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NV Note sulla traduzione letterale dell ebraico biblico e sull opera di Biglino .pdf



Nome del file originale: NV-Note-sulla-traduzione-letterale-dell-ebraico-biblico-e-sull-opera-di-Biglino.pdf
Autore: Nereo Villa (Castell'Arquato)

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Nereo Villa
NOTE SULLA TRADUZIONE
LETTERALE DELL’EBRAICO BIBLICO
E SULL’OPERA DI MAURO BIGLINO
Mauro Biglino è convinto, in base a dati scientifici, che le cose che per
millenni ci hanno fatto credere sulla bibbia siano false. Non posso che
essere d’accordo e reputo le sue traduzioni letterali un servizio allo studio
dei testi antichi e specialmente della lingua ebraica.
Ciò premesso, devo però fare notare alcune osservazioni, che reputo
importanti anche per questo autore: non mi sembra si possa affermare che
traducendo in modo scrupolosamente letterale si possa scavalcare
l’ermeneutica in senso lato o universale, dato che tutto è interpretabile.
Guai se non fosse per esempio interpretabile il pianto di un bambino, così
come un sorriso o una formula della RELATIVITÀ ricavata da un
ASSOLUTO (la costanza assoluta della velocità della luce). Chi vieta a se
stesso il proprio giudizio critico non può che attenersi ai giudizi altrui, che
io chiamo PENSATI, siano essi veri o falsi.
Un mio appunto a Biglino potrebbe essere pertanto il seguente: riferendosi
a Rudolf Steiner, egli afferma: “A volte si ha veramente l’impressione che
in certi ambiti dello scibile umano sia lecito dire tutto e il contrario di
tutto” (Mauro Biglino, “Resurrezione Reincarnazione. Favole consolatorie
o realtà? Riflessioni e domande per liberi pensatori”, 9, La reincarnazione
in Occidente, Ed. Uno, 2009), senza però citare la fonte da cui egli riceve
questa impressione. Allora la mia impressione, derivante da asserzioni
come queste, è che abbiamo di fronte uno studioso unilaterale nella misura
in cui è, sì, molto meticoloso nel tradurre testi antichi in modo letterale, ma
superficiale in altri ambiti, ugualmente importanti. Infatti, così facendo,
finisce per attribuire a Steiner contraddizioni che, fino a prova contraria, se
si conosce la sua opera, non esistono. Anzi, proprio Steiner è colui che
individua le contraddizioni della scienza e della cultura del suo tempo,
superandole mediante altri risultati di osservazione, poggianti proprio sul
metodo delle scienze naturali (si veda per esempio i suoi capitoli di
Scienza della libertà nel suo libro “La filosofia della libertà”).

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Dire tutto e il contrario di tutto è un’antilogica che riguarda invece
soprattutto la scienza di oggi, materialisticamente impostata. Perciò va
detto che coloro che semplicemente CREDONO in questa scienza, sono
come i credenti in una qualsiasi confessione religiosa. Fissandosi per
esempio in Einstein (o in Freud, o in qualsiasi altro sedicente scienziato),
si comportano come gli antichi del Medio Evo, fissati in Aristotele. Alla
fine del Medio Evo, succedeva infatti che anziché osservare la natura,
apparisse molto più comodo prendere gli antichi libri di Aristotele per
metterli a base di ogni conferenza accademica. Si racconta addirittura che
un peripatetico (aristotelico ortodosso), inviato ad osservare un cadavere
per persuadersi che i nervi NON partono dal cuore (come egli aveva
erroneamente creduto di leggere in Aristotele filtrato da Avicenna e
Averroè), ma che il sistema nervoso ha il suo centro nel cervello, avesse
risposto: “L’osservazione mi dimostra che la cosa sta veramente così, ma
nei libri di Aristotele sta scritto il contrario, ed io credo ad Aristotele”.
