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Federico Leoni intervista J.Bottle .pdf



Nome del file originale: Federico Leoni intervista J.Bottle.pdf

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IL FILOSOFO FEDERICO LEONI INTERVISTA JOHN BOTTLE

Federico Leoni: “Ho un sacco di libri da leggere, altrettanti da scrivere, e la ricerca e
l'insegnamento e la vita con la vi minuscola e quella con la vi maiuscola e un mare di cose da fare
(anche se le cose non si fanno ma si sono, e questo Lei forse non lo capirà mai): vorrebbe
gentilmente spiegarmi perché dovrei perdere il mio tempo a intervistare uno scemo un individuo
che non conosco e che scrive cazzate e che scrive... scrive?”
John Bottle: “Nelle notti di luna calante mi capita di scrivere”
Federico Leoni: “Luna calante?”
John Bottle: “Gobba a levante”
Federico Leoni: “Gobba a ponente?”
John Bottle: “Luna crescente”
Federico Leoni: “Bene, ha studiato. Mi spiace però dirle che non ho letto una singola riga della sua
produzione letteraria, quindi torno a ripeterle: non saprei come intervistarla, cosa chiederle e perché
farlo, ecco tutto”
John Bottle: “Per compiere un bell'atto di umiltà”
Federico Leoni: “I grandi sono umili, è vero. Mi ha convinto: la intervisterò”
John Bottle: “Grazie, dottor Leoni”
Federico Leoni: “Mi dia una mano con le domande: cosa dovrei chiederle?”
John Bottle: “Potrebbe chiedermi: “Ha letto per caso qualche mio libro, o saggio o articolo, signor
Bottle?”
Federico Leoni: “Okey: ha letto per caso qualche mio libro, o saggio o articolo, signor Bottle?”
John Bottle: “Mi sono occupato di Lei circa tre anni fa: stavo studiando la fenomenologia
dell'elogio funebre e del coccodrillo intellettuale quando mi imbattei in un suo ricordo di Bruno
Callieri. L'articolo si intitolava “Quando andavamo in via Nizza”, e purtroppo mi partì l'embolo
perculatorio e lo parodiai...”
Federico Leoni: “Interessante. Se avesse serbato una copia del documento odt la leggerei
volentieri”
John Bottle: “Io butto al macero i miei diari, i racconti, le poesie ma le idiozie le conservo
gelosamente: è sicuro di voler leggere “Quando andavamo in via Nizza”, che diventò il mio
“Quando andavamo in via Pizza?””
Federico Leoni: “Un filosofo non teme la cicuta e dovrebbe aver timore di un giullare?”
John Bottle: “Si è posto una domanda: si dia una risposta”
Federico Leoni: “Sì, un giullare è più pericoloso della cicuta. Ma io sono più coraggioso di
Socrate: legga pure la sua versione di “Quando andavamo in via Nizza”.
John Bottle: “Ne è certo?”
Federico Leoni: “Certissimo: lo voglio”
John Bottle: “Eccola qua: “Quando andavamo in via Pizza: Leo Messi ricorda in prima persona il
grande Callisto, dove Leo sta per Leoni e Callisto per Callieri: “Tutto cominciò dalla mia
brillantissima tesi in flosofa. Il mio relatore, in quegli anni alla statale di Atene, era un certo
Aristotele, il quale pensò di affdarmi in seconda battuta ad un suo giovane ricercatore, tale
Heidegger, la cui principale occupazione era quella di cercare di stravolgere il pensiero del
titolare della cattedra per ciò che concerne in particolare la metafsica. Ci riuscì piuttosto bene, e
la mia tesi fu pubblicata grazie anche alla rete di relazioni che il ragazzotto era riuscito a tessere
nei circuiti neuronali della mente pre adolescenziale della cultura occidentale. Quel capolavoro
della mia tesi fnì, non so come, tra le mani del grande Callisto, l'uomo del rigore. Se c'è rigore e mi
dicono: “Leo, calci tu?”, non mi tiro indietro, anche se preferisco calciare punizioni. Ma per me il
massimo è essere preso a calci in guru da un guru.

