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rapporto export 2014 2017 .pdf



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RETHINK RAPPORTO EXPORT 2014 – 2017

RE
THINK

RAPPORTO EXPORT

2014–2017

RE

THINK

RAPPORTO EXPORT
2014-2017

evoluzioni e
prospettive
dell’export
italiano

La pubblicazione è stata coordinata
da Eleonora Padoan e realizzata da Stefano Gorissen,
Eleonora Padoan e Alessandro Terzulli,
dell’Ufficio Analisi e Ricerche Economiche SACE SRV,
e Andrea Pierri, SACE.
All’approfondimento sul settore costruzioni
e al capitolo 5 della parte I hanno collaborato
Flavia Costabile, Carlo Magistrelli, Andrea Mattioli,
Donato Morea, Ugo Ugolani e Matteo Venturelli
della Divisione Analisi Rischi SACE.
Al capitolo 2 della parte II ha contribuito
Tiziano Spataro dell’Ufficio Studi SACE.
Il capitolo 3 della parte II è stato realizzato
da Valentina Cariani e Clementina Colucci
dell’Ufficio Studi SACE.
SACE ringrazia Nida Ali e Fabio Ortolani
di Oxford Economics per il contributo
al modello di previsione.
Un ringraziamento particolare a Valerio Ranciaro,
Direttore Generale SACE SRV e a Maddalena Cavadini
e Valeria Meuti, dell’Ufficio Stampa SACE.

INDICE
Premessa

6

Executive summary

11

Cronologia della crisi finanziaria

17

i parte – com’è cambiato l’export italiano 2007-2012

20

1. Cosa è successo al Pil e all’export in questi anni

22

2. Cosa esportiamo

23



2.1. è cambiata la specializzazione settoriale?

22



2.2. Il Made in Italy resiste?

24



2.3. Il “nuovo” Made in Italy esiste effettivamente?

27

3. Dove esportiamo

34



34

3.1. C’è stato il riposizionamento geografico?

4. Quali territori esportano

40



4.1. Sono cambiati gli equilibri tra le Regioni?

40

5. Gli effetti della crisi sulle imprese esportatrici

46



46

5.1. Le nuove problematiche

5.1.1. Tema del credito

46

5.1.2. Tema dei bilanci

48



50

5.2. Le questioni strutturali:

tema delle strategie di internazionalizzazione


5.3. La selezione delle imprese

6. Le questioni aperte per l’export italiano

52
53

ii parte – previsioni dell’export italiano 2014-2017

58

1. Quadro macroeconomico ed export complessivo

60

2. Settori

64



2.1. Beni di investimento

64



2.2. Beni intermedi

66



2.3. Beni di consumo

68



2.4. Beni agricoli e alimentari

70

3. Paesi

72



3.1. Asia

72



3.2. America Latina

74



3.3. Medio Oriente

77



3.4. Nordafrica

79



3.5. Africa sub-sahariana

82



3.6. Europa emergente

84



3.7. Paesi avanzati

86

4. La bussola delle opportunità

89



4.1 Arredamento – Emirati Arabi Uniti

90



4.2 Gomma e plastica – Polonia

90



4.3 Pasta – Brasile

91



4.4 Apparecchiature elettriche – Indonesia

91

5. Scenario alternativo:


fuga dagli emergenti (dei capitali) e dall’Europa (della crescita)

Riferimenti bibliografici

92
95

Appendice 1: il modello del commercio italiano (Itrade)

100

Appendice 2: tabelle dettagliate di previsione delle esportazioni

102

Premessa
La crisi che colpisce il nostro Paese da alcuni anni è soprattutto una
crisi da domanda interna e, come tale, sta colpendo in modo pesante le
aziende orientate al mercato domestico. Le imprese che operano anche
sui mercati internazionali reggono meglio, perché più solide in partenza
e maggiormente in grado di riorientare la produzione verso le economie
in crescita. La propensione all’esportazione è così diventata un indicatore,
una proxy, del merito creditizio: nelle decisioni di concessione dei fidi, le
banche tendono a discriminare favorevolmente le aziende che esportano e,
al contrario, a penalizzare le imprese domestiche.
Quando si parla di export ci si riferisce genericamente alle vendite oltre
confine. Le statistiche evidenziano l’elevato numero di imprese esportatrici
(più di 190.000) ma anche come spesso il fatturato all’esportazione sia
estremamente modesto (meno di 100.000 euro). Ma cosa intendiamo
esattamente per export? In particolare, le vendite nell’area euro e quelle
oltre i suoi confini sono analoghe? La strategia è la stessa?
Negli Stati Uniti, la vendita dei prodotti di un’impresa dell’Indiana a
un’altra in California non è un’esportazione. Analogamente, nel mercato
comunitario europeo siamo in presenza di una moneta unica, di un
sistema tariffario omogeneo, di normative condivise. Anche la cultura
e le preferenze dei consumatori sono simili e le distanze geografiche
brevi. L’unica cosa che ci differenzia è la lingua, ma ormai tutti gli agenti
economici operano in inglese. Non dovremmo quindi iniziare a considerare
questi Paesi come “mercato domestico comune”?
Ci sono poi gli altri Paesi industrializzati, da tempo aggrediti
commercialmente dalle nostre imprese, più lontani e difficili di quelli
europei, ma con altrettante importanti affinità culturali, normative, e
così via. Si tratta di sistemi economici consolidati, di sistemi politici e di
governance più prevedibili e con rischi (si pensi a quello valutario) di più
facile copertura sul mercato. Rimane un’ultima categoria che include i
Paesi emergenti, i Paesi in via di sviluppo e anche i Paesi che presentano
situazioni di conflitto bellico o che ne stanno uscendo con difficoltà. Sono
questi i mercati dove SACE può fare la differenza.

6

Il Rapporto Export di quest’anno evidenzia come la performance di questi diversi
gruppi di Paesi, negli ultimi anni, sia stata differenziata. Alla contrazione della
domanda interna del nostro Paese si è sommato il calo della domanda del resto
dei mercati europei; gli altri Paesi industrializzati hanno tenuto; l’unica area
di aumento per le nostre esportazioni è stata quella dei mercati emergenti.
Possiamo definire il commercio verso questo terzo gruppo di Paesi come il
“nuovo export”.
La crescita dei Paesi emergenti e il progressivo catching-up nei confronti di quelli
avanzati sono fenomeni storici, che durano ormai, salvo brevi parentesi, da un
quarto di secolo. A metà anni Novanta la Banca Mondiale parlava di reverse
linkage per indicare il crescente ruolo dei Paesi in via di sviluppo nell’economia
globale e la loro capacità di trainare la crescita dei Paesi più industrializzati. La
crisi dei Paesi emergenti della fine del secolo scorso ha provocato un’ondata
di pessimismo sugli effetti (presunti negativi) della globalizzazione su questi
mercati. Nella realtà, la fase di espansione che si è aperta con il nuovo secolo è
stata spettacolare, trainata dalla domanda di materie prime (commodity supercycle) da parte della Cina.
Queste dinamiche hanno ingenerato nuovo ottimismo sulla crescita dei Paesi
emergenti e sulla loro capacità di compensare le crisi dei mercati avanzati,
ottimismo che il nostro Rapporto dello scorso anno cercava di qualificare “il
concetto di (Paese) ‘emergente’ non è solo legato al basso livello del Pil pro capite,
ma al fatto che è basso perché le strutture politiche, sociali, regolamentari ed
economiche sono ancora deboli e, come tali, possono essere la causa di grande
incertezza e volatilità. Fino a dieci anni fa, questa era la norma; gli ultimi anni
sono stati di crescita e stabilità; il futuro potrà riservarci altre sorprese, se ce lo
aspettiamo come la estrapolazione del presente”.
Nei fatti, l’incertezza e la volatilità sono ritornate su questi mercati a partire dalla
primavera del 2013, da quando le aspettative di un’inversione nella politica
monetaria americana (il cosiddetto tapering) hanno fatto temere conseguenze
pesanti per i Paesi emergenti, soprattutto per quelli con maggiori squilibri
macroeconomici e più dipendenti dai flussi di capitale estero. La conseguenza è il
forte deprezzamento di numerose valute delle economie emergenti.

7

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Premessa

Le preoccupazioni di un contagio globale, che potrebbe avere origine proprio
nei Paesi emergenti, ritornano. Giuste o sbagliate che siano, queste aspettative
sono difficili da modificare una volta che abbiano creato una certa spinta inerziale
tra gli investitori: quando gli uomini (e gli investitori) sono liberi di fare ciò che
vogliono, di solito imitano gli altri.
Negli anni, le banche d’affari hanno raggruppato i Paesi in via di sviluppo ed
emergenti secondo svariati acronimi, mirati a creare nuove asset-class da offrire
agli investitori (Brics, Mint, Civets, Next 11, Frontier Market), fatti propri dalla
stampa specializzata. Nella realtà, cosa hanno in comune Brasile e Russia? India
e Cina? Come nell’incipit di Anna Karenina, “tutte le famiglie felici si assomigliano
tra loro, ogni famiglia infelice lo è a modo suo”. Lo stesso vale per i Paesi: nei
momenti difficili, le differenze diventano ovvie.
Le difficoltà della Cina stanno nella necessità di cambiamento di un modello
di sviluppo e nella gestione degli squilibri provocati dalla forte espansione del
credito del passato, con effetti sul tasso di crescita obiettivo (peraltro già rivisto
al ribasso). In Brasile, l’atteso rallentamento del ciclo delle commodity si scontra
con le crescenti aspettative della popolazione e il permanere di disuguaglianze
sociali. L’India soffre della fase del ciclo elettorale e dell’incertezza che esso
provoca, in un contesto di diffusa povertà aggravata da persistente inflazione.
In Russia stenta a formarsi una vera economia di mercato e la dipendenza dalle
materie prime energetiche è fonte di ricchezza ma anche di distorsioni. I Paesi del
Sud-est asiatico, che erano stati pesantemente colpiti dalla crisi del 1998-1999,
mantengono fondamentali molto solidi con la parziale eccezione dell’Indonesia.
La Turchia ha problemi di inflazione e partite correnti, ma ha anche basso debito
pubblico e un sistema bancario solido; attualmente è ostaggio del ciclo elettorale
e di tensioni politiche. Il Messico presenta prospettive interessanti, al traino della
crescita degli Stati Uniti e di una profonda riforma nel settore energetico. L’Africa,
che nell’ultimo decennio ha finalmente interrotto il lunghissimo periodo di
stagnazione che la contraddistingueva, continua a essere relativamente isolata
dalla volatilità dei mercati finanziari, proprio perché finora ne è rimasta ai margini.
Infine, il crollo del peso argentino, che ha scatenato la nuova ondata di volatilità di
inizio 2014, non è una sorpresa: semmai era sorprendente la sua ostinata difesa in
una situazione di inflazione galoppante ed esplosione del cambio parallelo.
Così come avevamo cercato di qualificare l’ottimismo sulla crescita di questi
mercati l’anno passato, ora che gli investitori dimostrano preoccupazione, vale
la pena di qualificare il pessimismo. I Paesi emergenti non sono il “Bengodi”

