nulla, la signora anziana, piccolina e tutta vestita di nero
appena lo vide, facendo tre brevi passettini come un
anatroccolo appena svegliato, gli si piazzò davanti con fare
interrogativo, evidentemente diffidente lo esaminò dall’alto in

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basso scrupolosamente, puntigliosa, severa nel suo silenzio,
sospettosa, stando bene attenta a non farsi sfuggire nessun
particolare di quel bel giovanotto mai visto prima, e ad un
tratto, senza alcun preavviso, come per magia, nel giro d’un
istante s’imbaldanzì come rassicurata da qualcosa, gli occhietti
le scintillarono, i muscoli della faccia le si rilassarono, le rughe
le si rovesciarono, e a Nikos si rivelò un delicato volto di quella
che un tempo, negli anni migliori della sua giovinezza, doveva
essere stata una donna di un fascino elegante come quella di
un cigno, e l’esame, così come era cominciato, finì.
Si fece da parte e indicando le scale lo invitò a salire al secondo
piano, quasi che al secondo piano del comitato-cittadino-nominiera non stessero aspettando che lui. Su-ragazzo-sbrigatiche-è-già-un-pezzo-che-han-cominciato-che-aspetti-va-ragazzosbrigati!-al-secondo-piano-sbrigati.
Nikos nella baia di Strimonikòs non ci era mai stato prima e non
conosceva nessuno tantomeno la signora anziana che gli aveva
detto di sbrigarsi, ma al secondo piano del comitato cittadino
no miniera ci andò eccome. E ci andò in tutta fretta quasi che
di sopra non stessero aspettando che lui, si-mi-sbrigo-sono-inritardo-ha-ragione-mi-sbrigo.
Salite le due rampe di scale, arrampicatosi per gli scalini a due
a due continuando a ripetersi si-mi-sbrigo-sono-in-ritardo-haragione-mi-sbrigo mentre fuori la pioggia scrosciava, Nikos si
trovò tra una piccola ma nutrita folla di contadini e pescatori
che discutevano, bestemmiavano, litigavano, facevano la pace,
tornavano a litigare e poi facevano la pace di nuovo stretti
come sardine in uno stanzino ancor più piccolo di una scatola di
fiammiferi mentre un signore sui settant’anni che pareva fosse
fatto di vetro, con due enormi, folti e buffi baffi e un naso a
becco di civetta (e che doveva aver visto le divise grigie delle
SS e le jeep nere del Kyp in molti dei suoi incubi giovanili)
ripeteva e ripeteva e ripeteva rivolto alla piccola ma
combattiva platea in subbuglio non-ci-arrenderemocombatteremo-non-ci-arrenderemo-combatteremo!combatteremo!

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CAPITOLO 4
I-responsabili-esistono-e-noi-li-possiamo-colpire, diceva Nikos.
Le-lotte-si-fanno-pure-per-i-figli-per-le-nuove-generazioni-per-ifigli-i-figli, diceva Nikos. Entrava nelle case che-più-che-dellecase-sono-baracche-baracche-santtodio! mentre la gente era
intenta a pranzare o a cenare o magari a far l’amore per i fatti
propri, e senza nemmeno bussare spalancava le porte c’ènessuno?-sono-Nikos-piacere-Nikos-c’è-nessuno??; nelle
locande che-più-che-delle-locande-sono-ruderi-diroccati-contetti-di-lamiera-tetti-di-lamiera!-santtodio! saliva su di un
tavolo, nero e unto fino all’inverosimile e nonostante ciò già
occupato, e senza tener di conto quel che poteva pensare il
proprietario, stando attento quel tanto che bastava a non
urtare i bicchieri di Ouzo con i piedi, a voce alta chiedeva unattimo-di-silenzio-silenzio-per-piacere-beviamo-qualcosa?-sonoNikos-piacere-Nikos; girava per il villaggio che-più-che-unvillaggio-è-un-teatro-di-guerra-un-teatro-di-guerra!-santtodio!
con un’aria ingenua che poteva essere facilmente scambiata
per quella d’un idiota, sfoggiando un sorriso involontariamente
maldestro di quelli che ti fan tenere stretta la mano di tuo figlio
mentre passeggiate al parco e uno sconosciuto vuol salutarlo
carezzandogli le guancie, e ogniqualvolta un qualche
disgraziato pescatore o una signora qualsiasi, di mezza età, di
giovane età o di età matura, ignari del pericolo, ricambiavano
per pura cortesia il suo sorriso, la trappola scattava e lui
cominciava: i-responsabili-esistono-e-noi-li-possiamo-colpiresono-Nikos-piacere-Nikos-m’invita a cena?

27

Assurdo, voi dite? È perché non conoscete Nikos. Certo poteva
sembrare assurdo. E a chi non sarebbe sembrato assurdo? ma
per quanto invadente, indelicato, tremendamente importuno
potesse sembrare sulle prime un simile comportamento, la
realtà è che Nikos compensava questa sua sfacciataggine con
l’ingenuità dei bambini che non pensano mai di dar fastidio se
la loro intenzione è quella di far del bene; e se vi degnavate di
guardarlo attentamente, dopo quel normale attimo di
disorientamento che vi produceva un sì tal bizzarro incontro, il
sorriso che prima gli avevate regalato per pura cortesia ora lo
continuavate a tenere senza nemmeno sapere il perché ma con
la forte convinzione di fare la cosa giusta; e senza nemmeno
sapere il perché gli rispondevate entra-Nikos-entra-beviamoNikos-beviamo-alle-sette-Nikos-alle-sette, e di nuovo senza
nemmeno sapere il perché aggiungevate hai-bisogno-diqualcosa-Nikos?-cosa-vuoi-bere-Nikos?-sii-puntuale-Nikos-haicapito-bene-l’indirizzo-Nikos?
Nel giro di una settimana Nikos strinse amicizia con l’anziano
signore con quei enormi folti e buffi baffi e il naso a becco di
civetta che conosceva alla perfezione le divise grigie delle SS e
le jeep nere del Kyp, con i pescatori che bestemmiavano, i
contadini che litigavano e poi facevano la pace, con i loro figli e
le loro figlie che avevano giocato tra le barche di legno dipinte
di blu messe a riposo e che ora non ci potevano giocare più. In
quella settimana che ci vogliate credere o no fece mollare due
che stavano per sposarsi e fece fidanzare altri due che di
sposarsi non ne avevano la minima intenzione. Nikos era così,
si lasciava prendere dall’entusiasmo. Si finiva con l’inebriarsi di
quello strano tipo. Gli piaceva parlare, ridere, giocare, e poi
ascoltare gli altri mentre parlavano-ridevano-giocavano
cercando il momento giusto per ricominciare di nuovo devoraccontarti-questa-lasciati-raccontare-questa-che-ridere-che-faquesta. Era un ingenuo bambino di venticinque anni a cui
hanno spiegato che per fare amicizia basta dire il proprio nome
con un sorriso e-vedi-tu-se-sono-importuno-io-sono-Nikospiacere-Nikos-vuoi-giocare-con-me?
Ma era anche molto più di questo. Era uno che aveva gridato
da dentro una prigione sono-un-animale-tenetemi-in-gabbiatenetemi-in-gabbia-sono-un-animale-un-animale. Era uno che
nello sguardo sembrava avere sempre come un vago
presentimento d’un pericolo che incombeva. Era uno che aveva