Così questa tipologia di aristotelici era effettivamente diventata una
calamità. Ecco perché la scienza empirica dovette farla finita con questo
falso aristotelismo da caproni, e richiamarsi all’esperienza pura (un
impulso particolarmente energico fu dato a questa tendenza da Galilei).
Ciò che voglio innanzitutto far notare è che NON SI PUÒ NON
INTERPRETARE l’osservabile! Così come non si può NON PENSARE.
Ogni cosa percepibile è anche SEMPRE da interpretare. Ogni parola, ogni
nozione, ogni respiro, ogni cosa insomma è un simbolo che evoca una
parte di realtà. L’osservazione di qualunque cosa provoca sempre il mio
pensiero, e questo pensare mi indica la via per collegare un’esperienza ad
un’altra esperienza. Dunque chi assolutizza la pretesa che una scienza
“rigorosamente oggettiva” faccia scaturire i suoi contenuti dalla mera
osservazione, dovrebbe pure pretendere che essa rinunzi del tutto al
pensare. Perché il pensare, per sua natura va sempre al di là dell’osservato.
Occorre poi rendersi conto che una scienza basata solo sui sensi, o sul solo
intelletto che concettualizzi esclusivamente oggetti di percezione sensibili,
è destinata solo ad accorgersi che moltissime sue nozioni sono effimere,
oppure a mentire negando tale animadversio. Ecco perché Goethe diceva
che tutto l’effimero non è che un simbolo. Se per esempio tu mi invii una
mail da Parigi ed io la ricevo al mio paese, in base alla sola percezione
sensibile, io posso dire soltanto che il contenuto di quella mail scaturisce

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dal mio computer, situato a casa mia, al mio paese. Basandomi solo sui
miei sensi posso scientificamente dire solo che l’email proviene da lì, non
da Parigi. Effimero è dunque il contenuto della mail percepibile come
scaturente dal mio computer, e solo accogliendo quel contenuto come
simbolo del fatto che la mail è stata scritta a Parigi, cioè in un luogo a me
impercepibile, posso sapere SOVRASENSIBILMENTE (o EXTRASENSIBILMENTE) che quel contenuto proviene da Parigi. La realtà non è
dunque solo quella sensibile ma anche quella SOVRASENSIBILE (o
EXTRA-SENSIBILE). Bisognerebbe allora almeno chiedersi: cosa intende
dire oggi chi parla di realtà? Cos’è realtà? La materia oscura? L’energia
oscura? Chi parla di realtà dovrebbe caratterizzarla, almeno per intendersi
con chi ascolta.
Per Mauro Biglino “la necessità di premiare i giusti e punire i malvagi
nasce dalla palese contraddizione tra ciò che l’uomo si attende da un Dio
giusto e la realtà che invece mostra come i malvagi prosperano e i giusti
spesso soffrono” (Biglino, “Resurrezione. Reincarnazione. Favole
consolatorie o realtà?... op. cit). Questo suo libro ha per sottotitolo “Favole
consolatorie o realtà?”. Bisognerebbe quindi che egli spiegasse
innanzitutto cos’è per lui la realtà. Ogni realtà deve fare i conti con due
aspetti che la costituiscono: il percepibile e il capibile (cioè l’oggetto di
percezione ed il concetto che vi si riferisce), altrimenti ogni cosa poi si
dimostra sempre effimera e quindi sarà sempre illusoriamente afferrata
(una simile illusione fu per esempio il geocentrismo).
Oggi la scienza CREDE ancora nella “realtà” dei “nervi motori” (senza
averne mai dimostrata l’esistenza) e nega realtà ai colori e a tutto il
sovrasensibile che non riesce ad accogliere. Ma che scienza è mai questa?
Posso io affermare che sia reale una scienza che per molti versi poggia
ancora sulla FEDE? Una risposta affermativa non sarebbe molto coerente.