8

che gli asset manager ci propongono, ma nemmeno lo spauracchio che questa
congiuntura rischia di creare: in molti casi i fondamentali economici
rimangono solidi; la crisi valutaria in corso può finalmente spingere le
autorità a introdurre quelle riforme che da tempo sono necessarie; la
chiusura dei cicli elettorali in molti Paesi potrebbe permettere di ricreare
quella stabilità politica che è fondamentale per attirare investitori esteri.
Non esiste una “trappola dello sviluppo per i Paesi a medio-reddito”, come da
alcune parti oggi si ipotizza, a patto che lo sforzo di riforme non si arresti.
Questi mercati continueranno quindi a rappresentare la migliore opportunità
di generare “nuovo export” per le nostre imprese: lo sforzo di investimento che
essi stanno portando avanti, soprattutto nel settore manifatturiero, rappresenta
un’ ottima occasione per le nostre tecnologie; la crescita di una classe media,
che continuerà in futuro, alimenterà la domanda dei prodotti del Made in Italy.
Le imprese che operano su questi mercati devono però sapere che, come si
ricordava nel Rapporto dell’anno scorso, “operare su scala globale richiede la
capacità di gestire i rischi cross border… gli strumenti a disposizione per ridurre
il rischio sono molteplici, ma il loro utilizzo implica la presenza in azienda di
funzioni specializzate”. La dimensione d’impresa è fondamentale perché con essa
si ottiene l’accesso ai mezzi finanziari necessari, si attirano capacità manageriali di
livello internazionale, si possono elaborare strategie industriali di ampio respiro e
lungo termine.
Nello sforzo costante di aiutare le imprese italiane in questo percorso di
crescita sui mercati più difficili ma anche di maggiore potenzialità, SACE ha
introdotto a inizio 2014 un Servizio di Advisory che permette alle aziende di
valutare appieno: la coerenza dell’approccio ai singoli mercati emergenti;
la solidità delle strutture finanziarie e assicurative a supporto delle singole
iniziative commerciali o di investimento; la qualità dei rischi presenti in
portafoglio e prospettici (rischio di credito, politici, normativi, ambientali
e così via). Attraverso il Servizio di Advisory, le aziende potranno meglio
comprendere le opportunità offerte dai prodotti assicurativi e finanziari di
SACE e utilizzarli in modo efficace a supporto dei loro processi e delle loro
strategie di internazionalizzazione.

Raoul Ascari
Chief Operating Officer

9

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Premessa

executive summary
Il Rapporto Export di quest’anno si compone di due sezioni. Nella prima si analizzano le evoluzioni nella struttura dell’export
italiano tra il 2007 e il 2012, per valutare l’impatto della crisi sulle
nostre vendite all’estero. Nella seconda sezione sono esaminate
le previsioni sulle esportazioni per settori e mercati di destinazione nell’orizzonte 2014-2017, considerando anche uno scenario più pessimistico.

Il ciclo dell’economia globale e del commercio internazionale si è riflesso
pesantemente sulla crescita italiana. Tra il 2007 e il 2012 l’Italia ha registrato
un’attività economica pressoché invariata in termini nominali; l’unico contributo
è venuto dalle esportazioni nette, a fronte della caduta della domanda interna. La
composizione geografica dell’export ne è risultata profondamente mutata: i mercati emergenti rappresentano attualmente la quota maggiore delle esportazioni,
mentre la rilevanza dell’area euro si è notevolmente ridotta. Il mercato europeo
non può tuttavia essere considerato vero e proprio estero, quanto piuttosto un
mercato domestico comune, viste le analogie con l’Italia: stessa valuta, assenza di
barriere normative e doganali, vicinanza geografico-culturale. Il “nuovo export” è
nei Paesi emergenti, dove rischi di vario tipo (valutari, normativi, del credito, politici) evidenziano la complessità di esportare. Per questi Paesi si è chiuso nel 2013
il processo ventennale di catching-up (a parità di poteri d’acquisto) degli avanzati.
Nonostante le difficoltà che stanno attualmente sperimentando, essi rappresentano un importante riferimento per le esportazioni italiane.
Non si sono verificati stravolgimenti nel modello di specializzazione dell’export, ma aggiustamenti di una struttura settoriale che si era delineata agli
inizi degli anni 2000. Si sono affermati sempre più i settori di punta manifatturieri. Il Made in Italy tradizionale (beni agricoli e di consumo) ha intercettato la
domanda dei mercati lontani, esportando prodotti di elevata qualità in grado di
rispondere ai gusti dei nuovi consumatori. Vino e gioielli, in particolare, hanno
accresciuto la loro rilevanza per il nostro export. Il “nuovo” Made in Italy (beni intermedi e di investimento) ha saputo cogliere i mutamenti del commercio internazionale, sempre più incentrato sulla frammentazione delle funzioni produttive
a livello internazionale, posizionandosi nelle Catene Globali del Valore. Le esportazioni di meccanica strumentale, anche di Germania, Francia e Spagna, hanno
risentito dell’andamento negativo del ciclo europeo degli investimenti, in parte
compensato dalla positiva dinamica del “nuovo export”. L’estero ha rappresen-

11

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Executive Summary

tato un’ancora di salvezza anche per le imprese medio-grandi del settore delle
costruzioni, soprattutto quelle che già mostravano un orientamento ai mercati
internazionali.
Si è assistito a un progressivo ed evidente riposizionamento verso mercati
nuovi e più lontani, come affermato di recente anche dalla Banca d’Italia (Fig.
A), a conferma che la crisi ha spinto le nostre imprese ad andare oltre le destinazioni consolidate. In cinque anni il peso dei Paesi emergenti sull’export complessivo è aumentato di circa 4 punti percentuali, a fronte di una riduzione simile
dell’incidenza degli avanzati. L’area euro rappresenta ormai, come detto, meno
della metà delle esportazioni italiane, anche se Germania e Francia si confermano
i primi due mercati di riferimento. È cresciuta l’importanza dei mercati asiatici e
latino-americani, non solo grazie ai Paesi più noti (ad esempio, Cina e Brasile), ma
anche per il contributo di economie più piccole ma in forte crescita (ad esempio,
Filippine e Cile). Sono aumentate inoltre le vendite verso mercati caratterizzati da
contesti economici, politici e sociali meno sviluppati ma in progressiva evoluzione
(ad esempio, Vietnam e Colombia).
Esportazioni di beni dall’Italia e domanda potenziale* (IV 2010=100) Fig. A

120
110
100

90

80
70
2007

2008

2009

2010

2011

2012

2013

ESPORTAZIONI
INTRA AREA
ESPORTAZIONI
EXTRA AREA
DOMANDA
POTENZIALE
COMPONENTE
INTRA AREA
DOMANDA
POTENZIALE
COMPONENTE
EXTRA AREA

* Dati a prezzi concatenati
Fonte: Banca d’Italia

La struttura regionale dell’export è rimasta sostanzialmente invariata tra
il 2007 e il 2012; il quadro è più complesso se si osservano i distretti. Il Nord
detiene la quota maggiore delle esportazioni (oltre il 70%), nonostante il rallentamento di alcune importanti Regioni (Lombardia e Veneto). Progressi si sono verificati nelle Regioni del Centro Sud e Isole, in particolare per le performance di Lazio,
Toscana e Sicilia. In Nordafrica sono aumentate le vendite di Liguria, Sardegna e
Sicilia a fronte del calo per Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana; è aumentata la rilevanza dell’America Latina, soprattutto per il Piemonte, e del Medio
12

Oriente, in particolare per la Liguria. In termini di distretti industriali, la dinamica al
Nord Est è risultata molto positiva, in controtendenza rispetto a quanto accaduto
alle esportazioni totali dell’area, grazie ai contributi di Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Per il Centro sono state molto positive le evoluzioni dei distretti
toscani, in particolare pelle, calzature, oreficeria e vino, mentre sono diminuite le
vendite di quelli marchigiani.
Le imprese esportatrici italiane, specie quelle di minore dimensione, sono
state influenzate dalla crisi in diversi modi. Sono emerse problematiche nuove, che riflettono il deterioramento del quadro macroeconomico del Paese, ma
anche questioni strutturali che da tempo costituiscono un limite all’attività d’impresa. Nel primo caso la difficoltà maggiore è stata nell’accesso al credito, dovuta
sia alla massima prudenza delle banche, alle prese con squilibri di bilancio, sia alla
minore redditività delle Pmi. Le imprese hanno reagito cercando nuovi modi per
reperire risorse finanziarie (per esempio, attraverso l’apertura del capitale agli investitori). Le questioni strutturali sono legate alla dimensione, alle capacità manageriali e di approccio ai mercati esteri e alle strategie di internazionalizzazione in
generale. La crisi è stata, almeno sul versante dei mercati esteri, un acceleratore di
decisioni strategiche, che altrimenti avrebbero tardato ad arrivare, e ha portato a
un vero e proprio processo di selezione darwiniana, dove è sopravvissuto chi ha
adottato soluzioni concrete e tempestive.
Ci sono questioni ancora aperte sulla competitività del sistema-Italia, che
influiscono sulla dinamica dell’export. Oltre al già citato problema del credito,
considerato anche dalle imprese esportatrici un ostacolo rilevante sia per le condizioni di accesso sia per gli importi erogati, pesa soprattutto la scarsa competitività
di prezzo. Su questo aspetto il nostro Paese è rimasto indietro rispetto ad altri
competitor, ad esempio la Spagna che ha registrato un recupero di competitività
in seguito alla svalutazione interna ottenuta però al costo di una disoccupazione
molto elevata. In Italia hanno gravato, in questi anni, l’incremento dei costi unitari
del lavoro e la riduzione della produttività per ora lavorata. Questa riduzione è
imputabile soprattutto alla scarsa efficienza nella gestione delle risorse umane
(per esempio, le pratiche di gestione che incidono sull’utilizzo dell’Ict). Opposte
continuano a essere le considerazioni circa la nostra competitività non di prezzo,
che conferma segnali molto positivi, per quanto difficili da misurare. Una prima
approssimazione può derivare dall’andamento del differenziale tra la dinamica
dei prezzi alla produzione dei beni venduti sui mercati esteri e i valori medi all’export: tra il 2007 e il 2012 esso è stato migliore per l’Italia rispetto ai competitor.
Nel periodo 2014-2017 si assisterà a un’accelerazione dell’economia e del
commercio globali, da cui trarrà beneficio anche l’export italiano. Il principale contributo alla crescita mondiale arriverà dalla ripresa nei mercati avanzati;
quelli emergenti si manterranno su tassi più alti sebbene inferiori alle performan13