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guidato una scassatissima Fiat 125p d’un inguardabile color
albicocca per seicento chilometri solo per far sapere a degli
sconosciuti che non erano soli; che lui, e molti altri come lui,
erano dalla loro parte. Era uno che aveva guidato per sette ore
per andare a gridare insieme a quella gente lontana seicento
chilometri da casa sua e che non aveva mai visto prima: non-ciarrenderemo-combatteremo!-non-ci-arrenderemocombatteremo!-combatteremo!
E se questo per voi è assurdo, per me è straordinario.
Presto tutto divenne più complicato. Il re, o meglio, i suoi eredi,
si erano sentiti dire no. E osare, lo sappiamo bene, non è
permesso. Quello che i Governi e i Re non capiscono mai in
tempo, e che forse realizzano solamente dopo aver infilato la
testa nella ghigliottina, è che prima o poi, per quanto possano
tentare di corrompere il popolo, per quanto possano dare al
popolo tutto quel che il popolo vuole, fintanto che
pretenderanno di governarlo, di dire al popolo cosa fare, dove
andare, dove abitare, cosa mangiare, con chi parlare, come
pensare, il popolo continuerà ad osare, e lo farà sempre,
Governi, Presidenti o Re che siano. Ed è quanto accadde infatti.
Ai posti di blocco della polizia si sostituirono quelli della
popolazione civile. Può darsi pure che la situazione mutasse
qualche volta dal tragico al comico con due posti di blocco, uno
della polizia e uno del popolo, posti l’uno di fronte all’altro
provocandosi a vicenda non-è-lei-che-blocca-me-son-io-cheblocco-lei-di-qui-non-passa-non-passa-lei-passo-io-no-non-leinon-io-non passa-nessuno-tanto-meno-lei-non-è-lei-che-bloccame-son-io-che-blocco-lei, ma erano casi isolati, e a ben vedere
molto tristi, tipici dei paesi che han dichiarato guerra a se
stessi. I villaggi, difatti, spinti dalla forza della disperazione,
spinti da uno spirito di rivalsa che vedeva come obbiettivo
primario una rivoluzione prima di tutto di se stessi, in se stessi,
del loro modo di vivere, di pensare, di agire, tentavano in ogni
modo di liberarsi e autogestirsi per vincere una guerra che si
combatteva, ancor prima che nelle strade, nel loro essere
uomini capaci di agire e pensare senza sottostare a regole e
morali imposte da criminali che scrivono e cancellano diritti a
seconda dell’umore dell’economia. Le stradine di montagna, i
sentieri tra le colline, le vie e le strade di quella parte della
Mecedonia vennero bloccate: Impossibile-passare-ci-provisignor-comandante-ci-provi-impossibile-passare-ci-provi-signor-

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comandante-ci-provi. Come i Clefti prima di loro, altri uomini,
altrettanto indipendenti e innamorati della libertà, una libertà
che non vuole padroni e che non teme d’esser apostrofata
come brigante perché conscia che la libertà non ha leggi se
non quelle della libertà stessa, si riversarono nelle montagne.
Manifestazioni di milioni di uomini lunghe chilometri che
ricordavano l’esercito di Serse, davanti al Ministero, ad Atene, e
nell’antica Stagira, la patria di Aristotele, nella zona di
Olympiada, sfilavano in nome della baia di Strimonikòs e contro
la TVX Gold, contro il Governo, contro i media, contro
l’ingiustizia, la violenza, la menzogna. Tutti i comuni del
comprensorio si opponevano. Interrogazioni parlamentari (per
la verità una sola e pure nemmeno troppo indignata o accesa
ma anzi piuttosto accondiscendente del genere compagno-quacompagno-là-viva-l’internazionalismo-e-la-libertà-faremovedremo-che-brutta-cosa-che-brutta-cosa-compagno-quicompagno-lì-faremo-vedremo-non-ci-piace-non-ci-piace-chebrutta-cosa-che-brutta-cosa) tentavano di accaparrarsi il favore
della piazza provando di profittare della rabbia della gente ma
riuscendo solo a riempire fino a farlo straripare il già stracolmo
vaso della democrazia buona solo a far fare soldi ad alcuni
rubandoli agli altri con l’ultima goccia d’ipocrisia che sta in
bella mostra nei salotti di quei palazzi che han sempre dato il
via all’abuso da che son nati.
Non appena il vaso straripò un oceano di no-non-io-non-in-mionome travolse simile ad uno tsunami l’intero paese. Era il
momento di non-arrenderesi-di-combaterre-non-arrendersicombattere!-combattere!
Nikos non se lo fece ripetere due volte. Poteva andare anche lui
in montagna con gli altri, non v’è dubbio. Ma preferì salutare
tutti e così salì in macchina e se ne tornò ad Atene. Il 6
dicembre 1997, con una stretta al cuore e un tremito nervoso,
nello stato d’animo di chi sta per compiere un azione che
determinerà tutta la sua esistenza, girato attorno al palazzo per
ben tre volte in cerca del coraggio che non voleva arrivare,
cercando di assumere un atteggiamento il più normale
possibile ma diventando sempre più agitato passo dopo passo,
si fermò all’angolo di via Papadiamantopoulou, controllò l’ora,
le due, si asciugò con la manica della giacca il sudore che gli
bagnava la fronte, sorrise ironico disprezzandosi pensando fra
sé che stava sudando e-fanno-quattro-maledetti-gradi-quattro,