Quando conobbi Callisto non pensavo che un tale rigore, una tale capacità di mettersi da capo al
lavoro potessero convivere con tanta libertà di spirito. O meglio, non sapevo che dietro la libertà
di spirito ci fosse un uomo dalla dedizione quasi monastica allo studio. E soprattutto non pensavo
che il grande Callisto mi avrebbe telefonato. Tutt'al più, mi aspettavo due righe sulla mia tesi
spettacolare. Non una voce. Non sapevo cosa dire, quando capii chi c'era dall'altra parte.
Un'esperienza simile non l'ho più vissuta, o forse sì, l'altro ieri quando mi ha telefonato papa
Francesco, ma quella telefonata un po' me l'aspettavo perché anche l'altro, quello tedesco che ha
chiesto il cambio all'inizio del secondo tempo, mi chiamava sempre per via di Heidegger e anche
per convertirmi, penso. Ma questa è un'altra storia. Insomma, il grande Callisto mi aveva
chiamato per conversare con me, che mi sono considerato sempre un pirla prima di laurearmi, ed
avevo ragione. Anche dopo, secondo me avevo ragione a considerarmi un pirla, ma grazie a
Callisto ho cambiato idea. “Cosa stai leggendo, Leo?”, mi chiese. “Non lo immagina, Maestro?”,
risposi. “Leo, come cazzo faccio a immaginarmi cosa stai leggendo?”, ribatté improvvisamente
alterato. “Era una battuta per prendere confdenza, Maestro”, rilanciai candidamente per
giustifcarmi. Prese ad insultarmi venti minuti di seguito e la voce di tuono che usciva dalla
cornetta era percepibile da tutto il vicinato. Ero felice che il grande Callisto insultasse proprio
me, che ingiustamente mi ero sempre considerato un pirla. “Se ti azzardi a passare da casa mia ti
prendo a calci in culo!”, scandì infne Callisto piuttosto chiaramente, quando la gittata di
improperi fu esaurita...
...e siccome nessuno mi aveva mai preso seriamente a calci in culo, avvertendo io questa
necessità, sbarcai due giorni dopo in via Pizza, dove Callisto abitava. Ma lui si era dimenticato
della minacciosa promessa, e mi presentò Melania, la moglie. La poveretta avrebbe in seguito
fatto una brutta fne a causa di un certo maresciallo Parolisi, se non sbaglio Melania. Comunque
Melania è un nome che porta male e se per caso avete in mente di chiamare vostra fglia appena
concepita Melania, non fatelo perché ci sono certamente più probabilità che nasca down, e
nonostante tutto il bene che vogliamo ai down sappiamo benissimo che è meglio nascere up.
Melania andò a prepararci un tè alla menta e Callisto mi mostrò orgoglioso gli autograf dei suoi
maestri: Binswanger, Jaspers, Gino Bartali, Valentino Mazzola, Omero, Little Tony. Callisto
aveva conosciuto Jaspers subito dopo la guerra, dopo Omero e prima di Little Tony. Sapeva il
tedesco perché la sua famiglia aveva ospitato, o nascosto (od ospitato e nascosto) un ebreo
tedesco che era stato condannato da Callisto padre a dare ripetizioni di tedesco a Callisto fglio
dieci ore flate al giorno. L'ebreo rimpianse amaramente di essere scampato ad una normale
camera a gas, ma volere o volare si adattò (e questo è volere). Quando si suicidò buttandosi dalla
fnestra (e questo è volare), Callisto aveva ormai imparato bene il tedesco, lingua che lo aiutò
sempre a pensare più in grande, ed anche a pensare in rosa, come avrebbe detto Heidegger, agli
eredi del quale toccò una bella fortuna con quel brand “Think pink!” così famoso negli anni '80 del
secolo scorso. Puttana eva, il secolo scorso! Non ci avevo mai pensato che ora dico “il secolo
scorso”. Tutti dicono “il secolo scorso”: facile dirlo, più diffcile pensarlo. Ed io penso. Penso
tantissimo.
