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Invito McGuire .pdf



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«L’amore
quando
smettiamo
FINALMENTEarriva
TORNANO
I PROTAGONISTI
DI
di SPLENDIDO
essere perfetti.»
UNO
DISASTRO

Il «Un’autrice
fenomeno inarrestabile
al primo
posto in
da 1 milione di lettori
in Italia.»
tutte
classifiche
arriva
Italia!
lale
Lettura
- Corriere
dellain
Sera

Jamie McGuire

Il disastro siamo noi
romanzo

ESTRATTO
IN ANTEPRIMA SU
DEVILISHLY
STYLISH

Non posso farti entrare nella mia vita
Perché il mio cuore nasconde un segreto
Ma solo a te posso dire la verità

1.
Nel piccolo locale sovraffollato il rumore era molto simile al
crepitio del fuoco: toni bassi e acuti, un brusio costante e intimo
che diventava più forte a mano a mano che ci si avvi- cinava.
Nei cinque anni trascorsi a servire clienti affamati e impazienti
al Bucksaw Café di Chuck e Phaedra Niles, qual- che volta mi
era davvero venuta voglia di bruciare tutto. A trattenermi lì non
era certo la confusione dell’ora di pran- zo, bensì il bisbiglio
confortante delle conversazioni, il calo- re della cucina e la
piacevole sensazione di libertà che pro- vavo ancora dopo aver
tagliato certi ponti.
«Maledizione!» esclamò Chuck cercando di non far colare il
sudore nella zuppa.
La mescolò e io gli lanciai uno straccio pulito.
«Com’è che fa così caldo in Colorado?» si lamentò. «Mi sono
trasferito qui perché sono grasso. Ai grassi non piace il caldo.»
«Allora forse per guadagnarti da vivere non dovresti stare ai
fornelli», replicai con un sorriso malizioso.
Il vassoio mi sembrò pesante quando lo sollevai, anche se non
come un tempo. Adesso all’occorrenza riuscivo a por- tarne
uno con sei piatti pieni. Indietreggiai verso la porta a vento e la
spinsi con il sedere.
«Sei licenziata», latrò Chuck asciugandosi la pelata con il
canovaccio di cotone bianco, che poi gettò sul tavolo di
preparazione.
«Me ne vado subito!» replicai.
«Non è divertente!» Si allontanò dal calore dei fuochi. Mi voltai
verso la sala da pranzo e mi fermai sulla soglia, da dove potevo
vedere tutti e ventidue i tavoli e i dodici sga- belli occupati
da professionisti, famiglie, turisti e gente del posto. Secondo
Phaedra al tredici erano sedute una scrittri- ce di bestseller e la
sua assistente. Mi chinai in avanti per controbilanciare il peso
del vassoio e strizzai l’occhio a Kirby quando aprì il supporto
accanto al banco per permet- termi di posarlo.

2

«Grazie, cara», dissi prendendo un piatto.
Lo servii a Don, il mio primo cliente abituale e anche il più
generoso con le mance. Lui si sistemò gli occhiali spessi e si
mise comodo, togliendosi il cappello floscio che era un po’ il
suo segno distintivo. La giacca cachi era leggermente lisa, come
del resto la camicia e la cravatta che indossava tutti i giorni. Nei
pomeriggi fiacchi lo ascoltavo parlare di Gesù e di quanto gli
mancasse sua moglie.
Kirby sparecchiò un tavolo accanto alla vetrina, con la lunga
coda scura che ondeggiava di qua e di là. Ammiccò mentre
mi passava accanto, diretta in cucina con il catino dei piatti
sporchi appoggiato al fianco. Il tempo di conse-gnare a Hector
le stoviglie da lavare e tornò alla sua postazione di direttrice di
sala. La vidi incurvare le labbra color vinaccia in un sorrisetto
quando una leggera brezza entrò dalla porta d’ingresso tenuta
aperta da un grosso geode appartenente alla ricca collezione
di Chuck.
Un istante dopo salutò i quattro nuovi clienti arrivati mentre
servivo Don.
«Controlli tu la cottura della bistecca, tesoro?» gli chiesi.
Don non aveva bisogno del menu perché ordinava sempre gli
stessi piatti: insalata della casa con abbondante salsa Ranch,
sottaceti fritti, una lombata quasi al sangue e la turtle cheesecake
di Phaedra. E voleva tutto insieme.
Accondiscese di buon grado. Si infilò la cravatta nella camicia,
poi con le esili mani tremanti affondò il coltello nella carne
succosa. Alzò gli occhi e mi fece un rapido cenno di assenso.
Mentre recitava le preghiere, andai a prendere il tè freddo
zuccherato dal banco del bar. Quando tornai con la caraffa,
la inclinai verso il bicchiere che aveva sollevato in modo da
versargli diversi cubetti di ghiaccio assieme al liquido ambrato.
Don bevve un sorso e fece un sospiro soddisfatto. «Il tè freddo
di Phaedra è una vera delizia!»
Aveva il collo rugoso e la faccia e le mani ricoperte di macchie di
vecchiaia. Dopo la morte della moglie Mary Ann era dimagrito.
«Lo so. Ripasso tra poco», replicai con un mezzo sorriso.

3

«Perché sei la migliore», commentò alle mie spalle. Kirby
accompagnò i nuovi arrivati all’ultimo tavolo libero
di mia competenza. Tre di loro, sudati e sporchi di fuliggine,
parevano stanchi ma contenti di aver concluso un lun- go turno
di lavoro; il quarto, pulito e con i capelli appena lavati che gli
ricadevano sugli occhi, dava l’impressione di essersi aggregato
al gruppo.
Solo i turisti li fissarono. La gente del posto sapeva chi erano
e perché si trovavano lì. Dagli scarponi impolverati e dai
caschi azzurri con il logo del dipartimento dell’agricoltura che
tenevano sulle ginocchia si capiva subito che appartenevano
a una squadra antincendio boschivo, forse della divisione
dell’Estes Park.
In quella stagione gli incendi erano particolarmente vio- lenti
e il Servizio forestale aveva mobilitato squadre di altri distretti,
addirittura del Wyoming e del South Dakota. Colorado Springs
era rimasta avvolta nella caligine per settimane, e la cappa
di fumo degli incendi a nord aveva trasformato il sole del
pomeriggio in una palla rossa infuocata. Non vedevo le stelle
dall’ultima volta che avevo preso la paga.
«Cosa bevete?» chiesi dopo averli salutati con cortesia. «Hai
proprio dei bei capelli, sai?» esclamò uno.
Abbassai il mento e inarcai un sopracciglio.
«Chiudi il becco e ordina, Zeke. Tra poco probabilmente
ci richiameranno.»
«Maledizione, Taylor!» Zeke, irritato, guardò nella mia
direzione e aggiunse: «Per favore, portagli qualcosa da
mangiare. È scontroso quando ha fame».
«Si può fare», replicai, già infastidita dai loro modi.
Taylor mi fissò e per un attimo rimasi ammaliata dai suoi occhi,
che avevano un non so che di familiare. Poi lui batté le palpebre
e riprese a studiare il menu.
Per quanto fossero interessanti, attraenti e muscolosi, gli
uomini con gli scarponi sporchi che soggiornavano per
qualche tempo in città si potevano ammirare solo da lontano.
Nessuna ragazza con un po’ di amor proprio si sarebbe lasciata