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si guardò intorno, nessuno in vista, si cavò lo zaino dalle spalle,
lo poggiò alla base della scalinata e via-né-né-si-si-è-fatta-èfatta-via-via-via! Era la bomba. La bomba davanti la sede del
Ministero dello Sviluppo e dell’Agricoltura del 6 dicembre 1997.
Sgusciò via indeciso, lentamente, quasi controvoglia. Quasi che
andarsene significasse rinunciare a parte dell’impresa. Quasi
che non rimanere ben saldo sul ciglio della strada, con la
schiena dritta e lo sguardo traboccante di sfida verso le finestra
del Ministro in attesa di vederlo schiacciato dal panico come lui
aveva schiacciato nel panico un intera baia, significasse
ammettere un timore che non si devono concedere mai gli eroi
di fronte al mostro che sono andati a distruggere. Alle 2 e 03
era già dentro la cabina telefonica con la cornetta in mano:
Pronto?-il-gionale-Eleutherotipia?-tra-mezzora-una-bombaesploderà-al-Ministero-dello-Sviluppo-per-il-caso-Strimonikòs!chi-siamo?-siamo-siamo-ma-che-diavolo-siamo-i-combattentiguerriglieri-del-popolo-chi-vuole-che-siamo?!
In fondo non aveva proprio mentito mentito autodefinendosi
‘’guerriglieri’’. È solo che, come posso dire, usando il plurale,
già sapeva che gli altri combattenti, anche se non c’erano
ancora, Nikos ne era fermamente convinto, un giorno ci
sarebbero stati, ecco.
La bomba comunque c’era. Non molto potente, ma c’era.
Quando uno degli uomini che stavano lì di guardia quella
mattina fu mandato a vedere se vi era motivo di allarmarsi per
quella telefonata e se vi fosse nulla di sospetto e questi tornò
correndo sbraitando all’impazzata uno-zaino-neroabbandonato-uno-zaino-nero-c’è-uno-zaino-nero-abbandonato
gli artificieri vennero chiamati immediatamente e in pochi
minuti erano sul posto, al numero 80 di Michalakopoulou
boulevard, ad esaminare da lontano lo zaino nero abbandonato.
Che-nessuno-si-avvicini-state-lontano-lontano-cazzo-lontano!
Arrivò perfino un elicottero.
Una zona di circa due chilometri quadrati che partiva dallo
stadio della squadra di calcio del Panathinaikos nel distretto di
Ampelokipi e che finiva all’altro stadio, allo stadio di tutti gli
ateniesi, il Kallimarmaron, lo stadio Panathinaiko, poco lontano
dal tempio di Zeus Olimpio, venne evacuata e chiusa al traffico.
Aspettarono mezzora, quaranta minuti, quarantacinque, un’ora.
Dall’altra parte della strada, dalle finestre dell’ospedale
universitario, i malati in compagnia delle infermiere e dei

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medici spiavano dall’alto quelli che sembravano centinaia di
minuscoli insetti velenosi rigurgitati da un formicaio in fiamme:
poliziotti con le armi in pugno e i caschi in testa saltavano giù
dal retro dei furgoni in fila indiana, veloci, marziali. Erano stati
scaraventati fuori dalle caserme di tutta Atene su ordine del
Ministro in persona. Nient’altro doveva avere la precedenza.
Sono-il-Ministro-io!-il-Ministro! Gridava, mentre si agitava come
una gallina, da dentro il suo ufficio. I militari si sparpagliarono
ordinatamente a gruppi di cinque e di dieci agli angoli dei
palazzi e dei negozi cercando riparo da un nemico invisibile. Un
nemico invisibile che tremava per la rabbia perché nessuno lo
poteva vedere. Dietro le volanti, armati di pistole, di fucili, di
mitra, i colleghi usavano le radio per impartire gli ordini; da
dietro le volanti avvertivano quelli in prima linea di stare alriparo-al-riparo-cazzo! di fermare quel tipo con la maglia nera
prendilo-vai-vai-vai, di cacciare quella-vecchia-scema-fermaquella-vecchia-scema!-ma-dove-va-quella-scema!
Tanto clamore per nulla. La bomba non esplose. Qualcosa non
aveva funzionato. Nikos aveva commesso un errore tecnico, un
maledettissimo errore tecnico. Solo-di-questo-mi-pento-solo-diquesto! Lo ripeté un’infinità di volte, in modo quasi ossessivo
durante il processo in aula, nella stessa aula dove i Colonnelli
avevano processato Panagulis vent’anni prima, quella dentro il
carcere di Korydallos: solo-di-questo-mi-pento-solo-di-questo!un-maledettissimo-errore-tecnico-solo-di-questo-mi-pento!
Al diavolo. Non importava. Non a Nikos. Non nel modo che si
potrebbe intendere. Non-è-esplosa?-che-diamine-il-mio-era-unmessaggio-politico-un-messaggio-politico. E il messaggio
politico, aveva ragione, era comunque arrivato a destinazione:
attenzione figli di puttana, la guerra, quella del popolo contro lo
Stato, è cominciata.
Non ci misero molto a risalire a Nikos tramite le sue impronte
digitali. Come uno stormo di cavallette affamate venti o trenta
uomini dell’unità anti-terrorismo armati fino ai denti
piombarono a casa sua alle quattro del mattino del 13 Gennaio
1998. Non esplodendo parte dell’impronta della sua mano
destra era rimasta incollata ad un pezzo di nastro adesivo che
serviva a tenere insieme la bomba, una custodia di cartone per
videocassette vhs con cento grammi di esplosivo al plastico.
Su-le-mani!-alza-quelle-cazzo-di-mani-alza-quelle-cazzo-dimani!-alzale-cazzo!-alzale!

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Nemmeno cinquanta giorni dopo il fallito attentato, per colpa di
quel maledettissimo errore tecnico, era di nuovo dietro le
sbarre. Quel-maledettissimo-errore-tecnico-colpa-di-quelmaledettissimo-errore-tecnico. Di nuovo, di nuovo, di nuovo e
ancora, ancora, ancora era dietro le sbarre a gridare tenetemiin-gabbia-sono-un-animale-sono-un-animale-tenetemi-ingabbia. Questa volta però, come allo zoo, l’animale, un animale
raro, di quelli che non se ne vedono più in giro e che proprio
per questo fanno notizia, veniva fotografato e filmato dai
giornalisti di tutto il mondo appostati come cecchini pronti a
fare fuoco sulla preda da dietro i banchi del tribunale riservati
alla stampa. L’assordante silenzio dentro il quale i giornali
borghesi lo avevano imbottigliato e che lo aveva avvolto
durante il suo primo arresto nel ’91, sparì. Tutti, ma proprio
tutti, a cominciare dalla CNN, volevano sapere chi era Nikos
Maziotis, il ragazzino che anni prima aveva battuto lo Stato
rifiutando di diventare uno dei suoi cani-cani-cani-maledetticani con uno sciopero della fame che lo aveva portato fuori
dalle mura della galera e che lo aveva quasi ucciso, e che ora
era diventato un pericoloso criminale, un anarchico, un
eversivo, un mostro, un terrorista.
Nel suo appartamento a Peristeri, nella zona nord di Atene, un
appartamento poco più grande di un armadio, il DAEEB, la
squadra speciale per i crimini violenti (l’antiterrorismo greco)
rinvenne quattro passamontagna, esplosivi, armi d’assalto, un
paio di pistole, un centinaio di pallottole, libri proibiti e
materiale di propaganda.
Un-pericoloso-criminale-un-anarchico-un-eversivo-un-mostroun-terrorista-armi-esplosivi-passamontagna-libri-libri-libri
titolavano in quei giorni inorriditi i giornali liberi e democratici
che son soliti propagandare la bellezza delle tasse-ai-poveriviva-le-tasse-ai-poveri, del capitalismo-viva-il-capitalismo e del
salario-dimezzato-all-operaio-perché-bisogna-fare-sacrificisalario-dimezzato-salario-dimezzato-viva-il-salario-dimezzato.
Giornali così liberi e democratici che sono proprietà degli
uomini più liberi e democratici di tutti. Uomini così pieni di soldi
da possedere tutto quanto e anche quei giornali liberi e
democratici. Uomini che hanno sicuramente letto tutto sulla
libertà e sulla democrazia e infatti alla democrazia dicono cosa
fare e se non fai come ti dicono loro sei un-pericolosocriminale-un-anarchico-un-eversivo-un-mostro-un-terrorista.