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Executive Summary

ce dei periodi precedenti. Gli scambi internazionali cresceranno con un’intensità
maggiore rispetto al Pil. L’export italiano di beni e servizi sarà trainato dalla maggiore domanda mondiale e aumenterà in valore del 6,9% l’anno, in media, tra il
2014 e il 2017 (si veda l’approfondimento sulla valutazione dell’accuratezza nel
tempo delle previsioni, nel capitolo 1 della sezione II). Questa dinamica consentirà
di ridurre il divario con la crescita tendenziale, ma alla fine del periodo di previsione, le nostre esportazioni di beni e servizi rimarranno del 30% circa inferiori al
livello che avrebbero raggiunto crescendo ai ritmi registrati prima della crisi. L’evoluzione dell’export di beni sarà più sostenuta rispetto a quella dei servizi, grazie a
una migliore performance della componente di prezzo.
Le esportazioni italiane di beni agricoli e alimentari cresceranno più velocemente rispetto a quelle degli altri prodotti manifatturieri (Fig. B), beneficiando dei punti di forza come tradizione e certificazione, che conteranno sempre di più, specie per l’export di alimentari e bevande (+8,9% medio annuo nel
prossimo quadriennio), oltre che dell’attenzione alle esigenze del nuovo consumo
mondiale. Anche gli altri prodotti del Made in Italy tradizionale, i beni di consumo,
registreranno un aumento significativo delle esportazioni. L’elemento che rende
i nostri articoli competitivi è la qualità, riconosciuta a livello internazionale e diffusa ormai a tutte le gamme di prodotti, non solo quelli di lusso. L’export di beni
di investimento sarà trainato dalla ripresa della produzione e degli investimenti,
soprattutto nei Paesi avanzati, e dalle esigenze legate all’industrializzazione dei
mercati emergenti, di cui beneficeranno soprattutto le esportazioni di meccanica strumentale (+8,5% in media nel 2014-2017). La specializzazione già elevata
per questi beni assumerà un’importanza crescente. I beni intermedi risentiranno
dell’incertezza della ripresa in Europa, destinazione di ben oltre la metà delle vendite all’estero per queste produzioni. Il lento recupero della domanda europea
potrà tuttavia favorire il processo di riposizionamento in altri mercati.

Esportazioni italiane per i principali raggruppamenti
di industrie (var. %) Fig. B
%

12
10
10
8
6
4
2
0
BENI AGRICOLI
E ALIMENTARI

BENI
DI INVESTIMENTO

BENI
DI CONSUMO

BENI
INTERMEDI

Fonte: SACE SRV

14

2010-2013
2014-2017

La domanda di beni italiani arriverà da un mix di Paesi sempre più allargato, in cui prevarranno gli emergenti. L’Asia continuerà a essere un’area molto
dinamica (Fig. C), in particolare grazie ai Paesi del Sud-est asiatico. L’espansione
della base manifatturiera e l’aumento del Pil pro capite sosterranno le nostre
esportazioni nelle Filippine, Indonesia, Malesia e Thailandia, per quanto quest’ultimo Paese stia attraversando una fase molto delicata. La Cina continuerà a essere
un importante riferimento, nonostante il rallentamento della crescita. I mercati
dell’America Latina, alle prese con questioni strutturali che inibiscono l’afflusso
di capitali stranieri, oltre che con le difficoltà temporanee legate al tapering, registreranno una performance più moderata rispetto al passato. Questo non impedirà tuttavia all’export italiano di crescere a ritmi elevati, rafforzando la propria
posizione in economie chiave come Brasile e Messico e cogliendo opportunità
anche in mercati minori come la Colombia. In Medio Oriente le esportazioni italiane cresceranno a ritmi più sostenuti rispetto a tutte le altre aree geografiche.
In questi mercati, ricchi di risorse naturali, vi saranno nuove possibilità di export
per le nostre imprese grazie alla crescente spesa per investimenti e a politiche che
favoriscono lo sviluppo del credito interno.
Medio Oriente

Esportazioni italiane per area geografica (var. %) Fig. C

Nord America

Medio Oriente

Asia

Nord America

America Latina

Asia

altri Europa

America Latina

Africa
sub-sahariana

altri Europa

Nordafrica

Africa
sub-sahariana

altri Ue

Nordafrica

Ue 15

altri Ue

%

Ue 15

0

5

Fonte: SACE SRV

%

0

5

10

15

20

25

2010-2013
2014-2017

Fonte: SACE SRV

La ripresa dell’attività economica nei mercati avanzati sarà eterogenea,
con riflessi sulle esportazioni italiane. Negli Stati Uniti il miglioramento dei
mercati immobiliare e del lavoro stimolerà la domanda interna, influenzando
positivamente le importazioni dei nostri prodotti, da sempre molto apprezzati
dai consumatori statunitensi. Buone opportunità si avranno anche in Giappone
15

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Executive Summary

e Regno Unito, dove il nostro export crescerà a tassi superiori al 7% in media nel
2014-2017. L’area euro proseguirà a rilento, con performance differenti tra Paesi.
Le difficoltà di accesso al credito continueranno a costituire un limite all’attività
d’impresa (a eccezione della Germania), che si rifletterà sulla dinamica del nostro
export in questi mercati (+5,1%). Negli altri Paesi Ue la ripresa rimarrà debole. I
paesi europei non Ue cresceranno di più, ma comunque a tassi moderati; Russia
e Turchia mostrano le prospettive migliori grazie all’aumento degli investimenti
pubblici, specie in progetti infrastrutturali. La ripresa in Nordafrica è condizionata
dalla perdurante instabilità politica e dal clima di insicurezza. Le imprese italiane
tuttavia, grazie alla prossimità geografica e culturale, stanno tornando a esportare
nell’area, ma con maggiore selettività, considerati i rischi elevati (ad esempio, in
Tunisia +8,4%). Nell’Africa sub-sahariana la crescita sarà sostenuta dall’intensificarsi dei rapporti con l’Asia e dalla scoperta di nuove risorse naturali. Lo sviluppo
dell’attività economica e della classe media offrirà prospettive molto interessanti
per le nostre esportazioni in Paesi come Angola (+8,4%) e Sudafrica (+7,8%).
In caso di forti shock avversi, come deflazione nell’area euro e fuga di capitali dai mercati emergenti, l’impatto sul nostro export di beni sarebbe
significativo. Questi due shock comporterebbero cali del Pil e del commercio
internazionale rispettivamente di 1 e 2 punti percentuali circa nel biennio 20142015. La crescita dell’export italiano si contrarrebbe di quasi 4 punti percentuali
nello stesso periodo rispetto allo scenario base. L’impatto più forte si avrebbe per
le esportazioni di beni intermedi e di investimento, che risentirebbero maggiormente della contrazione della domanda e della spesa per investimenti a livello
mondiale. Le vendite di beni agricoli e di consumo mostrerebbero una migliore
tenuta agli shock, potendo contare di più sulla competitività non di prezzo. I mercati in cui le nostre esportazioni risulterebbero più colpite sono l’area euro e l’Asia.
Nei mercati asiatici peserebbero i rallentamenti di Cina e India, ma anche le difficoltà finanziarie di Indonesia e Thailandia. Le aree di destinazione che subirebbero il minor impatto sono il Nord America e gli altri mercati dell’Ue e dell’Europa.

16

7 anni vissuti pericolosamente:
crisi che hanno pesato
sulle esportazioni italiane
La lunga crisi iniziata nel 2007, e non ancora del tutto terminata, ha generato
cambiamenti significativi nell’economia globale e nelle dinamiche del
commercio internazionale. Si ripercorrono nella prima sezione di questo
rapporto gli eventi più importanti al fine di individuarne gli impatti sulla

Cronologia
della crisi
finanziaria
globale

struttura delle esportazioni italiane e sulle nostre imprese.

7 anni vissuti pericolosamente:
crisi che hanno pesato
sulle esportazioni italiane
La lunga crisi iniziata nel 2007, e non ancora del tutto terminata, ha generato
cambiamenti significativi nell’economia globale e nelle dinamiche del
commercio internazionale. Si ripercorrono nella prima sezione di questo
rapporto gli eventi più importanti al fine di individuarne gli impatti sulla

Cronologia
della crisi
finanziaria
globale

struttura delle esportazioni italiane e sulle nostre imprese.

Stati Uniti: indice S&P/Case-Shiller dei prezzi delle abitazioni
(indice, Marzo 2000=100)
200
180
160
140
120
100
80

Fonte: S&P Indice Dow Jones

Mar-2013

Mar-2012

Mar-2011

Mar-2010

Mar-2009

Mar-2008

Mar-2007

Mar-2006

Mar-2005

Mar-2004

Mar-2003

Mar-2002

Mar-2001

Mar-2000

Mar-1999

Mar-1998

Mar-1997

Mar-1996

Mar-1995

Mar-1994

Mar-1993

Mar-1992

Mar-1991

Mar-1990

Mar-1989

Mar-1988

Mar-1987

60

S&P/CASE-SHILLER

2007

2008

Scoppia la bolla immobiliare Usa:
inizia la crisi finanziaria globale

Fallisce Lehman Brothers:
liquidità congelata

Conseguenze macro
Inizio recessione globale (Pil -0,4%);
Peggioramento recessione Usa (Pil -2,8%);
Recessioni profonde per i Paesi avanzati export-led
(Italia, Germania, Giappone);
Crollo prezzi commodity.
Impatti su export Italia
Forte contrazione vendite autoveicoli
e indotto e acciaio;
Rinvio grandi progetti infrastrutturali;
Crollo noli (effetto su shipping).
Pil e Commercio mondiali (var. %)

Conseguenze macro
Aumento sofferenze mutui, specie subprime;
Crollo valore titoli cartolarizzati
legati al settore immobiliare;
Crollo veicoli emittenti di questi titoli (es. Siv);
Salvataggio veicoli da parte delle banche;
Problemi settore immobiliare anche in Regno Unito,
Spagna e Irlanda.
Impatti su export Italia
Forte contrazione vendite di mobili e materiali
da costruzione.

15
10

Spread Euribor/Ois (punti percentuali)

2

5

1,8

0

1,6

-5

1,4

-10

1,2

-15

1

2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 20

0,8
Fonte: Elaborazioni SACE SRV
su dati Oxford Economics

0,6

PIL

CO
IN

0,4
0,2

2009
Ge

n20
00
Ge
n20
01
Ge
n20
02
Ge
n20
03
Ge
n20
04
Ge
n20
05
Ge
n20
06
Ge
n20
07
Ge
n20
08
Ge
n20
09
Ge
n20
10
Ge
n20
11
Ge
n20
12
Ge
n20
13

0

Fonte: Bloomberg

Fig. 1

Crollano gli scambi internazionali:
la crisi colpisce l’economia reale

EURIBOR - OIS

120

Conseguenze macro
Fallimenti nel settore finanziario/assicurativo;
Conseguenti salvataggi da parte dello Stato (es. Aig);
Aumento strutturale del costo del debito (premio per la
liquidità).

Conseguenze macro
Ripresa globale100
(Pil +5,2%);
Riparte la domanda
80 di commodity;
Squilibri finanze pubbliche, specie in Europa;
60
Inizio crisi Grecia.

