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INCOSCIENZA DI CLASSE .pdf



Nome del file originale: INCOSCIENZA_DI_CLASSE.pdf
Titolo: Microsoft Word - INCOSCIENZA_DI_CLASSE.doc
Autore: giancarlo

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INCOSCIENZA DI CLASSE
Appunti di vita tardoadolescenziale di
GIANCARLO LO MAURO

La storia e i personaggi narrati, pur se basati su fatti realmente
accaduti, sono frutto della fantasia. Le omonimie presenti nel racconto
con amici e conoscenti, presi come spunto per agevolare la stesura di
queste noiose righe, sono state mantenute credendo così di fare cosa
loro gradita

INCOSCIENZA DI CLASSE
Appunti di vita tardoadolescenziale di
GIANCARLO LO MAURO

A mia figlia Arianna

1- Estate 1978 - PROLOGO
Aveva da poco compiuto diciassette anni, come
cantava Gaber, era anche magrolino, ma stava bene e non
aveva strane allucinazioni. Era tornato come ogni estate in
paese. Abbracciata la nonna Narda, scaricati bagagli e
malinconie tra i saluti dei vicini che un po' alla volta
scendevano in strada, da un cenno di suo padre capì che
aveva il permesso di prendere congedo e iniziare la vita
brada della vacanza a Petralia.
All’età di otto anni, in un mattino di settembre
ancora caldo d’estate, lo avevano portato via dal paese
per trasferirsi in città. La città scelta era del nord,
“comunista”, una perla di città, ospitale, strutturata,
organizzata, forse il miglior posto al mondo dove vivere,
ma quella migrazione forzata era diventata la scusa per
l’indole da esule del suo carattere. solitario, cauto, mai
ambizioso o appariscente, o forse ne aveva solo
accentuato l’intensità. Tutti i sognatori vivono come esiliati
dal proprio mondo immaginato.
S’incamminò così di buon passo, evitando di
incrociare il Corso, percorrendo i vicoli più nascosti della
zona orientale verso Sant’ To. I ciottoli, i muschi, le pietre e
gli infissi di legno antico delle case lo aiutavano a togliersi
di dosso quella patina cittadina come una doccia
decontaminante e, come sempre, riuscì a raggiungere
Piazza Loreto senza aver incontrato nessuno. La piazza
era nell’ombra, sotto le guglie colorate dei campanili della
chiesa luccicanti solennemente al sole. Si diresse verso
l’arco che portava al belvedere dove un ultimo diaframma
murario impediva alla luce rosata del tramonto di profanare
l’ombra sacrale della piazza. Dopo una lieve indecisione si
tuffò nel sinfonico panorama inondato di sole.
1

Finalmente a Petralia, l’estate non era vacanza se
non finiva a Petralia. Dal belvedere si può ammirare quasi
tutta la Sicilia centro-orientale, quella terra assolata era
l’unico luogo che riusciva a sentire come proprio, e provò
quasi vergogna per le ripetute vanterie di essere un ateo
anarchico apolide e senza patria, lì si sentiva davvero un
figlio della terra.
Da quello speciale punto di osservazione la Sicilia
non è un’isola, ma un continente, il mare che la circonda
non dà nessun indizio di sé. In lontananza l’effimera ed
azzurrina presenza dell’Etna dà un tono mitologico e
orientale al paesaggio. E’ una terra accidentata senza
nessuna rassicurante pianura, una sorta di mareggiata
fossile, cristallizzata in una apparente immobilità. Solo la
sua formidabile vista gli permetteva di scorgere il bruno
pulsare della coda di un mulo ai Salaci o la 127 che
arrancava lentamente tra la Salina e Verdi. L’aria pulita e il
riverbero della luce solare lo ipnotizzavano, non lo avrebbe
mai ammesso, ma quel panorama aveva molto dei campi
lunghi dei film western che avevano accompagnato le sua
infanzia.
Quell’ambiente reale e puro, gli procurava un senso
di infantile protezione e sicurezza. Eravamo negli “Anni di
Piombo” al loro epilogo. Qualche anno prima giocava
ancora con i soldatini, poi, come altri della sua età, si era
avvicinato alla politica. Dopo aver rischiato di essere
pestato per aver accartocciato un volantino del fronte della
gioventù o essere scambiato per un fascista solo perché
somigliante a qualcun altro con i capelli corti come i suoi,
era stata una necessità. Aveva cominciato a leggere e ad
informarsi, insomma a prendere coscienza. In pochi mesi
era già pronto a fare la rivoluzione, ma solo quella vera,
esprimendo sempre ritrosia e diffidenza nei confronti delle
2

dimostrazioni di forza che per lui tanto avevano in comune
con le azioni repressive della controparte. Il ‘78 era iniziato
con la strage di Acca Larentia e poi via Fani, l’assassinio di
Fausto e Iaio, l’esecuzione di Moro e l’assassinio di
Peppino Impastato. Si insinuavano fastidiose spine di
perplessità sul corretto indirizzo del suo impegno politico,
ma quel panorama concedeva un sacro momento di
pausa, lontano dalle battaglie del mondo.
Il suo sguardo si sforzò di trovare un indizio di Raffo,
borgo agricolo nascosto dietro la collina vicino la Salina.
Qui vivevano i cugini, figli di Epifanio Li Puma, sindacalista
e socialista assassinato da sicari mafiosi nel ‘48 nelle
campagne dell’Arbuchia. Solo perché era riuscito ad
organizzare uno sciopero dei mezzadri per pretendere che
venissero rispettati, nella divisione dei raccolti, i minimi
stabiliti per legge, per pretendere una legittima dignità per i
contadini che probabilmente nella scala sociale di allora
venivano dopo i cani del barone.
Sentì uno scalpiccio provenire dal porticato di
ingresso al belvedere e fu costretto ad interrompere le sue
intense riflessioni conservando una posa teatralmente
riflessiva. Sbucò fuori Peppuccio, con una barbetta incolta
da mormone, abbagliato dal contrasto di luce si guardò
intorno prima di dirigersi con i gomiti tenuti alti in segno di
urgenza e solennità verso di lui, che nel frattempo si era
girato rimanendo staticamente appoggiato all’inferriata del
belvedere.
Non si vedevano da Natale quando la barbetta era
appena accennata. Avrebbe avuto voglia di corrergli
incontro, abbracciarlo, tirargli la barbetta ed esternargli
tutta la gioia di essere di nuovo insieme, ma le movenze
alla Braccio di Ferro e lo sguardo di Peppuccio che non
accennava ad alcuna clemenza lo fecero desistere.
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Quando furono di fronte, a Peppuccio crollò il
cipiglio e il lato sinistro delle labbra si inarcò in un leggero
sorriso. – Come stai? – si abbracciarono alla fine – Ero
passato a salutare i tuoi, pensavo che tu non fossi venuto,
ma tuo padre mi ha detto che te ne eri già salito verso la
piazza e ti sono venuto a cercare – .
Peppuccio era della cerchia di amici quello con il
cuore più grande. Chiunque gli avesse esposto un
problema avrebbe trovato aiuto e comprensione. Era un
ragazzo in cui l’empatia era in eccesso, e forse per
proteggere questo dono da chi lo considerava una
debolezza assumeva atteggiamenti e linguaggi rudi
apparentemente cinici e insensibili. Si era trasferito con la
famiglia in città un mese dopo della sua partenza per
Bologna, era andato a vivere a Palermo, una metropoli
difficile e mafiosa ma che aveva il pregio di essere a poco
più di un paio d’ore di corriera dal paese.
– Avevi scritto che quest’anno saresti venuto da
solo, in treno o in autostop –
– Mi sono fatto lasciare Latino con 5 e quindi
eccomi qua –. Peppuccio sorrise – sceccu! Tuo padre era
il più bravo delle Madonie in latino e tu ti fai rimandare –.
La tirata di orecchie fece ricordare a Peppuccio
l’atteggiamento severo che non era riuscito a mantenere
fino in fondo, raddrizzò le spalle, aggrottò la fronte e si
avvicinò inclinando la testa alle orecchie dell’amico. Con la
maggiore gravità che potesse esprimere, disse – a Giancà,
vedi che è da una settimana che gira per il paese una
ragazza che ci sta rumpiennu a minchia a tutti parrannu di
tia, dici che è a to zita, tu nni sa nenti? – La frase, iniziata in
italiano e finita a rotolare in siciliano era indubbiamente una
formale accusa per aver sedotto una innocente creatura,
senza averne dato notizia agli amici.
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Seguì qualche minuto di silenzio, che vanificò tutto
lo studiato e incalzante castello interrogatorio. Quello che
si sarebbe aspettato Peppuccio era una pronta e sincera
confessione che accompagnata dalla promessa di un
gesto riparatore avrebbe messo tutte le cose a posto.
Invece era rimasto con la fronte aggrottata in una
espressione da tapino, in attesa di ulteriori dettagli. Non
riusciva a capire di cosa si stesse parlando, pensò che per
una accresciuta cattiveria, forse causata dalla nuova
barba, Peppuccio avesse deciso di fargli uno scherzo.
Accennò un sorriso che andò ad inebetirsi nella vana
ricerca mentale di una risposta appropriata alla statica aria
inquisitoria che lo sovrastava. Si accese nella sua mente
una flebile luce che gli fece uscire un insicuro e tremolante
sussurro – Cinzia, forse? – quel forse era già l’ammissione
di aver dato la risposta sbagliata.
Cinzia, a metà estate dell’anno passato, lo aveva
iniziato ai piaceri ed ai tormenti del desiderio, regalandogli
il primo bacio. Era una piccola frizzante ragazza riccia,
bellissima. La vezzosa fessura in mezzo ai denti le dava un
sorriso smaliziato e canzonatorio, e nonostante fosse
corteggiata da molti, si sentiva attratta da quel timido e
schivo ragazzo. Per qualche giorno lo aveva corteggiato
scherzosamente, ricevendo in risposta una inaspettata
ritrosia degna di una fimmina isolana di mezzo secolo
prima. Andava adducendo infondate scuse di
incompatibilità politica, essendo lui un proletario anarchico
e rivoluzionario e lei una borghese per nulla pentita della
sua situazione sociale, mascherando con la politica la
vigliaccheria di affrontare un mondo per lui ancora
incognito. Cinzia, divertita da quelle puerili schermaglie
amorose era in verità più rivoluzionaria di lui e, con la
complicità della luce di uno dei tanti impareggiabili ed unici
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tramonti siciliani lo trascinò a fare una passeggiata alla
Madonnina, lo fece sedere sul sedile di pietra dando le
spalle al panorama e al sole, si sedette sulle sue ginocchia
e incantandolo con i suoi ricci scintillanti gli diede un lungo
e appassionato bacio, poi si ritrasse lentamente ad
osservare l’attonita espressione della sua conquista.
Serissimo, con le guance rubiconde tentava di
mantenere un aspetto sobrio e rilassato, appariva però
stupidamente inespressivo, quel bacio gli aveva dato una
scarica di emozioni indecifrabili, ebbrezza solletico
meraviglia e stordimento, impossibili da gestire
contemporaneamente.
– E’ la prima volta vero? –
Quella domanda riuscì ad innescare il processo di
ripresa anche se la risposta che diede dimostrava un totale
crollo cognitivo – Cosa? …ah si, quasi –
Ricominciò in parte a ragionare. Al contrario di
quello di lei, il suo bacio non doveva essere stato
all’altezza delle aspettative pensò, e quel “quasi” che gli
era scappato poi. – se me ne dai un altro e mi rifai la
domanda ti risponderò di no – Lei sorrise e teneramente lo
baciò di nuovo.
Il giorno dopo Cinzia era andata via per finire
l’estate al mare e non si eravamo più rivisti. Quei baci gli
erano rimasti a pungere lo stomaco per qualche tempo,
ma era sopravvissuto, con qualche magone neanche tanto
mascherato.
Malgrado il loro rapporto non avesse avuto una
durata sufficiente a potersi dire rapporto, la conosceva
abbastanza da essere certo che Cinzia non poteva
assolutamente aver passato una settimana a parlare di lui
paesepaese…