4

invischiare in una storia con uno di quei bei tipi abbronzati,
tutti fascino e coraggio. Si fermavano per la stagione e alla fine
se ne andavano lasciandoti incinta o comunque con il cuore
spezzato. Lo avevo visto accadere tante volte, non solo con i
pompieri, ma anche con gli aviatori. Per quei giovani che mio
padre definiva «vagabondi» Colorado Springs rappresentava
un buon terreno di caccia, piena com’era di ragazze tanto
disperate da innamorarsi di qualcuno che non sarebbe rimasto.
Io non facevo parte della categoria, anche se, a detta dei miei,
ero la sgualdrina più colta della città.
«Partiamo dalle bevande», dissi mantenendo un tono cordiale
e la mente concentrata sulle discrete mance che di solito i
membri delle squadre antincendio lasciavano.
«Cosa vuoi, Trex?» chiese Zeke al collega pulito.
Trex mi lanciò un’occhiata distaccata da sotto le ciocche umide.
«Soltanto acqua.»
Zeke posò il menu. «Anche per me.»
Taylor mi guardò di nuovo. Aveva corti capelli castani e
occhi nocciola che spiccavano sul viso sporco. Nonostante
l’espressione mite, le braccia coperte di tatuaggi rivelavano la
sua tempra da duro. «Hai del tè?» chiese.
«Sì. Tè freddo. Va bene?»
Annuì e fissò l’uomo di fronte a sé. «Tu che cosa bevi, Dalton?»
«Non hanno la Coca-Cola Cherry.» Dalton mi guardò in tralice.
«Perché in tutto il maledetto Colorado nessuno ce l’ha?»
Quando Taylor incrociò le braccia sul tavolo, i muscoli si
allungarono e si contrassero sotto la pelle tatuata. «Io me ne
sono fatto una ragione. Dovresti seguire il mio esempio, amico.»
«Posso preparartene una», suggerii.
Dalton gettò il menu sul tavolo. «Portami dell’acqua», borbottò.
«Non sarebbe la stessa cosa.»
Presi i menu e mi chinai per guardarlo in faccia. «È vero. La
mia è migliore.»
Mentre mi allontanavo, li sentii sogghignare come ragazzini.
«Wow!» esclamò uno.
Passando mi fermai al tavolo di Don. «Tutto bene?» gli chiesi.

5

«Sì», rispose masticando la bistecca. Era già a buon punto:
tranne la cheesecake, aveva spazzolato tutto.
Gli diedi una pacca sulla spalla e proseguii verso il banco del
bar. Presi tre bicchieri di plastica, ne riempii due con acqua
e ghiaccio e il terzo di tè freddo, poi preparai la Coca- Cola
Cherry per Dalton.
Phaedra arrivò dalla cucina e osservò corrucciata la fami- glia in
attesa davanti alla postazione di Kirby. «C’è gente che aspetta?»
domandò asciugandosi le mani nel canovaccio che aveva legato
in vita a mo’ di grembiule.
Nata e cresciuta a Colorado Springs, aveva conosciuto Chuck
a un concerto. Lei era già una vera hippy e lui cercava di
diventarlo. Avevano poi partecipato insieme ai sit-in per la
pace e adesso possedevano il locale più popolare del centro.
Secondo le recensioni su Urbanspoon il Bucksaw Café era il
miglior ristorante della città, eppure quando vedeva dei clienti
in attesa Phaedra si innervosiva.
«Per offrire un buon servizio ci vuole il suo tempo. È un bene
avere tanto lavoro», le feci notare miscelando il mio sciroppo
di ciliegia speciale con la Coca-Cola.
Phaedra aveva lunghi capelli sale e pepe raccolti in uno chignon,
la pelle olivastra e una ragnatela di rughe attorno agli occhi.
Benché fosse un soldo di cacio, bastava darle uno sguardo per
capire che quando si arrabbiava diventava una belva. Predicava
l’amore e la pace, certo, però con lei non si scherzava.
«Non avremo più tanto lavoro se facciamo incazzare la gente»,
replicò abbassando gli occhi. Si precipitò all’ingresso a scusarsi
con la famiglia e subito cercò loro un tavolo.
Al numero venti era appena stato pagato il conto. Phaedra
ringraziò i clienti, sparecchiò e pulì. Un istante dopo segnalò a
Kirby che i nuovi venuti potevano accomodarsi.
Misi le bibite su un vassoio e attraversai la sala. I quattro stavano
ancora consultando il menu, segno che non avevano deciso
cosa ordinare. «Vi lascio qualche altro minuto?» domandai
servendo loro da bere.
«Avevo detto acqua», protestò Dalton, scontento, sollevando la