La realtà mostra che i malvagi prosperano? A me non sembra. Vivere
costantemente in paranoia non è prosperare: come fa un malvagio a
prosperare se poi è costretto a girare con la scorta? Se dovessi scegliere fra
questa condizione di prosperità e la povertà, sceglierei la povertà. E poi il
male non è un’idea che si realizza a discapito del bene che invece non si
realizza. A me pare che sia vero il contrario: il bene è l’idea che si realizza,
mentre il male l’idea che non si realizza. Il male è tutto ciò che come fatto,

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istituzione, organizzazione, natura, opera in luogo dell’idea originaria,
nella misura in cui il suo essere “fatto” si traduce immediatamente (cioè
senza mediazione del pensare) in valore interiore, grazie a forze che di
quel “fatto”, o di quel male, lasciano trasparire solo l’apparire sensibile.
Ecco perché si tratta di mera parvenza, di effimero, dato che l’apparire è il
limite di un movimento che viene da attività interiore, che l’io dovrebbe
riconoscere come proprio: non il limite che condiziona l’io!
Se non si considera la realtà composta sia dal percepibile che dal
concettualizzabile (o dal capibile in concetti) si rimane “scientificamente”
nella vecchia tradizione lunare, cioè in PENSATI altrui, creduti o dati per
scontati, i quali conducono ad un nuovo che in realtà è un vecchio: un
nuovo oscurantismo rivestito con “scienze” della “materia oscura” o
dell’“energia oscura”. E questo perché è detto da sedicenti scienziati che
ritengono lecito assolutizzare per… relativizzare! Sono gli scherzi della
luce lunare!
Se si vuole davvero superare il tradizionalismo in cui vi è un maestro sulla
piramide e i discepoli sotto, occorre invece la luce diretta del sole, al
centro di una tavola rotonda in cui ognuno può accogliere chiarezza. Non
chiamate nessuno maestro! (Mt 23,9).
La traduzione letterale è dunque funzionale allo studio di una lingua, ma
solo a patto che di quella traduzione non si facciano idoli. Ecco perché le
parole “tradurre” e “tradire” sono formate dalla stessa radice come la
parola “tradizione”.
Oltretutto, nel caso di Biglino, se parla di alieni non si può dire che egli
non interpreti. Allo stesso modo non si può comprendere il linguaggio in
base a mere parole anche se esse sono proposte come traduzioni letterali di
un’altra lingua.
Occorre poggiare anche e soprattutto sui concetti, i quali evocano
contenuti esperienziali. Ogni parola, antica o moderna, è sempre un
simbolo evocativo di un concetto correlato a un relativo oggetto di
percezione. Un esempio: la realtà letterale della parola “osso” consiste, sì,
in due “esse” poste fra due “o”. Ma la realtà letterale non dice nulla se il
concetto non evoca un contenuto di pensiero. Biglino fa l’esempio dello

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spirito che vuol dire anche alcool. Però questo esempio di polisemia può
valere per molte altre parole. Si prenda la rosa. Vi è la rosa dei venti, la
rosa dei candidati, la signora Rosa, il fiore “rosa”, ecc. Dunque il contesto
delle parole è importante per determinare il loro senso concettuale. E lo
stesso Biglino non lo nega. Però si pensi ora alla parola “automobile”.
Presa in senso letterale essa è un’impossibilità pratica: ogni vettura è
sempre MOSSA. Non è mai “auto”-”mobile”. “Auto” è un prefisso per
significare “da sé”, “da se stesso”, “di proprio impulso,
“indipendentemente”, “in persona” (Dizionario etimologico Pianigiani).