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Peppuccio, la cui barbetta sembrava cresciuta
trasformandolo in una sorta di Mosé con tavole della legge
allegate, non aveva colto in quel “forse” la ritrattazione
della risposta data e infastidito dal sorrisetto che il ricordo
di Cinzia aveva stampato sulla faccia dell’imputato rispose
secco: – No, Cinzia quest’anno non si è ancora vista –.
– sto parlando di Giulia –.
I suoi occhi andarono a cercare intorno il ricordo di
Giulia. Guardò il cielo nel suo punto più blu e lo trovò.

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2 - Estate 1977 - GIULIA
Agosto stava finendo, ancora non era calata la
prima tramontana che avrebbe dato inizio alle fresche
serate anteprima dell’imminente stagione autunnale. Enzo,
da poco tornato da Como, era stato rimandato in
matematica e con l’intenzione di aiutarlo nella
preparazione dell’esame di riparazione passavano tutti i
pomeriggi insieme. In verità invece di studiare si
perdevano a raccontarsi storie, scambiarsi opinioni e
informazioni su libri, musica e politica e ad andare in giro
per il paese facendo ogni tanto rocamboleschi finti duelli di
spada o pistola.
La loro era una amicizia fraterna, avrebbero
condiviso ogni cosa se l’avessero potuto e in tanti anni di
frequentazione non avevano mai avuto uno screzio, un
fastidio o un momento di disaffezione. Enzo era dotato di
una fortissima sensibilità non solo verso gli altri, ma verso
tutto quello che gli stava attorno, aveva la rara capacità di
vedere quel lato particolare o quelle qualità delle cose che
gli altri non riuscivano a cogliere.
In una pausa tra le assillanti attività di quella estate
giacevano scompostamente sdraiati al monumento sul lato
che guardava le vetrine anni 50 dell’emporio di Don Emilio.
A Petralia il monumento commemorativo dei Caduti
della Grande Guerra è forse l’unico in Italia, anzi in tutta
Europa che sia diventato un luogo di vita, incontro e
riposo. Si erge sul marciapiede davanti al Municipio al
centro della quadrata piazza principale del paese, a
chiazza, simmetricamente ornata di cedri e lampioni. Ha Il
lato che guarda il corso decorato da una eccellente
statuaria in bronzo, tragica e magniloquente, tipica dei
monumenti ai Caduti. Sugli altri lati corre continuo un
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basamento di circa cinque metri di lato alto una settantina
di centimetri, in basalto grigio scuro perfettamente liscio e
ideale per sedersi o sdraiarsi. Chiunque durante il giorno
può approfittare dell’ombra dell’alto obelisco che ne
occupa il centro, o la sera riscaldarsi al tepore che la pietra
rilascia. A Petralia dire ni vidiemu a chiazza vale a dire ci
vediamo in giro, tanto che per indicare l’essere a
passeggio si usa dire irisinni chiazza chiazza. dire invece ni
vidiemu o monumentu indica una posizione precisa e
inequivocabile che presuppone un momento di sosta e
socializzazione. E’ un luogo usufruibile da tutti, paesani e
forestieri, senza distinzione di età, genere, religione e
classe sociale. Stando seduti sul quel sedile i piedi
rimangono penzoloni ed è forse la posa infantile che
assume chi si siede che inspiegabilmente, non avendo
nessuna delle caratteristiche peculiari delle aree giochi,
attira magneticamente i bambini che si arrampicano e
corrono pericolosamente sul ciglio del gradone mettendo
in apprensione i relativi tutori.
Era il primo pomeriggio e il sole ancora alto non
concedeva la giusta ombra alle sedute intorno al
monumento. I due amici come lucertole stavano immobili
sotto il sole: lui coricato diritto sulla schiena con i piedi
incrociati e le mani giunte sul ventre, Enzo a pancia sotto
con la testa poggiata su un braccio e una gamba piegata,
quasi che fosse tra le coltri di un lussuoso letto.
Dall’angolo della piazza, provenienti dal belvedere del
Carmine sbucarono due ragazze.
Aprì la palpebra dell’occhio più vicino alla loro
posizione, giusto una fessura sufficiente a permettere di
vedere. Una era una ragazza di colore, snella, con i capelli
raccolti dietro la nuca in una esplosione di ricci, vestita con
jeans e camicetta aderenti sembrava quasi fosse
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un’indossatrice, teneva ferma con la mano destra una
grande borsa di stoffa colorata appesa sotto il braccio,
l’altra aveva lunghi capelli castani, i Jeans e la camicia
azzurra le stavano un po’ abbondanti e le pendeva una
borsa di pelle dalla spalla come se fosse stata dimenticata
lì per sbaglio, si girò per sussurrare qualcosa alla
compagna svelando degli ipnotizzanti occhi blu incastonati
in un viso ovale delicato, quasi da bambina.
Serrò le palpebre come se ne fosse stato
abbagliato e apri l’altro occhio guardando con insistenza
Enzo che nel frattempo aveva girato la testa dal lato delle
ragazze e le osservava con intensa distrazione. Con un
lieve movimento della testa fece capire che non erano
persone conosciute, poi continuò a seguire con lo sguardo
il loro procedere lievemente imbarazzato. Potevano
sembrare due turiste in gita ma si muovevano con troppa
sicurezza e poca curiosità rendendo quella ipotesi
improbabile. Quando le videro sparire nell’ombrosa via
Generale Medici si alzarono di scatto e all’unisono, in
punta di piedi corsero con fare circospetto ad appiattirsi
contro la vetrina d’angolo dell’emporio. Si avvicinarono
all’estremità dell’edificio e, lui in piedi. Enzo chinato sotto,
sporsero con estrema precauzione la testa fuori dallo
spigolo dell’isolato per spiare le due sconosciute, come se
stessero giocando a mmucciaredda. Le ragazze avevano
già raggiunto parlottando il portone della Chiesa del
Collegio, le loro siluette si stagliavano nel controluce che
creava lo slargo davanti al negozio di Nicolino.
– Secondo me stanno andando ai Quattro Cannoli –
disse, – Arriviamoci prima noi da sotto – rispose Enzo e
dopo un reciproco sguardo di intesa si precipitarono a
correre verso l’angolo opposto sullo stesso lato della
piazza infilando l’intreccio di vicoli centrali e in parte non
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carrabili del paese. La corsa, resa ancor più rumorosa
dalla ristrettezza di quelle stradine, rompeva ad ogni
cantone la pace e la tranquillità che vi regnavano, tanto
che per un’istante pensò di rallentare. Enzo davanti non
accennava a diminuire l’andatura, il giro era lungo e per
arrivare in tempo bisognava spingere sulle gambe.
Quando sbucarono in via Garibaldi approfittò dell’arresto
di Enzo, che si era fermato a controllare se in cima alla
salita ci fossero le ragazze, per superarlo; girò verso il
Piano della Chiesa, poi a sinistra e poi a destra sotto il
porticato. Si arrestò ansimante contro lo spigolo
all’intersezione con via Generale Medici aspettando
l’amico per fare capolino sulla strada principale. Enzo
arrivò di corsa e simulando una incapacità di controllo
della frenata lo tamponò violentemente facendolo rovinare
allo scoperto.
Si trovò così carponi in posizione più da preda che
da cacciatore davanti alle due signorine che intimorite si
erano fermate fissandolo interrogativamente per valutare
se mettersi in guardia o prestare aiuto. – Ti sei fatto male?–
disse la ragazza con gli occhi azzurri. La sua voce aveva
uno nota particolare, gli entrò dentro come il canto delle
sirene di Ulisse. Sembrava che avesse una doppia tonalità
di cui una dissonante, rimase incantato come la prima
volta che aveva ascoltato una canzone di Billie Holiday.
Si rialzò tenendo gli occhi bassi e sfregandosi le
mani per pulire la polvere che aveva raccolto da terra nella
caduta – Scusate – disse ancora con il fiatone – stavo per
cascare –. Dopo essersi spolverato i calzoni sollevò lo
sguardo ad incrociare quello della ragazza dalla voce
d’incanto perdendosi per un istante in quel blu pieno di
curiosità che lo fissava intensamente. Sbucò fuori Enzo
anche lui ancora ansimante, con la più credibile faccia da
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gnorri che potesse fare, sorrise e disse cordialmente – non
avete ancora bevuto alla magica fonte dei Quattro
Cannoli? – indicando la fontana che stava alle spalle delle
ragazze, che rimasero con una espressione interrogativa
ma già rilassata, la situazione non sembrava nascondere
pericoli. – No – dissero insieme, – ma è potabile? – chiese
la ragazza di colore. – Certo, se non si può bere a che
serve una fontana – rispose Enzo che era salito sul
pietrone posto di fianco al catino dell’unica bocca con
l’acqua e si era già chinato a bere.
– Enzo! Maleducato, prima gli ospiti – gli disse con
aria di rimprovero.
– Enzo – ripeté la ragazza di colore quasi come se
prendesse appunti – io mi chiamo Maria –
– Io Giulia –. Tutti gli sguardi si puntarono su di lui
che aspettò a parlare che l’attesa della sua presentazione
non passasse il limite del fastidio – io sono Giancarlo –
disse con un sorriso di stima per aver creato un momento
si suspense.
La fontana dei Quattro Cannoli è un eccellente
manufatto in pietra che occupa il centro dell’omonima
piazza, ha un fusto quadrato barocco di pietra decorato
con volute sormontato da un lampione in ferro battuto, ai
quattro lati del fusto sopra catini a conchiglia ci sono i
quattro cannoli in ottone giallo abbastanza lunghi da
permettere a chi si accosta per bere di appoggiarvisi con
una mano. Da una sola delle bocche sgorgava acqua
cristallina, le altre, forse perché la portata della fonte nel
tempo si era affievolita, erano tappate con turaccioli di
sughero e gocciolavano disordinatamente.
– Ma che cos’ha di magico questa fontana? –
chiese Giulia con gli occhi che brillavano di curiosità.