Il secolo scorso! come passa il tempo... Posso canticchiare qualcosa a proposito del tempo che
passa? Perché so anche canticchiare, sapete? Sentite un po': “It's the same old story, a fght for love
and glory, a case of do or die. The world will always welcome lovers, as time goes by”, (re minore settima, sol
settima, do). Canto bene? No? Non mi si sente? Come no! Siete degli insensibili, ecco tutto,
perché questo è Sinatra. E Sinatra è sempre Sinatra, anche se si tratta di un cantante del secolo
scorso.
Callisto comunque se ne andò ad Heidelberg, un posto da schifo per una vacanza ma che se ci vai
a studiare puoi permetterti delle arie, anche oggi. “Dove hai fatto l'asilo?”, ti chiedono. E se
rispondi con prontezza: “Ad Heidelberg”, scansionando le sillabe in modo convincente, hai molte
più chances, oggi come ieri ma soprattutto come oggi, di essere assunto in un call center a tempo
determinato, luglio e agosto, quando la gente va in vacanza, magari all'isola d'Elba se non ad
Heidelberg.
Callisto portò in Italia, da Heidelberg, tutto ciò che oggi noi etichettiamo, con colpevole

superfcialità, “il coro polifonico delle voci della psichiatria fenomenologica”. E' molto facile
etichettare a vanvera, en un abrir y cerrar de ojos, dimenticando che dietro quell'aprire e chiudere di
palpebre c'è tutto un enorme lavoro di ricerca, di catalogazione e di archiviazione che ha
richiesto anni e anni di scrupoloso lavoro (eseguito da Melania, che intanto ci serviva il tè alla
menta). “Grazie signora Melania”, balbettai arrossendo timidamente. “Non preoccuparti fgliolo.
Bevi che poi glielo ricordo io, a Callisto, che ha da prenderti a calci in culo”. Una donna
adorabile. Si amavano molto, lei e Parolisi, anche se è fnita come è fnita. Ma ora basta divagare.
Callisto ebbe senza dubbio il grande merito di avere messo in relazione le voci migliori di un
certo ambiente e di averle poste in risonanza le une con le altre. Mi chiedete cosa signifchi “porre in
risonanza”? Ve lo potrei anche spiegare (al liceo avevo otto, in fsica) ma preferisco semplifcare,
dato che non siete preparati quanto lo sono io che ho fatto l'asilo ad Heidelberg, traducendo
liberamente “mettere in risonanza” con “ha potenziato queste voci”, intonandole assieme e
accordandole dal passato al presente sino al futuro prossimo, mediante la sola forza del pensiero.
E se vi pare ch'io esageri pensate a quell'americano che con la forza del pensiero ci piegava i
cucchiaini (mi pare si chiamasse Uri Geller, anni '70. Del secolo scorso. Come passa il tempo...
As time goes by: you must remember this, a kiss is just a kiss, a sight is just a sight. Sinatra è sempre
Sinatra).
In sintesi: la potenza intellettuale di Callisto fu quella di assemblare canoni nuovi distruggendo
cucchiaini vecchi. Come Uri Geller. Un gesto profondamente fenomenologico, a partire dal quale
c'è una domanda che tutte le riassume e le spazza via: qual è la “nostra” domanda, quali sono i
nuovi oggetti di cui non possiamo non parlare?
Per quanto mi riguarda l'oggetto di cui parlare è una piccola caffettiera napoletana che Melania mi
volle regalare proprio perché sapeva che un giorno mi avrebbe fatto comodo nel caso qualche
idiota avesse voluto prendermi di mira spernacchiando un coccodrillo psico flosofco come
questo che state leggendo. Non vi sembra un coccodrillo psico flosofco? Non è commovente e
profondo? Fa ridere? Non fa neanche ridere? Siete degli insensibili, lo confermo. E faccio bene a
farvi notare che la piccola caffettiera napoletana regalatami da Melania si trova nella cucina di
un'altra casa milanese, perché di case non ne ho solo una, io. Ho solo una piccola caffettiera
napoletana molto particolare, ma diverse case, cicci miei. Rosicate. Sono ricco, bello e intelligente,
fatevene una ragione. Altrimenti come potrete amare la vostra povertà?