Dunque ciò che chiamiamo “automobile” è un oggetto sempre mosso da
qualcos’altro (il carburante) o da qualcuno (l’uomo). Quindi dovrebbe
chiamarsi “etero-mossa”, NON “auto-mobile”. Poniamo ora il caso che fra
tremila anni qualche studioso dicesse che un tempo esistevano automobili
in base alla parola letterale “automobile”, cioè che qualcuno traducesse in
modo letterale. Si evocherebbe un contenuto concettuale inesistente, in
quanto non esisterà mai una vettura in grado di muoversi da sé. Lo stesso
può essere detto del concetto di intelligenza artificiale: l’intelligenza
artificiale è un meccanismo come una trappola che scatta intrappolando il
topo a seconda del dispositivo creato dall’intelligenza umana per farla
scattare. Nessuno però potrà mai dire un giorno, in base alle parole
letterali, che la trappola è artificialmente intelligente… L’intelligenza
artificiale non può essere reale. Il calcolatore potrà fare calcoli sempre più
perfetti ma non potrà mai essere un ente intelligente senza un programma
che lo piloti o senza la corrente elettrica. Dunque se in base a parole
tradotte letteralmente si descrivono alieni, bisognerebbe almeno chiedersi:
“Perché alieni? Non potrebbero costoro essere antichi atlantidi
prediluviani?”.
In ogni caso ben vengano studiosi come Biglino, il quale non può ignorare
il notorio, e cioè che gli atlantidi avevano apparecchi volanti, la cui
combustione era alimentata mediante i germi delle piante, e che
trasformavano la loro forza vitale in energia applicabile alla tecnica. Così
riuscivano a far muovere i loro veicoli e i loro macchinari elevandosi
anche al di sopra dei monti, e comunicare a distanza. Di queste macchine
volanti (in sanscrito “vimana”, “rukma vimana” o “astras”) presenti nel
periodo atlantideo ne parla dettagliatamente l’antico saggio Bharadwaja
nel suo trattato di scienza aeronautica intitolato “Vymaanika-Shastra”.
Queste antiche aeronavi sono citate altresì nei quattro Veda, nello Srimad

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Bhagavatam e in molti altri trattati di varia natura (come ad es., il
“Samarangana Sutradhara”, il “Shakuna Vimana”, ecc.), nonché in altre
cronache documentali dell’antichità. E ne parla anche Biglino, appunto,
nel suo bel libro “Il falso testamento” a proposito di “kavòd”, dell’Iliade e
dell’Odissea.
Di solito nelle confessioni religiose il termine ebraico “kavòd” è tradotto
dalla bibbia con “gloria”, e con ogni altra onorificenza.
La mia spiegazione è la seguente. “Mekhabbèd” è in ebraico l’onorante,
colui che onora. La radice kaf+bet+dàlet rende l’idea fondamentale di
“avere peso”, “essere pesante”. Infatti “pesante” si dice “kavéd”
(“kevedà”; “kevedìm”, “kevedòth”). Come sostantivo maschile, “kavèd”
significa “fegato” e si scrive nello stesso modo. Ne ho parlato nel mio
saggio “Un futuro di consapevolezza dall’antica visione del cielo” (Ed.
Ricerca ‘90, n° 45, Gennaio 2001 http://www.cirodiscepolo.it) anche a
proposito della forza interiore: «La durata temporale del ciclo della
precessione solare è di 2160 x 12 = 25.920 anni, e l’astronomia arriva
vicino a questo numero arrotondando a 26.000 anni… “La storia è sacra
per l’estrinsecarsi del 26 nel tempo” (Nereo Villa, “Numerologia biblica.
Considerazioni sulla matematica sacra”, Ed. SeaR, Reggio Emilia, 1995, p.
52). Che ciò sia connesso all’uomo è evidente anche nella fisiologia del
corpo umano. L’io ha per veicolo il sangue. I fenomeni del pallore e del
rossore, caratterizzano infatti rispettivamente lo spavento e la vergogna:
nel primo, il sangue si dirige a difendere il nostro centro interiore, il cuore,
che batte più forte mentre impallidiamo; nella seconda, vorremmo uscire,
scappare via da noi stessi, da tale centro verso il cosmo esteriore, così che
arrossiamo. Nel nostro corpo vi sono circa 26 bilioni di globuli rossi. Forse
potrà anche essere un caso, ma il ferro, 26° elemento, è presente
nell’emoglobina “e il suo nucleo atomico è circondato da 26 elettroni”
(Peter Plichta, “La formula segreta dell’universo”, Ed. Piemme,
Alessandria 1998, p. 108). E vi è dell’altro in merito a questo numero. Il
valore numerico di “kavéd” (“fegato”) è 26, lo stesso del Tetragramma
YHWH. Proprio per la grande quantità di sangue che contiene, il
metabolismo del fegato può svolgere due funzioni opposte: la principale è
quella di spingere l’uomo verso l’impulsività, oppure in direzione
diametralmente opposta, la pusillanimità». Si consideri poi che il valore
numerico delle lettere del tetragramma YHWH è anch’esso 26. E la bibbia

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conta 26 patriarchi. Non a caso dunque YHWH era tradotto anche con
Zeus o Giove, e questo pianeta è ancora oggi per l’astrologia medica il
principale pianeta governatore del fegato.