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– E’ la fontana dell’odio e dell’amore – rispose
prontamente Enzo, simulando come antica verità una
invenzione improvvisata al momento.
– Sì, quella dell’Orlando Furioso – aggiunse Giulia
con aria saputa
Guardandola giocherellare con l’acqua puntualizzo
saccente – E no, è l’Orlando Innamorato del Boiardo –.
Maria interruppe quella che poteva diventare una
disquisizione letteraria facendo sfoggio della sua buona
matematica – Ma i cannoli sono quattro –.
Dopo aver pensato ad un altro binomio possibile
aggiunse – Gli altri sono della ricchezza e della povertà –.
– Già, ma siccome i ricchi diventavano sempre più
ricchi ed i poveri sempre più poveri, alla fine qualcuno le
ha mischiate tutte insieme … e capimmu che non era
colpa dell’acqua se i ricchi erano ricchi e i poveri poveri –
Concluse Enzo con siciliana rassegnazione.
Giulia e Maria bevvero a turno un sorso d’acqua
quasi per non fare complimenti. – Siete arrivate da molto in
paese? – chiese accostandosi al cannolo per bere.
Continuava a osservare Giulia che con concentrazione
accarezzava le lisce curve della pietra di una delle vasche
a conchiglia. Enzo con movenze da gatto si era intanto
arrampicato sul catino della bocca opposta a quella che
gorgogliava acqua e appena capì che stava avvicinando le
labbra alla fontana soffio dentro al cannolo con tutta la
forza che aveva. Il getto d’acqua lo colpi in piena faccia,
era uno scherzo che conosceva bene, ma la distrazione di
Giulia gli aveva fatto abbassare la guardia.
– Mi butta in terra, mi fa i gavettoni ed è uno dei miei
migliori amici – si lamentò con aria sconsolata
asciugandosi la faccia gocciolante.

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– Siamo arrivate ieri – rispose Maria ridacchiando
per lo scherzo andato in scena. – da Palermo – aggiunse.
Enzo che era intanto saltato giù con simulata
goffaggine la guardò con un occhio spalancato come
attraverso la lente di Sherlock Holmes, a dimostrare la
propria incredulità.
– e voi? – chiese Giulia afferrando con una mano la
borsa di pelle come se avesse ricordato di averla addosso
solo il quel momento.
– Noi siamo nativi. Sopranesi –.
– Ma lei non è di Palermo – insinuò Enzo riferendosi
a Maria che, a parte il colore della pelle, nel parlare aveva
una leggera erre moscia e metteva poca intensità nelle
doppie consonanti. Lei sorrise con complicità e si voltò per
sviare la domanda.
Mentre si asciugava un’ultima goccia sotto il mento,
Giulia lo guardò con aria furbetta e puntandogli l’indice
rigirò l’insinuazione – Ma neanche tu sei di Petralia –
In effetti aveva completamente perso le inflessioni
siciliane nel parlare. Né aveva preso il forte accento della
città di adozione, rimanendo così con un linguaggio
neutro, senza radici. Ogni volta che tornava in paese un
po’ alla volta riprendeva una cadenza e una grammatica
più sopranese, che risultava però impercettibile agli isolani.
– Perché non dovrei essere di Pitralia?
Spinto da patrio amor non da guadagno
Si offrì Don Paolo Macaluso compire
Questo corso d’acqua e questo stagno
Per ben dei sopranesi e per loro uso –
Giulia si girò a cercare il punto in cui era fisso il suo
sguardo mentre declamava in posa da giullare. Vide la
targa in pietra sul muro e si girò sorridendo.

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– È un paese di grande cultura questo ed ha scuole
altamente qualificate – quest’ultima precisazione era un
dovuto elogio riferito a suo padre che sembrava fosse
stato maestro elementare di metà della popolazione
madonita.
– Vabbè, dopo tutte ‘ste minchiate perché non ci
andiamo a pigliare una bella granita al Bar D’Alberti? –
tagliò corto Enzo muovendosi in direzione di Maria che si
era già incamminata. – però non ve la possiamo offrire,
questo è un paese di cultura non di piccioli –.
Insieme raggiunsero la piazza chiacchierando e
studiandosi, Svelò il suo vivere a Bologna e Maria il suo
essere del Madagascar.
I due amici con fare da ciceroni le portarono a
gustare la granita, offerta dalle ragazze, in giro per il
paese. Scesero a vedere il cartello con la O dell’ex
ospedale, arrivarono a porta Sìeri e salirono alla Pinta, la
collina erbosa che sovrasta l’abitato. Parlarono di scuola,
di motociclette, di musica e matematica, ma a nessuno
venne in mente di chiedere per quale motivo fossero lì, se
avevano discendenze o parenti. Insomma la domanda “a
ccù appartienunu ssi carusi?” che chiunque avrebbe voluto
fare, in quel momento era superflua e poco interessante.
A pomeriggio inoltrato sotto un cielo che presagiva
il tramonto si ritrovarono nel punto dove si erano
conosciuti. – Noi dobbiamo tornare a casa ora – dissero le
ragazze.
Raggiunsero a piccoli e lenti passi la piazzetta
dell’Oratorio, ognuno aspettando che l’altro dicesse
qualcosa di conclusivo.
– Stasera? – chiese Enzo facendo invece intendere
che non riteneva ancora arrivato il momento per un degno

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epilogo. Le due ragazze si guardarono sconsolate
cercando appoggio l’una negli occhi dell’altra.
– No, non possiamo, ci vediamo domani in piazza –
disse Maria rompendo la lunga esitazione al congedo che
aveva paralizzato tutti e quattro.
Le coppie si separarono lasciando lo slargo ancora
inondato di luce per prendere strade già nell’ombra,
L’ultimo sguardo di Giulia lo colpì come una freccia, ebbe
l’impressione di precipitare ma in verità era la forte
pendenza di via Garibaldi che stimolava ad affrettare il
passo. Scendendo baldanzosi si guardavano con somma
soddisfazione – Ti Piacì ssa Giulia eh? Bbiddazzu –
scherzò Enzo dandogli un rovescio sulla collottola. – e
pirchì ugn’è bedda? – rispose con una affermativa
interrogativa in siciliano ciancicato.
Quella sera, dopo cena raggiunse il monumento
facendo tutto il giro del corso. Il paese cominciava a
spopolarsi dei cosiddetti villeggianti. Inequivocabilmente
faceva parte di questa categoria anche se non amava
sentirselo dire e presto anche lui sarebbe spopolato.
Sul lato sinistro del monumento c’erano sparuti
gruppi di persone, sul lato opposto sedevano gli amici.
Peppuccio in piedi con le gambe incrociate e le braccia
conserte discuteva con perplessità con Lillo seduto
accanto a Piero che si guardava intorno esplicitamente
annoiato. Gandolfo, ancora cagnuolu, si aggirava per la
piazza. All’estremità del sedile in pietra sedevano
parlottando Anna, Dina e Katia, anche loro cagnuliddi.
Anna aveva due bellissimi occhi da gatta di un colore
ambra-dorato, Dina era imbronciata nel suo caschetto
nero di capelli, Katia aveva una faccia dolce che
nascondeva un carattere da birba. Proprio come se
fossero bambine, ci si rivolgeva alle tre adolescenti sempre
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in tono scherzoso, e quando si parlava di cose serie non le
si prendeva ancora in considerazione. Non aveva ancora
acquisito confidenza sufficiente per poter scherzare con
loro e si teneva sempre un po’ alla larga, avrebbe rischiato
magari di ferire la permalosità di Dina. In piedi davanti a
loro Dino e Fabio, dritto sui suoi bastoni, seguivano con
attenzione i discorsi di tutti.
Si avvicinò lentamente.
Argomento di conversazione era la fuga dal carcere
di Kappler, avvenuta una decina di giorni prima. Lillo,
sempre un po’ carabiniere, sminuiva l’accaduto asserendo
che ormai era un vecchio ed avrebbero dovuto lasciarlo
uscire prima, Peppuccio era dalla parte della ferma
condanna del nazismo e dei suoi assassini, ma si sentiva
sulle spine perché, in fondo, pensare a quel vecchio
rinchiuso in prigione lo muoveva a pietà. Quando lo vide
arrivare sembrò sollevato sapendo di trovare un valido ed
intransigente appoggio alla sua causa.
Da dietro il monumento sbucò fuori Enzo che
abbaiò un “BUH” alle spalle del gruppetto. Piero rimase
impassibile, Lillo cominciò ad esprimere tutta la sua
disapprovazione simulando la babbitudine dell’amico in un
falsetto cantilenante. I discorsi seri momentaneamente
venivano messi da parte, Fabio si inseriva nel battibecco
attirando su di se le rimostranze di Lillo. Li raggiunse
Gaetano, era il latin lover del gruppo. Le tre ragazzette si
impettirono con serietà, era evidente che una di loro, o
forse tutte e tre, avevano una segreta cotterella per quello
sciupafemmine. Lillo abbandonò la lite con Fabio per
canzonare l’ultimo arrivato che si appoggiò al sedile
sopportando con pazienza i lazzi dell’amico.
Mentre gli venivano passate le consegne della
discussione su Kappler, fu Fabio a riattivare il pensiero blu
17

