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invischiare in una storia con uno di quei bei tipi abbronzati,
tutti fascino e coraggio. Si fermavano per la stagione e alla fine
se ne andavano lasciandoti incinta o comunque con il cuore
spezzato. Lo avevo visto accadere tante volte, non solo con i
pompieri, ma anche con gli aviatori. Per quei giovani che mio
padre definiva «vagabondi» Colorado Springs rappresentava
un buon terreno di caccia, piena com’era di ragazze tanto
disperate da innamorarsi di qualcuno che non sarebbe rimasto.
Io non facevo parte della categoria, anche se, a detta dei miei,
ero la sgualdrina più colta della città.
«Partiamo dalle bevande», dissi mantenendo un tono cordiale
e la mente concentrata sulle discrete mance che di solito i
membri delle squadre antincendio lasciavano.
«Cosa vuoi, Trex?» chiese Zeke al collega pulito.
Trex mi lanciò un’occhiata distaccata da sotto le ciocche umide.
«Soltanto acqua.»
Zeke posò il menu. «Anche per me.»
Taylor mi guardò di nuovo. Aveva corti capelli castani e
occhi nocciola che spiccavano sul viso sporco. Nonostante
l’espressione mite, le braccia coperte di tatuaggi rivelavano la
sua tempra da duro. «Hai del tè?» chiese.
«Sì. Tè freddo. Va bene?»
Annuì e fissò l’uomo di fronte a sé. «Tu che cosa bevi, Dalton?»
«Non hanno la Coca-Cola Cherry.» Dalton mi guardò in tralice.
«Perché in tutto il maledetto Colorado nessuno ce l’ha?»
Quando Taylor incrociò le braccia sul tavolo, i muscoli si
allungarono e si contrassero sotto la pelle tatuata. «Io me ne
sono fatto una ragione. Dovresti seguire il mio esempio, amico.»
«Posso preparartene una», suggerii.
Dalton gettò il menu sul tavolo. «Portami dell’acqua», borbottò.
«Non sarebbe la stessa cosa.»
Presi i menu e mi chinai per guardarlo in faccia. «È vero. La
mia è migliore.»
Mentre mi allontanavo, li sentii sogghignare come ragazzini.
«Wow!» esclamò uno.
Passando mi fermai al tavolo di Don. «Tutto bene?» gli chiesi.

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