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Uomini che hanno letto così tanti libri liberi e democratici che le
loro biblioteche sono le più libere e democratiche di tutte le
biblioteche libere e democratiche del mondo. Uomini che le
biblioteche le fanno allestite dagli arredatori pagati con i soldi
delle vendite dei loro democratici e liberi giornali e che se
siamo fortunati i libri-libri-libri-li-scelgono-per-colore-e-solo-sesi-intonano-alle-tende-mi-raccomado-le-tende.
Il giorno del processo, il quale si svolse un sette mesi e mezzo
dopo circa, più precisamente il 7 Luglio 1998, Nikos, ilpericoloso-criminale-un-anarchico-un-eversivo-un-mostroterrorista-armi-asplosivi-passamontagna-libri-libri-libri, si alzò in
piedi e prese la parola: “Sono stato portato qui con la forza
delle armi, ma sia chiaro che non vi temo. Di voi non ho paura.
Non ho intenzione di scusarmi o di pentirmi ma anzi rivendico
con forza le accuse che mi rivolgete contro. Avete di fronte un
rivoluzionario, un anarchico; e voi, signori giudici, siete i servi
di un sistema criminale. Non sono io sotto processo, ma voi e i
vostri padroni. Voi e io siamo su opposte barricate. Giudicatemi
pure, fate del vostro peggio, la storia non dimentica. Io
continuerò a combattervi in favore degli oppressi e dei
diseredati, per la rivoluzione in Grecia, per la giustizia in Grecia,
per la libertà in Grecia! Non è esplosa? Che diamine! Il mio era
un messaggio politico! Un messaggio politico!”
Erano almeno vent’anni (tranne che per la breve parentesi del
giugno 2004 di Dimitris Koufontinas, membro della leggendaria
organizzazione rivoluzionaria 17 Novembre amata, per stessa
ammissione di un deputato di Nuova Democrazia, dal 23,7
percento della popolazione, ossia due milioni
trecentosettantamila greci e che, dalla CIA all'EYP, gli aveva
fatti impazzire tutti i servizi segreti del mondo fin dal 1974
tanto era inafferrabile come l'aria in un bicchiere o come il
vento in montagna) che non accadeva nulla di simile, dai tempi
di Panagulis. Era il primo dopo almeno vent’anni ad assumersi
le sue responsabilità politiche senza cercare di sottrarsi alla
punizione invocata a gran voce dalla libera-democrazia-delletende-mi-raccomando-le-tende.

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CAPITOLO 5
Alla fine del processo d’appello cominciato l’8 Gennaio 2001,
nonostante la chiara ostilità della corte nei confronti di
Maziotis, non poterono fare altro che ammettere che la pena a
quindici anni era troppo elevata: la bomba non era esplosa, non
c’erano state vittime, nessuno si era fatto male.
Decine di compagni erano andati a testimoniare in suo favore e
decine di volte erano stati interrotti dalla corte. Si-attenga-aifatti-stia-zitto-si-attenga-ai-fatti-signor-testimone-stia-zitto.
Decine di volte Nikos provò a spiegare le sue ragioni e decine di
volte venne interrotto dalla corte che di sentire le sue ragioni
non ne aveva alcuna intenzione. Si-attenga-ai-fatti-signorimputato-stia-zitto-si-attenga-ai-fatti. Decine di volte i suoi
avvocati avevano protestato e decine di volte la corte aveva
intimato loro di tacere. Stia-zitto-signor-avvocato-stia-zitto.
Il clima era così teso in aula che il giorno dopo l’inizio del
processo, il 9 Gennaio, dopo quanto era successo il giorno
precedente, dopo che il giudice aveva interrotto i testimoni,
aveva fatto allontanare dall’aula parte del pubblico venuto da
tutta la Grecia, dall’Italia e dalla Francia a sostenere l’imputato,
dopo che non aveva concesso il sacrosanto diritto all’imputato

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di assistere al suo processo libero dalle manette e gli aveva
impedito di difendersi dalle accuse e aveva intimato ai suoi
avvocati di tacere, dopo che aveva fatto proseguire il processo
nonostante la richiesta di rinvio, Nikos, furibondo, esasperato,
si fece vincere dall’istinto. Con un balzo saltò giù dalla panca,
sfuggì al controllo dei poliziotti, e in un lampo, in un ‘’oooohh’’
di sorpresa generale del pubblico, riuscì a raggiungere il banco
dei giudici. Se la polizia non fosse intervenuta in tempo quei
giudici oggi non ci sarebbero più.
**
Arrivò l’estate. Faceva un caldo soffocante e i turisti erano
dappertutto. L’aria di Atene si fece grassa, calda come lo è solo
in agosto. Il nuovo millennio era cominciato e con lui tutta una
serie di medievali, e irragionevoli, e brutali, e odiosi attentati al
grido di Allah Akbar in giro per il mondo compiuti dai servi d’un
Dio dittatore che, se come tutti gli altri Dei ci ha creato per che
noi ci sottomettessimo a lui, se come tutti gli altri Dei ci ha
creato affinché noi si viva l’intera esistenza seguendo le sue
regole e non le nostre, se come tutti gli altri Dei ci ha creato
per che noi si passi la vita in ginocchio prostrati ai suoi piedi,
noi, sia che si sia stati creati da lui, da altri o da nessuno, noi
che siamo uomini e non schiavi, ora lo dobbiamo distruggere
per liberarci dalla sua tirannia come da tutte le altre tirannie
che ci affliggono e che ci vogliono schiavi sottomessi invece di
uomini liberi per evitare che altri-medievali-e-irragionevoli-ebrutali-e-odiosi-attentati-continuino-a-colpirci-tutti-in-nomed’un-dio-che-come-tutti-gli-altri-è-solo-un-vile-dittatore-un-viledittatore-solo-un-vile-dittatore. Di lì a poco sarebbero crollate le
Torri Gemelle dando modo agli americani di distribuire un po’ di
libertà e-se-i-dollari-non-bastano-ci-sono-sempre-i-carri-armatie-noi-i-dollari-li-abbiamo-finiti-perciò-viva-l’america-viva-i-carriarmati-viva-la-libertà.
Nel frattempo i progetti criminali su Strimonikòs vennero
fermati, addio-TVX-Gold-bentornati-bambini. Nikos, a modo suo,
aveva vinto di nuovo. Dei quindici anni, poi divenuti cinque, ne
trascorse solo tre e mezzo nel carcere di Korydallos di cui ilprimo-in-completo-isolamento-e-non-ti-dico-amico-non-ti-dicoquello-che-ho-passato.