che aveva turbinato nella sua mente per tutta la sera,
placato solo dal pirotecnico spettacolo degli amici – Avete
visto le due ragazze che giravano oggi per il paese? una
niura e una biunna –. A Petralia era facile diventare biondi,
bastava un piccolo riflesso chiaro nei capelli per
accendere il dubbio. Neanche Fabio le aveva viste, ma
riusciva sempre ad essere informato sulle chiacchiere e i
pettegolezzi del paese.
– Io e Giancarlo siamo stati con loro tutto il
pomeriggio – si vantò Enzo con aria di superiorità.
– Boom! – sparò Lillo – e nuatri niscimmu ccu
Ornella Muti –. Questa frase riuscì a smuovere la noia di
Piero, che accenno un sorriso compiaciuto.
Enzo si girò a richiedere supporto, ma ricevette
solo un – sì, è vero – che poteva anche sembrare una
complice risposta di spalla a inventate fantasie. Non aveva
voglia di parlarne e non aveva nulla di cui vantarsi,
tutt’altro. Il pensare a lei gli provocava una fastidiosa ma
piacevole costrizione che andava tenuta ben chiusa e
protetta dentro di se, parlarne poteva solo farla volare via.
Riprese a disquisire di Resistenza e Guerra di
Liberazione con Peppuccio e Gandolfo che aveva fermato
lì il suo vagabondare.
Enzo comprese la reticenza dell’ amico e cominciò
da solo a descrivere con discrezione le due ragazze,
raccontando il pomeriggio trascorso in loro compagnia.
Gaetano si alzò per ascoltare meglio, era un argomento
sicuramente interessante per lui.
Non vista, dietro i riflessi delle vetrate dei balconi
che si affacciavano sulla piazza, Giulia osservava la giostra
di personaggi che girava al monumento. La sua attenzione
si fermava spesso su quel ragazzo che qualche ora prima
non era riuscito a nascondere l’attrazione provata per lei.
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Il mattino seguente si era alzato presto per le sue
abitudini, aveva girovagato per il paese premurandosi di
passare il più possibile dalla piazza . Lo stesso aveva fatto
Enzo anche se con minore assiduità. Non si erano
accordati prima, ma involontariamente avevano attuato un
presidio costante fino all’ora di pranzo. Delle due ragazze
nemmeno l’ombra.
Alla stessa ora in cui le avevano avvistate il giorno
prima si ritrovarono entrambi puntuali al monumento.
Stavolta non si stravaccarono, ma rimasero, come se il
sedile scottasse, in leggero appoggio su una sola gamba
nella speranza di doversi presto rialzare.
Anticipate dal rumore dell’aprirsi e sbattere di un
portone, sbucarono con identica puntualità le due fanciulle
sorridenti. La perfetta riga in mezzo ai capelli di Giulia,
recente lavoro di un’abile spazzola, rendeva Il suo viso più
da bambina di come lo ricordasse. I suoi occhi erano
insindacabilmente più blu.
– Noi abitiamo qui – Giulia indicò il palazzo che
stava sopra di loro. Era un segno del destino pensò,
all’ultimo piano di quel palazzo, quando era bambino,
aveva abitato la sua fidanzatina Elli. A volte tradiva il suo
acerbo
razionalismo
per
sognare
intrecci
di
predestinazione.
Ci volle un po’ per abbandonare l’impaccio causato
da quello che involontariamente sembrava diventato un
appuntamento in piena regola, ma le formalità non erano
proprie a nessuno dei convenuti e riuscirono subito a
recuperare la spontaneità e la spensieratezza del giorno
prima. Si incamminarono verso la madonnina, dove aveva
ricevuto il bacio iniziatico di Cinzia, parlando e scherzando
insieme.

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Mentre Enzo aiutava Maria a scoprire i tanti punti
notevoli nascosti nel paesaggio, si appoggiò con Giulia sul
sedile di pietra. Lo avvisò, quasi per precauzione, che il
mattino seguente sarebbero ripartite per Palermo, ma che
più avanti sarebbero tornate. Lui disarmò le speranze di
ulteriori incontri, i suoi giorni di permanenza erano contati e
di repentini ritorni non se ne parlava proprio.
Si sedettero anche Enzo e Maria, mentre il discorso
era arrivato a toccare la politica, Giulia chiese dei fatti di
marzo di Bologna. Riuscì a scherzarci sopra raccontando
di carrarmati ad ogni angolo di strada e di una portaerei
americana ancorata sul Reno in attesa di intervenire con
l’aviazione, ma il ricordo drammatico di quei giorni lo fece
tornare alla realtà. Raccontò dell’ostracismo di CL e il
violento intervento della Polizia, poi l’immotivato e gratuito
assassinio di Francesco Lo Russo, le barricate e
l’intervento delle due autoblinde a presidiare l’Università.
Una ferita, un’offesa gravissima alla città dove viveva. La
sera del giorno successivo, dopo l’irruzione della polizia a
Radio Alice aveva provato a raggiungere la zona
universitaria, ma via Zamboni era sbarrata dai blindati con
soldati che puntavano i fucili a tutti quelli che tentavano di
avvicinarsi e plotoni di polizia e carabinieri presidiavano
tutti gli altri accessi, caricando e arrestando a casaccio
chiunque si trovasse in zona. Era poi tornato a casa senza
aver potuto fare nulla. Giulia, incantata come Nausica al
racconto di Ulisse – Meglio così – disse posandogli una
mano sulla gamba. Quel gesto di preoccupazione nei suoi
confronti gli diede una scossa al cuore. Parlarono d’altro.
Giulia raccontò di Palermo, del padre con cui viveva prima
e di quello che aveva adesso, rimanendo colpita della
indifferenza dei ragazzi a quella che lei riteneva una strana
situazione familiare.
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– A proposito di mio padre, dobbiamo tornare a
casa. Ci accompagnate? –
Prima di arrivare in piazza, riuscirono a mettere in
piedi un programma per la serata che poteva coincidere
con gli orari da caserma imposti dal padre di Giulia. Un
paio d’ore dopo, alle sette si sarebbero visti in pineta,
sarebbero andati a mangiare una pizza a Cerasella, un
ristorante fuori paese, e per le dieci avrebbero fatto ritorno
a casa. Attraversarono da carbonari la piazza sotto lo
sguardo civettuolo di qualche amico e raggiunsero il
portone del palazzo.
Quando si salutarono le disse facendo finta di
scherzare – se non ci sarai mi spezzerai il cuore –.
– Ci saremo – disse Giulia felice di quella sfacciata
adulazione.
I due amici invece di correre a farsi una doccia,
profumarsi e mettersi i vestiti migliori, andarono per prima
cosa a bere ai Quattro Cannoli, allora la cosmesi non era
considerata una qualità ma un difetto ed entrambi avevano
la fortuna di non puzzare tanto. Scesero duellando di
spada fino alla casa di Enzo, misero una cassetta dei King
Crimson e, Enzo sdraiato nel letto e lui su una sedia. si
misero a immaginare, con le mani giunte sotto la nuca, la
bella serata che li attendeva.
– Oggi, niente matematica? – disse – vidi ca si nun
studi na menzura un ti fazzu nesciri – si guardarono e
scoppiarono in una fragorosa risata.
Arrivarono in anticipo al “Boschetto Comunale”
chiamato da tutti “la pineta” e si sedettero pazienti in uno
dei sedili in pietra vicini all’ingresso dalla Pinta. Il tempo
che mancava all’ora dell’appuntamento sembrava si fosse
dimenticato di trascorrere.

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Arrivarono finalmente le sette, si sorrisero trepidanti,
ma tutt’intorno fino all’ingresso del paese oltre
l’Acquedotto non c’era anima viva. Cominciarono ad
arrivare gruppi di persone, in auto e a piedi. Passò ancora
una mezzora ed il tramonto era ormai vicino.
– Sti fimmini …–.
Quando il sole si inabissò dietro l’occidente,
guardarono tramontare con il disco solare le loro speranze.
Davanti al cancello si fermò una 124 bianca, l’uomo alla
guida si girava nel sedile in attesa di qualcuno, rimase una
decina di minuti e poi ripartì.
Le otto.
Sopraggiunse Dino trafelato, si guardò intorno
fermandosi davanti al cancello, notò i due amici seduti e
mogi – ch’ura è? – chiese. – Le otto e cinque –
Dopo qualche minuto di impazienza – Non è che
avete visto una 124 bianca? –.
– Sì, è partita una decina di minuti fa –
– Minchia! Non mi ha aspettato. Mu pirdiu – disse e
andò a sedersi sconsolato in mezzo agli amici che si
allargarono a fargli posto, sembrava che lo sconforto fosse
diventato contagioso. Per la seconda volta il juke box
aveva suonato tra altre canzonette “non si può morire
dentro”, uno strazio. Enzo si informò dei problemi che
affliggevano il nuovo compagno di disperazione – Ma che
è successo?– Dino raccontò che avrebbe dovuto essere a
Bagheria a vedere il concerto di Finardi e aveva perduto il
passaggio che si era procurato per recarvisi, Enzo gli
raccontò del bidone tirato a loro dalle due belle ragazze
facendo in modo che tutti fossero al corrente di tutto.
Si fermò allora una Simca 1100 verde, ne smontò
Filippo, un amico villeggiante di Palermo poco più grande
di loro, chiacchierone e maldestro si univa spesso alla
22