Callisto era un uomo che sapeva amare. Non solo la povertà. Nutriva un affetto particolare anche
per mia moglie, Bara. Si erano conosciuti in virtù della tesi di laurea della mia compagna, (tesi
che ella aveva dedicato al tema del corpo in psichiatria fenomenologica: “Il corpo a corpo nella
relazione analitica come corpo del (c)reato all'interno del mo(r)to di spirito in corpo 12 carattere times new
roman”. Solo il titolo valeva la lode.) Callisto chiamava Bara, mia moglie, “la mia flosofa
preferita”, con quella vanità fanciullesca che non si poteva non amare. E infatti Bara amava tanto
Callisto. Tanto tanto. Lapide, mio fglio, assomiglia in modo imbarazzante al mio defunto
maestro, ora che mio cugino stronzo me l'ha fatto notare. Quindi sposterei velocemente la vostra
attenzione verso i nomi di mia moglie e mio fglio. Avrei sposato Bara se si fosse chiamata
semplicemente Cinzia? Francamente credo di no. Il nome richiamava tanto potentemente gli
amplessi di eros e thanatos che non potevo non innamorarmene. Ci si innamora dei nomi e dei
destini in essi inscritti, non delle persone. Ci innamoriamo di altro. Delle caffettiere, ad esempio.
Delle caffettiere, della parola “caffettiera napoletana” e di altre parole. Di questo ci si innamora. E
un fglio Lapide da Bara pochi flosof se lo negherebbero, fdatevi.
Quando Callisto iniziò ad avvertire l'approssimarsi della sua morte, prese ad occuparsi della nera
signora con la falce con crescente vigore ed intensità intellettuali. In realtà la morte, per Callisto,
era un pretesto per scrivere bellissime dediche su dei libri che mi regalava, perché mi voleva
bene, anche se voleva più bene a Bara. Dediche come “All'alba di Leo, dal crepuscolo meo”, o cose
così. Insomma, avevo defnitivamente perso la speranza di essere preso a calci in culo dal mio
guru, ormai totalmente impegnato a morire meglio di quanto avesse vissuto. Sono qua a
testimoniare che anche negli ultimi giorni Callisto è stato sì un grande maestro, ma si è
dimostrato pure un quaquaraquà. Si discuteva di un marxista materialista amico suo, morto da un
pezzo. “Prima di morire io e il Torroni – il marxista morto da un pezzo – si chiacchierava delle cose

ultime”, mi disse Callisto, che volle ripetermi per flo e per segno ciò che il Torroni gli aveva
confdato sul letto di morte, quantunque Callisto gli avesse promesso di non rivelare mai nulla a
nessuno di quei loro intimi colloqui. Lo disse solo a me affnché potessi pubblicamente
dimostrare, un domani, che il mio maestro era un quaquaraquà incapace di tenere per sé le
confessioni di un moribondo. E se sommo questa incapacità, all'incapacità di mantenere
promesse tipo quella che mi aveva fatto di prendermi a calci in culo, il piatto è servito, ladies and
gentlemen.