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CAPITOLO 6
Ai newyorchesi quel martedì mattina dovette sembrare che
piovessero uomini sulla città. Complessivamente, più di
duecento persone scelsero di gettarsi nel vuoto piuttosto che
morire bruciati dal fuoco. Un Boeing 767 della American Airlines
si era schiantato contro la Torre Nord del Word Trade Center.
Erano le 8 e 45 dell’11 settembre 2001. Alle 9 e 03 toccò alla
Torre Sud, il volo United Airlines 175 impattò fra il
settantasettesimo e l’ottantacinquesimo piano uccidendo sul
colpo seicento persone. Alle 9 e 43 un Boeing 757 colpisce il
Pentagono. Alle 10 e 03 precipita in Pennsylvania, nella
frazione di Shanksville, il volo United Airlines 93 con 44 persone
a bordo. In un solo giorno persero la vita
duemilanovecentonovantatre persone, compresi i diciannove
dirottatori. In un solo giorno duemilanovecentonovantatre

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persone compresi i diciannove dirottatori morirono per
l’ennesima volta per la parola libertà, la parola dignità, la
parola ordine, sacrificio, patria, guerra, e libertà, e dignità, e
ordine, e sacrificio, e patria, e guerra e libertà, e dignità, e
ordine, e sacrificio, e patria, e guerra, e ordine, e libertà,
libertà, libertà! In un solo giorno, in meno di ventiquattro ore,
duemilanovecentonovantatre persone compresi i diciannove
dirottatori da uomini divennero carcasse stecchite di niente;
duemilanovecentonovantatre persone compresi i diciannove
dirottatori si tramutarono in ossa marce, budella in
putrefazione, brandelli di carne ustionata e nient’altro. In meno
di millequattrocentoquaranta minuti
duemilanovecentonovantatre persone compresi i diciannove
dirottatori da uomini capaci di tutto divennero cadaveri capaci
di niente.
La nuvola di fumo nero che ricopri quel giorno la città di New
York non era che l’inizio di una tempesta che si sarebbe
abbattuta poi sull’intero nostro pianeta. Domenica 7 Ottobre,
ventisei giorni dopo il crollo delle Torri, la vendetta.
Trecentoquarantamila civili afgani, centoquattordici volte i civili
americani morti nell'attentato alle Torri Gemelle, morirono – e
continuano a morire ancora oggi dopo quindici anni di
bombardamenti - per la parola libertà, la parola dignità, la
parola ordine, sacrificio, patria, guerra, e libertà, e dignità, e
ordine, e sacrificio, e patria, e guerra e libertà, e dignità, e
ordine, e sacrificio, e patria, e guerra, e ordine, e libertà,
libertà, libertà!
Se i diciannove attentatori erano dei folli assassini assetati di
sangue, l’esercito americano è centoquattordici volte più folle e
assassino e assetato di sangue di ognuno di loro.
**
Di cosa sia fatta questa libertà che vuole gli uomini o morti o
servi o a cosa serva la libertà alla gente morta, vi prego, vi
scongiuro, abbiate la pietà di non domandarmelo.
Quell'11 settembre 2001, insieme alle due torri, la chiesa
greco-ortodossa di San Nicola di Bari fu tra le costruzioni
distrutte a New York.

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CAPITOLO 7
No-non-io-non-in-mio-nome-non-la-guerra! Nove giorni dopo gli
attentati, un sinistro discorso venne pronunciato da dentro un
Congresso degli Stati Uniti d’America riunito in seduta comune
circondato da blocchi di cemento grigio e auto della sicurezza.
George W Bush, l’uomo che dopo gli attentati ebbe un picco di
popolarità tra il popolo statunitense raggiungendo uno

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sconvolgente 84 percento, rivolgendosi ai popoli di tutta la
terra, minaccioso, gonfio di rabbia, concluse il suo intervento
con queste parole: o-con-noi-o-contro-di-noi; Pola, sdegnata,
disgustata, si alzò di scatto dal divano furiosa come il diavolo, e
con tutta quanta la voce aveva in corpo accettò la sfida
vomitata dal televisore: contro-santo-iddio-contro!
Un anno dopo lei era lì (come altre trentasei milioni di persone
in tutto il pianeta che protestavano contro l’invasione dell’Iraq),
col suo modo di fare diretto, gli occhi verde smeraldo, la pelle
rosa come una pesca, intensamente femminile, bellissima,
morbida nei lineamenti, con i suoi lunghi capelli neri come il
carbone
che
le
coprivano
le
spalle,
anch’essi
meravigliosamente morbidi, e lisci, e profumati come la
primavera che l’avvolgeva, tenuti insieme da un insignificante
elastico azzurro che le dava un’aria da bambina, circondata dai
manifestanti che le sfilavano a fianco lungo via Achernon,
davanti il Plaza Hotel, che camminava fiera, orgogliosa come
una leonessa con in braccio la bandiera rosso/nera; una
bandiera che per le sue esili braccia di donna era troppo
pesante e che la faceva barcollare come un’ubriaca portandola
ad urtare involontariamente prima di qua poi di là i compagni al
suo fianco pronti ogni volta a sorriderle divertiti, comprensivi:
non-ti-scusare-non-c’è-problema-sbandiera-sbandiera.
In un certo qual modo, quell’enorme bandiera la faceva
sembrare agli occhi di tutti più piccola e dolce ancora di quanto
in realtà non fosse… e se non ho la certezza che proprio a tutti
sembrò piccola e dolce, perlomeno posso giurare che Nikos
quel giorno sostenne d’aver visto una-dolcissima-bambinaguerriera-dolcissima-dolcissima.
Nikos amò sconfinatamente Pola fin dal primo momento che la
vide. Ad ascoltarlo parlare era facile lasciarsi convincere che
Pola
doveva essere una sorta d’eroina. Una specie di
amazzone dell’isola Paradiso uscita dai racconti dell’illuminato
poeta inglese esperto in fatti d’amore, messa lì a pochi metri
da lui di proposito da un dio molesto, dispettoso, che non
trovando altro modo di scacciar la noia aveva deciso di
osservarlo impazzire. Un dio che per divertirsi aveva deciso di
vedere Nikos colpito da un incantesimo che l’obbligava a
guardarla rapito dal desiderio d’amarla e d’essere da lei amato
all’infinito senza poterla avvicinare. Un dio che rideva
guardando Nikos diventare incapace di distogliere anche solo

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per un breve momento lo sguardo da lei; che rideva guardando
Nikos che urtava i compagni e le compagne al suo fianco pur di
non perdersi un solo istante della bellissima bambina guerriera
che sbandierava e ruggiva insieme e più di tutti gli altri no-nonio-non-in-mio-nome-non-la-guerra!-no-non-io-non-in-mio-nomenon-la-guerra!
Per tutto il percorso della manifestazione fino alla sede del
consolato USA in piazza Mavili dove finalmente ci fermammo
tutti, Nikos, che ancora un pò e si sarebbe visto esplodere il
cuore in petto, non faceva che guardarla continuando a
ripetere
una-dolcissima-bambina-guerriera-dolcissimadolcissima-una-dolcissima-bambina-guerriera-dolcissimadolcissima.
Di lì a poche settimane Nikos sconfisse anche quel dio
dispettoso e il suo perfido incantesimo. L’impossibile divenne
possibile: Pola era la sua donna, la sua fidanzata, la sua
amante, la sua compagna, la sua dolcissima-bambinaguerriera-dolcissima-dolcissima.