Come verbo, nella costruzione semplice (kal), “kavéd” significa ancora
“essere pesante, grave”, e quando i filistei si impadronirono dell’arca di
YHWH e la trasportarono in Ashdòd, molti malanni caddero su di loro e il
testo dice (I Shemuèl V, 11): “kavedà meòd yad ha-Elohim = fu pesante
molto (su di loro) la mano di Elohim (1Samuele 5,11 «Fatti perciò
radunare tutti i capi dei Filistei, dissero: “Mandate via l’arca del Dio
d’Israele!”. Infatti si era diffuso un terrore mortale in tutta la città, perché
la mano di YHWH era molto PESANTE»). E Biglino ha ragione qui nel
sospettare che YHWH, più che un dio, fosse una specie di pestifero
terrorista...
Ma procediamo. Nella costruzione pi’èl (raddoppiamento della seconda
radice = kibbèd) il significato diventa: “onorare”; ognuno vede che, in
fondo, il rendere onore equivale a riconoscere peso, importanza ad una
persona. Questo verso si coniuga, al passato della costruzione pi’èl come
segue: “kibbadti” (onorai, ho onorato; in ebraico la “v” si pronuncia spesso
anche con la “b”) “kibbàdta”, “kibbàdth”, “kibbèd”, “kibbedà”;
“kibbàdnu” “kibbadtèm, “kibbadtèn”, “kibbedù”. Il futuro è: “akhabbèd”
(“onorerò”), “tekhabbèd”, “tekhabbedì”, “yekhabbèd”, “tekhabbèd”;
“nekhabbèd”,
“tekhabbedù”,
“tekhabbèdna”,
“tekhabbedù”,
“tekhabbèdna”. “Kabbèd eth-avìkha we-èth immèkha” è il 5°
comandamento (“Onora tuo Padre e tua Madre”) e qui “kabbèd” è la
seconda persona dell’imperativo (sempre nella costruzione pi’èl) rivolta ad
un uomo. Lo stesso comando, rivolto ad una donna, sarebbe: “kabbedì”,
rivolto a più uomini “kabbedù” (onorate!) e rivolto a più donne:
“kabbèdna”. Il “kibbùd” (sostantivo maschile) è l’onoranza, il tributo
d’onore: “kibbùd av wa-èm” = “l’onore che si attribuisce al padre ed alla
madre”. Nel linguaggio moderno si chiama “kibbùd” il trattamento, la
distribuzione di bibite, dolci, ecc., che il padrone di casa, in occasione di
visita, fa in onore dell’ospite; per esempio “ha-orechìm ta’amù min hakibbùd” significa: “gli ospiti hanno fatto onore al buffet”. Altro esempio:
“ba-mè akhabbèd othekhà” (con che onorerò te?) e cioè: che cosa ti posso
offrire?

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La parola “kavòd” (sostantivo maschile) = “onore”, è molto più conosciuta
ed usata nel linguaggio (perfino dagli ebrei che non conoscono l’ebraico).