6

Coca-Cola Cherry.
«Provala. Se non ti piace, ti porterò dell’acqua.»
Bevve un sorso e poi un altro sgranando gli occhi. «Non stava
scherzando, Taylor. È più buona di quella vera.»
Taylor mi guardò. «Allora una anche per me.» «Certo. E da
mangiare?»
«Sandwich al tacchino piccante per tutti», rispose. «Per tutti?»
ripetei, dubbiosa.
«Esatto», mi confermò porgendomi il lungo menu plastificato.
«Okay. Ti porto subito la Coca-Cola Cherry», dissi prima di
allontanarmi per prendere gli altri ordini.
Il locale era pieno zeppo e mentre preparavo la bibita fui
investita dal vocio che riecheggiava contro i vetri. Kirby mi
raggiunse dietro il banco accompagnata dal cigolio delle
suole sulle piastrelle bianche e arancioni. Mi guardai attorno.
Phaedra amava circondarsi degli oggetti più disparati: ritratti
buffi, ninnoli e cartelli di dubbio gusto. Un ecletti- smo che la
rispecchiava.
«Ehi, Falyn, non c’è di che», disse Kirby ironica infilandosi la
maglietta nella gonna.
«Parli del supporto del vassoio? Ti ho già ringraziata.»
«Mi riferisco ai quattro bei pompieri che ho fatto sedere nella
tua sezione.»
Kirby, non ancora diciannovenne, aveva guance paffute da
bambina. Stava con Gunnar Mott dalla seconda superiore e si
divertiva come una matta a cercare di sistemarmi con qualsiasi
uomo decente mettesse piede nel ristorante.
«Be’, non sono interessata, perciò puoi smetterla subito con i
tuoi stupidi giochetti da sensale. E fanno parte di una squadra
antincendio specializzata, non sono semplici pompieri.»
«C’è differenza?»
«Sì, parecchia. Tanto per cominciare domano gli incendi nei
boschi. Camminano per chilometri con zaini enormi carichi
di attrezzatura. Lavorano su turni, sette giorni alla settimana,
ventiquattr’ore su ventiquattro, e vanno ovunque bruci
qualcosa. Si fanno strada tra alberi abbattuti e creano piste

7

tagliafuoco.»
Kirby mi guardò senza fare una piega.
«Tieni a freno la lingua, parlo sul serio», la ammonii. «Perché
dovrei? Sono tutti e quattro belli: avresti ottime
possibilità.»
«Perché non ci azzecchi mai. Non ti prendi neppure la
briga di capire chi è il mio tipo. Vuoi che io esca con qualcuno in modo da poterlo frequentare indirettamente. Ricordi l’ultima volta che hai cercato di farmi conoscere un
ragazzo? Sono rimasta incastrata tutta la sera con quel turista
appiccicoso.»
«Era così sexy...» ribatté lei, senza nascondere un’espressione
sognante.
«Era noioso. Non ha fatto altro che parlare di sé, della palestra
e poi ancora di sé.»
Kirby ignorò le mie proteste. «Hai ventiquattro anni. Che male
c’è a sorbirsi un’ora di chiacchiere noiose se poi puoi averne
tre di sesso fantastico?»
«Eh no. Piantala.» Arricciai il naso e scossi la testa non
riuscendo a impedirmi di immaginare un dialogo sconcio in cui
ricorrevano le parole «flessioni» e «proteine». Misi il bicchiere
di Taylor su un vassoio.
«Falyn, il tuo ordine è pronto!» gridò Chuck dalla cucina.
Mi precipitai al passavivande e vidi che i piatti del tavolo
tredici erano in attesa sul ripiano. Le lampade a infrarossi mi
scaldarono le mani quando li presi per sistemarli sul vassoio. Li
portai subito alla scrittrice e alla sua assistente, che parvero non
accorgersi di me quando misi loro davanti l’insalata di manzo
con feta e il sandwich di pollo. «Tutto bene?» chiesi.
La scrittrice annuì continuando a parlare senza riprendere
fiato. Portai la Coca-Cola Cherry alla squadra antincendio e,
mentre stavo per allontanarmi, mi sentii afferrare per il polso.
Da sopra la spalla fissai torva l’uomo che aveva osato toccarmi.
Notando la mia reazione, Taylor sussultò. «Hai una cannuccia?» domandò allentando la presa. «Per favore?»
Ne sfilai una dalla tasca del grembiule, gliela porsi e andai a

8

controllare gli altri tavoli.
Don finì la cheesecake e lasciò come sempre un biglietto
da venti. L’autrice mi diede il doppio. Alla fine la squadra
antincendio firmò la ricevuta lasciando una misera mancia.
Provai l’impulso di appallottolarla e calpestarla. «Che stronzi»,
borbottai fra me e me.
In tutto il pomeriggio non ebbi un attimo di tregua, co- me
sempre da quando la app Urbanspoon aveva inserito il locale
nella mappa dei buongustai. Con il passare delle ore servii
altri vigili del fuoco che, come la maggior parte dei clienti,
lasciarono mance decenti, eppure non riuscii a scrollarmi di
dosso l’amarezza per il comportamento di Taylor, Zeke, Dalton
e Trex.
“Cinquantun centesimi. Dovevo inseguirli e tirarglieli dietro.”
I lampioni accesi illuminavano i passanti diretti al bar countrywestern a due piani quattro edifici più in là. Ragaz- ze giovani, a
malapena ventunenni, in minigonna e stivali alti, giungevano a
frotte per godersi la serata estiva. Non che agosto fosse l’unico
mese in cui ci si poteva scoprire: a Colorado Springs le persone
iniziavano a spogliarsi non appena la temperatura superava i
dieci gradi.
Mentre giravo il cartello sulla porta in modo che la scritta
CHIUSO fosse rivolta all’esterno, trasalii nel ritrovarmi davanti la faccia di Taylor, uno dei quattro miserabili della squadra
antincendio. Socchiusi gli occhi e non riuscii a trattenere un
sorriso beffardo.
Lui allargò le mani. «Lo so. Ehi, mi dispiace. Avevo intenzione di lasciarti la mancia, ma poi ci hanno chiamati e mi è
passato di mente. Non è stata una buona idea venire in città,
visto che eravamo in servizio, ma non ne potevo più del cibo
dell’albergo», disse, la voce attutita dal vetro.
Era difficile riconoscerlo senza tutti quegli strati di sporcizia.
Così lindo, aveva un certo fascino.
«Non preoccuparti», replicai avviandomi verso la cucina. Taylor
batté sul vetro. «Ehi, ragazza!»
Mi voltai lentamente e lo fissai. «Ragazza?» ripetei in tono