compagnia di amici. Si vestiva da adulto, con un
giubbottino di cotone, pantaloni chiari con la riga ed
eleganti scarpe di corda, sempre ben pettinato, quasi
cotonato. Vide i tre muti compagni di pena seduti in fila
sullo stesso sedile e si fermò con aria incredula.
– Cchi ffa? – chiese Enzo, nel timore che volesse
unirsi anche lui a quel coro di disperati, il sedile era già al
completo.
– Che faccio? Niente faccio, ormai stanno andando
tutti via dal paese –.
A Dino si accese un sorriso di speranza e alzandosi
in piedi disse – Ti piace Finardi? –
– Certo che mi piace –
– E allora forza! Andiamo a Bagheria che sta per
iniziare il concerto, la benzina te la pago io –.
Filippo ci pensò comicamente per un istante,
sembrava un attore del cinema muto – Andiamo – disse
tenendo bene in vista l’autoradio seguito da Dino
saltellante di gioia. Si fermò di scatto, ed equivocando che
gli altri due fossero li costretti dallo stesso cruccio – Allora?
Che fate? – sollecitò.
Enzo gli diede una pacca sulle spalle, si alzarono di
scatto, corsero a raggiungere gli altri, entrarono in
macchina e partirono per Bagheria. Alla fine del ripido
acciottolato che finiva sulla provinciale verso Sottana provò
a proporre supplicando di fare un ultimo passaggio al
monumento, ma ottenne solo di essere mandato a quel
paese.
In quell’istante arrivavano trafelate al cancello della
pineta Giulia e Maria.
Il padre di Giulia aveva notato l’elettricità dei
preparativi per la serata della figlia, e, sospettoso, aveva
ritrattato all’ultimo istante il permesso ad uscire. Giulia si
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era impuntata con tutte le forze e dopo lunghissime
trattative era riuscita ad ottenere licenza per un’ora.
Sperando che la pazienza degli altri partecipanti al
convegno li avesse trattenuti si era precipitata
all’appuntamento trascinandosi Maria.
Si guardarono attorno, entrarono a cercare con
ansia se fossero tra i ciondolanti della pista da ballo, ma
alla fine, sconfortate si andarono a sedere proprio sullo
stesso sedile di pietra che era stato occupato poco prima
dai due agognati ragazzi. E di nuovo suonava funebre
“non si può morire dentro”.
Arrivarono al Campo Sportivo di Bagheria che il
concerto era già iniziato, davanti alla biglietteria non c’era
nessuno. Ingresso 10.000 lire, nel gabbiotto c’era un uomo
corpulento con una maglietta di cotonina amaranto e
faccia che esprimeva bonarietà, Mentre gli altri si
frugavano nelle tasche per tirare fuori tutto il denaro
disponibile, Enzo si era messo a trattare con l’uomo della
cassa. Tornò poco dopo trionfante – Due biglietti per
quattro persone –. Era stata raggiunta quota 18.200
escluse le 5.000 lire per il carburante a cui Filippo non
avrebbe mai rinunciato. Enzo corse verso un gruppo di
ragazzi che fumavano poco più avanti, tornò con altre 450
lire. L’uomo alla cassa scosse la testa mortificato, ancora
non erano sufficienti.
Allora si fece avanti, era stato tenuto in disparte per
il suo parlare forestiero, e disse – Andate voi, io vi aspetto
fuori – per un attimo rimasero tutti immobili, tranne
ovviamente Filippo a cui la proposta sembrava ragionevole
e con l’autoradio sempre in mano fece un passo per
entrare. Il bigliettaio sentì che quello non era un giorno di
ordinaria bontà, ma speciale.

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– Trasiti – disse raccogliendo il denaro sparpagliato
sul banco.
Entrarono mentre suonava “Non è nel cuore”. Sotto
il palco in mezzo al campo c’erano solo una cinquantina di
persone che cantavano e dondolavano al ritmo della
musica. Era stato ad altri concerti di Finardi e non era mai
riuscito ad avvicinarsi tanto per l’impenetrabile ressa. Si
girò spinto da una strana ossessiva sensazione.
Le gradinate dello Stadio erano completamente
piene di persone ordinatamente sedute che guardavano
composte lo spettacolo. Bagheria era un paesone e quella
era una delle serate dei “cantanti” che tutte le feste di
paese avevano in programma. Donne vestite di nero,
chistiani con la coppola, picciriddi in braccio alle madri e
ragazzi con giacchette striminzite. Sentì lo spazio vuoto
che separava il palco da quella folla sugli spalti come una
distanza astronomica. Provare compiacimento per essere
da quella parte dell’abisso gli produceva un doloroso
senso di colpa, che gli rimproverava quale fosse ora il suo
posto in quel mondo sempre diviso in due. Affogò i tanti
magoni che lo affliggevano cantando a squarcia gola sulla
musica di “extraterrestre” e infine riuscì a godersi lo
spettacolo senza più pensare a niente.
Il concerto finì, uscirono appagati e contenti dopo
aver cantato e ballato attorno all’autoradio di Filippo
lasciata a terra sotto stretta sorveglianza. Avrebbero
dovuto dormire in spiaggia da qualche parte, ma cominciò
a piovigginare, segno che l’estate stava per finire. Si
accomodarono allora in macchina.
Il continuo accendere la radio di Enzo e le molestie
scherzose di Dino a Filippo impedirono a chiunque di
prendere sonno. All’alba Filippo esasperato urlò – che
camurria – e, insensibile alle lamentele degli altri tre,
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accese il motore e partì per fare ritorno in paese.
Arrivarono insonnoliti e stanchi sotto casa di Filippo.
Cominciava a fare freddo ed il paese era ancora deserto,
si salutarono. Dino ed Enzo in fretta si diressero verso le
proprie abitazioni, lui volle prima andare a bere un ultimo
sorso d’acqua.
Passò sotto il portone di Giulia e poi per la piazza,
sbirciando alle finestre buie e mute del Palazzo. Poi
imboccò il corso camminando a testa bassa sotto un cielo
plumbeo e deprimente. Concentrato a non pestare le righe
del cordolo del marciapiede non si accorse che dentro
quella macchina grigia con i vetri leggermente appannati
che gli passava a fianco era scoccata una scintilla di blu,
Giulia lo stava salutando con la mano.

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3 - Estate 1978 – SCHERMAGLIE
Finirono le vacanze. Si venne a sapere che Giulia
era figlia di uno dei baroni del paese e che Maria era una
sorta di dama di compagnia. Tornò a Bologna con la
sensuale memoria dei baci di Cinzia e con il cuore
spezzato dalla baronessina. Enzo fu però promosso con
grande soddisfazione di entrambi.
A Bologna si tenne il mitico “Convegno Nazionale
Contro la Repressione”, dove sfilarono i gruppi più
organizzati del Movimento, alcuni paradossalmente
militarizzati, ma anche musica, tanto teatro e tanta ironia.
Ricominciò la scuola e il lavoro. Era forse l’unico studente
del suo liceo che andava a lavorare in una bottega di
restauro quando era libero dagli studi e non solo.
Ovviamente lavorava in nero, giuridicamente la sua
categoria non era contemplata, c’erano gli studenti
lavoratori all’università, i preti operai, ma per un liceale
apprendista nessuna liceità prevista. Passò indenne la
grande nevicata del 26 novembre. Trascorse Natale e
Capodanno con il raffreddore e riuscì a festeggiare il primo
San Valentino con una fidanzata, durò un mese poi finì. Le
male lingue insinuarono che fosse stato lasciato perché
senza motorino, in effetti era davvero scomodo andare in
giro sul cannone della bicicletta anche se accompagnati
dalla musica di Burt Bacharach. Arrivarono gli scrutini finali,
passò l’ultimo mese a studiare per recuperare le ore
passate a lucidare mobili, ritrovandosi una materia da
recuperare a settembre.
Avvampata l’estate, era arrivato a Petralia libero
come il vento tranne per l’obbligo di studiare latino, ma
respirata la prima boccata d’aria natia si era trovato sotto
le infondate accuse di Peppuccio.
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Dal belvedere dove si erano incontrati, si
trasferirono parlando alla fontana dei Quattro Cannoli.
Peppuccio era innamorato. La sua sghella, come la
chiamava rudemente per sminuire i suoi sentimenti, era
Silvia, una bella Palermitano-Fiorentina di origini sopranesi,
a culo col mondo e con le convenzioni sociali. Era la
migliore amica di Giulia, e deputata dal padre come dama
di compagnia in sostituzione di Maria tornata in
Madagascar, ruolo che Silvia aveva accettato solo per
amicizia.
Giulia aveva molestato amici e conoscenti per avere
sue notizie, perfino Za Narda riferì di una fimmina che era
venuta a cercalo. Stufa dell’attesa aveva anticipato a tutti il
loro sicuro fidanzamento e passato le giornate appiccicata
alla sua amica, ed al suo nuovo moroso. Ecco perché
Peppuccio era andato a scovarlo al belvedere, aveva
urgenza di recuperare la sacrosanta privacy che spettava a
tutte le normali coppie di innamorati.
Inizialmente lusingato, dopo aver bevuto acqua
probabilmente uscita dalla sorgente del disamore,
cominciò a prendere in lui il sopravvento la convinzione di
trovarsi nella rete di una subdola imposizione baronale.
Oltretutto era passato un anno da quando gli si era
spezzato il cuore e si era accorto solo in quel momento
che stava ancora sanguinando. Censurò nella sua
memoria tutte le tonalità di blu e, risentito, cominciò a
costruire la sua tesi difensiva.
– E quand’è che ci saremmo messi assieme? –
Peppuccio ammutolì non trovando appigli. – E chi nni
sacciu iu, le vie del signore sono infinite –
– Sse, a palumma du Spiritu Santu –
– Ma l’anno scorso ti piaceva assai, lo sanno tutti –