Impatti su export Italia
Inizio restrizione trade finance;
Forte rallentamento per i beni di investimento,
contrazione per i beni di consumo.

Impatti su export
20 Italia
Effetto rimbalzo soprattutto beni intermedi
0
(+24,2%).

Deb
120
100

40

2006

2007
Fonte: Fmi
EMERGENTI
AVANZATI

80
60
40
2008

20

2009

0
2006

Spread 10Y vs Germania (punti base)

700
600
500
400
300
200
100
0
2 GEN 07

2 GEN 08

Fonte: Bloomberg

2 GEN 09
FRANCIA

2 GEN 10

2 GEN 11

2 GEN 12

2 GEN 13

SPAGNA

ITALIA

2011

Esplode la crisi dei debiti europei: la paura dei mercati
Conseguenze macro
Aumento rischio sovrano in Italia (spread);
Crollo market sentiment Paesi più a rischio;
Aumento costo del finanziamento;
Crescente difficoltà di accesso al credito;
Politiche di austerità fiscale.
Impatti su export Italia
Intensificazione ri-orientamento verso mercati emergenti;
Maggiori difficoltà per settori concentrati nei mercati vicini
(es. alimentari e bevande).

Double Dip area euro: Pil reale (var. %)

010 2011 2012 2013 2014

6

OMMERCIO
TERNAZIONALE

AREA EURO

4
2
0

2010

-2

Conseguenze degli stimoli fiscali,
soprattutto nei Paesi avanzati

2009
2010
2011
2012

-4
-6
%

GERMANIA

FRANCIA

ITALIA

SPAGNA

Fonte: Eurostat

2012

bito pubblico (in % del Pil)

Ritorna la recessione in Europa: stavolta è la domanda interna
Conseguenze macro
Crollo domanda interna in Europa;
Forti aumenti disoccupazione;
Problemi del credito;
Liquidazioni e fallimenti imprese in Italia;
Effetti interventi Bce (Ltro).

2007
Fonte: Fmi
EMERGENTI
AVANZATI

2008

2009

2010

2011

2012

Impatti su export Italia
Effetto spread sulla competitività dell’offerta finanziaria;
Nuovo forte rallentamento per i beni di investimento (vedi 2008).

2 GEN 14

contributi %

000-2007

La rilevanza dell’export in Italia

200

contributi %

200

150

150

100

100

50

50

0

0

-50

-50

-100
+29,7%

-100
2000-2007
2007-2012

%
Il Pil nominale italiano è cresciuto a ritmi peso
positivi
tra il 2000 e il 2007, intera-

120di un contributo pressoché nullo
mente trainato dalla domanda interna, a fronte
+29,7%

+0,8%2000-2007

DOMANDA
2007-2012 INTERNA
ESPORTAZIONI NETTE

+29,7%

+0,8%
2007-2012

delle esportazioni nette. Questa performance100
non si è ovviamente ripetuta nel

+0,8%

26,1

38,4

28,3

peso %
60
è stata pressoché
nulla, ma è stata anche interamente
guidata dalle esportazioni
23,3

DOMANDA INTERNA
ESPORTAZIONI NETTE

24,3

120

40 della domanda interna (Fig. 2a).
nette, che nel periodo hanno compensato il calo
45,7
42,9
100

7 anni vissuti pericolosamente:
crisi che hanno pesato
sulle esportazioni italiane
contributi %

200

100

La lunga crisi iniziata nel 2007, e non ancora del tutto terminata, ha generato

+29,7%

50

cambiamenti significativi nell’economia globale e nelle dinamiche del
commercio internazionale. Si ripercorrono nella prima sezione di questo
rapporto gli eventi più importanti al fine di individuarne gli impatti sulla

0
-50

contributi %

200 %
contributi

100

2000-2007

20
Fig. 2a

+0,8%

100

+0,8%
+29,7%

0

0

-50

-50

-100

2000-2007
2007-2012

0

2000

40

45,7

20

42,9

AREA EURO
37,2

ALTRI AVANZATI

0
2000-2007

DOMANDA INTERNA
2007-2012
ESPORTAZIONI NETTE

AREA EURO
ALTRI AVANZATI
EMERGENTI

AREA EURO
ALTRI AVANZATI
EMERGENTI

2012

2007

100

2012

2007

I numeri nel
grafico indicano i tassi di crescita cumulati del Pil, rispettivamente tra il 2000 e il 2007 e tra il 2007 e il 2012
37,2
Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

Fig. 2b

120 %
peso

37,2

38,4

26,1
33,9
38,4
80 grafico indicano i tassi di crescita cumulati del Pil, rispettivamente tra il 2000 e il 2007 e tra il 2007 e il 2012
I numeri nel
Fonte: elaborazioni SACE SRV
su dati Istat
28,3
60
23,3
24,3

+29,7%

50

50

42,9

peso %

+0,8%

150

200

-100

-100

20

33,9

45,7

150

150

26,1

80
0
Incidenza delle componenti28,3
della domanda sulla dinamica del Pil (prezzi correnti)
60
23,3
2000
e scomposizione delle esportazioni italiane di beni e servizi per aree
24,3
(in % sul totale 40
export) Fig. 2*

contributi %

struttura delle esportazioni italiane e sulle nostre imprese.

33,9

80
periodo 2007-2012. Non solo la crescita del Pil (nominale)
in quest’ultimo periodo

DOMANDA INTERNA
ESPORTAZIONI NETTE

2007-2012
DOMANDA INTERNA
ESPORTAZIONI NETTE

DOMANDA INTERNA
ESPORTAZIONI2000
NETTE

2007

EMERGENTI

AREA EURO
ALTRI AVANZATI
EMERGENTI

2012

EMERGENTI
AREA
EURO indicanoALTRI
I numeri
nel grafico
i tassi AVANZATI
di crescita cumulati del
Pil, rispettivamente tra il 2000 e il 2007 e tra il 2007 e il 2012
Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

* I numeri nel grafico 2a indicano i tassi di crescita cumulati del Pil, rispettivamente tra il 2000 e il 2007 e tra il 2007 e il 2012

Anche il peso dell’export verso l’area euro è in riduzione costante dal
2000, pur continuando a rappresentare una quota importante (circa il
37%, Fig. 2b). Quest’area ha caratteristiche peculiari per gli esportatori italiani:
AREA EURO

ALTRI AVANZATI

EMERGENTI

vicinanza geografico-culturale, stessa valuta, assenza di barriere normative e do-

ganali, elementi che la raffigurano un mercato domestico allargato, più che come
vero e proprio estero.
Circa un quarto delle esportazioni è rivolto ad altri Paesi avanzati (oltre l’area
euro), dove i profili di rischio sono simili a quelli del mercato comune. Questi mercati, ormai storici per le imprese italiane, sono caratterizzati da contesti operativi
più semplici e strutturati e presentano – mediamente – un’elevata stabilità politica.
Anche il rischio di cambio, che comunque rimane, è mitigato dalle maggiori stabilità e rilevanza delle valute a livello mondiale.
Le vendite verso i Paesi emergenti possono essere considerate il “nuovo export”. È in questi mercati che emerge la complessità di esportare, poiché ci si trova
di fronte a rischi di vario tipo: distanze geografico-culturali, valute diverse, dazi e
18

Cronologia
della crisi
finanziaria
globale

barriere, maggiori rischi operativi, oltre che i rischi tipici del credito e politici. Nonostante le maggiori difficoltà, il peso di queste economie, sul totale delle nostre
esportazioni, è aumentato di oltre il 12 punti percentuali rispetto al 2000, arrivando a rappresentare, nel 2012, la quota maggiore dell’export italiano (38,4%).
I progressi in termini di riposizionamento, in anni estremamente problematici e di trasformazioni come quelli dal 2007 a oggi, sono stati notevoli. Il “nuovo export” è indirizzato verso mercati emergenti molto dinamici ma che sono alla
portata di tutte le imprese, le quali incontrano spesso limiti e condizionamenti1
nella dimensione d’impresa2, nelle capacità manageriali e nella possibilità effettiva
di elaborare strategie di lungo periodo.

La svolta del 2013
Il susseguirsi degli eventi economici e finanziari dallo scoppio della crisi ha
contribuito a modificare gli equilibri economici tra Paesi avanzati ed emergenti. Il progressivo catching-up di questi ultimi ha portato a un’inversione nel
rapporto sul Pil mondiale (Fig. 3), dovuta sia al rallentamento delle economie avanzate, più colpite dall’esplosione della crisi finanziaria, sia alla crescita sostenuta di
quelle emergenti, beneficiarie dei flussi di capitali stranieri in entrata.
Pil: peso % sul Pil mondiale3 Fig. 3

70

in % sul
Pil mondiale

65
60
55
50
45
40
35
30

Fonte: Fmi

1980

1985

1989

1993

1997

2001

2005

2009

2013

2017

AVANZATI
EMERGENTI

Le recenti difficoltà che hanno colpito i Paesi emergenti ci ricordano che la
crescita e lo sviluppo economico non procedono in modo lineare e ci inducono a grande prudenza nell’interpretare le tendenze future. Vedremo se il processo
di catching-up continuerà e sarà accelerato come nel passato o se la ripresa economica nei principali Paesi avanzati e il contemporaneo rallentamento di quelli
emergenti invertiranno le prospettive.
1

Cfr. Banca d’Italia (2013).
Disponibilità di risorse finanziarie adeguate, capacità di diversificare i rischi e presidio
delle funzioni strategiche.
3
In parità di poteri d’acquisto (Ppa).
2

19

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Introduzione

20

COME
è cambiato
l’export
italiano
2007-2012

21

1. Cosa è successo al Pil
e all’export in questi anni
Le esportazioni italiane hanno superato da quasi due anni i livelli pre-crisi. L’export di servizi ha perso quota, confermando una
composizione per più dell’80% incentrata sulla vendita di beni. La
stessa ripresa non è avvenuta per il Pil, che rimane ancora ben al
di sotto del suo picco del 2008.
L’export italiano di beni e servizi ha superato, a inizio 2012, il picco raggiunto nel 2008; non è stato così per il Pil (Fig. 4)4. A metà 2013 i valori dell’export
e del Pil erano rispettivamente maggiori dell’1,7% e minori del 2,4% rispetto ai
massimi del 2008. Per entrambe le variabili si è registrata una perdita (48 miliardi
di euro per l’export e 85 miliardi di euro per il Pil) rispetto al livello che avrebbero
raggiunto se fossero cresciute agli stessi tassi pre-crisi. La scomposizione dell’export tra beni e servizi mostra come le vendite all’estero di questi ultimi abbiano
registrato una riduzione di peso tra il 2007 e il 2012, seppure in modo contenuto
(dal 18,5% al 17,8%, Fig. 5). Questa dinamica, in controtendenza rispetto a quanto si osserva a livello mondiale, è imputabile quasi completamente alla flessione
nell’export di servizi dei trasporti il cui peso, tra il 2007 e il 2012, si è contratto di
quasi 3 punti percentuali; si è invece registrato un aumento di quota per le esportazioni di servizi per le imprese (+2,2 punti percentuali).