9

velenoso.
Abbassò le mani e se le cacciò in tasca. «Apri la porta, così posso
darti la mancia. Mi sento da cani.»
«Mi pare giusto!» Tornai a girarmi infuriata e vidi Phaedra,
Chuck e Kirby che se la ridevano alle mie spalle. «Serve
qualcosa?»
Avevano tutti la stessa espressione compiaciuta. Alzai gli occhi
al cielo e mi voltai di nuovo verso Taylor.
«Apprezzo il gesto, ma siamo chiusi», annunciai.
«Allora la prossima volta ti darò una mancia doppia.» «Come
vuoi», tagliai corto.
«Forse potrei, ehm... invitarti a cena? Per prendere due
piccioni con una fava...»
Lo fissai, perplessa.
Lui guardò a destra e a sinistra. I passanti stavano rallentando,
incuriositi dalla scena.
«No, grazie.»
A quel punto Taylor scoppiò a ridere. «Mi tratti come se
fossi un imbecille. Voglio dire, forse lo sono... un po’. Ma sei tu
a farmi questo effetto.»
«Oh, allora è colpa mia se non hai lasciato la mancia?» chiesi
toccandomi il petto.
«Be’, sì... più o meno.»
Gli lanciai un’occhiataccia. «Non sei un imbecille. Sei un
coglione.» Le sue labbra si incurvarono in un sorriso. «Adesso
devi proprio uscire con me», esclamò premendo le mani sul
vetro.
«Levati dai piedi.»
«Falyn!» strillò Phaedra. «Per l’amor del cielo!»
Spensi la luce esterna lasciandolo al buio. Il mocio e il secchio
giallo che avevo riempito d’acqua calda saponata poco prima
di essere bruscamente interrotta mi stavano aspettando.
Phaedra schioccò la lingua in segno di disapprovazione,
raggiunse la porta d’ingresso girò la chiave e la lasciò cadere
nella tasca del grembiule. Chuck rientrò in cucina; io e Kirby
cominciammo a pulire la sala da pranzo.

10

«Te ne pentirai», mi disse lei spazzando sotto il tavolo sei.
«Ne dubito.» Infilai la mano nella tasca del grembiule e misi in
bocca una gomma.
Lei si rabbuiò. Non capivo se provasse pena per me o se fosse
solo stanca di discutere.
Iniziai a lavare il pavimento, con i vecchi e fidati auricola- ri
nelle orecchie che trasmettevano la voce sommessa del cantante
degli Hinder. Di solito il manico di legno del mocio mi lasciava
in ricordo almeno una scheggia nella mano ogni sera, ma
preferivo quello al supplizio delle lezioni di piano tre giorni
alla settimana, o all’obbligo di riferire dov’ero stata ogni poche
ore per evitare di essere ripresa in pubblico. Per non parlare
della prospettiva di studiare medicina. Odiavo stare poco bene
ed essere a contatto con i malati, i fluidi corporei, la fisiologia.
Le uniche persone che la ritenevano una buona idea erano
quegli idioti dei miei genitori.
Nella breve pausa dopo The Life udii bussare sulla vetrina.
Alzai lo sguardo, mi bloccai e tolsi gli auricolari.
Sul marciapiede c’era il dottor William Fairchild, ex sindaco
di Colorado Springs. Continuava a bussare anche se lo stavo
guardando.
«O cazzo. Cazzo... Falyn», sibilò Kirby.
«L’ho visto... e ho visto anche lei», dissi scrutando con diffidenza
la bionda minuta seminascosta dal corpulento dottore.
Phaedra corse subito alla porta e infilò la chiave nella serratura. Aprì, ma non fu cordiale con la coppia sul marciapiede.
«Salve, dottor Fairchild. Non vi aspettavamo.»
Lui la ringraziò togliendosi il cappello da cowboy e fece per
entrare. «Dobbiamo parlare con Falyn.»
Phaedra mise una mano sullo stipite. «Mi spiace, William.
Come ho detto, non vi aspettavamo.»
Lui batté le palpebre e guardò la moglie.
«Falyn!» esclamò lei sbirciando da sopra la robusta spalla del
marito. Indossava un abito grigio aderente piuttosto costoso
e un paio di scarpe in tinta. A giudicare dal suo vestito e dal
completo di lui, immaginai che avessero cenato con qualcuno

11

in centro.
La bionda si scostò per guardarmi in faccia. «Possiamo parlare
un attimo?»
«No.» Feci una grossa bolla con la gomma e la lasciai scoppiare.
In quell’istante la porta a vento si spalancò e Chuck emerse
dalla cucina, le mani e gli avambracci ancora bagnati e coperti
di schiuma. «Dottor Fairchild», esordì. «Blaire.»
Lei non parve affatto contenta. «Dottoressa Fairchild», lo
corresse cercando invano di apparire noncurante.
«Non intendevo mancare di rispetto», replicò Chuck, «e
comunque non potete venire qui senza preavviso. Credo che lo
sappiate. Perché la prossima volta non telefonate? Creerebbe
meno problemi a tutti.»
Blaire lo trafisse con lo sguardo. Si capiva che gliel’avrebbe
fatta pagare perché le aveva tenuto testa.
«C’è un giovanotto qua fuori. È venuto per te?» chiese William.
Lasciai andare il mocio e uscii, superando di corsa sia Phaedra
sia i miei. Taylor era appoggiato all’angolo dell’edificio, poco
discosto dalla vetrina, con le mani nelle tasche dei jeans.
«Cosa fai ancora qui?» domandai.
Lui si raddrizzò e fece per parlare.
«È uno di quei dannati buoni a nulla dell’ufficio per la gestione del territorio?» si informò William, raggiungendomi.
Vederlo con le guance rosse e lo sguardo appannato mi diede
un’immensa soddisfazione, un sentimento che pote- va essere
dettato solo dal più profondo rancore.
Taylor avanzò di qualche passo, per nulla turbato dalla rabbia
di William. «Questo dev’essere tuo padre.»
Masticai rumorosamente la gomma, seccata da quelle inattese
presentazioni.
Blaire distolse lo sguardo, disgustata. «Falyn, sembri una mucca
che rumina.»
In risposta feci scoppiare un’altra grossa bolla.
Taylor tese deciso la mano a mio padre. «Taylor Maddox,
signore. Buono a nulla del Servizio forestale degli Stati Uni-