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CAPITOLO 8
Gli anni passarono, le lotte continuarono. In giugno, a
Salonicco, partecipò, con Pola al suo fianco, agli scontri in
occasione della riunione dei leader dell’UE. In settembre, dopo
gli arresti che avevano smembrato l’organizzazione dei
compagni delle Cellule di Fuoco, Nikos si riunì insieme a Pola,
Lambros e Kostas in un bar a Gizi, poco lontano da piazza
Argentinis, a due minuti dal Parco di Ares. Dopo un breve ma
infervorato discorso pronunciato da Nikos, Kostas, arruffandosi i
capelli, in tono diretto, a bruciapelo, gli domandò:
<<E il nome? Il nome! Hai pensato al nome? Dovremo pur farci
chiamare in qualche modo>>. Nikos sorrise felice come un
bambino. Non aspettava altro. Aveva fatto tutto quel discorso
solo per sentirsi porre quella domanda.
<<Certo che ho il nome>>. Rispose.
<<Epanastatikos Agonas, Lotta Rivoluzionaria. È tutto ieri che
ne parla>>. Disse Pola rivolgendosi a Kostas. E subito aggiunse
con un’ironia affettuosa, punzecchiandolo scherzosamente:
<<Ne ha parlato così tanto che mi ha già rotto le scatole con
questa Lotta Rivoluzionaria>> e così dicendo scoppiò a ridere
divertita insieme a Lambros.
Nikos però non si fece prendere in giro. Rimase al gioco e
sorridendo, alzando il bicchiere per brindare, concluse:
<<È il nome giusto, fidatevi. Epanastatikos Agonas, Lotta
Rivoluzionaria. Jamàs, alla salute>>.
<<Jamàs>> risposero gli altri in coro.
Il cinque dello stesso mese due bombe esplosero nei tribunali
della ex accademia. Un poliziotto rimase leggermente ferito.
Lotta Rivoluzionaria rivendicò l’azione.

42

CAPITOLO 9
Non c’è da meravigliarsi, dopotutto, che le forze di polizia non
siano composte da quegli uomini senza macchia disegnati dalla
propaganda, sia essa volontaria o non volontaria, dei film
hollywoodiani. Solamente un idiota, uno sciocco o un ingenuo
può pensarlo veramente. La verità è che il poliziotto, come
chiunque altro, o quasi, è un uomo che quando l’occasione
glielo permette è felicissimo di vendicarsi con il suo nemico. E il
nemico naturale del poliziotto, ancor prima dell’operaio, è
certamente il rivoluzionario, il ribelle. Ed è appunto naturale
che sia così. Uno, il poliziotto, è un automa che esegue gli
ordini a qualsiasi costo, anche se non vorrebbe o non è
d’accordo perché convinto, o di far comunque la cosa giusta (il
ché da l’idea della confusione mentale in cui vive) o di non
essere capace di comprendere cosa sia giusto in modo
autonomo – cosa che l’obbliga conseguentemente a doversi
affidare a qualcun altro più-in-alto-di-lui-che-sa-tutto-sa-tuttolui-sa-tutto (il ché personalmente mi rattrista moltissimo); il
secondo, il rivoluzionario, il ribelle, invece semplicemente non
riesce a concepire il concetto di sottomissione volontaria ed è
quindi tutto fuorché un automa, tutto tranne una pedina di un
gioco come potrebbe essere quello degli scacchi, ed è quindi
sintomatico che i due, per natura diversi, uno pedina
sacrificabile d’un gioco giocato da altri, e uno impegnato a che
gli uomini cessino di farsi usare come inanimate pedine d’un
gioco da tavolo, si trovino sempre a provare una reciproca
antipatia, quasi la natura volesse così per scelta, per così dire,
d’un certo stile estetico. Sarebbe perciò imbecille usare un tono
indignato, scandalizzato o falsamente sorpreso per raccontarvi
questo episodio della vita di Nikos. Dubito pure ci fosse dietro
un disegno particolarmente congegnato; e se anche ci fu, la
cosa non dovrebbe sorprendere. Nikos lo aveva detto di essere
in guerra, lo aveva accettato. In-guerra-non-c’è-uomo-che-nonsoffra-e-se-io-soffro-è-perché-combatto.

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D’altra parte in guerra, in tutte le guerre, c’è sempre un nemico
che si difende, che attacca, che complotta, insomma che
combatte contro di voi in quella guerra. E’ ovvio. Altrimenti, è
inutile dirlo, senza un nemico che vi combatte, non ci sarebbe
alcuna guerra, alcuno scontro. Sareste solamente dei folli, degli
spostati. Ma Nikos non è Don Chisciotte e questo non è il nostro
caso. La guerra c’era, era stata dichiarata. I morti, i feriti, i
prigionieri non mancavano. La si stava combattendo da tempo.
Nikos aveva solo deciso di parteciparvi, di non restare a
guardare immobile senza far nulla per vincerla, e quindi
fermarla, perché vincere una guerra significa anche farla finire,
significa soprattutto farla finire.
E allora quel giorno, quando quelle quattro moto spuntarono
dal nulla e lo inseguirono minacciose per una decina di
chilometri per poi farlo cadere a terra (anche Nikos era in sella
ad una moto) con l’intenzione d’ammazzarlo, non solo non
deve sorprendere o scandalizzare, ma non ci deve nemmeno
far indignare più di tanto dato che, come abbiamo detto sopra,
il poliziotto, come quasi tutti gli uomini, quando gli si presenta
l’occasione, è ben felice di vendicarsi con il suo nemico. È la
guerra, sant’iddio! Di che vi meravigliate?! In-guerra-non-c’èuomo-che-non-soffra-e-se-io-soffro-è-perché-combatto.
Con tutta probabilità dovevano essere quelli dell’antiterrorismo. Lo si poteva intuire dal loro modo di guidare così
capace, professionale, così spericolato e audace, quasi che
appunto fossero abituati a quel genere di manovre. Fermare
qualcuno in moto con una moto non è semplice come farlo con
una macchina. Se poi l’intenzione è quella di farlo finire fuori
strada le cose si complicano ulteriormente perché se non stai
bene attento fuori strada ci vai anche tu, e in moto chi può dirlo
come va a finire? Ecco perché dico che erano dell’antiterrorismo: nessuno poteva fare quello che fecero loro senza
finire contro un muro a centocinquanta chilometri orari.
Nikos guidava una di quelle moto che oggi definiremmo un
oggetto d’antiquariato e che già allora, se non propriamente
d’epoca, la si poteva definire, usando un eufemismo,
comunque abbastanza vecchia da fare gola ad un qualche
collezionista precoce. Un notevole vantaggio per le quattro
moto, ben più moderne, che lo inseguivano, non pensate anche
voi? Era lenta e impacciata in confronto a qualsiasi altro mezzo
a due ruote, e a quelle quattro Honda fiammanti, agili come