Fare “kavòd” è espressione comune. “Bi-kvòd ràv” = “con grande onore”;
“li-kvòd ha-Torà” = “in onore della Torà”; “oth kavòd” (= “segno
d’onore”) è adoperato per “onorificenza”; “bèth ha-kavòd” = “la casa
dell’onore” è uno dei mille modi per non dire “latrina”; “kòved”
(sostantivo maschile) significa “peso”, “pesantezza”; “merkàzh ha-kòved”
è il “centro di gravità”; “kevedùth” (sostantivo femminile) è la pesantezza
in astratto; “bi-kvedùth” equivale a: “pesantemente”, e potrei continuare
(cfr. C. A. Viterbo, “Una via verso l’ebraico”, pp. 117-118, Ed. Carucci,
Roma 1988). Non credo che Biglino voglia negare tutto ciò.
Il primo capitolo del libro “Il falso testamento” di Biglino è intitolato
“Kavòd: gloria o arma?”. Certamente la polisemia dei vocaboli poggianti
sulla radice “kvd”, esaminata fin qui, indica “gloria”, “onorificenza”,
“peso”, “pesantezza”, “fegato”, ecc. Fra queste indicazioni non compaiono
“armi”. Quindi come fa Biglino a chiedersi se “kavod” possa significare
anche “arma” e contemporaneamente sostenere di non volere interpretare
ma di tradurre semplicemente in modo letterale? Certamente molti contesti
del “kavòd” di YHWH possono far pensare ad un’arma o ad un oggetto
che si sposta, però il contenuto di tale pensare non compare nei vocabolari
di ebraico o di etimologia.
Credo che non compaia perché non abbiamo più un contenuto concettuale
riferibile al “kavod”: l’abbiamo dimenticato. Oggi lo traduciamo con
“gloria” e “onore” perché non possediamo più né gloria, né onore, dato che
siamo caduti nella “materia oscura” o nell’“energia oscura”, e oltretutto
per questo motivo reputiamo noi stessi degli illuminati! Ma illuminati di
che? Di oscurità? Rispetto ai teologi del materialismo religioso o delle
madonne di gesso che piangono, Biglino almeno si meraviglia e dice: o
traduttori, guardate che non va bene così, qui “kavòd” sembra un’arma, qui
sembra una navicella spaziale, qui… ecc.
Forse lui non lo sa ma la sua opera è propedeutica allo studio scientifico
dello spirito, cioè del concetto che, diversamente dalla parola, non
comporta alcuna onda sonora meccanica o materiale... Certo è difficile far
comprendere questa cosa a chi non distingue fra parole e concetti...

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I cultori della grammatica ebraica sono rari. E ancora più rari sono gli
studiosi che ancora si meravigliano e/o quelli che si accorgono della
“parentela” fra i termini “gematria” e “grammatica”: la gematria è un
termine di origine greca, derivato non da geometria, come si crede in
genere ma da grammateia e/o da “grammata” (“lettere”) (cfr. R. Guénon,
“Simboli della scienza sacra”, Ed. Adelphi, pag. 54, n. 7). Quando
l’essenzialità di un linguaggio consiste nella sua peculiarità numerologica,
come nel caso della lingua ebraica, il solo tradurre in un’altra lingua i suoi
contenuti, che sono in essenza contenuti numerici, significa farne
qualcos’altro, snaturarla: i suoi contenuti di immagini e di numeri sono
allora ridotti a mere immagini. Ecco perché sulla concezione quantitativa
della lingua ebraica è stato osservato che il solo tradurla va contro le
indicazioni della Bibbia. Non appena infatti “la parola non è niente di più
che una descrizione di un’immagine o di un sentimento, essa perde la sua
connessione con l’elemento quantitativo, tramite il quale fu portata fino al
confine del mondo spaziale e temporale col mondo dell’essenza. Se
dunque si vuole vedere una parola biblica solo come una descrizione di
immagine, così ad esempio [...] la parola “casa” solamente come immagine
di una casa, oppure se nella descrizione di un sentimento, ad es.
“vendetta”, si bada soltanto a ciò che si sente quando si immagina
“vendetta”, allora in questi casi si è tolto alla parola biblica il suo
significato più profondo. Della parola si sono fatte immagini. Ma come
ciascuno sa, la Bibbia non vuole che si facciano immagini” (Friedrich
Weinreb, “Der gottliche Bauplan der Welt”, Ed. Origo).