12

ti.» Sollevò il mento, probabilmente convinto di incutere
soggezione al pallone gonfiato che aveva di fronte.
Invece William spostò rabbioso il peso sull’altra gamba. «Un
vagabondo. E io che pensavo che avessi già toccato il fondo,
Falyn, dannazione.»
Taylor ritirò la mano e la infilò di nuovo in tasca contraendo la
mascella, come se faticasse a trattenersi dal ribattere.
«Bill», lo ammonì Blaire guardandosi attorno nel timore che ci
fosse qualcuno in ascolto. «Non è né il luogo né il momento.»
«Io preferisco il termine stagionale», precisò Taylor. «Lavoro
per la squadra antincendio boschivo di stanza a Estes Park.» Le
sue spalle muscolose si sollevarono quando affondò i pugni in
tasca, forse per trattenersi dal tirarne uno in faccia a William.
Quel movimento attirò l’attenzione di mio padre sulle sue
braccia. «Squadra antincendio, eh? E a quanto pare anche
scarabocchio ambulante part-time.»
Taylor rise sotto i baffi osservando il proprio braccio destro.
«Mio fratello è un tatuatore.»
«Non uscirai davvero con questa sfaticata?» Come al solito mio
padre più che chiedere interrogava.
Taylor mi guardò, e io sfoderai un sorriso radioso.
«No», dissi. «Non usciamo insieme. Noi ci amiamo.» Mi
avvicinai a lui, che parve stupito quanto William, e gli diedi un
bacetto a un angolo della bocca. «Domani sera finisco alle otto.
Ci vediamo.»
Taylor sorrise a sua volta, mi mise un braccio attorno alla vita e
mi attirò a sé. «Per te qualsiasi cosa, baby.»
William assunse un’aria di scherno, ma Blaire gli sfiorò
delicatamente il petto per invitarlo a mantenere la calma.
«Falyn, dobbiamo parlare», insistette mio padre osservando a
uno a uno i tatuaggi di Taylor per poi passare ai buchi e agli
strappi nei suoi jeans.
«Lo abbiamo appena fatto», replicai, rassicurata dal suo
abbraccio. «Se avrò altro da dirti, ti chiamerò.»
«Non abbiamo un colloquio da mesi. È ora di provvedere»,
protestò.

13

«Perché?» chiesi. «Non è cambiato niente.»
Blaire mi squadrò dalla testa ai piedi e alla fine mi guardò di
nuovo in faccia. «Invece è cambiato parecchio. Hai un aspetto
spaventoso.»
Taylor mi scostò da sé, mi diede un’occhiata e finse di disapprovare.
«Ti abbiamo lasciato il tempo di riflettere sulla situazione, ma
adesso basta. Devi tornare a casa», aggiunse Blaire sospirando.
«Quindi la sua imminente campagna elettorale non ha niente
a che vedere con tutto questo?» Feci un cenno del capo verso
mio padre, che gonfiò il petto indignato.
La sfrontatezza con cui fingeva di essersi offeso mi mandò fuori
dai gangheri.
«Voglio che ve ne andiate subito», dissi con una smorfia.
William avanzò con piglio aggressivo e Taylor si preparò a
difendermi. Chuck aveva tenuto testa ai miei in passato, ma
avere accanto Taylor era diverso. Benché ci fossimo appena
conosciuti, era pronto a proteggermi. Guardò in cagnesco
mio padre sfidandolo a fare un altro passo. Da tempo non mi
sentivo così al sicuro.
«Buonanotte, dottori», esclamò in quel momento Phaedra,
con il suo accento nasale.
Taylor mi prese per mano e mi condusse dentro, superando i
miei genitori.
Phaedra chiuse la porta in faccia a mio padre e girò la chiave
sotto gli occhi di Blaire. Quando voltò le spalle, loro se ne
andarono.
Chuck, a braccia conserte, stava osservando Taylor.
Lui mi fissò. Mi sovrastava nonostante il mio metro e settanta.
«Lo hai detto solo per farli incazzare, vero?»
Mi sistemai il grembiule e incrociai il suo sguardo. «Certo che
sì.»
«Ti sta bene se vengo a prenderti alle otto?» domandò. «O è
stato solo per la recita?»
Lanciai un’occhiata a Kirby, fin troppo eccitata all’idea. «Non
è necessario», risposi.

14

«E dai!» Taylor sfoderò un sorriso a trentadue denti e al
centro della guancia sinistra comparve una profonda fossetta.
«Visto che sono stato al gioco, il meno che tu possa fare è
permettermi di offrirti una cena.»
Mi soffiai via la frangia dagli occhi. «D’accordo», acconsentii
prima di togliermi il grembiule per andare a casa.
«Ha appena detto di sì?» esclamò Taylor.
Chuck ridacchiò. «Farai meglio a cogliere la palla al balzo,
ragazzo. È parecchio che non dice di sì a qualcuno.»
Salii di corsa i gradini diretta al mio appartamento sopra
il locale e udii il rumore della porta quando Taylor uscì. Mi
avvicinai alla finestra che dava su Tejon Street e lo vidi avviarsi
verso il suo pick-up nel parcheggio.
Mi sfuggì un lungo sospiro. Era troppo bello e affasci- nante,
inoltre faceva parte di una squadra antincendio. Mi trovavo già
nei guai, non avrei peggiorato la situazione a causa sua. Una
cena però non sarebbe stata un problema, e in un certo senso
gliela dovevo per avermi retto il gioco con i miei.
Comunque, ero molto abile a sganciarmi. Una cena, poi
ognuno per sé.
2.
Misi le dita sotto il getto freddo del soffione. Nei muri sottili del
mio pittoresco bilocale sopra il Bucksaw Café i tubi vibravano
emettendo un gemito triste. L’acqua impiegava una vita a
scaldarsi.
La moquette era consunta e, se non accendevo una candela
profumata, si sentiva puzza di muffa e di unto, ma per duecento
dollari al mese quel posto era tutto mio. Rispetto ad altri
appartamenti di Colorado Springs aveva un costo irrisorio.
Alle pareti erano appesi alcuni pezzi dell’eclettica collezione di
Phaedra. Quando me n’ero andata di casa, avevo portato con
me solo pochi effetti personali e la mia borsetta Louis Vuitton.