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gatti e veloci come siluri, sopra ogni cosa. Era una moto Guzzi
del ’76. L’aveva chiesta in prestito a Lambros perché voleva
portare Pola fuori città a-vedere-un-po-di-Grecia-e-poi-te-lariporto-solo-un-po-di-Grecia, e Lambros, che era quel genere di
persona che ti avrebbe prestato un braccio se solo avesse
trovato il modo di riattaccarselo una volta riavuto indietro, non
esitò un momento a rispondergli si-certo-prendila-pure-vadove-vuoi-dove-vuoi-compagno-si-certo-prendila-pure-solo-staattento-è-vecchia-un-po-vecchia.
Erano da poco passate le due del pomeriggio, le strade erano
deserte come solo in Grecia possono esserlo dalle due del
pomeriggio fino alle sei della sera. Il giorno dopo avrebbe
caricato Pola sul sedile di dietro, e poi via a-vedere-un-po-diGrecia-solo-un-po-di-Grecia. Fu un colpo di fortuna, tutto
sommato, per entrambi, Pola e Nikos, e forse pure per Lambros,
che Nikos volle provarla prima di partire per quel breve viaggio
per vedere-un-po-di-grecia-solo-un-po-di-grecia insieme alla
sua dolcissima-bambina-guerriera-dolcissima-dolcissima. Se vi
fosse stata a bordo anche lei credo che sarebbe finita molto
peggio di come in realtà andarono le cose. Una moto così
vecchia non è facile da controllare, soprattutto se la guidi sulle
strade bagnate di gennaio e non sei solo. Il peso di una
seconda persona, specialmente se inesperta, sbilancia
terribilmente anche il guidatore più capace. E Nikos, come del
resto Pola, non era esattamente un pilota capace. Era invece
abbastanza goffo. Anzi direi proprio imbranato. Uno di quelli
che si becca così tanti colpi di clacson dagli automobilisti
imbestialiti in una giornata in moto in giro per la città che la
sera gli sembra di essere tornato dallo Stadio invece che dal
suo giro, tanto è rincretinito.
Iniziarono a pedinarlo appena svoltò in piazza Omonia, una
sorta di gigantesca rotonda nella zona più cosmopolita e
pittoresca di Atene piena di piazze piccole e grandi, vie
trafficate, taxi gialli e gente che va di fretta scartando i
venditori ambulanti tra le merci freschissime che riempiono i
banchi dei mercati generali. Sarebbe bastato uno sguardo
veloce per capire che quelle quattro moto non erano lì per
caso. Mancavano solo i lampeggianti, ma per il resto, messi in
posizione di ‘combattimento’ com’erano, due avanti due dietro,
era chiaro come il sole che si trattava di poliziotti in borghese.
Nikos andava in direzione di piazza Karaiskaki lungo via Agiou

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Konstantinou, dove ha sede il Teatro Nazionale, quando capì
che qualcosa non andava:
<<Merda!>>.
Era abituato a quei pedinamenti. Era dal 2001 che non lo
mollavano un momento. Che se ne andassero al diavolo. Poi
però qualcosa lo insospettì. Iniziò a lanciare occhiate nervose
negli specchietti retrovisori, prima quello di destra, poi quello di
sinistra e di nuovo quello di destra. <<Merda! Merda! Merda!
>>. I quattro viaggiavano a circa un centinaio di metri da lui,
visibilissimi perché sulla strada deserta erano le uniche cose
che si muovessero. Non v’era dubbio che ce l’avessero con lui e
che le intenzioni non erano buone. Era tutto troppo evidente.
Troppo chiaro. Se accelerava, loro acceleravano; se decelerava,
loro deceleravano. <<Merda! Merda! Merda! Perché non mi
fermano?>>. Giunto a piazza Karaiskaki si fermò al semaforo
rosso. Lo sguardo fisso avanti, immobile. Convinto che almeno
lì lo avrebbero fermato per arrestarlo, chiuse gli occhi e ripensò
intensamente ai momenti passati con Pola, la sua bellissimabambina-guerriera-bellissima-bellissima. Dopo poco arrivarono
anche le quattro moto con in sella i poliziotti in borghese. Due
alla sua sinistra, due alla sua destra, gli occhi fissi su di lui,
impudenti, provocatori. <<Merda! Merda! Merda!>>. Non
avevano alcuna intenzione di mettergli le manette, adesso era
chiaro. Senza aspettare il verde Nikos provò a prenderli di
sorpresa e partì contro mano a tutta velocità facendosi quasi
investire da un camioncino guidato da un vecchio coi capelli
bianchi che placidamente ignaro di tutto se ne andava per la
sua strada e che nemmeno si accorse di lui. Prese Achileos
boulevard in direzione Peristeri. I quattro lo imitarono e già gli
erano di nuovo attaccati al culo. <<Merda! Merda! Merda!>>.
Sfrecciavano tutti e cinque ad almeno centotrenta chilometri
all’ora. Non c’era modo di seminarli in quel rettilineo, gli
serviva un’idea. Ma quale? Preso dall’adrenalina aveva scelto
una strada del cazzo senza pensare. E una strada più del cazzo
di quella non c’era in tutta Atene. Achileos boulevard è una
delle sette arterie principali della città. Praticamente si era
immesso in una fottuta pista da Formula Uno. Era fottuto.
Impossibile seminarli con quella merdosissima moto Guzzi del
’76. Aprì il gas a martello e come faceva da ragazzino abbassò
la testa, piegò le gambe e come-va-va-fanculo-come-va-vacome-va-va. Centotrenta. Centoquaranta. Centocinquanta.