Export di beni e servizi e Pil: crescita effettiva e tendenziale
(prezzi correnti) Fig. 4
indice, 2005 = 100

190
180
170
160
150
140
130
120
110
100
90
2005

2006

2007

2008

2009

2010

2011

2012

2013

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

4

In termini reali la differenza è ancora più marcata.

22

PIL
EXPORT
TENDENZA EXPORT
TENDENZA PIL

2. Cosa esportiamo


2.1. È cambiata la specializzazione settoriale?
La crisi economico-finanziaria non ha determinato una rivoluzione nel modello di specializzazione settoriale dell’Italia, ma ha
accelerato quegli aggiustamenti nella struttura delle esportazioni
che si erano già delineati all’inizio degli anni 2000. Sono andati affermandosi sempre più i settori di punta manifatturieri, quelli del
Made in Italy tradizionale e “nuovo”5.
La composizione settoriale dell’export italiano è rimasta relativamente stabile rispetto all’inizio della crisi (Fig. 5). Le trasformazioni nella struttura dell’export sono iniziate prima del 20076, in risposta alle crescenti pressioni competitive
derivanti da un’integrazione sempre maggiore dei mercati internazionali. A partire
dal 2000 i beni di investimento sono diventati più importanti per il nostro export,
sebbene la crisi ne abbia determinato una riduzione di peso (dal 41,1% al 37,4%)
dovuta prevalentemente al crollo della domanda dell’area euro, principale mercato di sbocco. È aumentato il peso relativo dei beni intermedi (dal 28,4% al 30,4%),
che hanno saputo adattarsi al nuovo modello di commercio internazionale integrandosi nelle Catene Globali del Valore (Cgv), e quello dei beni agricoli (dal 6,7% al
8,2%), grazie a caratteristiche come qualità, certificazione e salubrità. La rilevanza
dell’export di beni di consumo è rimasta invariata tra il 2007 e il 2012 (al 24% circa),
resistendo alla riduzione dei consumi nei Paesi avanzati e riuscendo a cogliere le
opportunità offerte dalla nuova domanda globale.
Rilevanza delle esportazioni per raggruppamento di beni
(in % sul totale export di beni) Fig. 5
%

40

41,1
37,4

35
30
28,4

25
23,8

20

30,4

24

18,5

17,8

Peso (%) dei servizi

10
5

Rilevanza dei
beni e dei servizi
sul totale export
di beni e servizi

6,7

81,5

8,2

82,2

Peso (%) dei beni

0
AGRICOLI

CONSUMI

INTERMEDI

INVESTIMENTO

2007
2012

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat
5

Per “nuovo” Made in Italy si intende soprattutto la meccanica strumentale, settore a media
tecnologia per il quale, in molti comparti, l’Italia presenta una leadership , e alcuni settori
dei beni intermedi, come ad esempio la chimica specialistica. Questa specializzazione
tuttavia è poco nota non solo all’estero, ma anche all’interno del nostro Paese.
6
Cfr. Istat (2012).
23

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012



2.2. Il Made in Italy resiste?
Le esportazioni di beni agricoli e di consumo (Made in Italy)
hanno resistito all’impatto della crisi grazie alla qualità delle produzioni ma anche alla capacità di intercettare la domanda dei
mercati lontani. I risultati migliori si sono registrati per il vino
e i gioielli.
L’agroalimentare ha giocato un ruolo importante nel consolidamento del
Made in Italy sui mercati internazionali. Questo risultato è stato possibile grazie
alla minore elasticità del settore al ciclo economico, ma anche ai diversi punti di
forza che caratterizzano le nostre produzioni. Oltre alla qualità certificata e al fatto
di essere percepiti come prodotti salutari, i generi alimentari italiani presentano
caratteristiche di continua innovazione e originalità: dall’offerta di nuovi formati
per i prodotti tradizionali (per esempio, pasta), alla capacità di cogliere le nuove
tendenze (per esempio, vegetarianismo, veganismo). Si sono sviluppati prodotti
green, o cereal-based, o free-from (per esempio, gluten-free), che hanno contribuito
a rendere il nostro prodotto “tipico” sinonimo di garanzia, anche in mercati dove
Rilevanza delle esportazioni per i principali comparti dei beni agricoli
(in % sul totale export di beni agricoli) Fig. 6
ALTRI AGRICOLI
ALTRI AGRICOLI

latte e
latte e
suoi derivati
suoi derivati
frutta e
frutta
e
agrumi
agrumi

ALIMENTARI E BEVANDE
ALIMENTARI E BEVANDE

conserve
conserve

Rilevanza dei beni
agricoli sul totale
export (in %)

pasta
pasta

altri agricoli
altri agricoli
alimentari
ealimentari
bevande
e bevande

vino
vino
%
%

0
0

5
5

10
10

15
15

20
20

25
25

3
3
3,7
3,7

3,6
3,6
4,5
4,5

2007
2007
2012
2012

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat
Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

era meno noto. Il traino principale è arrivato dai prodotti di punta, pasta e vino in
primo luogo (Fig. 6), driver del Made in Italy nel mondo, che nel 2012 hanno realizzato esportazioni per oltre 10 miliardi di euro, ma anche dalle conserve (9% del
comparto nel 2012), dai prodotti caseari (7,2%), dal caffè (3,3%).
La tenuta dei beni di consumo mostra come l’Italia possa contare su di un
vantaggio competitivo nei fattori che esprimono la cultura e lo stile. Elementi come il know-how e le competenze, l’artigianalità come pure l’innovazione dei processi produttivi, la creatività, lo stile, il legame con il territorio hanno permesso ai beni di consumo Made in Italy di continuare ad affermarsi nel
24

Come cambiano i modelli di consumo alimentare
I consumatori dei mercati sia
avanzati sia emergenti sono
diventati più esigenti e attenti,
condizionati da un contesto in

TREND

comportamenti

Fluid Lives

• Migliore gestione della vita
• Prodotti semplici e funzionali

Simple Pleasure

• Più qualità nel tempo condiviso
• Maggiore connessione con gli altri

Responsible Living

• Scelte responsabili
• Rispetto ambiente e supporto
di “giuste cause”

Quest for health
and wellness

• Stile di vita più equilibrato
• Scelte salutiste

Consumers
in control

• Prodotti di qualità,
esclusivi e personalizzati
• Richiesta di consulenza

Keeping it real

• Benefici genuini
• Attenzione alla stagionalità del
prodotto e ai processi produttivi

continuo mutamento. Ci sono
nuovi driver che guidano la
spesa delle famiglie: il desiderio
di maggiore condivisione anche
a tavola; il rispetto dell’ambiente
e del lavoro nel processo
produttivo; una maggiore
attenzione agli effetti benefici
degli alimenti; la ricerca del

Fonte: Bord Bia

contenuto artigianale.

pelletteria

mondo. In particolare, l’export di gioielli è piùgioielli
che raddoppiato rispetto al 2007,
in contrasto con l’andamento delle vendite di prodotti d’arredamento colpiti dalle crisi immobiliari nei Paesi avanzati, principali mercati di sbocco (Fig. 7).
mobili

Per la pelletteria e le calzature è stato determinante il contributo dei distretti, in
particolare quelli toscani (per esempio, pelletteria e calzature di Firenze e Arezzo),
calzature

che nel 2012 hanno toccato il record storico in termini di export7. Nonostante la
riduzione di peso, il settore del tessile e abbigliamento continua a mantenere un
moda

ruolo di primo piano per il nostro export (17% il peso sull’export di beni di consumo nel 2012).

% 0
5
Rilevanza delle esportazioni per i principali comparti dei beni di consumo
Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat
(in % sul totale export di beni di consumo) Fig. 7

ALTRI CONSUMI

pelletteria
gioielli

LEGNO

Rilevanza dei beni di
consumo sul totale
export di beni (in %)

mobili
TESSILE e ABBIGLIAMENTO

calzature
moda

%

altri consumi

7,9

9,5

legno

5,7

5,1

10,1

9,4

tessile e
abbigliamento

0

5

10

15

20

2007
2012

Cfr. Intesa
Sanpaolo
(2013).
Fonte: elaborazioni
SACE SRV
su dati Istat
7

25

25

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

10

LA CORSA ALL’ORO (AI GIOIELLI)
L’Italia della gioielleria, principale produttore ed esportatore europeo (per
il 70% della produzione), negli anni più recenti si è dovuta confrontare
con l’ascesa di nuovi concorrenti, caratterizzati da disponibilità di materie
prime e antica tradizione nella lavorazione (come India, Cina o Thailandia).
Il posizionamento nel segmento rimane tuttavia ancora su livelli di
eccellenza (in particolare nei nuovi mercati), grazie all’offerta di qualità,
spesso associata a marchi riconosciuti. Le nostre esportazioni di gioielli sono
aumentate del 129% tra il 2007 e il 2012, trainate dalla domanda di Svizzera
(che resta la principale destinazione anche perché sede di hub logistici di
importanti brand), Francia, Emirati Arabi Uniti e Cina.

Come è cambiata la quota dei beni di consumo sulle
importazioni globali* tra il 2007 e il 2012
Fig. 8
* in % sull’import mondiale dei beni di consumo

Tra il 2007 e il 2012 si è verificata una riduzione nella domanda mondiale di
quasi tutti i beni di consumo: unica eccezione il comparto dei gioielli e pietre
preziose, il cui peso è passato da 13,7% nel 2007 a 21,4% nel 2012. La progressiva
riduzione nell’utilizzo di strumenti cartacei (per esempio libri, quotidiani) a
favore di strumenti digitali (per esempio e-book, giornali online) spiega il calo
del comparto di carta e stampa (-1,4 punti percentuali), mentre l’abbigliamento,
pur avendo subito la riduzione della domanda mondiale, genera importazioni
globali per oltre 380 miliardi di euro.
Fig. 8
gioielli
orologi e strumenti musicali
calzature e accessori
pelli, cuoio e pelletteria
lavori in pietre, vetro, ceramica
abbigliamento
legno, sughero e loro lavori
carta e stampa
giochi e oggetti d’arte
tessile
mobili

Differenza tra il 2007 e il 2012
(punti %)

-2

0

2

4

6

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Onu Comtrade

26

8

NON SOLO “BOLLE” PER L’ARREDAMENTO
Oltre allo scoppio di bolle immobiliari in diversi mercati chiave e al forte
calo della domanda interna, il settore dell’arredamento ha sofferto,
negli anni della crisi finanziaria, la difficoltà di internazionalizzazione
delle imprese (soltanto il 18% esporta stabilmente) e l’incapacità di
costruire reti commerciali e distributive internazionali (con showroom
tematici, ad esempio) e di riorientare l’export verso mercati più dinamici
(principalmente Russia, Cina ed Emirati Arabi Uniti). La quota export sul
fatturato è salita, tra il 2007 e il 2012, di 12 punti percentuali (al 58%),
compensando solo in parte il crollo della domanda interna. Le imprese
che hanno puntato sull’estero hanno sfruttato fattori di competitività
diversi dal prezzo e hanno spesso colto le opportunità offerte dal
segmento del contract, ossia il servizio di fornitura “chiavi in mano” .