15

Anche se avessi voluto prendere qualcos’altro, mio padre non
me lo avrebbe permesso.
Il dottor William Fairchild era temuto non solo in ospedale
ma anche tra le mura domestiche. Non perché fosse violento
o irascibile. Be’, irascibile veramente sì. Cardiolo- go famoso
in tutto il Colorado, aveva sposato Blaire, una dei migliori
cardiochirurghi del Nord America, ovvero mia madre...
nonché la regina di tutte le stronze, almeno a deta di qualche
infermiera.
I miei erano fatti l’uno per l’altra. La pecora nera della famiglia
ero io: per loro rappresentavo una costante delusione. Al terzo
anno delle superiori avevo incontrato la mia migliore amica, il
mio conforto segreto, che mi regalava qualche momento di pace
senza angosce: la birra economica. Più i miei diventavano noti
e fissati, più io sprofondavo nella solitudine e nella vergogna.
Non che loro se ne accorgessero.
L’acqua calda arrivò riportandomi al presente.
«Era ora!» esclamai.
Slacciai senza problemi il bottone dei jeans dall’asola logora e aprii la cerniera. A quel punto mi resi conto che, con
tutti i pensieri che mi ronzavano in testa, avevo saltato una
parte importante della mia routine serale. Imprecai e corsi
all’armadio in camera da letto. Mi chinai e recuperai una
scatola da scarpe numero quaranta. La portai in cucina e la
posai vicino al grembiule, piegato con cura sul piano di formica
rosa e grigia, dalla tasca del quale spuntava un piccolo rotolo
di biglietti da venti e di pezzi più piccoli. Aprii la scatola dove,
ormai da cinque anni, al posto delle Adidas c’erano lettere,
fotografie e contanti, vi misi dentro buona parte delle mance e
la nascosi di nuovo nell’armadio.
Tornai in cucina e infilai il resto dei soldi in un portafoglio
nero che avevo comprato al discount poco dopo aver venduto
online la Louis Vuitton. Il ricavato, centoundici dollari, era al
sicuro assieme al resto del malloppo. Il giorno seguente, alla
fine del turno, avrei dovuto pagare l’affitto. Sorrisi al pensiero
e andando in bagno gettai il portafoglio sul banco.

16

La maglietta, madida di sudore, mi si era appiccicata alla pelle.
Me la sfilai e scalciai via le Converse bianche alte scalcagnate.
Poi, un po’ a fatica, mi liberai anche dei jeans aderenti e li
buttai in un angolo.
Era piacevole osservare quel grosso mucchio di abiti sporchi
perché sapevo che nella mia vita precedente non sarebbe mai
potuto esistere. In una casa piena di domestiche – c’erano
Vanda, la governante, e tre cameriere: Cicely, Maria e Ann –
un capo sporco dimenticato in giro a fine giornata avrebbe
significato licenziamento certo per una di loro. Mi rifacevano il
letto appena mi alzavo e il giorno dopo trovavo nell’armadio i
miei vestiti, lavati e stirati alla perfezione.
Lasciai cadere per terra le mutandine, mi tolsi i calzini umidi
con le dita dei piedi e mi buttai sotto la doccia. Ogni tanto
l’acqua diventava gelida per poi tornare bollente e infine
tiepida, ma non mi importava.
La pattumiera era piena, avevo accumulato i panni sporchi e
una pila di piatti di una settimana, eppure sarei andata a letto
serena. Nessuno avrebbe urlato, sconvolto da quel disordine,
né mi avrebbe redarguito perché portavo la camicia fuori dai
pantaloni o perché non mi pettinavo. Lì non ero obbligata a
essere perfetta. Non dovevo più esserlo da nessuna parte. Ero
libera di vivere e di respirare.
La vecchia carta da parati gialla del bagno si stava scollando
a causa dell’umidità, l’intonaco del soggiorno era graffiato e
crepato, e in un angolo del soffitto della camera da letto una
grossa macchia d’acqua sembrava allargarsi sempre più di
giorno in giorno. La moquette era infeltrita, i mobili rovinati
da anni di usura, ma era tutto mio, senza vincoli né ricordi.
Quando mi fui tolta di dosso l’unto e il sudore, uscii dalla doccia
e mi avvolsi in un morbido asciugamano giallo. Seguendo
il consueto rito serale mi lavai i denti e mi spalmai la crema
idratante sul corpo. Indossata la camicia da notte, guardai il
telegiornale per sei minuti esatti, fino alle previsioni del tempo,
poi mi sdraiai sul letto matrimoniale e lessi una rivista molto,
molto dozzinale prima di addormentarmi.

17

Di lì a dieci ore avrei iniziato a servire le colazioni e la giornata
sarebbe trascorsa come ogni altra, tranne la domenica e qualche
sabato in cui Phaedra insisteva perché staccassi. Tuttavia
sotto alcuni aspetti il giorno che mi attendeva sarebbe stato
diverso. Sarei dovuta sopravvivere alla cena con quell’idiota
della squadra antincendio, standolo ad ascoltare mentre mi
spiegava tutto su tatuaggi e asce. Mi sarebbe toccato fare un
po’ la stronza per tenerlo a distanza finché non fosse tornato
alla base, a Estes Park.
Sussultai sentendo bussare alla porta. Mi sollevai sui gomiti e
mi guardai attorno, come se in quel modo potessi udire meglio.
«Falyn!» gridò Kirby dall’altra parte. «Gunnar farà tardi!
Lasciami entrare!» Mi alzai con un gemito dal comodo
materasso e raggiunsi l’ingresso. Appena la serratura scattò,
Kirby si precipitò dentro. Aveva ancora addosso il grembiule e
in mano teneva un bicchiere da asporto mezzo pieno.
«È possibile amare qualcuno alla follia e detestarlo allo stesso
tempo?» sbottò. Si sbatté la porta alle spalle e per poco non
me la presi in faccia. Bevve un sorso e si appoggiò alla prima
superficie che trovò, lo sportello del frigorifero. «È la seconda
volta che fa tardi questa settimana.»
«Forse non dovresti più prestargli la macchina», osservai.
«Il suo furgone è dal meccanico... di nuovo.» Studiò la mia
camicia da notte di cotone color porpora e scoppiò a ridere.
«Sembri mia nonna con quella roba addosso!»
«Piantala», ribattei avvicinandomi al grande specchio sul muro.
La maglietta oversize che usavo per dormire non era affatto
antiquata.
Feci qualche passo sulla moquette per invitarla a sedersi e mi
afferrai una ciocca ancora umida torcendola con noncuranza.
Per me i capelli erano una sorta di scudo: ricadevano in morbide
onde sulle spalle, abbastanza lunghi da nascondere il seno se
mai mi fossi ritrovata nuda in una laguna. Inoltre mi servivano
a tenere le mani occupate quan- do ero nervosa o annoiata e
fungevano da maschera: con un semplice movimento del capo
una coltre fulva mi sottraeva agli sguardi indesiderati.