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Lo sapeva anche lui, ma pensava che non se ne
fosse accorto nessuno a parte Enzo. La Difesa incalzava
che certe cose si fanno in due, de visu, per procura era
davvero inaccettabile, e terminava l’arringa insinuando la
possibilità di diventare il trastullo per i capricci di una
principessa viziata.
Peppuccio nel veder montare nell’amico il rifiuto ad
accettare una situazione che invece era sembrata a tutti
perfetta e ideale – Iu un ti dissi nenti – disse, non per
sgravarsi delle proprie responsabilità, ma per cancellare la
sua incauta intromissione. Forse se non gli avesse detto
niente sarebbe tutto ricominciato da dove le cose si erano
interrotte l’anno prima.
– Quando la incontrerò gliene dirò quattro – ringhiò
fissando con intensità un punto vuoto di fronte a sé.
Peppuccio pensò che stesse un po’ esagerando. Aveva
nelle ultime settimane dovuto frequentare Giulia, e non
riteneva proprio di doverle rimproverare nulla, se non di
essere sempre in mezzo ai piedi.
Provò allora a cambiare discorso – Sei contento che
finalmente abbiamo un Presidente partigiano? –
– In verità non è il primo Partigiano presidente –,
rispose tignoso. L’argomento ebbe però l’effetto
desiderato e si incamminarono verso la piazza. Peppuccio
gli trottava una spanna dietro, scrutando nervosamente
l’itinerario da compiere e pronto a qualsiasi espediente per
evitare che l’incontro con Giulia avvenisse in quel difficile
momento.
All’incrocio con la stradina del forno, che profumava
di pane, andarono quasi a scontrarsi con Fabio che saliva
agile sui suoi bastoni.
– Ehi! – Fece Fabio e sfoggiò il suo aperto e
contagioso sorriso.
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Fabio era nato a pochi mesi e a pochi metri di
distanza da lui. Le loro famiglie erano molto unite e
sarebbero stati inseparabili compagni di gioco senonché,
all’età di tre anni, dopo essere stati entrambi sottoposti alla
stessa vaccinazione Sabim, Fabio si ammalò di
poliomielite, iniziando una assidua peregrinazione tra
ospedali, tutori ortopedici e scuole di riabilitazione. Dopo
vari anni passati a Perugia, all’inizio delle superiori era
tornato a vivere definitivamente in paese.
Sebbene si fosse già trasferito a Bologna, erano
riusciti a recuperare quell’infanzia comune in parte negata,
e Fabio era diventato per lui quello tra gli amici da cui era
più difficile doversi separare. Era sempre positivo, ironico e
vigorosamente affettivo, sicuramente l’amico più in gamba
che avesse. Unico suo difetto, che forse difetto non è,
essere intransigente e testardo su tutto quello che non era
ragionevolmente di suo gradimento, mettendo talvolta in
crisi quelle situazioni di compromesso accettate da tutti
per non sciogliere il sodalizio tra gli amici.
Si abbracciarono, Peppuccio afferrò al volo il
bastone che Fabio aveva lasciato andare per stringerlo. Si
scambiarono banali frasi di saluto – Come stai? I tuoi? –
ma negli occhi di entrambi riluceva uno speciale riflesso di
commozione.
Si affiancò una Renault 4 rossa, era Francesco. Si
distese sul sedile di fianco per raggiungere il finestrino ed
unirsi ai saluti. Francesco era di parecchi anni più grande
di loro, per maldestra distrazione sembrava aver perduto la
generazione di appartenenza e non avere un tempo.
– Salite in macchina che andiamo a prendere un
aperitivo a Pumeri – disse, intanto era riuscito a creare un
ingorgo nella stretta via con l’unica macchina di passaggio
che cominciava a far sbraitare nevroticamente il clacson.
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Per uscire al più presto da quella caotica situazione
salì in macchina sul sedile posteriore spostandosi dietro
Francesco mentre Fabio si accomodava su quello
anteriore. Peppuccio in piedi fuori dall’auto chiuse lo
sportello dicendo – un viegnu – e non visto fece il gesto di
asciugarsi la fronte per lo scampato pericolo, poi si chinò
con una mano appoggiata al finestrino.
– Ci vediamo stasera in piazza – gli disse fissandolo
in maniera che fosse un invito inequivocabilmente
indirizzato a Giulia.
Trasportati dall’abile guida di Francesco, che aveva
anche corso alcuni rally e portava sempre in tasca dei
guanti di pelle di daino da pilota, arrivarono per la tortuosa
strada di montagna di Piano Battaglia a Pumeri.
Era il loro primo aperitivo, sicuramente era il primo
di Fabio, si accostarono al banco mentre Francesco
affabulava il barista sfregandosi minuziosamente le mani.
Furono messi in fila tre flûte pieni a metà di un
liquore verde che ricordava un innocuo succo vegetale.
Bastò che Francesco proferisse un – Cchi è ssa cusuzza
duocu? – per far sì che il barman aggiungesse un altro dito
di liquido nei bicchieri. I due ragazzi lo bevvero lentamente
atteggiandosi ad usuali avventori, mentre Francesco riuscì
a fare il bis. Tornarono soddisfatti alla macchina.
– Allora come va con la tua fidanzata? – parlarono
di Giulia, Fabio la considerava invadente e viziata, ma
sentendo le intenzioni bellicose dell’amico così in contrasto
con il sorriso sognante che si leggeva sulla sua faccia
l’anno prima quando si parlava di lei – Avà, vedi di non fare
stupidaggini – gli suggerì.
Decisero di passare da Sottana e lì si fermarono sul
corso. Quando Fabio si mise in piedi – ohi ohi! – disse con
un una faccia metà divertita e metà terrorizzata.
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– Che c’è?–
– Mi gira la testa –
– Mbriacuni! – lo canzonò Francesco ridacchiando.
Prese l’amico sotto il braccio e barcollanti si unirono
al passeggio che a Sottana era sempre affollato.
Pochi passi e si parò davanti a loro Piero con le
mani sui fianchi in una posa da Maciste. Lasciò allora il
braccio di Fabio per salutarlo. Ma, senza appoggio, Fabio
cominciò ad inclinarsi pericolosamente in avanti, andando
ad abbracciare violentemente Piero per non cadere – Ma
che passione travolgente – lo schernì.
Nell’impatto con il suo roccioso petto, dagli occhiali
di Fabio si era staccata una lente che era rimasta
miracolosamente in equilibrio su una piega della maglia.
Come fosse in slow-motion cominciò a inclinarsi, mentre
Fabio con la velocità del bradipo impressa dall’alcool
allungava la mano a fermarla, la lente si frantumò a terra
sotto il suo sguardo impotente. – E comi fu? Cchi ci vulia a
pigghiari ssu piezzu di vitru –. Non riusciva a farsene una
ragione. L’incidente costrinse ad effettuare un cambio di
programma, interruppero il passeggio e ripresero in auto la
strada di casa. Era già buio.
Fabio, infastidito dalla mancanza della lente,
appese alla montatura cava degli occhiali un fazzoletto
bianco con ricami rossi a oscurare completamente la vista
di quell’occhio. A metà strada tra Soprana e Sottana l’auto
cominciò a rumoreggiare sul lato destro, avevano forato
una gomma. Francesco arrestò la macchina sulla stretta
banchina, tirò il freno a mano ed usci.
Stava ancora pensando a cosa dire a Giulia quando
l’avesse vista, ma fu costretto di malavoglia ad uscire
mettendosi in piedi di fianco alla ruota afflosciata in attesa
di istruzioni, mentre Fabio rimaneva ebbro e taciturno
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seduto in macchina. Francesco cominciò ad armeggiare
per aprire il cofano.
– Ammutta ddi dduocu – non si apriva. Tornò ad
affaccendarsi sotto lo sterzo e di nuovo sul cofano, niente.
Li sorpassò una 128, fece qualche metro e inchiodò
rumorosamente. Un'altra auto fece più o meno la stessa
manovra – Che è successo? –.
Il fazzoletto con i ricami rossi sull’occhio di Fabio
ingannava tutti i passanti, che convinti che fosse avvenuto
un incidente si fermavano per dare soccorso. Si
radunarono una decina di macchine e ne arrivarono
appositamente due da Soprana perché la notizia aveva già
raggiunto la piazza. Gli avventori dopo essere stati
rassicurati dello stato di salute di Fabio, che agitando una
mano fuori dal finestrino urlava – nenti nenti, mi si rumpiru
l’ucchiala – ed aver appurato che si trattava di una banale
foratura, si sistemavano attorno all’indaffarato Francesco
dando consigli scherzosi su come aprire quel benedetto
cofano. Finalmente uno di loro che aveva esperienza di
meccanico si sedette per terra davanti all’auto, infilò un
braccio sotto e facendo una smorfia lo fece scattare di
qualche centimetro.
Il primo passo era fatto, Francesco tirò fuori crick e
chiave, si guardò intorno perplesso e fece così riprendere il
coro di consigli demenziali. Intanto si erano fermate altre
macchine. Alla fine, con l’aiuto dei due con l’animo più
compassionevole della folla che si era radunata, fu
sostituita la ruota e, con calma, tra saluti e
raccomandazioni, l’assembramento di auto e persone
cominciò a defluire.
Risaliti in macchina, mentre Fabio li guardava con la
sua benda all’occhio, gli urlarono in coro – nenti nenti, mi si
rumpiru l’ucchiala –.
33