2.3. Il “nuovo” Made in Italy esiste effettivamente?
I beni intermedi e di investimento (“nuovo” Made in Italy) si
sono ben inseriti nella nuova struttura del commercio internazionale, sempre più incentrata sull’integrazione verticale
delle produzioni. L’elevata specializzazione ha favorito le imprese italiane all’interno delle Cgv, in particolare per i prodotti
chimici e la meccanica strumentale.
Le performance eterogenee dei beni intermedi in questi anni riflettono le caratteristiche della crisi ma anche le diverse scelte aziendali. Per l’aumento di peso della chimica (Fig. 9) sono stati determinanti gli
investimenti in ricerca e sviluppo, essendo questo un settore che necessita di costanti innovazioni per adeguarsi alle richieste del mercato8.
Il numero di imprese innovatrici del settore chimico con almeno dieci addetti, sul totale delle imprese del settore, è pari al 72,3%, contro
una media per l’industria manifatturiera del 43,9%. Un contributo importante proviene anche dal comparto farmaceutico, che nel 2012 è arrivato a rappresentare oltre il 13% dell’export di beni intermedi (Fig. 9).
L’export di metalli ha risentito invece delle difficoltà nel comparto siderurgico dove, oltre alla recessione e alle questioni ambientali, pesano anni di moderati investimenti e produzioni a basso valore aggiunto,

8
Questo non solo per la chimica di base ma anche per quella specialistica in cui, proprio grazie
all’innovazione, diverse medie imprese italiane riescono ad avere posizioni di leadership di mercato.

27

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

che hanno esposto alcune imprese italiane a forti pressioni competitive9.
Le performance del fatturato estero di gomma e plastica sono state
influenzate dalla crisi dei settori a valle, in particolare l’automotive.
L’industria estrattiva ha beneficiato dell’impennata nelle vendite di combustibili e oli minerali, passate da 14 miliardi di euro nel 2007 a 21,8 nel 2012,
anche per un effetto prezzo legato alle quotazioni delle commodity.
Rilevanza delle esportazioni per i principali comparti dei beni intermedi
(in % sul totale export di beni intermedi) Fig. 9
ESTRATTIVA

combustibili e oli minerali

METALLI

lavori di ghisa ferro e acciaio
ghisa ferro e acciaio
alluminio e suoi lavorati

GOMMA
E PLASTICA

plastica e suoi lavorati

Rilevanza dei
beni intermedi
sul totale export
di beni (in %)

gomma e suoi lavorati
CHIMICA

farmaceutica

estrattiva
metalli

cosmetica
pitture e vernici

%

0

2

4

6

8

10

12

14

16

18

4,2

5,7

11,2

10,4

gomma
e plastica

5,2

5,3

chimica

7,8

9

20

2007
2012

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

Acciaio alla resa dei conti
Le esportazioni italiane di acciaio hanno risentito fortemente della
recessione nei Paesi europei (nel 2012 sono stati i mercati di sbocco per
il 77% di prodotti italiani di ferro, ghisa e acciaio) e della crisi dei settori
a valle. Tra questi ultimi, i principali sono costruzioni e automotive,
rispettivamente la destinazione del 35% e del 18% della produzione
europea di acciaio. Complessivamente, dall’inizio della crisi, la domanda
europea di acciaio è crollata del 25%. L’eccesso di offerta
e la conseguente overcapacity causano un utilizzo sub-ottimale degli
impianti e rendono problematico il consolidamento del settore e il
riposizionamento su produzioni a maggiore valore aggiunto.

9
Si è ridotto in particolare il peso dell’export di ghisa, ferro e acciaio e dei loro lavorati, che hanno
perso, rispettivamente, 1,8 e 2,8 punti percentuali (Fig. 9).

28

reazioni chimiche
Nel settore chimico un traino importante è arrivato dal comparto
specialistico e dalla farmaceutica. Tra i prodotti specialistici,
la cosmetica in particolare sta guadagnando terreno all’estero,
con un aumento delle esportazioni tra il 2007 e il 2012 del 25,5%.
Solo nel 2012 le esportazioni di profumi alcolici sono cresciute del 6%
per un valore di circa 735 milioni di euro (+1,2% in volume), a conferma
che la dinamica positiva dei consumi internazionali sta riguardando
anche i prodotti a più alta fascia di prezzo. La farmaceutica continua
a dimostrarsi un segmento nel quale l’Italia mantiene una leadership a
livello mondiale, seconda in Europa solo alla Germania per valore della
produzione e numero di imprese. Nonostante nel 2012 si sia verificato un
leggero calo della spesa in R&S (-1,6%), il settore rimane leader in Italia
per gli investimenti in ricerca (8% del totale del Paese).

Le esportazioni di beni di investimento hanno risentito fortemente dell’andamento negativo del ciclo europeo degli investimenti. La recessione che ha
colpito diversi Paesi dell’area euro ha determinato una riduzione marcata nella domanda di beni strumentali, in parte compensata da un aumento dell’export verso
le aree emergenti (soprattutto Asia e America Latina). Questo è particolarmente
evidente nel settore della meccanica strumentale, la cui rilevanza si è contratta di
1,8 punti percentuali tra il 2007 e il 2012, pur continuando a rappresentare il 20%
circa dell’export complessivo (Fig. 10). Le esportazioni di mezzi di trasporto hanno
risentito della crisi del settore degli autoveicoli in Europa, dove nel 2012 le immatricolazioni sono scese a 12,5 milioni di unità, portandosi ai livelli del 1995. Le vendite
di apparecchiature elettriche sono invece risultate stabili nel periodo.

Rilevanza delle esportazioni per i settori dei beni di investimento
(in % sul totale export di beni di investimento) Fig. 10
%

60
52,5

50

53

40
30
20

25,9
15,9

24,2
apparecchiature
elettriche

16,1

10
0
APPARECCHIATURE ELETTRICHE

Rilevanza dei beni
di investimento sul
totale export
(in %)

MEZZI DI TRASPORTO

MECCANICA STRUMENTALE

6

10,6

9,1

meccanica
strumentale

21,6

19,8

2007
2012

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

29

6,5

mezzi di
trasporto

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

RILEVANZA DELLE ESPORTAZIONI ITALIANE DI MECCANICA
STRUMENTALE PER AREA GEOGRAFICA*
Gli investimenti, in termini reali, nei Paesi Ocse hanno subito una marcata
contrazione durante la crisi. Nel 2012 erano inferiori del 10% rispetto al
2007 , a quota 7.300 miliardi di dollari (5.700 miliardi di euro), al contrario
di quanto registrato nelle economie emergenti. Per queste ultime la quota
sugli investimenti mondiali è cresciuta al 39,8% nel 2012 (dal 29,5% nel 2007),
trainata dagli investimenti diretti all’estero (+19% tra il 2007 e il 2012). Questi
cambiamenti si sono riflessi soprattutto sulle esportazioni italiane di meccanica
strumentale: le vendite verso l’Ue15 si sono ridotte di 2,4 punti percentuali nel
periodo in esame (da 34 a 27 miliardi di euro). Contemporaneamente sono
aumentate le vendite verso Asia (da 7,5 a 10,7 miliardi di euro) e America Latina
(da 2,4 a 3,9 miliardi di euro).
* in % sull’export totale di beni

Fig. 11
Asia
America Latina
Nord America
Africa sub-sahariana
Nordafrica
altri Europa
Medio Oriente
altri Ue
Mondo
Ue15

Differenza tra il 2007 e il 2012
(punti %)

-3

-2,5

-2

-1,5

-1

-0,5

0

0,5

1

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

I mutamenti intervenuti nelle strutture settoriali delle esportazioni
italiane e dei suoi principali peer europei presentano diversi aspetti
comuni (Tab. 1). Anche in Germania, Francia e Spagna i peggioramenti più
marcati si sono verificati per le produzioni a media tecnologia. La meccanica
strumentale in Germania, nostro maggiore competitor, e in Francia ha subito
ridimensionamenti di 1,6 punti percentuali (-1,8 in Italia). I mezzi di trasporto
hanno avuto un forte contraccolpo in Spagna, mentre la contrazione è stata
minore (e più simile all’Italia) in Francia. Il settore non ha invece perso alcuna quota in Germania, dove rappresenta il 23% delle esportazioni. Anche i
nostri peer hanno registrato un aumento di quota nel settore estrattivo, per

30

loro più rilevante. La chimica, che per noi aumenta di importanza, rimane
stabile per gli altri, che evidenziano invece progressi nella gomma e plastica.
In Spagna le vendite estere di prodotti agroalimentari aumentano più che in
Italia (in Francia la dinamica di crescita è simile alla nostra); aumenta anche
la rilevanza dell’export di mobili spagnoli (da 7,1% nel 2007 a 12,4% nel 2012),
che hanno beneficiato molto della svalutazione interna, trattandosi di un
comparto più labor intensive.

Rilevanza delle esportazioni per settori: un confronto tra l’Italia e i suoi principali peer
(in % sul totale export di beni) Tab. 1
Germania