18

Erano ciò che attirava maggiormente l’attenzione degli
uomini, assieme agli occhi. I miei non erano ravvicinati come quelli di Kirby, ma al pari dei suoi avevano un taglio a
mandorla, seppure con palpebre più pesanti. Per quanti tutorial guardassi su YouTube, ogni tentativo di metterli in risalto con l’eyeliner era una perdita di tempo, come del resto
il make-up in generale, un’arte che non avevo mai appreso;
tuttavia per qualche ragione la forma e il verde intenso dei miei
occhi suscitavano l’ammirazione dei clienti abituali più della
spolverata di lentiggini che avevo sul naso.
Kirby si mise comoda sul divano sprofondando nei cuscini.
«Adoro questo residuato bellico. Credo che sia più vecchio di
me.»
«Più vecchio di tutt’e due messe insieme», precisai.
Avevo affittato l’appartamento arredato, a eccezione del letto.
Dopo aver dormito tante notti su quel divano ero riuscita a
risparmiare abbastanza da comprarmi una rete e un materasso.
La testiera non mi serviva. Spendevo le mance solo per le cose
indispensabili.
Mi sedetti sulla sedia girevole arancione tutta graffiata accanto
al divano e guardai Kirby bere la bibita con la cannuccia.
Poi lei ruotò il polso per guardare il minuscolo orologio di
pelle nera e sospirò in modo teatrale. «Lo detesto.»
«Non è vero.»
«Odio aspettare. Credo che la parola “attesa” riassuma
perfettamente la mia relazione con Gunnar.»
«Lui ti adora. Segue quei corsi per trovare un buon lavoro
e darti quello che vorrai quando sarai sua moglie. Potrebbe
andarti peggio.»
«Hai ragione. È il ragazzo più sexy della città... se si esclude il
tuo nuovo toy. Davvero gli permetterai di portarti fuori a cena?»
«Una cena gratis? Certo!»
«Puoi mangiare gratis di sotto», replicò Kirby, impassibile. Il
diamantino che aveva alla narice brillò sotto la luce.
Il suo naso sottile si sposava a meraviglia con la corporatura esile e i piedi minuscoli. Aveva un fisico da cheerleader e

19

un sorriso da Miss America. Avrebbe potuto fare la modella
o l’attrice, invece lavorava come cameriera in un locale di
Colorado Springs.
«Perché sei ancora qui?» le domandai ignorando la sua
osservazione.
«Oddio, Falyn, scusami. Aspetto di sotto», ribatté con una
smorfia.
«No, stupidella!» esclamai bloccandola mentre si alzava. La
spinsi giù e lei mise il broncio. «Mi riferivo al fatto che non hai
ancora lasciato la città.»
A quel punto si rasserenò. «Mi piace qui», ammise scrollando
le spalle. «E Gunnar deve finire gli studi. I suoi glieli pagano a
patto che lui resti e dia una mano al ranch.»
«Ha ancora intenzione di presentare domanda per quel corso
di assistente sanitario a Denver?»
«Sì, ed è proprio per questo che non si allontana da casa. Una
volta terminati gli studi alla UCCS ha intenzione di trasferirsi
alla CU a Denver.»
«Lo fa per starti vicino.»
«No, solo per risparmiare. Poi andremo a Denver. Lì spero di
trovare un impiego come questo, in modo da poter lavorare
mentre lui frequenta i corsi.»
«Credo che tu abbia buone possibilità. Denver è... be’, Denver.
Offre molte opportunità.»
Kirby sgranò gli occhi, piena di speranza. «Tu dove hai studiato?
Non eri da queste parti.»
Involontariamente cambiai espressione. «Ero iscritta a un
corso propedeutico di medicina a Dartmouth. Quella era la
direzione che avrei dovuto prendere.»
«Non ti piaceva?»
«È stato un anno fantastico.»
«Uno solo? Ne parli come se fosse successo una vita fa.»
«Uno solo. E, sì, la sensazione è che sia passato un secolo.»
«Quanto tempo fa hai lasciato gli studi? Due anni?» mi chiese
facendo scorrere un dito lungo il bordo del bicchiere. «Cinque.»
«Lavoriamo insieme da mesi e non ne hai mai parlato.

20

C’entrano i tuoi, vero?»
«Sono stupita che tu abbia aspettato tanto a chiedermelo»,
osservai.
«Quando mi è parso che fossimo abbastanza in confidenza per
toccare l’argomento, ho avuto paura di ciò che avresti potuto
dirmi.»
«Non c’è niente da dire.»
«Mi stai nascondendo qualcosa? Perché se laggiù hai avuto
dei problemi me ne puoi parlare. Sai che non lo racconterei
a nessuno, neanche a Gunnar.» I suoi lineamenti perfetti
diventavano ancora più attraenti quando era triste: il labbro
inferiore pareva più carnoso.
«A Dartmouth non mi è capitato niente. L’ambiente mi piaceva,
ma studiare significava accettare delle condizioni che non mi
andavano più a genio.»
«Oh», esclamò, vagamente sollevata. «I tuoi.» «Sì, loro.»
Bussarono di nuovo alla porta.
«Entra!» urlò Kirby facendomi trasalire.
La maniglia si abbassò e sulla soglia apparve un gigante con un
dolcissimo viso da bambino e più muscoli di quanti la maglietta
potesse contenerne. Con un rapido gesto girò il cappellino
da baseball al contrario e dal tessuto nero a rete spuntarono
ciocche ribelli color caramello. Si precipitò verso il divano per
sedersi accanto a Kirby. «Accidenti, baby, perdonami. Colpa di
quel maledetto corso serale e del dannato traffico.»
Kirby si protese con aria stoica e gli permise di baciarla sulla
guancia, poi sbatté le lunghe ciglia.
Non la dava a bere a nessuno: lo aveva già perdonato. «Scusa il
linguaggio.»
«Qui non ci sono regole», dissi guardandomi attorno con un
sorriso. «Fa parte del fascino del posto.»
«Com’è andato il lavoro?» domandò Gunnar osservando ora
Kirby ora me. Aveva un leggero difetto di pronuncia che trovavo
adorabile.
Nonostante fosse un ragazzo educato e premuroso, gli bastava
un’occhiata minacciosa per troncare le attenzioni indesiderate