Arrivarono in piazza che erano ormai quasi le
undici, Peppuccio si avvicinò e prima che potesse aprire
bocca lo informò con estrema serietà che Giulia lo aveva
aspettato fino all’ora in cui era stata obbligata a tornare a
casa. Alzò lo sguardo ed ebbe l’impressione di vedere un
lampo bluastro al di là delle vetrate di un balcone, poi si
unì agli altri per aggiungere particolari al racconto della
disavventura.
Giulia era proprio alla finestra, al buio, Quando
aveva visto alzarsi il suo sguardo si era nascosta
nell’ombra. Provando una pena insopportabile, come se
stesse finendo quello che non era ancora iniziato, Sentì
sciogliersi tutto l’entusiasmo che aveva vissuto fino a quel
momento. Capì che forse aveva esagerato raccontando a
tutti di essere la sua fidanzata, ma l’aveva fatto solo per
guadagnare tempo e un pochino anche per mettere le
mani avanti.
Giulia con intelligenza smise di chiedere di lui e di
cercarlo, nonostante ci stesse malissimo. Fu solo qualche
giorno dopo, durante una solitaria bevuta ai Quattro
Cannoli, che si incontrarono.
Aveva poggiato la mano sul cannolo e stava
chinandosi per iniziare a bere, quando la intravide vicino
all’angolo destro della piazzetta. Abbassò lo sguardo per
sfuggire a quegli occhi che sapeva avrebbero potuto ferirlo
di nuovo. Non aveva fatto i conti con il suono da pifferaio
magico della sua voce. – Ciao – disse Giulia con un filo di
voce triste – Ti chiedo scusa, ho sbagliato –.
Alzò lo sguardo come un topolino di Hameln e tutto
quello che aveva studiato di dirle gli si cancellò dalla testa.
Era ancora più bella di come la ricordava, e Il blu dei suoi
occhi adesso era quello suonato dalla tromba di Chet
Baker. Sentì che stava per cedere, trattenendo il panico
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riuscì a chiederle balbettando meccanicamente – Ci
vediamo dopo? Magari in pineta così parliamo un po’? –
– D’accordo, alle nove. Però io dovrò tornare a casa
presto – Fu lei a girarsi e ad andare via, stava piangendo,
aveva interpretato quella eccessiva rigidità e la balbuzia da
babbeo come un rifiuto.
Rimase pietrificato a guardare il punto dove Giulia
era sparita dalla sua vista, con la mano sul cannolo e
piegato leggermente in avanti in una posa innaturale e
rigida. Bevve un abbondante sorso. Senti di nuovo forte
quella costrizione crescere dentro, di scatto si sciacquò la
faccia con due manate d’acqua per cercare di riprendersi
dall’incantesimo. Quella fontana era davvero diabolica.
Quella sera era tornato Enzo. Si andava tutti a
mangiare una pizza a Cerasella. Quando, scherzando e
cantando, passarono davanti alla pineta, si staccò dal
gruppo – Ordinatemi intanto una pizza ai peperoni ed una
birra –, li avrebbe raggiunti più tardi. Si sedette sullo stesso
sedile dove l’anno prima aveva aspettato invano la stessa
persona che stava aspettando ora, partì l’attacco di “non si
può morire dentro”. Allora si spostò sul sedile di fianco non
per scaramanzia ma per tener lontano un brutto ricordo e
quella canzone.
Nonostante non facesse altro che pensare a Giulia, i
suoi irragionevoli ragionamenti erano rimasti fissati
cocciutamente su come trovare un modo per allontanarla
da se senza farla stare male. Aveva escogitato un estroso
piano: descriversi come una persona così deplorevole da
farle passare tutti gli struggimenti che la assillavano.
Accompagnata da un cugino spilungone, con dei
capelli alla Gramsci e un paio di occhiali con la montatura
nera e spessa da secchione, Giulia arrivò alla pineta. Era

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proprio bella e proprio triste, e la malinconia le aggiungeva
un’aria di santità rinascimentale.
Il cugino salutò gentilmente e si allontanò in fretta.
Si incamminarono silenziosi lungo il vialetto poco
illuminato sopra la pista da ballo per allontanarsi dalla
fastidiosa musica che vi imperversava. Arrivarono ad una
fontana circolare in pietra che aveva al centro un alto cono
ruvido e malforme, era completamente asciutta con dentro
qualche sasso e una bottiglia di birra vuota. Ricordò che
quand’era bambino era animata da pesci rossi e girini.
Si sedettero sul bordo. Starle seduto vicino lo
faceva stare bene, ma quel benessere, nello stato
confusionale in cui versava, gli fu di sprone per iniziare il
discorso che si era mentalmente preparato. Dopo un
profondo respiro cominciò a inventare su di se
un’improbabile vita da playboy. Elencò una lunga serie di
luoghi comuni maschilisti come propri assiomi e infiorettò il
racconto citando le conquiste dell’amico Gaetano come
sue, concludendo che non era la persona giusta per lei.
Alla fine della falsa confessione, quando vide
avvicinarsi la figura inconfondibile del cugino ebbe
l’impressione che Giulia stesse sorridendo. Aveva
ascoltato zitta e a testa bassa per tutto il tempo
accentuando quel suo aspetto da sacra pittura, si alzò e,
prima di dirigersi verso il suo accompagnatore che si era
fermato cortesemente a qualche metro da loro, disse
illuminandolo con i suoi fari blu – Ma allora perché mi hai
raccontato tutto questo invece di approfittarti di me? –. Si
allontanò arrabbiata.
– Già – pensò – perché? Forse dovrei chiederlo
dopo a Gaetano –.
Inconsapevole di quanto Peppuccio le avesse già
raccontato di lui, uscì dalla pineta per raggiungere la
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pizzeria, soddisfatto dello stratagemma. Nel juke-box,
invece di ”tutti quei cantanti con le facce da bambini e con
i loro cuori infranti” stava girando “Somebody To Love” dei
Jefferson Airplane, chissà come quel vecchio disco fosse
finito lì dentro.
Si incamminò per la discesa a fianco della villetta e
girò verso Cerasella sotto la luce vellutata della luna.
Quando fu arrivato all’altezza della torre si voltò a guardare
quel manufatto antico che sovrastava Villa Sgadari, un
simbolo per il paese come è il Santuario di San Luca per i
bolognesi, più piccolo e meno barocco. Uscì dalla strada,
evitò con cura di urtare le spine del primo tratto di sentiero
e poi, con passo deciso sul crinale coperto di timo
selvatico e gunchiamani, camminò respirando a pieni
polmoni il profumo che scaturiva dai suoi passi. Davanti
alla torre si fermò.
– Beh! – una capra bianca in mezzo all’erba e le
rocce vicine aveva emesso il suo belato che sembrava
umano, la luna le dava un aspetto quasi fluorescente.
– Beh cosa? – chiese infastidito
– Beh, (non sei contento? hai fatto quello che dovevi
fare) –. La capra si era girata a guardarlo ruminando.
– Certo che sono contento.
– Beh, (allora cosa ci fai qui?) –
Ci pensò su. Beh, il discorso gli era uscito
abbastanza bene, ma forse non aveva fatto la cosa giusta.
Giulia aveva sbagliato, ma si era scusata. – Ma
quant’è bella – pensò, perché allora si era arroccato non
concedendole nessuna possibilità? La sua testa dura
aveva solo pensato a contrastare l’irresistibile attrazione
che provava per lei. Invece avrebbe dovuto lasciarsi
andare.
– Beh (dovevi pensarci prima) –.
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Riattraversò il tappeto aromatico per allontanarsi
prima possibile da quella capra impertinente, le capre, al
contrario dei grilli sanno solo criticare. Si diresse con un
magone crescente verso Cerasella, già in vista sulla
collina.
Prima di passare il cancello del ristorante era già
arrivato alla terribile conclusione che era follemente
innamorato di Giulia.
Entrò stralunato nel locale e tra i perlinati delle pareti
della grande sala individuò gli amici. Una lunga tavolata
dove tutti stavano con le spalle al muro, notò una vaga
somiglianza con la composizione dell’ultima cena di
Leonardo. Al centro c’era il posto lasciato libero per lui, a
sinistra Enzo con i suoi boccoli alla San Giovanni che
parlottava con Fabio con un antiquato nuovo paio di
occhiali sul naso, Gaetano con i gomiti puntati scrutava
due civettuole signorine del tavolo di fronte, all’angolo
Silvia e Peppuccio indisposto, Beatrice alle loro spalle in
piedi continuava a parlare ostacolando la loro voglia di
coccolarsi. Dalla parte opposta Piero con in braccio Katia,
Gandolfo in piedi ridente, Anna e Dina impegnatissime a
discutere con Lillo a capotavola.
Andò a sedersi confuso dall’euforia che aveva
intorno. Dina con una faccia dispettosa disse – Non la bevi
la birra? – . Il boccale che aveva davanti aveva un aspetto
orribile, sale e pepe sul fondo, bolle d’olio sulla superficie,
una cicca spenta e un grissino disfatto dentro. Lo afferrò e
ne bevve una bella boccata, passandosi il dorso della
mano sulla bocca per asciugarsi da una inesistente
schiuma. Ci fu un attimo di silenzio e sbigottimento, Enzo,
sempre all’erta, gli prese il boccale di mano e ne bevve un
sorso. – E’ buona – disse alimentando la curiosità di tutti e
la passò a Gaetano che sentendosi gli occhi delle due
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dirimpettaie addosso lo imitò. Tutti i ragazzi bevvero a
turno, solo Silvia delle ragazze provò ad assaggiarla
mentre Peppuccio, unico maschio a non aver bevuto, la
sgridava – e cchi si cretina? –. Provò ad offrire anche la
sua pizza fredda con un – Prendete e mangiatene tutti – ,
ma ricevette solo insulti.
Al ritorno quando passarono dalla torre cercò di
stare il più possibile in mezzo agli amici, temeva che la
capra lo aspettasse ancora per continuare il discorso.
Arrivato sotto casa, lasciò che tutti si allontanassero
e si sedette sul gradino della porta tenendosi la testa tra le
mani. Ripasso Peppuccio ancora gongolante dei baci di
Silvia e, vedendo l’amico, si avvicinò con l’intenzione di
consolarlo – Che ti è successo, hai perso il chiavino? –. Gli
raccontò della geniale trovata per allontanare da se Giulia
e confessò di essersi accorto tardi di aver fatto la più
grossa sciocchezza della sua vita, si era innamorato.
Tralasciò il particolare della capra.
Peppuccio esultò – Ti sta bene, così impari a fare lo
stronzo – e si allontanò con la solita falsa indifferenza,
pensando già a come poter risolvere la faccenda.
Giulia si sfogò il giorno successivo con Silvia che
sbellicandosi dalle risate aveva sentenziato – Quant’è
cretino quel ragazzo – e non è che andasse molto lontano
dalla verità.
Successe poi che entrambi si trovarono assieme al
monumento. Mentre il gruppo di amici si accampava nella
parte centrale del sedile in basalto, i due afflitti di pena
d’amore si sistemarono statuari ai lati. La discussione
passò dal processo concluso da pochi mesi al gruppo
storico delle Brigate Rosse alle Lettere dal Carcere di
Gramsci e qualche citazione del Conte di Montecristo, lo
sceneggiato televisivo. Lui e Giulia, acroteri angolari di
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quella facciata di monumento, non si accorsero che tra la
compagnia, cominciò a serpeggiare un bisbigliato passa
parola. – Andiamo a vedere il Carcere – partì quasi corale
la proposta.
Il Carcere a Petralia per fortuna non c’era più da
mezzo secolo, ma sotto l’edificio del Comune si trovavano
le vecchie celle, ora adibite a magazzini, che affacciavano
le finestre rigorosamente munite di forti sbarre sulla
scarpata sotto il belvedere del Carmine. Da bambini
andavano ad appendersi a quelle sbarre per guardare le
scritte e i disegni dei galeotti ancora visibili sui muri.
Si alzarono tutti entusiasti dimostrando una unitaria
determinazione, solo Giulia rimase seduta, Silvia la andò a
tirare e tenendola per i polsi come una prigioniera si
accodò al gruppo. Già prima di lasciare la piazza Gaetano
con un – A mia m’abbutta – si defilò tirandosi dietro Piero e
Lillo, le tre ragazzine di fronte all’arco dell’imbocco di via
Caprera si bloccarono dicendo che da lì non sarebbero
mai passate perché era la strada delle streghe e i lupi
mannari, Fabio si aggregò a loro desolato – Iu mi scantu –.
Procedendo nella stretta viuzza la silenziosa sparizione di
Enzo svelò la cospirazione in atto, infatti dopo pochi passi
Silvia mollò la presa a Giulia, andò a mettersi sotto il
braccio di Peppuccio che già da un po’ lo teneva largo
come se se lo aspettasse. – Noi vorremmo stare un po’ da
soli – e trottarono via anche loro. Si girò a guardare l’ultima
superstite che sembrava un cucciolo abbandonato,
sentendosi tradita lo fulminò con uno grugno di rabbia.
– Dai, andiamo a vedere ‘sti graffiti del Carcere –
riuscì a dire, come se fosse un sacrificio da fare solo per
dar soddisfazione agli amici. Giulia rimase tentennante se
seguirlo o tornare indietro. Anche se era giorno la strada
deserta in quel punto aveva davvero un aspetto sinistro,
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sembrava che dai muri emanasse un’aria gelida. Con due
passetti veloci gli si portò di fianco facendo un debole
cenno per invitare ad andare avanti in fretta. Arrivarono
sotto le inferriate del Carcere camminando ad un palmo di
distanza senza parlare. Per guardare dentro le celle
bisognava arrampicarsi, Giulia si impegnò a scalare il
muro senza chiedere il suo aiuto. Guardò dentro la cella e
non vide niente di interessante. – sarà quell’altra allora – le
disse. Scendere sembrava un’operazione più complicata,
le scivolò un piedi e si trovò tra le sue braccia che erano
pronte a sorreggerla più in basso.
Sentì il suo profumo, non le era mai stato così
vicino. La strinse più forte e le diede d’impeto un bacio
sulle labbra. Giulia spalancò gli occhi e lentamente si
sciolse da quell’abbraccio. Lo guardò quasi dolorante, e
senza abbassare lo sguardo gli prese una mano. Si
incamminarono in silenzio mano nella mano tra le stradine
nell’ombra della zona di San Michele. Da una radio accesa
in una delle case sopra di loro arrivavano le note
melodiche di "Anema e Core" Di Roberto Murolo. Giulia si
fermò, gli puntò addosso i due occhi più incantevoli che
avesse mai sfoggiato, gli diede un buffetto sulle guance e
poi, senza abbassare lo sguardo, un dolce piccolo bacio
sulle labbra – mi hai fatto male –.
Finalmente si baciarono. In alto in mezzo alla
striscia di cielo azzurro stretta tra le case del vicolo una
mezza luna quasi invisibile li guardava con complicità.
Andarono al belvedere, per lui fu come presentare
formalmente Giulia alla sua madre terra e lì si sedettero
abbracciati – Cos’è, hai deciso di approfittarti di me –
disse. Pensò alla sua strenua resistenza e se ne vergognò.
– E sì, sono proprio un grande seduttore vero? –, le
accarezzo con le dita le labbra quasi per saggiare se
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fossero vere – Già, l’altra sera con tutte le cazzate che hai
detto sei riuscito anche a farmi ridere –.
Passarono il pomeriggio senza quasi parlare, solo a
specchiarsi narcisi l’uno negli occhi dell’altro. Girarono
abbracciati ogni vicolo. Quando incontravano qualcuno
allentavano i loro abbracci e Giulia salutava tutti a gran
voce. Erano l’immagine della felicità.
Nonostante l'avversione del barone, gli incantesimi
delle fontane del Boiardo, gli accanimenti della sorte e le
rigidità ideologiche erano finalmente insieme.
Ne erano inconsapevoli, ma quei baci azzeravano la
siderale distanza tra le rispettive discendenze. Lui lontano
nipote di Epifanio Li Puma e lei rampollo dello stesso
ceppo di baronia che lo aveva fatto assassinare.
Se non ci fosse stato l’obbligo di rincasare non si
sarebbero lasciati neanche per un istante. Arrivarono sulla
piazza correndo, Giulia era in ritardo. Da dietro al
monumento sbucarono tutti gli amici che esultanti li
investirono con un caloroso applauso. Erano belli davvero,
Si erano innamorati l’uno dell’altro e dopo un anno di
tribolazioni erano riusciti a mettersi insieme, un evento che
succede di rado. Qualche settimana prima infatti era morto
Papa Paolo VI dopo quindici anni di pontificato.
Passarono i giorni seguenti a vivere solo nella
presenza dell’altro, appiccicati se insieme ed inerti quando
lontani.
Il barone, informato, inasprì le restrizioni alle uscite
di Giulia, ma con la complicità di Silvia riuscirono a
rimediare, incontrandosi nelle ulteriori ore di clausura al
balcone che si affacciava sul retro della piazza.
– O Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? –

