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«Grazie, cara», dissi prendendo un piatto.
Lo servii a Don, il mio primo cliente abituale e anche il più
generoso con le mance. Lui si sistemò gli occhiali spessi e si
mise comodo, togliendosi il cappello floscio che era un po’ il
suo segno distintivo. La giacca cachi era leggermente lisa, come
del resto la camicia e la cravatta che indossava tutti i giorni. Nei
pomeriggi fiacchi lo ascoltavo parlare di Gesù e di quanto gli
mancasse sua moglie.
Kirby sparecchiò un tavolo accanto alla vetrina, con la lunga
coda scura che ondeggiava di qua e di là. Ammiccò mentre
mi passava accanto, diretta in cucina con il catino dei piatti
sporchi appoggiato al fianco. Il tempo di conse-gnare a Hector
le stoviglie da lavare e tornò alla sua postazione di direttrice di
sala. La vidi incurvare le labbra color vinaccia in un sorrisetto
quando una leggera brezza entrò dalla porta d’ingresso tenuta
aperta da un grosso geode appartenente alla ricca collezione
di Chuck.
Un istante dopo salutò i quattro nuovi clienti arrivati mentre
servivo Don.
«Controlli tu la cottura della bistecca, tesoro?» gli chiesi.
Don non aveva bisogno del menu perché ordinava sempre gli
stessi piatti: insalata della casa con abbondante salsa Ranch,
sottaceti fritti, una lombata quasi al sangue e la turtle cheesecake
di Phaedra. E voleva tutto insieme.
Accondiscese di buon grado. Si infilò la cravatta nella camicia,
poi con le esili mani tremanti affondò il coltello nella carne
succosa. Alzò gli occhi e mi fece un rapido cenno di assenso.
Mentre recitava le preghiere, andai a prendere il tè freddo
zuccherato dal banco del bar. Quando tornai con la caraffa,
la inclinai verso il bicchiere che aveva sollevato in modo da
versargli diversi cubetti di ghiaccio assieme al liquido ambrato.
Don bevve un sorso e fece un sospiro soddisfatto. «Il tè freddo
di Phaedra è una vera delizia!»
Aveva il collo rugoso e la faccia e le mani ricoperte di macchie di
vecchiaia. Dopo la morte della moglie Mary Ann era dimagrito.
«Lo so. Ripasso tra poco», replicai con un mezzo sorriso.

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