Francia

Spagna

Italia

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007*

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007*

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007*

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007*

altri agricoli

2,7

3,3

0,6

6,2

7,2

1,0

10,8

12,1

1,2

3,0

3,6

0,6

alimentari e bevande

2,7

3,2

0,5

6,5

7,4

0,9

5,2

6,2

1,0

3,7

4,5

0,8

tessile e
abbigliamento

3,2

3,1

-0,1

4,1

3,6

-0,5

5,8

6,5

0,7

10,1

9,4

-0,7

prodotti in legno

2,9

3,6

0,7

5,0

5,6

0,6

7,1

12,4

5,3

5,7

5,1

-0,6

altri consumi

1,3

1,5

0,1

1,2

1,0

-0,2

1,4

1,5

0,0

7,9

9,5

1,6

12,4

13,7

1,3

16,2

17,6

1,4

11,4

11,9

0,5

4,2

5,7

1,5

chimica

6,3

6,5

0,2

6,2

5,8

-0,4

6,2

6,1

-0,2

7,8

9,0

1,2

gomma e plastica

3,4

4,0

0,6

4,2

5,5

1,3

4,9

6,1

1,2

5,2

5,3

0,1

metalli

3,6

1,8

-1,7

1,5

1,1

-0,3

1,6

0,5

-1,1

11,2

10,4

-0,8

meccanica strumentale

21,9

20,3

-1,6

14,4

12,8

-1,6

9,9

9,3

-0,6

21,6

19,8

-1,8

apparecchi elettrici

11,8

10,8

-1,0

9,6

8,7

-0,9

7,5

6,5

-1,0

6,5

6,0

-0,5

mezzi di trasporto

23,3

23,2

0,0

21,5

20,3

-1,2

26,9

20,0

-7,0

10,6

9,1

-1,5

altri investimenti

4,5

5,0

0,5

3,4

3,4

0,0

1,2

1,1

0,0

2,4

2,5

0,1

estrattiva

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Un Comtrade

31

* punti percentuali

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

La trasformazione del settore costruzioni
attraverso i mercati esteri

La propensione all’estero delle imprese di costruzioni italiane ha
registrato una crescita continua dal 200410 (Fig. 12).
L’attività oltre confine rappresenta da quattro anni più del 50% del
fatturato complessivo del settore. Il fatturato estero è cresciuto di quasi
il 200% nel periodo, passando da 2,9 a 8,7 miliardi di euro. Una spinta
importante verso l’estero è provenuta dalla debolezza del mercato
domestico, dove si è assistito a una drastica caduta della domanda di
infrastrutture. In base ai dati Istat, gli investimenti reali in costruzioni si
sono ridotti in Italia di quasi un quarto negli ultimi sette anni, perdendo
oltre due punti percentuali in rapporto al Pil. Le flessioni hanno
interessato sia il segmento residenziale sia quello non residenziale, in
particolare i comparti delle nuove abitazioni e dei lavori pubblici.
Le performance delle imprese di costruzioni più orientate all’export
sono migliori, come emerge da un’analisi SACE sui bilanci delle
principali quindici imprese del campione Ance. La presenza all’estero ha
consentito a queste aziende di mantenere invariata o di aumentare la
competitività nel tempo. Tra queste, le quattro società (“Campione 4”)
che hanno registrato la maggiore crescita del portafoglio ordini all’estero
tra il 2007 e il 2012 riportano anche un incremento più alto del valore
della produzione (Fig. 13). Esse mostrano inoltre un aumento del costo
per lavoro dipendente inferiore all’incremento del valore aggiunto per
addetto, nonostante la maggiore forza lavoro utilizzata (in alcuni casi
addirittura raddoppiata).

Analisi basata sui dati dell’indagine Ance 2013 sulla presenza delle imprese di costruzione
italiane nel mondo. Questa indagine ha coinvolto 36 imprese di dimensioni medio-grandi
di cui le maggiori 15 sono oggetto di approfondimento. Tra queste 15 è stato selezionato un
sotto campione costituito dalle 4 imprese con le migliori performance all’estero.

10

32

Evoluzione della propensione all’export delle imprese di costruzioni Fig. 12

Fatturato in milioni di euro

10.000

58,2

9.000
8.000
7.000

53,5
31,2

43,9

46,4

53,6

60

54,5

47,5

50

37,2

6.000

70

40

5.000

30

4.000
3.000

20

2.000
10

1.000
0

0
2004

2005

2006

2007

FATTURATO DOMESTICO

2008

2009

2010

FATTURATO ESTERO

2011

2012

%

PROPENSIONE EXPORT

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Ance

Confronto performance imprese di costruzioni: “Campione 15” e “Campione 4” Fig. 13

272

80

61

36

31

28

25

-10

%
PORTAFOGLIO
ORDINI
CAMPIONE 15

33

VALORE DELLA
PRODUZIONE
CAMPIONE 4

VALORE AGGIUNTO
PER ADDETTO

COSTO DEL LAVORO
PER DIPENDENTE

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati di bilancio

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

3. dove esportiamo


3.1. C’è stato il riposizionamento geografico?
L’evidenza mostra un progressivo riposizionamento delle
esportazioni italiane verso mercati nuovi, a conferma che la
crisi ha spinto le imprese ad andare alla ricerca di rotte alternative, oltre le destinazioni tradizionali. Nonostante si siano affermate sempre più le economie emergenti, a fronte di una domanda dei mercati avanzati in affanno, risulta eccessivamente
semplicistica la classificazione delle opportunità in base a una
separazione netta tra emergenti e avanzati.
Gli equilibri nella struttura geografica dell’export italiano sono mutati
tra il 2007 e il 2012. La crisi, scaturita dallo scoppio della bolla immobiliare
negli Stati Uniti, ha colpito soprattutto i Paesi avanzati. I mercati emergenti
sono stati contagiati attraverso gli scambi quando, nel 2009, il commercio
internazionale ha subito una contrazione dell’11% circa. La ripresa dell’attività economica globale l’anno successivo ha avuto breve durata, visto l’emergere della crisi dei debiti pubblici che ha interessato l’area euro a partire
dalla seconda metà del 2011. La minore domanda proveniente dai principali
mercati industrializzati ha spinto le esportazioni italiane verso nuove destinazioni. Ne sono derivati cambiamenti rilevanti nei pesi dei diversi gruppi
di Paesi, sul totale delle nostre esportazioni (Fig. 14). In cinque anni il peso
dei nuovi mercati (sia emergenti che in via di sviluppo) è aumentato di 4,2
punti percentuali, a fronte di una riduzione simile (3,9 punti percentuali) per
i mercati avanzati.
Rilevanza delle esportazioni per raggruppamenti di Paesi*
(in % sull’export totale di beni) Fig. 14
%

*Avanzati:
Classificazione
Fmi; Emergenti:
Classificazione Fmi
con integrazioni
SACE; Fragili: Paesi
chiusura SACE;
PVS: Paesi restanti.

80
70
60

66,7

62,8

50
40
30
26,3

20

29,3

10
6,2

0
AVANZATI

EMERGENTI

7,4

PVS

0,7

0,6
2007
2012

FRAGILI

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

34

L’area euro rappresenta ormai meno della metà delle esportazioni italiane
(Fig. 15). La consistente riduzione delle vendite in quest’area è una conseguenza
del crollo della domanda privata, originato a sua volta dalla sfiducia generata dalla
crisi dei debiti europei e dalle conseguenti risposte restrittive di politica fiscale.
Le importazioni di questi mercati si sono ridimensionate, con implicazioni, per
il nostro export, che in alcuni casi potrebbero risultare permanenti. Germania e
Francia, nonostante un lieve ridimensionamento, restano i primi due mercati di
riferimento (Fig. 16). La quota delle vendite è aumentata nell’Europa emergente,
trainata dalla domanda di alcuni Paesi come la Turchia; la Russia, già da tempo
partner commerciale di primo piano per l’Italia, ha mantenuto la propria rilevanza
per l’export italiano.
Rilevanza delle esportazioni per area geografica* (in % sul totale export di beni) Fig. 15

altri Ue
7,3

7,2

7,4

9,3
Asia

altri Europa
Ue15

44,1

12,1

Medio Oriente

10,0
2,5

2,7

51,2

2012
2007
Nord America

7,6
7,4

Nordafrica
America Latina

2,3

Fonte: elaborazioni
SACE SRV su dati Istat

3,1

2,0

*Gli aggregati geografici
sono calcolati sulla base
degli aggregati del modello
presenti nelle tabelle in
appendice. Si è deciso di
seguire questo approccio
per rendere i dati analizzati
in questa prima sezione
confrontabili con quelli di
previsione analizzati nella
seconda sezione.

Africa sub-sahariana
2,7
0,7

35

0,7

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

Crescono i pesi relativi ad alcuni Paesi emergenti, in particolare asiatici e latino-americani. L’Asia è stata – e il risultato non è inatteso – la regione più dinamica
e questo si è riflesso sulle esportazioni italiane, per le quali la rilevanza dell’area è
aumentata di quasi 2 punti percentuali (Fig. 15) con il contributo di diversi mercati,
non solo i più noti. Anche l’America Latina ha acquisito un ruolo crescente sia nel
panorama internazionale sia come area di destinazione dell’export italiano, pur
con dinamiche di crescita e profili di rischio differenti tra i Paesi dell’area. I profondi
stravolgimenti politici e sociali che hanno attraversato il Nordafrica negli ultimi anni
non hanno impedito a quest’area di aumentare la propria quota per l’export italiano
(da 2,3% nel 2007 a 3,1% nel 2012), mentre i pesi dell’Africa sub-sahariana e Medio
Oriente sono rimasti stabili nel periodo.
Rilevanza delle esportazioni italiane nei principali mercati di sbocco*
(in % sull’export totale di beni) Fig. 16

Germania
Francia
Stati Uniti
Russia
Turchia
Cina
Emirati Arabi Uniti
Giappone
Brasile

%

0

2

4

6

8

10

12

14

2007
2012

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

*Il peso di questi mercati è stato calcolato sull’export totale di beni verso i 54 Paesi
presenti nel modello, che rappresentano comunque il 90% circa del totale. Si è deciso
di seguire questo approccio per rendere i dati analizzati in questa prima sezione
confrontabili con quelli di previsione analizzati nella seconda sezione.

Si è assistito a un’accelerazione delle vendite in diversi nuovi mercati,
anche quelli caratterizzati da contesti economici, politici e sociali a volte ancora fragili o poco sviluppati. Anche se il loro peso sul nostro export totale
è ancora piuttosto contenuto, in molti casi (per esempio Panama, Colombia,
Vietnam: Fig. 17) si sono registrati tassi di crescita a due cifre negli anni di
crisi, che hanno portato i valori delle nostre vendite su livelli interessanti;
in altri casi (per esempio Tanzania, Kenya, Sri Lanka), si osserva un rallenta-

36

mento delle nostre esportazioni: ciò è dovuto soprattutto alla caduta del
commercio internazionale verificatasi nel 2009.

Crescita delle esportazioni italiane nei nuovi mercati (var. %) Fig. 17

Kenya
Sri Lanka
Ghana
Kazakistan
Bangladesh
Senegal
Filippine
Vietnam
Repubblica
Dominicana
Georgia
Colombia
Mozambico
Perú
Azerbaigian
Angola
Uzbekistan
Mongolia
Panama
+99,4

Myanmar
%

-20

-10

0

10

20

30

40

50

60

2001 - 2006
2007 - 2012

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

Le esportazioni settoriali hanno fatto registrare interessanti accelerazioni in certe aree specifiche (Fig. 18). In Asia l’incremento delle vendite
ha interessato quasi tutti i settori, specialmente quelli ad alta specializzazione: chimica, in particolare farmaceutica; tessile e abbigliamento, soprattutto per il segmento del lusso, guidati entrambi dal rapido sviluppo della
classe media che sta affinando progressivamente le esigenze di consumo in
questi Paesi. È aumentata significativamente anche la rilevanza dell’export

37

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

di altri beni di consumo nei Paesi europei non Ue: la spinta è provenuta in
primis dall’export di pelletteria e gioielli, pur tenendo conto – per quest’ultimo comparto – del consistente aumento delle vendite in Svizzera. Risultati
molto favorevoli hanno riguardato anche la meccanica strumentale in America Latina, in comparti dove abbiamo posizioni di leadership mondiale (ad
esempio, per l’imbottigliamento) e in mercati come il Brasile, il Messico e il
Cile. È salito inoltre il peso dell’area Ue15 per l’export di alimentari e bevande, performance molto positiva in un contesto di complessiva contrazione
delle vendite in quest’area.
Rilevanza delle esportazioni in alcuni settori e aree geografiche*
(in % sul totale export di beni) Fig. 18
%

3
2,5
2
1,5
1
0,5
0
CHIMICA IN ASIA

MECCANICA
STRUMENTALE IN
AMERICA LATINA

TESSILE E
ABBIGLIAMENTO
IN ASIA

ALIMENTARI
E BEVANDE
IN UE15

ALTRI CONSUMI
IN
ALTRA EUROPA

2007
2012

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat

* Gli aggregati geografici sono calcolati sulla base degli aggregati del modello presenti nelle
tabelle in appendice. Si è deciso di seguire questo approccio per rendere i dati analizzati in
questa prima sezione confrontabili con quelli di previsione analizzati nella seconda sezione.