Callisto non mi chiese di non riferire quanto aveva voluto condividere con me circa i dubbi della
sua fede, evidentemente tormentata, al momento del trapasso incombente. Non lo fece perché,
conoscendosi, sapeva che non avrei saputo farlo. Sto parlando ovviamente dell'esperienza della fne
del mondo in quanto fne del senso, laddove la fne del senso è evidentemente ancora un evento
interno al piano del senso. E quando partorisco rifessioni simili succede che piango, e grazie a
quelle lacrime, oserei dire dentro a quelle lacrime, mi sento molto buono, caldo, sensibile e
soprattutto al sicuro. E la notte mi schiocco di quelle dormite da dio. E dopo un buon sonno
ristoratore posso iniziare la giornata con un bel caffè corretto al bar sotto casa (anche se potrei
farmelo con la piccola caffettiera napoletana di Melania, nella cucina della mia quinta casa a venti
chilometri da quella dove attualmente risiedo) per poi tornare nel mio studio a tracciare
genealogie intersecantesi nei luoghi del senso, non senso, senso ritrovato, senso perduto, sesto
senso, senso di nausea, senso di mancanza, di mancanza di senso nel senso di mancanza, di senso
unico e doppio senso. Ho così la sensazione (il senso) di portare avanti un lavoro importante, lo
stesso lavoro iniziato da Callisto, un lavoro che occupa lo spazio dell'assoluto della
fenomenologia, o che è l'assoluto di cui la fenomenologia non può non parlare. Perché la
fenomenologia parla di tutto ciò che non conosce, e ne parla quindi con una povertà ed una
incompetenza impossibili all'ultimo degli ignoranti, per tacere dei mistici, dei santi, dei Lama
tibetani (quelli che non sputano). E se riesco a scrivere tanto chiaramente ciò che penso
confusamente, il merito è del grande Callisto, che la storia della psicopatologiasocioflosofca
ricorderà sempre come colui che non mantenne fede alla minacciosa promessa di prendere a calci
in culo me, Leo Messi, il più grande flosofo dopo Evaristo Beccalossi e Johan Cruijff”.
Federico Leoni: “Il perculamento è finito?”
John Bottle: “Sì”
Federico Leoni: “Devo ricredermi: meglio la cicuta dei giullari, comunque il lavoretto tiene ed è
simpatico: qualche ingenuità nei dettagli “tecnici”, ma la parodia funziona. Per essere un dilettante
la sua padronanza di alcune meccaniche dell'humour è per certi versi sorprendente”
John Bottle: “Lei è davvero un uomo superiore: posso darle la delega per la prossima assemblea
condominiale, così quei ladri mi accollano le spese della manutenzione straordinaria di tutti gli
inquilini?”
Federico Leoni: “Dal punto di vista filosofico, la parabola esistenziale di un uomo che voleva fare
il carrellista e che è finito invece a scrivere immaginari colloqui con degli sconosciuti nelle notti di
luna calante...”
John Bottle: “Gobba a levante...”
Federico Leoni: “Esatto. Esatto e tangenziale. Dicevo: la parabola esistenziale di un uomo che
voleva fare il carrellista...”
John Bottle: “... e che è finito invece a scrivere immaginari colloqui con degli sconosciuti nelle
notti di luna calante...”
Federico Leoni: “... è di un interesse straordinario”
John Bottle: “Di straordinario ci sono solo i lavori condominiali: allora la prende la delega?”
Federico Leoni: “Sono un filosofo generoso: se la delega è utile per far decollare una cura del
senso e a mettere quindi in discussione le terapie analitiche ortodosse, mi accollerò la delega. Me la
legga e me la firmi, prego”
John Bottle: “Delego il dottor Federico Leoni a rappresentarmi in seno alla prossima assemblea
straordinaria con le seguenti direttive circa l'ordine del giorno: 1)Rifacimento facciate lato
Viareggio: negativo; 2)Accensione di un mutuo condominiale per il rifacimento di quattro lastrici

solari: negativo e vi mando la finanza, merde; 3) Varie ed eventuali: prendere appunti per continuare
a dimostrare quanto è stupido, e ladro, e opportunista, e falso, e meschino, e sciupatore di aurore
innocenti l'essere umano al fine di avviare l'eutanasia di qualsivoglia senso”
Federico Leoni: “L'ordine del giorno è bellissimo”
John Bottle: “L'ordine in generale, è bellissimo. Io soffro di pseudo invenzioni, quelle che creano
disordine”
Federico Leoni: “Posso capirlo”
John Bottle: “Se scrivo un racconto di rinascita e di riscatto, un racconto di trasformazione il cui
protagonista, regredendo (o progredendo) dal disumano al post umano e ritrovandosi umano, vince
finalmente qualcosa, mi aiuterebbe a pubblicarlo?”
Federico Leoni: “Quest'angoscia da ir-riconoscimento forse è meglio inserirla al punto 3 delle
varie ed eventuali della riunione condominiale...”