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Centosessanta. <<Merda! Merda! Merda!>>.
Centosessantacinque. Centosessantasei. Centosessantasette.
<<Merda! Merda! Merda!>>. Passando sopra i binari, con i
quattro alle calcagna e il motore che urlava di dolore, sentiva di
non avere scampo. Doveva uscire da quella strada del cazzo.
<<Via da questa strada del cazzo! Merda! Merda! Merda! Che
idea di merda! Che idea di merda!>>. Arrivato all’incrocio di
quella che ora, superati i binari, da Achileos boulevard cambia
il nome in Athinon Boulevard svoltò in Pasti Spyrou Boulevard e
subito in via Naoussis. La strada si stringeva ad ogni metro che
percorreva. Da una cazzo di pista di Formula Uno era ora
passato ad una bastardissima via del centro. <<Merda! Merda!
Merda! Che idea di merda! Che idea di merda!>>. Nel
frattempo continuava a lanciare occhiate nervose agli
specchietti retrovisori, prima quello di destra, poi quello di
sinistra e di nuovo quello di destra. <<Merda!>>. I quattro gli
erano sempre dietro, non lo avevano perso per nemmeno un
secondo. <<Che cazzo vogliono? Merda! Che cazzo vogliono?
>>. Svoltò in via Pelis e di nuovo in via Koritas ed eccolo
ancora in Kostantinoupolos boulevard, un’altra cazzo di pista da
Formula Uno alla sinistra dei binari della vicina stazione
Larissis. <<Che idea di merda! Che idea di merda!>>. Il primo
dei quattro, forse stufo di giocare come il gatto col topo, prese
l’iniziativa e con una specie di balzò lo raggiunse in un attimo.
Era presto detto cosa volessero da lui. Il poliziotto in borghese
iniziò quella che sembrava una macabra danza della morte
attorno a Nikos. Enas-theo-treis-un-due-tre-un-due-tre. E di
nuovo enas-theo-treis-un-due-tre-un-due-tre. Ad ogni manovra
lo spingeva sempre più pericolosamente vicino al guardrail che
scintillava affilato come la lama di un coltello. << Merda!
Merda! Merda! Questo vuole decapitarmi! Merda! Merda!>>.
Gli altri tre seguirono l’esempio del primo e cominciarono a fare
altrettanto. Enas-theos-treis-un-due-tre-un-due-tre. E di nuovo
enas-theos-treis-un-due-tre-un-due-tre. Visti dalla strada Nikos
e i quattro poliziotti in borghese dovevano sembrare delle
schegge impazzite pronte a esplodere da un momento all’altro.
Centotrenta. Centoquaranta. Centocinquanta. <<Merda!
Merda! Merda!>>. Centocinquantacinque. Centocinquantasei.
Centocinquantasette. <<Merda! Merda! Merda!>>.
All’improvviso, l’idea. A ripensarci, non fu poi così un'idea di
merda. L’Inter-city Atene-Salonicco delle 12 e 04 di quel giorno,

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come spesso accade in Grecia, era partito con tre ore e mezzo
di ritardo e ora correva di pari passo con le cinque schegge
impazzite. Era l’occasione che cercava. All’incrocio tra
Kostantinoupoleos boulevard e Iera Odos boulevard in uno
strider di freni dei suoi inseguitori si lanciò ad occhi chiusi nel
bel mezzo del passaggio a livello urlando come-va-va-fanculocome-va-va-fanculo-fanculo-fanculo e, sa dio come,
miracolosamente riuscì a passarlo schivando d’un soffio il treno
che incombeva su di lui lasciando indietro i quattro. Era salvo.
Né-né-né-si-si-si-fanculo-fanculo-fanculo. Ma lo abbiamo detto
che Nikos non era un grande pilota, era piuttosto goffo. Anzi
proprio imbranato. E difatti, non appena superata la seconda
sbarra, voltandosi indietro per immortalare nella sua memoria
l’impresa in cui era riuscito (e dio solo sa come ci riuscì Nikos a
fare una cosa del genere), mentre sorrideva soddisfatto di sé,
tolse il braccio dal manubrio in segno di esultanza e cristo-cheidea-di-merda-che-idea-di-merda perse il controllo della moto
finendo rovinosamente a terra in un botto micidiale. Quando il
passaggio a livello fu di nuovo libero, i quattro, vedendo Nikos
spiaccicato sull'asfalto, svenuto, inerte, senza nemmeno
andare a controllare, probabilmente pensando di aver portato a
termine con successo il loro lavoro, ripartirono dissolvendosi
nell’orizzonte del deserto cittadino.
**
Dalle finestre del pronto soccorso dell’ospedale Evangelismos si
riescono a intravedere i fili della teleferica che salgono fino ai
piedi dell’Agios Giorgios, la basilica di fine settecento che sta in
cima alla collina del Licabetto.
Intorno a Nikos, in mezzo al via vai di gente, sistemato su di
una barella lungo il corridoio, oltre a sua madre e a suo padre e
a suo fratello, c’era Pola che lo guardava fisso senza dire una
parola.
I medici avevano detto che era stato-più-fortunato-d’unpolitico-un-politico!-avrebbe-potuto-rompersi’l’osso-del-collo-einvece!-più-fortunato-d’un-politico-un-politico! Nikos, tutto
vispo, come risorto, allegro come un bambino che si è
sbucciato un ginocchio cadendo dalla bicicletta e invece di
lagnarsi e piangere ride divertito, non riusciva a fare a meno di

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sorridere come un idiota mentre lo raccontava: I-medici-handetto-che-sono-stato-più-fortunato-d’un-politico-un-politicocapite?-un-politico!

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CAPITOLO 10
Alle 7 e 45 minuti, ogni mattina, da quarantacinque anni a
questa parte, dal lunedì al venerdì, il sovrintendente ispettore
capo Papathanasakis, classe 1949, una specie di ragnetto alto
un metro e uno sputo con due piccoli e folcloristici baffettini da
dittatore sotto il naso e la faccia perennemente contratta in
una smorfia, entra nell’edificio dietro il Politecnico in via
Bubulinas con sotto il braccio una copia appena stampata del
Kathimerini, attraversa l’enorme e squallida sala d’attesa
all’ingresso, e alle 7 e 46 è già dentro in ascensore che fuma
avidamente una sigaretta. Sale fino al 12° piano. Alle 7 e 49,
dopo aver percorso svelto, ben saldo al corrimano, una decina
di metri di corridoio senza salutare nessuno, apre la porta del
suo ufficio, entra, poggia il giornale sulla sua ordinatissima e
pulitissima scrivania e alza la cornetta del telefono:
<<Signorina Tsirca, il mio caffè>>.
Alle 7 e 55 la signorina Tsirca entra ciondolando nell’ufficio del
sovrintendente ispettore capo Papathanasakis e gli serve la sua
tazza di caffè, rigorosamente senza zucchero.
<<Senza zucchero?>>.
<<Senza zucchero!>>.
Alle 8 precise, cascasse il mondo, per il sovrintendente
ispettore capo Papathanasakis comincia il turno di lavoro. Sono
quindi vietate ai suoi uomini: telefonate personali e/o di
famigliari (tranne per le emergenze, le quali diventano tali
previa valutazione del sovrintendente ispettore capo
Papathanasakis in persona), le bevande di qualsiasi genere
(comprese le bevande alcoliche, ovviamente), il consumo di
ogni genere di cibo (non fa differenza se greco o straniero), le
pause eccessivamente prolungate al bagno (pause che non
possono durare più di cinque minuti), argomenti come il calcio,
la moglie e la suocera. Naturalmente tutto questa vale anche
per il sovrintendente ispettore capo Papathanasakis, il quale
non ha né moglie né suocera e non ha il minimo interesse per il
calcio. Comunque sia il sovrintendente ispettore capo
Papathanasakis queste regole le ha sempre prese, e prende
ancora, molto seriamente. Dal 1987, a trentotto anni, quando
venne promosso sovrintendente ispettore della squadra


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