Credo che oggi occorra essere molto più scientifici di quanto si è o si crede
d’essere. Non ci si può credere scienziati senza sperimentare i concetti che
si usano. Senza l’esperienza (esperimento) del concetto siamo costretti a
ragionare per parole, o per nozioni pensate da altri, dunque per PENSATI.
Ma tali pensati non possono più farci da guida. Solo il nostro pensare può
farci da guida nella misura in cui ne sperimentiamo l’universalità. Perché
mai studiamo ancora Pitagora (ca. 570 - ca. 495 a.C.)? Perché le sue idee
sono universali e incontrovertibili nella logica di realtà. Si pensi al suo
teorema e a quello di Euclide (ca. 323 a.C. - ?). Si tratta di teoremi studiati
ancora oggi ma non sui loro testi originali. Sono studiati in base ai loro
contenuti scientifici. Dal punto di vista della geometria sarebbe anzi
impensabile un loro studio sulle loro pergamene antiche, perché si
tratterebbe di studi filologici, prima che di matematica e di geometria. Tali

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pergamene non servirebbero un gran che. Anzi, se cercando la verità degli
enunciati euclidei e pitagorici, li si volesse studiare direttamente sui testi
originali greci, o su quanto è rimasto di essi, per essere sicuri che le idee di
Pitagora e di Euclide siano giuste, ciò significherebbe stupidità. Non credo
che le cose siano così. Perciò se per una catastrofe o per un qualsiasi altro
motivo andassero perduti TUTTI i testi originali di quelle verità, nelle
scuole si studierebbero ugualmente i loro teoremi. Perché si tratta di verità
che ognuno può trovare e verificare in sé, senza bisogno di alcun
documento antico. Credo anzi che con la sola filologia, un filologo che non
si intenda di matematica e di geometria, non possa comprendere
l’essenzialità degli enunciati pitagorici ed euclidei presenti in quei
documenti antichi. Magari potrà anche scrivere tonnellate di libri sulle
parole originali usate dai due matematici ma non potrà verificare
interiormente tali verità, così come invece sono in grado di fare quei
ragazzi che a scuola si occupano di matematica e di geometria.
La stessa cosa vale per i testi antichi come la bibbia, o per qualsiasi altro
antico testo in cui si parla di “io”, “io sono”, “eié esher eié” (“io sono l’io
sono”), ecc. Oggi, molti anni dopo i cosiddetti misteri delle scritture
antiche, le verità misteriosofiche sono studiate da filologi e da teologi, con
risultati stampati in milioni e milioni di libri, che entrano nelle biblioteche
del pianeta come il “non plus ultra” della verità. Ma quel teologico “non
plus ultra” si allontana sempre più dalla verità. Operando come il filologo
che, non intendendosi di matematica si allontana sempre più dalla verità
pitagoriche ed euclidee, si affronteranno gli antichi testi originali solo con
la filologia o con la scienza storica o con la metodologia dogmatica, ma ci
si allontanerà sempre più dal vero. Il metodo esteriore e laico, storicoscientifico, conduce i teologi ed i cercatori odierni, sedicenti scienziati, ad
una progressiva materializzazione dell’interpretazione dei testi antichi.
Con tale metodo si possono solo constatare le contraddizioni delle
scritture. Occorre invece risolverle, superarle… Perché solo questo da’
gioia.
Nereo Villa, è musicista studioso di antroposofia steineriana. Svolge ricerche e
studi nei campi: linguistica, ebraico, astrologia, economia, monetarismo. Ha
pubblicato per SeaR Edizioni “Numerologia biblica” (1995) ed il “Sacro simbolo
dell’arcobaleno” (1998) e vari saggi per le Edizioni “Ricerca ‘90”, fra cui:
“L’assegnazione dei suoni ai corpi celesti” (2000) e “I sensi umani non sono solo
5” (2006).


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