John Bottle: “Le comunico di averla gabbata once again: il racconto di rinascita e riscatto l'ho già
scritto. Il protagonista è un collezionista di diagnosi atroci che rimbalza, come una pallina impazzita
dei vecchi flippers, dalla psichiatria alla neurologia all'immunologia, ed infine annega nell'happy
end inventando e promuovendo le paralimpiadi della piccola caffettiera napoletana, nelle quali
vince la medaglia d'oro nel lancio della Moka!”
Federico Leoni: “E dove lo ha pubblicato?”
John Bottle: “Qua”.
Federico Leoni: “Qua!? Quid est qua?”
John Bottle: “Qua est a place where they used to say: “accidere ex una scintilla incendia passim”,
qua est un luogo nascosto dove la poesia compie atti autolesionistici graffiandosi il viso con gli
artigli del demenziale e del grottesco e nello specchio della sua solitudine cerca e trova l'acida
compagnia dello sberleffo”
Federico Leoni: “Il tentativo di contaminazione sperimentale si regge in piedi con enorme
difficoltà: dunque Lei si crede poeta?”
John Bottle: “Un poeta ed un contro-poeta”
Federico Leoni: “Quid est ciò che Lei chiama contro-poesia?”
John Bottle: “Sono una persona semplice, e posso solo offrirle degli esempi”
Federico Leoni: “Mi legga delle contro-poesie, dunque”
John Bottle: “Gliene metto in fila tre, ma penso le risulteranno ostiche”
Federico Leoni: “Declami liberamente”
John Bottle: “Eccole:
“PENSIERO STUPENDO
Se i discografici ti avessero lanciato come “Nicoletta Strambelli”,
non ti avrebbe filato nessuno,
trombetta sfiatata: almeno questo, lo comprendi?”
PASOLINI
Mi spiace ti abbiano fatto retromarcia addosso
perché tu, corsaro anti fascista,
funzionavi meglio dell'olio di ricino
nell'alleviarmi la stipsi.
LA PIOGGIA NEL PINETO
Taci.
Com'eravamo rimasti col pusher?
Odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane,
e questo è LSD - non coca - cara Ermione.
Ascolta.
Piove dalle nuvole sparse e speriamo che ai caramba non venga in mente
di far due passi in Versiliana.
Ermione, lo so che stai male: è normale stare male con un nome così.
E così via: le combinazioni a disposizione su questo registro sono infinite, chiaramente”

Federico Leoni: “Lei non ha un ruolo attivo-produttivo nella società, suppongo, giusto?”
John Bottle: “Suppone bene”
Federico Leoni: “Quasi quasi mi approprio del suo caso esistenziale e lo inserisco nelle note a piè
di pagina quando avrò voglia di rielaborare i miei appunti sul lavoro, precisamente all'altezza della
frase: “Si tratterebbe, cioè, di fare emergere la dimensione lavorativa del consumo e del tempo
libero, della comunicazione e del divertimento, del discorso marginale dell'intrattenimento e delle
infinite zone “marginali” in cui invece accade l'essenziale del nostro lavoro”
John Bottle: “Sono tutelato dalla SIAE come caso clinico, ma se mi produce un cd inedito che ho
intitolato “Non ho vinto il Premio Tenco”, le cedo i diritti sul mio caso esistenziale”
Federico Leoni: “Spio sempre con tenerezza ed ammirazione tutti quelli che con grande poesia
sono convinti di comunicare con il resto del mondo, ma nel frattempo il resto del mondo non si
accorge di loro”
John Bottle: “Ma questa è una frase di Nadia Baldi citata da me, su pesciparlanti.wordpresss.com,
nel don Chisciotte in analisi!”
Federico Leoni: “Vede John, ci sono due razze di ladri a questo mondo: quelli che rubano per
arricchire e quelli che rubano per dare un senso alla loro vita”: citare non è un reato, e l'ultima frase
ci saluta dal film “the Italian job...”
Massa, 3 novembre 2016
(To be continued...)
180meraviglie@gmail.com


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