21

rivolte a Kirby da altri uomini, come potevo constatare quando
uscivo con loro la sera. In più occasioni lei mi aveva spiegato
che cosa si provasse a essere amate da una specie di supereroe,
libere da paure e timori perché lui sistemava sempre tutto.
Quando non studiava o non stava con lei, Gunnar passava il
tempo in palestra. Pur non avendo un fisico da body builder,
era abbastanza alto e massiccio da incutere soggezione. Il suo
unico difetto era l’eccessiva disponibilità: non si tirava mai
indietro se si trattava di dare una mano e spesso finiva per
restare invischiato in situazioni che lo facevano tirare tardi.
Kirby sospirò allungando le gambe sulle sue ginocchia. «A
meraviglia. E Falyn esce con qualcuno.»
Gunnar mi scrutò in cerca di conferma.
«C’erano i miei quando me lo ha chiesto. In pratica ho dovuto
dirgli di sì», spiegai con un’alzata di spalle.
Lui scosse la testa e sorrise, immaginando come sarebbe finita.
«Poveraccio.»
«Sa tutto», precisò Kirby.
«Oh. Allora se l’è cercata», commentò lui.
Presi il cuscino da dietro la schiena e lo strinsi al petto.
«Comunque sia, è solo una cena. Non gli spezzerò il cuore o
roba del genere.»
«È quello che ho detto quando Kirby mi ha chiesto di uscire»,
replicò lui sogghignando.
Lei mi strappò il cuscino dalle braccia e glielo tirò sulla testa.
«Piantala di raccontarlo in giro! Penseranno che sia vero!»
Gunnar stava ancora sorridendo quando raccolse il cuscino e
glielo rilanciò. «Forse voglio che sia tu a crederci. Così non
sembra che ti sia corso dietro per un bel po’.»
Kirby a quel punto si sciolse.
Lui la sollevò senza sforzo per metterla a sedere sulle sue
ginocchia e le diede un bacio sulle labbra. Si alzò tenendola fra
le braccia e poi la depositò a terra.
«Sono proprio contenta che ve ne andiate», dissi impassibile. «Le manifestazioni d’affetto in pubblico mi danno il
voltastomaco.»

22

Kirby mi fece una linguaccia e si lasciò condurre per mano alla
porta. Si fermarono tutti e due sulla soglia.
«Buona fortuna per domani», mi augurò Gunnar.
Sul volto di Kirby apparve un sorriso malizioso. «In realtà è
quel tipo ad aver bisogno di fortuna.»
«Fuori», ordinai.
Mi allungai oltre il bracciolo, recuperai il cuscino e glielo tirai,
ma in quell’istante Gunnar la trascinò fuori e chiuse la porta. Il
cuscino colpì il legno e cadde sulla moquette marrone.
Mi alzai a fatica e arrancai fino al letto. Le coperte erano già
scostate. Mi sedetti, vi infilai sotto le gambe, le tirai su fino al
mento e mi misi comoda.
Feci un respiro profondo assaporando la libertà dopo sei anni
trascorsi a combattere con il dolore e il senso di colpa. Avevo
permesso ai miei di prendere una decisione di troppo ma,
nonostante tutto, alla fine mi ero affrancata da loro. Anche se
ogni tanto venivano al locale, ormai non potevano più farmi
del male.
Sentii le palpebre pesanti e le battei un paio di volte prima di
abbandonarmi a un sonno senza incubi popolati da luci intense,
muri bianchi, sconosciuti che mi afferravano o che urlavano da
lontano. Un mese dopo che mi ero trasferita in quel minuscolo
appartamento avevo smesso di farne. Ora sognavo omelette,
cheesecake e tè freddo, accompagnati dalle imprecazioni di
Chuck ai fornelli e dalle pressanti sollecitazioni di Phaedra a far
accomodare i clienti. La normalità consisteva nel non nutrire
aspettative assurde e angoscianti.
Feci un altro respiro profondo ed espirai lentamente, ma quella
notte non sognai il Bucksaw.
Sognai Taylor.

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23

Dopo il fenomeno editoriale di
Uno splendido disastro, Il mio disastro sei tu,
Un disastro è per sempre, Uno splendido sbaglio,
Un indimenticabile disastro
e L’amore è un disastro,

Torna Jamie McGuire
con un nuovo attesissimo romanzo che
vede come protagonista Taylor Maddox!

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La trama
Falyn ha fatto una scelta difficile rinunciando a una vita di privilegi.
Il lavoro come cameriera al Bucksaw Cafè è diventato tutto per
lei. Non c’è spazio per altro. Soprattutto per l’amore. Perché
Falyn nasconde nel cuore un segreto che non ha mai rivelato a
nessuno. Un segreto che l’ha portata lontano dalla sua famiglia e
a chiudersi in sé stessa.
Fino al giorno in cui non incrocia uno sguardo speciale come
quello di Taylor Maddox. Uno sguardo che, lo sa bene, può
portare solo guai. Molte ragazze si sono scottate fidandosi delle
sue promesse tradite. Falyn non vuole che questo accada anche a
lei. È ancora troppo fragile per cadere nei suoi tranelli.
Eppure Taylor non demorde e la invita a cena. Un rifiuto non è
una risposta che un Maddox può contemplare quando è convinto
di aver trovato la donna della sua vita. Ed è lì, seduta di fronte
a lui, che Falyn intravede una dolcezza dietro quell’aspetto da
ragazzo che ottiene sempre quello che vuole. Incontrare la sua
famiglia, vedere l’affetto che lo lega ai fratelli Travis e Trenton
e alla cognata Abby, la convince ancora di più che Taylor abbia
anche un lato romantico. E piano piano sente che delle crepe
stanno rompendo la corazza dietro il quale si è trincerata per
non rischiare più. Sarebbe facile affidare finalmente a qualcuno
il peso dei suoi segreti. Sarebbe facile trovare conforto tra le
braccia possenti di Taylor. Ma riaprire la porta del passato è quasi
impossibile quando si è creduto di aver buttato via la chiave. Ci
vuole coraggio, o forse solo la mano benevola del destino.
Jamie McGuire, la regina indiscussa delle classifiche italiane,
torna con un nuovo capitolo della saga dei fratelli Maddox. Dopo
lo strepitoso successo della trilogia di Uno splendido disastro
e di L’amore è un disastro, l’autrice amata dai lettori di tutto il
mondo ci regala una storia travolgente in cui un segreto nascosto
si scioglie davanti alla forza dell’amore. Perché solo i sentimenti
possono far dimenticare il passato e tingere di felicità il futuro.

L’autrice
Jamie McGuire, già autrice di tre romanzi entrati nei bestseller
del «New York Times», vive in Oklahoma con il marito e i figli.


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