La crisi ha spinto anche i nostri competitor europei alla ricerca di opportunità nei nuovi mercati a maggiore domanda (Tab. 2). La Germania
ha registrato un incremento dell’export in Asia di quasi 5 punti percentuali,
concentrato sui mercati principali, in modo coordinato e crescente nel tempo (in Italia l’incremento è stato di circa 2 punti percentuali). Anche l’Europa emergente ha assunto una rilevanza maggiore per i peer, in particolare
Germania, mentre il peso dell’Africa sub-sahariana risulta stabile e ancora
contenuto per tutti e quattro i Paesi a confronto. Nonostante la flessione
del peso dell’area euro sia stata maggiore per i competitor rispetto all’Italia,
quest’area rappresenta ancora oltre la metà delle loro vendite all’estero.

38

Rilevanza delle esportazioni per area geografica: un confronto tra l’Italia e i suoi
principali peer* (in % sul totale export di beni) Tab. 2
Germania

Ue15

Francia

Spagna

Italia

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007**

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007**

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007**

2007

2012

Differenze
rispetto al
2007**

58,5

50,1

-8,4

66,9

58,9

-8,0

74,6

64,9

-9,7

51,2

44,1

-7,1

altri Ue

11,3

11,3

0,0

4,8

4,6

-0,2

4,0

4,7

0,7

7,2

7,3

0,1

altri Europa

11,1

12,6

1,5

6,7

8,2

1,5

5,8

6,9

1,1

10

12,1

2,1

Nord America

9,1

9,6

0,5

7,6

7,4

-0,2

5,0

5,1

0,1

7,4

7,6

0,2

America Latina

1,9

2,6

0,7

1,8

2,3

0,5

3,6

4,1

0,5

2,0

2,7

0,7

10,1

14,9

4,8

9,6

13,5

3,9

4,8

7,0

2,2

7,4

9,3

1,9

Asia
Nordafrica

0,6

0,7

0,1

2,5

3,1

0,6

1,6

2,9

1,3

2,3

3,1

0,8

Africa sub-sahariana

1,0

1,0

0,0

0,9

1,0

0,1

0,7

0,9

0,2

0,7

0,7

0,0

Medio Oriente

1,4

1,9

0,5

1,9

2,0

0,1

1,3

1,7

0,4

2,5

2,7

0,2

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Un Comtrade

** punti percentuali

*Gli aggregati geografici sono calcolati sulla base degli aggregati del modello presenti nelle
tabelle in appendice. Si è deciso di seguire questo approccio per rendere i dati analizzati in
questa prima sezione confrontabili con quelli di previsione analizzati nella seconda sezione.

39

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012

4. Quali territori esportano


4.1. Sono cambiati gli equilibri tra le Regioni?
La struttura regionale dell’export italiano è rimasta sostanzialmente invariata tra il 2007 e il 2012. Il Nord continua ancora a
rappresentare oltre il 70% delle esportazioni, ma i maggiori
progressi si sono verificati in alcune Regioni del Centro e nelle
Isole.
Il baricentro dell’export resta al Nord, ma i maggiori progressi si sono
avuti in Toscana, Lazio e Sicilia. In termini di rilevanza dell’export, la classifica delle Regioni e dei territori di appartenenza è rimasta immutata rispetto
al 2007 (Fig. 19). Le Regioni del Nord, sia occidentale sia orientale, detengono ancora la quota maggiore dell’export11, grazie all’elevata vocazione industriale delle
loro imprese. Tuttavia, rispetto al periodo pre-crisi, sono le Regioni del Centro Sud
e Isole che mostrano i migliori progressi, guadagnando nel complesso 1,5 punti percentuali a fronte di una contrazione della stessa intensità nelle Regioni del
Nord. È diminuita la quota della Lombardia che, pur rimanendo la prima Regione
(28,1%), ha risentito soprattutto della contrazione delle vendite di apparecchiature
elettriche e farmaceutica. Il Lazio a sua volta ha aumentato la sua rilevanza proprio grazie all’incremento nelle esportazioni di quest’ultimo comparto. Le quote
di Toscana e Sicilia sono aumentate rispettivamente di 1 e 0,7 punti percentuali. I
peggioramenti più marcati si sono verificati invece in Veneto e Marche, la cui incidenza si è ridotta di 0,8 punti percentuali rispetto al periodo pre-crisi12.
11
Il grado di concentrazione delle esportazioni a livello regionale rimane piuttosto elevato
Le prime tre Regioni (Lombardia, Piemonte, Veneto) generano oltre il 51% dell’export totale.
Il quadro è simile anche per i nostri principali partner europei: Germania (58% dell’export da
Renania settentrionale-Vestfalia, Baden-Württemberg e Baviera); Spagna (50% circa da
Catalogna, Comunità di Madrid e Andalusia); Regno Unito (oltre il 52% da Sud-Est, Londra, Est,
e Nord-Ovest). Se ne discosta la Francia, dove le prime tre regioni generano export per circa il
40% del totale (Île -de-France, Rodano Alpi e Midi-Pirenei). Cfr. al riguardo Mastronardi e
Mazzeo (2013).
12

Veneto e Marche hanno risentito in particolare della contrazione delle vendite rispettivamente
di mezzi di trasporto, il cui peso si è ridotto del 2,7% rispetto al 2007, e di
apparecchiature elettriche (- 4,7%).

Lombardia
Veneto
Marche

Chi sale

e chi sce

nde

40

Rilevanza delle esportazioni per Regioni nel 2012
(in % sul totale export di beni) Fig. 19

nord ovest
40,3
1,8
3,0
0,2

28,1

nord est
30,9

13,3
10,3

12,8
1,8

2,7
8,4

1
1,8

Centro
16,7

4,7
2,3

0,1
2,4

0,3
1,7
sud e isole
12,1

0,1

3,4

lazio
Toscana
sicilia

Fo

41

razione
nte: elab o

su
SACE SRV

dati Istat

Osservando i distretti il quadro si fa più complesso, con performance
talvolta in controtendenza rispetto alle Regioni di riferimento (Tab. 3).
Nei distretti del Nord Ovest si è registrata una perdita di quote di esportazione di 1,8 punti percentuali, a causa soprattutto della contrazione di alcuni importanti distretti lombardi, come la metalmeccanica di Lecco e la calzetteria
di Mantova13. I distretti del Nord Est sono risultati in controtendenza rispetto
a quanto accaduto per l’export totale dell’area, grazie a contributi importanti
arrivati dal Friuli-Venezia Giulia e dal Trentino-Alto Adige; in Veneto si è avuta un’evoluzione negativa anche per l’export distrettuale, anche se rimane la

Rilevanza dell’export totale e dei distretti per regione (in %, rispettivamente, sul totale
export di beni e sul totale export dei distretti) Tab. 3
Export totale

Distretti

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007

2007

2012

Differenze
rispetto
al 2007

40,5

40,3

-0,2

33,5

31,7

-1,8

Lombardia

28,5

28,1

-0,4

26,3

23,8

-2,5

Piemonte

10,4

10,3

-0,1

7,0

7,7

0,7

0,2

0,2

0,0

---

---

---

Nord Ovest, di cui:

Valle d’Aosta
Liguria

1,3

1,8

0,5

---

---

---

32,2

30,9

-1,3

41,3

42,7

1,5

Emilia-Romagna

12,9

12,8

-0,1

13,1

13,2

0,1

Veneto

14,1

13,3

-0,8

25,1

22,4

-2,7

Trentino-Alto Adige

1,7

1,8

0,1

---

1,6

1,6

Friuli-Venezia Giulia

3,5

3,0

-0,5

3,1

5,6

2,5

Nord Est, di cui:

Centro, di cui:

15,7

16,7

1,0

19,9

19,0

-0,9

Toscana

7,4

8,4

1,0

12,5

13,9

1,3

Marche

3,5

2,7

-0,8

7,1

4,3

-2,8

Umbria

1,0

1,0

0,0

---

0,7

0,7

Lazio

3,8

4,7

0,9

---

---

---

Sud e Isole di cui:

11,6

12,1

0,5

5,3

6,6

1,3

Campania

2,6

2,4

-0,2

2,1

2,5

0,4

Sardegna

1,3

1,7

0,4

---

0,1

0,1

Sicilia

2,7

3,4

0,7

---

0,4

0,4

Abruzzo

2,0

1,8

-0,2

1,2

0,7

-0,4

Puglia

2,0

2,3

0,3

1,6

2,8

1,2

Molise

0,2

0,1

-0,1

---

---

---

Calabria

0,1

0,1

0,0

---

---

---

Basilicata

0,6

0,3

-0,3

0,2

---

-0,2

Fonte: elaborazioni SACE SRV su dati Istat e Intesa Sanpaolo

13

Cfr. Intesa Sanpaolo (2013).
42

prima regione del Nord Est grazie alle ottime performance dell’occhialeria di
Belluno e dell’oreficeria di Vicenza. Al Centro le evoluzioni negative dei distretti
marchigiani si contrappongono a quelle molto favorevoli dei distretti toscani; in particolare l’oreficeria di Arezzo, la pelletteria e calzature di Firenze, la
concia e calzature di Santa Croce sull’Arno, e il vino del Chianti, che nel 2012
hanno toccato il record storico delle esportazioni. L’export distrettuale del Sud
e Isole, pur continuando a pesare poco sul totale dei distretti italiani (6,6%), ha
riportato incrementi di quota soprattutto grazie alle conserve di Nocera, alla
mozzarella di bufala campana e alla meccanica di Bari.

Maggiori trasformazioni
per aree geografiche

j

Piemonte
Lombardia
Emilia-Romagna
Toscana

j

Mercati Nordafricani
Liguria
Sardegna
Sicilia

j

j

Sicilia
Umbria

Piemonte
Toscana
Puglia

j

America Latina

Sicilia
Sardegna

Medio Orientre

j

Lombardia

j

43

Veneto
Fliuli-Venezia
Giulia
Emilia-Romagna

j

Paesi europei non Ue
Toscana
Puglia
Sicilia

Rapporto Export SACE 2014-2017 / Come è cambiato l’export italiano 2007-2012



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