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– No, Romeo è quello del turno dopo, non mi
riconosci o Giulietta? – Ormai niente avrebbe potuto
intaccare la loro felicità.
Il barone, sconfitto, anticipò la data di rientro in città.
Trascorsero l’ultimo giorno a Petralia a promettersi
amore eterno, avvolti nella nebbia dell’addio che investiva
e rattristava chiunque si avvicinasse. Giulia tagliò a metà
una sciarpa di seta indiana che portava al collo e gliela
annodò alla gola – così ti ricorderai di me –.
– Non ho nessuna intenzione di dimenticarti –, ma
pensò che a Bologna non c’erano capre, – la terrò sempre
al collo, non si sa mai –. Arrivato il momento di lasciarsi
Giulia pensò di non tornare più a casa e si mise a
scappare per le viuzze del paese, e fu lui, dimostrando una
inattesa maturità, a riaccompagnarla a malincuore sotto la
tana del lupo con solo un’ora di ritardo. Si baciarono non
sapendo quando e se avrebbero potuto farlo ancora, una
piccola lacrima blu solcò ravvivandolo il musetto
imbronciato e triste di Giulia.

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4 – Autunno-Inverno 1978/79 – DISTRAZIONI
Gli ultimi giorni in paese li passò al telefono a scatti
del Bar D’Alberti a parlare con Giulia e seduto
inconsolabile al monumento. Neanche Enzo riusciva a
coinvolgerlo in nessun duello, provò anche a sfidarlo a
sputi, ma non reagì. Poi dovette partire da quel mondo
incantato per andare a prepararsi per l’esame di Latino. A
separarli adesso c’erano un tratto di mare e quasi un
migliaio e mezzo di chilometri.
Ricominciò la scuola, il lavoro e le serate con gli
amici di Bologna. Aveva messo da parte abbastanza soldi
per acquistare una motoretta usata. Prese una Vespa 50,
rossa ovviamente. Gli amici scherzosamente lo
accusarono di aver fatto il primo passo di avvicinamento al
capitalismo.
Con Giulia iniziarono a scriversi. Dopo un mese si
sentivano sicuri di poter resistere così all’infinito. Ma dalla
fine di ottobre gli strani ritardi e le censure che
ostacolavano la loro assidua corrispondenza epistolare, si
fecero più evidenti.
Capì che ad interferire doveva essere una sorta di
controllo preventivo che operava in base ai contenuti. La
lettera con il volantino dello sciopero per l’assassinio di Ivo
Zini a Roma, quella con il testo della canzone “I Borghesi”
di Gaber e quella con il racconto di una manifestazione di
Bologna in cui la polizia aveva caricato anche alcune
signore che tornavano a casa con la spesa, non arrivarono
mai al mittente. Era proprio una censura politica.
Temette che in casa di Giulia si fosse ricostituita
l’OVRA, la polizia secreta fascista. E cominciò a sentirsi più
che esiliato, un uomo al confino, il barone era riuscito ad
imprigionarlo a distanza. Una prigione tutta sentimentale.
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Per dimostrare di non essere intimorito scrisse una
velenosa lettera in cui raccontava la storia di suo zio
Epifanio e le oggettive responsabilità della borghesia
madonita. Da quel momento iniziò il black-out.
Dopo qualche settimana ricevette una lettera di
Giulia dove scriveva disperata di non ricevere più posta da
tempo. Provò a telefonarle, ma al terzo tentativo capì che
non gliel’avrebbero mai passata alla cornetta. Le scrisse,
ma si rese conto che sarebbe stato del tutto inutile. Arrivò
un’altra lettera, lo pregava di farsi sentire. Cominciava a
pensare che lui l’avesse lasciata e stesse già con un'altra.
Finiva avvertendo che aveva cominciato ad uscire con un
certo Claudio, ma erano solo amici.
La solidità del loro amore cominciava ad incrinarsi.
Telefonò a Peppuccio, e lo pregò di contattare
Giulia per spiegargli quello che pensava stesse
succedendo alla loro già difficile comunicazione. Chiese
anche se conoscesse qualche Claudio. Peppuccio
tentennò a dare la risposta, poi si sfogò – E’ un fascistello
testa di cazzo, si è messo addosso a Giulia come un
avvoltoio. Ho provato a metterla in guardia, ma lei dice che
è un amico –. Immaginò il collo putrido del claudioavvoltoio uscire fuori da una La Coste nera, terrorizzato
implorò che doveva assolutamente sentirla.
Peppuccio dopo quasi una settimana fu, come al
solito, efficiente. Gli comunicò la data e l’ora in cui avrebbe
dovuto chiamare Giulia per eludere la sorveglianza.
la sera stabilita ruppe il salvadanaio di terracotta
riempiendosi le tasche di monete. Raggiunse una cabina
telefonica con la sua vespa rossa e cambiò il suo tesoro in
gettoni telefonici. Pensò che l’ingegnere progettista della
macchinetta cambiagettoni dovesse avere profonde turbe
mentali per averla studiata in quel modo assurdo. In alto si
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